UN MATRIMONIO ECCENTRICO.
PARTE PRIMA.
I.
I servitori sembravano molto affaccendati nella sala da pranzo della villa Arombelli, vasta, di forma semicircolare, un po’ fredda con le sue pareti coperte di stucco rosa e le sue colonne in marmo bianco sostenenti una vôlta dove si vedeva una classica nascita dell’Aurora sopra fondo azzurro. La tavola, tutta pronta, era semplice, ma non senza lusso. Non vi si scorgevano i raffinamenti della eleganza moderna; ma piramidi alte di frutta in vasi della China, circondati di fiori, rallegravano la candidezza della tovaglia e alternavano con dei ricchi candelabri d’argento, l’illuminazione essendo di sole candele. Gli angoli della sala rimanevano nella penombra.
Le altre stanze del pianterreno, il vestibolo, il gran salone, la sala da bigliardo, la biblioteca erano deserte; il salotto d’angolo, tanto abitato durante la giornata, pareva il più vuoto. Non occupate, le poltrone apparivano più ampie del solito; il fuoco — quel fuoco che si accende tanto gaiamente e che imparte tanto benessere nei primi giorni di autunno — non aveva più fiamma, e trasformato in un bracere incandescente che si sarebbe potuto credere alimentato da metalli in fusione, gettava in mezzo alla stanza un largo riflesso rossiccio che rendeva più nera l’oscurità circostante. Talora un domestico attraversante le sale senza rumore, turbava solo il profondo silenzio; perfino gli oggetti sembrava aspettassero. Suonava il primo colpo di campana per il pranzo; gli orologi, suonando le sette, pareva si rispondessero.
Codesta tranquillità contrastava con l’animazione che regnava più su, al primo piano. Nei corridoi, le cameriere s’incrociavano, portanti sul braccio talvolta delle vesti, sotto la cui ampiezza scomparivano quasi; qualche uscio s’apriva mostrando dei piccoli interni eleganti e in disordine. Le campanellate si succedevano, con timbri vivaci, prolungati o impazienti. Nelle camere gli uomini si vestivano gravemente, le signore si facevano belle con cure minuziose; si udivano a momenti qualche parola pronunciata a voce alta o qualche scoppio di riso represso.
Nel suo salottino particolare, ritiro nel quale non era facile penetrare, la padrona di casa, la marchesa Arombelli — vecchia signora gentilissima, vedova e senza figli, accarezzata dai suoi numerosi parenti, e amata dai molti suoi amici — già vestita per il pranzo, come quasi sempre in raso bruno ornato di trine antiche, dava alcuni ordini alla sua cameriera. La marchesa era piccola, un po’ troppo grassa, poco maestosa, con un viso calmo e buono, le guancie fresche, i capelli grigi arricciati; e certi occhietti neri che denunziavano però una vivacità latente, e a malgrado di tutto ciò aveva un’aria molto aristocratica. Dall’attenzione che la cameriera prestava alla padrona, si sarebbe potuto facilmente indovinare che accadeva qualcosa di un poco insolito. E se ne sarebbe rimasti ancora più persuasi, se si avesse potuto visitare ad una ad una le camere degli ospiti, e sorprendere il cicaleggio delle signore, le quali si affrettavano un poco, senza perciò trascurare alcuna minuzia della loro acconciatura. La più elegante, la bella contessa Lassardi, aveva imperiosamente mandato via la sua cameriera, che, diceva lei, non capiva mai nulla.
Ma nell’ultima stanza, in fondo al grande corritoio, a destra, una fanciulla stava tutta pronta, seduta sopra una sedia, con i gomiti appoggiati a un piccolo scrittoio, in una posa di abbattimento. Elisa Valenti era pallidissima, con il viso stanco; una grossa lagrima, una di quelle lagrime brucianti che non si cura più d’arrestare, le scendeva lungo la guancia. Guardava fissamente il leggio silenziosa; s’era lasciala vestire senza badare a cosa le mettevano, seria e calma in apparenza; poi, appena rimasta sola, aveva approfittato di quel momento di tregua per piangere. Adesso, non voleva più piangere, ma sulla sua faccia si dipingeva l’espressione di un dolore quasi disperato. In quell’ultima stanza di codesta villa, dove la vita sembrava così facile e dolce, vi era dunque la sofferenza, e una sofferenza acuta; una scena solitaria di un dramma forse semplice, ma doloroso.
