—Ah!—diss’ella, guardandolo negli occhi.
—Sì mia signora, una corsa fino a Genova. Non si lascia il servizio da un giorno all’altro, come ho fatto io, senza che resti qualche faccenda da terminare. Aspetto oggi stesso una lettera; se non la ricevo, dovrò partire domattina per tempo.—
La contessa Gisella lo guardò ancora, poi chinò gli occhi e la fronte, in atto rassegnato.
—Se non ci vediamo, buon viaggio, signor Maurizio, e possano tutta le cose andare secondo i vostri desiderii.—
Una stretta di mano, lunga e forte, disse a Maurizio ch’egli era stato compreso, e ch’egli aveva ragione.
Capitolo VI.
Sulla montagna.
L’alzata d’ingegno dell’orologio e dell’appuntamento, già vecchia di ventiquattr’ore, ma non adoperata lì per lì, era tornata in buon punto alla mente di Maurizio. Se non l’avesse avuta a mano dal giorno innanzi, certo, scombussolato com’era dalla sgarbatezza del signor generale, non sarebbe riuscito a trovare una gretola. In quella vece, fortunato lui! una bugia preparata tirandone un’altra, quella del viaggio necessario, il signor di Vaussana si ritrovò più presto che non pensasse fuori dell’uscio. Troppo forte, per verità, la sua disperata invenzione, seguita da quella rapidissima fuga. Egli oramai poteva credere fermamente di essere stato per l’ultima volta alla Balma. Infatti, se ne partiva sdegnato, palesemente sdegnato, senza aver preso congedo dal padrone di casa. Ma sì, proprio ci sarebbe voluta l’altra umiliazione di andare ad ossequiare quell’orso bianco! La canizie va rispettata, non si nega; ma ella non pretenda che uno si avvilisca ancora davanti a lei, perdendo il rispetto di sè medesimo.
Maurizio era feroce, uscendo dalla vista del castello. Nondimeno, facendo a gran passi il viale, cercò di padroneggiarsi. A lui marinaio, ed avvezzo agli amari bocconi della disciplina di bordo, la cosa non doveva esser difficile. Ne venne a capo, specie al Castèu, quando gli fu necessario rimanere un paio d’ore, a pranzo, con la sorella Albertina, e davanti alle persone di servizio. Ma la sua tranquillità apparente lo abbandonò, quando egli fu solo nelle sue stanze. Quel generale, che uomo! un vero pazzo da catena. Ed era lui che aveva sentenziato non doversi mai discutere di politica nè di religione, tra uomini? Ma perchè mai c’era cascato in quel modo egli stesso?
Un sospetto s’affacciò alla mente di Maurizio; il sospetto che tutta quella arrabbiatura a freddo fosse stata un pretesto. Se così era, l’orso bianco della Balma poteva anche passare per un uomo di spirito. Ma ugualmente per un uomo avveduto? Maurizio fece il suo esame di coscienza con tutta sincerità. Egli ricordava benissimo di non aver mai detto niente alla contessa Gisella che potesse destar gelosia nel marito. Le sue galanterie erano sempre state di quelle che sono permesse, anzi comandate in società, sotto pena di passare per ignoranti o per ipocriti. Neanche c’era stato il caso di coglierlo in flagrante di lunghe occhiate, di mute adorazioni; quel covare una donna con gli occhi, che alle volte è peggio del farle una dichiarazione, non si poteva certamente rimproverare a lui, che non ne aveva mai avuto il costume, e dal suo riserbo non aveva avuto neanche ragione di dipartirsi alla Balma. La contessa della Bourdigue gli era apparsa bella, anzi bellissima: più bella del vero l’aveva definita dentro di sè, ridendo della sua propria scioccheria. Ma le bellissime donne comandano più ammirazione che non ispirino amore; e l’ammirazione è stato d’animo che non suole durar molto. Si è sgomentati, oppressi, annichiliti da un tale eccesso di bellezza, che non par naturale; e si cerca di sfuggire più presto che si può a quel senso di pena. In lui, del resto, al senso della ammirazione artistica, era sottentrato il rispetto, e al rispetto l’amicizia, quanta può esserne tra un uomo e una donna, ma certamente un’amicizia leale. Provava accanto a lei un sentimento di pace ineffabile; e questo non si poteva scambiare per un sintomo d’amore, no certo. Aggiungete questo: un giorno, involontariamente, come vengono spesso i cattivi pensieri, gli era passato per la testa che ci fosse qualche cosa tra la signora generala e quel buon ragno del capitano Dutolet; e, notate un importantissimo segno, non ci aveva sofferto; solamente si era accontentato di osservare, molto filosoficamente, che tutti i gusti son gusti. Dopo tutto, quella bellissima donna non aveva sposato il generale? non lo aveva voluto lei, il suo zio e tutore, che la precedeva di oltre quarant’anni nella marcia forzata dell’esistenza?
Quanto a sè, conchiudendo, Maurizio non vedeva niente di cui potesse chiamarsi in colpa. Ma proprio niente? E perchè, ad esempio, quella gioia profonda, intensa, che lo aveva tutto penetrato, ad una certa stretta di mano, lunga e forte? Dio mio, era la gioia dell’opera buona in cui erano associati. E perchè quella compassione tanto viva per la miseria dei Feraudi? Gli dovevano premer tanto, i contadini del Martinetto? Gli uomini, di solito (e si parla dei buoni, dei caritatevoli) se la cavano con una abbondante elemosina. E in questa categoria di larghezze spensierate poteva entrare, mettendoci un po’ di buona volontà, il regalo di dugento cinquanta lire al fornaio di San Giorgio. Ma l’ardore, la furia con cui si era adoperato per quella povera gente, come s’avevano da intendere? Qui il signor Maurizio rimase un pochino dubbioso. E quel dubbio gli fece male. Lui innamorato? lui, che aveva giurato di non lasciarsi cogliere mai e poi mai?... Superficiale per deliberato proposito nelle sue relazioni, leggero e volubile per la stessa qualità della scelta, il brillante ufficiale di marina aveva fin allora saputo conciliare la incostanza del cuore con la probità del carattere, non turbando la pace di nessuno, nè la sua. Se di punto in bianco egli si era tanto mutato, il generale aveva avuto ragione ad insospettirsi; si era dimostrato un uomo avveduto, e insieme di spirito, cogliendo quel pretesto della discussione filosofica per levarsi un importuno dai piedi. Ma perchè andarlo a cercare, l’importuno, che non era e non voleva esser tale? Perchè, avuta la prima visita, si era ostinato a voler la seconda, la terza, e via via fino alla ventesima, o giù di lì? Eterna istoria! così fanno tutti, quando si fidano. Si annoiano di esser soli, e cercano compagnia; poi non si fidano più, e d’essere accompagnati si seccano.
Tutto questo ragionamento, se ragionamento può dirsi un simile annaspìo, riusciva a confonderlo sempre più. Frattanto, non sarebbe più ritornato alla Balma; nè, per un certo numero di giorni, avrebbe dovuto pensare al poi. Aveva annunziato un viaggio: quel viaggio bisognava farlo, non foss’altro per muoversi, per isnebbiarsi il cervello. E non già, come aveva detto, la mattina per tempo; ma più tardi, nella giornata, alla vista di tutto San Giorgio, partì per Ventimiglia: giunto là, non volse per Genova, dove non aveva niente da fare, sibbene per Nizza, dove almeno era sicuro di non incontrare amici e conoscenti che gli entrassero della sua dimissione; argomento molesto, e tanto più allora, che di quel colpo di testa incominciava a pentirsi.
