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Un matrimonio eccentrico

Chapter 5: III.
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About This Book

La narrazione apre in una villa signorile dove l'apparente animazione dei preparativi per un pranzo convive con ansie segrete; la padrona accoglie parenti e ospiti mentre i domestici si affannano. Al centro sta Elisa Valenti, pallida e provata, che ha pianto in privato e si trova a dover prendere in giornata una decisione definitiva su un matrimonio, con la madre pronta a intervenire. Il ritorno e la fama di un giovane chiacchierato, Massimo d'Astorre, alimentano pettegolezzi. Il racconto contrappone la cura delle apparenze sociali al dolore interiore, esplorando la pressione delle aspettative familiari e la discrepanza tra compostezza esteriore e angoscia privata.

III.

Nella sua vita avventurosa, Massimo d’Astorre aveva trovato una tregua per assaporare alla villa Arombelli un po’ di riposo, di cui aveva gran bisogno; e ne godeva pigramente. Perfino il ricevere lettere lo seccava. Dopo pochi giorni sentì che quella calma esistenza conveniva alla disposizione momentanea del suo spirito, e si decise a prolungare il suo soggiorno. Si sentiva negativamente felice, lontano dagli eccitamenti, dai rumori e dalla fretta della sua vita abituale.

Era un uomo complicato e non facile a comprendersi, il marchese d’Astorre. Lo si conosceva male. Aveva esordito nella vita da tanto tempo ch’era facile perfino ingannarsi sull’età sua, e benchè fosse giovane ancora, già si era sorpresi dalla sua gioventù persistente. Possedeva d’altronde quella bellezza assoluta che sfida gli anni, si capiva che il tempo non potrebbe gran che contro quei lineamenti di regolarità perfetta, contro quel viso dall’aspetto quasi marmoreo, animato però da due grandi occhi bruni dallo sguardo profondo. I suoi capelli neri, un po’ lunghi, e la sua corta barba bruna facevano risaltare il caldo pallore del suo colorito immutabile. Il suo collo possente e quasi femminino ad un tempo, come quello delle statue greche, e il suo corpo dalle proporzioni perfette — tanto raro ai giorni nostri — ricordavano l’epoche pagane. Alto, elegantissimo — d’una eleganza da lui stesso inventata, e di cui non pareva preoccupato — sapeva essere freddo o cordiale, altero o seducente. Era festeggiato, ammirato, detestato. Poichè si doveva amare oppure odiare quest’uomo insolentemente bello, generoso all’eccesso, pieno di coraggio e di audacia, il quale una volta a un ballo a Londra aveva inspirato una tale subita follia a una gran signora, celebre per la sua avvenenza, ch’ella s’era eclissata con lui attraverso il cotillon, e s’era lasciata rapire, passando la Manica, ai primi albori, in veste da ballo, con solo il cappuccio della sua pelliccia per coprire la sua testa ingemmata. Era uno di quegli uomini che si cerca invano d’imitare; e, naturalmente, aveva numerosi imitatori. Lo si vedeva a un tal punto superiore a quanti lo circondavano che non era possibile sottrarsi del tutto al suo dominio. Discendeva da una delle più antiche famiglie della Romagna, stabilita da due secoli a Firenze, dove era nato in un vecchio palazzo nero, fieramente stemmato alli angoli. Uscito prestissimo dal collegio ov’era stato posto alla morte dei suoi genitori, si trovò, quasi fanciullo ancora, padrone di sè e possessore di una vasta fortuna. Tutte le strade si aprivano davanti a lui; nulla si opponeva all’esecuzione di qualunque suo capriccio. Le prime follie di quel ragazzetto, la cui straordinaria sicurezza contrastava col viso ancora roseo, ebbero un carattere originale che non dispiacque. Ancora quasi un ragazzo portò bravamente l’uniforme di ufficiale di cavalleria. Poi, detestando già la vita monotona che i suoi pari conducevano a Firenze, viaggiò. Più tardi, benchè sapesse che ciò non gli servirebbe a nulla o a ben poco, era entrato nella carriera diplomatica. Questo giovinetto audace, creduto abile solo agli esercizi del corpo e alle prodezze fisiche, possedeva inoltre — senza che si sapesse troppo come era riuscito ad acquistarla — una svariata e solida istruzione. Fece dei brillanti esami. Già si scorgeva a quell’epoca ch’egli si mostrava superficiale, e non lo era. Fu contento della sua decisione, amando la vita mossa e trovando la diplomazia divertente, fintanto che non si pensava a mandarlo nei posti noiosi, e tanto più che si avevano per lui al ministero tutti i riguardi dovuti alla sua posizione e alla sua indifferenza in quanto all’avanzamento.

Trovava che alla sua età le parole: segretario di legazione, stavano bene sopra una carta da visita. Del resto, ammesso di buon’ora a tutti i piaceri, in un ambiente di lusso e di vanità, trovando ogni cosa alla sua portata, e le persone più in basso delle cose, troppo rapidamente maturato dalla vita precoce e dalle affrettate letture, assaporando i godimenti primi del desiderio, mordendo al pomo di tutte le scienze, non accettando nessuna idea senza esame e ragionando troppo, non considerando la sua superiorità che relativamente, in modo che il suo orgoglio davanti agli uomini non trovava la sua giusta compensazione nella umiltà davanti all’assoluto, egli si era trovato a vent’anni tanto vecchio quanto si può esserlo a quell’età, e, poco dopo, all’epoca delle passioni più nobili, non sentiva che quella dei vecchi, l’ambizione. E quella pure non fortemente.

Nel mentre s’immergeva nei piaceri con un fare annoiato, cercava intorno a sè, avidamente, un pascolo alla sua ambiziosa vanità, tentando di scorgere uno scopo qualunque che valesse la pena di uno sforzo. Gli parve impossibile di trovarlo. Si ostinò, provò ancora, calcolò, e si persuase sempre più che non vi era nulla. “Forse„ diceva a sè stesso “sono giunto troppo tardi o troppo presto.„

Allora, parendogli che le cose dette “serie„ non meritassero d’esser prese sul serio, non pensò più che a vivere, e divenne un uomo di piacere. Come accade sempre presso gli oziosi che hanno un po’ d’imaginazione, la passione del giuoco lo afferrò, e, unita ai suoi gusti raffinati di lusso e di eleganza, lo condusse così lontano e così presto, che lo si credette rovinato dopo cinque anni. E aveva infatti dissipato il capitale accumulatosi durante la sua tutela, venduta la quarta parte delle sue terre, e coperto il rimanente d’ipoteche, il che non gl’impediva di continuare il suo solito modo di esistenza e di gettare sempre il danaro a piene mani.

Egli dovette però finalmente conoscere gl’imbarazzi, tutti i piccoli orrori degli espedienti, la mano di ferro della necessità, il quasi insensibile scemare della considerazione intorno a sè, che rallegra gl’invidiosi. Conobbe talvolta perfino quella miseria relativa che pure ha le sue crudeltà. Dovette mescolarsi un po’ a tutte le società, anche quando gli ripugnava, più che non avesse fatto fino allora, e potè studiare la vita sotto i suoi più vari aspetti. Giorni penosi cominciarono, e se il presente era duro, l’avvenire appariva nero. Ma tenne sempre la testa alta ed il sorriso sulle labbra, sfidando il destino, grato alli amici sinceri, e sdegnando di accorgersi delle defezioni che la ingratitudine produceva intorno a lui.

