WeRead Powered by ReaderPub
Un matrimonio eccentrico cover

Un matrimonio eccentrico

Chapter 6: IV.
Open in WeRead

About This Book

La narrazione apre in una villa signorile dove l'apparente animazione dei preparativi per un pranzo convive con ansie segrete; la padrona accoglie parenti e ospiti mentre i domestici si affannano. Al centro sta Elisa Valenti, pallida e provata, che ha pianto in privato e si trova a dover prendere in giornata una decisione definitiva su un matrimonio, con la madre pronta a intervenire. Il ritorno e la fama di un giovane chiacchierato, Massimo d'Astorre, alimentano pettegolezzi. Il racconto contrappone la cura delle apparenze sociali al dolore interiore, esplorando la pressione delle aspettative familiari e la discrepanza tra compostezza esteriore e angoscia privata.

IV.

Di giorno in giorno la condotta di Massimo stupiva più vivamente tutti. Non celava punto l’interesse ch’Elisa Valenti destava in lui; troppo spesso le si metteva vicino, o la osservava da lontano. Essa sembrava imbarazzata dalla persistenza di lui ad avvicinarla, e non perciò diminuiva la sua tristezza. Però non era con lui esattamente come nei primi giorni. Massimo non sembrava farle la corte affatto, e meno ancora lei accettarla; ma v’era tra di loro qualcosa di nascosto. Più ancora delli altri, la padrona di casa era sorpresa di ciò che chiamava, fra sè, la mancanza di tatto di suo nipote.

D’Astorre non si dava più la pena di celare la sua profonda antipatia per Gorletti. E questi gliela restituiva cordialmente, benchè non lo mostrasse nei suoi modi.

La signora Valenti, sola, pareva non si accorgesse di nulla. Dal momento della partenza di suo marito (che aveva promesso di ritornare) era diventata più severa con sua figlia, sebbene, a modo suo, capricciosamente, avesse certi slanci di tenerezza improvvisa, esagerati, al punto di abbracciarla con passione in pubblico. Con d’Astorre posava sempre; a momenti fredda e cerimoniosa, poi di una eccessiva gentilezza, non esente da civetteria. Ella sapeva, del resto, ringiovanirsi a meraviglia e faceva sfoggio di acconciature, dalla marchesa dichiarate assurde.

Elisa stessa non comprendeva troppo l’attitudine di Massimo a suo riguardo. Sempre lo pregava di non tentar nulla in suo favore, di lasciare che il suo destino si compisse; egli rispondeva ridendo e continuava come prima. Volle esser tenuto al corrente di quanto succedeva tra lei e sua madre. Seppe da lei, una sera, che fra due giorni il matrimonio verrebbe ufficialmente annunziato. Subito dopo, Gorletti doveva partire; sua madre e lei rimarrebbero ancora una settimana alla villa, mentre colui aggiusterebbe i suoi affari, poi si ritroverebbero tutti a Milano, dove il matrimonio avrebbe luogo.

All’indomani, subito dopo la colazione, si partì per una lunga gita in carrozza. Come per caso Massimo prese posto a fianco della signora Valenti e fu assai assiduo presso di lei. Con un’abile manovra, aveva quasi costretto Gorletti a salire a cassetto vicino a Terzi che guidava, mentre Elisa aveva potuto mettersi in un’altra carrozza con la marchesa, il medico ed il pittore.

Una grotta naturale, profonda e buia, dove mormorava una sorgente il di cui sottile zampillo rigava perennemente la penombra, e di cui si andava a bere l’acqua freddissima e di una incomparabile purezza, era lo scopo della escursione. Vi si giunge per una stretta valle verdeggiante, che, d’improvviso a uno svolgere di strada, prende un carattere selvaggio ed alpestre. Sotto un’altra roccia a picco tutta umida, muscosa e nerastra, sta l’angusta apertura, buco nero spalancato nel quale è d’uopo avventurarsi. Il bello consiste in ciò: che uscendo da un’altra apertura dal lato opposto della montagna, si trova un paesaggio tutto diverso, ridente e appena mosso. Una terza uscita è praticata a mezza strada, nel fianco della roccia.