Nizza era bella, e Maurizio non voleva negarlo, dopo averlo riconosciuto tante volte. Ma era vuota, Dio santo, fredda e senza luce; il mare d’inchiostro; la via della Stazione un deserto; il Castello un catafalco; la passeggiata degli Inglesi un mortorio. Così tingiamo noi le cose del colore dell’anima nostra. Maurizio si crucciò a Nizza due giorni; il terzo non ci potè più resistere, e allora se ne ritornò a Ventimiglia, ripartendo per San Giorgio in modo da arrivarci nella notte, due ore prima dell’alba, quando tutti dormivano. Dunque innamorato a buono? E dopo essersi messo da sè fuori del paradiso? Sì, gli bisbigliava un demone all’orecchio, sì, come un vero collegiale. No, rispondeva una voce dal fondo dell’anima, come un onest’uomo.
E si chiuse nelle sue stanze, risoluto di lavorare. Avrebbe desiderato di vedere il medico, per sapere qualche cosa della povera Biancolina; ma volle resistere a quel desiderio morboso, non amando lasciarsi vedere in paese. Sapessero poi, o non sapessero, ch’egli era tornato; l’essenziale era di non mettersi in mostra, e di poter dire più tardi dei fatti suoi quel che gli fosse piaciuto. Del resto, se lassù credevano ch’egli fosse in paese, tanto peggio per chi gli aveva usato villanìa: si sarebbe capito, dopo tutto, ch’egli aveva dovuto provvedere in qualche modo, fosse pure con una bugia alla tutela della sua dignità.
Questo medesimo pensiero, cresciuto e fortificato nell’anima sua, gli consigliò dopo qualche giorno di rompere la volontaria clausura. Gli pesava il vivere da schiavo. Schiavo di che, finalmente? Uscì, dunque, ma non per andare in paese: si trafugava di buon mattino dall’uscio dei campi, muovendo spedito verso la montagna. Non si arrisicava dalla parte dell’Aiga; andava dal lato opposto, verso la Sisa, una balza indiavolata, più fatta per camosci che per uomini. Di lassù, dopo due ore di marcia, si scopriva molto orizzonte; inoltre, si vedeva ancora il Martinetto, e più in là, sull’ultimo sporto della costiera boscosa, il castello della Balma.
Nella sua prima ascensione Maurizio aveva portato con sè, da previdente alpinista, il suo binocolo a tre lenti, per campagna, teatro e marina. Ma la vista di lassù era così stupenda per lontananze preziose, che quel piccolo strumento ottico non gli parve bastante. Immaginate voi se non avesse ragione, essendogli occorso di vedere là in fondo, dalla eminenza della Balma, apparire una figura di donna. Poca cosa, per verità; come una chiazza di bianco sul verde, ma su quel bianco una macchia di rosso vivo, che gli rammentava un certo ombrellino. La piccola apparizione muoveva snella verso tramontana; non si vedeva più; si ritornava a vederla; pareva venisse alla volta del Martinetto, poichè non scendeva, nè andava più alta d’una certa zona del bosco.
Maurizio aveva riconosciuto Gisella, e il cuore gli aveva dato un sobbalzo. Si era affrettato a fissare il momento, guardando l’orologio: erano le dieci in punto. La vide così apparire e sparire tre o quattro volte, secondo le sporgenze e le insenature della costiera; poi più nulla, e passò un’ora senza luce; ma dopo quell’ora, sì, no, sì, lei ancora, avviata verso mezzogiorno, per ritornare al castello. Ma era quotidiana, la gita? Il cuore diceva di sì; l’osservazione confermava la divinazione del cuore.
Il giorno dopo, infatti, la graziosa apparizione si ripeteva, alla medesima ora; e questa volta non era più un punto bianco e rosso: era una figura intiera e distinta, veduta come se fosse a cinquanta passi da lui. Maurizio aveva lasciato a casa il binocolo e portato con sè un canocchiale di bordo, specie di telescopio, a tubi scorrenti l’uno nell’altro, per modo che non facesse ingombro tra le mani, nè fosse difficile portarlo ad armacollo. Ah, come la vedeva bene, oramai, la bellissima tra le belle! Graziosa nelle movenze, leggera nel passo, vestita di bianco, ma con certe screziature di rosso; i due colori che le piaceva di accoppiare nel suo vestiario, e che andavano a maraviglia con quella sua figura giovanile; rosso il nastro del suo cappellino di paglia, rosso l’ombrellino che si spandeva come il calice di un bel rosolaccio sulla sua testa dorata; così vedeva egli Gisella, così aveva l’illusione d’esserle ancora vicino.
Tutto ciò dava ogni giorno due ore di occupazione a Maurizio; pensare a quelle due ore, aspettarne il ritorno, erano giocondi uffizi per lui. E senza fallire al suo debito di onest’uomo, perchè amare è permesso, anche quello che non ci appartiene, quando si ami da lontano, come si ama una stella, seguendone il corso nello spazio.
Sempre alle dieci del mattino la vedeva comparire, per tre giorni alla fila. Il quarto giorno gli prese una matta voglia di sapere che cosa accadesse lassù al Martinetto. Andandoci di buon mattino e ritornando prima delle dieci, non c’era pericolo che incontrasse Gisella. Così tranquillo su quel punto capitale, uscì di casa muovendo verso l’Aiga; di là, senza procedere più oltre verso la Balma, salì la montagna per raggiungere la cascata superiore, quella che veramente prendeva nome dal Martinetto.
La gran massa d’acqua scendeva giù per una piega naturale del monte, che essa aveva aiutato a rendere più profonda, nella notte dei secoli: veniva di molto lontano, e Maurizio, che pure da fanciullo aveva corsi e ricorsi quei greppi, non ne conosceva la scaturigine. Questo egli rammentava, che l’acqua attraversava un gran prato, uno di quei prati alpini così verdi, vestiti qua e là da ciuffi di rododendri, e che all’estremità di quel prato si rovesciava giù da una rupe. L’accoglieva una prima conca, poi una seconda, da dove ribollendo e spumando s’inabissava a forse quaranta metri più sotto, venendo a far girare la ruota di un mulino poco sopra il paese di San Giorgio. Per quel mulino, naturalmente, era troppa; ne bastava una derivazione, ottenuta dall’arte: e il canale che serviva al mulino, e il resto della cascata, si ricongiungevano a poca distanza dal Castèu, per venire a traversare il paese, e far pensare di tanto in tanto ai suoi abitanti che una simile ricchezza d’acqua si sarebbe potuta sfruttare benissimo, impiantando a San Giorgio uno stabilimento idroterapico, che sarebbe stato il decoro della valle e la fortuna di cinquecento famiglie, a dir poco.
Lo stabilimento idroterapico è la solita storia con cui si va guastando, magari in sogno, la cara poesia della montagna, tirando lassù, insieme coi nostri acciacchi, le nostre malinconie, le nostre miserie fisiche e le nostre miserie intellettuali. Per fortuna, non ci son sempre i capitalisti lì pronti per tradurre i sogni in realtà.
L’Aiga, nondimeno, aveva trovato in altri tempi il suo capitalista, uomo pratico, che era salito su quella balza a impiantarvi un martinetto. Si chiamava, e tutt’ora si chiama con questo nome, nelle regioni montuose dell’Italia superiore, il maglio delle ferriere; donde avevano spesso il nome di martinetto le ferriere medesime. Mosso ordinariamente dalla forza dell’acqua, il martinetto battendo sull’incudine la ferraccia arroventata, la modellava via via, la spianava, la stendeva, la foggiava in ispranghe, per uso dei fabbri. Innanzi la scoperta del vapore e il minor costo delle sue applicazioni, erano i martinetti assai più numerosi; e per foggiare il ferro, come per lavorare nelle cartiere e nelle gualchiere, ne sorgevano dovunque scorresse un bel volume d’acqua perenne. Ma generalmente oramai, e più per il ferro, i martinetti ad acqua han persa la lite: dove la scarsezza progressiva, del combustibile necessario all’arroventatura, dove il rinvilìo del minerale del ferro e la concorrenza delle migliori qualità hanno dato la prevalenza alle ferriere dell’Europa settentrionale. Per una di queste cagioni, se non forse per parecchie, era andato in rovina il martinetto di San Giorgio.
