III.
Elisa stava sola nel suo angolo prediletto della sala, vicino alla finestra, chiusa per la pioggia che incominciava a cadere. La mattina era stata soffocante; ora faceva quasi freddo. Non una nuvola nel cielo uniformemente grigio, non un soffio che agitasse una sola foglia dei grandi alberi, nè staccasse il pétalo d’un fiore. Massimo era andato in città, donde doveva ritornare all’indomani con due o tre amici. Ella pensava a lui, mentre lavorava ad un ricamo che gli era destinato. “È però noioso„ diceva a sè stessa, “ch’egli non possa ritornare questa sera. Pranzerò sola, ed oggi ciò mi annoia....„ Poi, rammentando d’improvviso che doveva scrivere una lettera, dimenticata già da un pezzo, lasciò il lavoro e sedette davanti ad una piccola scrivania. Aveva appena tracciato le parole: 8 aprile al sommo del foglio, quando suonò la campana annunciante una visita. Ascoltò, stupita, con l’occhio fisso all’uscio. Si era già alzata quando un servitore entrò, portando sopra un piatto d’argento un biglietto da visita ed una lettera:
— C’è di là un signore che chiede se la signora marchesa lo vuol ricevere.
Elisa lesse sul biglietto: Carlo Orlandi e un tal nome non le ricordò nulla. La lettera era della contessa Goffredi, solo due righe di raccomandazione, che percorse rapidamente d’un’occhiata.
— Fate entrare quel signore.
Il servitore uscì e rientrò pochi istanti dopo annunciando il forestiere, il quale, dalla soglia, fece un profondo saluto. Era un vecchio personaggio d’apparenza gioviale, la cui figura nel suo insieme non mancava di un lato comico, mentre la faccia — una buona faccia larga e rossa incorniciata di favoriti bianchi — esprimeva una gaiezza tranquilla, una grande indulgenza per tutti e una certa soddisfazione di sè. La sua bocca era disegnata largamente sotto un naso un po’ schiacciato; de’ sopracigli molto folti proteggevano due occhietti grigi pieni di bonomia e di malizia insieme; una foresta di capelli tagliati a spazzola, d’un bianco argenteo, copriva la sua grossa testa. Piccolo e tarchiato, portava un paio di calzoni grigio-perla, un abito nero e un panciotto di velluto marrone a fiorellini rossi, sul quale pompeggiava una pesante catena d’oro, con molti sigilli che battevano sul suo ventre rispettabile. Nella destra teneva il cappello, i guanti e un bastoncino.
— Signora marchesa, — disse, con il respiro un po’ corto, — mi scusi se mi presento con così poca cerimonia. La contessa che ha avuto la bontà di darmi quella lettera, mi ha anche incaricato di portarle codesto....
E offrì a Elisa un piccolo involto suggellato.
Era un gioiello ch’ella attendeva infatti. Lo guardò per un istante, lo pose sopra un tavolino, dicendo:
— La prego di sedere.... Lei è molto gentile di aver voluto disturbarsi per così poco.
E intanto osservava il suo interlocutore, la di cui visita le sembrava strana e inutile sopratutto, e che, dal canto suo, continuava a sbuffare un poco. Sedette pesantemente sopra una poltrona, che cambiò di posto per non avere la luce nelli occhi, e quando ebbe ripreso fiato, rispose:
— Oh! signora, felicissimo!... La contessa Goffredi è... è sempre... è sempre stata buonissima per me.
— La conosce da molto tempo?
— Oh! sì! signora marchesa, l’ho conosciuta bambina! L’ho vista ieri. Sono andato da lei espressamente per domandarle una parola di scritto allo scopo di presentarmi qui. Scusi il mio ardire, di cui sono confuso io stesso.... La contessa m’ha detto di dirle tante e tante cose. È tanto graziosa, e in fede mia!... tanto bella anche! — soggiunse ridendo ad un tratto.
Era visibilmente imbarazzato, ma dopo una pausa, continuò:
— Si figuri, signora marchesa, che io sono a Firenze da alcuni giorni. Avevo assolutamente bisogno di vederla, lei, signora, proprio lei!... Ma non avevo l’onore di conoscerla.... Come farmi presentare? La difficoltà mi sembrò tanto maggiore quando seppi ch’ella viveva, piuttosto ritirata, in campagna. E ciò che v’è di più bizzarro, è che avevo già veduto varie volte la contessa, senza pensare d’indirizzarmi a lei. Fu lei, che per caso nominò la signora marchesa. “La conosce?„ chiesi io. “È la mia migliore amica„, mi rispose.