Massimo entrò per il primo. La signora Valenti prese il braccio di Gorletti. La marchesa ed Elisa penetrarono timidamente, scortate dalli altri. Non si parlava più. Di tanto in tanto, un grido, uno scoppio di riso soffocato, una rapida domanda, ed ecco tutto. Ognuno guardava ai propri piedi, benchè non ci si vedesse affatto, e pensava a sè. — Di qua, signore, — gridava l’artista, — non abbiano paura; sono solo i primi dieci passi che costano. Dopo la strada è facile. — Il medico cadde due volte. Elisa, preoccupala, camminava a stento senza troppo curare dove andasse. D’un tratto si trovò smarrita, cercò di orizzontarsi, e non vi riuscì. Tutti erano lontani già; non li vedeva più. Non volle domandare. Dopo un istante d’incertezza, udì un rumore di passi che ritornavano verso di lei.

— Di qui! — disse una voce.

— Da che parte?

— Mi dia la mano e non tema di nulla.

Riconobbe le voce di Massimo.

— Così, così.... Si lasci guidare, si lasci sempre guidare da me.

— Preferirei esser fuori.

— Ci saremo fra due minuti, ecco. Vede la luce?

Un momento dopo erano all’apertura laterale.

— E gli altri? — domandò lei.

— Hanno attraversato la grotta, come si vede, in tutta la sua lunghezza. Noi faremo il giro esternamente e li raggiungeremo in tre minuti. Ma si riposi, prima, un momento; dev’essere stanca.

E continuò dopo una breve pausa:

— Non si perda di coraggio. Io sono allegrissimo, invece. Tutto va bene; si rassicuri. A proposito, bisogna che approfitti di questo momento, per farvi una dichiarazione. Signora Elisa, io non vi amo; non vi amo affatto. Non lo dimenticate; e non abbiate dunque paura di nulla. Ma vi salverò.

Il loro arrivo all’altro ingresso della grotta fu accolto da una quantità di domande; ma la marchesa aveva l’aria un poco imbronciata, e Gorletti stava in disparte.

Massimo pareva divertirsi assai. Al ritorno, riprese il suo posto a lato della signora Valenti e la fece ridere pazzamente per tutta la strada. Talora interpellava Gorletti, sempre a cassetto, obbligandolo a voltarsi e volendo che ridesse lui pure.

Nell’altra carrozza, quasi non si parlava. Elisa contemplava il paesaggio oscurantesi nella porpora del tramonto. Cominciava a far freddo e una tinta grigia si stendeva sulla via, sulli alberi, come un mantello di malinconia invitante al sonno, mentre che nelle lontananze le tinte dell’orizzonte facevano sognare. Involontariamente ammirava, lasciando che i suoi pensieri indistinti e dolorosi si modificassero secondo i diversi aspetti del cielo.

Che voleva d’Astorre? pensava. Come s’imaginava di poterla salvare? Nessuna speranza era possibile. Il suo sagrificio poteva forse venir ritardato, ma non vi si poteva sottrarre. Eppure, più che mai ciò le sembrava impossibile e l’idea sorgeva in lei che qualcosa succederebbe forse. Ma che cosa? Le tenebre si facevano più fitte intorno a lei, gradatamente e sicuramente, come si vedevano a poco a poco distendersi sulle campagne. Quale scampo poteva esistere?

Dopo pranzo, la signora Valenti si avvicinò alla marchesa e le disse ch’era un poco inquieta sul conto d’Elisa, la quale non le sembrava stesse bene. E rivolgendosi a lei:

— Ragazza mia, sei pallida e non hai quasi mangiato, oggi. Sii savia e va a dormire. Prendendo delle precauzioni quando si è ancora in tempo, si evita talvolta una malattia. Va, mia cara, verrò a raggiungerti fra poco, chè sono stanca assai io pure.

Elisa non fu malcontenta d’ubbidire. Sua madre la seguì presto infatti, e si assise a’ piedi del letto. Là le tenne un discorso che la sorprese. Le disse che Gorletti era impaziente ed aveva vivo desiderio che si annunciasse il loro matrimonio prima di lasciare la villa della marchesa; poichè in ogni modo, certi affari urgenti lo chiamavano in città al posdomani.