Qualcheduno dei proprietarii che si erano succeduti lassù aveva azzeccato il suo quarto d’ora di poesia, facendo sorgere alquanto più su ed alle spalle dell’officina un belvedere, specie di torrione piantato sull’orlo dell’abisso, con la sua piattaforma circondata di merli e con un lungo sedile corrente all’ingiro. Si giungeva lassù passando attraverso una macchia di nocciuoli, dove era stato certamente da principio un sentiero; ma la traccia di questo era sparita oramai, cancellata da quella gran nemica d’ogni arte che è la santa madre natura. Noi ordiniamo, ed essa confonde; i nostri muriccioli si veston d’edera e di lucertole; i nostri andarini sabbiosi, le nostre redole fatte a musaico di sassolini a due tinte, si sfasciano sotto le piogge equinoziali; i bei prati di fieno inglese son dati in governo alla gramigna, e la sterpaglia riprende ben presto i suoi diritti dove noi avevamo ripulito col sarchiello, raddrizzato col traguardo e livellato con la tavoletta pretoria. Santa madre natura, che Iddio continui a benedirvi! Perchè non si lascia intieramente a voi la cura di foggiare i nostri parchi, di svariare i nostri giardini? Qualche volta, non c’è che dire, voi fate meno bello dei nostri architetti; per contro, fate sempre più grande.
Il belvedere del Martinetto si poteva scorgere dall’altra sponda della cascata; era invisibile dalla macchia, ed anche a chi ne conosceva l’esistenza non riusciva troppo facile di ritrovarlo. Maurizio, che si era inerpicato in altri tempi lassù, con la matta e spesso pericolosa curiosità dei ragazzi, stentò ad orientarsi in quel folto di rami. L’orrida bellezza del luogo lo ricompensò largamente della fatica durata. Trovò il belvedere, i sedili, la merlata, un po’ in rovina per verità, ma fresche e vive le sue ricordanze, all’ombra di quel fogliame diffuso sulla piattaforma e sull’abisso rumoreggiante lì presso.
Pagato il tributo ai ricordi, Maurizio lasciò la piattaforma del torrione, e per la macchia dei nocciuoli discese verso il Martinetto. Una parte del fabbricato era andata in rovina; solo dall’altro lato ne rimaneva in piedi un’ala, convertita in abitazione colonica. Laggiù vivevano i poveri fittaiuoli del Pinaia, avendo davanti a sè quel magro podere e quei pascoli per cui dovevano pagare cinquecento lire ogni anno al fornaio arpagone di San Giorgio. Compiuto il giro della vasta rovina, Maurizio riuscì sull’aia che si stendeva davanti alla casa.
Due piccole vite si agitavano, ognuna a modo suo su quell’aia. Un ragazzetto si trastullava facendo correre l’una dietro l’altra alcune pallottoline di porcellana e di vetro colorato, lungo certi solchi che aveva scavati nel battuto: immagine di più faticose cure che gli sarebbero toccate da grande. Una bella tombolina, seduta con molta gravità su d’un gradino dell’uscio, abbracciava due bambole, niente di meno; una fatta di cenci, affagottata, sudicia, che non aveva più figura umana, e forse non l’aveva avuta mai; l’altra di legno, sfarzosamente vestita, con le guance paffute e rosse, gli occhi di smalto e una bella zazzeretta di ricciolini biondi: tutt’e due le teneva ben strette al seno, ammirando l’una, non sapendo spiccarsi dall’altra; simbolo e promessa di una maternità che non avrebbe fatto differenza tra le sue creature, se anco si fossero spartite in mostri e bellezze.
Maurizio accarezzò i bimbi ed entrò nel tugurio, dove trovò seduta di contro all’uscio, a soleggiarsi un poco, una donna ancor giovane, dal viso pallido, ma dall’occhio vivace, in aspetto di convalescente. Ci voleva poco a capire che quella era Biancolina, la povera donna per cui tanta inquietudine aveva regnato alla Balma.
—Ah!—esclamò la donna, alzandosi a mezzo.—Lo avevo ben detto io, che sareste venuto a vedermi una volta.
—Certamente: siete il signor Maurizio. Vi ho veduto una volta passare di là sotto. Mio marito mi ha detto: quello è il signore del Castèu, che s’incammina alla Balma.—
Diavoli di contadini! vedono tutto, loro; niente sfugge ai loro occhi di ramarro. Anche in luoghi così deserti, i passi del signor Maurizio erano dunque osservati? Ma sì: e se gli scriccioli, i merli, i passeri solitarii avessero avuto il dono della parola, si sarebbe sentito dire da molti cespugli: ecco il signore del Castèu, che s’incammina alla Balma.
Il signor Maurizio lasciò cadere l’allusione, e domandò notizie della salute. Non era quasi da domandarne; si vedeva la guarigione avviata. Biancolina era tuttavia un po’ debole; della qual cosa si tormentava, pensando che il suo uomo era costretto a far lui tante cose che prima erano fatte da lei, come ad esempio mungere il latte e portarlo in paese. Quanto alle piccole faccende di casa, veniva tutti i giorni una brava donna dal mulino di sotto; e di questo la convalescente rendeva grazie al signor Maurizio, che le aveva procurato l’aiuto.
—Ma io non ne so nulla; io non c’entro;—rispose Maurizio, schermendosi.
—Sì, sì, così dice la mano destra della gente di cuore, quando la sinistra ha fatto l’elemosina;—ribattè Biancolina.—Ma io so tutto, e della donna e del medico che siete corso a cercare per me; so tutto io; ci ho l’angelo custode che mi avverte di tutto. Non lo credete, signor Maurizio? Ed è un bell’angelo, sapete, con certi capelli d’oro filato, con certi occhi che paion diamanti. Ma lasciamo star l’angelo; io non saprò mai come ringraziar voi, che siete tanto buono coi poveri. Ma se Dio ascolta le mie preghiere, egli vi farà contento di tutto quello che potete desiderare. Rosina! Vittorio!—gridò la donna, interrompendo il suo discorsetto.—Non vi spingete troppo addosso a questo bel signore tanto buono. Non vedete che gli levate l’aria dattorno?
—Lasciateli fare, lasciateli fare, Biancolina. Io amo i bambini. A te piccina; quale delle tue bambole mi vuoi dare in moglie?—
La bambina rise, come una mamma che avesse due figliuole da collocare. Ma era una mamma di sei anni, e non aveva nessuna idea delle convenienze; e ridendo offerse tutt’e due le figliuole. Maurizio baciò quella mamma, e costituì una dote alle figliuole, in due belle monete d’argento; poi, per non far nascer gelosie, ne diede altre due al ragazzetto, ma senza bacio; un amichevole buffetto ne tenne le veci. E la ragione del diverso trattamento c’era; luccicava tra il labbro superiore ed il naso di quel piccolo sbadato.
—È ben fresca, questa bambola!—disse Maurizio, per dar sulla voce a Biancolina, che voleva ringraziare.—Pare comperata ieri.
—Infatti, l’ha portata ieri a Rosina la buona fata della Balma, insieme con le pallottoline per Vittorio. Voi la vedrete fra poco, la buona fata, l’angelo di questa casa.—
Maurizio guardò l’orologio. Erano appena le otto, ed egli respirò. Tra due ore sarebbe venuta la buona fata, ed egli non sarebbe stato più di mezz’ora lassù.
