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Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 2/8 cover

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 2/8

Chapter 67: NOTE:
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About This Book

The narrative traces Rome's physical and civic decline after the collapse of the old imperial order, describing crumbling monuments, deserted streets, and the repurposing of classical buildings. It shows how monasticism—especially the Benedictine foundations and the work of figures such as Cassiodorus—spreads and reorders urban life through abbeys and cloisters that preserve learning and liturgy. The Roman Church emerges as the principal civic force, transforming ruins into a spiritual capital, consolidating papal authority, and negotiating power with Byzantine and Lombard rivals. Social impoverishment and pilgrimage culture coexist with institutional adaptation that lays groundwork for a medieval papal polity.

NOTE:

1.  Sublacus o Sublaqueum ebbe nome dai laghi artificiali, dei quali Nerone adornò ivi la sua villa. Menzione del luogo è fatta per la prima volta in Plinio, Hist. Nat. III, 17. Soltanto la fondazione del convento fatta da san Benedetto diè origine al Castrum Sublacum. Vedi il Nibby, Annal. III, 120, e il Jannucelli, Memorie di Subiaco, Genova 1856.

2.  Don Luigi Tosti scrisse la più recente storia del suo celebre convento: Storia della Badia di Monte Cassino (Napoli 1842, 3 vol.), con documenti. Il favoloso documento della donazione di sette mila schiavi di Sicilia con Messina e con Panormo, che Tertullo avrebbe fatta a Benedetto incomincia: Tertullus Dei gratia invictissimae Reginae Coeli Terraeque civitatis Romanae Patricius, Dictatoribus, Magistratib., Senatorib., Consulib., Proconsulib., Praefectis, Tribunis, Centurionibus ecc. La sottoscrizione conta a olimpiadi! Il Tosti riconosce che questa pergamena ha i caratteri del secolo X, e che il rescritto di privilegio di papa Zacaria, in cui è data conferma a questa donazione, esiste soltanto in copie posteriori al secolo XI. La Sicilia, dove Benedetto mandò Placido da missionario, è il paradiso dei Benedettini; il documento creato dall’imaginazione non manca nella Sicilia Sacra del Pirro (p. 1155).

3.  Gli ultimi sette savî di Atene furono Damascio, Simplicio, Eulamio, Prisciano, Ermiade, Diogene, Isidoro. Eglino si rifuggirono in esilio presso re Cosroe di Persia. Agathias, Hist. II, 30. Volle stranezza di destino che i filosofi greci del primo tempo dovessero scampare davanti ai Persiani, le conquiste dei quali già minacciavano il mondo ellenico, e che undici secoli più tardi gli ultimi filosofi di Grecia, esiliati di Atene dall’Editto di un Imperatore cristiano, dovessero invece cercare riparo presso un Re di Persia: Kuno Fischer, Storia della filosofia moderna, 1865, I, 20.

4.  Il Montfaucon, nel Diarium Ital. p. 323, attingendo ad un Codice cassinese del secolo XI, dipinge il ritratto di Benedetto e dell’antica veste dei Benedettini. Così il Tosti, I, 100 e segg., dove trovasi anche la Regola di Benedetto tratta dal commentario di Paolo Diacono. Il lettore può trovare la storia di Benedetto nei: Dacherii et Mabillonii Acta Sanctor. Ord. S. Bened. e nel Mabillon: Annales Ord. S. Benedicti.

5.  Anime generose facevanlo mosse da quell’impulso, di cui il Poeta dice:

Werft die Angst des Irdischen von euch!

Fliehet aus dem engen dumpfen Leben

In des Ideales Reich!

Sgombrate dall’ansia mente i terrestri ardori; dalla vita gretta e vuota del mondo, fuggite nel regno dell’idea! Schiller. Così sulla porta del convento di Grotta Ferrata sta scritto: Ἔξω γένοισθε τῆς μέθης τῶν φροντίδων.