— È vero, e sono riconoscente che lo dica altamente. Raccomandato dalla mia amica, lei non poteva dubitare d’esser ben ricevuto.
Il vecchio signore continuò a discorrere, imbrogliandosi un poco; non sapendo, visibilmente, come venire al fatto, parlando molto, come chi non ha fretta. Intanto Elisa accorgendosi di aver a fare con un brav’uomo, un po’ originale, ma non dispiacente, lo ascoltava domandando a sè stessa: “Cosa vuol conchiudere?„ un po’ seccata ancora d’esser stata disturbata nella sua solitudine, un po’ divertita dai modi e dalle verbosità dello sconosciuto.
Si capiva subito che doveva essere un uomo assai ricco, e del resto, non lasciava per un pezzo tale circostanza in dubbio, poichè parlava volentieri della sua fortuna. Intrattenne Elisa di vari acquisti fatti il giorno innanzi da un antiquario, tra le altre cose, di una coppa cesellata attribuita a Benvenuto, che gli costava cinquantamila franchi; giunse fino a raccontarle di certi due cavalli sauri che volevano vendergli per forza, aggiungendo che diffidava non essendo conoscitore.
Poi si fermò e vi fu un silenzio. Elisa, un poco imbarazzata, a sua volta, cercava un soggetto di conversazione, ma al momento in cui stava per indirizzargli una domanda qualunque a proposito della contessa Goffredi, egli disse bruscamente, tentando di farlo con aria disinvolta:
— Scusi, signora marchesa, si ricorda lei ancora di un suo amico d’infanzia.... che si chiamava Giulio Bardi?
Elisa sentì tutto il sangue che le affluiva al cuore. Diventò pallida orribilmente....
Mai come in quel minuto aveva avuto bisogno di tutta la sua forza, di tutta la scienza di dissimulazione acquistata. Seppe arrestare il trémito che s’impadroniva di tutto il suo corpo, e fu con voce quasi ferma che rispose dopo un poco:
— Certo, me ne ricordo! Lei lo conosce?...
— Sono suo zio.
Un lampo improvviso illuminò la mente di Elisa: rammentò ad un tratto quel nome dimenticato di Orlandi, che aveva altre volte sentito pronunciare — un secolo fa — laggiù nella casetta in riva al lago. Ora avvolse il suo interlocutore in uno sguardo pieno di una curiosità intensa. Mentre lui continuava a parlare nel suo modo prolisso, lei non era più capace di stare attenta; e talora le sfuggivano delle frasi intiere. Contemplò, per qualche minuto, fissamente, la catena d’oro del vecchio, ed i fiorellini rossi del suo panciotto. D’un lungo discorso ch’egli fece in cui mescolò il racconto del suo viaggio con la storia d’un processo che aveva dovuto iniziare a Londra contro un mercante di quadri, e la contessa Goffredi a suo nipote, lei non udì che queste parole: “Giulio è arrivato con me a Firenze„, e le udiva sempre, anche quando il signor Orlandi era entrato in un nuovo argomento.
Ella finì però col prestare tutta la sua attenzione.
— Sì, signora marchesa, — diceva Orlandi, — se lei me lo permette, le narrerò la semplice storia delli anni ch’egli passò con noi a Bombay. E, innanzi tutto, creda che tutto il bene che potrei dire di lui non sarebbe mai che una metà di quello che merita. Non è soltanto un bravo ragazzo, e un uomo raro, come non se ne trovano. Si potrà credermi acciecato da un affetto quasi paterno. No, signora, glielo assicuro; lo amo, è vero, come se fosse mio figlio, ma non sarebbe neppure mio nipote, che non ne parlerei altrimenti. D’altronde, tutti quelli che lo conoscono mi darebbero ragione. Ah! perchè bisogna ch’egli non sia felice, lui che meriterebbe tanto di esserlo!... Senta, signora, io avrei molte cose da dirle se osassi parlarle in confidenza. E se dovessi andarmene senza averlo fatto, lo rimpiangerei certo amaramente, essendo venuto apposta perciò, lo confesso; ma non ne avrò mai il coraggio se lei non mi dice che me lo permette, se lei non m’incoraggia un poco.
— Dica tutto, la prego, parli liberamente, e sia certo che m’interesserà.