Intanto la donna proseguiva:
—Per oggi mi ha promesso di venir prima del solito. Non istarà più molto a comparire laggiù, tra quelle due piante di rovere.—
Maurizio fremette. Si era affrettato troppo a respirare. Stette ancora due o tre minuti, ma proprio sulle spine. Ed era per alzarsi, col pretesto di aver molto da fare; quando i bambini, che poc’anzi erano tornati sull’aia a guardar la belle monete d’argento al sole, accorsero gridando:
—La signora! la signora!—
Un ombrellino rosso apparve laggiù, fra mezzo ai due roveri. Non c’era più tempo a pretesti; era impossibile la fuga.
Capitolo VII.
L’idillio del Martinetto.
Profondamente turbato, Maurizio rimase là, con gli occhi fissi in quel punto luminoso che gli appariva nel vano dell’uscio, e con un sorriso impresso, suggellato sulle labbra.
Un grido di gioia infantile, scoppiato a mezzo dell’aia, lo salutò. Gisella aveva riconosciuto Maurizio. Affrettando il passo, la grande bambina ebbe l’aria di accingersi a spiccare un volo verso di lui, come se volesse gettarsi nelle braccia d’un fratello non più veduto da lungo tempo.
—Ah, lo dicevo ben io, che m’aspettava una novità al Martinetto;—gridò ella, stendendo la mano a Maurizio e fissando in lui i suoi belli occhi incantati.—Poc’anzi, di là dal Fontan, ho incontrato un bel serpente, che se ne stava arrotolato come un braccialetto intorno alla punta di un masso e mi guardava coi suoi occhietti maliziosi. Non aveva paura di me; ed io non l’ho avuta di lui.
—Signora....—mormorò Maurizio sgomentato.
—Perchè avrei dovuto averne?—ripigliò la contessa.—Vedere un serpente è di buon augurio; significa incontro inaspettato.—
Maurizio aveva vinto quel primo sentimento di paura, e sorrideva, tentennando la testa.
—Ecco,—diss’ella,—io so bene che cosa significhi il vostro sorriso. Se fosse stato un boa, o un serpente a sonagli, non è vero? Ma qui non ci sono serpenti a sonagli, nè boa; non si tratta che di povere bisce inoffensive, e il buon augurio rimane. Del resto, non si è avverato? Ma vediamo prima di tutto questa buona Biancolina. Come va?
—Bene, signora; di bene in meglio: ho dormito tutto d’un sonno.
—E mangiato?
—No, per aspettarvi. Non mi avete detto ieri che volevate far colazione al Martinetto?
—Certamente ed ecco qua il mio tributo di provvigioni; il poco che ho potuto portare nella mia bisaccia, che non è quella dei frati cappuccini.—
Così dicendo, si toglieva d’armacollo una borsa e l’apriva sulla tavola, cavandone dei piccoli panini dorati, un cartoccio di biscottini, e un secchiolino di legno ermeticamente chiuso alla bocca.
I ragazzi si erano appiccicati agli orli della tavola, per essere ai primi posti; ed anche allungavano le mani, per carezzare, se non a dirittura per prendere.
—Vedere e non toccare, bambini; almeno per ora;—disse Gisella.—Ma che cosa vedo, signor Vittorio? che cosa vi ho raccomandato ancora ieri mattina?—
Il ragazzo si fece rosso in volto come una fragola, e scappò via lesto lesto. Due minuti dopo ritornava con la faccia umida, ma, a Dio piacendo, abbastanza pulita.
—Va bene, così; la faccia ha da esser sempre netta e tersa come uno specchio, mi capite?—riprese la signora, mescolando gli ammonimenti alle lodi.—Prendete esempio dalla vostra sorellina, che è sempre così linda.
—Ah, non tanto, signora, non tanto!—esclamò Biancolina.
—Eh, dico in paragone di suo fratello;—rispose Gisella.—Del resto, a quell’età non si può e non si deve pretender troppo. L’essenziale è di non lasciar mancare gli avvertimenti. Che cosa avete preparato, Biancolina?
—Le uova fresche, il latte, il burro, tutto quel poco che abbiamo.
—E il resto l’ho portato io, compreso il caffè fresco e lo zucchero. Ora a noi; il fuoco è già acceso, come vedo. Signor Maurizio aiutatemi. Prendete il latte; è laggiù nella madia, in quel mastello coperto; e riempitene il bricco che è là sulla cappa del cammino. Il più grande, intendiamoci; l’altro lo metterete al fuoco, dopo averlo riempito d’acqua. No, no, Biancolina, state lì, voi;—soggiunse Gisella, non permettendo che la convalescente si occupasse di nulla.—Vogliamo far tutto noi altri.—
Maurizio era entrato con molta gravità, ed anche con bastante intelligenza, nelle sue funzioni di sottocuoco. Gisella, frattanto, con la diligenza e la sveltezza delle buone massaie, apparecchiava la tavola. Sapeva, o indovinava, dove fosse ogni cosa. Presa una tovaglia, la spiegava e la stendeva sul piano, mettendovi poi su i tovagliuoli, rozzi come la tovaglia, ma bianchi e freschi di bucato com’essa. Poscia accanto ai tovagliuoli dispose piatti e bicchieri, aggiungendo i panini che aveva portati con sè.
—Ho fatto bene a largheggiare nel numero,—diss’ella, lodandosi un poco.—Presentivo ancor io che avremmo avuto una bocca di più. Ora alle posate; saran qui nel cassetto. Bene, è anche qui il pan bigio, che mi piace tanto. Lo faremo a fette, per istenderci il miele. A voi, Maurizio; un coltello, e apritemi questa secchiolina.
—Non farò schizzare il miele?—domandò Maurizio, introducendo la punta del coltello sotto l’orlo del coperchio.
—Eh via, con un po’ di grazia! Del resto, mi pare che diciate per celia. Vedo bene che faremo di voi qualche cosa.—
Appena il bricco dell’acqua calda levò il bollore, Gisella andò a versarci dentro il suo caffè in polvere. Un buon odore aromatico si diffuse per la cucina, che era sala da pranzo, anticamera e salotto ad un tempo.
—Riuscirà un caffè alla turca;—notò Gisella, ridendo.—Piace a voi, Mau.... signor Maurizio?
—Certamente, è migliore;—rispose il signor Maurizio, dolcemente solleticato da quel Mau.... senza signore. Gisella si era pentita, ma tardi; già due minuti prima, senza avvedersene, lo aveva chiamato Maurizio senz’altro.
Cinque o sei minuti dopo, era ogni cosa, all’ordine, perfino le uova, gittate nel paiuolo dell’acqua bollente. Quelle uova a bere furono il principio della colazione; fresche, eccellenti, sorbite con grande facilità da Maurizio e Gisella, con un po’ più di lentezza da Biancolina, non senza guai per la tovaglia da Rosina e da Vittorio, che riuscirono anche ad impiastricciarsi la faccia. Fu un’impresa non lieve per Gisella il ripulirli a dovere. I due bambini tendevano per altro di buona voglia il musino a quella graziosa mamma improvvisata, ben sapendo che non voleva veder volti insudiciati.
—Ah, la buona menagère!—esclamò Biancolina.—Peccato che non ne abbiate dei vostri.
—Che! non è forse meglio così?—rispose Gisella.—Per amare i bambini non è necessario averne dei proprii, ed ogni opinione contraria non muove che da un inavvertito sentimento di egoismo. Io li amo, perchè son creature innocenti, e non perchè mi debbano appartenere. Quando vedo una bella aurora, l’amerò forse meno, perchè non è mia? l’amerei più, se fosse mia? Idee false, mia cara Biancolina, idee false, quando crediamo che per amar bene i bambini dobbiamo averne dei nostri. False almeno—soggiunse Gisella,—per una certa classe di persone; ad esempio per me. So bene che per voi, se non ne aveste, sarebbe una pena, non potendo amare e proteggere i miei. Ma io posso, come vedete, amare i vostri, proteggerli anche, ed averne il diritto, solo che io sappia metterci un pochino di buona grazia.