6.  Il Tiraboschi (III, l. c. 16) fa incominciare dalla monacazione di Cassiodoro la completa ruina della letteratura italiana: D’allora in poi l’Italia non potè occuparsi in altro che nel piangere le sue sciagure. Egli dedica a Cassiodoro un eccellente Capitolo e con molta dignità respinge le supposizioni del Saint Marc riguardo ai motivi che spinsero il Ministro a farsi monaco. Cassiodoro dettò nel chiostro la sua Storia ecclesiastica, Historiae ecclesiasticae tripartitae libri XII, un compendio di Sozomeno, di Socrate e di Teodoreto; scrisse inoltre De orthographia per istruzione dei suoi frati, che egli esortò vivamente ad occuparsi di copie di codici. Vedi il Tiraboschi, il Baehr, Storia della letteratura romana e le Fonti storiche del Wattenbach.

7.  Rutilio con versi eleganti e vivaci scaglia le prime frecciate di satira che si conoscano scritte contro il monachismo (v. 489 e segg):

Processu pelagi jam se Capraria tollit,

Squallet lucifugis insula plena viris.

Ipsi se MONACHOS graio cognomine dicunt,

Quod soli nullo vivere teste volunt.

Munera fortunae meluunt dum damna verentur:

Quisquam sponte miser, ne miser esse queat?

8.  Il Nerini, De Templo et Coenob. S. Bonifacii et Alexii, Roma 1752, c. 4, reputava che questo convento sull’Aventino fosse l’antichissimo di Roma. Il documento della donazione di Eufemio desta appena un sorriso.

9.  Gaudemus Romam factam Hierosolymam. Crebra virginum monasteria, monachorum innumerabilis multitudo (S. Hieron., Ep. 126, ad Principiam). Quando parlammo del saccheggio dei Goti trovammo Marcello con Principia sull’Aventino, e la pia donna morì pochi dì dopo la caduta di Roma. La più antica menzione di una monaca romana nelle iscrizioni dei monumenti risale al 447. Hic quiescit gavdiosa C. ancilla dei qvae vixit annis xl. et men. v. dep. x. kal. Octob. Callepio vc. con. Trovasi nel De Rossi, Inscript. Christian. I, n. 739.

10.  Joh. Diacon., Vita S. Gregor. I, c. 6. Paul. Diacon., Vita S. Gregor. c. 2. Mabillon, Acta S. Ord. S. Ben. I.

11.  Precisamente ottanta libbre contribuite dal «patrimonio di san Pietro» che Gregorio, nella carezza cui era salita in Roma ogni vettovaglia, giudica essere troppo poco. Così è la vita loro, dic’egli, e la traggono in lacrime e in astinenze, laonde io credo che, se elleno state non fossero, niuno di noi per sì lunghi anni avrebbe potuto in questa città serbarsi in vita sotto la spada dei Longobardi. Lettera di grazie da Gregorio indiritta a Teoctista e Andrea. Ep. 23, lib. VI. Le donne che vivevano in religione claustrale appellavansi dal greco monastriae; con dizione latina sanctimoniales.

12.  Il Mone, Storia del paganesimo nell’Europa settentrionale, II, § 96, descrisse le costumanze pagane dei Longobardi. Il Borgia, Memorie di Benevento, II, 277, riporta un inno a Barbato dell’anno 667, in cui è discorso della cessazione del culto dei serpenti. Dalla venerazione che i Longobardi tributavano al campeggio ed agli alberi magici ebbe origine la credenza popolare degli Italiani che i Tedeschi principalmente adorassero gli alberi. Il Göthe trovava ancora viva in Italia quell’idea.

13.  Paolo Diacono, III, c. 11, dice che fu il Papa a far venire granaglie.

14.  Il Ducato di Spoleto, che ebbe tanta importanza nella storia di Roma, probabilmente fu fondato intorno al 569. La storia del Ducato fu scritta dal benemerito abate Fatteschi, che pel primo si giovò dei documenti longobardi di Farfa: Memorie Istorico-diplomatiche riguardanti la serie dei Duchi di Spoleto, Camerino 1801. La cronologia dei primi tempi longobardici è buia.

15.  Colla caduta del regno i Goti non erano del tutto scomparsi in Italia. Così in Roma come nella Campania eglino continuarono in famiglie che assunsero costume latino.

