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Un matrimonio eccentrico

Chapter 11: I.
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About This Book

La narrazione apre in una villa signorile dove l'apparente animazione dei preparativi per un pranzo convive con ansie segrete; la padrona accoglie parenti e ospiti mentre i domestici si affannano. Al centro sta Elisa Valenti, pallida e provata, che ha pianto in privato e si trova a dover prendere in giornata una decisione definitiva su un matrimonio, con la madre pronta a intervenire. Il ritorno e la fama di un giovane chiacchierato, Massimo d'Astorre, alimentano pettegolezzi. Il racconto contrappone la cura delle apparenze sociali al dolore interiore, esplorando la pressione delle aspettative familiari e la discrepanza tra compostezza esteriore e angoscia privata.

PARTE SECONDA.

I.

La vita del marchese e della marchesa d’Astorre cambiò poco nei due anni che seguirono. Massimo non si pentì mai di ciò che aveva fatto, d’essersi ammogliato in apparenza, alli occhi del mondo. Salvato da qualunque tentazione di matrimonio, e sempre completamente libero, divertendosi della curiosità ch’eccitava, contento di sapere Elisa tranquilla e di vederla invidiata, lusingato nel suo amor proprio e nel suo permanente desiderio di stupire la folla, aveva al tempo stesso la coscienza di aver compito una bella e buona azione, rarissima. Anche da lontano, godeva della felicità materiale d’Elisa, ch’era opera sua, di lui; e l’affetto che le aveva dedicato gli procurava una intima soddisfazione. Era un’amicizia che gli avrebbe permesso di restare dieci anni senza vederla, ma per la quale egli non la poteva dimenticare, una intimità che si rinnovellava sempre dopo ogni lunga assenza, e che lo spingeva a parlarle con l’abbandono che si prova con un vecchio compagno. Sì, benchè l’amicizia sia pur possibile tra un uomo e una donna, Elisa era per lui ancor più un amico che un’amica. Come sarebbero rimasti stupefatti se avessero potuto sapere la verità, quelli che lo credevano innamorato di sua moglie! S’egli per caso si ricordava ch’Elisa era una donna, il suo “amico„ si trasformava allora in una sorella, ed ecco tutto.

Massimo rimase assente a lungo, a Parigi e a Londra; poi fece parte di una missione straordinaria diplomatica in Svezia; come sempre, fu assai osservato dappertutto, seducendo i conoscitori col gusto raffinato del suo lusso, divertendo tutti con la sua conversazione scintillante e con i suoi atti talora più paradossali ancora dei suoi discorsi, con la sua animazione e con la sua freddezza, con la sicurezza delle sue mosse e con il suo atteggiamento noncurante. Ebbe con una giovane ereditiera inglese un romanzetto di cui si ciarlò assai, e che aveva un lato drammatico e un lato comico. Due volte si guastò con la Kautzler e rifece la pace. Guadagnò ora moltissimo al giuoco — lui che altre volte aveva tanto perduto — come inseguito da una fortuna insolente.

Tuttavia egli si annoiava spesso. La monotonia derivava per lui dalla varietà stessa della sua esistenza, ed i mezzi ch’egli così largamente possedeva per appagarsi tutti i capricci, gli facevano più fortemente sentire la vanità della loro realizzazione. Si possono acquistare tutti i godimenti, ma è impossibile procurarsi un solo desiderio. Pensava spesso che si deve ritrovare molto più vera varietà, molto più colore in una vita apparentemente uniforme, nella quale ciascun particolare acquista un’importanza vitale, che in una vita come la sua; che forse l’interesse esiste solo nel proseguimento di uno scopo unico. Le sue antiche idee di ambizione gli tornavano allora, sentiva il peso della sua intelligenza infruttuosa ed era ripreso dalla tentazione di trarne partito e di cercare qualche parte importante da recitare.

Nel terzo anno del suo matrimonio, Massimo rimase per molti mesi senza mai farsi vedere a Firenze; mai non era stato così a lungo assente. Quando vi ritornò nello stato d’animo che si è descritto ora, giunse pieno di progetti d’ogni specie, ancora non definiti.