— Ma, mia cara, giacchè si è aspettato così a lungo, e che la cosa è decisa, non è vero? tra di noi, non vedo perchè non si aspetterebbe ancora qualche giorno. Tu saresti meglio ristabilita in salute, e più forte per sopportare tutte le noie dei complimenti, delle visite, dei preparativi, ecc. (chè, veramente, la tua salute m’inquieta un poco e hai bene cattiva cera anche oggi); lui, dal canto suo, avrebbe terminato i suoi affari e si andrebbe in città tutti assieme, ciò che sarebbe pure forse meglio. Intanto, curati bene e cerca di riprendere i tuoi bei colori. Sai anzi cosa faresti, se volessi seguire del tutto i miei consigli? Staresti in camera tua per un giorno o due. Egli comprenderebbe allora che ho ragione, che tu hai davvero ancora bisogno di un po’ di riposo e che deve moderare la sua impazienza. E ti ritroverebbe migliorata in salute e più calma....

— Farò quanto vorrai, — rispose Elisa con una rassegnazione che le riusciva facile. E una vaga speranza penetrò nel suo cuore, suo malgrado.

La signora Valenti ebbe all’indomani una conversazione con il suo futuro genero, e al posdomani egli partì. Valenti giungendo secondo la sua promessa, fu un poco stupito di tale partenza. Elisa discese solo al terzo giorno, per la colazione. Il medico, ch’era salito per vederla e le aveva ordinato dei rimedi ch’ella non aveva preso, l’aveva anzi fatta rimanere a letto per ventiquattr’ore. Aveva anche veduto la marchesa più volte, ed il resto del tempo era rimasta abbandonata alle sue riflessioni.

Il non veder più lo sguardo di Gorletti fissato sopra di lei, attraverso la tavola, le fu di tanto sollievo, ch’ella sentì grave il peso terribile del sagrificio chiestole. Tutto il sangue le si gelava nelle vene all’idea di diventare la moglie di quell’uomo.

Un inesplicabile sorriso passò sulle labbra di Massimo quando seppe ciò ch’era successo tra lei e sua madre.

— Va bene, — disse, — ciò non mi riesce inaspettato.

E mentre si discorreva un po’ rumorosamente intorno a loro, egli aggiunse:

— Il medico non vi permette ancora di uscire di casa, non è vero?

— Già; non ne ho nessuna voglia, d’altronde.

— Tanto meglio. Vi devo parlare a lungo.

Quando, più tardi, si ritrovarono soli, nello stesso gabinetto dove per la prima volta Massimo l’aveva sorpresa in un accesso di disperazione, Elisa non potè impedirsi dal dirgli che, ad onta di quel nuovo ritardo, ella non aveva speranza alcuna.

— Avete torto. Vi rammentate che a questo stesso posto dove siamo, quando vi ho dichiarato che impedirei codesto matrimonio, mi avete assicurato ch’era impossibile nemmeno ottenere un ritardo? Vi faccio rispettosamente osservare che adesso sono venuti, invece, per così dire, a domandarvelo, un tale ritardo, e che il signor Gorletti non è più qui. Aveva anzi una strana figura nell’andarsene.

— Ritornerà. È invano che lei prova sempre di darmi una speranza. Pur troppo il matrimonio è ben deciso.

— No, un tale matrimonio non si farà. È rotto. Non ho che una parola da dire per ciò. Quell’uomo è partito per non più ritornare. La sua partenza, e tutto quanto è accaduto, avreste forse dovuto indovinarlo, è opera mia. Anderò fino in fondo. Lungamente ho cercato un mezzo per salvarvi, e, lo confesso, senz’alcun risultato. Ma, adesso, ho finalmente scoperto. È un mezzo assai semplice, benchè un po’ violento.

— E qual’è questo mezzo?

— Lo saprete subito. Ma prima lasciatemi ancora dirvi poche parole. Perdonatemi d’esser costretto a parlarvi di me stesso. Ma è necessario per spiegare le cose. Poi mi conoscete tuttora assai male, e, lo temo, vi faccio ancora paura, sebbene sentiate che vi sono amico. Ma siete intelligente, siete un vivente esempio di codesta verità troppo ignorata, che si può avere un’anima elevata, e, ad onta di ciò, indovinare tutto; di più, per la vostra età, avete visto molte cose; potrete dunque non offendervi di quanto vi voglio proporre.