—Un pochino!—esclamò Biancolina, ridendo.
—Ebbene, diciamo anche molto,—replicò Gisella,—purchè mi vogliate bene. Son felice di essere amata; solo a questo patto è buona la vita.—
Maurizio stava a sentire, attonito, sbalordito, ma non da quelle parole, a cui del resto prestava poca attenzione, contentandosi di gustarne la musica. Non poteva credere a sè stesso, non riusciva a capacitarsi com’ella fosse là, davanti a lui, come egli si trovasse a tanta festa, che non s’era aspettata, e che non intendeva per qual miracolo gli fosse venuta: In che modo aveva potuto la contessa Gisella capitare a quell’ora mattutina sulla montagna? e come poteva con tanta facilità rimanere lassù, accanto a lui? Ma non era ancor tutto; e d’altro doveva maravigliarsi tra poco.
—Signor Maurizio,—gli diss’ella ad un tratto, rivolgendosi a lui,—sono contenta di avervi trovato, perchè facevo conto di venirvi a cercare, questa mattina per l’appunto. Già, non mi fate quel viso.... appena bevuto il latte e sorbite le uova del Martinetto, volevo calare al Castèu, che è così bello.... tanto bello, che me ne è rimasto un gran desiderio negli occhi.
—Signora....—balbettò Maurizio,—ci potete venir sempre.
—E infatti così farò. Avevo bisogno di voi, per una faccenda che mi preme moltissimo; e si tratterà d’un discorso un po’ lungo. Ma non vi spaventate, ve ne prego; altrimenti non saprò più da dove incominciare. Sarei venuta sola, per un sentiero che non conosco. Voi siete qui, per fortuna; verrò dunque al Castèu in vostra compagnia, e avrò il vantaggio d’imparare la strada.
—Sono ai vostri ordini,—disse Maurizio.
La colazione era finita, e Gisella si alzò.
—Te ne vai, madama?—gridò Rosina, aggrappandosi alla gonna di Gisella.
—No, cara; cioè, sì, ma per ritornare fra poco. Infatti,—soggiunse ella,—non voglio attraversare il paese, su quei lastroni sconnessi. Anche quassù ci sono dei brutti passi, ma non tanti; e poi non c’è pericolo d’ingoiar polvere, come laggiù. Ritornerò dunque per di qua, e vedrò ancora la mia Biancolina, coi suoi cari ragazzi. Non partirò per altro, senza aver bevuto un sorso d’acqua fresca. Animo, signor Maurizio; prendete quella secchia; si va alla fontana: io porto il bicchiere.—
Maurizio si armò della secchia di rame, che era stato pronto a spiccar dall’arpione. In verità, si poteva farne qualche cosa, di quell’uomo, sebbene in quel giorno capisse poco. Ed anche si avviò difilato alla fontana, specie di fossatello scavato al piede d’un masso e mezzo coperto da un arco di fabbrica, che era facile di vedere da un lato del piazzale, dalla parte della montagna. Quell’acqua doveva essere una derivazione della grande cascata, che rumoreggiava un cinquecento passi più in là. Maurizio attinse l’acqua; Gisella mise il bicchiere nella secchia, e bevve a larghe sorsate il fresco umor cristallino, mentre egli stava immobile contemplando la candida gola tesa della sua graziosa vicina. Gisella era un fior di bellezza, di salute, di buon umore, di astuzia garbata. Come lo guatava, infatti, come lo guatava di sbieco, con la coda dell’occhio malizioso, mentre teneva alto il mento e quella bianca gola scoperta! Ma ad un certo punto le venne da ridere, e fu lì lì per ispruzzar l’acqua in aria.
—Badate!—diss’ella.—Mi farete far la figura di un mascherone da fontana.
—In che modo?—chiese Maurizio trasognato.
—Ma sì, con quella vostra faccia d’uomo che non capisce....
—Ebbene, se non capite ora, capirete poi. Perchè tanta fretta? Non sarò mica tanto crudele da ricusarvi i miei lumi superiori.—
Maurizio intese che il meglio era di non lambiccarsi il cervello. Perchè almanaccar tanto, e fantasticare intorno alle cose che si dovranno conoscer poi appuntino? Prese il bicchiere che Gisella gli offriva, e bevve a sua volta, ma senza aver l’aria di notare la cortesia grande e di farne le meraviglie; poi riportò tranquillamente ogni cosa in cucina. Poco stante, salutata la Biancolina e accarezzati i bambini, si avviò con Gisella verso il balzo dell’Aiga; la stessa strada per cui era venuto.
Andarono per un tratto in silenzio. Gisella, passava di là per la prima volta, e guardava la rovina del lungo fabbricato con curiosa attenzione.
—Che cos’era tutto ciò?—chiese ella a Maurizio.
—Un martinetto, signora; una grande fucina per raffinare il ferro. Qui, per l’appunto, era la ruota che metteva in movimento il maglio.
—La ruota! ma l’acqua è ancora molto lontana.
—Sì, la cascata è un trecento passi più in là. Ma l’acqua da far girare una ruota dev’essere di un volume determinato; bisogna dunque derivarne la quantità necessaria. Vedete infatti quel canale, mezzo coperto di sterpi; quello portava l’acqua. Lassù, dietro quella balza, era la presa dell’acqua. Volete che andiamo a vedere?
—Perchè no? è un luogo tanto bello!—
Risalirono la costiera, andando egli innanzi, per metterla in istrada. Non era quello il sentiero che doveva avvicinarli al Castèu: ma il signor Maurizio non pensava più affatto al Castèu. Così risalendo, giunsero davanti alla macchia dei nocciuoli.
—Che bell’angolo di mondo è mai questo!—esclamò Gisella, fermandosi in contemplazione.—Si sente anche lo strepito della cascata. Ma l’acqua non si vede.
—Se vi fidate di entrare in questa macchia, c’è là dietro un buon posto e molto sicuro per ammirar la cascata, forse nel suo punto più bello.
—Perchè non mi fiderei, col signor Maurizio per guida?—diss’ella, avanzandosi risoluta.
Maurizio abbrancò i rami che gli vennero primi alle mani, e fece largo alla signora in mezzo a quel folto, dove ambedue si ritrovarono chiusi. Ella s’inoltrava quanto permettevano via via le bracciate del suo compagno, e rideva.
—Siamo prigionieri nella selva incantata;—diceva.
—Un po’ di pazienza, signora;—rispondeva Maurizio.—Ancora una ventina di passi, e riusciremo alla luce.—
Egli intanto si lodava in cuor suo di aver fatta quella strada due ore prima. Se nella mattina non avesse ceduto al primo impulso di rivedere il torrione dei suoi ricordi infantili, certamente non avrebbe osato allora di condurre la contessa Gisella a metter piede in quella fratta. Ed ebbe a parerle di sicuro la più esperta delle guide di montagna, poichè per l’appunto una ventina di passi più in là finiva la macchia dei nocciuoli, e davanti alla contessa si schiudeva l’ingresso di una piattaforma merlata.
—Nuovo! che cos’è?
—Un belvedere, signora. Di laggiù si presenta come un torrione, di quassù come un terrazzo.—
Gisella seguì Maurizio sulla piattaforma, guardandosi intorno ammirata.
—Bello, bello, questo nido nel verde! Buon giorno, cardellini, lucherini, o che altro vi siate;—gridò ella ad uno sciame di uccelletti, che spulezzavano dalla frappa.—E questo bel sedile a cerchio? vedete che idea meravigliosa!—
Il fragore delle acque cadenti era un po’ forte, per verità; pareva che dovesse spegnere le parole in bocca. Gisella si affacciò alla merlata per vedere l’abisso; ma subito si trasse indietro. Lo spettacolo era stupendo, ma dava anche il capogiro.