16.  Menander, Excerpt., p. 126.

17.  Mabillon, Annal. Benedict. ad ann. 580; sennonchè il Tosti assume l’anno 589. Nella sua storia di Monte Cassino egli tratta dei primi secoli assai brevemente e con discorso incerto; ed io seguo con buon fondamento gli Annali dal Mabillon e gli Acta SS. Ordinis S. Benedicti editi dal Mabillon stesso.

18.  Paul. Diacon., IV, c. 19 e il Chronic. S. Monast. Casin. I, c. 2, nel Muratori Script., T. IV.

19.  Nei più tardi anni del medio evo scomparve ogni traccia di questo convento di Benedettini presso il Laterano.

20.  Sigon. De Regno 1, 17. — Carlo Troya, Cod. Dipl. Long. 1, 62 pensa che la Città fosse governata dal Senato e dagli altri magistrati di Roma finchè non v’era nè un Duce, nè un Maestro dei militi. Della pace conchiusa parla Pelagio II, Ep. V ad Elia vescovo di Grado ed ai Vescovi d’Istria e delle Venezie (nel Labbè e nel Troya, Cod. Dipl. I, n. XIV). Il Noris ed il Muratori son d’accordo nel ritenere per data l’anno 586.

21.  Per Respublica non deve intendersi la Città, ma lo Stato. Del pari, Childeberto, in una lettera a Lorenzo di Milano, dice: Juxta votum Romanae reipublicae vel Sacratissimi nostri Imperatoris (Troya, Cod. Dip. Longob. n. XI). — Vel unum magistrum militum, et unum ducem dignetur concedere; dunque i due officî erano distinti.

22.  La epistola (ad Gregorium Diacon. Ep. III, Labbè Concil. VI, 623) porta la data: 4. Nonas Octobr. indict. III. Il Muratori la attribuisce all’anno 587, ma il Troya I, n. 16, con buone ragioni la fa risalire ai 5 ottobre 585.

23.  Ep. IV ad Aunacharium Episc. Antisiadorensem: nec enim credimus otiosum, nec sine magna divinae providentiae admiratione dispositum, quod vestri reges Romano imperio in orthodoxae fidei confessione sunt similes; nisi ut huic urbi ex qua fuerat oriunda, vel universae Italiae finitimos, adjutoresque praestaret. I Franchi furono considerati Leti ossia federati dell’Impero romano. A ragione il Troya annette a questo fatto importanza, e si riferisce ai versi che Sidonio rivolgeva ad Eorico re dei Visigoti:

Eorice tuae manus rogantur,

Ut Martem validus per inquilinum,

Defenset tenuem Garumna Tibrim.

Troya, Storia d’Italia, I, 1308. Tav. Chronol., p. 577. Si legga nel Cod. Diplom. Long., n. 43, la lettera che Maurizio scriveva a Childeberto, dove l’Imperatore discorre della priscam gentis Francorum et Ditionis Romanae unitatem. Così si preconizza il tempo più tardo, in cui un Pontefice diceva di Carlo Magno: cujus industria Romanorum Francorumque concorporavit imperium. Sergio, in un documento riportato dal Maurisse, Hist. de Metz, p. 190 e citato da Giorgio Waitz, Storia della costituzione germanica, III, 185.

24.  Gregor. Turonen., Hist. Francor., X, c. 1. Vi attinsero Giovanni Diacono, Vita S. Gregor. I, c. 34 e Paolo Diacono, Vita S. Gregor. c. 3 e De gestis Longob. III, c. 23. — L’Alveri, Roma in ogni stato, I, 571 e segg., con molto ardimento e con grossi errori, dà la storia di tutte le inondazioni del Tevere e di tutte le pestilenze di Roma dalla fondazione della Città fino al 1660.

25.  Gregorio di Tours, X, c. 1, Paolo Diacono De gest. Long. III, c. 23. La Cronica di Mario d’Avenche la chiama anche variola, pustola e glandula.

26.  Procop. De bello Persico, II, c. 22, 23, Paul. Diaconus, De gest. Long., III, c. 4.

27.  Gregor., Dial. IV, c. 36. La descrizione di una visione meravigliosa del Paradiso e del Purgatorio trovasi più tardi nella lettera che San Bonifacio di Magonza indirizzava alla Domina Eadeburga, nel Baronio, Annal. IX, p. 11.