Durante tutto quel tempo, Elisa, dal canto suo, si era piegata sempre un poco più alle realtà della vita, mentre la società si era un poco abituata a lei. Fu amata senza speranza, fu corteggiata invano; si continuò a dire di lei il maggior bene e il maggior male; ella non si fidò mai che delle rare amicizie esperimentate e sincere. Aveva continuato a vivere in una solitudine relativa, mostrandosi assai benefica, riconoscente e rassegnata, occupata e tranquilla, ed aveva anche un pochino viaggiato. Si era un tantino mutata; al morale, aveva trovato l’equilibrio ed una quasi serenità che non aveva mai sperato poter raggiungere; al fisico, si era singolarmente abbellita. Le donne hanno talvolta come una fioritura inattesa. Trovò nelli esercizi raccomandati dai medici un tale benessere e una tal pace, una così sana e vera distrazione dai suoi pensieri, che vi si dedicò con anima. Sovente, alla mattina, montava a cavallo, e cullata dai movimenti cadenzati del nobile animale, respirando a pieni polmoni l’aria fresca che le accarezzava il viso, sentendo i suoi occhi riempirsi di luce e ammirando senza riflessione la bellezza delli alberi verdi sull’azzurro del cielo, ella si sentiva possentemente vivere, di quella buona esistenza quasi vegetale ch’è il migliore controveleno dei sentimenti morbosi. Fortificata da codesta vita regolare, igienica e facile, il suo corpo erasi magnificamente maturato, il suo colorito aveva acquistato una trasparenza e una freschezza affatto nuova, e l’espressione indelebilmente malinconica della sua fisionomia rendeva più seducente la fioritura della sua persona; il contorno rotondo del suo viso contrastava col suo sorriso rassegnato, la purezza dei suoi occhi col loro sguardo profondo.

Massimo osservò questo mutamento. Occupatissimo nei primi giorni, non ebbe tempo di pensarvi, e vide poco Elisa. Un dubbio gli attraversò la mente, però. Quale poteva essere la causa di un tale nuovo rigoglio di bellezza? Forse che una vita nuova era sorta in lei? Amava forse qualcuno? — E qui bisogna che abbiamo il coraggio di dirlo, a rischio di scandalizzare: scettico e fraterno insieme, Massimo non era geloso. E nemmeno aveva sul così detto onore coniugale le idee generalmente ammesse. E non amando Elisa, e non volendo occuparsi di lei che come amico, non era mai stato geloso in nessun modo; aveva allontanato il musicista Wurtz, solo per la paura che attristasse Elisa e forse la compromettesse senza volerlo; e la scena che termina la prima parte di questo volume, se non è stata male interpretata, avrà mostrato a qual punto egli sarebbe stato indulgente — e perfino cinico — riguardo a Elisa.

La osservò tuttavia per curiosità, e si convinse ben presto della falsità del suo dubbio. Ma guardandola non poteva persuadersi di avere davanti alli occhi la stessa donna di prima. L’aveva sempre trovata simpaticissima; ora, quasi inconsapevole, l’ammirava.

Del resto, la vedeva di rado, costretto ad andare un poco dappertutto, era ricercato assai dopo la sua lunga assenza. Vari affari lo reclamavano, e si occupava di diversi progetti ancora non ben definiti. Talvolta lo si voleva convincere a rientrare in diplomazia, e non sempre vi si mostrava mal disposto; allora gli si dimostrava che poteva aspirare a tutto.

Tale era la situazione, quando, semplicemente e senza scossa, quasi per caso, le cose cambiarono ad un tratto.

Vi fu un ballo da un vecchio diplomatico austriaco in ritiro, ma la cui influenza politica era ancora grande, una festa magnifica, avente al tempo stesso un carattere ufficiale. Un’ora del mattino scoccava già, quando Massimo — sempre in ritardo come d’abitudine — salì lo scalone tutto coperto di fiori del sontuoso palazzo dove il barone di K. aveva da poco preso la sua dimora. Elisa, rimasta tutto il giorno nella incertezza, aveva finito col dichiarare che non sarebbe andata. Come al solito, molti sguardi si voltarono verso l’uscio per il quale d’Astorre fece il suo ingresso, nel bel mezzo dell’animazione della sala da ballo. Ad onta della sua estrema amabilità e della modestia voluta del suo atteggiamento, egli imponeva. Avanzava frammezzo ai gruppi, lentamente, portando molto elegantemente i numerosi ordini che coprivano il suo abito, sorridendo e cercando di farsi strada per giungere fino al padrone di casa che lo aveva visto e gli veniva incontro. Il barone discorse abbastanza lungamente con lui, poi furono separati dalla formazione di una contradanza. Massimo continuò il suo giro dell’appartamento fermato ad ogni istante, costretto talvolta a ritornare sul suoi passi, sempre osservato e avendo sempre l’aria di non accorgersene punto. Nella sala del buffet, si sentì toccare il braccio; era lady Thompson che volle assolutamente presentarlo, al passaggio, ad una napoletana, bellissima, arrivata di fresco, e della quale già si parlava assai.