Al momento in cui lo si credeva davvero giunto proprio al fondo, in cui si diceva che avendo finito di raccogliere le briciole della sua fortuna, sarebbe costretto a palesare la sua rovina, fece due eredità grossissime, una dopo l’altra, quasi senza intervallo. Tutti si aspettavano di vederlo in fondo all’abisso; lo si scorse sulla vetta. Dieci volte più ricco di quanto non lo fosse mai stato, ebbe, per servire a’ suoi desideri, per soddisfare i suoi nuovi capricci, il potere che presta una fortuna colossale, quando si ha imparato, a proprio danno, a farne uso. Ne usò generosamente, giacchè, prodigo per sè stesso, era fastoso nel dare, e se ne nascondeva, forse per buon gusto, come amava il lusso non troppo appariscente. Ma in mezzo a codesta vita facile e faticosa ad un tempo, qual’era la sua vita interna? S’occupava solo di cose sensuali, oppure un pensatore celavasi in codesto gentiluomo scettico e negligente, disprezzatore dell’opinione, sfidatore di tutto, che non si ricusava nulla, ed era abbastanza distratto per accettare spesso la compagnia degli imbecilli senza accorgersene?

Alcuni, fra coloro che lo conoscevano meno male, avevano indovinato press’a poco tutto ciò, ma, per comprendere la sua vera natura, sarebbe stato duopo rovistare più profondamente, e quelli stessi sarebber forse rimasti allora assai stupiti. Benchè si desse raramente il disturbo di piacere, aveva avuto dei successi di ogni specie. Se ne curava poco assai, e non badava all’invidia che eccitava. Abbandonò la diplomazia, e non ebbe più che la sua fantasia per legge. L’ultimo posto che occupò fu quello di Pietroburgo, che dovette lasciare, al momento che stava diventando quasi russo, in seguito a una seccante avventura terminata da un duello. Si fissò allora a Parigi.

I suoi parenti ed amici d’Italia parlavano di lui come di un personaggio bizzarro, e lo accusavano d’essere assai strano, pretendendo però allo stesso tempo che vi fosse molta affettazione nella sua originalità. Tentavano di farlo passare per un poco pazzo e un poco “posatore„ insieme, il che non impediva loro d’invidiarlo con tutta la debolezza dell’anima loro, e d’essere pronti a commettere dinanzi a lui tutte le piccole viltà imaginabili, dopo d’averne detto tutto il male che potevano. Lo si ammirava involontariamente, come si ammira coloro che vivono fuori e vengono da lontano. Il suo arrivo consideravasi sempre come un avvenimento; le sue più minute azioni venivano osservate, i suoi modi, i suol vestiti; si ripetevano i suoi motti. Quanto si raccontava di lui veniva commentato ed esagerato.

Tre giorni dopo, la contessa cambiò bruscamente di manovra e divenne quasi fredda con lui; egli non si degnò di accorgersene, il che la mise in uno stato d’ira contenuta che si volse a benefizio momentaneo del cugino. Massimo non trovò per questo il suo soggiorno alla villa meno aggradevole. Lo amavano assai, e lo temevano un poco. Giacomo osservò che talvolta uno si sentiva benissimo in sua compagnia, e che poi subitamente intimidiva. Si diceva sempre un po’ male di lui, ogni volta se ne andava dalla sala, e lo si ascoltava sempre con delizia quando voleva chiacchierare.

Presto stanca di stare imbronciata, la contessa ritornò all’assalto. Massimo, per cattiva abitudine inveterata, si lasciò andare a farle un po’ la corte. Ciò rompeva la monotonia della villeggiatura, poichè amava e cercava il riposo, ma non lo poteva sopportare troppo completo. In quanto a Elisa, la povera fanciulla ch’egli aveva ritrovata così pallida ed infelice, essa gli faceva realmente pietà, quando pensava al sagrificio che si voleva esigere da lei, al brutto avvenire che l’aspettava. Si accusava sempre Massimo di non avere rispetto alcuno per le donne; i suoi modi ironici, il suo cinismo, la sua condotta lo provavano spesso, ma si sarebbe dovuto fare una distinzione, sottile, ma vera, ed era questa: che s’egli disprezzava le donne, stimava però altamente in cuor suo la donna. Forse il suo culto motivava il suo disprezzo. Elisa gli sembrava una donna, nel più alto significato della parola, cosa rara.

D’altronde, bisogna confessarlo, se Massimo rispettava la donna, se soprattutto la compiangeva, egli amava la cortigiana. Epicureo per natura e per abitudine, non avendo mai potuto intravedere l’amore che di sfuggita, comprendendo l’arte sotto tutte le sue forme più sensuali, indovinando tutta la scala delle voluttà, dalle più grossolane alle più spirituali, egli avrebbe forse trovato un suo ideale in una etaira greca risuscitata al secolo nostro. Avendo tutto provato egli si curava poco di tutto; ma, da un paio d’anni, aveva conosciuto un’attrice che lo aveva ammaliato. Artista appassionata, donna capricciosa, intelligenza libera e corrotta, la Kanzler era tipica; possedeva la bellezza pagana, sottomessa ed imperiosa ad un tempo. Una bontà inconscia e la scettica indulgenza moderna dei sentimenti s’univa in lei a una depravazione antica. Aveva le linee del marmo, ma non la serenità; le sue forme, i suoi atteggiamenti ricordavano la divinità del Rinascimento, ma l’anima sua conosceva tutte le tristi morbosità del nostro tempo.

Massimo aveva osservato il pallore eccezionale d’Elisa, quando era ridiscesa in sala all’ora del pranzo, il giorno dell’arrivo di sua madre. L’orribile consenso era forse stato strappato? All’indomani Gorletti era partito, richiamato in città da importanti affari. Pochi giorni dopo Valenti era arrivato, con la sua aria distinta e gentile, e affettando un’allegria continua che lo spingeva a dire talvolta delle cose un po’ ardite. Egli pure però sembrava preoccupato, ed ebbe lunghe conversazioni particolari con sua figlia. Annunciò alla marchesa che con grande suo rincrescimento non poteva fermarsi più di due giorni.

Nella sua qualità di viveur messo al verde, Massimo godeva della campagna come un collegiale in vacanza. Avendo potuto vincere, dal terzo giorno, l’abitudine di alzarsi solo per l’ora della colazione, gustò la sana voluttà di passeggiare assai presto la mattina attraverso il parco, nella frescura del risveglio delli alberi. Spiegò così bene alla contessa Lassardi quanto ciò riescisse aggradevole ed igienico, ch’ella si convertì a questa nuova teoria, di maniera che una bella mattina il cugino Giacomo li riconobbe dalla sua finestra, mentre camminavano insieme lentamente in un viale abbastanza lontano, vicino alla casetta del giardiniere, e prese il partito di farsi richiamare d’improvviso in città.

