VI.
Nella sua camera rosa, in quello stesso letto dove aveva dormito per la prima volta giungendo dalla Lombardia alla Villa del Giglio, Elisa stava coricata. Un bel raggio di sole ancora caldo penetrava dalla finestra semi-aperta, illuminava la tinta rosa delle tende, faceva brillare la doratura di una cornice, e pareva volesse ridonare il colore alle guancie pallide della convalescente.
Elisa aveva abortito, e durante alcuni giorni, era stata male assai. I suoi genitori erano venuti. La speranza tardi concepita e di nuovo perduta di vedere presto un bambino rallegrare la casa, aveva afflitto tutti, ma la signora Valenti specialmente piangeva a calde lagrime il piccolo erede svanito. Elisa, la quale ad onta de’ suoi sforzi per reprimere un tal sentimento, era stata penosamente turbata dall’arrivo di sua madre, dopo d’averla vista seduta al suo capezzale, aveva finito col rispondere ad uno dei suoi abbracci esaltati con un bacio silenzioso, ch’era, senza che nessuno lo sapesse, un bacio di perdono, e più che mai, dopo quanto era passato, le aveva fatto bene la presenza di suo padre, tanto buono a malgrado delle sue debolezze.
La signora Valenti era appena uscita dalla camera. Massimo stava seduto a’ piedi del letto, sulla gran poltrona, dove, pur malato egli stesso, era rimasto cinque notti a vegliare. In nessun posto, d’altronde, avrebbe potuto dormire. Aveva passato là delle ore interminabili, nella penombra vagamente rosea della stanza appena rischiarata dal dolce bagliore di un lume da notte, facendo talvolta, mezzo svegliato com’era, i più strani sogni, talvolta invece rivedendo gli avvenimenti recenti disegnarsi, con nettezza straordinaria sul fondo di pallide tenebre dove si perdeva il suo sguardo. Sempre rivedeva la scena che aveva prodotto in lui una nuova trasformazione, sempre pensava al modo con cui era partito, aprendo macchinalmente, dal balcone, la porta-finestra mal chiusa della camera attigua a quella occupata da sua moglie; come si era trovato, più tardi, alla stazione, quasi senza saperlo, e com’era ritornato alla villa, e vi aveva trovato un telegramma di Elisa che lo avvertiva di non poter tornare prima dell’indomani. Era giunta infatti, e gli aveva raccontato che non aveva trovato la signora Vegezzi a G..., poichè suo marito era stato trasferito a Prato, due mesi prima, e che allora si era decisa ad andarvi, il che aveva prodotto un ritardo di un giorno, che i Vegezzi stavano bene loro, ed i loro sette figli, e ch’erano rimasti assai felici e lusingati della sua visita.
Durante le ore passate a G..., Massimo era stato balestrato tra gli estremi dell’amore, dalla passione tormentosa e violenta alla tenerezza senza limiti, da tutti i furori dell’egoismo esasperato alla completa rinunzia di sè stesso.
Ora si rifaceva l’equilibrio. Sentiva quanto il suo amore per Elisa fosse pieno di disinteresse, ma — sebbene l’idea di sagrificarsi lo tentasse — comprendeva di non esserne capace. Tutto si confondeva nella sua testa stanca. Il pensiero si era in lui mescolato al sogno, nel corso di quelle lunghe notti insonni. Vergognoso della sua gelosia passata, dopo d’aver udito le nobili parole di sua moglie, giudicava amaramente la situazione come avrebbe potuto giudicarla un terzo disinteressato, ma in ciò fare, un dolore tanto acuto lo riempiva che non mancava di una certa orribile voluttà.
Diceva a sè stesso: una volta, per caso, è accaduto che nella nostra società triste e depravata, due esseri si amassero realmente, del raro e vero e imperituro amore. Furono divisi; ma essi si sentirono uniti ad onta della distanza, dalle loro anime, come se le loro mani non si fossero sciolte. Il giovane aveva potuto ritornare in Europa, — avendo prima dovuto mentire perchè la sua fidanzata fosse libera, — e l’aveva trovata moglie di un altro che l’aveva sposata per salvarla, spinto a codesta facile buona azione dalla bontà leggiera che sta in fondo ai cuori corrotti. E questo marito, il quale poi aveva amato sua moglie per capriccio, deve rendere per sempre impossibile la felicità tra due esseri che sembravano creati apposta per amarsi!
