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Storia di Milano, vol. 3 cover

Storia di Milano, vol. 3

Chapter 20: Disposizione di S. M. I. A. l'imperatore Giuseppe II ai capi de' dipartimenti, sul modo di trattare gli affari pubblici, data in dicembre 1783, prima della sua partenza per l'Italia.
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About This Book

The volume traces Milan's turbulent early modern struggles through sequential chapters that combine political narrative and military chronicle: foreign occupation and campaigns, shifting alliances between papal and imperial authorities, recruitment of mercenaries, and local attempts to restore native rule. It recounts plots by exiles and municipal figures, descriptions of sieges and armed engagements, and the civilian cost of conflict, most strikingly a catastrophic explosion at a principal fortress that caused heavy loss and fueled anti-foreign feeling. Interleaved analysis considers motives behind alliances and the impact of warfare on urban institutions and public life.

Disposizione di S. M. I. A. l'imperatore Giuseppe II ai capi de' dipartimenti, sul modo di trattare gli affari pubblici, data in dicembre 1783, prima della sua partenza per l'Italia.

Sono già tre anni dacchè ho assunto il governo della monarchia, e in questi con non poca fatica, sollecitudine e pazienza ho esposto i miei principii e le mie intenzioni; nè mi sono accontentato di ordinare agli altri, ma ho lavorato io stesso per scoprire e bandire i pregiudizi derivati da inveterate consuetudini. Quindi ho cercato d'insinuare a tutti l'amore che nutro per il bene generale dello Stato.

Ho dato a tutti i capi dei dipartimenti la mia confidenza, e tutta l'autorità sopra i loro subalterni, come pure la scelta dei medesimi. Ho però sempre ricevute le rappresentanze e sentita la verità, che mi è sempre cara, non solo dai presidenti, ma anche dagli altri; e a quest'oggetto sono sempre stato pronto a sentire i loro rapporti e dilucidare i loro dubbi.

Ma oltre di ciò, trovo di mio dovere, per quel vero zelo che in tutte le operazioni ho consacrato al bene dello Stato, di seriamente promuovere l'adempimento di quelle massime e di quegli ordini che non senza mio dolore veggo ancora tanto negletti; dal che ne derivò la necessità di emanare tanti replicati comandi: perchè i capi de' dipartimenti eseguiscono così meccanicamente e servilmente le loro incombenze, che, ben lontani di aver di mira il bene dello Stato e di farlo intendere a chi conviene, altro non fanno che quel puro necessario, che appena basta per non essere processati e deposti dai loro impieghi.

Perciò, chiunque brama continuare nel mio servigio nei dicasteri aulici ed in provincia, come presidente, vice-presidente, cancelliere, consigliere, capitano circolare, intendente, ec., tanto nell'economico, come nel civile o militare, dovrà esattamente uniformarsi ai seguenti miei ordini:

1.º Ciascuno d'ora innanzi, giusta il confidatogli dipartimento, dovrà rilevare nei registri tutte le sovrane Normali e Risoluzioni, raccoglierle e leggerle con quello studio e con quella attenzione che basti per impossessarsi del vero e legittimo loro senso e degli oggetti a cui tendono.