La stessa sera alcune visite vennero da una villa vicina, e si combinò una lunga escursione per il dopo domani. Si doveva partire all’alba e ritornare assai tardi per pranzo. Massimo dichiarò che non si poteva contare su di lui, dovendo egli quel giorno andare a trovare alcuni amici a Como.

— Giacomo è partito ben subitamente. Che cosa gli è successo, marchesa? — domandò Terzi.

— Non ci capisco nulla. Pretende aver ricevuto una lettera di premura. — Disse ciò con la massima sincerità, ed aggiunse: — Ma tornerà presto.

La conversazione divenne generale; ma, vicino al camino, d’Astorre e la contessa erano appartati. Lei, seduta in una poltrona, riscaldava le sue minuscole scarpette al fuoco fiammeggiante, le guancia fatte rosee, ad onta del ventaglio giapponese col quale si riparava e ch’ella sembrava guardar fisso, sorridendo. Lui, in piedi, un po’ chinato, con l’aria seria, le parlava senza troppo abbassare la voce e molto naturalmente.

— Come! — le diceva, — voi che pretendete essere indipendente, non avete nemmeno il coraggio di restare a casa, quando una escursione vi annoia? Scusatemi, contessa, ma dichiaro che, ad onta delle vostre bravate, siete la più timida fra le donne.

— Ma che cosa si dirà?

— Che volete mai che si dica? Ah! contessa, se nella vita vi lasciate sempre arrestare da questa domanda, siete una donna finita. E, sappiatelo bene, si tacerà sempre quando non si saprà nulla, e si dirà regolarmente tutto quanto si vorrà inventare, per quanto abbiate riguardi.

Lei tacque, pensierosa.

— Mi credete dunque molto pericoloso?

Ella alzò li occhi, lo guardò un istante senza rispondere, e mentre il suo sguardo affermava, rispose risolutamente:

— No. Affatto.

— Ebbene, allora? Nessuno lo saprà. Quando ritorneranno si crederà che io sia pure appena tornato. A voi, la vostra emicrania sarà passata, ma consulterete egualmente quel bravo dottore, che vi scriverà subito una ricetta.

— Me ne vado. Ci guardano. Bisogna che faccia un po’ la mia corte alla marchesa.

— Rispondete prima. Sì o no?

— Ebbene, no! È impossibile!

— Siete proprio certa di quel no?

— Quasi.

E si allontanò. Massimo accese una sigaretta e si mise a discorrere con donna Maria e con gli altri.

Al posdomani, a mezzogiorno, Massimo era di ritorno. Giunse a piedi, avendo congedato il vetturino al basso della salita conducente alla villa, dove il suo cameriere era venuto a raggiungerlo per prendere la sua roba, e entrò per la porticina del parco. Nessuno lo vide.

Attraversò le sale, penetrò in un piccolo gabinetto in fondo in fondo all’appartamento, e parve sorpreso di non trovarvi alcuno. Montò per una scaletta alla sua camera.

— Sono tutti partiti stamane? — chiese al suo cameriere.

— Sì, signore, tranne la signora contessa Lassardi, che ha fatto colazione sola qui a casa. Ma, un’ora fa circa, ha ricevuto un telegramma, ed ha dato ordine di attaccare, mentre facevano i suoi bauli. Saranno dieci minuti ch’è partita per arrivare in tempo al treno.

— Davvero? — disse Massimo con tono indifferente. — Vi sono lettere?

— Sì signore. Eccole lì sulla scrivania.

— Va bene; vattene pure.

Massimo prese le lettere. Due portavano i timbri postali; poi c’era un biglietto contenente poche parole scritte a matita:

“Ricevo un dispaccio che mi annuncia l’arrivo di mio marito a Milano, e che vi è subito caduto ammalato. Non v’è nulla di grave, ma io non posso a meno di partire senza frapporre nessun indugio. Lascio una lettera per la marchesa, e questo rigo per voi, in gran fretta. Ero rimasta; non lo posso negare. Il caso dispone altrimenti. Devo dire tanto meglio? Addio, arrivederci forse.„

Massimo provò un disappunto e, un poco stanco, si buttò sopra un canapè e vi dormì un poco. Poi si alzò e s’avvicinò alla finestra; vi restò a lungo, appoggiato al davanzale. Poi scese distrattamente, e si mise a passeggiare di lungo in largo per le sale, riflettendo. Un sorriso errava sul suo labbro. Si annoiava; ora, si trattava d’uccidere il tempo. Vicino al piccolo gabinetto del fondo dov’era già entrato arrivando, si fermò e tese l’orecchio, poichè gli pareva udire un po’ di rumore. Dopo un minuto d’attesa, si decise a entrare con precauzione.

Elisa Valenti, lungo distesa sopra un divano che occupava tutta una parete, con la testa nascosta fra le braccia incrociate, piangeva a calde lagrime, come impazzita di dolore. Pareva che fosse caduta colà, affranta, per non rialzarsi più. Si sarebbe potuto crederla morta se, di minuto in minuto, i singhiozzi non avessero scosso tutta la sua persona. Portava un costume di mattina assai elegante, e i suoi capelli tocchi da un raggio di sole, prendevano dei riflessi dorati. Con le mani si teneva il viso sprofondato nel cuscini.

Rimase Massimo per alcuni istanti, non visto, a contemplarla, e dimenticò la contessa. Si sentì risvegliare in lui l’interesse che la terribile situazione di codesta fanciulla aveva fatto nascere. Essa era lì, giovane, simpaticissima, e già il dolore, capace di rovinare tutta una vita, pareva metterla fra i vinti di questo mondo. Certo, quand’essa passava in carrozza, a fianco della marchesa, le contadine dovevano invidiarla dal fondo dell’anima. Aveva il suo posto fra i felici di convenzione; il lusso la circondava, l’eleganza del suo vestire si aggiungeva all’eleganza della persona, ma quanto avrebbe preferito il lavoro e la povertà alla miseria nascosta e reale della sua esistenza! E, ciò ch’era peggio ancora, la si amava, si simpatizzava con lei, la si compiangeva; ma chi pensava a soccorrerla? Le si prodigavano l’espressioni della più affettuosa devozione, la si accarezzava e adulava, ma l’idea non veniva neppure, ai suoi amici, di cospirare tutti insieme per strapparla all’orribile sorte che l’attendeva. Quanta egoistica impotenza in fondo a quell’amicizia così bella apparentemente, così sincera anche, ma pur così debole! Si accettava il suo sorriso artificiale, la maschera di freddezza che il suo coraggioso orgoglio le imponeva; si fingeva pigramente di credervi. Nessuno cercava di aiutarla. La marchesa, pur tanto buona, non osava adoperare la sua influenza. La si amava fino ad esserle utile, esclusivamente. Certo, era cosa molto difficile, quasi impossibile, bisognava ammetterlo; ma come non c’era proprio nessuno nemmeno per tentarlo?