E, esaltato, esagerando perfino ciò che gli sembrava la verità, egli si persuadeva d’aver fatto l’infelicità di Elisa. Adesso sarebbe felice, se non lo avesse incontrato allora sul suo cammino. E che cosa meritava lui, non avendole portato che un amore tardivo, dopo una vita sregolata, un amore al quale lei non poteva corrispondere che per un’idea di dovere? Se, realmente, egli sentiva per Elisa un affetto profondo, se veramente egli voleva fare qualcosa per la sua felicità, perchè non lo farebbe sagrificandosi, come prima lo aveva fatto senza merito; perchè avendo voluto una volta salvarla da Gorletti, non la salverebbe adesso da sè medesimo?
Ma sentiva di non poterlo. Ancora rimpiangeva talvolta di non essere piombato in fondo al precipizio, sul quale era rimasto per un istante sospeso nella indimenticabile serata a G...; ma adesso, ad onta di tutto, le mollezze dell’amore lo riprendevano, contemplando Elisa addormentata, pallida, sul candore dei guanciali.
Ed Elisa pure, con gli occhi semi-chiusi, guardava suo marito a lungo, senza ch’egli se ne accorgesse. Nella letargia della malattia, tutte le sue idee si erano come velate, e gli avvenimenti che l’avevano tanto scossa, le parevano già lontani. Ma Massimo le ispirava sempre una penosa paura. Lo vedeva devoto, attento a’ suoi minimi desideri, ma sempre triste ed inquieto, ed aspettava invano da lui una parola che rompesse il ghiaccio, che attenuasse la sensazione d’un qualcosa di straordinariamente teso fra di loro.
La sua vita era mutata. I giorni penosi di Viareggio non erano stati che una lenta preparazione ad una crisi che lei presentiva. Ed, infatti, la presenza inattesa di Giulio a G..., e le ore passate con lui, avevano marcato un punto d’arresto nella sua esistenza. E bisognava voltare una nuova pagina, adesso. Bisognava che la vita interrotta fosse ripresa, e resa possibile. Lo desiderava ardentemente, di tutto cuore, ma perciò era necessario che Massimo la incoraggiasse, trovasse la parola che doveva tutto dissipare. Benchè non si sentisse colpevole, avrebbe però voluto dir tutto, ma una invincibile ripugnanza l’arrestava, e avrebbe voluto sentire da lui, prima, almeno una sola parola pronunciata come le altre volte.
La casa sembrava più silenziosa che mai, ad onta della presenza dei Valenti. I servitori con l’istinto loro, fiutavano nell’aria un cambiamento, del quale tentavano invano di precisare le cause. Le vaste sale del pianterreno sempre vuote, sembravano pure aspettare qualcosa che non doveva giungere mai. Si restava negli appartamenti del primo piano, vicini alla camera di Elisa. Quando vi erano riuniti, provavano tutti un lieve imbarazzo indescrivibile, ciascuno a modo suo.
Massimo errava solo nel giardino dove aveva tante volte passeggiato con Elisa, e le memorie che sorgevano ad ogni passo, come spiranti dagli alti alberi, come susurrate dalle ultime foglie cui già la brezza autunnale scuoteva, gli sembravano memorie di cose morte, per sempre sepolte nel passato lontano, e che nulla più potrebbe far rivivere. Gli pareva certo che codesto silenzio pesante sopra ogni cosa non potrebbe venire interrotto mai più. I soavi parlari, le tranquille gaiezze che gli rendevano una nuova gioventù, la delizia dello sentire dimenticato il mondo nelle dolcezze di un egoismo in due, tutto ciò era volato via per sempre. Se guardava all’ora del tramonto le valanghe di porpora e d’oro spegnersi lentamente all’orizzonte, e l’ombra invadere a poco a poco i contorni lontani di Firenze, diceva a sè stesso che quel poema celeste, variato tutti i giorni e costantemente sublime, non darebbe più le ali alla sua imaginazione, poichè egli non troverebbe più in sè stesso le mille tinte cangianti di un imperituro amore, armonizzantesi col cielo.