—Sediamo;—diss’ella;—tanto, abbiamo da discorrere.
—Sediamo;—rispose Maurizio;—sarà meglio qui che al Castèu. Ma proprio sareste venuta questa mattina laggiù?
—Certamente. Avevo da chiedervi un favore.
—Potevate scrivermi.
—E voi rispondermi una bella lettera, compassata, cortese, ma fredda, non è vero? Ci avrei fatto un bel guadagno! No, niente lettera, andiamo noi. Non c’era che un pericolo: che foste partito nella mattina.
—Oh, non ho più occasione di muovermi,—disse Maurizio,—dopo il viaggio che ho fatto.... il giorno che avevo annunziato.
—Il gran viaggio di tre giorni!—esclamò ella, sorridendo maliziosamente.—E ne siete ritornato di nottetempo, come un malfattore, per chiudervi in casa, per nascondervi ad ogni vivente. Ma non così bene, che io non lo sapessi. Uscivate soltanto per prendere il sentiero dei monti; anche questo sapevo. Che vi pare? che io non ci abbia una buona polizia? Molte cose ho saputo, signor Maurizio; e per una tra tante posso e voglio dirvi: siatemi amico; qua la mano, che io vi esprima in una stretta buona e fraterna tutta la mia gratitudine.
—Gratitudine! di che?
—Di aver pagato ad un padrone esoso il semestre di quella povera gente laggiù.
—Io?...—balbettò Maurizio, confuso.
—Sì, ditemi ancora che non è vero.
—E non lo negherò. Ma come lo sapete voi?
—Ah!—gridò ella, battendo allegramente le palme.—Non lo sapevo, quantunque mi paresse di averlo indovinato; non lo sapevo ancora, e adesso lo so. Già, non potevate essere che voi; ed io quasi mi vergogno di essere stata in dubbio un momento. Figuratevi, l’altro giorno ero andata in paese.... sperando anche un pochettino d’incontrarvi; ma siamo giusti, non ero scesa per voi; volevo vedere il signor Pinaia, indegnissimo proprietario del Martinetto, e probabilmente di questo bel nido nel verde; volevo vederlo, dico, per ottener da lui che aspettasse ancora qualche settimana a rientrare nel suo avere. Il povero Feraudi, gli soggiungevo, avrebbe venduta la sua ultima mucca, per soddisfarlo. Non occorre, mi rispose il Pinaia, sono stato pagato; serbi la mucca per un altro semestre, se non riuscirà neanche allora ad avere la somma necessaria. Ora, vedete, signor Maurizio, quella povera gente s’immagina che sia stata io, la benefattrice, ed io non posso lasciarle credere quel che non è; vi chiedo dunque il permesso di dire chi è stato.
—No, non ve lo posso concedere.
—E se me lo prendessi.... per caso, non mi guardereste più in viso?
—No, vi scongiuro, non dite nulla. Più tardi, se mai; ci sarà sempre tempo. I ringraziamenti mi opprimono. Notate che quel giorno ero andato ancor io dal Pinaia coll’idea di ottenere una proroga. Il Pinaia mi rispose male, ed io allora, stizzito, pagai; ma invitandolo a non dire il mio nome.
—E non lo ha detto, signor Maurizio. «Sono stato pagato»; furono queste le sue precise parole, e non volle aggiungere di più. Dunque, signor Maurizio, voi siete stato tanto buono; e non mi dite che i ringraziamenti vi opprimono, perchè voglio esservi grata io, che avrei pagato tanto volentieri il signor Pinaia. Ma io non avevo quella somma; avrei dovuto domandarla, essendo en puissance de mari, e non potendo disporre di nulla, neanche del mio, senza farne richiesta, senza darne notizia. So bene che avrei ottenuto; ma per tante ragioni non mi piaceva di chiedere. Quante cose che una donna non può fare! E come sarei insorta, come mi sarei ribellata, quel giorno che voi siete partito da casa nostra! Perchè avevate ragione, Maurizio, e niente giustificava quella mala risposta.
—Non parliamo di ciò, ve ne prego;—diss’egli.—Io ho inghiottita l’offesa: se ho dovuto in qualche modo provvedere alla mia dignità, credete che ciò non fu senza mia pena, e grandissima. Io piuttosto credevo che quella sfuriata a proposito di opinioni filosofiche dissimulasse un altro sentimento, la noia di vedermi in casa sua.
—Qui v’ingannate, non c’è nulla di questo. Lo avete contradetto nelle sue opinioni scientifiche, e ciò lo ha fatto andar fuori. È il suo tallone d’Achille. Egli si chiama Ettore, per verità; ma non ha meno, per questo, il suo punto vulnerabile. Guai a toccarlo sulla filosofia positiva. Ora, di aver passato il segno è convinto anche lui. Il primo giorno stette grosso con tutti; il secondo parlò a monosillabi; il terzo, non so più a qual proposito, uscì in questa confessione: «Ho il vizio di lasciarmi portare dall’impeto della passione, e il sentir troppo non è scusa valevole: un giorno o l’altro mi schiaffeggerò».—
Maurizio non ebbe neanche la forza di sorridere alla frase che esprimeva in forma così comica un pentimento. L’immagine di quell’uomo gli tornava incresciosa; e da parecchie ore l’aveva costantemente negli occhi.
—Come avete potuto,—diss’egli,—uscir così presto di casa?
—Ah, se ci fosse lui, mi sarebbe stato impossibile;—rispose candidamente Gisella.—Non già perchè egli m’impedisca di andar fuori; ma perchè si fa colazione insieme alle dieci. Egli è partito ieri, e rimarrà fuori una settimana. La passione per l’esercito è ancora forte in lui; ha voluto assistere a certe prove d’artiglieria che si fanno a Vincennes; frattanto ha accompagnato il suo amico Dutolet, che finiva la sua licenza di quaranta giorni. Ecco perchè ho detto ieri a Biancolina che molto probabilmente sarei venuta a far colazione da lei. Ho la mia settimana di libertà; voglio andare attorno, per monti e per valli. E verrò anche al Castèu.
—Il Castèu sarà felice di accogliervi. Ma badate; egli saprà della visita, e non gradirà che da parte vostra si sia fatto un passo simile.
—Perchè? Non siamo sempre in relazione con vostra sorella? E l’aver annunziato voi di dover partire da San Giorgio, per quanto se ne potessero indovinar le ragioni, non sarebbe bastante a farci trascurare un obbligo di cortesia. Diciamo piuttosto—soggiunse Gisella, con la sua graziosa malizietta,—che la montagna è assai bella, che qui si sta bene, e ci si chiacchiera meglio. Avrò dunque il piacere di vedervi in alto. E poi, e poi, spero bene che appianeremo tutto, non è vero?
—Ah! impossibile;—proruppe Maurizio.—Impossibile che ci rivediamo alla Balma.... E forse, anche qui....
—Che cosa dite, signor Maurizio? perchè?
—Perchè.... Me lo chiedete, signora? Voi mi avete parlato testè di un’amicizia fraterna; ed io.... io non vi posso esser fratello.
—Lo so bene; ma allora, non ci si ha più da vedere come amici? Voi non ragionate, signor Maurizio. E come? mi fate conoscere la vostra bontà di cavaliere, la vostra cortesia, la vostra gentilezza squisita; mi conducete qua, dove io sto così bene a discorrere con voi, dimenticando ogni cosa, e poi mi mandate via?
—Ma io non posso dimenticare.... debbo dirvelo? è in fine un debito di lealtà: non posso dimenticare.... che vi amo.—
Maurizio pensava che a quelle parole la terra gli si dovesse sprofondare sotto i piedi. Era una grande audacia, la sua: ma era meglio parlar chiaro, e dire a quella donna a quale aspra battaglia si sarebbe esposto il suo cuore, accettando il partito da lei candidamente profferto.