L’avvenimento che si aspettava in quel giorno non era certo straordinario; si trattava dell’arrivo del nipote della marchesa, il bel Massimo d’Astorre, celebre per le sue follie, per la sua prodigalità e per le avventure della sua vita. La zia, che da parecchi anni non lo aveva più rivisto, lo amava molto, benchè disapprovasse la sua condotta, e s’era sentita commossa quando egli le aveva scritto che verrebbe finalmente a farle la visita da tanto tempo promessa. Avrebbe dovuto arrivare quel giorno verso le due; lo si era atteso con impazienza, con curiosità, quasi con emozione — inutilmente. Si parlava solo di lui in casa da una settimana. La vita si scorreva così tranquilla, nelle uniformità delle abitudini, che l’arrivo di Massimo acquistava il valore di un avvenimento d’alta importanza. Era qualcosa d’interessante, di saporito, di piccante, come un lieve scandalo. Verso le sei si discorreva ancora di lui nel salone, si diceva che giungerebbe solo all’indomani, quando, annunciato ad alta voce, entrò d’improvviso con una scioltezza sua speciale, baciò la mano alla marchesa, s’inchinò davanti alle altre signore, e accontentò tutti.
Poi, ognuno era salito per vestirsi. E, lassù, si discorreva ancora di lui, sottovoce; lo si analizzava, ci si vantava di essere in relazione con lui o di non averlo voluto conoscere; si discuteva sulla sua figura, sui modi, sulla sua vita. Le cameriere bisbigliavansi all’orecchio una storiella udita in guardaroba, e che giù, nel tinello, i servitori pure ripetevano. Era una spiegazione del ritardo nell’arrivo del marchese. Si pretendeva ch’egli fosse veramente giunto con il treno del tocco, ma accompagnato da una donna assai vistosamente vestita e che parlava un po’ troppo forte; ch’erano stati riveduti mentre facevano colazione insieme al piccolo caffè della stazione, e che perciò aveva potuto giungere soltanto alle cinque. — Di certo egli non s’imaginava di occupare tanto tutti, mentre nel quartierino assegnatogli, discorreva col suo cameriere che disfaceva prestamente le valigie.
S’udì il secondo colpo della campana. Il signor Gorletti, personaggio disaggradevole, assai ricco e brutto, una specie d’uomo d’affari in ritiro che la marchesa invitava, perchè altre volte l’aveva possentemente aiutata a vincere una causa importante — era già nel salotto d’angolo e aveva ravvivato il fuoco, quando tutti scesero. Il salotto si rianimò; tutti sedettero per un momento nelle ampie poltrone.
— Sono sicura ch’egli si farà aspettare, — disse la contessa Lassardi.
Ma no; Massimo entrò all’istante stesso in cui, da un altro uscio, il maggiordomo annunziava il pranzo. La marchesa prese il braccio di suo nipote e seguì gli altri.
Elisa Valenti si era ben lavata gli occhi, s’era rifatto e calmato il viso, e nulla in lei accusava una emozione qualsiasi. Il pallore de’ suoi lineamenti stanchi accusava piuttosto lo stato di triste apatia cui si giunge quando non si spera più nulla!