— Come la trovate? — gli chiese un giovinotto che aspettava per parlargli il momento in cui lascerebbe quelle signore. — È la bellezza del momento.

— Mediocre, mio caro; non c’è una sola vera donna, qui, stasera. Me ne vado a fumare.

Ma, mentre si avviava verso l’estremità dell’appartamento, attraversando una sala quasi vuota, dovette fermarsi. Una donna che non riconobbe, vedendole solo la schiena, attirò la sua attenzione. Si voltò due volte per ammirare la sua grazia, la sua sveltezza unita alla imponenza, le sue magnifiche spalle, e l’acconciatura caratteristica.

La sala da fumare era piena di gente e vi si cicalava rumorosamente. Massimo n’ebbe subito abbastanza; gettò la sigaretta e ritornò nella sala da ballo. Entrandovi incontrò la contessa Goffredi che gli disse ch’Elisa lo cercava.

— Ma come! È qui?

— Già; l’ho decisa io verso le undici, e siamo venute insieme. Ma, eccola, la vedete, là, che entra a braccio del generale.

— Dove?

— Là in fondo. Andate ad incontrarla.

La marchesa d’Astorre s’avanzava lentamente, dando il braccio ad un vecchio in uniforme e per lei succedeva una specie di ondulazione nella folla, poichè tutti si spingevano per vederla o si scostavano con ammirazione per lasciarla passare. Mai il cambiamento accaduto in lei era apparso così visibile, mai il nuovo carattere della sua bellezza si era tanto accentuato. Il suo aspetto eccitava la curiosità, poichè, per uno di quei casi che succedono talvolta alle donne le più oneste, aveva combinato quasi inconsciamente una di quelle toilettes provocanti che obbligano, in un ballo, gli uomini a parlarsi piano, all’orecchio, mentre le donne, con un sorriso maligno, lanciano le loro osservazioni le più acerbe e le meno sincere. In Italia la moda delle vesti collantes cominciava appena appena in quel momento, e mentre le altre sfoggiavano ancora delle sottane un po’ rigonfie di stoffe leggiere coperte di nodi e di cianciafruscole, Elisa, un po’ vergognosa del troppo grande successo della sua toilette parigina, era serrata come in un fodero semplice di un raso rosa pallidissimo, con una corazza assai lunga e stretta, e di cui solo la coda era ricoperta d’una massa di trine e di fiori. Dalla sua vita sottilissima, s’allargava un busto maestoso che pareva affatto nuovo e fatto per l’occasione, e delle spalle meravigliosamente rotonde e candide e un collo d’una rara purezza di linee, senza nessuna gemma. L’acconciatura della testa ne mostrava la forma, e da una folta massa di capelli serrati sulla nuca, folleggiava qualche piccola ciocca. In un atteggiamento modesto e lievemente imbarazzato, ma camminando sicura, ella s’avanzava sempre, gettando talvolta, nel passare davanti ad uno specchio, uno sguardo lungo de’ suoi occhi azzurri, come per ben riconoscere sè stessa. D’un pallore sano, il suo viso si armonizzava singolarmente con la tinta del vestito, il cui taglio ardito contrastava invece con la serietà della sua fisonomia e con la mestizia del suo sorriso. Uno scultore non avrebbe forse troppo ammirato quel genere di vestito, che affilando ed allungando troppo la vita, marcando troppo le forme, sembra voler correggere l’esemplare della donna dato da Dio, ma avrebbe certo lodato le braccia alle quali i lunghi guanti nulla toglievano della loro classica bellezza. V’era folla intorno al quadrato dove stava Elisa, e il suo cavaliere non le poteva quasi parlare, perchè ad ogni momento qualcuno si avvicinava per mormorarle una frase. Evidentemente non si vedeva che lei, e mai era stata tanto circondata. Massimo comprendeva ciò più che non si sarebbe creduto, poichè, chi avrebbe indovinato ch’era d’improvviso, lui pure, sotto il fàscino?

Alla fine della quadriglia, Elisa lo vide, e venne a sedersi presso a lui, raccontandogli come lo avesse cercato inutilmente fino allora. Mentr’essa parlava, Massimo, con gli occhi bassi, ascoltava invece ciò che gli diceva una breve scarpina di seta rosa che oltrepassava l’orlo della veste. Poi rialzò il capo, e ammirando Elisa da vicino e in ogni particolare, non poteva rimettersi del tutto dalla prima sorpresa che gli aveva cagionata l’apparizione di lei.