Giungeva a pensare che sua moglie ingannava sè stessa credendo di amarlo, e che resterebbe sempre tra di loro un terribile segreto a separarli. Quante volte, dacchè lei era convalescente, egli aveva voluto parlare, e quante volte aveva sentito la impossibilità di articolare le parole!
Finalmente, quel giorno, senza ch’egli sapesse dove trovava un tale coraggio, prese la mano d’Elisa che tenne lungamente nella sua, e le chiese di ascoltarlo, deciso a dir tutto.
Ma lei trasalì, e divenuta seria, si sollevò a sedere nel letto, esclamando:
— Sono io che devo parlarvi!
E allora, a poco a poco, fermandosi spesso, in preda a una sofferenza visibile, ma ben risoluta a fare ciò che meditava da un pezzo, e allo stesso tempo come consolata ad ogni parola che le usciva dal labbro, gli raccontò tutto quanto s’era passato a G....
Massimo si arrestò di botto, e si guardò bene dall’interromperla. Pallido, attento, non perdeva una sillaba, e talvolta, un sorriso commosso gl’illuminava gli occhi. Lei raccontò tutto, senza volere nulla nascondere nè attenuare, con la sincerità assoluta d’una donna cui la dissimulazione aveva già costato quanto una menzogna. Nulla al mondo avrebbe più potuto commuovere Massimo, di questo racconto, del quale ogni parola fiammeggiava dinanzi a lui. Padrone di sè, seppe ascoltare sino alla fine quella nobile confessione, umilmente detta. Elisa parlava lentamente, sentendo la mano di suo marito stringere sempre più forte la sua.
Ma non resistette più appena ella ebbe finito, e precipitandosi in ginocchio contro il letto, disse:
— Sapevo tutto!
E con grande stupore d’Elisa le narrò a sua volta in qual modo e con quali sentimenti era stato testimonio di tutta la scena.
Elisa, affranta dall’emozione, sentì allora che vi era qualcosa di provvidenziale in questo fatto che l’ingiusto sospetto per il quale suo marito era stato spinto a farle la spia, aveva servito a mostrargli tutta la verità, nella sua evidenza, con una certezza che niente altro al mondo avrebbe potuto dargli. Mentre Massimo parlava, i ricordi indimenticabili del suo colloquio con Giulio le apparivano adesso sotto una luce nuova: sentiva d’essere stata come ispirata da una potenza superiore a pronunciare quanto aveva saputo dire in quel momento supremo. Ad ogni frase del racconto di suo marito, ad ogni parola che talvolta veniva fuori penosamente, ella vedeva tutto quello ch’egli aveva dovuto soffrire in quel giorno, tutto le mostrava la nobiltà celata nel fondo di quell’anima, che nè le corruzioni del mondo, nè lo scetticismo della sua vita, avevano potuto soffocare.
Dopo una tale confessione, si sentirono entrambi sollevati, ma ciò non bastò ancora a togliere la barriera che sembrava separarli, nè a dissipare l’ombra stendentesi sopra la villa.
Elisa guarì presto, ma le si raccomandarono le maggiori cure, consigliandole allo stesso tempo di distrarsi. Massimo continuò ad occuparsi esclusivamente di lei, ma senza poter ritrovare nè la sua forza di carattere, nè il suo coraggio morale, dicendo a sè stesso che la sorte non avendo concesso la formazione di un nuovo vincolo tra di loro, per mezzo di un bambino, egli non poteva più sperare nell’avvenire.
Massimo propose a Elisa di stabilirsi per tre mesi a Firenze, e di andarvi prima dell’epoca fissata per accompagnarvi la signora Valenti, la quale desiderava passarvi alcuni giorni prima di tornare a Milano. La sua villa, da lui tanto prediletta poco prima, non gli piaceva più, e pensò che un cambiamento sarebbe forse salutare.
Egli contava sulle distrazioni forzate. Per di più, pur troppo! la solitudine completa con Elisa gli sembrava cattiva per entrambi.
