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Un matrimonio eccentrico

Chapter 8: VI.
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About This Book

La narrazione apre in una villa signorile dove l'apparente animazione dei preparativi per un pranzo convive con ansie segrete; la padrona accoglie parenti e ospiti mentre i domestici si affannano. Al centro sta Elisa Valenti, pallida e provata, che ha pianto in privato e si trova a dover prendere in giornata una decisione definitiva su un matrimonio, con la madre pronta a intervenire. Il ritorno e la fama di un giovane chiacchierato, Massimo d'Astorre, alimentano pettegolezzi. Il racconto contrappone la cura delle apparenze sociali al dolore interiore, esplorando la pressione delle aspettative familiari e la discrepanza tra compostezza esteriore e angoscia privata.

VI.

Con l’aiuto del tempo la società si abituò alla presenza tranquilla della marchesa d’Astorre. In verità, non dava noia ad alcuno. Solamente, siccome bisognava bene che ci si vendicasse della sua selvatichezza, della poca premura da lei dimostrata a conoscer gente, si sparse la voce ch’ell’era di una “povertà di spirito„ veramente notevole. La si fece creder stupida. Si disse che s’ella si nascondeva, era per paura di mostrare — nelle loro conversazioni! — il vuoto della sua testolina, e la sua ignoranza.

Intanto Elisa si sentiva ben sola nei grandi appartamenti sontuosi e severi del palazzo di Astorre. Uno strano silenzio regnava in quelle stanze dalle vôlte tanto alte, coperte d’oro annerito dal tempo; in quelle sale dalle ricche tappezzerie oscure e impallidite, dalle tende pesanti cascanti in pieghe superbe. I folti tappeti soffocavano perfino il lieve suono dei suoi passi. In un gran letto del cinquecento, a colonne, il cui baldacchino blasonato sembrava pesare sul suo capo, ella giungeva difficilmente ad addormentarsi.

I giorni scorrevano, lenti e tutti compagni, e le sembrava vivere in uno stato di mezzo sonnambulismo continuo, che toccasse un di mezzo tra la letargia ed il sogno. Pensando alle angoscie trascorse di recente, al terribile pericolo cui era così miracolosamente scampata, ella si rimproverava talvolta di non apprezzare abbastanza l’immenso benessere della sua nuova posizione. Lottò contro l’impigrirsi morboso di tutte le sue facoltà e cercò di crearsi una vita tranquilla e occupata. Due stanze del suo troppo vasto quartiere, le più piccole e le più comode, furono addobbate a suo talento, e vi passò le giornate, leggendo molto, avidamente. La lettura era sempre stata la sua occupazione prediletta; ora diventava un bisogno, quasi una mania; talvolta interessandosi a un libro al punto di dimenticare sè stessa e di mescolarsi all’esistenza fittizia dei personaggi; tal’altra leggendo per leggere e divorando pagine e pagine senza sempre curarsi di capirle tutte. Le dolci ed angosciose imagini del suo passato non sorgevano più allora dinanzi a lei, ma era invasa da una tristezza fisica, lentamente, fino a far tutta parte di lei stessa; penetrava nelle sue ossa e nella sua carne e circolava col suo sangue. Elisa giungeva a dimenticare i suoi pensieri così mestamente inutili; ma intanto che la sua mente s’interessava a cose estranee, l’incurabile malinconia che la opprimeva tutta la inchiodava per delle ore allo stesso posto, l’illanguidiva in una posa accasciata, spegneva il suo sguardo ed improntava tutto l’essere suo di quella immobilità e di quella lentezza piena di lassitudine che sono i segni dell’aver rinunciato a tutto.