— Nulla è possibile, vi dico.

— Non m’interrompete, e ascoltate, ve ne prego. Io sono solo al mondo, non ho più parenti vicini, e nessuno è più libero di me. Mi si conosce ovunque, conosco moltissima gente; vi sono molti che si dicono miei amici, e ne ho assai pochi. Pare anche che abbia dei nemici; ignoro assolutamente a cosa debbo un tale onore. Pieno di difetti, ho però osservato che quando ho ubbidito al mio primo impulso, ho sempre agito bene; il che prova che in me l’istinto è forse superiore al ragionamento. Conduco una vita molto irregolare, e che mi sarebbe difficile lo spiegarvi. Resisto difficilmente a’ miei capricci. Talvolta rimango a lungo nello stesso posto, senza che si sappia perchè; poi parto bruscamente; vado dove la sorte mi sospinge. Del resto, manco assolutamente di principii e credo a ben poche cose; vedete che non mi mostro migliore di quel che sono. Ora sapete a che sono ben deciso? da un pezzo? È, per mio conto, a non ammogliarmi mai. Ho per ciò le mie profonde ragioni. Poi detesto il matrimonio. Molte cose mi sono indifferenti, e rinuncierei volontieri a molti vantaggi; ma, a nessun prezzo, non abdicherò mai la mia indipendenza. E la stimo così altamente che mai, sotto alcun pretesto, assalirei la libertà d’un altro. Sarei dunque un pessimo marito, e stupido. Dunque, escludo, per me il matrimonio. Me ne infischio del mio nome che finirà forse con me, e della mia fortuna che passerà in mani straniere, se ne resterà. Le cose sociali mi toccano assai poco, e non mi commuovo molto per ciò che mi riguarda personalmente. Cerco di annoiarmi il meno possibile, anche se per giungere a questo scopo, devo interessarmi a delle assurdità; e in quanto a ciò che succede nel mondo, guardo tutto ciò come in teatro, dalla mia poltrona, che certo è una delle migliori. Se posso essere utile a qualcuno lo faccio con piacere. Do ben di rado la mia amicizia, sul serio, ma la do senza riserve. In quanto alla mia fortuna è assai considerevole; la fortuna di un lord inglese agiato, ricchezza grande in Italia. Non mi è stato possibile di rovinarmi, benchè vi abbia messo tutta la buona volontà; ora non mi ci provo più. Da questo lato mi sono posto in quiete. Diedi una smentita a quelli che pretendevano, all’epoca in cui spendevo sempre tre volte la mia rendita, che nessuna fortuna mi avrebbe mai bastato, mostrando loro che con solamente una ventina di milioni, o poco più, non faccio più debiti. Sono lieto di farvi sorridere....

— Sì, ma tutto ciò non mi dice....

— Aspettate. Ecco press’a poco chi sono io. Credete ancora che chi dice tanto male di me abbia ragione del tutto? Diffidate ancora di me?

— No, credo anzi che siete migliore di quello che sembrate....

— Non è così; sono esattamente come sembro a quelli che mi conoscono un poco. Ma veniamo al fatto. Forse a quest’ora può darsi che non rimaniate oltremodo stupita nel sentire il mezzo che ho trovato per salvarvi. D’altronde bisogna accettarlo per questa eccellente ragione che non ve ne sono altri.

— Ebbene! ditemelo finalmente....

— Io vi sposo.

Elisa lo guardò fisso, arrossì, si provò a sorridere e disse:

— Mi sembra che il momento sia scelto male per celiare. Del resto non sono scorsi tre minuti dacchè avete affermato la vostra risoluzione di non ammogliarvi mai.

— Ed è perciò appunto che vi posso offrire la mia mano.