Ella cessò finalmente di piangere, e, sollevandosi un poco sul gomiti, guardò diritto innanzi a sè, senza veder nulla, col volto impietrito. I suoi occhi ora erano asciutti; ma si scorgeva sulle guancie la traccia delle lagrime arrestate, mentre la bocca pareva contratta dallo spasimo interno. Massimo, celato a lei, la intravedeva di profilo.

Si ritirò adagio e andò in giardino. L’imagine di quella ragazza, piegata sotto il dolore, restava innanzi a lui simile a una visione; la tristezza della vita gli si palesava sotto un aspetto che gli era quasi sconosciuto. Irresistibilmente rientrò e si avvicinò di nuovo al gabinetto. E lui stesso che accusava gli altri, lui abituato a infrangere gli ostacoli, che poteva fare per lei? Nulla, proprio nulla. Ascoltò, e udì ancora il respiro affannoso della fanciulla. Era tentato di entrare, di farsi vedere, di chiederle se poteva esserle utile in qualche modo, di offrirle i suoi servigi, ma a che avrebbe giovato? Nulla dunque poteva sottrarla alla stretta delle mani rapaci di quell’odioso Gorletti? Massimo, sentì che l’antipatia ispiratagli fino dalla prima volta che lo aveva veduto, per quel brutto omiciattolo, ora si mutava in odio. Egli avrebbe voluto poter rendere la resistenza possibile alla signora Valenti, tanto per renderla felice quanto per far del male a Gorletti.

Poi le sue idee cambiarono direzione. “Essa non è del suo secolo la poveretta„ pensava. “Quante fanciulle si troverebbero felici a suo posto! Come darebbero volontieri la loro mano bianca a qualche mostro ancora più brutto di Gorletti, ma ricco quanto lui! Come saprebbero bene, nelle loro testoline dalla espressione ingenua, prepararsi un delizioso e comodo avvenire! Come lo scruterebbero, ne’ suoi più minuti particolari, codesto avvenire, mentre vedendole ad occhi bassi, appoggiate ad una sedia in una posa un poco pensosa, si ammirerebbe la modestia del loro atteggiamento e la loro seducente serietà.„

Sulla punta dei piedi, guardò di nuovo dall’uscio del gabinetto. Elisa stava sempre allo stesso posto. Per caso, voltò il capo, e lo vide. D’un salto si alzò, eccessivamente sorpresa, appoggiandosi allo schienale del canapè, mentre asciugava rapidamente col fazzoletto le traccie delle lagrime recenti.

Massimo le stese la mano, come faceva tutti i giorni, e lei stese la sua, macchinalmente.

Era senza voce. L’idea che d’Astorre, da lei creduto a Como, avesse potuto vederla nello stato di crisi in cui si trovava, la turbava e le faceva male.

— Come? Lei è già di ritorno? — gli disse alfine, con un grande sforzo, per essere calma, appena potè parlare.

— Sì. E non sapeva che lei fosse qui, altrimenti non mi sarei permesso d’entrare. Le chiedo perdono. Mi ritiro subito, se vuole.

— Ma no, non lo mando via, — rispose cercando di sorridere. — Sono io che dovrò andarmene fra un momento; ho tante lettere da scrivere. Mi annoia molto, tanto più che non mi sento bene; ho un mal di capo terribile. È perciò che sono rimasta sola a casa; il sagrificio non è stato grande, d’altronde; le lunghe escursioni non mi divertono troppo.

Parlava con fatica. La crisi non era finita. Massimo taceva e l’osservava. D’un tratto ella chiese:

— Lei era lì da un poco? mi ha veduta!

— Sì; ero qui, l’ho veduta.

— Devo sembrarle ben debole, se non ridicola. Eppure non sono avvezza a tali crisi nervose, e non piango facilmente.

Massimo la guardava con molta attenzione e come per leggerle nell’anima, ma non v’era nulla d’irrispettosamente curioso nel suo modo di osservarla.

— Senta, — le disse alfine; — lei è buona e intelligente insieme. Lo avevo sempre intraveduto, ora ne sono sicuro. Le sue qualità si accompagnano più spesso che non si creda. Ebbene, non devo neppur io farle l’effetto d’uno stupido; è dunque perchè mi crede cattivo, che mi parla in tal maniera? Sì, lei deve avere una pessima idea sul conto mio. Ciò è abbastanza naturale; lei crederà sinceramente alla fama di cui godo, oppure è il mio aspetto, sono i miei modi, le teorie che affetto talvolta, che l’avranno fatto giudicare da sè stessa sfavorevolmente di me. Ebbene, credo che lei sbaglia. Ho forse commesso dei delitti, ma in fondo sono altrettanto scioccamente buono quanto dev’esserlo un uomo di spirito. Mi guardi bene in faccia; forse si accorgerà che non mi ha mai visto. E se le facessi una domanda... Se mi permettessi di parlarle sinceramente, mi crederebbe spinto da una bassa curiosità o da un sincero interessamento?

Era vero; egli non aveva mai ispirato nessuna fiducia a Elisa, che lo giudicava un uomo freddo, cinico, pericoloso; le pareva ch’egli stesse a capo di quella schiera spensierata e dura dei “felici del mondo„ con la quale non poteva lei aver nulla di comune, i suoi difetti le facevano paura quanto le sue qualità. Ammirava talora il suo spirito, ma lo temeva, parendogli lui intelligente e perverso, e non poteva difendersi da una certa diffidenza istintiva.

Ora, forse a motivo dello stato dell’animo suo, egli le apparve subitamente tutt’altro. Vi era nella sua voce, nel suo accento, nel suo sguardo, in tutta la sua persona, qualcosa di sincero, di severo, di profondo ch’ella scopriva per la prima volta. Ella non lo avrebbe creduto capace di pronunciare le parole ch’egli ora le aveva rivolte, e che, nella sua sorpresa, ella intendeva appena. Lui, ch’era detto così leggiero ed orgoglioso, così scettico e freddo, era proprio lui che le aveva detto quelle parole con tanta bontà e quasi umilmente?

— Ci conosciamo da un gran pezzo, — seguitò, — benchè assai poco. Si ricorda di un giorno — alcuni anni fa — che l’ho incontrata sul battello del lago? Io era con i Stanley, mi sembra. Mi sono rammentato di quel giorno. Lei era silenziosa assai, e malinconica già della malinconia delle fanciulle. Io la osservavo. Lei sognava certo d’avvenire, guardava la vita e, apparentemente, non le pareva gaia. Allora la sua mestizia era piena di grazia. Io pensava: Che buona cosa poter esser triste in quel modo! Io, quel giorno, ero allegro assai, e l’invidiavo. Ho constatato un grande cambiamento, ritrovandola qui. Ora non la invidio più. Mi permette di parlarle così?

Elisa non poteva rispondere, poichè le lagrime ritornavano, ad onta dei suoi sforzi per trattenerle. Cedette di nuovo ad un tratto e nascose il viso tra le mani per un istante. Quando rialzò la testa, d’Astorre riprese:

— Non le faccio paura, spero? Pensi che ho novantanove anni.