La lotta era finita; più che mai sentiva il vuoto. E sopratutto fuggiva l’ozio materiale che permette il lavorio del pensiero. Nei primi tempi del suo strano matrimonio, la presenza di Massimo, che la rassicurava e l’intimidiva insieme, l’aveva costretta a pensare ad altro. Ma ora si trovava sola, circondata di lusso, caduta in un’esistenza imprevista e sontuosamente calma, in una pigrizia che abbisognava sempre combattere. E nel suo gabinetto tutto coperto di una gaia stoffa a grandi arabeschi, a metà sdraiata sopra una poltrona vicina al fuoco, essa leggeva un volume dopo l’altro; preferendo i romanzi dai quali è difficile staccarsi, pieni d’avventure perigliose e drammatiche, e il più possibile all’infuori della vita reale. Gli altri — i veri — le facevano troppo male. E spesso, col libro aperto sulle ginocchia, guardava attraverso i vetri l’oscuro palazzo sorgente di faccia, e sopra il tetto, una stretta striscia di cielo, d’un azzurro risplendente, e così si dimenticava a lungo, sognando a quanto aveva letto. Tuttavia, attraverso la fabbrica delle invenzioni romanzesche, qualcosa d’intangibile penetrava, un velo s’intrometteva, ed era il ricordo del passato ognor presente, anche a sua insaputa.

Qualcuna delle sue antiche amiche erano venute a farle visita; Elisa le aveva ricevute, e per caso, non ebbe a pentirsene, avendole trovate discrete e piene di tatto. Esse però le rimproverarono di rinchiudersi in una solitudine troppo completa, ed Elisa dovette convincersi che fino ad un certo punto avevano ragione. A poco a poco lasciò dunque che si allargasse la piccola cerchia delle sue conoscenze, pur vivendo in una solitudine relativa. Lentamente prese qualche interesse a quanto le accadeva d’intorno. Certe bellezze dell’esistenza, per sè stessa, all’infuori di qualsiasi idea di felicità, si rivelarono a’ suoi occhi. Ell’era, ad onta di tutto, assai attaccata alla vita; poichè quando una creatura è stata creata per vivere il più completamente e il più felicemente ch’è possibile quaggiù, il gusto della vita le rimane, qualunque siano le sventure che gli uomini le infliggono. Mai, nemmeno nei momenti di più vera disperazione, Elisa aveva desiderato di morire.

Seppe ancora uscire vittoriosa dal suo abbattimento profondo. Con uno sforzo, in cui mise tutta la sua energia, la reazione ebbe luogo. Essa indovinava che la sua posizione e il suo modo di vivere facevano nascere molti commenti, e con tutte si rinchiudeva in una grande riserva, pur mostrandosi gentile.

Un giorno, sul piazzale delle Cascine, la bella contessa Goffredi, una delle donne più alla moda in quel momento, fece accostare la sua carrozza a quella di lady Thompson. C’era folla quel giorno, in quella specie di salone all’aria aperta ch’è il ritrovo generale, e le due carrozze riunite furono subito circondate di gente.

— Ho fatto una scoperta, — disse la contessa.

— Interessante?

— Interessantissima; sapete d’onde vengo? Dal palazzo d’Astorre. Ho discorso durante più di un’ora con lei.

— Che! ma se non la conoscevi?

— Scusa, mia cara, la conosco da ieri. L’ho veduta da mia cognata.

— E subito, contessa, siete andata a farle visita oggi?

— Credo bene. Sapete che sono un po’ curiosa e che quando voglio far qualcosa lo faccio subito. D’altronde, che male c’è mostrarsi cortese? Insomma, ne vengo.

— E la scoperta?

— Eccola: quella donna non è punto sciocca. Discorre divinamente. Ha perfino dell’ingegno, quella donna, ve lo dico io, e se volesse, avrebbe anche spirito!

Intanto Elisa passeggiava sola, secondo il suo costume, in fondo in fondo, scaldandosi al sole invernale, ed ignorando completamente il voltafaccia dell’opinione che stava compiendosi in suo favore, per merito della importante scoperta fatta dalla contessa Goffredi. Ed il mutamento si compì davvero. Non esser più del parere di chi dichiarava la marchesa d’Astorre una stupida, divenne una moda raffinata. Bisogna poi anche ammettere ch’Elisa stessa, per sua propria virtù, e pur continuando a vivere a modo suo, aveva finito col conquistare il rispetto e la simpatia di moltissimi. D’altra parte ciò inacerbì l’opinione dei nemici a qualunque costo, l’antipatia dei quali si trasformò quasi in odio, senza ch’essi stessi avessero saputo dire il perchè, e che, d’allora in poi, trovarono che un po’ di calunnia diventava assolutamente necessaria.