28.  Hic fecit supra corpus b. Laurentii martyris basilicam a fundamento constructam, et tabulis argenteis exornavit sepulchrum ejus. Anast. in Pelag.

29.  

Praesule Pelagio martyr Laurentius olim

Templa sibi statuit tam pretiosa dari:

Mira fides! gladios hostiles inter et iras

Pontificem meritis haec celebrasse suis.

La iscrizione (di sei distici), ora quasi cancellata è riportata completamente nel Bunsen III, 2, 314 secondo la correzione introdotta da Gaetano Marini nel suo Codice manoscritto della Vaticana. Vedi anche Ciampini, Vet. Mon. II, c. 13. — L’associazione di Lorenzo e di Stefano è spiegata chiaramente in una sentenza di Leone I: A Solis ortu usque ad occasum Leviticorum luminum corruscante fulgore, quam clarificata est Hierosolyma Stephano, tam illustris fieret Roma Laurentio. S. Leo Papa, serm. 83 in festo S. Laur. M. pagina 169 (Edit. Lugdun. 1700); nel Fonseca, de Basil. S. Laur. in Dam. c. 3, p. 137.

30.  Sotto il musaico con caratteri ammodernati leggesi il distico antico:

Martyrium flammis olim Levita subisti

Jure tuis lux templis veneranda redit.

31.  Della vita di Gregorio scrisse Giovanni Diacono, contemporaneo di Anastasio bibliotecario, in sull’882. Dapprima monaco di M. Cassino, indi Diacono della Chiesa romana, Giovanni dettò quella biografia dietro comando di Giovanni VIII (Mabillon, Acta S. O. S. Ben. T. I). Anche Paolo Diacono, monaco di M. Cassino, scrisse una Vita S. Gregorii, la quale tuttavia, nella forma in cui oggi la conosciamo, gli è contestata (Mabillon, ivi). Vi ha inoltre la Vita S. Gregorii nei Bollandisti e Maurini, ma essa non è che un raffazzonamento.

32.  Gregorio stesso (Ep. 2, lib. III) dice di aver tenuto quell’officio: Ego quoque tunc urbanam praefecturam gerens. V’ha però la lezione praeturam, nè Gregorio di ToursPaolo Diacono, nè Beda (Histor. II, c. 1) non fanno alcuna menzione di ciò. Stando al Pagi, ad ann. 581, n. III, Gregorio intorno all’anno 575 fu prefetto della Città.

33.  Di tal guisa Gregorio di Tours ben dipinge la pompa bizantina del vestire, Hist. X, c. 1.

34.  Clerus, Senatus, populusque romanus, dice Giovanni Diacono, Vita I, c. 39, ma in questa antica formula sotto nome di Senato manifestamente non può intendersi altro che il titolo degli ottimati.

35.  S. Gregor., Ep. 2, lib. XI.

36.  Secondo il Martinelli, santa Eufemia sorgeva nel vico Patricio non lungi dal Titulus Pudentis.

37.  Di questa Litania septiformis parlano Gregorio di Tours, X, c. 1 e Paolo Diacono, De gest. Long. III, c. 24, e in generale: Laderchius, De sacris Basil. SS. Mart. Marcell. etc. III, c. 10. Sono qui dunque menzionate tutte le sette regioni ecclesiastiche; la Reg. III e la Reg. IV corrispondono alle antichissime denominazioni, le altre no. Oltracciò non si parla di alcuna chiesa nel Trastevere, perlocchè la processione non si attenne esattamente alla partizione regionale.

38.  Benedetto XIV vi fece innalzare quella statua. L’angelo che ripone nel fodero la spada sarebbe il simbolo più sublime del sacerdozio che ha missione di dare al mondo la pace; sventuratamente però non si affà alla storia dei Papi, che usurparono anche la podestà della spada temporale.