— Non mi piace questo vestito, — soggiunse lei. — Mi si guarda troppo. E voi, come mi trovate?

— Tanto bella che non vi ho riconosciuta.

— Grazie per il complimento, — rispose ridendo.

Ma lui non sorrideva nemmeno. La guardava serio, con uno sguardo freddo, fissamente e in un modo che la seccava un poco. Parlarono ancora di cose indifferenti; poi vi fu un silenzio. Il viso di Massimo si oscurava. Silenzioso, non sembrava volesse muoversi. Lei non ardiva alzarsi. L’orchestra attaccò un valzer. Essi stavano vicinissimi all’uscio per il quale passavano le coppie. Elisa lasciò ancora cadere una parola di tempo in tempo, alla quale Massimo non rispondeva più; era ingolfato in una meditazione piena di sogni dalla quale non fu risvegliato che dal silenzio dell’orchestra, quando il valzer cessò. Girando gli occhi intorno, non si sentì come al solito. Gli pareva che lo si osservasse, e che si osservasse Elisa vicina a lui. Pensando che si doveva trovar strano di vederlo così, presso “sua moglie„, lasciò sfuggire un lieve scoppio di riso, e come Elisa gliene chiedeva il perchè, le rispose un po’ brutalmente per la prima volta. Elisa che si sentiva nervosa in quel momento, ne fu assai sorpresa, e un po’ offesa, più che non lo sarebbe stata in qualunque altra occasione. Era lei che adesso osservava lui; e sempre non osava alzarsi. Massimo, punto di mira di molti sguardi, si sentiva leggermente ridicolo.

— Ebbene, — disse alfine, — non vi muovete dunque più? non ballate? non andate al buffet?

Ella rispose molto dolcemente:

— Avevo promesso alla contessa che sarei andata a cena con lei e i suoi amici. Ma sono un poco stanca e non ne ho voglia; la carrozza è già venuta.... preferirei quasi andarmene a casa.

— Andiamo allora! Ne ho abbastanza anch’io di questo ballo. Vi accompagnerò.

Elisa si alzò senza nulla aggiungere.

— Venite da questa parte. Conosco l’appartamento. Di qua è più corto.

E, attraversando una serra deserta, infilarono un corridoio di disimpegno, e si trovarono subito in anticamera. Ma dalla prima sala d’ingresso, molte persone allungarono il collo per vedere la marchesa d’Astorre a braccio di suo marito.

Elisa, un po’ attristata, chinava il capo, mentre Massimo respirava il profumo speciale che emanava da lei, e sentiva la rotondità del suo braccio sul suo.

L’aiutò a ben coprirsi, e discesero soli lo scalone. A metà v’era un grandissimo specchio incorniciato da alti arbusti. Vi si videro insieme. Era una bella coppia che si rifletteva in quello specchio.

Abbasso, il guardaporta fece avanzare il coupé. Elisa vi salì, e Massimo rimase un minuto con un piede già nella carrozza, mentre il servitore vi arrampicava a cassetto. Ma d’un tratto cambiando idea, si ritirò, chiuse, sbattendola violentemente, la portiera e fece cenno al cocchiere di partire.

Poi accese un sigaro e se ne andò a piedi.

Tre giorni passarono senza ch’Elisa rivedesse Massimo. Durante codesto tempo riflesse molto sulla strana condotta di lui. Poi lo ritrovò tal quale lo aveva sempre conosciuto. Solamente egli la osservava come lei lo studiava.

L’impressione che la festa da ballo del diplomatico austriaco lasciò nello spirito di Massimo fu più forte e durò più a lungo di quello ch’egli avrebbe creduto. Elisa si era rivelata a lui sotto una luce nuova, e codesto viveur aveva sentito bruscamente sorgere in lui per quella donna, che alli occhi di tutti era sua moglie, uno di quei violenti capricci d’uomo annoiato che possono condurre assai lontano. Per un caso che sembrava una malizia della sorte, la nuova bellezza d’Elisa era precisamente la bellezza che Massimo gustava a quel preciso momento della sua vita. Di più, credette accorgersi che la conosceva male, e che molti lati di codesta donna, senza alcun dubbio superiore, gli erano tuttora nascosti; ed allora, alla sua nuova ammirazione, si unì una viva curiosità. Gli pareva che vi fossero ora due donne in lei: l’antica ch’egli amava ancora d’una affettuosa amicizia, e la nuova che lo turbava. Per questa non aveva che un capriccio, al quale, a momenti, soffriva di dover resistere; ma quando vedeva solo l’altra non poteva considerarla che come una sorella adottiva. Tuttavia scompariva ciò che v’era stato fino allora di paterno nei suoi sentimenti. Aveva sempre considerato Elisa come una persona differente assai da lui; moralmente superiore, ma inferiore sotto altri aspetti; l’aveva trattata un po’ come si tratta un ragazzo; e ciò era naturale, dacchè sulle prime era stato spinto verso di lei da un istinto di protezione.... Adesso, ciò non gli era più possibile. La sentiva sua eguale.