Gisella non si adontò, non rise: calma, se non tranquilla, perchè ella pure doveva fargli una confessione solenne, rispose:
—Ebbene, anch’io, signor Maurizio, vi amo. Zitto, non mi dite più nulla. Non guastiamo il valore delle nostre parole; viviamo profondamente il silenzio di quest’ora. Qua, la vostra mano nella mia! Ma come arde la vostra, mio povero amico!—
Capitolo VIII.
Celeste oblìo.
Ci sono parole nei vocabolarî; costrutti e locuzioni nelle grammatiche; ci stanno a guisa di forme morte o dormenti, che si ravvivano o si ridestano al suono della voce da cui son richiamate. Ma il risuonar loro è nulla, o ben piccola cosa. Ognuno può leggere, ognuno può dire, poichè la favella è proprio carattere dell’uomo; ma il sentire, il far sentire ciò che la voce esprime, tutto ciò che una parola, una frase può contenere di pensiero, è dono di pochi, fortuna di rari momenti solenni. Con le stesse parole si può riuscir vuoti, molesti a chi ascolta, a chi legge; ed anche scrivere un canto di Dante, o una scena dello Shakspeare. Il momento solenne che suscita le forme dormenti, la collocazione che le atteggia, l’impeto che le muove, l’accento che le anima, il gesto che le sostiene, ecco la vita; per cui ciò che era piano risalta, ciò ch’era umile diventa sublime, ciò che si sarebbe a mala pena ascoltato inebria, commuove, rapisce.
Maurizio non s’aspettava quella risposta di Gisella, non l’aveva immaginata possibile, non aveva parlato per provocarla; aveva parlato dell’amor suo per onesta sincerità, per risoluto disegno, per ragionevole speranza, fosse pur doloroso parlare, fosse pur dannoso scoprirsi, amaro dover rinunziare alla vista di quella divina creatura. Voleva fuggire, non rimanere, il poveretto; perciò aveva parlato in quel modo. Ma gli era avvenuto di sceglier male il momento, e forse peggio la frase. Del resto, a che sofisticar sulla frase? Tutto ciò che noi diciamo ha il colore dell’ora, triste o lieta, benedetta o maledetta, in cui l’animo nostro ha trovato modo di esprimersi. Quando non è più tempo, le frasi che dovrebbero ritrarci indietro son quelle che ci travolgono; le parole che vorrebbero salvare son quelle che pèrdono.
Intendiamo lo stato di Maurizio. Quella mano che lo aveva già fatto tremare una volta, stringendo la sua un po’ più dell’usato, quella mano lo fece fremere, riardere per tutte le vene. Ed anche Gisella, innocente creatura, non sapeva in quel punto che cosa si dicesse o facesse, nè dove potesse condurla quel moto di sincerità. Dote o sventura dell’amor vero è il non veder nulla davanti a sè, nè d’intorno, quando il cuore ha parlato, cedendo alla sublime follìa che lo invade. Ma infine, per questa follìa siamo nati, e chi se ne parte dalla vita senza averla provata, può dire di non esser vissuto. È ben vero, per contro, che porta le sue tristi conseguenze il provare: qualche volta chi l’ha provata ne muore; qualche volta sopravvive, ma come un sognatore, come un sonnambulo, come un’ombra di sè stesso: il morto che cammina, secondo il detto comune.
Ne avrete veduti anche voi, di questi uomini strani, che vi stanno là come incantati. Parlate, ed hanno l’aria di ascoltarvi; li invitate a guardare questa o quell’altra cosa che vi abbia colpito, o che attragga l’attenzione universale, ed anch’essi guarderanno dove voi dite. Ma interrogateli, e vedrete: vi parranno tornati allora allora dall’altro mondo. Costoro pensavano ad un loro momento vitale, quello a cui mirano e per cui respirano tuttavia; lo richiamavano, il bell’attimo fuggito; felici un istante nella memoria, lo rivivevano ancora. In quelle maravigliose ricostruzioni del desiderio si sente la vanità di tante cose miserabili, per cui gli uomini mediocri si struggono, i deboli ammattiscono, i vili strisciano, i cattivi schizzan veleno. Comandare ai proprii simili essendone schiavi; figurarsi di trascinarli essendone trascinati; credere d’ingannarli essendone ingannati; è questo il gran fine della vita?
Maurizio si risvegliò dal suo momento di ebbrezza. Era lui, lui ancora, o non forse un altro, il vittorioso, il felice, il signore dell’universo? Anche lei, la divina creatura, gli appariva trasfigurata, per miracolo d’amore. Nuovo mondo era quello, altra regione, ignota sfera per lui; e ci viveva così bene! come in una di quelle nubi, luminose e fragranti, dove la fantasia dei pochi ha finito o indovinato che si celino, trascorrendo sulla terra, gli spiriti puri, gli abitatori del cielo. Maurizio visse estasiato in quel mondo, delle cose dell’esistenza lasciando ogni cura alla consuetudine, esperta guida che non ha sempre mestieri del raziocinio. Non fa altrimenti il sonnambulo; va diritto e sicuro, adempiendo a tutti gli uffici dell’uomo desto; per una cosa sola, che è la sua meta, il suo pensiero dominante, continua il sonno ed il sogno.
Vederla apparire ogni giorno, lassù, nel verde aereo nido accanto alla cascata dell’Aiga, che momento per lui! E come volavano inavvertite le ore, mentre la montagna custodiva il suo dolce segreto! Gli uccellini della macchia non fuggivano più, vedendo appressarsi quei due fortunati, immemori, inconsapevoli d’ogni altra cosa che non fosse il loro affetto scambievole. Erano due amici, oramai, per la gaia famiglia del bosco. Spensierati come voi, scriccioli della siepe, come voi, cardellini del prato, si amavano senza badarsi d’attorno, s’inebriavano della stessa fragranza silvestre, della medesima freschezza, della medesima gioventù del creato; unica immagine l’ora presente, unico pensiero il fido colloquio, unica legge l’amore.
Gisella era calma nella intensità della sua gioia, piena della sua felicità di dea, vera figlia della natura, come l’avevano voluta i suoi educatori. Sentiva allora, per la prima volta, tutta l’ebbrezza del vivere; quasi per effetto di rivelazione subitanea, vedeva più addentro negli arcani delle cose; una lingua fin allora sconosciuta dischiudeva i suoi misteri per lei. Le pareva d’intendere le voci degli uccelli nella frappa, e si fermava estatica ad ascoltarli.—Sentite, Maurizio: questo qua dice alla sua compagna che la mattinata è splendida, e che si potrebbe fare una volata fin lassù, da quei ginepri. E quest’altro.... ma no, diciamo quest’altra.... Sapete di chi parla? Di voi, signorino; dice che siete buono, e gli piacete a quel modo. Cara, ma brutta! ragiona bene, e non mi va. Che cosa deve importare a voi, signorina, che il mio Maurizio sia buono? Non ha mica da esser tale per voi.—
Maurizio rideva, partecipando con tutta l’anima a quei giuochi infantili della divina creatura. Ma non c’era sempre da ridere. Quello stesso giorno, ad esempio, volendo forse prender consiglio dagli uccellini, Gisella s’inerpicava sulle alture, alla volta dei ginepri. Lassù, presso un cespuglio, aveva veduto due serpi avviticchiate, che davano sembianza del caducèo di Mercurio. Si era avvicinata, al solito, da vera figlia d’Eva, con molta curiosità e senza ribrezzo, mostrando a Maurizio, che invano cercava di tirarla via, come una di quelle serpi avesse la testa quietamente posata tra le fauci dell’altra, ammiccando di là sotto con gli occhietti astuti, mentre all’altra, che la teneva stretta tra i denti, si vedeva palpitare con ritmo accelerato la gola gialliccia. Stranezza di voluttà in quelle due care bestiuole!
