WeRead Powered by ReaderPub
Tempeste cover

Tempeste

Chapter 4: L'INCENDIO DELLA MINIERA
Open in WeRead

Explore more books like this:

About This Book

The collection gathers intense lyric poems that confront poverty, labor disasters, and private suffering, alternating public protest and intimate devotion. Many pieces depict expulsions, mine explosions, strikes, funerals and the daily humiliation of the poor, while others meditate on maternal love, personal strength, memory and spiritual renewal. Natural and urban images—storms, flames, roads, and silent rooms—underscore the urgency of social solidarity and moral resilience, producing a voice that blends social denunciation with intimate tenderness and austere moral passion.

L'INCENDIO DELLA MINIERA

La profonda caverna è a mille metri
Sotto la terra.
Nei pozzi e fra gli scavi, erranti spetri,
Vanno per la prigion che li rinserra
I minatori.
 
Son cinquecento: han lampade e picconi,
Corde e martelli.
D'aspre fatiche indomiti campioni
Son cinquecento, muscolosi e belli
Come guerrieri:
 
Niuno di lor varcò i trent'anni ancora,
E spose e figli
Li attendon là, dove nel sol s'infiora,
Dagli abissi lontano e dai perigli,
Il verde eterno.
 
E via scavando con gigante lena
Van dentro il masso
È la forza plebea che si scatena
Contro la fredda maestà del sasso
Selvaggiamente:
 
E rode, sventra, abbatte, invola, strazia,
Vandalo atroce,
Piovra succhiante che mai non si sazia;
Ma spian gli abissi l'attimo feroce
De la vendetta;
 
E l'attimo suonò.—Scoppia una lampa
Risponde un tuono.
La gran corrente del grisou divampa
Con guizzo orrendo e formidabil suono
Tutto è perduto.
 
Per l'âtre forre e le crollanti vôlte
Fumosa e rossa,
Fra gli urli de le vittime stravolte.
Qual serpe che si snoda in una fossa,
La fiamma sale.

*

Sale e distrugge; e sotto l'immane vampa edace
La profonda caverna diventa una fornace.
Morti e morenti ammucchiansi; si sfasciano le travi;
Son ruggiti di belva giù in fondo ai ciechi scavi,
Son castelli di fiamme, son rimbombi di frane,
È l'inferno che s'apre su quelle teste umane.
Ma soccomber non vogliono i vivi ancora!... avvinto
È il lor corpo a la vita con delirio d'istinto.
E corrono per gli antri, disfatti, scamiciati,
Come dèmoni erranti per abissi infocati,
Con le bluse a brandelli, con l'orbite schizzanti:
S'arrampicano ai muri, convulsi, sanguinanti,
Volendo l'aria, l'aria!... la gaiezza del sole,
La libertà dei venti, il verde delle aiuole,
Dei magnifici azzurri la purezza infinita,
Tutto ciò che è respiro, che è vita, vita, vita!...
Oh, quella vita schiava trascinata nell'ombra,
Trascinata nei pozzi che fumo o polve ingombra,
Quella vita inumana, senza raggio nè fiore,
Quella vita di cieco, quella vita d'orrore,
Essi adesso la vogliono, la vogliono!... E le mani
S'aggrappano a le rocce con movimenti insani
Le bocche cercan aria ed ingoiano fumo:
La terra nera è fatta di sangue e polve un grumo:
Tutto cade e si sfascia, tutto è morte e maceria
Dovunque è la terribile follia de la materia:
La fiamma scende e sale, e folleggia e gavazza,
E sul carnaio infame divampando sghignazza.
D'odio omicida è fatta: e stride a le ruine
Con rabbia insazïata di vincitrice: fine.

*

.... Tutto passò.—Domani, a cento a cento,
Saran portati al sole, informi e muti,
Con tumulti d'angoscia e di spavento
I resti dei caduti:
 
Su le membra staccate e fumiganti
Imprimeran lo stigma del dolore
Mille bocche febbrili e singhiozzanti,
Mille bocche d'amore.
 
Poi, gettata sui carri a la rinfusa,
Fra spiegate bandiere e veli bruni,
La turba funeral sarà rinchiusa
Ne le fosse comuni:
 
Poi, su le fosse, calerà l'oblìo.
Splendide rose e pallidi giacinti
Sorgeran come al bacio d'un Iddio
Dai corpi degli estinti;
 
E steli e spiche di robuste messi
D'umani succhi turgide e superbe;
E nel verde dei mirti e dei cipressi,
Ne l'umidor dell'erbe,
 
Ne l'innocente palpitar dell'ale.
Ne l'ampia folla libera e serena
L'onda rifluirà calda e vitale
De la gioia terrena.
 
.... Ma i figliuoli dei morti, oh, triste, inane
Gente!... cresciuti a stenti ed a squallori,
Diventeranno per un soldo e un pane
Anch'essi minatori.
 
E ad uno ad uno scenderan nell'ombra:
E forse un giorno, dentro i negri scavi
Ne la caverna smisurata e ingombra.
Al suon di colpi gravi,
 
Inciamperan ne l'ossa d'un parente.
Al subito tremor d'intima guerra
Si curveran le fronti, e sordamente
Cadran le picche a terra.
 
.... O razza, o razza conculcata e ignava;
Cui nulla giova l'esser bella e forte,
Se null'altro sai far che darti schiava.
Meglio per te la morte!...
 
Viva l'incendio che bruciando annienta
Le tue lacere vesti e la tua fame,
Viva l'incendio che all'ignoto avventa
Le tue viscere grame;
 
Che, per un'ora almen, su te raccende
La sterile pietà di chi non soffre,
Che fatica e dolor, tutto ti prende,
E pace e sonno t'offre!...
 
Viva l'incendio che al felice, assiso
Di fronte al sole, urlando va: Ti desta:
De' tuoi sogni d'amor lascia il sorriso,
Lascia le sale in festa:
 
Scopriti il capo: al suolo, al suol reclina
Le tremanti ginocchia e il volto smorto:
Sul lavor, tra le fiamme e la ruina,
Il tuo fratello è morto!...

[pg!21]