Il marchese d’Astorre divenne timido. Un desiderio lo ringiovaniva, e per la prima volta in vita sua, scorgeva ostacoli insormontabili al compimento del suo desiderio. Si sarà già compreso ch’egli aveva una probità sua particolare, codesto uomo senza principii che disprezzava tante idee ammesse; e secondo le sue idee speciali, la situazione era estremamente delicata. Se si avesse potuto leggere i suoi pensieri, si sarebbe rimasti assai sorpresi, e forse alcuni lo avrebbero trovato ridicolo. Perchè non gli era stata accordata la fortuna d’aver un capriccio per qualunque altra donna?

Fosse stata una regina, egli si sarebbe gettato con gioia, a capo fitto, nell’avventura, attraverso tutte le difficoltà e tutti i pericoli; mentre invece davanti ad Elisa pensava piuttosto a fuggire. Esaminava però freddamente la propria posizione, con la sicurezza di vendetta che non gli mancava mai.

Riflesse al passato ed al presente d’Elisa, come non lo aveva mai fatto fino allora. E una mattina ch’egli l’accompagnava a cavallo, ammirando la sua bellezza completata, il suo profilo che faceva sognare, la profondità azzurra de’ suoi grandi occhi distratti, tutto il fascino spirituale del suo viso e la squisita eleganza delle mosse, pensò tutt’ad un tratto all’avvenire di lei; pensò che forse quella donna giovine s’ingannava credendo la propria vita finita, e per qualche istante si sentì geloso di un futuro improbabile. Era una mattina deliziosamente fresca e primaverile; tutto un concerto di uccelli nascosti scoppiava in note perlate nella tenera verdura delli alberi; le zampe dei cavalli risuonavano piacevolmente sul suolo appena umido; ci si sentiva invasi da qualcosa di sanamente voluttuoso che impediva di parlare, e Massimo osservava talvolta qualche passeggiatore mattutino che gettava loro uno sguardo d’invidia.

— Sapete Elisa, — disse bruscamente, mettendo il suo cavallo al passo, — che mi è stato offerto il posto di ministro a Washington?

— Davvero! Ma certo non accettereste d’andar tanto lontano!

— Confesso che sono indeciso.

Lo guardò assai stupita.

— Sì, sono indeciso. Da un lato, penso che dovrei interrompere tutte le mie abitudini, cominciare una vita nuova, e dico a me stesso che non ne vale la pena. Ma, da un altro lato penso che mi annoio, che molte cose non m’interessano più, non mi divertono; che un cambiamento mi farà bene, che voi non avete bisogno di me, poichè, naturalmente, non mi è mai venuta l’idea che mi accompagnereste laggiù, e non lo vorrei, e che.... E poi, vedete, sono forse ambizioso! Questa offerta è lusinghiera assai.... Pensate un po’, ho lasciato la carriera essendo solo segretario, ed ecco che d’un tratto verrei nominato ministro. Poi mi si assicura che non rimarrei un pezzo in America, e che dopo potrei scegliermi un posto di ambasciatore in Europa. Confessate che la tentazione c’è.

— Lo dite con un accento che smentisce le parole, e temo poco la vostra partenza. Se ardissi, aggiungerei anche che non credo troppo alla vostra ambizione.

Massimo la guardava. Aveva pronunciate quelle parole gaiamente abbastanza, ma osservò un certo lievissimo turbamento nella fisionomia di lei. Elisa comprendeva. Ad onta del suo fare sicuro, si sentiva a disagio. L’imbarazzo ch’ella aveva sempre provato davanti a Massimo, diventava diverso e più penoso, sebbene sapesse meglio celarlo.

Senza tradirsi altrimenti che con alcune gentilezze previdenti, Massimo passava ora tutto il tempo che poteva presso Elisa. Restava per lunghe ore a discorrere con lei, perdendosi talvolta in certe dissertazioni a perdita di vista, come non lo aveva mai fatto prima. Ma gli accadeva di fermarsi di botto, accorgendosi di non poter continuare. Non sapeva più parlare di certe cose sulle quali prima si esprimeva anche troppo liberamente. Dopo d’averla per tanto tempo trattata en garçon, si sentiva preso da insoliti pudori, e temeva ad ogni istante di scandalizzarla, di offenderla nelle sue delicatezze femminili. La purezza che riflettevano gli occhi di lei lo imbarazzava. Ed allo stesso tempo ella lo sorprendeva con la giustezza di certe sue opinioni, con qualche parola inattesa e profonda. La intelligenza di lei doveva essersi singolarmente maturata col resto, nelle meditazioni della sua vita tranquillizzata.