39.  La iscrizione dice: Lucae et Lucis opus. Virgo haec quam cernis in ara circumvecta nigram dispulit urbi luem. Il Casimiro, nella sua Storia di S. Maria in Araceli, dà la descrizione dell’imagine bizantina della Madonna ed una lunga ed arida dissertazione su quell’argomento. Non mi è noto che al tempo di Gregorio fossevi l’uso di trasportare in processione le imagini dei Santi. Oggidì ancora si celebra la ricordanza di quella leggenda, poichè la grande processione di san Marco, quando giunge al ponte adrianeo, canta l’antifona Regina coeli.

40.  S. Gregor. Ep. 4, lib. I. Le sue prime lettere, precisamente quelle indiritte a Teoctista sorella dell’Imperatore, lamentano la perduta felicità della vita contemplativa: Contemplativae vitae pulchritudinem velut Rachelem dilexi sterilem sed videntem et pulchram, quae etsi per quietem suam minus generat, lucem tamen subtilius videt. Lea mihi in nocte conjuncta est, activa videlicet vita, fecunda, sed lippa, minus videns, quamvis amplius parens. Dei simboli di Rachele e di Lia usarono più tardi Dante e Michelangelo.

41.  S. Gregor., Ep. 4, lib. VI: Secretiora loca petere aliquando decreveram, e la praef. del Liber Pastoralis dice: Pastoralis curae me pondere fugere delitescendo voluisse. Anche Gregorio di Tours, X, c. 1, dice soltanto: Cum latibula fugae praepararet, capitur. Ma Giovanni Diacono, I, c. 49, riferisce la leggenda della fuga, e Paolo Diacono, Vita, c. 11, racconta che egli si faceva trasportare entro una cesta e che una colonna di luce indi ne tradiva l’intento.

42.  Evang. Lucae, XXI, 10, 11.

43.  È questa la Omelia prima sugli Evangelî della Edizione dei Benedettini, t. I, p. 1436. Mi presi l’arbitrio di compendiare la predica verso la fine.

44.  S. Gregor. Ep. 2, lib. I. Nelle lettere è usata più spesso l’espressione di sitonicum per annona.

45.  Ep. 3, lib. I.

46.  Ep. 32, lib. II, ind. X. Theodosiani vero, qui hic remanserunt, rogam non accipientes, vix ad murorum quidem custodiam se accomodant. La voce ῥόγα significa donativum o stipendium, ed erogator tesoriere degli stipendi. V. l’Ep. 129, lib. VII, ind. II, indiritta a Donellus erogator.

47.  Hieron. Rubeus, Hist. Ravenn. IV, p. 187.

48.  Paul. Diacon., De Gest. Long., IV, c. 9, e S. Gregor. Praefat. in lib. II super Ezechiel. e l’Omelia sesta.

49.  Dal testo di questa Omelia riunisco soltanto questi frammenti: Ubi enim senatus? ubi jam populus? Contabuerunt ossa; consumptae sunt carnes: omnis in era saecularium dignitatum fastus extinctus est. Quia enim senatus deest, populus interiit — jam vacua ardet Roma.

50.  In qua (urbe) sine magnitudine populi, et sine adjutoriis militum tot annis inter gladios illaesi, deo auctore, servamur. Ep. 23, lib. VIII, Ind. I.

51.  Ep. 43, lib. IV, Ind. XIII.

52.  Ep. 40, lib. V, Ind. XIII. Merita considerazione questo periodo: Et quidem si terrae meae captivitas per quotidiana momenta non excresceret: vi parla una grande coscienza della dignità propria; Gregorio sentiva di essere a capo del paese romano.

53.  Le lettere di Gregorio parlano del Dux Sardiniae (Ep. 46, 47, lib. I), del Dux Arimini (56, I), del Dux Campaniae (12, VIII), del Dux Neapolis (5, XII) ecc.

54.  Nelle vicinanze di Roma, e incaricati puranco di prestarle soccorso, erano Veloce e Maurizio, maestri de’ militi, (Ep. 21, XII, Ind. 7). Più di sovente è fatta menzione di Maestri de’ militi in Sicilia ed in Napoli: 25, XII; 13, 71, 75, VII.