Massimo non scherzava. Spiegò la sua idea a Elisa che lo ascoltava muta per lo stupore. Lui impegnava la sua parola di gentiluomo di non essere mai per lei che un amico; lei sarebbe del tutto libera e avrebbe sempre tutta la sua stima. Tutto si ridurrebbe a ciò, che avendo invano cercato un altro mezzo conveniente per impedire il matrimonio con Gorletti, aveva pensato che il meglio era d’offrire ad Elisa una posizione indipendente e tutta quella somma di benessere che può rendere nella vita l’assenza di felicità meno dura. Ma non poteva far ciò, secondo le leggi del mondo, senza aggiungervi il suo nome, e lo dava, non compiendo il minimo sacrificio; poichè in tal modo faceva uso eccellente di una cosa di cui era ben certo che non avrebbe mai sognato di servirsi altrimenti per sè. Si salveranno le apparenze per quanto possibile, senza però inquietarsene fuor di misura, e, appena che Elisa sarebbe stabilita nella sua nuova esistenza, lui riprenderebbe la sua vita solita. Un tale progetto lo seduceva; riconoscente se lei gli facesse l’onore di accettare, sarebbe felice di compiere un atto semplicissimo, del quale forse nessuno ancora aveva avuto l’idea prima di lui.

— Mi avete ripetuto più volte, senza dirmi precisamente il perchè, che non aspettate più nulla dalla vita, che cercate la pace soltanto; ebbene, vi offro un palazzo a Firenze, che sarà vostro, e dove starete meglio che in un convento; trovandovi la tranquillità assoluta e le distrazioni che vorrete scegliere, infine un matrimonio che non è un matrimonio, e la mia semplice amicizia. Se avete bisogno di un consiglio, saprò darvelo non più cattivo di quello che farebbe un altro. In un certo senso, e per questo scopo, è impossibile essere maggiormente adatto l’un all’altro di quanto siamo noi. Giacchè non vogliamo maritarci nè l’uno nè l’altro, ciascuno per i nostri motivi particolari, sposiamoci noi per il pubblico. Dal lato mio ci troverò pure dei vantaggi, non foss’altro che quello di por termine alfine a ciò che si venga a farmi delle proposte di matrimonio.

Elisa sorrise di nuovo. Poi, seriamente, rispose che ad onta della sua stranezza, l’offerta era nobilmente generosa, ma che lei non poteva acconsentire. Codesta proposta straordinaria non la scandalizzò, ma la trovò ineseguibile. Tuttavia si sentì profondamente commossa, sebbene non lo seppe esprimere.

Sorridendo, Massimo insisteva, talora in modo energico, talora giocoso.

— No, è impossibile. È impossibile in tutti i modi, — ripetè Elisa. — Finirete pure col comprenderlo. È mio dovere il rifiutare, dovessi anche parere scioccamente ingrata. Vi è ancora un motivo più serio di tutti gli altri, che dovrò avere il coraggio di confessare....

Furono interrotti dal brusco ingresso della signora Valenti.

— Ah! eccoli, — disse a sua figlia. — Ti ho cercato dappertutto. È donna Maria che mi ha detto ora ch’eri qui col marchese. Non sei dunque andata in carrozza con gli altri? Ebbene, hai ragione. Quelle trottate, alla lunga, stancano, e comincia a fare un freddo al ritorno!... trovo ch’è peggio che d’inverno.

Quella notte Elisa non potè chiuder occhio. La proposta stranissima ed inattesa d’Astorre, l’orizzonte affatto nuovo che si apriva innanzi a lei, le riempivano la testa di pensieri confusi. Non poteva dubitarne: Massimo parlava sul serio. Aveva trovato modo di mantenere la sua parola; le offriva di salvarla davvero! Gorletti, l’orribile incubo delli ultimi mesi, poteva essere allontanato per sempre! Poichè, n’era ben sicura, sua madre in un tal caso, non esiterebbe un momento a mancare di parola. Elisa aveva un sol cenno da fare per evitare il precipizio, che da tanto tempo s’apriva davanti a lei, inevitabile. Le si offriva onorevolmente una vita calma, tranquilla, indipendente, circondata da tutti i conforti del lusso, e, accettandola, avrebbe la felicità negativa alla quale poteva ancora aspirare, e ciò rendendo i suoi genitori pazzi di gioia! La tentazione era forte. Una soluzione bizzarra, magnifica, che l’imaginazione non avrebbe saputo inventare e di cui la speranza sarebbe stata assurda, si mostrava d’improvviso per risolvere il problema finora insolubile del suo destino.