Nei primi giorni passati al palazzo d’Astorre, accadde infatti che le cure necessarie, le visite da ricevere e da restituire, certi affari stati un poco negletti e dei quali bisognava occuparsi, la compagnia della contessa Goffredi e di qualche altra amica intima, presero buona parte del loro tempo. Di comune accordo tacito, accettarono, in una certa misura, tutte le banalità della vita cittadina, e si crearono delle piccole occupazioni coi doveri trascurati prima con tanta felicità. Cedevano talora pigramente a ogni specie di voglie barocche che passavano per il capo della signora Valenti; e Elisa accompagnava spesso suo padre nei suoi interminabili vagabondaggi per le vie, ascoltando il suo cicaleggio un po’ vuoto, ma affettuoso, e sentendogli ripetere, quasi con una specie di piacere, tutte le storielle della sua gioventù, che lei sapeva a mente, e che gli aveva sempre udito recitare con la stessa espressione di fatuità stanca.
A Firenze si trovò Massimo mutato. Non era meno elegante; il pallore del suo viso un po’ smagrito, gli dava anzi una seduzione nuova al suo volto, che non era alterato, ma più serio. Solamente, parlava poco e sembrava preoccupato. Il suo sguardo, più profondo, non si fissava più sulle persone con quella rapida fissità di osservazione che turbava ed affascinava altre volte; era divenuto distratto e pensoso. Aveva perduto quella prontezza alla risposta che lo aveva reso celebre; la freccia, lanciata qualche volta ancora per abitudine, scoccava lenta e come in ritardo, ed egli la vedeva cadere a terra, noncurante.
Lo si diceva ammalato, più seriamente ch’egli non lo credesse, poichè ne parlava ridendo. La verità era che le forti scosse morali avevano alterato la sua salute e un poco scossa quella costituzione di ferro che aveva resistito a tutto il resto. Il suo medico, della sincerità del quale egli era sicuro, lo aveva rassicurato, pure raccomandandogli di evitare le emozioni, e di fare una vita regolare; ma talvolta lui sentiva dei tristi presentimenti.
Ma non era di ciò che si preoccupava. Ciò che voleva era riconquistare la felicità perduta, trovare in sè la forza che vincerebbe il destino, rivivere ancora un poco come aveva vissuto durante tre anni, ma assaporando assai meglio, ora, la sua felicità. — Tuttavia, nelle sue ore di scoraggiamento, quando non osava più sperare, gli accadeva di augurarsi di andarsene presto, bruscamente, senza soffrire. Poichè, ad onta di tutti i ragionamenti che si ripeteva nei suoi momenti lucidi, era assai scorato. Uno sforzo era necessario, lo sentiva, e gli mancava la forza. La molla sembrava spezzata in lui. Il desiderio immenso che lo riempiva, che lo faceva soffrire e sperare, che solo lo aiutava a vivere, codesto desiderio era infinito, ma impotente. A momenti non provava più nulla, tranne un gran bisogno di riposo. Sentivasi ancora un animo fiero e dei muscoli d’atleta, ma non sapeva più servirsene e aveva perduto ogni fiducia. Diventava talvolta indifferente e cascava a poco a poco in quell’apatia che ne addormenta per delle giornate intere, e dalla quale il colpo acuto del dolore bruscamente ritornato, simile a un dolore fisico, ne risveglia ad un tratto.
In società lo si guardava assai con una curiosità nuova; per molto tempo non se ne accorse. Delle nubi erano dunque venute ad oscurare quella luna di miele che pareva dover splendere sempre, si diceva. Una sera che Massimo se ne stava silenzioso in un angolo della sala, lady Thompson emise questa sentenza profonda:
— Pare che anche la felicità non renda felici.
Ma, un’altra sera, che Massimo assisteva a una partita, nella sala da giuoco, e che lo si credeva attento alle varie peripezie, mentre in realtà non vedeva nemmeno le carte, udì alcuni giovani che parlavano di lui. Lo si compativa.