Un lieve sorriso involontario passò sulle labbra della fanciulla.

— No, — disse finalmente, — non mi fa paura. Mi perdoni; certo mi deve trovare ben strana. Sento che lei è buono, la ringrazio; ma mi lasci. È inutile che finga, o che le racconti ciò ch’ella non ignora. La marchesa m’ha detto — me ne rammento ora — ch’ella aveva tutto indovinato da sè fin dal primo giorno. Lei sa perchè sono disperata, sebbene non lo possa comprendere completamente. Tutti lo sanno, d’altronde, oramai. E lei, che potrebbe dirmi?

— Non vorrei dir nulla, ma sarei felice di poter esserle utile in qualche maniera.

— È impossibile, — rispose lei sorridendo amaramente, e con tale un accento che Massimo rimase qualche minuto senza aggiungere una parola. Durante questo silenzio, la osservava. La perdita d’ogni speranza si leggeva tanto chiaramente in quello sguardo quasi vitreo, in quei lineamenti rigidi; il suo pallore contrastava talmente con la seduzione giovanile delle forme, mostrando in piena fioritura la giovinezza del corpo e già finita quella dell’anima, le traccie crudeli della vita erano già tanto visibili su quel viso dimagrato, ch’egli ne ebbe paura e che una specie di rispetto quasi religioso s’impadronì di lui davanti a una tale disperanza. E quella forza nel dolore, quell’abitudine di dissimulazione erano più penose da osservarsi in quella fanciulla che una esplosione di sofferenza. Per un effetto d’abitudine, si era irrigidita, aveva ripreso possesso di sè stessa, e si era rialzata diritta nella sua posa corretta e solita.

— Grazie per l’interesse che prende per me, — continuò rinfrancata. — Ne sono commossa, ma, lo ripeto, lei non può far nulla per me; nessuno lo può. Vede, sono calma. Credo stimarlo come merita, poichè non rimpiango più che lei abbia visto la mia vera fisonomia. Sarei desolata che chiunque altro fosse stato al suo posto. È forse una esagerazione di fierezza che mi dà questo eccessivo pudore dei sentimenti, ma che vuole? Sono così. Grazie ancora. Ora devo salire, è già troppo tardi....

Si era alzata, ma lui la trattenne.

— Resti ancora un poco, la prego. Senta: lei non può dunque farmi l’onore di accordarmi la sua amicizia?

Lo guardò stupita, e fece un cenno d’assentimento.

— Ebbene, lei ha la mia, l’ha completamente, come la do io quando l’offro, il che non mi succede spesso. Ed ora mi permetta dunque di dirle ciò che penso, di parlarle francamente: lei non deve sposare quell’uomo.

Elisa scosse tristamente il capo, con quel gesto che significa: a che vale parlare? Poi, d’un tratto, tornando a sedere:

— Sa che cosa m’ha detto mia madre? M’ha detto.... oh no! non le posso ripetere le sue parole. E mio padre.... il mio povero padre s’è messo in ginocchio davanti a me.... Capisce?-... Gorletti ha fatto tutto per noi. Due volte già ha salvato la mia famiglia con un’abilità straordinaria. Adesso la rovina ne minaccia ancora, la rovina completa, e che cosa si può sperare? Non può più far nulla, siamo alla fine di ogni espediente, non v’è più nulla da tentare. Egli ha chiesto la mia mano; un tale matrimonio accomoda tutto....

— E lei ha accettato!

— Sì, quasi. Ma ho detto che sono ammalata — il che è vero — e che mi si lasci ancora in riposo per qualche giorno. Il caso ha fatto che egli ha dovuto partire. È una breve tregua.... Ma ritornerà, e allora bisognerà.... Oh! senta, vorrei tanto morire!

Queste ultime parole furono pronunciate con un accento così raro di sincerità, che Massimo restò alcuni momenti senza potere articolare una sillaba.

— Non parli così, — disse infine.

— Sarei rassegnata se mi si lasciasse in pace. Non posso spiegarle il perchè, ma la mia vita è finita, ne sono certa. Non aspettando più nulla al mondo, potrei essere calma e buona se mi si accordasse il riposo. I miei avrebbero tutto il mio affetto; nasconderei loro le mie tristezze, troverei sempre un sorriso per mio padre. Ma preferirei entrare domani in un convento, piuttosto che piegarmi a ciò che si vuole.

— Ma in tal caso, resisti a oltranza. Che diavolo! È passato il tempo dei matrimoni per forza.

— Ed infatti nessuno impiega la forza. Non si esercita alcuna violenza. Ci si accontenta di dirmi, che, se rifiuto, sono un mostro di malvagità stupida, e che, per un inconcepibile capriccio, getto la mia famiglia nella miseria, nello strazio, nel disonore. Tutti mi danno torto. Sua zia stessa, la marchesa, così buona e intelligente, mi consigliò il sagrificio.

— E lei è ben certa che mia zia non abbia ragione? Ha riflettuto bene? Io, individualmente, sento ciò che sente lei, e non le dico questo adesso che a scarico di coscienza. Ma insomma, non potrebbe darsi che forse troverebbe almeno la calma in codesta vita nuova che le si propone? Tante altre sarebbero quasi felici a suo posto!

— No, io non troverei che l’orrore di tutti i minuti. Ma farò quanto si vuole che io faccia. Lei stesso, ora, non pare più che mi comprenda. Sì, rinuncierò a tutto, alle mie idee, ai miei sentimenti, alla mia dignità e alla mia libertà, e soffrirò quanto mi si vorrà far soffrire. Mai sagrificio sarà stato più completo, e nessuno potrà sapere quanto mi sarà costato. Dacchè mi si dice che lo devo, farò il mio dovere fino in fondo; ma non mi si può impedire di soffrire, e di pensare che il mio dovere è più arduo di quello degli altri, e ben pesante per le mie forze.

— Ebbene, se è così, lo ripeto, resista.

— Lei non ha dunque capito ch’è impossibile, che mio padre ne diventerebbe pazzo? Moralmente, ho ragione; ma dal punto di vista mondano, praticamente, ho torto. Il signor Gorletti non è soltanto un uomo ricco, onorato; è anche il migliore amico della mia famiglia. Non è forse cosa assurda da parte mia il risentire per lui un’antipatia irresistibile, di non poterlo nemmeno stimare? Ero piccina, che già veniva a casa, e già non lo potevo soffrire. Mi si raccomandava d’essere cortese con lui, e mi si sgridava perchè scappavo via appena lo vedevo. E poi.... e poi sarebbe lo stesso se si trattasse d’un altro. Vi sono anche altri motivi. Non mi voglio maritare. Perchè si vuole assolutamente che tutte le fanciulle si maritino?

— So, infatti, che lei ha già rifiutato vari matrimoni.