55.  Ep. 129, VII. Ep. 2, VIII, Ind. 3.

56.  Praefectus Urbis Johannes: Ep. 7, VIII: così il già menzionato Gregorio era prefetto della Città. Ep. 40, V.

57.  Georgius Praef. Italiae. Ep. 22, 23, 37, 38, I, 24, XII, c. 1, V. Si noti la espressa distinzione: Excell. Romanum Patricium (cioè l’Esarca) et per emin. Praefectum atque per alios Civitatis suae nobiles viros. — Praef. Africae 37, VIII, Illyrici 21, II, Siciliae 38, II (qui altri Codici scrivono Praetor). Vi contraddice pertanto il Panciroli il quale nella Notitia imp. occid., pag. 115, dice: Italiae serius recuperatae suus Praefectus redditus non invenitur.

58.  Proconsul Italiae (Ep. 20, VIII). Gregorio si lagna col Proconsole che alla Diaconia di Napoli fosse tolta l’annona, e si riferisce a quanto aveva fatto Giovanni suo predecessore nell’officio. È cenno anche di un Proconsul Dalmatiae (Ep. 3. VII). Non avevano dunque anche i Proconsoli cessato di esistere, come il Biondo e il Giannone opinano a torto.

59.  Ep. 30, X: Quia quid passurus sit, exemplo praecedentium non nescimus.

60.  Ep. 51, X, Ind. 3. Al punito, che era colpevole di malversazioni, Gregorio indirizzava una bella lettera di conforto Ep. 31, VIII. Il Baronio compara mirabilmente le relazioni di Gregorio con Leonzio a quelle di Cicerone con Verre.

61.  Epp. 54, 55, 56, 57, 58, VIII.

62.  Felix Contelorius scrisse de Praefecto Urbis (Roma 1631): è lavoro importante per la storia dei Prefetti nei più tardi anni del medio evo; esso apre con bastante ingenuità la serie dei Prefetti antichi da Adamo o da Romolo. A quello scrittore, con maggior cura, ma soltanto fino all’anno 600, succedette il Corsini, de Praefectis Urbis, Pisa 1766. — Trovo che il prefetto Giovanni portava titolo di Palatinus e di Patricius (51, 52, VIII), ed osservo che il titolo di Patricius, più tardi proprio del solo Esarca, era in quel tempo ancora diffuso largamente: Opilio Patricius (Ep. 27, XII), Venantius Patricius (33, I, 42, 43, V), ecc., perfino la moglie di lui si appella Patricia (128, VII), e così la romana Rusticiana. Non parlo del Patricius Galliarum, il cui titolo era allora conferito dai Re franchi (33, II, 17, XII).

63.  Così un Comes privatorum Beator: hic qui quasi comes privatorum dici vult, venisse et multa contra omnes agere. Ep. 26, XI, Ind. 6. — Nella Ep. 29, XII, Gregorio parla dei diversa officia palatii urbis Romae, pei quali raccomanda l’annona.

64.  Il Troya, Osserv. sul Gov. di Roma nel 595 (Nota al Cod. Dip. Long., I, n. 131), s’industria a sostenere la esistenza del Senato. A favor di questa opinione egli osserva (n. 401) che nell’anno 717 entra in corte di Liutprando un Senator filius Albini, nel quale vuol ravvisare un Senator Romanus. Io trovo tuttavia che ancora in sull’anno 874 un Vescovo di Torcelli porta nome di Senatore, del cui titolo si fregiava anche Cassiodoro. Però il Troya respinge l’idea del Savigny che il Decurionato esistesse nelle città italiche ad onta della conquista dei Longobardi, e questo errore fu, dopo di lui, corretto da Carlo Hegel, il quale reputa che la designazione Ordo (Clero, Ordini et Plebi) usitata ai tempi di Gregorio, fosse unicamente una forma dello stile di segreteria, e, dichiarando che per esso debbasi intendere il ceto degli Honorati et Possessores, opina che le Curie, massimamente in questo periodo, fossersi estinte (I, c. 2, della sua Storia della Costituzione dei Municipî).