Egli eccitava dunque la pietà, adesso! La ferita, che risentì di colpo il suo amor proprio, fu per lui come una puntura di sprone. Alzò la testa e tutta la persona. Vedendosi in uno specchio ch’era davanti, constatò che non era più lo stesso, che bisognava ridiventarlo, e che a quel prezzo solo potrebbe forse ancora riacquistare la felicità. Si guardò intorno simile ad un uomo che si ridesta, e la sua energia gli ritornò. Fu come una trasformazione. Con un violento sforzo di volontà, egli si mutò. Ritornò nella sala grande, dove lady Thompson pure parlava di lui a voce bassa, circondata dai suoi intimi, e fu come se Massimo d’Astorre facesse il suo ingresso dopo una lunga assenza. Mentre parlava, col suo brio ritrovato, vedeva attraverso il grande uscio aperto, nella sala vicina, Elisa, che in mezzo a un gruppo di donne pretenziosamente vestite, dominava per la sua stessa semplicità e per lo splendore calmo della sua bellezza. Mai gli era sembrata tanto seducente. L’amò in quel momento al punto da dimenticare i suoi recenti dolori. Vedendolo discorrere, ella gli sorrise, e da quel solo sorriso egli si sentì riempire di un orgoglio senza limiti. Si trovò subitamente in eccellenti disposizioni, sul proprio terreno, ed ebbe un vero godimento nella ripresa di possesso di sè medesimo.
Da questo momento, Massimo ebbe bensì ancora qualche ora di debolezza, ma ricominciò a lottare. Si applaudì d’essere venuto a Firenze, poichè lì solamente aveva potuto uscire a poco a poco dallo stato di marasmo in cui era caduto. Ridivenne per Elisa quello ch’era stato nei primi giorni del loro amore. Contemplò rifiorire la sua bellezza dopo la convalescenza circondandola di cure discrete, con tutte le delicatezze della sua natura. Seppe ritrovare le seduzioni ispirate dalla passione, ed erano più affascinanti, velate dalla tristezza ch’egli non le nascondeva, a lei. Eppure, egli non s’imponeva, comprendendo che bisognava lasciare agire il tempo; la spingeva a distrarsi un poco, cercando tutto quanto le potesse piacere di più. E non le mostrava più le sue paure, i suoi turbamenti; si celava nelle ore cattive. Ancora infelice assai, passava però in mezzo alla folla, superbo di vedersi invidiato. Riuniva tutta la forza rimastagli, e di gioventù e di spirito, in un grande sforzo. Per il momento sentiva ch’essi erano più riavvicinati in mezzo al mondo, che soli. Studiava ogni gesto, ogni atteggiamento d’Elisa, cercava di vederle passare sulla fronte i pensieri, d’interpretare le parole, di leggere nelli occhi, e uno sguardo triste bastava ad agghiacciarlo per un momento, mentre una stretta di mano aveva il potere di rendergli intero il suo coraggio.
Per un tacito accordo non parlavano di quanto era passato. La pace che stavano ritrovando poteva essere facilmente turbata, lo sentivano, e un vago imbarazzo esisteva tuttora fra di loro. Comprendevano che il silenzio era buono ed aiutava il tempo. Per il momento, si celavano a loro stessi i loro propri segreti.
Massimo d’altronde usciva molto, la lasciava coi suoi parenti, e sua madre, ignara di tutto, era soddisfatta delle buone disposizioni di suo genero per lei, e ne approfittava per prolungare il suo soggiorno in Toscana, ben contenta di mostrarsi alle Cascine nel magnifico equipaggio della figlia.
V’era ressa intorno ad Elisa, e molti le facevano la corte, rispettosamente. Quelli che si ostinavano a non amarla erano ora contradetti risolutamente. Lady Thompson affermava che la marchesa d’Astorre stava perdendo il suo solo difetto, quello d’essere un poco ritrosa, e non ne parlava più che come della sua migliore amica, pretendendo perfino di essere gelosa della contessa Goffredi, la quale, sola, indovinava che doveva essere accaduto qualcosa d’insolito alla Villa del Giglio. Pure non poteva nulla comprendere di positivo, e rimpiangeva assai che Paolo fosse assente, poichè lui forse avrebbe scoperta in parte la verità. Ma Paolo era in Oriente, per un lungo viaggio.
Intanto Elisa, ritrovandosi in società, si rendeva conto di molte cose che prima le riuscivano oscure. La luce si faceva ancora una volta, e certe abitudini strane le apparivano ora quasi naturali. Meno ritrosa, sentiva che la distrazione può talvolta essere necessaria, e subiva volentieri l’influenza delle cose esterne, del rumore che la vita mondana metteva intorno a lei, e che poneva la sordina ai suoi incessanti pensieri, al suoi ricordi ancora troppo vivi.