Essa era bella, d’una bellezza mesta e dolce che non faceva impressione sulle prime, ma che non si dimenticava; — sottile, bianchissima, con degli occhi celesti, lunghi e velati, e dei magnifici capelli castani. — Massimo, che non l’aveva rivista da molto tempo, la trovò mutata; già la vita aveva tracciato le sue linee misteriose su quel viso, e sembrava sofferente. Qualche gran cambiamento doveva essersi prodotto, perchè apparisse così. Certo doveva aver già acquistato molta forza d’animo per saper dissimulare a tal punto; nessuno, vedendola discorrere, sorridere e mangiare, avrebbe indovinato che un quarto d’ora prima essa piangeva come impazzita dal dolore; senza dubbio aveva dovuto prendere lezioni precoci alla dura scuola del mondo, per sapere già mettersi in tal modo una maschera sul viso. Una sola volta il suo sguardo si fissò per un istante nel vuoto, quasi affascinata da una visiono spaventosa; ma non fu che un momento e nessuno se ne accorse.
Erano dodici a tavola: quelli che già abbiamo nominato, poi donna Maria Terzi, una parente della padrona di casa, giovane, brutta e di una eccessiva eleganza; suo marito, un brav’uomo assai maturo e molto insignificante, che parlava di cavalli soltanto; la loro bellissima bambina con l’istitutrice, una inglese assai corretta, vittima ad un tempo dei genitori spensierati e della fanciullina capricciosa; il piccolo Giacomo Arombelli, erede presuntivo della marchesa, ch’era accusato di fare troppo apertamente la corte alla bella contessa Lassardi; un giovine pittore, protetto da tutti; e finalmente il medico, vecchio silenzioso e gran mangiatore. La contessa era venuta senza il marito, che, secondo il suo costume, s’era rifiutato ad accompagnarla, detestando la vita di campagna.
La conversazione era animata; si ascoltava Massimo con grande attenzione e non senza una curiosità troppo viva, cui la buona educazione appena nascondeva. La contessa Lassardi e il piccolo Giacomo gl’indirizzavano perfino delle domande troppo dirette, un po’ indiscrete, alle quali egli rispondeva vagamente, ma nel modo il più cortese; egli divertì e raccontò qualche storiella scabrosa con un bel sangue freddo — insomma egli stupì tutti per questo semplice fatto, straordinario per essi, che diceva qualche cosa. Fu amabilissimo con la zia ch’era alla sua destra, e galante, non senza una lieve punta d’ironia, con la contessa, dall’altra parte, che appariva più colorita e con lo sguardo più sfavillante del solito.
Tutto ciò non gli impediva di osservare. Non perdeva nulla di quanto accadeva sotto ai suoi occhi, e indovinava anche benino ciò che non si vedeva. Per abitudine e per gusto, amava, in società, a scrutare “il disotto„, a cercare le cause celate di effetti appena visibili, a intravedere le faccie vere sotto le fisonomie d’apparato, la natura sotto la convenzione, i vizi e le virtù inverniciate dalla tinta uniforme della vita mondana. La ingordigia del medico lo divertiva, ed osservò che il signor Goretti guardava Elisa di soppiatto, press’a poco nello stesso modo che il degno dottore contemplava ciò che doveva mangiare. Varie pretese mal dissimulate scaturivano per lui dal rumoroso cicaleggio della sua vicina di sinistra, e, nel mentre vi rispondeva, non poteva a meno di sorridere alle occhiate feroci lanciategli dal cugino.
Guardando Elisa Valenti, si convinse del tutto che un segreto si nascondeva adesso sotto quel contegno tranquillo e dignitoso, sotto l’espressione calma e un po’ forzata del suo volto. Il pensiero di lei doveva assentarsi. Perchè, non essendo timida, e trovandosi in un ambiente intimo, abbassava così spesso gli occhi? Era forse per evitare degli sguardi troppo spesso fissati sopra di lei? Il suo riserbo, a momenti eccessivo, e contrastante con la naturalezza de’ suoi modi, derivava forse semplicemente dalla superiorità che, pure senza confessarlo, doveva sentirsi sopra quelli che la circondavano?
— Il treno di Monza è stato oggi terribilmente in ritardo, non è vero? — disse Giacomo.
— Non ne so nulla; arrivo dal lago di Como, dove sono stato a trovare un amico d’infanzia, e sono venuto qui in carrozza.