E come mai aveva saputo perfezionare il suo gusto al punto di renderlo impeccabile, e porre in tutto quanto portava ed in tutto ciò che la circondava una nota di originalità, tanto più difficile a imitarsi ch’essa pareva più di discreto? Aveva acquistato un vantaggio immenso su tutte le donne, quello di non rassomigliare ad alcuna. Forse n’era la causa la sua posizione tanto diversa da tutte le altre.

Massimo pensava talvolta seriamente davvero ad allontanarsi, accettando il posto che gli si offriva. Ad onta dei mutamenti esteriori, della nuova bellezza d’Elisa, egli la sapeva irremissibilmente fedele al passato. Per di più non poteva avere per lui, in ogni modo, che dei sentimenti di stima e di riconoscenza, egli se ne avvedeva bene. Non le ispirava nessuna confidenza sorta dal cuore, la simpatia d’Elisa per lui era una simpatia di ragione e non d’istinto, l’imbarazzo, la tema ed il vago malessere che sempre aveva provato davanti a lui, esistevano tuttora ed aumenterebbero certo s’egli cambiasse di attitudine in faccia a lei. Ella aveva saputo ricambiare con una franca affezione la generosa amicizia di lui; non potrebbe avere dell’odio per il suo amore?

Ed egli non s’ingannava del tutto. Quando Elisa ebbe tutto indovinato, un fremito la colse da capo a piedi. L’avvenire che fino allora si stendeva alli occhi suoi simile ad un lungo viale fresco ed uniforme, le apparve pieno di pericoli. Molte volte aveva pensato ai rischi inerenti alla sua posizione stessa; mai non aveva previsto quanto accadeva.

Massimo diceva a sè stesso che codesto capriccio per sua “moglie„ sebbene assai forte, rassomigliava a vari altri capricci, che avevano poco durato e che svanirebbe esso pure. Decise dunque che sarebbe assurdo l’abbandonarvisi; tuttavia, mentre tutto ciò che ancora pochi giorni prima lo interessava a Firenze, non gli offriva più la minima distrazione, non poteva a meno di rimanere vicino ad Elisa.

Gli sembrava ch’ella lo sfuggisse un poco; trovava dei pretesti per uscire quando egli mostrava di non voler andarsene. Nei loro lunghi tête-à-tête ella dirigeva la conversazione con molta abilità e non senza una certa quale fatica appena visibile. Evidentemente temeva i silenzi.

Il posto di Washington non poteva essere ufficialmente offerto a d’Astorre che fra tre mesi. Non si sentì capace di rimaner fino a quell’epoca. Una sera decise ch’era meglio partire subito. Lasciò intendere che probabilmente finirebbe con l’accettare d’andare in America, e che intanto doveva andare a Milano e forse ritornare a Parigi. Quando annunciò codesta risoluzione ad Elisa, essa sembrò, come al solito, trovare la sua partenza naturalissima. Egli ne fu un tantino ferito, lui, che poche settimane prima, sarebbe stato stupito dalla più piccola osservazione da parte di lei. Tuttavia, mentre le chiese ancora una volta il suo parere riguardo a Washington, ella ne lo sconsigliò. Sebbene un poco imbarazzata, fu con lui affettuosa come lo era sempre, mentre lui, la sua decisione una volta presa, ritrovò tutta la sua sicurezza, e si mostrò tal quale voleva essere fino all’ultimo mattino che passò con lei.

Avevano fatto colazione insieme discorrendo di cose indifferenti. Si avvertì Massimo che la carrozza era pronta. Si alzò e dicendo addio ad Elisa seppe baciarla in fronte fraternamente, con la sua serenità abituale.

La freddezza stessa, la sua forza di volontà di lui, turbarono Elisa. Si sentì a disagio. Vi fu un lungo minuto di silenzio imbarazzante; uno di quei silenzi specialmente profondi durante i quali ne sembra quasi di vedere le parole che non pronunciamo ondeggiare indistintamente per l’aria. D’improvviso Massimo, con l’uscio già in mano, si rivolse e disse tranquillamente:

— Credo che ho ragione di partire. C’intendiamo, non è vero? Non posso precisare la durata della mia assenza, ma spero che non sarà troppo lunga. Durante questo tempo rifletterò e prenderò una decisione riguardo a Washington. Ch’essa sia negativa o affermativa, ci rivedremo. Sì, è meglio così; lo sentite voi pure. Insomma, addio, e arrivederci. — E partì, lasciando Elisa turbata.