— Grazie. Ebbene, innanzi tutto, mi lasci dirle che io la stimo altamente e che l’approvo di aver saputo trovare la felicità, di non aver sagrificato tutta la sua vita a un sogno irrealizzabile, come l’ha fatto stupidamente mio nipote, che io adoro, ma che in ciò è un pazzo. Ora prendo coraggio, perchè, mi permetta di dichiararlo, lei m’ispira una grande simpatia, e mi sembra che la conosco da un pezzo. (E ciò è anche vero, in un certo senso). Sì, piglio coraggio, giacchè vedo che lei è buona veramente come mi è stato detto. Se lei sapesse quanto Giulio ha valorosamente lottato, attraverso ogni ostacolo, ed a qual prezzo ha conquistato la bella posizione che occupa adesso, e che pure gli dà così poca soddisfazione! Se lei sapesse a che punto egli ha allora, sul principio, lavorato per... per ritornare in Europa, e con quale forza di carattere ha continuato a lavorare anche quando lo scopo era scomparso, e ch’egli continuava il suo cómpito solo per sopportare virilmente il suo dolore!
Elisa ora non era più pallida, ma respirava con difficoltà. Fece una domanda, a voce bassissima:
— E come accadde il suo matrimonio?
— Quale matrimonio? Ah sì! capisco.... la voce che s’è fatta correre del suo matrimonio con la bella lady Harris, la vedova del generale! È falso.
— Impossibile! Gliene parlai io stessa nelle mie lettere e non mi ha mai contraddetta; non mi ha più risposto.
— Vuole che le dica tutta la verità?
— Sì.
— È la signora Valenti, di lei madre, che lo ha imposto assolutamente a mio nipote!
— Ma chi ha potuto forzarlo a mentire?
— Non ha mentito, signora marchesa, ma acconsentì a non smentire. Forse ebbe torto. Ma, lo confesso, fu anche per mio consiglio ch’egli agì in tal modo. E non doveva sembrar giusto? Poteva egli permettere che lei lo aspettasse tutta la vita? Senza codesta bugia, codesto silenzio, lei avrebbe pure voluto mantenere le sue promesse, sebbene inutilmente, e forse non si sarebbe mai risolta ad essere felice come lo è ora.
Parlando di suo nipote, il signor Orlandi trovava un linguaggio più chiaro, più preciso, e poteva diventare quasi eloquente. Continuò senza che Elisa pensasse più ad interromperlo. Raccontò in che modo Giulio, a Bombay, s’era messo al suo cómpito con coraggio e perseveranza, lavorando da mattina a sera, pieno d’una speranza che traspariva sotto alla sua abituale malinconia, amato da tutti, adorato in famiglia, stimato dalli operai. Mentre non mancava mai ad alcuno dei suoi doveri, trovava tempo per studiare senza posa, e fu presto capace di occupare nella fabbrica un posto assai elevato. Non s’era mai veduto un giovane mostrare tanta forza di volontà. Suo zio gli accordò allora ciò che aveva già accordato ai propri quattro figli, i quali erano tutti impiegati nei suoi ufficî: lo associò cioè alli utili, aumentandogli allo stesso tempo la paga. Giulio era preso da una vera febbre di lavoro, poichè andava diritto dinanzi a sè, risolutamente, non permettendo alli ostacoli di rallentare il suo cammino, con l’occhio fisso allo scopo luminoso che gl’impediva di sentire la stanchezza.