— Ah! ecco! E sei venuto presto?
— In due ore e ventidue minuti.
Tutti lo guardavano, ma lui non sembrava accorgersene; soltanto, siccome al Gorletti spuntava sulle labbra un sorriso stupidamente maligno, gli gettò un’occhiata che lo fece cessare.
— Si può sperare, Elisa, che i tuoi arrivino finalmente domani? — chiese la padrona di casa.
— La mamma giunge per certo; ho ricevuto una sua lettera ora. Ma credo che mio padre si dovrà trattenere ancora qualche giorno a Milano.
— Sarò ben felice di rivedere la sua signora madre, — disse Gorletti con un sorriso. Elisa non rispose affatto.
— Oserei chiederle, signorina, se la emicrania si è totalmente dissipata?
— Sì dottore, va molto meglio, grazie a lei.
Allo stesso tempo una piccola discussione s’era impegnata all’altra estremità della tavola.
— Oh! donna Maria, esagerate!
— Che dice donna Maria?
— Ma pretendo semplicemente, — rispose questa, voltandosi verso Giacomo che aveva fatto l’interruzione, — che non è possibile di vivere secondo le esigenze d’oggi in una certa società, insomma di vivere convenientemente, con meno di centomila lire di rendita.
— È una teoria pericolosa, — mormorò Gorletti.
— E che può condurre assai lontano, — aggiunse il pittore a bassa voce.
— Mi permetta di dichiararle, donna Maria, — rispose d’Astorre, — che non sono del suo parere. Centomila franchi all’anno non bastano, o sono troppi.
— Ah! questa è nuova!
— Potrei anche provarlo esattamente, ma sarebbe troppo lungo. Rifletta bene, e s’accorgerà che non ho torto.
— Io vorrei un milione per me sola, con Sarah! — gridò la piccina, con la sua voce acuta, abbracciando la sua istitutrice.
Tutti risero, ma suo padre la fece tacere, ridendo però anche lui, e rivolgendosi ad Elisa:
— E lei? Si potrebbe sapere la sua opinione su questo grave argomento?
La marchesa fece un cenno assai significante a suo nipote, come per arrestarlo. Massimo l’osservò. Egli, del resto, sapeva che i Valenti non erano ricchi. Gorletti, allo stesso momento, ebbe un movimento di curiosità, in attesa della risposta.
— Secondo me, tutto è relativo, e si può essere soddisfatti con poco, o poveri possedendo dei milioni.
— Lei esprime così dicendo la mia stessa opinione in un modo più semplice.
— Ah! scusa, non è la stessa cosa! — esclamò Giacomo.
— Io credevo, — interpose Gorletti, — che la signorina Valenti disprezzasse il denaro e tutte le cose positive.
Il dottore disse che lui pure lo credeva, giudicandola un poco romantica.
— Lei s’inganna, dottore; io stimo invece altamente i beni materiali, e per un motivo giustissimo, ch’essi soli cioè ne assicurano l’indipendenza.
Vi fu un breve silenzio; la marchesa ne approfittò per mutar discorso. Pochi momenti dopo il pranzo era finito; tutti si alzarono.
Appena in sala, la contessa Lassardi s’avvicinò a d’Astorre.
— Sapete che sono in collera con voi, — disse, abbassando un po’ la voce.
— Di già? Badate, mi farete diventar vano.
— Come se non lo foste! Sì, sono in collera, perchè non mi avete voluto ripetere che cosa si raccontava di me a Nizza; non bisognava allora lasciarmi sapere che si raccontava qualcosa. Ma mi posso vendicare, giacchè ne so di belle sul conto vostro.
— Ebbene, contessa, facciamo la pace. Venite qui; vi racconterò la vostra storia, voi mi direte la mia.
Presero posto in un angolo della sala, e, per una ventina di minuti, rimasero come separati dalli altri. Due o tre volte ella gettò dei brevi gridi, nascondendosi il viso dietro il suo grande ventaglio. Durante un minuto, lo guardò fisso negli occhi, e un lieve sorriso le comparve sulle labbra. All’altra estremità della sala, il cugino teneva un giornale in mano e li guardava per di sotto, furibondo.