Una specie di rimorso la colse, che credette passeggiero, e che invece andò crescendo nei suoi primi giorni di solitudine, giacchè fece in modo di vedere pochissima gente, sentendo un gran bisogno di raccogliersi. Qualcosa le gridava che aveva avuto torto, e le sembrava che le cose esterne, il cielo, lo spettacolo della vita, tutto si associasse a codesta voce. S’ella avesse chiesto l’avviso di chiunque, era sicura che si sarebbe dato ragione ad un tale sentimento, nuovo ed ancora oscuro, che si elevava, dal fondo della sua coscienza, contro tutti i motivi trovati dal suo cuore per fare come le piaceva. Diceva a sè stessa che la situazione tanto eccezionale creata dal suo apparente matrimonio con d’Astorre, era rimasta possibile tra di loro fino a quel giorno a causa del loro rispettivo modo di vivere; ma che cessava d’esserlo dal momento che uno dei due, per qualunque motivo fosse, cambiava; che la sua fedeltà eterna ed assoluta ad un assente perduto per sempre, vera al punto di vista di un’alta realtà poetica, inattaccabile secondo il suo cuore, era falsa al punto di vista pratico della vita sociale. Dal giorno in cui Massimo, a modo suo, l’amerebbe davvero, dal giorno ch’essa potrebbe diventar utile alla felicità di lui, il suo dovere non sarebbe forse di sagrificare il suo culto del passato all’uomo che aveva fatto tanto per lei, di tentare di rendergli tutto intero il nuovo affetto ch’egli le dedicava? Lui l’aveva salvata, restituita ad una vita possibile; aveva compito per lei ciò che nessuno avrebbe potuto nè saputo compiere; doveva ella adesso rifiutarsi al solo mezzo che le veniva offerto di mostrargli degnamente la sua gratitudine?

E tuttavia, appena pensava all’esistenza che dovrebbe intraprendere, se davvero Massimo lo volesse, e ch’ella credesse doversi confondere al suo volere, una tristezza affatto nuova le serrava il cuore. Sentiva qualcosa che moriva dentro all’anima sua. A certi momenti, con la forza della ragione, ciò le pareva facile; poi tutto l’essere suo si ribellava, e vedeva dinanzi a sè, non più il partito migliore cui coraggiosamente appigliarsi, ma un penoso dovere da compiere soffrendo e nascondendosi di soffrire.

Massimo scrisse semplicemente, dando sue nuove ed informandosi affettuosamente di Elisa, press’a poco nel modo solito. Ciò la tranquillizzò ed ella cominciò a sperare che nulla verrebbe mutato nella sua vita. Ma una mattina, ricevette la lettera seguente:

“Cara Elisa, non ve lo posso nascondere più a lungo; mi annoio a morte. Ho creduto passeggiero il mutamento che da qualche tempo già s’è prodotto in me, ed ora mi pare invece che debba essere definitivo. Bisogna che la mia vita prenda un altro indirizzo. Dirvi ciò che sapete già mi sembra inutile. Nella vostra qualità di donna e di donna intelligente, dovete avermi compreso assai meglio ch’io non comprenda me stesso. E lo confesso, ho sovente dei momenti in cui non comprendo affatto. Non posso più continuare a mandarvi poche frasi banali. Bisogna che io sia sincero, e che prenda una qualche decisione; ma codesta decisione la dovete prendere voi per me. Il meglio di tutto sarebbe che accettassi il posto di Washington? Se lo credete, ditemelo; poichè ho fretta di conoscere la mia sorte, e se tale è il vostro consiglio, scriverò subito al ministero. Se no, ditemi di ritornare presso di voi, ed accorrerò. Ma, — lo sapete, non è vero? senza che ve lo apprenda? — sarebbe ora per non lasciarvi. La situazione è nuova e piccante, conveniamone, poichè mi si prende per un uomo di spirito, e mi si crede vostro marito; per di più ho la riputazione di un gran furbo, ed io, antico diplomatico ed ex-viveur, non so altro che indirizzarvi scioccamente la frase seguente: Marchesa, mi permettereste di farvi la corte?