— Sì, e ad ogni volta mia madre s’è messa in furia. Quando il signor Gorletti, che non pareva pensasse punto a me, ha cominciato un bel giorno a farmi dei complimenti, sono rimasta talmente stupita da non credere a ciò che udivo. Allora mia madre m’ha gettato in viso tutti i miei rifiuti precedenti, dicendomi che questa volta bisognava vincere il mio “partito preso„ e che non potevo dir di no. Poi mio padre, che mi ama a modo suo, ha cercato di persuadermi. Mi ha parlato per delle ore, chiedendomi scusa d’insistere, dimostrandomi che era necessario, supplicandomi, facendo brillare a’ miei occhi i vantaggi che avrei accettando, e l’immenso servigio che gli avrei reso. La mia antipatia per Gorletti non ha fatto che aumentare. Tuttavia farò il mio dovere secondo il mondo, e se ne dovrò morire, tanto meglio. Mi perdoni di parlare così; sento bene che non lo dovrei, ma lei ha voluto conoscermi. Talvolta, vede, sono quasi rassegnata; sento solo un dolore stanco e un profondo disgusto. Poi, d’improvviso, mi rivolto di nuovo, e piango e mi contorco in un’altra crisi disperata. Nessuno mi vede, e ritrovo in pubblico la mia calma apparente. Lei mi ha sorpreso oggi in uno dei miei momenti di debolezza. Era venuta qui, credendomi sola in tutta la casa, poichè detesto la mia camera, quella camera dove l’altro giorno ho acconsentito alla mia rovina. Ma ora vi ritorno per scrivere. Adesso sono calma. È finito. Dimentichi, la prego, ciò che ha visto e ciò che le ho detto, e a questa sera. Vedrà che pranzerò come gli altri.

Si alzò di nuovo. Massimo la guardava attentamente. Il suo viso aveva preso un’espressione risoluta.

— Ebbene, no! — esclamò alzandosi lui pure e picchiando del pugno sul tavolo, — no, lo giuro, non sposerete quell’uomo! Piuttosto lo ammazzo.

Ella lo guardava.

— Non mi parli così. Pensi che mio padre gli deve tutto.

— No, non lo ammazzerò, benchè ciò avrebbe semplificato la questione. Ma lei non lo sposerà. La stupisco; non mi crede capace di avere un poco più di volontà delli altri? Mi domanderà con qual diritto vengo così ad offrirle il mio appoggio, quasi a suo malgrado? Col diritto che ha un uomo qualunque d’impedire, se lo può, che un’infamia si compia; di salvare uno che si perde, dovesse farlo anche contro la sua volontà. Sarebbe sul punto d’annegare, che potrei, suppongo, tirarla fuori dall’acqua, anche senza il suo permesso? Metterò dunque un ostacolo a questo matrimonio, non so ancora in qual modo, ma disfarò tutto. Nella mia vita ho posto sufficiente energia nel compiere delle cose che non ne valevano la spesa, perchè mi sia concesso di usarne una volta per impedire il male, quando non posso vederlo di sangue freddo. Sentite: io non vi amo; non sono nemmeno vostro amico che da un’ora; quando vi lascierò, non vi rivedrò forse mai più; ma dacchè mi trovo qui, farò tutto ciò ch’è in mio potere per togliervi dalla orribile situazione in cui vi trovate.

Elisa salì, e Massimo uscì per la porta-finestra del gabinetto. Un giardino all’italiana, a disegni regolari, a forme simmetriche, si stendeva davanti alla facciata della villa. Dietro, il terreno saliva in molli ondulazioni a un parco a bosco, assai vasto, dove regnava d’estate una frescura deliziosa. Massimo accese uno zigaro e fece rapidamente il giro del giardino, poi voltando intorno alla casa, s’internò nel bosco. Camminava assai presto, come per far moto, calpestando le foglie morte che già coprivano il suolo, mentre i rossi bagliori del tramonto si riflettevano nei viali, passando fra i rami alti già per metà spogliati. A poco a poco rallentò il passo. Rifletteva profondamente; certo chi l’avesse veduto in quell’istante avrebbe indovinato ch’egli era assorto in un lungo monologo. Talvolta, mordendo il suo zigaro, lasciava perfino sfuggire dalla sua bocca qualche parola scucita. Ritornò alle macchie di fiori già scolorate del giardino, e vi passeggiò ancora a lungo. La villa bianca e gaia, con le sue verande ornate di arrampicanti, occupava tutto il fondo del giardino, e sembrava bassa ad onta dei suoi due piani. Egli guardava, meditando, i vetri cui i raggi del sole cadente facevano risplendere. Dall’altra parte la vista dominava la pianura, che, tutta a colori, s’allargava fino all’orizzonte imporporato. Passeggiò a lungo. Non ci si vedeva più affatto ch’egli errava tuttora per i viali oscuri.

Quando rientrò, tutti erano tornati e stavano per mettersi a tavola. Si erano divertiti ed erano allegri assai. La marchesa dichiarò che non si sentiva punto stanca, e ch’era pronta, se volevano, a ricominciare all’indomani. In quanto alla subita partenza della contessa Lassardi, produsse un poco di stupore, ma non soverchio, sebbene il pittore tentasse di far notare la coincidenza della partenza di lei con quella di Giacomo. Tuttavia un telegramma che giunse dopo pranzo, annunziante che Lassardi stava un poco meglio, ma che la sua malattia era però d’una certa gravità, pose termine alle congetture.

Elisa sembrava esattamente la stessa delli altri giorni, ma non parlava. Gorletti aveva trovato modo di sederle vicino. La presenza dei suoi genitori sembrava pure renderla diversa. Il marchese sorprese anche varie volte il signor Valenti che guardava sua figlia di nascosto, assorto nel contemplarla con affetto. L’interesse possente che Massimo prendeva sempre più al dramma celato che si passava sotto a’ suoi occhi, non gl’impediva di conversare. Ma il suo spirito diventava mordente, incisivo; fece pompa, con espressioni seducenti e raffinate, di teorie eccessivamente ciniche, e si mostrò amaro, pessimista, quasi brutale. La marchesa ne fu scontenta, ma non lo lasciò vedere, sapendo per esperienza che, in codesti casi, le osservazioni non facevano che incoraggiare il suo elegante nipote a far peggio. Elisa, dopo l’inatteso dialogo successo tra di loro, lo guardava, stupefatta, e chiedeva a sè stessa quali fossero i veri sentimenti di quell’uomo. Finì col decidere che forse era stato sincerissimo in ciò che le aveva detto qualche ora prima, e che lo era ancora adesso. Un tale giudizio certo si avvicinava molto alla verità, poichè la natura di Massimo era multiforme.

La serata non fu allegra. L’assenza della contessa Lassardi si faceva sentire. Poi, un vago imbarazzo regnava nella sala. L’attitudine di Gorletti rivelava sempre più le sue attitudini matrimoniali. Il pittore, mancante spesso di tatto, si permise anzi una mezza allusione. Elisa era così pallida che dovette pretestare una indisposizione, il che porse il destro al dottore di far divergere le assiduità di Gorletti. La madre d’Elisa stancava tutti col suo cicaleggio incoerente e il suo buon umore fuori di posto, mentre il padre pareva ingolfato nella lettura dei giornali. Sola la padrona di casa non usciva dalla sua calma abituale, ma ella pure piegava talvolta la testa, in atto pensieroso, sul suo eterno ricamo. Gorletti essendosi alzato per un momento, Massimo attraversò bruscamente la sala e venne, senza complimenti, a prendere il posto di lui a lato di Elisa. Non le rivolse che di rado la parola, ma non si mosse più fino al momento in cui tutti si alzarono. Si trovò ciò un poco strano, e Gorletti guardò Massimo a più riprese; ma questi non ebbe l’aria di accorgersene.