Ma come poteva accettare una proposta tanto bizzarra, insolita e troppo generosa, tanto più lei, di cui il cuore non viveva solo di un ricordo indimenticabile, lei, la cui esistenza monotona era tutta riempita da un segreto amato e doloroso. Adesso Massimo non le ispirava più la più piccola diffidenza. Le pareva di aver compreso d’un tratto i lati più nobili di quell’uomo, la cui cattiva riputazione era l’opera di gente che probabilmente non lo valevano. Ma, essendo lei quello che era, poteva forse accettare, in condizioni così eccezionali, e non fosse pure che alli occhi del mondo, la mano di un uomo che ignorava il passato di lei? Il racconto della sua vita, la sua confessione completa, non basterebbero a fargli comprendere la necessità di un rifiuto? Essa lo credeva fermamente; sentì che lo doveva fare, poichè lui meritava la sua fiducia intera, codesto uomo elegante, stanco, cinico, che solo aveva saputo aiutarla, lui ch’era considerato come il più freddo tra gl’indifferenti.

Intanto, tutti si occupavano di Massimo e del suo modo di condursi con la signora Valenti. Non si parlava d’altro alla villa. La marchesa cominciava ad inquietarsene. Con minore malignità delli altri, ella pure si posava però la domanda: — Quale può essere il suo scopo? — In quanto a donna Maria non poteva contenersi. Si disseccava ne’ suoi sforzi per non parlare, poi parlava di colpo.

— Hai veduto? — diceva a suo marito. — Erano ancora insieme ieri nel gabinetto là in fondo. È una cosa che non ha nome. Chi l’avrebbe creduto di un uomo così blasé? Poichè infine, Elisa è una buonissima ragazza, ne convengo, e anche bellina, se si vuole, ma, dopo tutto, cosa può avere di tanto interessante! e sopratutto....

— Ah! donna Maria, — interrompeva il dottore, — l’amore non ragiona.

— Ma, insomma, è o non è innamorato, quel misterioso d’Astorre?

— Sapete cosa penso io? Tutto ciò finirà male assai; credete forse che vi sia nulla di sacro per quelli uomini lì?

— E ad onta di tutto. Elisa è sempre triste e taciturna, — osservò Terzi.

— Oh! in quanto a questo, capisci bene, quando si hanno avute le storie che ha avuto lei, si ha di che rifletterci e rimanere pensierosa per un bel pezzo.

All’indomani, Elisa ripetè a Massimo che gli sarebbe profondamente grata per sempre, ma che non poteva acconsentire.

— Se volessi, — disse Massimo, — potrei benissimo far senza della vostra accettazione. Basterebbe che parlassi con vostra madre. E allora per davvero non vi sarebbe più possibile rifiutare! Ma, se vi salvo, non voglio che ciò avvenga a vostro malgrado.

Infatti, la signora Valenti era in uno stato straordinario di tensione nervosa. Aveva la febbre addosso, non sapendo se poteva sperare, a momenti piena di paura, poi abbandonantesi a sogni inauditi che le sembravano vicino a farsi veri, e dai quali si risvegliava per dirsi che sognava. Eppure continuava, come aveva incominciato, a recitare la sua doppia parte con una estrema prudenza; ma se la si vedeva tranquilla e sorridente, non n’era meno agitata internamente. Cercava di sapere che si dicesse intorno a lei e d’indovinare dal contegno delli altri cosa pensassero sulla questione che l’appassionava; n’era turbata, dicendo a sè stessa con terrore che se un tale stato d’incertezza, tra gioie impreviste e difficoltà gravi si dovesse prolungare, ne impazzirebbe.

Massimo aveva dunque ben ragione di parlare in tal modo ad Elisa.

Ma questa s’armò alfine di tutto il suo coraggio, e gli disse:

— Bisogna che vi faccia la mia confessione. Giudicherete poi voi stesso. Vi devo raccontare tutta la mia vita.