Quando la confessione della contessa fu terminata, la marchesa chiamò il nipote presso di sè.
— Vediamo, Massimo, vieni un po’ a discorrere con me, adesso. Sarai dunque sempre incorreggibile, cattivo soggetto?
— Sempre, cara zia. On a des principes.
— Ou on n’en a pas. Dici delle cose nefande.... e ne fai. Mi vennero raccontati aneddoti da far fremere. Si pretende anche che sei talmente incapricciato di una celebre attrice di cui ho scordato il nome (al solito) che vuoi dirigere un teatro per lei.
— Sì, è un progetto che mi frulla nel capo. Bisogna incoraggiare l’arte, e l’assicuro, zia, che la Kausler è un’artista veramente superiore.
— No, non parlarmene. Ma questo è ancora nulla. E quell’orribile vizio del giuoco!
— Ah! in quanto a quello, non sa dunque ch’è una passione che ne toglie del tutto il libero arbitrio?
— Taci, mi fai orrore. È ridicolo che da parte mia io persista a volerti bene, ad onta di tutto. Voglio dimenticare le tue colpe, per ora, giacchè sei qui, giacchè almeno sei venuto, finalmente. Avevo quasi perduto ogni speranza. Sa, signorino, ch’è un gran pezzo che non lo si è visto?
— È spaventoso. Dieci volte fui sul punto di venire, e sempre.... Pensi, zia; due giorni fa ero a Parigi e non credevo affatto di poter venire.... Ma, infine, ci sono!
Vicino al vasto camino, la conversazione continuava animatissima. Una nuova disputa s’era impegnata fra Terzi e la contessa, e Giacomo vi voleva prender parte. A una certa distanza, Gorletti l’osservava.
— Ma che ha dunque Elisa? sembra triste assai anche questa sera, — diceva donna Maria che stava sfogliando dei libri a un tavolino.
— Non ne so nulla. Davvero che non mi ci raccapezzo più.
— Da qualche giorno tutto ciò diventa proprio incomprensibile.
— Ho un bel studiarla, rimane un mistero anche per me, — soggiunse il dottore.
Donna Maria si avvicinò allora alla marchesa ed a Massimo.
— Sapete di che cosa stiamo parlando? — chiese, gettando uno sguardo dalla parte ov’era Elisa.
— Lo indovino. Lasciatela stare, povera ragazza; si sforza d’essere socievole; non bisogna parere accorgersi di nulla.
— Naturalmente. Ma vado a parlarle per toglierla alla sua contemplazione.
E andò a sedere essa pure accanto al fuoco.
— Hai già notato, Massimo, ch’Elisa sembra sopra pensiero?
— Certo, appena la vidi. Mi parve anzi assai mutata.
— È assai bella, però.
— Certo, ma c’è sul suo viso una espressione che fa pena a vedersi.
— Credi che sarebbe possibile di giungere a comprendere qual sia la causa della sua tristezza?
— E lo domanda a me? Ma, cara zia, lei lo deve ben sapere, lei che l’ha sempre davanti, se io, rivedendola questa sera dopo tanto tempo, l’ho indovinato da un’ora.
— Discorrendo con la contessa?
— Ma sì; ciò non mi chiudeva gli occhi.
— Ebbene, dimmelo, perchè è così mesta?
— Ma, zia, perchè la si vuole costringere a sposare quel brutto signor Gorletti.
La marchesa fece un movimento di viva sorpresa.
— Massimo, devi essere il diavolo in persona!
Egli si mise a ridere.
— Ma niente affatto. Alcuni lievi indizi a tavola, il contegno d’Elisa e di quel brutto signore hanno bastato a mettermi sulla strada. A proposito, com’è che lei lo conta tra gli amici suoi?