Qualche tempo dopo, in una sera di ricevimento grande da lady Thompson, l’uscio della sala bianca e oro, dove una cinquantina di persone si trovavano già riunite, parve aprirsi più largo del solito, e si vide la contessa Goffredi entrare, accompagnata dalla marchesa d’Astorre. Tutti rimasero stupefatti, benchè la padrona di casa avesse, dal principio, annunciato una “sorpresa„. Era la prima volta ch’Elisa si mostrava in società. La vista di lei, data in pascolo alla curiosità universale, aguzzò tale curiosità nel mentre la soddisfaceva. Cento sguardi si posarono su di lei.

Elisa parve a grande suo vantaggio; alta, pallida, seria e sorridente, quasi bella, assai semplicemente e un po’ stranamente vestita, giacchè, a modo suo, sapeva acconciarsi. Ad onta di quanto si era detto e pensato sul conto suo, si era in complesso prevenute adesso in suo favore; e doveva piacere.

Quella sera come sempre, regnava nella sala bianca e oro a grandi tende di raso color foglia morta ricamate di fiori variopinti, un’atmosfera pesante e profumata ch’era l’aria naturale dei frequentatori. Quasi tutte le donne erano in abito scollato, e quelle spalle bianche, fra le quali ve n’erano di assai notevoli, sembravano espandersi in quell’aria viziata come nel loro elemento; presentavano uno strano aspetto di salute fittizia, quasichè quelle donne fossero state le piante carnali di quella serra. Ve n’erano di una bellezza fine e stanca, le cui teste patrizie erano per davvero quelle delle figlie degeneri dei modelli delli antichi pittori, e che sarebbero certo appena più belle rivestite d’un costume fiorentino dell’epoca di Lorenzo il Magnifico, anzichè acconciate com’erano con la penultima moda parigina mal compresa. Altre, invece, straniere o viaggiatrici, indossavano, con i raffinamenti più nuovi, quella livrea della suprema moda che crea una specie di frammassoneria delle ultra-eleganti dell’oggi; per la quale, senza conoscersi, si ritrovano dovunque colla stessa pettinatura e con lo stesso insieme. Se ne vedevano di giovanissime, il cui sguardo spento e sapiente faceva tremare; delle vecchie incrostate di belletto, ma con l’aria candida. Tentando d’indovinare l’età probabile di due principesse russe, due sorelle coperte di gemme, e d’una bellezza diversa, ma provocante allo stesso grado, si fluttuava tra diciannove e quarantacinque anni. Una americana, giunta da poco, attirava l’attenzione per la smisurata lunghezza della coda del suo abito, contrastante con la mancanza di stoffa del corpo ch’era certo soltanto simbolico; era una giovane sposa che amava suo marito alla follia. Una diecina di donne circondavano da vicino la padrona di casa, ancora bella assai, e riccamente vestita. Le chiacchiere erano femminili; gli uomini formando un gruppo a parte; alcuni soltanto si piegavano sullo schienale di una poltrona e parlavano sottovoce, mentre ammiravano l’effetto delle perle sulla bianchezza delle carni. Sopra un divano, in un angolo, una spiegazione aveva luogo tra un ufficialetto ed una principessa romana d’una bellezza maestosa e matura. Sopra i canapè di velluto bruno larghissimi e bassissimi, sulle chaises longues a schienale fuggente, alcuni giovani ai stendevano con un’aria profondamente annoiata. Un cembalo verticale, in legno di rosa, stava aperto, e talvolta qualunque ne tirava qualche accordo e suonava alla sordina le prime battute di un valzer. Gli sguardi delli amatori di oggetti rari erano attirati da grandi étagères coperte di ninnoli preziosi e di statuette di Sassonia, e sul folto tappeto violetto, alcune pelli di tigre si stendevano, le cui teste dalli occhi di vetro sembravano voler mordere coi loro denti acuti i piedini raffinatamente calzati.

Si fumava la sigaretta dappertutto; ma, separato dalla gran sala, da un’altra sala un poco oscura, si apriva un gabinetto destinato specialmente ai fumatori. Questa stanza, tappezzata di velluto verde e rischiarata solo da due grandi candelabri fiancheggianti il camino in marmo nero, offriva un delizioso ritiro, dove le signore pure venivano sovente a riposare sulle vastissime poltrone di cuoio in una dolce penombra e nella tranquillità di una conversazione languida, fumavano del tabacco orientale. Talvolta però una discussione un po’ viva vi scoppiava, oppure vi s’impegnavano per caso di quei discorsi in due abbastanza intimi perchè quelli che si presentavano all’uscio sovente non ne varcassero la soglia.