Ma una tentazione gli si presentò, alla quale non seppe resistere. Uno dei suoi compagni di ufficio gli offerse di associarlo ad una speculazione un po’ arrischiata, ma che in caso di riuscita, quintuplicava i loro modesti capitali. Già l’amico di Giulio aveva realizzato qualche beneficio. Giulio sulle prime capì che non aveva il diritto di tutto impegnare così sopra un colpo di dadi, ma a poco a poco il pensiero che potrebbe forse, in un mese, por fine alla sua incertezza, a tutte le sue angoscie, all’esilio, ritornare in Italia e sposare colei che amava, lo sedusse talmente, che finì col cedere alle istanze e alli argomenti dell’amico. Imaginarsi la sua disperazione quando quindici giorni dopo, arrivarono cattive notizie! Credette d’impazzire, poichè al suo dolore si unì il rimorso: tutto era perduto, e perduto per colpa sua! Oh! come maledisse la impazienza nostalgica che lo aveva spinto a tanta imprudenza, come si pentì di aver prestato orecchio alla voce tentatrice della superstiziosa speranza che gli gridava: tu riescirai! Giammai Giulio diede prova di tanto coraggio come quando ricuperò virilmente la forza necessaria per rimettersi al lavoro dopo il terribile colpo che lo aveva colpito, nulla lo sosteneva più. Fu allora che le sue lettere ad Elisa diventate già meno frequenti durante l’eccitazione della speranza, cessarono del tutto. Che poteva scrivere? Sentiva bene che doveva compiere il proprio dovere e dirle la verità, e che non avendo ora più certezza alcuna di poter mai ritornare in Europa, doveva liberarla da ogni promessa, pregarla anzi di dimenticarlo e di non sagrificare la sua vita ad un ricordo, ma il farlo era al disopra delle proprie forze. Finalmente si decise a scrivere al signor Valenti. Fu la signora Valenti che rispose, dicendogli, molto duramente, che il suo dovere di uomo onesto era di togliere ogni illusione ad Elisa, per guarirla dell’“assurda follia„ e della ostinazione nella quale persisteva e ch’egli non doveva più indugiare. Egli fece quanto gli si chiedeva, con la morte nell’anima, e continuò a lavorare come un sonnambulo.
Poco dopo, lady Harris, vedova d’un generale inglese, ucciso in una delle rivoluzioni indiane, venne a dimorare presso gli Orlandi che la conoscevano da un pezzo. Bellissima, originale assai, e, a quanto dicevasi, molto ricca, suo marito avendole lasciato una grossa fortuna, parve sulle prime accasciata dal dolore; ma presto si consolò, e mostrò a Giulio una così marcata simpatia che tutti ne parlarono. Doveva stare tre settimane in casa Orlandi; vi restò sei mesi, e partì con tanto rimpianto, che era facile vedere che non avrebbe domandato di meglio che di rimanervi sempre. Sulle prime Giulio eccitò l’invidia; poi si finì col ridere di lui. Nella famiglia tutti si sforzarono, in tutti i modi possibili, a persuaderlo di sposare la bella vedova. Come rifiutare la felicità accompagnata da una sì grande fortuna? Qual colpo di sorte inatteso! Egli però rimase fermo; nulla potè farlo piegare. Senza che si giungesse mai a sapere in qual modo, la signora Valenti seppe quanto accadeva, e raccontando le cose a suo capriccio, cominciò col dire che Giulio era l’amante d’una inglese eccentrica, la quale dimorava nella casa stessa dello zio di lui. Lo ripeteva, lo si ricorda, a sua figlia, da mattina a sera, e finì col dare la notizia positiva che Giulio aveva sposato la “bella avventuriera„ come ella si permetteva di chiamarla. Poi scrisse a Giulio dicendogli che l’ultima sua lettera non avendo bastato a vincer la pazza tenacità di Elisa, lei le aveva dato la notizia del matrimonio di lui, consigliandogli d’altronde di farlo se non era già fatto, e pregandolo in tutti i casi, di annunciarlo lui stesso ad Elisa; “poichè„ diceva “è il solo mezzo di deciderla a dimenticarvi ed a maritarsi, com’è suo dovere„. Giulio, disperato, trovò tuttavia che aveva ragione, e senza nulla affermare, non negò, e lasciò credere a Elisa d’essersi ammogliato.
— Il mio furbo d’un nipote, — continuò il signor Orlandi, — non volendo sentirsi perennemente rimproverare la sua fedeltà ad una promessa dalla quale lei, signora, lo aveva sciolto, e che non poteva sperare di realizzare mai più oppose una sola ragione a tutte le nostre preghiere, dicendo ch’era troppo orgoglioso per sposare una donna tanto ricca quanto lo era lady Harris. Non disse la verità che a me solo, assicurandomi che non prenderebbe mai moglie, che tutto gli era indifferente dal momento che egli aveva perduto lei, che non amerebbe mai altri che lei, e che non aspettava più nulla dalla vita. Aggiunse che l’idea del suicidio non gli era mai venuta, solo perchè non credeva teoricamente che l’uomo abbia il diritto di por fine alla propria esistenza, e che, dovendo vivere, continuerebbe a lavorare senza lagnarsi.... ma ch’era tutto quanto poteva fare per me.