E allora, lealmente e degnamente, in un modo semplice e breve, senza nulla omettere e senza nulla esagerare, senza volere nè accusarsi nè scusarsi, ella gli disse tutto quanto si è raccontato più sopra, la triste storia del suo passato; e gli confessò che quell’amore indimenticabile non uscirebbe mai dal suo cuore; che non amerebbe mai nessuno e nulla al mondo, e che resterebbe interamente fedele per sempre all’assente che non doveva più rivedere. Lui aveva mancato alla sua parola per necessità, ed ella trovava ciò così tristamente naturale, che non aveva bisogno di perdonargli; ma lei lo amerebbe sempre e rimarrebbe sempre la stessa. Lei lo amerebbe eternamente, pur avendo la certezza assoluta che nessuna speranza era possibile. L’ultima notizia di lui era la notizia del suo matrimonio e che si era definitivamente stabilito a Bombay. Ritornerebbe d’altronde, che lei non lo vorrebbe rivedere. Non sarebbe mai sua, ma il suo cuore gli apparterrebbe sempre.

Quando ebbe finito, Massimo le prese ambo le mani, le baciò e le disse:

— Elisa, quanto m’avete raccontato tanto francamente e nobilmente, aumenta la stima profonda ed il rispettoso affetto che sento per voi. Sono un peccatore indurito, e il mio cinismo nella vita vi spaventerebbe: il mondo mi ha reso scettico assai e credo facilmente al male e di rado al bene; ma le eccezioni provano la regola, e in questo mondo basso, volgare e malvagio, voi siete una splendida eccezione. Lo vedo, ed io non sbaglio. Il vostro racconto mi prova più che mai quanto ho ragione di compiere ciò che ho deciso di fare; lo desidero adesso cento volte più di prima. Lo farei quasi anche a vostro malgrado. Ma voi acconsentite, non è vero? Giacchè gli ostacoli che credevate insormontabili, riaffermano, al contrario, la mia risoluzione? Fra poco mi divertirò assai dello stupore generale, quando si sappia che vedranno una marchesa d’Astorre. Rideremo.

— Eppure, sentite....

— Cara ragazza, non una parola di più. È deciso.

Sarebbe troppo difficile il dipingere la gioia della signora Valenti quando seppe che le sue più folli e assurde speranze si sarebbero realizzate, e che sua figlia stava per acquistare una delle più alte posizioni cui fosse possibile ambire in Italia, sposando un uomo, che ad onta della sua condotta, era il sogno dorato e inaccessibile di tutte le donne. Durò grandissima fatica a non parlarne, giacchè si era deciso di tenere la cosa segreta per qualche tempo, prima dietro preghiera di Massimo e per evitare pettegolezzi, e poi per riguardo a Gorletti, sebbene la signora Valenti gli scrivesse per dargli congedo abbastanza brutalmente, protestando che non era stato possibile vincere l’ostinazione di sua figlia, e che lei non la voleva forzare! E come benediceva ora Elisa di aver tanto resistito! Come le sembrava superiore e intelligente! Quale fortuna che avesse sempre rifiutato tutti i partiti! Non poteva cessare dall’abbracciarla e l’accarezzava in un modo materno e servile, facendosi umile dinanzi a lei in anticipazione, mentre, piena del suo grande segreto, non poteva a meno di mostrarsi gaia ed orgogliosa con gli altri.

La marchesa fu eccessivamente stupita quando suo nipote le confidò la sua risoluzione, senza beninteso dirle l’esatta verità. Le confessò tuttavia che il suo scopo principale era quello di salvare Elisa, senza troppo negare (in risposta alle domande contorte della vecchia signora), ch’egli non contava abdicare alla propria indipendenza, e che su questo, lui ed Elisa erano perfettamente d’accordo. La marchesa intravide un poco la verità, ma non del tutto; e l’idea di questo matrimonio le sembrò, in fondo, una follia di Massimo, e le parve un poco scandalosa, diversa dalle altre; sebbene non ne fosse malcontenta da certi lati.

La curiosità di donna Maria e delli altri rimase insoddisfatta. Non seppero nulla di quanto succedeva, e certo, ad onta di tutte le loro congetture, non indovinarono affatto.

Ciò che li stupì più di tutto, fu la partenza di Massimo, più strana ancora del suo arrivo. Una bella mattina, dopo una serata delle solite, durante la quale si era soltanto osservato che pareva sempre più intimo con Elisa e con la signora Valenti, mentre pure si notava che non si parlava più del ritorno di Gorletti, la marchesa, a colazione, annunciò che suo nipote aveva dovuto partire, prestissimo, senza ch’ella stessa sapesse il perchè. La signora Valenti raggiava.