65.  Il conte Vendettini (Del Senato Rom. I, c. 2) si sforza indarno di affermare che esistesse il Senato ad onta delle parole di questa Omelia, e il Troya appunta di esagerazione i detti di Gregorio. Il Savigny (I, 367, Nota c.) sostiene che nelle Lettere di Gregorio è fatta menzione del Senato; io però in quelle Lettere non rinvenni neppur un passo dove fosse il caso di trovarne motto, fuori di una che parla dell’acclamazione con cui il clero ed il Senato accolsero il simulacro di Foca: io la reputo però un’aggiunta posteriore alla compilazione di quelle Lettere. Senatus deest, populus interiit, dice Gregorio. Supposto pure che qui il deest fosse soltanto un rettoricume come l’interiit, e che quell’ambasceria di senatori avvenuta nell’anno 579 provasse la continuazione del titolo senatorio, ne sarebbe salvo soltanto un nome, non già l’essenza.

66.  La patrizia Rusticiana era emigrata a Bisanzio, e sembra che Gregorio invano abbia invitata la pia e ricca donna a tornarsene a Roma. Qui possedeva dei beni; ed ella consolava sè con pellegrinaggi al monte Sinai, e il Papa con donativi; gli mandava dieci libbre d’oro perchè riscattasse schiavi, e drappi di seta per ornamento della chiesa di san Pietro, pretendendo con ambizione aristocratica che quei tappeti dovessero essere trasportati alla basilica con pompa solenne. Gregorio le scrisse cinque lettere.

67.  Così, nel documento della donazione a san Paolo di alcuni beni, leggiamo i nomi dei Fundi Antonianus, Cassianus, Cornelius, Primianus. Ep. 9, XII, Ind. 7.

68.  Ut quisquis fuisset publicis administrationibus implicatus, ei ad ecclesiasticum venire officium non liceret. Joh. Diacon., Vita S. Gregor. II, c. 16. Gregorio perciò venne in dissenso coll’Imperatore (Ep. 62, 65, II). All’invece si presenta il solo caso di uno che uscisse del chiostro per assumere un officio temporale. Il patrizio Venanzio diventava ex monacho Cancellarius d’Italia, e perciò n’ebbe aspra censura da Gregorio (Ved. l’Ep. 33, I, ed altre lettere a lui indiritte). Già Costantino, nell’anno 320, aveva dovuto promulgare una legge, mercè cui proibiva che quegli sventurati schiavi delle finanze dello Stato, ch’erano i Decurioni, rifuggissero nel sacerdozio (Cod. Theodos. XVI, 2, 3). Del continuo gli Imperatori tentarono con editti d’impedire che gli officiali dello Stato concorressero alle dignità ecclesiastiche.

69.  Al tempo di Gregorio fannosi risalire le publiche lavande dei piedi e i conviti di pellegrini a Pasqua: sono oggidì quelle scenate da teatro, colle quali in Roma si mettono in maschera la povertà e la umiltà cristiana.

70.  Si consultino Joh. Diacon., Vita, II, c. 53, e le numerose lettere di Gregorio a questi suddiaconi.

71.  Ep. 70, lib. I.

72.  Ep. 30, lib. XII, Ind. 7. — Dopo ch’ebbero perduti i patrimonî di Sicilia, i Papi andavano talvolta a cercar cavalli in Francia. Adriano pregava Carlo di spedirgli alcuni «famosi» cavalli, per poter cavalcare con decoro: Tales nobis famosissimos mittite equos, qui ad nostram sessionem facere debeant. Cod. Carol., Ep. LXVII (nel Cenni, LXXXI, p. 440). Per i rapporti colle colonie hanno importanza la Ep. 44, I, Ind. 9, ad Petrum Subd. Sicil., e le altre: IV, 21, Ind. 12; IX, 18, 19, Ind. 2, XIII, 34, Ind. 6. — Il canone in grano è specificato così: Pensionem integram et pensantem ad septuaginta bina persolvant. La prestazione è chiamata pensio (da pensum), talfiata anche burda o burdatio (forse il Bürde, fastello, fascio dei tedeschi?), oppure illatio burdationis. Una imposta sui prodotti del mercato è detta siliquaticum o siliquae; così in Cassiodoro, Var. lib. II, Ep. 30, III, 25. Se un colono prendeva moglie, pagava al Conductor, a titolo di nuptiale commodum, un solidus. — Le massime di Gregorio sono espresse nell’Ep. 44, I: quia nos sacculum ecclesiae ex lucris turpibus non volumus inquinari: aurea sentenza e meritevole che si tragga dall’obblio.