2.º L'esperienza ha già pur troppo provato che non pochi, invece di cercare nelle sovrane Risoluzioni il sostanziale e di penetrarne il vero senso, spiegarlo secondo le massime generali d'equità e sollecitarne l'eseguimento, la prendono in senso opposto, senza domandarne le opportune spiegazioni, e renderne intese le persone che vi potrebbero contribuire; anzi per lo contrario a queste si rilascino istruzioni senza principio, oscure ed inseguibili, non considerando che il sovrano co' suoi ordini palesa semplicemente le sue massime e i suoi sentimenti, e che i dicasteri aulici e provinciali sono espressamente costituiti per meglio spiegare i due voleri, e mettere in pratica tutti quei mezzi che tendono al loro più sollecito ed accurato adempimento. Se a questa indolenza non si ponesse riparo, sarebbe non solamente inutile ma anche assai dannoso all'economia dello Stato il mantenere tanti dicasteri aulici e provinciali, e tanti subalterni a sì gravi spese, non per altro che per produrre maggiori confusioni, ed arrestare piuttosto che promuovere l'amministrazione degli affari. Se dunque i tribunali si tengono alla sola esecuzione materiale, se non agiscono e non accudiscono meglio alle loro funzioni, sarebbe espediente di congedarli, e così risparmiare dei milioni per diminuire le contribuzioni dei sudditi, nel qual caso senza tanti impiegati le relazioni potrebbero essere direttamente rimesse alla corte dai governatori e capitani circolari: quindi, stampati gli ordini sovrani, decidere degl'interessi de' particolari con maggior vantaggio del sistema presente; in forza del quale, dopo una lunga circuizione, ben sovente comparisce un'insipida ed insignificante relazione di un capitano circolare, e questa tal quale viene, dall'aulico dipartimento si rassegna alla corte, senza alcun dettaglio e senza istruzione o spiegazione. Dal medesimo se ne spediscono in provincia le Risoluzioni, cosicchè tutto questo giro ad altro non serve che a perder tempo, e a salariare una truppa di persone per minutare, rivedere, copiare e finalmente soscrivere le carte. Ma se, come spero e seriamente voglio, in avvenire tutti questi individui salariati dalla corte si applicheranno con tutte le loro forze allo studio del loro ufficio, all'eseguimento degli ordini ed allo schiarimento delle loro commissioni, allora il loro numero e il loro soldo sarà opera della sovrana paterna cura, dalla quale ogni individuo della monarchia ne ritrarrà il suo utile e vantaggio.

3.º Da ciò ne segue che ciascun impiegato deve avere un tale interessamento e premura negli affari del suo ufficio, che non deve misurare il suo lavoro a ore, giornate o pagine, ma deve impiegare tutte le sue forze nell'eseguire le sue incombenze come si deve, e come esige il suo giuramento. E quando non avrà incombenze pressanti, allora prenderà quel respiro che le circostanze permetteranno, ma che qualunque sia, gli sarà tanto più dolce qualora sia certo d'aver fatto il suo dovere. Chi non avrà premura per il servizio della patria e de' suoi concittadini, chi non ne procurerà il bene con particolar zelo, questi non è fatto per gl'impieghi pubblici, e non è degno di portare que' titoli onorifici, nè di percepire assegnamenti.

4.º L'interesse proprio è la rovina degli affari ed il delitto più imperdonabile in chi serve lo Stato. Oltre all'avidità del denaro, vi sono anche degli altri riflessi che inducono gl'impiegati a tacere o palliare la verità, a negligentare i proprii doveri, a procrastinare gli affari e ritardare il vero bene. Chiunque è reo di tale delitto, è un soggetto pericoloso nel servizio dello Stato; siccome lo è pure quegli che lo vede il disordine e non lo palesa, e va col reo di concerto per motivi d'interesse e di connivenza. Un presidente che tollera tali mancamenti in un subalterno, è un perfido che non merita alcun riguardo e misericordia; un subalterno che non denunzia un suo superiore mancante in ufficio, tradisce il sovrano e la patria.

5.º Chi serve allo Stato non deve occuparsi in oggetti estranei alla sua carica, in affari personali, in divertimenti che lo distolgano dal suo ufficio principale: quindi non deve puntigliarsi in contese d'autorità, in etichette di cerimoniali o preminenza di rango. Chi opera meglio per ottenere il fine primario, chi è il più zelante, chi sa conservare il miglior ordine tra i suoi subalterni, quegli è il più distinto ed il più rispettabile. Deve ad ogni uomo saggio importar poco se un altro impiegato tratti con lui degli affari piuttosto con l'una o con l'altra delle diverse formalità che si usano nelle cancellerie, se si presenti in abito di cerimonia o di confidenza de' subalterni, essere paziente e indulgente coi deboli e cagionevoli; e siccome non ha da sorpassare come bagattelle le cose sostanziali, così non deve far caso di tutte le minuzie, ma aver di mira l'essenziale in tutti gli affari. Allora insomma sarà degno di presiedere ad un dipartimento, quando saprà presiedere a tutti i subalterni che ne formano i diversi rami.