— Egli mi ha reso servizio altre volte in circostanze assai difficili. A dire il vero comprendo ch’egli non ti piaccia, così a prima vista; ma ti assicuro che possiede delle qualità eccellenti. È un uomo retto ed abilissimo, che ha raddoppiato la sua fortuna a poco a poco e onestamente. È assai benefico. Sia detto fra noi: tre anni fa, ha salvato i Valenti da una rovina certa.
— Ed è per ciò che ora gli vogliono dare la loro figlia?
— Egli ha chiesto la mano d’Elisa; essa non voleva, e l’hanno pregata di aspettare e riflettere bene prima di dare una risposta definitiva, ma finirà a cedere. Non ha quasi nulla; gli affari della sua famiglia sono di nuovo imbrogliatissimi; si dice che abbiano debiti ovunque. Comprendo ch’ella non possa amare il Gorletti; anzi la compiango con tutto il cuore; ma, lo confesso, mi sembra allo stesso tempo che il rifiutare, nella sua posizione, sarebbe una follia, ed una colpa verso i suoi. Del resto, non parlarne, te ne prego; non se ne sa nulla. Tu indovini tutto!
— Lei ha forse ragione dicendo che quella ragazza non può rifiutare; eppure quel Gorletti è brutto, vecchio, antipatico, troppo orribile davvero! Al punto di vista naturale e semplice, all’infuori delle necessità sociali, è una infamia! Ma si possono forse contare in questo mondo detestabile?
Si alzò; il suo viso, fattosi scuro per un istante mentre pronunciava codeste parole, riprese la sua espressione solita, e, col sorriso sulle labbra, si riavvicinò alla contessa. La conversazione divenne tosto generale. Giunse il curato, e la marchesa giuocò con lui varie partite di tresette. Giacomo, in un angolo, sempre con un libro in mano, teneva il broncio; il che, naturalmente, faceva raddoppiare la civetteria della bella contessa verso il nuovo arrivato. Questi raccontò nuovamente alcuni aneddoti parigini, parlò de’ suoi viaggi, lanciò a Giacomo, a Gorletti ed anche al dottore qualche risposta assai applaudita, e fu sempre più divertente. Si ripeteva a voce bassa ch’egli aveva davvero dello spirito, e le sue narrazioni aumentarono il desiderio di saperne di più, tanto che lo si osservava con sempre crescente curiosità. La marchesa particolarmente lo ammirava, pure con qualche riserva. La stessa Elisa aveva quasi soggiogato la sua tristezza e prendeva qualche parte alla conversazione, tranquillamente. Si servì il tè. Il fuoco fiammeggiava di nuovo, gettava grandi bagliori dorati sulla tappezzeria verde chiara a grandi ramificazioni di smaglianti colori, sopra le cornici dei vecchi quadri anneriti. Massimo era stato bloccato in un angolo dal piccolo Giacomo, che lo interrogava sopra vari argomenti equivoci, e rideva forte, adulatore sincero qual’era, alle risposte del magnifico cugino. Sopra un divano, Gorletti prendeva delle note, ed il dottore dormiva il sonno del giusto, in una delle vaste poltrone, digerendo scientificamente.
Le undici e mezzo suonarono; il vecchio curato si era accomiatato, e tutti si dettero la felice notte sul grande scalone, illuminato dai domestici che portavano dei lumi.
Un quarto d’ora più tardi, tutto era tranquillo nella villa. Il pittore si addormentava profondamente; Giacomo ed Arombelli vegliarono ancora, fumando e parlando di cavalli; la padrona di casa leggeva nel suo gran letto a colonne l’ultimo romanzo inglese della Tauchnitz Edition; donna Maria, nella camera della sua amica, la burlava per il suo contegno con d’Astorre, il quale, dal canto suo, certo non pensava a lei, poichè, seduto a un tavolino, vicino al fuoco, scriveva alcune lettere che parevano assorbire tutta la sua attenzione. Ma, in fondo in fondo del lungo corridoio, Elisa Valenti aveva spento il lume, e, con la faccia nascosta nel guanciale, piangeva ancora silenziosamente nella notte.