73.  Cenni storici sull’agro Romano dal secolo VIII sino ai giorni nostri, Roma 1855, breve ed utile scrittura colla carta topografica dell’agro romano, di Emilio Pitorri.

74.  Gregorio impiegava il reddito di beni cospicui per alimentare le lampade nella chiesa di san Paolo; erano i possedimenti ad Aquas salvias: Massam quae Aquas Salvias nuncupatur, cum omnibus fundis suis; i. e. Cella vinaria, Antoniano, villa Pertusa in foro Primiano, Cassiano Silonis, Cornelii, Thessalati atque Corneliano. Ep. 14, XIV, Ind. 7. Di tal guisa nella Campagna si salvano dal naufragio i nomi ruinosi di antiche famiglie patrizie. Oggidì ancora la Massa delle acque Salvie colla Victoriola e colla Cesariana è la maggiore nel patrimonio appiense. — Continuava ancora il nome del fiume Almo, come emerge dalla stessa Bolla, che principalmente offre ottime notizie dei dintorni del san Paolo. A destra fuori della porta esisteva allora il convento di monache di santo Stefano, il fondo Pissinianico e la fossa latronis. A sinistra erano i possedimenti del convento di santo Edistio.

75.  Maurizio, intorno al 569, mandava trenta libbre d’oro perchè fossero ripartite fra il clero e i poverelli; e Gregorio (Ep. 2, VIII, Ind. 3) gliene fa quitanza rendendogli grazie. — Ma l’Esarca prendeva denari a prestito dalla Chiesa: Ep. 129, VII, Ind. 2.

76.  Nepe: Ep. 2, XI, Ind. 10. — Napoli: Ep. 24, XII, Ind. 7: Universis militibus Neapolitanis — magnificum virum Constantinum Tribunum custodiae civitatis deputavimus praeesse. Qui ha motivo di giubilare il cardinale Baronio. — Cagliari: Ep. 2, 5, VII, Ind. 2.

77.  Ep. 21, 22, 23, XII. Ind. 7 ai maestri de’ militi Veloce, Maurizio, Vitaliano.

78.  Ep. 41, 42, VII, Ind. 2: Lettera di grazie di Gregorio ad Agilulfo e a Teodolinda.

79.  Ep. 103, VII, Ind. 2, a Teodoro, curatore di Ravenna.

80.  Sui Laurata vedi il Baronio, ad ann. 603, i Benedettini nella annotazione all’Ep. 1, XI, Ind. 6 e il Ducange nel Glossario. — Adriano I scriveva a Costantino e ad Irene: Neque enim quando imperialis vultus et imagines in civitates introducuntur, et obviant judices et plebes cum laudibus, tabulam honorant vel supereffusam cera scripturam, sed figuram imperatoris (nel Labbé, Concil. VII, 758).

81.  Ep. 1, XI, Ind. 6: Venit autem icona suprascriptorum Phocae et Leontiae Augustor. Romam VII Kal. Maii, et acclamatum est eis in Lateranis in basilica Julii ab omni clero et senatu: Exaudi, Christe: Phocae Augusto et Leontiae Augustae Vita. Tunc jussit ipsam iconam Dom. beat. et apostol. Gregorius Papa reponi in oratorio S. Caesarii mar. intra palatium.

82.  Il Bunsen ecc., III, 1, 507, opina che la basilica Julii in Lateranis sia stata l’antico Palazzo e si riporta ad Anast. Vita Sergii I: Basilica domus Juliae, quae campum respicit. A me però avviene di trovare il seguente passo nella Vita s. Vitaliani, dove, di tempi anteriori, si parla della presenza in Roma dell’Imperatore Costante: Venit ad Lateranos et laetus ibidem pransus est in basilica Julii, prova evidente che si discorre di una sala o di un triclinio dell’antico palazzo lateranense.