Elisa guardava pacatamente ed osservava, dissimulando l’imbarazzo che suscitavano in lei i numerosi sguardi fissi. I signori, quasi tutti, avevano chiesto di esserle presentati. Sebbene accogliesse ognuno col sorriso sulle labbra, la si trovò troppo riservata ed un poco altiera. Molti non le indirizzarono che tre o quattro parole; alcuni cercarono di attaccare un discorso seguito. Le donne si mostravano fredde, benchè lady Thompson e la contessa Goffredi facessero di tutto perchè Elisa si trovasse bene. Del resto, Elisa non comprendeva più d’una terza parte di quanto si diceva; le frasi pronunciate non avendo valore che per il sottinteso al quale sarebbe stato necessario d’essere iniziata. Si parlavano diversi gerghi speciali.

— Eh! marchesa, che nuove ha di suo marito?

— Eccellenti; è a Londra.

— E come va che lei non l’ha accompagnato?

— Per vari motivi. D’altronde aspetto mia madre fra pochi giorni. Viene da Milano per farmi visita.

Un vecchio signore si avvicinò.

— Sono molto legato con Massimo, marchesa. Lo difendo sempre quando lo si attacca, ma sapendolo a Parigi quando lei è qui, ho quasi voglia di dir male di lui io stesso.

— S’allontani allora, perchè io non senta.

— Oh! oh! benissimo.... a meraviglia!... Ma le scrive sovente, m’imagino.

— Assai sovente.

La contessa Goffredi pose una domanda ad alta voce, che fece mutar discorso.

Frattanto nei gruppi d’uomini non si parlava che della marchesa. — Era simpaticissima. Non una bellezza, ma v’era qualche cosa. — E poi.... Sì, ma.... Massimo in fondo era una bestia. — Quella donna recita una parte, ma scommetto ch’è infelice assai. — Certo, giacchè è innamorata pazza di suo marito. — Ne sei certo? — Ho delle prove. — Ma come accade?... — Mio caro, è semplicissimo; lui ne ha già fin sopra le orecchie. Credo bene che lei recita una parte, trovo anzi ch’è la più gran posatrice ch’io abbia mai veduto. — È una donna fredda. — No, è timida. — Oh! timida poi!... — Vi assicuro che discorre assai bene; non è vero, Pierino! — Oh! io non ne so nulla. Se credete che mi voglia far presentare!...

Ad onta di tutto, codesta prima comparsa d’Elisa fu un successo. Molte prevenzioni furono distrutte al vederla da vicino. La vecchia contessa Gritti dichiarò che si vedeva costretta a scusare, fino ad un certo punto, l’assurda mésaillance di Massimo.

Un po’ prima di mezzanotte Elisa si alzò per andarsene.

— Come? non vuol restare per cena? Sarà pronta in un istante.

Appena fu uscita, parlarono forte tutti insieme.

— Zitti! — fece lady Thompson, — aspettate dunque un minuto!

Ma non si poteva. Le opinioni s’incrociavano come i raggi di un fuoco d’artificio accesi per errore tutti in una volta. I servitori che entrarono nella sala vicina portando del tavolini già serviti per la cena, fecero diversione. Ma, appena furono seduti alla piccola mensa, dalle tovaglie coperte di cristalli, di bottiglie colorate diversamente dai vari vini, eccitati da tutto ciò e dai profumi di alta gastronomia, che venivano a frammischiarsi al soliti profumi dell’appartamento, ognuno ricominciò con maggior lena.

— Andiamo, tregua alle maldicenze! — disse la padrona di casa, dopo un momento. — La proteggo e le voglio bene. E voi, barone, cattiva lingua, tacete!

— Scusate, non dicevo nulla di male. Al contrario sono pieno di moralità. Trovo semplicemente che Massimo ha torto d’assentarsi; è il mio umile parere.

— Signori e signore! — gridò quello che tutti chiamavano Pierino, — io scommetto....

— Andiamo, basta, tacete!

Ma lui finì la frase sottovoce, fra le risate mascoline e la disapprovazione ipocrita delle donne.