6.º Siccome è dovere d'ognuno di dare sicure relazioni, e giudicare di tutti i fatti giusta le massime fondamentali, con dire francamente il suo parere, così è pur dovere di ministro dello Stato ch'egli pensi ad abolire gli abusi che impediscono il vero adempimento degli ordini, a scoprire i trasgressori e finalmente a tutto quello ch'è di maggior vantaggio dei suoi concittadini, al servizio dei quali noi siamo tutti destinati. Esige il buon ordine che il subalterno possa produrre il suo parere al suo superiore, il quale deve convenirlo e correggerlo da padre, se s'inganna; ma se trova che il parere del subalterno sia bene appoggiato, deve approfittarne. Ogni presidente sarebbe degno di punizione se si portasse altrimenti, o rigettasse per amor proprio o per capriccio le utili riflessioni de' suoi subalterni, senza far loro giustizia.

7.º Il dovere d'ogni presidente è ch'egli noti tutto l'inutile e superfluo e ne proponga l'abolizione, siccome pure è dovere del subalterno di proporre al suo capo le cose che imbarazzano gli affari, gli allontanano dallo scopo primario, e cagionano scritture inutili con perdita di tempo; affinchè si levino tali impedimenti e non siano inutilmente impiegate le mani di quelli che hanno bisogno del tempo per pensare ad oggetti di maggior importanza.

8.º Siccome il bene non può essere che un solo, cioè quello che forma la felicità generale; siccome tutte le provincie della monarchia formano un solo tutto e collimano ad un sol fine, così debbono cessare fra le provincie, le nazioni e i dipartimenti tutte le gelosie e tutti i pregiudizii, che hanno cagionato tante inutili scritture. Deve essere una massima fissa, che il corpo civile è come il naturale, in cui ogni parte deve contribuire alla salute del tutto e il tutto a quella delle parti: non si deve perciò avere riguardo a nazione o a religione, e come tutti fratelli, in una monarchia uno deve aiutar l'altro.

9.º Falsamente si conoscono, e spesso vengono confuse tra di loro le diverse parti dell'amministrazione, e i doveri che ne risultano. Principiando dal sovrano, si crede che basti per essere più moderato, ch'egli non riguardi la proprietà dello Stato e de' sudditi come sua propria, e non s'immagini che la Provvidenza abbia creati per lui tanti milioni d'uomini: ma deve altresì pensare che appunto egli stesso per servire questi milioni è stato dalla Provvidenza elevato all'eminente suo posto. Tra' ministri poi quello vien creduto di coscienza più delicata, il quale per rendersi grato al suo sovrano non medita che di aumentare il di lui tesoro. Entrambi credono adempire bastevolmente il loro dovere, se considerano l'entrate dello Stato come un interesse che a loro riviene a giusto titolo dallo Stato medesimo, e perciò si danno tutte le pene possibili affinchè l'interesse del suo capitale sia portato al maggior grado. Così lo stato civile considera in tempo di pace il militare, destinato per le conquiste e per allontanare i nemici, come una vera sanguisuga dello stato contribuente; e all'incontro il soldato si crede in diritto di conseguire dal paese il maggior vantaggio. Il doganiere non pensa se non ad aumentare l'entrate delle confidategli finanze, e quello che per conto regio presiede alle miniere, cerca solamente di aumentare il liquefatto metallo e di cavarlo colla minor spesa possibile. Finalmente il giudice si applica solamente a mantenere l'autorità delle leggi e le formalità della giustizia.

Questi sono i principali soggetti che regolano l'amministrazione di uno Stato; ed appunto perchè non pensano che a sè stessi in particolare, e mai al bene in generale, perciò giudicano con massime falsissime del maneggio degli affari.