Quando fu solo nella sua camera, Massimo fece i suoi piccoli preparativi, come qualcuno che non ha voglia di andare a letto. Accese tutte le candele dei candelabri, mise un costume da camera di stoffa orientale, e coi piedi nelle pantofole, si stese in una gran poltrona. Rimase un gran pezzo immobile; si sarebbe potuto scorgere, dall’espressione seria, preoccupata della sua fisionomia, che dei pensieri assai definiti gli si agitavano per il capo. Evidentemente riprendeva e continuava il soliloquio del giardino.

Prese una scatola di sigari, ne scelse uno con molta cura, e lo accese. Lesse alcune pagine d’un romanzo, scrisse due lettere, mise in ordine alcuni oggetti, alcune carte sparse, poi si avvicinò allo specchio e vi si guardò minuziosamente. Si ravviò la barba e i capelli con la spazzola, a lungo, con molta cura secondo la sua abitudine, ma allo stesso tempo in un modo così distratto e macchinale che non sembrava avesse piena coscienza di ciò che faceva. Cadde in un’apparente contemplazione interminabile di sè medesimo, ma di nuovo il pensiero si agitava attivamente sotto la sua fronte.

Sopra un mobiletto c’era un ritratto che non lo lasciava mai. La cornice era d’oro, d’un finissimo lavoro, sormontata da una corona marchionale, ed il ritratto rimaneva di solito nascosto da due piccole imposte chiudenti a chiave. Massimo lo apri e lo mirò lungamente. Era l’imagine di una donna nella prima gioventù, seducente piuttosto che bella, dall’aspetto dolce e un po’ malato, in grande toeletta, con il collo circondato da sette fila di grosse perle; il suo sguardo infantile e mesto allo stesso tempo, i suoi capelli bruni semplicemente acconciati, avevano qualcosa d’indefinibile e di commovente. Vedendo quella pittura di una straordinaria finitezza di tocco, e senza dubbio opera di un abilissimo artista, contemplando l’espressione serena e quasi inconsciente nella sua malinconia di quel giovane e pallido viso, si sarebbe facilmente indovinato ch’era l’imagine di una persona morta. Si spieghi come si può o si neghi un tale mistero, è però successo a tutti, vedendo un ritratto sconosciuto di dire a sè stessi: Questa persona non è più sulla terra. E si sentiva bene, guardando quella dolce figura, quella testa di donna e di bambina ad un tempo, che adesso quelle labbra dovevano essere scolorate, e quei grandi occhi chiusi per sempre.

Quel ritratto, come una reliquia, seguiva Massimo dappertutto nel cammino disordinato della sua vita. Contemplandolo, il suo volto prendeva una espressione di tristezza e di amore che non gli si vedeva mai. Chi era dunque quella donna?

Era una donna per la quale Massimo aveva risentito una profonda affezione, e la di cui perdita era stata il solo dolore sacro della sua vita; solo quando pensava a lei, quell’uomo forte e sdegnoso sentiva il suo cuore farsi debole, e nel suo petto oppresso rinascere un rimpianto eterno, quasi un rimorso. — Era sua sorella.

Mai non poteva egli dimenticare il gran dispiacere della sua infanzia, la sua prima separazione dalla sua piccola sorella adorata, la costante e gaia compagna di tutti i suoi giuochi, quando il tutore ebbe deciso di metterla in collegio. Rivedendola, durante le vacanze, ogni anno la trovava più alta, un po’ mutata, più gentile per tutti, e sempre gli si attaccava al collo nello stesso modo. Aveva sei anni più di lui, e mentr’egli non era ancora che un ragazzetto, lei diventò subitamente una donna.

Un giorno il tutore era giunto al collegio, e gli aveva dato una grande notizia: sua sorella stava per maritarsi. Sposava il marchese Ricaldi, un bel giovane, ricco assai, capitano di cavalleria e ufficiale d’ordinanza del re. Era un magnifico matrimonio. Massimo ne fu molto stupito; gli pareva impossibile che la sua piccola Lina potesse diventare una gran signora da un giorno all’altro; ma non se ne sentì rallegrato.

Non assistette al matrimonio ch’ebbe luogo a Firenze, e non rivide sua sorella che sei mesi dopo. Ella si appese al suo collo e lo abbracciò con l’antico abbandono, ma con un affetto ancora più tenero, e fu assai contenta di rivederlo. Fatta più alta e un poco smagrita, la trovò più seducente che mai. Alle domande se fosse felice, rispose: “Sì, e più ancora adesso che ti rivedo.„ In quanto a suo cognato, Massimo vide in lui un bell’ufficiale e un perfetto gentiluomo, ma non seppe difendersi da un certo sentimento di lieve ripulsione, che tentò invano di combattere, davanti al viso un po’ duro, alle maniere cortesi e compassate, alla conversazione precisa e pedante di lui.

Tre anni dopo, Massimo, nella gioia di aver lasciato il collegio per sempre, rivide sua sorella; la trovò pensierosa e più seria. Rispose alle sue domande dicendo, fra le altre cose, che disgraziatamente non si è sempre fanciulli.

Massimo cominciò la sua vita di piaceri e di avventure. Ma in mezzo a tutte le sue follie, precocemente maturo, il giovine freddo, noncurante, non dimenticò mai la sua diletta sorella che gli era sembrata meno felice di quanto ella diceva. Restò però assai lungamente assente.

Quando, ritornato in congedo, prima di andare a Pietroburgo, salì le scale del palazzo Ricaldi, si sentì commosso. Guardandola, mentre la teneva abbracciata, trovò Lina assai cambiata; poi, discorrendo, si accorse ch’era inquieta, nervosissima, preoccupata. Non rassomigliava più affatto alla sua capricciosa compagna d’altre volte. Le prese le mani, lo guardò a lungo nelli occhi e le rimproverò di non avere maggiore confidenza in lui. Rispose che non aveva nulla e scoppiò a piangere.

Il fatto è ch’era infelice assai, avendo sposato suo marito senza conoscerlo, senza sapere cosa faceva. Nei primi tempi, egli la spaventava e provava per lui una specie di allontanamento. Invano si era sforzata di vincersi. Lui, d’altronde, non l’aveva certo aiutata a ciò. Severo, minuzioso, altero e tirannico, la trattava come si tratta un bambino, talvolta come una nemica, ed esigeva da lei una sottomissione passiva, senza nulla far mai per ottenere il suo affetto, mentre viveva, dal lato proprio, perfettamente a suo capriccio. Lei non aveva un’amica; non andava in società, che ai grandi ricevimenti, dove si annoiava molto.