Intanto che il vecchio signore parlava, Elisa lo ascoltava avidamente, tenendo però la testa rivolta contro alla luce per nascondere l’emozione che provava. Durante un silenzio, e avendo ritrovato il suo potere su sè stessa, si voltò, e attraverso i vetri chiusi, vide il giardino, gli alberi ancora tutti bagnati e l’orizzonte che si rischiarava. Guardò i viali, la lunga balaustra del terrazzo, le macchie dei fiori, e le sembrò non riconoscere più quel luogo tanto famigliare a’ suoi occhi.
— Quando la notizia del di lei matrimonio col marchese d’Astorre ne giunse, osservai bene mio nipote; compresi ch’era un colpo terribile per lui, benchè avesse rinunciato ad ogni speranza. Si padroneggiò, tuttavia, e dopo pochi giorni, non mi sembrò più triste che al solito. Mi disse anche che approvava lei per la decisione presa, e che faceva i voti più sinceri perchè ai vantaggi d’una così bella posizione si unisse la felicità. Lasciammo l’India sul finire dell’anno scorso. Ho ceduto il mio stabilimento a mio figlio maggiore e mi sono stabilito a Londra, dove ho una casa di banca. Giulio, che rimarrà con me, ne sarà il direttore capo, ed io vivrò pressochè ritirato dalli affari. Ho lavorato abbastanza per conto mio.
— E lei rimarrà ancora qualche tempo a Firenze?
— Partiamo fra tre o quattro giorni. Non ho più nulla che mi vi trattenga. Ho visto i miei corrispondenti, ho stretto la mano a pochi vecchi amici, e giacchè lei ha avuto la bontà di lasciarmi tutto dire, quando mi accomiaterò, signora marchesa, la mia missione sarà terminata; poichè, — aggiunse abbassando un poco la voce, — è lui che mi ha pregato di vederla e di parlarle.
Elisa ebbe una lieve scossa.
— Ed ora.... ciò che mi rimane da dire è il più difficile.
Esitava e sembrava più imbarazzato che mai.
Elisa lo guardava. Non poteva più considerare quell’uomo come un estraneo; egli le ispirava la confidenza che ispira un vecchio amico; e sentì ch’ella doveva parlare liberamente. Per di più, colpita da quanto aveva udito, riuscendo solo con uno sforzo violento e continuo a non mostrare il tumulto che quelle brusche rivelazioni suscitavano in lei, e il disordine de’ suoi sentimenti, voleva però saper tutto; bisognava dunque incoraggiarlo.
— Scusi il mio turbamento. Lei ha evocato dinanzi a me tutti i ricordi della mia vita, tutto un passato che non ho mai posto in oblìo, che non dimenticherò mai, ma che è chiuso in fondo al mio cuore e del quale credevo di non dover mai più sentire a parlare.... ancora meno parlare io stessa. Capirà facilmente a che punto ciò mi riesce difficile. Inoltre, lei mi ha ora svelato cose che ignoravo, ed è assai naturale che tutto ciò mi turbi profondamente. Nulla può cambiare nella mia vita, signor Orlandi, nè nei miei sentimenti, e le scoperte dolorose che potrei fare circa le circostanze che mi guidarono allora, possono commuovermi, ma non possono avere influenza alcuna su di me. Non saranno, anzi, che inutilmente penosi. Non importa, bisogna che io sappia tutto.
Ella si fermò un istante, poi soggiunse, stupita lei stessa di poter pronunciare tali parole con tanta calma:
— Lei mi ha svelato tutto quanto io avrei dovuto ignorare per sempre: che sono stata ingannata.... e ingannata da mia madre! Forse ha creduto far bene, mia madre, e gli altri hanno creduto di compire un dovere, aiutandola a persuadermi di quella menzogna. Può imaginare a che punto mi turba tutto ciò che ella mi ha raccontato d’improvviso, al momento che non mi vi aspettavo affatto, dopo tanto tempo che mi sforzo a non pensare al passato. Ma ora esigo che lei mi dica tutto ciò che mi deve dire. È necessario. Vede che le parlo con tutta sincerità, dandole l’esempio. La nostra conversazione, signor Orlandi, è eccezionalissima. Ma adesso sembra anche a me di conoscerla da un pezzo. Parli dunque senza paura.
— Grazie, marchesa; lei mi rende il cómpito meno difficile, e per mostrarle che obbedisco mi permetterò di indirizzarle una domanda assai indiscreta. Mi dica.... mi dica se è realmente felice? Scusi, so che lo è, tutti lo dicono e tutto lo prova. Ma mi piacerebbe sentirlo dalla sua propria bocca.