Lo stato militare è composto di più migliaia di persone formate e mantenute per il bene dello Stato. Il poco di salario che hanno, lo consumano nel paese; il poco che il paese loro somministra in natura, cioè nutrimento, vestiario, ad eccezione di pochi capi, si produce, si manifattura e si fabbrica in paese: anzi il congedo dei soldati procura alle arti e all'agricoltura un maggior numero di mani e le facilitazioni dei matrimoni. Le finanze non vengono da me considerate sotto lo stesso aspetto che vengono prese dal maggior numero; ma lo considero che, siccome le imposizioni e l'uso delle pubbliche entrate dipende dall'arbitrio del sovrano e del dipartimento delle sue finanze, così ogni individuo che ha delle possessioni ed ha mezzi di procurarsi la sussistenza nel paese, non dee confidare con cieca fiducia il suo patrimonio lasciatogli dai parenti o acquistato col suo sudore e industria nelle mani del sovrano; ma al contrario deve soltanto contribuire ciò che è assolutamente necessario per mantenere l'autorità, la sicurezza, l'amministrazione della giustizia, l'interno buon ordine e l'avanzamento di tutti il corpo, del quale ognuno forma una parte. Io credo adunque che, eccettuati i surriferiti oggetti, il monarca non debba prodigare nulla, ma che debba levare le contribuzioni nel modo meno gravoso, e badare al bene dello Stato in tutte le sue parti; ch'egli sia obbligato di render conto a tutti e a ciascuno individuo dell'uso delle finanze, e debba rinunziare perfino alla predilezione verso certe persone, anzi verso gli stessi bisognosi, sebbene sia questa una delle principali virtù di chi è benestante, perchè il sovrano non è che un puro amministratore delle rendite dello Stato; e nel resto, non gli è lecito di soccorrere i bisognosi che col suo proprio patrimonio, in qualità di particolare.

Che se, dopo d'aver provveduto all'esigenza della monarchia in tutte le parti, potesse il principe fare delle riguardevoli diminuzioni nelle imposte, egli è obbligato di farlo, mentre ciascun cittadino non è obbligato di contribuire che per il puro necessario e non per il superfluo dello Stato.

Così un presidente delle dogane deve considerare i dazi come un puro mezzo di regolare il commercio e l'industria nazionale, e deve riflettere che la diminuzione eventuale della finanza daziale viene sicuramente e doppiamente ricompensata, allorchè avrà accresciuti i mezzi dell'interna industria de' sudditi, e promossi i loro vantaggi con giusta distribuzione.

Quindi la mira del presidente di finanze deve solamente tendere a proibire i contrabbandi, e diminuire l'introduzione delle merci forastiere, siccome dannosa al mantenimento dei sudditi. Così il direttore delle miniere deve considerare la produzione de' metalli come una fabbrica nella quale ciascun lavoratore o possessore delle miniere ha il diritto di ritrarne il suo maggiore profitto, senza essere sforzato di rinunziare alla sua propria convenienza per fornire una maggior quantità di metallo o di sale.

Così finalmente il giudice non deve aver di mira tanto la forma, quanto l'esercizio della giustizia; e siccome la parola giustizia comprende in sè la maggior equità, così deve pensare al più sollecito e meno dispendioso servizio dello Stato.

10.º Negli affari dei servizii dello Stato non deve avervi alcuna influenza ne l'inclinazione, nè l'avversione personale: e, in quella guisa che i diversi caratteri e le diverse maniere di pensare nell'umana società non impediscono che gli uni contraggano amicizia con gli altri, così negli affari deve regnarvi l'armonia, e ognuno deve avere per oggetto la loro esatta e fedele esecuzione.

Questo è il dovere de' superiori verso i loro subalterni. Quelli che sono poi in egual rango e carattere fra di loro, devono avere la stessa attività e assiduità negli affari e lavorare insieme d'accordo, senza puntigli di preminenze o d'etichette. Devono trattare frequentemente e convenire fra di loro, e uno instruire l'altro, senza lamentarsi l'uno dell'altro; anzi dimenticarsi di tutto per far avanzare l'affare di cui si tratta. Essi devono scambievolmente perdonarsi le loro debolezze, compatirsi a vicenda, trattarsi da amici e da fratelli, e tutti tendere di conserva al medesimo scopo.

11.º L'amor proprio non deve accecare nissuna persona addetta al servizio dello Stato, in guisa che uno abbia vergogna d'imparare qualche cosa dall'altro, sia suo pari o suo inferiore. La buona riuscita che farà taluno nelle sue operazioni deve far tanto piacere agli altri compagni e confratelli, quanto a lui per aver contribuito alla meta principale, cioè al miglior servizio dello Stato.