Massimo fece allora delle rimostranze a suo cognato, e questo le accettò quasi umilmente. “Ebbi torto in varie cose; me ne accorgo, e ti ringrazio di parlarmi franco. Tutto anderà meglio, vedrai.„ Così gli disse. In quanto a Lina, era tanto contenta di rivedere suo fratello, che la sua tristezza si dissipò fino al giorno in cui dovette ripartire.

Massimo se ne andò in Russia, più tranquillo. Oh! se avesse potuto prevedere come rivedrebbe la sua sorella adorata!

Fu solo due anni dopo. Massimo, del tutto libero, e continuando a camminare noncurante attraverso i suoi successi, era a Parigi. Spesso, in mezzo alla sua vita troppo riempita, pensava alla sorella. Nei suoi rari momenti di solitudine, rivedeva il gabinetto giallo dove le aveva detto addio; talvolta, nell’allegria rumorosa di una cena, la cara imagine di lei sorgeva improvvisa dinanzi a’ suoi occhi. Tuttavia era rassicurato sul suo conto. Mentre nel primi tempi dopo la loro ultima separazione, Lina scriveva solo raramente poche righe sempre improntate di mestizia, adesso invece riceveva da lei delle lunghe e buone lettere affettuose, nelle quali diceva sempre che tutto andava meglio, che suo marito era migliore per lei, e non la tormentava più. Soltanto, di tempo in tempo, ella si lagnava un poco della salute. Alla fine dell’estate, scrisse ch’era stata veramente ammalata; che ora si sentiva di nuovo bene, e più forte — i bagni di mare, a Livorno, avendole giovato assai.

Dopo queste lettere, Lina rimase a lungo senza scrivere. Finalmente Massimo seppe dal cognato ch’essa era stata di nuovo male, ma che ora si sentiva molto meglio. Ella stessa aggiungeva una parola, assicurandolo che non si doveva inquietare.

Decise però di andarla a trovare. Ma non gli fu possibile di partire tanto presto come avrebbe voluto. Sottili legami di ogni specie lo trattenevano. La sua partenza fu ritardata di settimana in settimana, di giorno in giorno. Una notte, rincasando, trovò un telegramma: “Lina gravemente ammalata.„ Partì subito.

In ferrovia, sentì bene, nella sua angoscia, che passava delle ore indimenticabili, ma le ore che trascorsero dal momento in cui entrò nel palazzo Ricaldi, finchè ne uscì di nuovo per non rimettervi mai più i piedi, gli restarono nella memoria come un orribile sogno fatto vero, dal quale non gli fu più possibile di svegliarsi completamente.

La casa tutta intera era piena di quei sordi rumori, di quel viavai, rapido e silenzioso, che annunciano la morte vicina. Vi si sentiva, dalla vigilia, un lieve odore d’incenso. I servitori, in un’attitudine di circostanza, con la faccia lunga, stavano immobili, oppure passavano come ombre attraverso le sale, guardando tutto con occhio curioso. Soffocati singhiozzi venivano da un angolo buio. Sembrava che la luce, entrante dalle vaste finestre attraverso le ricche cortine, fosse diversa dalli altri giorni, e si era ingenuamente sorpresi nel vedere li oggetti al loro posto solito, inanimati come sempre, in mezzo al fremito che sembrava turbasse l’aria.

Lina spirava. Massimo si precipitò nella camera, pallido come la morente, tutto il sangue essendogli rifluito al cuore. Ella lo guardò in faccia coi suoi grandi occhi aperti, senza vederlo. La vecchia Sofia, che aveva avuto cura della loro infanzia ad entrambi, in ginocchio sui talloni e accasciata per terra, piangeva in modo straziante. Il medico — attempato e severo — stava in piedi dall’altra parte del letto. Un uomo seduto in una poltrona si teneva la testa fra le mani, in modo che non lo si poteva vedere. I lineamenti di Lina, pur conservando la loro dolcezza, avevano già preso una rigidità terribile. Il dottore la toccò, e fece un cenno del capo alli assistenti. Alcuni istanti passarono. Erano tutti immobili come la morte. Di tanto in tanto un singulto turbava il silenzio solenne.

Un momento dopo si udì un rumore di passi e di voci alte nella stanza vicina. Istintivamente tutti si voltarono, e Massimo andò verso l’uscio. Mentre varcava la soglia sentì, dietro a sè, a prendergli le mani. Era il giovane di cui non aveva veduto il viso. Non lo conosceva. Durante un secondo guardò, sorpreso, codesto sconosciuto che lo guardava a sua volta dolorosamente. Ma scorgendo la profonda simpatia dipinta sulla sua faccia tutta bagnata di lagrime, Massimo non chiese nulla e strinse forte le mani che avevano stretto le sue. Le voci s’incrociavano nella stanza vicina. Era Ricaldi, che, tutto tremante, interrogava i servitori. Si era assentato, da due giorni, credendo a un falso miglioramento nello stato dell’ammalata, ed era giunto in quel momento. Massimo si avvicinò a lui, ma non potè parlare.

Il giovane era scomparso.


Perchè in quella notte insonne il ricordo della sua povera Lina gli ritornava in mente in un modo così straziante? Tutto si ripresentava alli occhi suoi in una chiara e dolorosa visione, e si rammentava dei particolari quasi dimenticati. Si ricordò del suo soggiorno in campagna in un’antica villa abbandonata, subito dopo i funerali, e di tutto ciò che la vecchia Sofia gli aveva narrato. A sentirla lei, la povera marchesa era sempre stata infelicissima; suo marito era cattivo con lei e la maltrattava, e lei non respirava che quando era via. Il dottore, nel quale Massimo aveva piena fiducia, non era del tutto del parere della buona donna, e non ammetteva come lei che i dispiaceri della marchesa avessero precipitato la sua fine.

“È morta disgraziatamente e semplicemente di etisia galoppante; aveva una lieve tendenza alla consunzione e non si è curata in tempo; quando mi hanno chiamato, era già troppo tardi. Non si muore tanto spesso come si crede di malattie morali.„

Massimo si sforzò di credere alle parole del vecchio medico, eppure la sua coscienza gli rimproverava molte cose. E perchè Lina, che, certo, non aveva avuto un’esistenza calma, si era ostinata nelli ultimi tempi a fargli credere l’opposto? E perchè l’aveva creduta, e perchè era restato tanto tempo senza venire? Intravedeva una grande abnegazione, una lotta interna, dei sentimenti nascosti e delle sofferenze segrete. La sua perspicacità aiutava a farlo soffrire. — Indovinava un romanzo. — Diceva bene a sè stesso che forse esagerava, e che, sopratutto, non avrebbe forse potuto far nulla; ma tuttavia, al rimpianto straziante di quel dolore del quale sentiva che non si sarebbe giammai consolato completamente, si aggiunse un vago rimorso.

Finalmente Massimo si coricò e dormì d’un sonno non tranquillo come al solito. Ma, nei suoi sogni, rivide ancora sua sorella, tanto amata e tanto soave; gli sembrava udirla mormorare indistinte parole, volgendo verso di lui il suo sguardo di donna e il suo sorriso infantile.