Che direbbero i miei amici se potessero rubare questa lettera alla posta? che ne penserebbe persino l’impiegato indiscreto che l’aprisse per zelo? Che ne penso io stesso scrivendola? Non lo so bene; ma ciò che so, ciò che mi stupisce, mi affascina e mi addolora nello stesso tempo è che cercando d’indovinare ciò che ne penserete, voi, il mio cuore batte come quello di uno studente di vent’anni, del tempo quando ve n’erano ancora. Sì, vi vedo da qui aprire questa lettera credendo di trovarvi le “mie notizie„, vedo il vostro occhio scorrere distrattamente le prime righe, poi restare come attaccato ad una parola; vi vedo ricominciare a leggere, incerta di aver ben compreso. Pur troppo! avete perfettamente compreso ed è la pura verità. Ma siete poi veramente sorpresa? No, nevvero? Avevate indovinato da un pezzo. Sì, mi sembra vedervi di profilo, con la vostra dolcezza serena, e cerco d’intravedere per disotto l’occhio vostro azzurro fisso sulla carta. È un sorriso che spunta all’angolo del vostro labbro? Ma forse m’inganno, ed invece impallidite.... In nome del cielo, siate sincera! che nessuna idea, nessuna paura, nessun scrupolo vi impediscano di dirmi la verità. Per non influenzarvi, ripeto che non so io stesso, che ignoro se non sia meglio ch’io parta. Meditate queste parole. Siate franca.

Se sapeste da quanto tempo desidero dirvi tutto ciò senza potermi decidere! Ho ragione di dirle finalmente? Ne dubito tuttora. Mi ero allontanato per non parlare, e non avrei forse fatto meglio serbando sempre il silenzio, che da lontano mi pesa più ancora che vicino a voi? No; questa lettera partirà ora e la leggerete presto. Ma, ancora una volta, ve ne supplico, dite la verità. Rispondete presto. Riflettete bene, ma non troppo a lungo. Lasciate parlare l’istinto; sono convinto che in questo caso le premier mouvement sarà il buono, il più vero almeno.„

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Quando Elisa ricevette codesta lettera era nel suo gabinetto con la contessa Goffredi e il cognato di questa. Impallidì infatti leggendola. Poi, padroneggiando la sua emozione, riprese il discorso interrotto, non sapendo troppo quello che diceva, e pensò un istante a confidar loro ogni cosa e chiedere un loro consiglio. Come tutte le persone che non hanno mai parlato delle loro pene ad anima viva, provava, ad un tratto, giunta a tal punto, un imperioso bisogno di espansione. Ma non ne fece nulla, poichè nello stesso tempo che bramava parlare, ne sentiva l’impossibilità, e lasciò partire i suoi amici senza essersi tradita.

Il momento decisivo era giunto; bisognava rispondere senza ritardo. Ma il ritardo ci fu. Venti volte prese la penna, e la posò. Le ore sembravano passare con una velocità spaventosa. S’era dapprima accordata la notte per meditare, ed infatti non dormì, ma nulla era fissato nella sua mente quando fu giorno. All’indomani mattina uscì a cavallo; ma sotto alla frescura delli alberi, sussurrante all’aria aperta, ogni pensiero si arrestava nel suo cervello, e la vista dell’orizzonte la riempiva di una specie di sogno vago così ondeggiante che non poteva associare due idee.

Si rinchiuse nel suo gabinetto e là non ebbe che tristezza. Sentiva bene di non avere il diritto d’essere indecisa, e che bisognava fare ciò che credeva fosse il suo dovere. Dopo d’esserselo detto tante volte e l’averlo compreso da tanto tempo, come esitava ancora? Eppure Massimo non la pregava forse di rispondere tutta la verità? Qual’era la verità? Si accorgeva che il suo pensiero celava un sofisma. “Lo devo dunque ingannare?„ ripeteva a sè stessa, rileggendo la lettera di lui per la ventesima volta. — No, bisogna che ciò che tu devi rispondere diventi la verità, le rispondeva la coscienza.

Intanto il tempo scorreva. Tre giorni passarono. Risoluta finalmente adesso, voleva scrivere — ma non lo poteva. Diventava quasi un incubo. Pensava all’impazienza di Massimo, a tutto ciò ch’egli doveva supporre e si faceva amari rimproveri. Da tutta una giornata già egli avrebbe dovuto avere la risposta. Ella non usciva più dal suo gabinetto, non voleva vedere alcuno, provava una sofferenza affatto nuova; si diceva ammalata — e lo era.

Finalmente alla sera uscì, e rientrò quasi subito, affranta e sollevata ad un tempo. Aveva spedito un dispaccio con una sola parola: “Venite.„