12.º La spedizione degli ordini, le domande ed i rapporti che occorreranno da farsi fra i rispettivi uffici, e le risposte non devono essere riservate materialmente, come sinora, per i soli giorni di consiglio, tanto più se si tratta di casi d'importanza; ma quello stimolo che spinge ognuno a fare il suo dovere, deve animarlo ogni giorno senza perdita di tempo.

13.º Essendo un punto essenzialissimo che gli ordini vengano bene intesi e bene eseguiti, e che gl'individui vengano ben conosciuti, giudicati, e impiegati secondo la loro maggiore o minore capacità, perciò ogni anno, ed ogni volta che vi sia sospetto non esservi in qualche provincia il buon ordine, o che vi si operi lentamente o contra il fine proposto, è indispensabile che il signor presidente stesso o un commissario, mandato sul luogo provinciale o al generale comando, esamini le circostanze, provi gli ufficiali impiegati, ascolti ognuno, tolga i disordini, ammonisca tutti, e mi annunzi le risultanti difficoltà d'importanza, e si dimettano dall'impiego que' soggetti che saranno ritrovati incapaci. Nella stessa guisa i governi provinciali dovranno procedere verso i comitati o capitanati circolari, o andando i governatori nel luogo in persona, o mandando un fido commissario ad osservare negli uffici subalterni tutto quello che i dicasteri aulici osservano verso di loro; prendendo massimamente di mira che siano ben tenuti protocolli e ben osservati gli ordini prescritti.

In occasione di tali ricerche specialmente debbono rettificarsi le liste de' buoni diporti degli ufficiali, con rilevare la stima che godono presso il pubblico i diversi impiegati. Nella stessa conformità i comiti o vice-comiti e i capitani circolari debbono invigilare sopra i commissari circolari, e giudici loro sottoposti, e fare la visita ogni anno sul luogo, formando dappertutto la lista de' buoni e perfetti uffiziali, massimamente sopra i due seguenti punti, cioè, se hanno eseguito accuratamente i comandi, e se siano uomini ragionevoli e giusti; giacchè que' signori che non possono amministrare personalmente i loro beni, e perciò debbono affidarsi ai loro prefetti e fattori, facendosi mallevadori delle loro azioni, saranno dalla corte obbligati di congedarsi, qualora si trovino in essi dei disordini.

14.º Ogni buon ufficiale dello Stato ed onesto uomo, in tutti i suoi piani di rettificazione e di miglioramenti, che conducono al ben generale in materia d'imposizione e contribuzioni, deve riflettere ai mezzi più utili, più semplici e economici di promuovere l'azienda; non deve pensare al suo personale interesse e beneficio, proponendo quello che gli è di comodo e rigettando quello che gli è gravoso; ma deve sempre misurarsi giusta il gran principio ch'egli sia un semplice individuo del corpo intiero, che il vantaggio del maggior numero dei sudditi vale più del suo e di ogni particolare, anzi più di quello dello stesso sovrano considerato come persona particolare; deve finalmente riflettere che procurando il comun bene procura anche il suo proprio, e quand'anche non partecipasse dell'utile comune sul principio, ne sarà poi partecipe in séguito.

Queste sono in breve le mie intenzioni, all'eseguimento delle quali mi obbliga il dovere e la persuasione. Io sarò il primo a metterle in pratica sicuramente, ed il proprio mio esempio servirà a comprovare lo realtà delle mie parole. Chi dunque pensa come penso io e come deve pensare un vero servo dello Stato, si dedicherà intieramente al di lui servizio, mettendo da parte ogni particolar riflesso; e allora comprenderà facilmente la forza de' miei principii, e non troverà, come io non la trovo, difficoltà nell'eseguirli.

Quegli però che non aspira se non all'utilità e onorifico annesso al suo impiego, e che considera il servizio dello Stato come una cosa accessoria, farà meglio disimpiegarsi a tempo e rinunciare ad una carica per la quale egli non è fatto e della quale non è degno, essendo necessario per il bene dello Stato di avere un'anima fervorosa, e rinunciare totalmente a sè stesso e ai suoi comodi.

Questo è tutto ciò che trovo opportuno di far sapere a tutti, acciò il tanto essenziale governo dello Stato venga, da ognuno che sarà destinato a promuoverlo, portato alla sua perfezione.

Sign. Giuseppe.