E comprese meglio Massimo. Indovinò quanto negli uomini il carattere, la condotta, tutto, è subordinato alle circostanze, alla posizione sociale, al primo passo dell’adolescenza, all’esempio altrui, alla vanità eccitata, ad una curiosità insaziabile, non trattenuta da alcun principio.
Riesciva ad essere buona ed affettuosa, a mostrare che nulla era mutato in lei. Ma talora, quando si trovavano soli, lo sguardo fisso di Massimo che cercava di penetrare fino in fondo all’anima sua, la scoraggiava, e sentiva un turbamento pieno di paura, quando, dopo un subito abbraccio pazzamente appassionato, egli si svincolava di botto, e indietreggiava, con una espressione di sofferenza, e come se avesse sulle labbra una domanda che non poteva formulare. E lei non sapeva certo indovinare cosa egli pensava allora.
Egli pensava che una condanna incombeva sopra di lui, e che avendo imparato così tardi ad amare, non poteva essere completamente amato. La sorte gli rifiutava le gioie misconosciute altre volte, adesso che le intendeva, ed a lui che aveva solo veduto il lato plastico dell’amore, erano rifiutate per sempre le supreme delizie dell’unione assoluta del sentimenti. Quando vedeva Elisa sorridergli, quando se la stringeva al cuore, egli però sentiva di non possederla tutta. Cosa non avrebbe dato per averla incontrata pel primo, per regnare su quell’anima qual signore unico, per essere solo al mondo ad adorarla, perchè lei non avesse il minimo pensiero segreto, il minimo ricordo che non gli appartenesse! Lui, tanto orgoglioso e tenero della sua libertà, una volta, si sentiva ora superbo di appartenere tutto intiero e per sempre a una donna, e disprezzava il suo passato così pieno e così vuoto ad un tempo, ma avrebbe voluto accontentare tutte l’esigenze della possessione; comprendeva che il desiderio umano è sempre incompleto, ma che deve almeno essere soddisfatto per tutto quanto le leggi terrene permettono. Pensava che in quella solitudine dell’amore che mette il deserto fra noi ed il mondo, egli non possedeva tutta l’anima di Elisa, neppure quando la rinchiudeva nella rete della sua tenerezza, della quale non si poteva disfare una sola maglia. E si sentiva invadere allora da un immenso sconforto che lo rendeva debole come un fanciullo.
Pensava spesso a Giulio Bardi, troppo spesso. Dal giorno in cui aveva veduto e compreso quell’uomo, qualcosa di nuovo gli era stato rivelato. Aveva incominciato ad odiarlo di un odio intenso, poi lo aveva ammirato, anzi allo stesso tempo. Adesso rifletteva senza posa a quel rivale per sempre allontanato, ma che restava sempre presente alla sua memoria.
Pensava che quell’uomo, consacrato al lavoro fino dalla sua prima giovinezza, era stato condannato all’esilio e ad una fatica incessante, quasi materiale e certo inferiore alla sua intelligenza, e che, in codesta vita tutta di dovere, l’amore era stato il solo punto luminoso, un amore sublime e forte, che giungeva fino al sagrificio completo. Lui, Massimo, al contrario, nato tra i felici del mondo, possessore di un gran nome e di una sostanza colossale, avendo conosciuto tutti i piaceri, tutti i godimenti, e perfino le emozioni che sono le più rare nelle classi privilegiate — lui, ammirato, lusingato, gustato, eccitato in tutte le sue vanità, non aveva pensato mai che a sè stesso, e aveva sdegnato i sentimenti più nobili. E adesso, convertito, aspirante alle voluttà più alte, dopo d’essersi avvolto nelle più basse, stanco di tutto, annoiato, rivolto verso la verità per un ultimo capriccio, e non comprendendo la curiosità della passione ideale, completa, che dopo d’aver avuto tutte le altre — era venuto, lui che aveva tutto, a rubare l’amore di tutta la sua vita a quell’altro che non aveva nulla!
Ma, ad onta di tali pensieri — che certo ben pochi avrebbero compreso — egli voleva vincere.