—Andiamo, via,—diceva Maurizio,—potrebbero essere due vipere.
—Ebbene che importa?—rispondeva Gisella, senza volersi spiccare di là.—Esse si amano e non badano a noi; si lascerebbero uccidere, piuttosto che muoversi. Guardate che ingegno, se sono velenose come voi dite; amandosi come fanno, si nascondono a vicenda il veleno.—
Maurizio non ebbe pace, finchè non l’ebbe allontanata dalle serpi.
—Lasciamole amare a modo loro;—diss’egli;—chi ama non vuol testimoni.—
Gisella sorrideva, socchiudendo i grandi occhi d’indaco e sprigionandone lampi «di faville d’oro» come avrebbe detto il Chiabrera; quindi arrovesciata la bionda testa sull’omero, porgeva la bianca gola ai baci del suo sgridatore, per cui era tanto lieta, tanto superba di esser bella.
Qualche volta vedevano in lontananza il Feraudi, piantato a guardia del suo armento su qualche rialto della montagna. Il contadino vedeva loro aggirarsi più spesso all’aperto, per far le scorribande, che non per andare al Martinetto, dov’era la sua convalescente, tacito pretesto a tutti quegli incontri quotidiani. Vedeva, dico, ma non dava segno di ravvisare, e lento nei gesti si voltava a guardare da un’altra parte.
—Si è avveduto;—mormorava Maurizio.
—Non dirà nulla, amico mio;—rispondeva Gisella.
—Perchè?
—Perchè ci è riconoscente e ci ama.
—Pure, bisognerà esser cauti.
—Sì, sì, siamo cauti, mio bel gesuita.—
A Maurizio non piacevano i titoli; non gli piaceva nemmeno che per dargli del furbo o dell’ipocrita fosse usato quel nome. Sentiva del resto in quella locuzioni l’effetto naturale, inavvertito, della scuola a cui aveva imparato Gisella. Quello era di certo il linguaggio del conte Camillo, soprannominato il miscredente. Gl’insegnamenti sono come le inondazioni, che si sovrappongono e fanno sedimento; essi lasciano sempre un deposito di frasi negli orecchi più delicati. Quelle frasi riappaiono qualche volta, senza che però ci si pensi, o si dia loro importanza veruna; riapparendo, dimostrano quale sia stata la scuola. E andasse pur gesuita per ipocrita; perchè ipocrita, poi? forse era sinonimo di cauto? C’era nell’applicazione del vocabolo un’accusa di viltà ch’egli non credeva di meritare. Il sentimento che Maurizio provava era ben altro, se mai; sentimento di pena sorda ma profonda, ch’egli provava di tanto in tanto, quante volte per brevi intervalli, quasi lampi nel buio, gli tornava a mente il suo stato.
Al silenzio del suo compagno, Gisella si avvide di averlo ferito.
—Ma se dico per ridere!—esclamò.—Ti amo tanto! Abbracciami, Maurizio, abbracciami qui, al sereno del cielo. Il pastore ha gli occhi da quell’altra parte.—
Un bacio scoccato, una risata argentina, e la pace era fatta. Ma se le paci erano facili, erano anche facili le guerre; e queste, per brevi che fossero, bisognava abolirle. È il sogno di tutti i filantropi. Per abolire quelle piccole guerre, Maurizio vedeva la necessità di ravviare, di educare a modo suo la mirabile selvaggia. Una così bella creatura doveva esser perfetta; la figlia della natura era degna di ricevere qualche insegnamento dall’arte.
—Perchè non credi?—le domandava Maurizio.
—Io?—rispondeva ella, stupita.—Non credo io dunque? Ma se credo all’amor vostro, Maurizio! Ma già,—soggiungeva, ridendo,—il mio buon amico è un bel discorritore; bisogna lasciarlo discorrere. Eccomi qua, vi sento, vi ascolto, son tutt’orecchi.
—Oh, questo, poi!
—Dico per modo di dire. So bene che son piccini; fin troppo piccini.
—Un’altra! Ma con voi non si può ragionare, mia bella prepotente. E siete bella, troppo bella per me, troppo bella per ogni povero mortale. Perchè di questa bellezza meravigliosa non essere grata a Dio? Vorreste voi dunque persuadervi di esser nata così per un caso, per un capriccioso incontro di cellule? Guardatevi in uno specchio, bambina miracolosa, e poi ditemi voi se è possibile di credere una cosa simile.
—Ma io non credo niente di ciò che voi dite. Maurizio. Voi mi accusate, io dubito, di aver letto certi libracci di scienza moderna. Nè moderna nè antica, mio bel cavaliere. Vivo, amo, son contenta di vivere e di amare; ecco tutto.
—No, non può esser tutto;—s’impuntava a sostenere Maurizio.—Dovete essere riconoscente.
—Ebbene, sia, sono riconoscente.
—A chi?
—A te.... che mi trovi bella;—rispondeva la pazza canzonatrice, dando in uno scoppio di risa.—
Non era ciò che voleva Maurizio.
—Vediamo di ragionare;—diss’egli.—Siete un fiore, un bel fiore, un fiore stupendo. E potete non darvi pensiero del come un tal fiore sia nato? Potete immaginare che sia nato così, per un caso, per un capriccio di natura?
—Leva il capriccio e metti il destino; metti la necessità, l’utilità, quel che vorrai;—rispose ella, alzando le spalle.
—Utilità!—disse Maurizio.—Passi per il frutto; lo capirei ancora. Il frutto è utile, infatti; possiamo credere che sia una necessaria produzione dell’albero, come l’albero una necessaria produzione del suolo....
—Come il suolo una necessaria....
—Sì, canzonatemi ancora. Mi mettevo a ragionar come voi, signorina. Ma il fiore non è necessario, è superfluo; sopra tutto è inutile che sia bello. E come potrebbe essere un prodotto della necessità, la bellezza? Come si potrebbe ammettere che si fosse formata la bellezza per cieca e sorda opera di selezione, di adattamento, di evoluzione? E l’ideale, che è il fior dello spirito, si sarebbe egli fatto per necessità di battaglia? Badate, mia dolce amica; per negare un intelletto creatore, noi siamo costretti a distribuire troppa intelligenza in ispiccioli a troppe miriadi d’organismi, a troppi miliardi di miriadi di cellule.
—E dàlli con le cellule! Ma io non ne so nulla, di tutte queste malinconie. So una cosa sola, Maurizio;—conchiudeva la bella birichina;—che noi spendiamo troppo tempo a discutere di filosofia. Questa è filosofia, non è vero?
—Quasi;—disse Maurizio, smettendo.
Un triste pensiero gli era passato allora per la mente.
—Povere nostre giornate serene!—riprese egli, sospirando.—Son per finire, o non le avremo più così lunghe.
—Le avremo ancora;—rispose Gisella, con la breviloquenza che bisognava usare per certi argomenti.—C’è una proroga al ritorno.
—Ah!
—Sì, una lettera di questa mattina; avevo dimenticato di dirvelo. Le esperienze di laggiù durano ancora, e sono molto interessanti;—soggiunse ella, respirando.
Al respiro di Gisella rispose il cuore di Maurizio con un sobbalzo d’allegrezza. Ma quel sobbalzo fu tosto represso dal ritorno di un brutto pensiero; dal brutto pensiero che opprimeva da più giorni la mente del signor di Vaussana. Perchè infine, lontano o vicino quell’uomo, ciò che Maurizio faceva, egli gentiluomo di stampo antico, egli cavaliere senza macchia.... Ma no, no, no, non voleva pensarci.