— Sì, sono felice; felice quanto è possibile di esserlo.
— N’ero certo; e son ben contento di sentirmelo confermare da lei. È anche troppo che vi sia un solo infelice. Ma vi sono di quelli che sono nati per esser tristi; si direbbe che ciò li diverte. Mio nipote è di costoro. L’amo quanto i miei figli, lei lo sa; ma a quel punto di vista, è un idiota. È quasi ricco adesso, e siccome lavora sempre (credo che sarebbe morto senza di ciò) lo sarà ancora di più. Ma non vivrà mai che nel passato. Ho sperato a lungo un cambiamento; adesso non spero più nulla. Forse che un nuovo soggiorno, a Londra, gli farà bene; ecco tutto. Ora, se ha voluto venire a Firenze, è unicamente perchè non cessa mai dal pensare a lei. Già, nei primi tempi del suo matrimonio, aveva trovato modo di avere sue nuove e perfino delle informazioni sul marchese. Lei mi permette di dir tutto, non è vero!
— Sì, glielo ripeto.
— Ebbene, gli avevano detto molto male del marchese d’Astorre. Per molto tempo egli l’ha creduta infelice, signora. Più tardi ha saputo la verità. Gli è stato provato che il di lei matrimonio era stato, d’ambo i lati, un matrimonio d’amore, e che se suo marito aveva forse avuto qualche torto sul principio, si conduceva ora in un modo esemplare; e che lei lo ama, e che, veramente, ella ha vinto il primo premio nella lotteria della vita, avendo tutto: la fortuna, gli onori e la vera felicità per di più. Marchesa, non si sa quanta bontà e abnegazione contiene il cuore di Giulio!... È stato lieto di scoprire tutto ciò, poichè, dal giorno in cui l’ha irrevocabilmente perduta, non ha mai augurato altro che la sua felicità. Si è assicurato a Firenze della verità di quanto gli era stato detto; ha veduto il marchese per le vie, ed ha capito tutto. Ciò che già sapeva gli è stato confermato, e in fondo è per questo solo motivo che ha voluto venire.... Ma non proprio solo per questo.... Vi era anche un altro desiderio che lo spingeva: quello di rivederla una volta.
— A che gioverebbe? — disse tristamente Elisa.
— Mi lasci finire. Voleva vederla, lo voleva assolutamente. Sperava almeno di scorgerla, di poterla guardare da lontano senza che lei lo sapesse, al passeggio, in teatro. Gli fu detto che lei si trovava in campagna per un pezzo. E allora ha pregato me di riuscire a venir qui, a farmi presentare a lei, e insomma di ottenere il colloquio confidenziale che nella sua bontà ora mi accorda. Ha voluto che almeno io la vedessi, e sentissi dalla sua propria bocca che lei.... che lei è felice. Mi ha supplicato di tutto osservare, di descrivergli la villa da lei abitata, di rammentarmi le minime sue parole.
Elisa accennò di voler parlare, ma si fermò.
— Non è ancora tutto, — continuò il signor Orlandi. — Egli mi ha incaricato di rivelarle finalmente la verità sul passato. L’ho fatto. Mi ha detto di esprimerle i voti sinceri e ferventi che sempre le ha inviati col pensiero.... Di più, signora marchesa, mi ha fatto promettere di dirle anche che la sua vita tutta intiera le appartiene, ch’egli dipende da lei, e che vi obbedirebbe in tutto.
— No, non posso ammettere ciò!... E in che cosa mi vuole obbedire?
— Nel decidere ciò che deve fare. Deve restare o deve partire?
— Ma lei m’ha detto già che la decisione di suo nipote è presa di ritornare a Londra.