All’indomani, un gran numero di biglietti di visita furono consegnati al guarda-portone del palazzo d’Astorre. Alcuni giovani, senza aver avuto nessun invito, chiesero anzi se la marchesa fosse in casa.

Elisa aveva detto la verità: aspettava sua madre, e anche suo padre. Arrivarono infatti due giorni dopo.

La posizione dei genitori d’Elisa era stata benissimo regolata da Massimo. Aveva ottenuto per Valenti un impiego lucrativo abbastanza a Milano, e ch’egli desiderava da un pezzo ed era completamente adatto a lui, poichè si trattava sopratutto di discorrere con molta gente. E la signora Valenti adorava Milano, sua città natale, ch’ella non aveva dimenticato mai nelle sue peregrinazioni. “Far figura„ a Milano — come diceva — le sembrava la maggior felicità della vita. Ciò non le impediva di aver l’intenzione d’andare spesso a trovare sua figlia, la sua cara marchesa “che però non voglio disturbare, nel gran mondo dove brilla„ aggiungeva, facendo sentire tutta la grandezza de’ suoi sacrifici. Diceva anche che Firenze le rammentava ricordi dolorosi. D’altronde d’Astorre le aveva benissimo fatto intendere ch’ella non doveva in nessun modo abusare della sua posizione di suocera.

Adesso Elisa, felice di rivedere i suoi, abbracciò suo padre con effusione, e confrontò la paura da lei provata in faccia a sua madre altre volte, all’affezione semplice che ora sentiva per lei, ad onta delle diversità delle loro nature. La ricchezza aristocratica del palazzo d’Astorre colpì la signora Valenti; ma diede dei consigli di abbellimento per le grandi sale, che, per fortuna, non furono seguiti. Sposando Massimo, sua figlia l’era sembrata così “abile„ che le portava sempre il maggior rispetto, e che non osava nemmeno troppo insistere quando tentava di convincerla d’andar molto in società e di prendere il posto che le confaceva. In quanto alla stranezza inerente al matrimonio stesso, all’assenza prolungantesi di Massimo, alla calma d’Elisa che sembrava approvare la condotta del marito, di cui non parlava che con l’accento di un’alta stima e d’una gratitudine illimitata, la signora Valenti se ne stupiva come tutti se ne stupivano, ma rimaneva intimidita davanti alla riservatezza di sua figlia, e, dopo qualche prova, non osò più interrogarla. D’altronde ella usciva dalla mattina alla sera, nella carrozza d’Elisa, girava, faceva commissioni, andava a rivedere tutte le sue antiche conoscenze, per abbagliarle coi vestiti nuovi e coi racconti delle splendidezze di suo genero.

— M’hai detto che ti scrive spesso, e non ho ancora visto una sola lettera di tuo marito dacchè sono qui, — le disse un giorno.

— È che probabilmente starà per tornare e vorrà farmi una sorpresa.

Ma, in quel punto, un cameriere entrò con una lettera.

— Sarebbe sua?

— Sì.

— Guarda, che stranezza! proprio al momento che lo stavo accusando!

Elisa lesse rapidamente la lettera, la rimise nella busta, e disse che Massimo le annunciava il suo ritorno fra quattro o cinque giorni.

— Non me la fa vedere, — pensò la madre. — Quella lettera dev’essere ben fredda o troppo tenera.

Ecco la lettera:

“Sapete, cara marchesa, che scrivete in un modo delizioso? La vostra ultima mi è piaciuta assai, e ho dei rimorsi come per un delitto di aver così lungamente tardato a rispondervi. Ma la mia vita oziosa è così occupata! Non trovo tempo per nulla, e ci vuole una tempra come la mia per resistere alle fatiche della mia pigra esistenza. Parigi è animato come ai suoi più bei giorni! L’eroina del momento è sempre la Kautgler, codesta attrice diventata celebre in quindici giorni, e che fa fremere tutto il teatro per il modo con cui pronuncia una sola parola. È sopratutto straordinaria nelle parti fredde e malvagie. Ma, se vi volessi mettere un poco al corrente, non finirei più, e credo che tutto ciò non v’interesserebbe gran che. Vi racconterò alcuni aneddoti al mio prossimo ritorno. