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Un matrimonio eccentrico

Chapter 15: V.
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About This Book

La narrazione apre in una villa signorile dove l'apparente animazione dei preparativi per un pranzo convive con ansie segrete; la padrona accoglie parenti e ospiti mentre i domestici si affannano. Al centro sta Elisa Valenti, pallida e provata, che ha pianto in privato e si trova a dover prendere in giornata una decisione definitiva su un matrimonio, con la madre pronta a intervenire. Il ritorno e la fama di un giovane chiacchierato, Massimo d'Astorre, alimentano pettegolezzi. Il racconto contrappone la cura delle apparenze sociali al dolore interiore, esplorando la pressione delle aspettative familiari e la discrepanza tra compostezza esteriore e angoscia privata.

V.

Elisa si alzò di soprassalto, e riconoscendo Giulio al chiarore malfermo delle candele, divenne bianca. La sua bocca si aprì come per emettere un grido che non venne fuori, e, tutta tremante, si appoggiò con le due mani al tavolino. Ella aveva sul viso qualcosa dello stupore che si prova alla vista d’un fantasma.

Giulio, assai commosso, si era fermato contro l’uscio, richiudendolo senza rumore dietro di sè. Restarono senza poter parlare. Elisa era non solo senza parole, ma senza idee; ella non viveva che dalli occhi. Una realtà, rassomigliante ad un sogno, l’affascinava. Balbettarono insieme qualche parola senza comprendersi.

— Voi? Voi qui? — disse lei finalmente con la sua voce appena ricuperata.

— Sì, sono io.... perdonate.... — ma non proseguì subito, dimenticandosi a guardarla.

Lei tremava sempre.

— Come siete venuto? Perchè siete qui? — ripetè con tuono esaltato.

— Ve ne supplico, non siate tanto turbata. Permettetemi di parlarvi; è necessario.

Elisa ricadde sulla poltrona e si nascose la testa fra le mani.

— No, partite, non vi voglio ascoltare! Che mai possiamo dirci?

Ella sentì le proprie mani scostate dal suo viso da quelle di Giulio, poi se lo vide seduto in faccia e tenendo sempre una delle sue mani nelle sue, ch’ella tentava di ritrarre. Rivide quel volto dolce e serio che da sì lungo tempo non aveva più contemplato che nei suoi sogni, e uno sguardo non mai scordato si sprofondò nel suo.

— Lasciatemi, — mormorò, — lasciatemi!

Ma egli non si muoveva e riteneva sempre la mano di lei che stringeva febbrilmente. Il suo sguardo doloroso non implorava altro che pietà.

— Se sapeste tutto ciò che ho fatto per giungere fino a voi, non parlereste di scacciarmi.

— Come siete venuto? — ripetè lei.

— Non lo so.... non ho tempo adesso di raccontarvelo. Scusate, — riprese dopo una pausa e lasciando andare la mano di lei. — Bisogna perdonarmi. Era necessario. Ho saputo ch’eravate qui (in qual modo non preme), ch’eravate qui sola, e vi ho seguita, poichè mi riesciva impossibile di esiliarmi come me lo avete comandato, senza vedervi un’ultima volta. Calmatevi, ve ne supplico. Vi faccio dunque paura!... Mio zio m’ha detto tutto ciò di cui l’avete incaricato per me. Ad onta delle vostre buone parole, ho dapprima trovato la vostra sentenza crudele, nel mentre stesso che vi comprendevo....

— Ebbene? Com’è che siete venuto allora?

— È soltanto adesso, dinanzi a voi, che sento nella mia emozione profonda, che avete veramente ragione. E vi obbedirò senza mormorare. M’ingannavo me stesso pensando ad altro. Partirò, e non vi rivedrò forse mai più. Vi ero già deciso, e lo sono ancora, ve lo giuro.... Ma, lo ripeto, partire senza avervi parlato una volta ancora, mi sarebbe stato impossibile. Ecco perchè sono venuto.... Tremate?... Di che potete temere? Ho forse neppure tentato d’andare da voi dopo che me lo avete proibito?... Pensate: sono ritornato da Londra apposta per vedervi, non fosse che per un istante.... in istrada.... senza mostrarmi. Eravate in campagna. Ciò che mio zio mi ha detto, non mi ha desolato quanto potreste crederlo. Sapere da voi stessa che siete felice.... voi almeno! è stata quasi una consolazione per me. Avevo fatto un ultimo sogno.... impossibile! me ne accorgo adesso, aveva sperato poter diventare vostro amico e vedervi di tempo in tempo.... Sentendo il vostro rifiuto, ho ubbidito senza lagnarmi. Sono ripartito. Ma un pensiero mi perseguitava, doloroso, orribile. Dicevo a me stesso che lasciavo l’Italia senza neppure avervi veduto.... e che ogni giorno, ogni ora, allargherebbe ancora lo spazio che ne divide. La mia ultima probabilità era perduta. Era al disopra delle mie forze; tornai a Firenze di nascosto, quasi come un ladro. Mentii a mio zio, e a insaputa di lui, ritornai solo, senza nessuno per sostenermi nelle mie buone risoluzioni, per farmi arrossire di me stesso, se non seguivo la via che mi ero prescritta come un dovere. Ho vissuto celato, facendo spiare le vostre mosse con un mezzo senza pericolo che ho trovato. È stato in tal modo che sono giunto a vedervi, alla stazione, frammezzo alla folla, il giorno della vostra partenza per Viareggio. Quando mi sono trovato davanti a voi, ho creduto svenire, io che avevo resistito a tutto! Non mi avete visto....

— V’ingannate. Vi ho visto.... Ma, mio Dio! perchè m’avete inseguita fin qui?... Mi fate orribilmente soffrire!...

— Davvero?... M’avevate visto?... L’ho creduto per un minuto, poi mi sono detto: No! sei troppo pazzo! Lo speravo e lo temevo.... Ma, dopo quel momento, la mia forza mi abbandonò. Nel tempo stesso che mi rimproveravo la mia mancanza di logica, la mia imprudenza, partii all’indomani per Viareggio; partii senza scopo, senza motivo, spinto da un desiderio irresistibile... semplicemente per vedervi ancora. E davvero, alla stazione, mi riconosceste?...

— Subito.... Eppure....

— Sono mutato, non è vero? assai mutato. Pensate agli anni che trascorsero da quando ci lasciammo, e pensate a tutto quanto ho sofferto. Non ne parliamo più. Adesso permettete che vi guardi. Questa è un’ora che non tornerà più. Sì, vi ho seguita, e a Viareggio, nascosto, ho passato dei giorni quasi felici nella solitudine di una stanza d’osteria, pensando che non eravate lontana, e che di tempo in tempo, potevo scorgervi un istante di sfuggita. Vi ho intravista solo quattro volte in quindici giorni, ma mi è bastato per farmi sopportare quasi allegramente la mia prigionia volontaria. Intanto però un desiderio di parlarvi, non fosse che per un’ora, senza testimoni, si è bentosto impadronito di me con una violenza tale, che non fui più capace di lottare. Le mie giornate furono passate a cercare di scoprire un momento favorevole. Ma il rischio era troppo grande, avevo paura per voi. Finalmente, quando non speravo più, codesto caso inatteso e imprevedibile del vostro viaggio qui, del quale ho potuto aver contezza facendo interrogare abilmente la vostra padrona di casa, mi ha offerto la possibilità di un ultimo tentativo. Ho saputo che verreste sola. Benchè fossi sicuro di dispiacervi, di spaventarvi, come avrei potuto resistere alla tentazione?

— Lo avreste dovuto però.... Sarebbe stato meglio.

La voce d’Elisa era ridiventata più ferma, ma parlava a stento.

— Perdonate la durezza delle mie parole. Ma a che serve il rivederci? Io non mi appartengo più, sono legata irrevocabilmente ad un altro.... che devo amare.... che amo. Avevo detto a vostro zio che dovevate partire, e non conservare di me che un incancellabile ricordo, come io lo conservo in fondo all’anima mia.... E a quale condizione, gli dissi che ad onta di tutto, non vi potevo dimenticare? Alla condizione che mi obbedireste e non cerchereste di rivedermi. Ho aggiunto che il mio più ardente desiderio era di sapervi meno infelice, trovando un po’ di serenità nella vostra vita tanto triste per colpa mia, tutta di dovere e di sacrificio.... E voi....

— Non parlatemi di cose impossibili. Potete rimproverarmi d’aver disubbidito e d’essere qui. Ma non potete comandare ai miei sentimenti. Il mio amore per voi è eterno, perchè è al di sopra della vita umana e della nostra sorte passaggera. È mio diritto d’essere infelice per voi. Voi, avete potuto esser felice; vi approvo sinceramente, ma non sapreste esigere lo stesso da me. Vi giuro, Elisa, che in queste mie parole non v’è nemmeno l’ombra di un rimprovero. I nostri destini sono stati diversi; abbiamo fatto ciascuno il nostro dovere. Ingannata da me, ed una tale menzogna era necessaria, sciolta da tutte le nostre promesse, credendomi debole, dimentico, colpevole forse, mentre fui solo imprudente, d’una imprudenza che scontai con la disgrazia di tutta la mia vita, voi mi avete ancora atteso, voi avete lottato, oh! lo so ed indovino! vi siete ostinata a lungo, poi infine, il tempo ha fatto l’opera sua, la vita ha avuto la sua influenza, un sentimento nuovo ha trovato posto nel vostro cuore, ed avete accettato la felicità. Avete fatto bene. Ma io, che non avevo nulla da rimproverare fuorchè a me stesso, io, che sapevo tutta la forza del vostro carattere e tutta la infinita bontà dell’anima vostra, io, ch’ero sicuro che se non avessi mentito per dovere, sarei stato da voi aspettato sempre, io, che dovevo desiderare la vostra felicità per mezzo di un altro, poichè io stesso vi ci avevo spinto, e la profonda approvazione della mia coscienza ha appena compensato l’immensità del sacrificio! potevo io esser felice avendovi perduta, potevo io vivere d’altro che di memorie? L’avvenire, possibile e necessario per voi, non esisteva per me. Ed intanto ho tutto rinchiuso dentro di me. Credete voi che si sappia veramente come ho vissuto? Ho obbedito, per quanto lo potevo, alle leggi sociali; ho potuto trovare la rassegnazione apparente per quelli cui volevo bene; ho lavorato e mi sono reso utile alli altri ed a me, ma che non mi si chieda di più! Nessuno ne ha il diritto.

— Se sapeste quanto mi fate soffrire! Vedete bene la mia emozione, non mi provo a celarla. Un brivido mi ha presa dal momento che apriste quell’uscio, e tremo ancora.... Risparmiatemi!...

Egli la guardò con una espressione nuova sul viso; poi ripigliò con un tono amaro:

— Ah! capisco!... Nella vostra esistenza calma, il mio ricordo è rimasto come un’eco lontana della vostra prima giovinezza.... ma vivete in piena vita reale, come una signora della società che siete; avete cercato e trovato la pace; le vostre giornate, tutte uguali nella loro amabile varietà, si seguono senza scosse; voi vi adagiate, fiorite nella vita tranquilla e opulenta dei felici di quaggiù, e la vostra malinconia, seducente alli occhi altrui, si è raddolcita anche per voi, e bruscamente io sorgo qui simile allo spettro brutale del passato, e vengo, io che il mondo non seppe mai deridere, tanto seppi sempre tacere! vengo a far pompa dinnanzi a voi dei miei dolori che non potete nemmeno più comprendere!

Si alzò e camminò fino in fondo alla camera, lentamente, a testa bassa. Quando rialzò li occhi, vide Elisa che lo guardava fissamente, con la faccia contratta, e quando i loro occhi s’incontrarono, egli scorse delle grosse lagrime, ch’ella non potè trattenere che le colavano per le guancie; e dopo un istante di lotta vana, ella nascose il viso sul braccio appoggiato al tavolino, e scoppiò a piangere.

Giulio rimase un minuto immobile, come pietrificato, a contemplarla. Poi cadde a’ suoi piedi, e prendendole la testa nelle sue due mani, la costrinse a volgere verso di lui il viso bagnato di pianto. Guardò quelli occhi rossi, quelle labbra convulse dai singulti, sentì presso di sè il soffio ansante del seno di lei, ed il fiato di lei sulla sua bocca, e si rigettò all’indietro, poi si piegò sopra quelle mani bianche diventate inerti che coperse di baci.... Vi fu un silenzio. Restò immobile, con la faccia quasi sui ginocchi d’Elisa.

Lei rivide quella testa, quel collo, che aveva altre volte veduti tanto spesso così, e durante un áttimo, dieci anni della sua vita sparirono.

Il passato risorgeva davanti a lei, nella sua antica e imperitura bellezza. Rivedeva la casa del lago di Como, i sentieri dove i piedi s’imbarazzavano nei cespugli e dove lo sguardo si riempiva delli azzurri dell’acqua e del cielo, l’albero sotto al quale essi avevano pianto alla loro prima separazione, e la piccola sala dei ritrovi notturni all’epoca del ritorno inatteso di Giulio, quei rapidi giorni di febbrile felicità ch’erano rimasti come la nota la più acuta e sonora della sua vita. I ricordi dalle care tinte impallidite ridiventavano dei ricordi d’ieri; essa rivedeva ogni pietra, ogni cespuglio della strada di Torno, di quella strada che aveva tante volte percorso andando alla posta, col cuore pieno di speranza, per ritornarsene in preda a una tristezza mortale; rivedeva il piccolo cannotto nel quale si erano talvolta arrischiati sul lago, lo svolto della strada dove penavano tanto a lasciarsi dopo le loro lunghe passeggiate, la sua camera dove sempre i suoi pensieri si rivolgevano a lui, attraverso l’oceano, dopo ch’era partito. Poi la notte profonda dell’anima sua, quando aveva finalmente perduta ogni speranza, le angoscio della lotta dalla quale era uscita rassegnata, i desideri insopportabili e pazzi di vederlo una volta ancora e morire.

Ed ora egli era lì, chino sopra di lei, a’ suoi piedi; ella sentiva le mani di lui che toccavano le sue, vedeva quella testa appoggiata sulle sue ginocchia. Ed ella contemplava, assorta in un’estasi inconsciente, in un completo oblìo del presente.

D’un tratto, ella osservò che quei capelli tanto noti, quei capelli da ragazzo morbidi ed ondulati, erano brizzolati di fili bianchi. E con la sensazione di una orribile stretta al cuore, essa si svincolò finalmente.

Ma svegliandosi, si ritrovò tuttora in un sogno. Perchè trovavasi, con lui, in codesta camera banale, con le sue pareti dipinte a quadretti gialli e rossi, i suoi mobili volgari e scompagnati, la sua alcova a tende scolorate?

Allora, mentre ascoltava come in sogno ciò che Giulio continuava a dirle, il suo pensiero ritornò ai giorni più recenti, al nuovo cambiamento nella sua vita, al tempo ch’era già trascorso, rapido e penoso, dopo la visita di Orlandi, dal momento in cui era venuto a turbarla annunciandole l’arrivo di suo nipote a Firenze fino all’ultimo giorno di sofferenze segrete a Viareggio, dove notava con paura l’attitudine incomprensibile di Massimo. Mutato per lei, senza ch’ella sapesse indovinare perchè, era diventato aspro, freddo e distratto all’istante in cui avrebbe avuto il maggior bisogno d’essere sostenuta e incoraggiata. Avrebbe voluto abbrancarsi a lui, e Massimo sembrava allontanarsi. Doveva avere del sospetti ch’ella indovinava; ma quali precisamente? Paurosa, non ardiva interrogarlo, nè scandagliarlo in nessun modo. Che sapeva? Che pensava? Lei aveva creduto che Giulio fosse ritornato a Londra, e sulle prime ne aveva provato una specie di sollievo. Ma, a poco a poco, nella tristezza della solitudine, davanti a suo marito che non riconosceva più, un rimpianto sorse nel suo cuore. Durante le sue lunghe giornate solitarie, nel salotto soffocante del suo quartiere ammobiliato, illanguidita del caldo opprimente, l’occhio fisso sul vasto mare che pareva assopito sotto i raggi di un sole torrido, una idea s’impadroniva di lei che tentava invano di scacciare. Avendo riveduto Giulio per un minuto, una brama la riempiva di rivederlo ancora. La parola giammai si disegnava davanti a’ suoi occhi in lettere di fuoco. Avendolo riveduto, — e come dimenticare la scossa di quel minuto secondo? — le sembrava impossibile di dover dire a sè stessa: morrò senza aver sentito una volta ancora il suono della sua voce, senza potergli dire una parola.

Ed ora egli era lì, davanti a lei.

Le parlava con una voce dolce, che pareva venisse da lontano, e che infatti s’innalzava per lei in un mormorio, come dal fondo delli anni spariti. Le domandava sempre perdono d’essere venuto e l’assicurava, con un così triste sguardo! che non cercherebbe mai più di rivederla. Non voleva che un ultimo sorriso e che una mano indulgente nella sua. E, senz’ordine, interrompendosi, le raccontava la propria vita, gli avvenimenti di tutto quel tempo che li aveva separati, le proprie disperazioni, ed in quel racconto le parole non erano nulla. Lei lo ascoltava macchinalmente, leggendo nelle pupille di lui tutti i segreti dei suoi dolori, tutte le lotte della sua coscienza, e la terribile vittoria sopra sè stesso. Le parlò della sua lunga assenza, della sua sventura, della menzogna alla quale aveva dovuto acconsentire, poi del suo ritorno, e di quello che aveva sentito alla notizia ch’ella era maritata col marchese d’Astorre.

Parlando, Giulio era stato sincero. Davvero, venendo, ad onta di tutti i rischi, fino in quell’albergo per rivederla, nessun pensiero era nato nella sua mente ch’egli avesse a rimproverarsi. Per nulla al mondo, egli avrebbe voluto turbare la pace, la felicità di colei che adorava d’un amore santificato da tanto soffrire. Era entrato la sera in quella camera, dove nessuno poteva sospettare la sua presenza, perfettamente sicuro di sè. E non aveva dubitato di uscirne, forse un po’ consolato, forse più affranto di prima, ma senza che la sua coscienza avesse nulla da rinfacciargli. Una carrozza stava pronta, che doveva condurlo a una stazione, donde ripartirebbe per non più ritornare. Sapeva bene che rivedendo Elisa, parlandole, proverebbe la più forte emozione della sua vita, e che forse, attraverso il suo amore purificato, tutte le violenze della passione si ridesterebbero in lui, ma sapeva pure che adesso Elisa apparteneva volontariamente ad un altro, ch’ella lo amava, che gli doveva la felicità, e sentiva ch’egli non mancherebbe al proprio dovere, e che si mostrerebbe a lei come gl’incombeva di essere.

Ma non si era aspettato a trovarla quale essa gli appariva allora. “Certo sarà commossa assai rivedendomi„ erasi detto, ma non avrebbe mai creduto di vedere quelle lagrime ardenti smentire le fredde parole ch’ella aveva tentato di rivolgergli, nè di sentire la mano di lei febbrile quanto la sua propria, nè di leggere in quelli occhi la rivelazione involontaria di tutto l’antico amore risorto. Un sospetto gli attraversò la mente, che lo rese come pazzo e gli fece tutto dimenticare: ella forse aveva mentito ad Orlandi, si provava a mentire ancora, ma tutto quanto diceva era falso, ed ella lo amava come prima!

Allora sentì tutte le sue risoluzioni squagliarsi e gli sembrò che un abisso si aprisse sotto ai suoi piedi, pieno di disperazione e di gioia. Tacque d’improvviso, e fissò negli occhi di Elisa uno sguardo che voleva penetrare fino all’anima.

— Continuate, — disse. — Giacchè siete qui, parlate. E parlate presto, perchè il tempo incalza.

— No, nulla ne incalza, — rispose con voce cupa.

Poi serrandosi le tempie nella mano destra, esclamò con tono mutato:

— Dio mio! pensare che se fossi ritornato qualche mese prima, allora, non apparterreste ad un altro! Ironia insultante della sorte! Voi, Elisa, la mia Elisa, vi guardo e non ne ho il diritto, prendo le vostre mani nelle mie, e per questo sono costretto a nascondermi! Non siete più la mia Elisa, siete la marchesa d’Astorre. Ma pensate dunque, dopo tutto, mi avete lungamente e pazientemente aspettato, povera fanciulla mia, mio angelo adorato.... e più che non avreste dovuto; ma perchè Dio ha permesso che, ad onta del vostro coraggio, io arrivassi troppo tardi? E come lo avevo altre volte predetto, ritorno ricco, considerato.... ed avrei potuto avervi! No, è troppo! Perchè non sono morto in mare, ritornando!...

— In nome del cielo, calmatevi! Perchè vi esaltate così, perchè questo mutamento!

— Perchè? Perchè leggo nei vostri occhi; perchè le vostre parole hanno mentito ed i vostri sguardi sono sinceri.... perchè mi ami ancora! Elisa, perchè ci amiamo sempre!

E, debole com’essa era, egli se la prese tra le braccia.

— Vieni, — le disse, — partiamo! Vedi bene che sono io! Ti ritrovo! Il tuo corpo freme tra le mie mani.... come posso credere alle tue parole? Ti giuro che tu mi ami! Dimentico tutto. Se ci amiamo, tutto il resto è falso. Oh! dimmi, Elisa, non senti l’eternità del nostro amore? Come vuoi che di un tale passato non rimanga nulla?... Come? tutto dovrebb’esser vano? e inutili i nostri dolori? Avremmo dunque mentito, allora, ci saremmo ingannati? Quelli che negano l’amore avrebbero dunque ragione, e noi avremmo scambiato un lampo con la luce immortale?... Ti ricordi le nostre promesse?... Non senti tu che i vincoli che ci univano non sono spezzati? Mettete sopra un piatto della bilancia tutte le leggi sociali, tutti i doveri mondani, tutte le catene della vita, e sull’altro un sentimento d’origine divina.... da qual lato piegherà? Tu fosti mia; lo sei ancora. Farò tutto quello che vorrai. Fuggiamo lontano da tutti, che nessuno più ci veda!...

— Tacete!

E con uno sforzo violento, Elisa si svincolò.

Essa si volse verso la finestra, e Massimo che udiva tutto, vide rivolto verso di lui il viso di sua moglie, e su quel viso una espressione ch’egli non potrebbe mai più dimenticare. Vide i suoi occhi alzati al cielo, i suoi lineamenti contratti da una lotta ultima, un’angoscia suprema che agitava tutto il suo corpo.

Giulio volle seguirla all’altra estremità della stanza.

— Restate, — gli disse. — Non saprete mai a che punto soffro. Per pietà, Giulio! (egli trasalì sentendola chiamarlo per nome), calmatevi! Non mi avvicinate più!

Rimase qualche tempo accasciata, incapace di parlare. Il silenzio era strano in quella camera. Poi finalmente ella disse a voce bassissima, con uno sforzo:

— Se sapeste come amo veramente mio marito, e quanto e perchè lo amo, non mi parlereste come fate.

— Ciò è falso. Voi non lo amate, poichè amate me. L’ho veduto, l’ho vedo ancora. Non posso credere alle vostre parole. Nient’altro è vero tranne il tremito della vostra mano nella mia. Il vostro, Elisa, è un carattere sincero e retto; non avete mai saputo mentire. Ma io non vi accuso; anzi vi stimo e vi ammiro sempre più. Si capisce tutto, quando si ama come amo io. La vostra menzogna è sublime. Imponete silenzio all’anima vostra per compiere ciò che credete il vostro dovere. Ma io, in questo momento supremo, vedo al di là delle considerazioni umane. Guardate: adesso sono calmo. Ascoltatemi. Io pure ho provato che so tutto sagrificare all’idea del dovere. È per fare ciò che dovevo, che mi condannai io stesso a mentire, che ho frantumato il mio proprio cuore. Posso dunque giudicare. Ebbene! ve lo dico in tutta sincerità, il vostro dovere non può consistere nell’amare quell’uomo. Ad onta delle leggi e della morale passeggiera di questo mondo, quali sono i suoi diritti paragonati ai miei? Io, ebbi la vostra prima parola d’amore, e vedo che mi amate ancora; io, vi ho tutto dato e tutto sagrificato, e sarei pronto a sagrificare tutto ancora, se veramente lo amate, vostro marito. Ma come lo fareste credere? Che ha fatto, lui? Oh! credetelo! ho ragione. Vorrei che vostro marito fosse qui e mi sentisse.

— Giulio, è me che dovete ascoltare, — disse Elisa lentamente. — Non parlate così; non dite nulla di cui potreste pentirvi più tardi. In nome del passato, che resta sacro nella mia memoria, ve ne supplico!

V’era qualcosa di così decisivo, di così solenne nella sua voce, che Giulio ne fu colpito in mezzo al suo esaltamento, e che tacque mentre Elisa sembrava riflettere....

— Sapete quali furono per me gli anni che seguirono la vostra partenza? — continuò finalmente, e come se parlasse tra sè. — V’immaginate il lutto che si distese per me sulla natura, la disperazione che cadde sul mio cuore? Nessun vecchio, disingannato di tutto e stanco della sua lunga giornata, sentì mai il peso dell’esistenza troppo gravosa per le sue forze, come lo sentii io allora, al principio della vita, giovinetta cui sorrideva il mondo. Ed io, non avevo nemmeno il lavoro, un cómpito per distrarmi. Non avevo che la mia solitudine e i miei pensieri, e non me li permettevano. Mi era proibito di soffrire, e di giorno in giorno, i miei spiavano l’istante in cui dovesse cessare il mio dolore eterno. Mentre desideravo morire, si pensava a maritarmi. Rifiutavo sempre, lottavo. Ma finalmente si decise, mio malgrado, il mio matrimonio.... e sapete con chi? con quell’uomo che voi pure detestavate e che veniva tanto spesso da voi.... Gorletti. Codesto matrimonio era una necessità assoluta; la miseria sorgeva davanti a noi, ed io dovevo salvare la mia famiglia. Tutti mi consigliarono di cedere, perfino le persone migliori, le più intelligenti. Non sapevo resistere alle minaccie di mia madre, alle preghiere desolate di mio padre, all’opinione universale. Come avrei voluto morire! ma lo potevo ancor meno. Il sacrificio era deciso; ad onta della mia ripugnanza, del mio orrore, avevo dovuto acconsentire.... Sola, non potevo lottare contro tutti e contro la sorte. Mi si compiangeva, ma nessuno ebbe l’idea di venirmi in aiuto. E, d’improvviso, all’ultimo momento, un uomo giunse, che lo fece. Come un angelo salvatore s’intromise tra me ed il destino, e con mano possente, arrestò sull’orlo del precipizio quella che i suoi amici vedevano cadere con vani rimpianti e nulla più. E quest’uomo mi conosceva appena; non ero per lui che una conoscenza banale, indifferente. Ma egli comprese e volle salvarmi. E per ciò fare, mi sposò; mi diede il suo nome, il suo appoggio, la sua fortuna e non mi chiese nulla in cambio. Potevo rifiutare? Avevo la scelta?

— Non lo amavate, dunque?

— No, non lo amavo allora. Ma già mi sentivo irrevocabilmente legata a lui da una riconoscenza della quale non mi potevo sdebitare. Mi aveva resa ad una vita possibile. Voi, vi credevo perduto per sempre, sposato con un’altra; vivevate sempre nell’anima mia, ma solo per la memoria. Il tempo scorreva per me, calmo; ero triste, ma esistevo come in sogno. D’Astorre, invece, attivo, errante, proseguendo sempre qualche progetto da me ignorato, viveva in un modo bizzarro, disordinato, che io non capivo. Per me, egli non era, come dal primo giorno, che un amico sicuro e sincero.

A poco a poco egli cambiò. Tutte le cose esterne cessarono d’interessarlo; si attaccò sempre più a me ed alla casa; cessò di assentarsi. Mi chiese se io volevo essere tutto per lui. Raddoppiò di cure, di delicatezza. Seppe guadagnare tutta la mia fiducia, lui che talvolta m’intimidiva; si corresse di tutti i suoi difetti. — E dal giorno ch’egli mi amò in tal modo, credetti mio dovere di amarlo, e l’amai veramente. Ebbene, non comprendete che adesso devo morire prima d’ingannarlo? Ah! Giulio! la felicità ideale che altre volte sperammo è svanita per sempre, e nulla la può risuscitare quaggiù. Voi avete vissuto come io avevo l’intenzione di vivere, cioè rinunciando alla vita; io ho dovuto cominciare una nuova esistenza e vi ho trovato la pace ed un benessere calmo che per me è il dovere. Il ricordo del passato non può spegnersi in me, e mio marito lo sa; poichè non ho voluto nulla nascondergli, ma la mia vita gli appartiene adesso. Ho sofferto quanto voi; ho forse pensato ancora di più. Riflettete, e sarete costretto di darmi ragione. Nelle mie lunghe meditazioni ho tutto previsto, perfino quest’ora. Sono debole, è vero, e la commozione che ho provato vedendovi apparire al momento in cui meno me lo aspettavo, mi ha fortemente scossa.... Ma ho tanto pensato, che non posso fallire....

— È perchè il ricordo in voi è meno vivo che in me.

— No, v’ingannate ancora; se vi parlo così, non è perchè dimentico, ma perchè rammento. Confrontate ciò che fu il nostro amore a quello che sarebbe ora! Invece dell’abbagliante splendore, dell’ebbrezza santa che abbiamo conosciuto, che cosa avremmo? Una passione colpevole e sconvolta, una felicità cattiva, avvelenata di rimorsi. Il nostro passato, così bello nei nostri ricordi, e che, separati, non potremo mai dimenticare, sarebbe esso pure guastato da un presente colpevole, e che sembrerebbe la parodia di quanto abbiamo sognato. Tutta la mia vita s’interpone tra di noi.

Giulio non osava più interromperla. Ascoltava, con la testa china, quelle parole tanto vere che risuonavano stranamente in quella camera, guardando talvolta le due candele già per metà consumate, talvolta rivolgendosi verso Elisa con un gesto di violenta negazione ch’ella reprimeva subito.

— Tutto quanto mi dite è vero a un certo punto di vista, — disse lui finalmente con gran tristezza, dopo una lunga pausa; — tutto è d’una verità crudele. Ve lo ripeto, avete ragione, e vi stimo altamente di parlare in tal modo, sebbene mi spezziate il cuore. Il nostro amore sarebbe adesso colpevole; è vero. Il dovere ne lo proibisce; ma, credetelo, il dovere soltanto. Vedete, sono calmo. Sarò anche forte; avrò l’orribile coraggio di obbedirvi. Una vostra parola mi è sacra. Ma a quest’ora suprema, Elisa, confessate la verità. È il dovere che ne separa ancora, inesorabile, null’altro che il dovere. Ma voi mi amate, mi amate come sempre, mi amate come io vi amo. Datemi questa consolazione terribilmente amara di confessarmelo, e partirò.

— Non sarebbe una conclusione. Mentre invece se mi poteste comprendere, se poteste intravedere la verità tal qual’è, e tale che ve la voglio dire tutta intera, vi trovereste un sollievo vero, e la forza di rassegnarvi alle tristi leggi della vita che non possiamo discutere. Dicendo che v’è nel nostro passato qualche cosa di eterno che non può morire, e che le nostre anime sono unite da un vincolo indissolubile, dite il vero.... Ma v’ingannate credendo che io possa amarvi come una volta. Allora potevo darmi a voi tutta intera, consacrarvi tutte le ore del mio tempo, tutti i miei pensieri e tutte le mie sensazioni; adesso invece appartengo ad un altro e da alcuni anni egli ha la mia vita di tutti i giorni.... e come avrei potuto diventar sua, senza nulla dargli del mio cuore? Perchè volete che dicendovi che lo amo, non lo dica che per farvi ancora più crudelmente soffrire? Oh! no, Giulio, non si tratta del dovere solamente, del dovere sociale, come vi ostinate a crederlo.... Se avessi potuto continuare ad essere tutta vostra, allora, non avrei forse calpestato tutti i doveri? Ma perchè vorreste che ci rendessimo ora infelici, cercando una felicità impossibile che non potremmo trovare se non al prezzo della pace della nostra coscienza?

Elisa gli disse che aveva lungamente riflettuto nelle ore della sua solitudine. Gli spiegò che la vita è molteplice e che quando i nostri voti non sono aiutati da circostanze eccezionali, l’ideale è presto soffocato dalla realtà e non può più esistere che nel segreto del nostro cuore. Se non ne viene concesso d’isolarci dal mondo, siamo ben presto ravvolti dalla mischia, siamo costretti ad abbandonare i grandi spazi puri dove la nostra immaginazione vagava, e di camminare nell’erba, sull’orlo della strada.

Elisa, mentre ripeteva tutto ciò, era pallida quanto Giulio.

Lui aveva abbassato il capo; era vinto. Vedeva chiaro finalmente quanto ella avesse ragione. Con un brusco movimento, si alzò quasi per partire.

Elisa trasalì, e allora, lei che aveva saputo parlare con tanta calma e con tanta verità, affranta dalla intensa emozione e dalla tensione dello sforzo, si mise a piangere.

— Per pietà, Elisa, se volete che abbia la forza di fare ciò che devo, non piangete! Vedete, vi ho compresa, sono ridiventato me stesso. E siete debole voi, adesso, ve ne supplico.... Eppure grazie! grazie per queste lagrime!

Ella gli stese le mani, oramai, asciugandosi gli occhi.

— Ho ben ragione, non è vero? Dunque, giurate di obbedirmi?

— Lo giuro.

— Restate ancora un poco, allora. Che io possa avere la dolcezza di parlarvi liberamente, adesso che sono altrettanto sicura di voi che di me, che io possa tenere senza paura per pochi istanti la vostra mano nella mia! Se sapeste quanto, io pure, desideravo parlarvi ancora una volta, quanto l’ho sopratutto desiderato il giorno che vi ho rivisto! Sì, oso dirvelo, ad onta dell’imprudenza, ad onta del pericolo, ad onta di tutto, non posso biasimarvi di essere venuto. È una felicità insperata e che nessuno può rimproverarmi, e sarò più forte, d’ora in poi. Siete buono e grande, Giulio, come lo foste sempre. Oh! senza fallire, senz’aver nulla da rinfacciarmi, potervi parlare sinceramente questa volta ancora! Oh! se potessi sperare, che voi pure sarete meno infelice per avermi veduta! Ma tutto è così triste....

Giulio guardò il suo orologio.

— Ho ancora un’ora da rimanere. Lasciate che vi guardi.

Intanto, Massimo, di fuori, su quel balcone, dove, quando Bardi era entrato nella camera, aveva dovuto abbrancarsi alla sbarra per non fare irruzione, avendo sul capo la serenità del cielo stellato, sotto i piedi l’abisso aperto, e davanti agli occhi, tra gli interstizi delle persiane, la scena che abbiamo descritto, — aveva vissuto altrettanti anni quanti erano i minuti passati, tutta una vita, se si considera il tumulto delle passioni diverse, cambianti ad ogni nuova fase del dialogo, e la dolorosa varietà de’ suoi pensieri e delle mosse dell’animo suo. Dinanzi a quella scena, dove il suo avvenire era in giuoco, una di quelle trasformazioni aveva dovuto compiersi in lui; che, troppo bruscamente subìte per scosse violente, possono uccidere un uomo, specialmente nel suo stato. Ma una così intensa curiosità lo aveva inchiodato al suo posto ch’era passato dallo spavento e dall’orrore all’ammirazione, quasi senza sentirlo. Tremò dai piedi alla testa senza che l’occhio suo s’abbassasse per un secondo, senza che le sue mani potessero muoversi. Rimase sino alla fine, atterrato, affranto, consolato tutt’insieme e di volta in volta. Aveva tutto sospettato, tutto, tranne ciò che vedeva ed udiva. Dal primo momento in cui si era sentito come trafitto dalla certezza acuta che tutto era perduto, egli aveva temuto, sperato, dubitato, pronto a maledire o a piangere, sino alla fine; e tutto lo aveva sorpreso, strappato dalla logica della sua esperienza per aprire alle sue riflessioni degli orizzonti inesplorati.

A un certo momento aveva alzato gli occhi alla gran vòlta oscura e splendida, e si sarebbe potuto crederlo sul punto di cadere in ginocchio come se una preghiera riconoscente gli salisse alle labbra.

Ma non si sentì felice quand’ebbe tutto veduto. Una disperazione nuova si aumentava lentamente in lui. Tutta la sua passione brutale, i suoi desideri di vendetta, ed i suoi furori pieni di angoscia, si dissipavano, e non sentiva più che la vergogna di sè stesso, l’ammirazione e la pietà. Egli moralmente scompariva davanti a quei due ch’egli aveva considerato come colpevoli, e che ora contemplava simili ad esseri superiori. Qualcosa contorcevasi morendo dentro di lui, e un sentimento affatto nuovo vi nasceva. Al posto del suo amore turbato, che avrebbe potuto condurlo fino al delitto, sorgeva una infinita tenerezza che aveva quasi sete dell’amara voluttà del sacrificio.

Aveva visto adesso l’amore nella sua estrinsecazione la più alta, ed a momenti, era stato costretto di dimenticare che lui stesso amava quella donna, a piedi della quale stava un altro.

Aveva compreso codesto amore, del quale da un pezzo conosceva la prima parte, ed alla fine del quale egli aveva così stranamente assistito. Che diventavano i suoi sentimenti, confrontati coi sentimenti dei quali aveva ascoltato la involontaria eloquenza? Aveva sentito la sua gelosia umiliata, intravedendo le segrete profondità di quelle due anime, sentendo più che non dicessero le parole, credendo leggere sui loro lineamenti confessioni non espresse.

Il suo sguardo si perdeva in giù, al basso, e vedendo le pietre del torrente biancheggiare sempre nell’orrore delle tenebre, ebbe per un istante la vertigine della profondità, del silenzio dell’abisso dove tutto si oblia, e lui, che due ore prima, voleva vivere per vendicarsi e punire, pensò allora che sarebbe stato meglio — soccombendo al dolore che lo aveva assalito durante la sua pericolosa ascesa al balcone — cadere nel precipizio e trovarvi la morte, che sarebbe stata la pace per lui e la felicità per gli altri.