— Egli vi è dispostissimo; ma vuole che sia lei a decidere. Senta; io sono ben lontano dalle idee romantiche; basta guardarmi per esserne convinto. Ma lo assicuro che in fatto di abnegazione io credo mio nipote capace di tutto. Vede, quel ragazzo lì è il sagrificio personificato. La sua è una natura eccezionale, e dopo quanto fece, si può fidarsi di lui completamente. Mi ha dunque detto, quel povero Giulio, che avendo ben osservato le cose come si trovano nelle circostanze attuali, vi sono per lui due strade ben distinte da prendere: l’una, di allontanarsi del tutto e di accontentarsi di vigilare su di lei da lontano; l’altra, di rimanere a Firenze, e di diventare semplicemente e nobilmente suo amico. Se lei crede che la presenza di lui possa esserle utile in un modo qualunque, se la sincera amicizia di lui, offerta sinceramente e senza sottintesi, può non esserle disaggradevole, egli resterà. Non le parlerà mai del passato; egli si accontenterà di un posto fra gli amici poco numerosi che la circondano, felice se potrà talvolta renderle il più piccolo servizio. Ma egli pretende che sta a lei e non a lui il giudicare se un tale progetto è chimerico o possibile. Se lei decide che val meglio non vederlo e che deve partire, egli le obbedirà ciecamente.
Il signor Orlandi fu interrotto da un servitore che portava una lettera. Era un biglietto di Massimo, che annunciava con grande suo rincrescimento essere costretto a rimanere ancora a Firenze fino al dopo domani. Elisa, ora, fu quasi contenta di pensare che, dopo partito il signor Orlandi, avrebbe ancora delle lunghe ore di solitudine davanti a lei. Si alzò, uscì un istante e ritornò dopo due minuti.
Sedette, seria, calma e un poco pallida.
— Scusi, — disse finalmente. — Non m’aspettavo certo a quanto ella m’ha detto ora. È dunque lui che lo ha pregato di venire?
— Sì signora. Ma, la supplico, non risponda che dopo d’aver ben riflettuto.
— Ho riflettuto. Egli deve partire.
— È una decisione irrevocabile?
— Assolutamente. Vediamo; lei stesso, signor Orlandi, non trova forse che ho ragione? Francamente. Sì, non è vero?
Egli soggiunse, dopo un istante:
— Che gli devo dire?
— Le dirà che sono profondamente commossa da tutto ciò che ho saputo adesso, e riconoscente verso di lui. E, s’egli mi obbedisce, come lo ha promesso a lei, s’egll parte, come lo esigo.... in questo caso gli dirà anche che dal canto mio non ho mai scordato il passato, ma ch’è sepolto in fondo a me.
Si fermò, con gli occhi bassi.
— Egli comprenderà che ho ragione, che deve partire. Non credo che dopo d’esser stati, per tanto tempo... promessi l’uno all’altra, si possa diventare buoni amici. È un sogno falso e impossibile. Poichè, glielo dica bene, io sono perfettamente felice. Amo mio marito, al quale devo tutto, e tutto il mio avvenire appartiene a lui. Dica anche a suo nipote che mi affligge di saperlo tanto triste sempre, e che faccio dal fondo del cuore, i migliori voti perchè trovi ancora un po’ di felicità. Vorrei che non mi sacrificasse tutta la sua vita. Non debbo forse parlare così, e non ho ragione?
— A chi lo dice, signora marchesa!
Chiacchierarono ancora per qualche tempo. Il sole era sbucato fuori dalle nubi e mandava la sua luce nella sala, posandosi anche sui capelli bianchi e sulla buona grossa faccia dell’Orlandi, e rischiarando il pallore d’Elisa; ma il suo corpo che rabbrividiva, non si riscaldava sotto i raggi che rallegravano le tende rosso-scure delle finestre, e le belle pitture della vôlta.
Elisa accompagnò il suo visitatore fino al giardino, dove la sua carrozza lo aspettava da un pezzo. Aveva rifiutato di rimanere a pranzo, rispondendo: “Giulio mi aspetta.„ Strinse calorosamente ed a più riprese la mano alla marchesa, e partì.
Ella seguì con lo sguardo la carrozza fino allo svoltare del viale, rispose un’ultima volta con un cenno del capo al saluto del signor Orlandi, e rientrò in casa. Sedette di nuovo al suo solito posto, con lo sguardo fisso talora al giardino, festoso sotto gli ultimi raggi del sole, talora inchiodato alla poltrona ch’era stata avvicinata alla sua. Vi restò immobile, lungamente, col corpo appoggiato all’indietro e la testa china, immersa profondamente nel suoi pensieri.
Finalmente si alzò, e passeggiò lentamente nella sala in lungo e in largo. Dopo d’averlo fatto una diecina di volte, si fermò dinanzi al suo piccolo scrittoio, e là, gettando un’occhiata alla lettera incominciata quella mattina, il suo sguardo s’inchiodò su queste parole: 8 aprile.