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Tre racconti: Il cane del cieco - Un genio sconosciuto - Galatea cover

Tre racconti: Il cane del cieco - Un genio sconosciuto - Galatea

Chapter 2: AL LETTORE.
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About This Book

A trio of short narratives sketches intimate scenes of ordinary life to examine human character, pity, and artistic aspiration. One tale follows a blind beggar and his mangy dog whose daily routine exposes village cruelty and mutual devotion. Another focuses on an overlooked creative mind whose talents meet indifference and misunderstanding. The final piece contemplates ideals of beauty and the spirit's longings through a more symbolic episode. Framed by a reflective preface on inspiration and technique, the stories probe compassion, self-knowledge, and the tensions between imagination and social reality.

AL LETTORE.

— Che cosa avete voluto provare?

— Mi piacerebbe rispondervi citando i notissimi versi di Dante: «Io mi son un che quando amore spira, noto ec.» Ma siccome di questa citazione si è già troppo abusato, la lascio stare. Voglio dire che dapprima nasce in me un sentimento vago e ancora incerto, che poi esso viene pigliando un po' più di precisione e mi commuove colla potenza d'un affetto; che acquista via via più forza, sale al cervello e vi prende essere definito e si afferma in un'idea; allora accorrono intorno a questa molte immagini di cose, di luoghi, di persone, un po' di luce e molte penombre, qualche uggiosa nebbia più fitta, che minaccia riavvolger tutto e ricacciare ogni cosa nel caos, o per meglio dire nel nulla. Così man mano la fantasia viene preparando scena ed attori d'un dramma ideale che si forma e si rappresenta nella mente; lo spirito vede quei fantasmi e vive, pensa, sente, agisce con essi più di quello che li faccia agire; la ragione tenta una critica della esistenza e dei fatti loro per ridurre a una verità più reale complesso e particolari; e la penna da ultimo si prova a tradurre in parole di scritto quelle vagheggiate creazioni, le quali, ahimè pur troppo, nei freddi periodi della mia prosa riescono tanto lontane dalla splendidezza del sogno in cui mi apparvero.

— Capisco; va benissimo: ma codeste creazioni debbono pur voler dire qualche cosa.

— L'uomo, per quanto faccia, cerchi e s'ingegni, avrà sempre per suo studio più interessante, più vasto, più utile e di maggior dovere lo studio di sè medesimo. Il suo corpo e il suo spirito, i suoi sensi e la sua anima, le sue passioni e il suo pensiero, sembrano un campo ristretto, e sono un àmbito immenso che tocca quasi all'infinito. Il romanziere che mette l'uomo in una condizione speciale di cose, d'affetti, di vicende, d'impressioni e d'interessi, poi colla scorta dell'osservazione sul vero, forse anco su sè stesso, ne esprime pensieri, voglie, tentazioni ed atti, scrive di psicologia senza termini pseudo-greci e senza formole astruse; e beato e benedetto lui se riesce a far amare una virtù, a far ammirare un sacrificio, a far rispettato un dovere della vita, senza seccare il prossimo!

— È dunque codesto che avete voluto ottenere?

— Questi Racconti furono scritti in varie epoche, ma però l'inspirazione, come quella di quasi tutti i miei poveri lavori, mi pare la medesima. Io non farò come quel pittore che sotto al suo dipinto scrisse coscienziosamente: «Questo è san Rocco e questo è il cane;» ancorchè voi siate per dirmi che l'opera mia abbisogna di tale ingenuità di dichiarazione. Se il pensiero che ho creduto metterci è abbastanza bene espresso da comparire, se è tale che meriti d'esser notato, spetterà al lettore lo scorgerlo e lo sceverarlo; se non ha tanto pregio da ciò, non servirà a nulla ogni mia chiacchierata in proposito.

— In conclusione, voi non volete dirmi che cosa avete voluto provare.

— Non ho voluto provare nulla, nulla, nulla. Tentai dilettar alcun poco i lettori; se non ho ottenuto che di seccarli, prego da loro un generoso compatimento, e si persuadano che neanch'io, «non l'ho fatto apposta;» se poi in alcun grado sono riuscito nel mio intento, domando loro per compenso che mi vogliano un po' di bene.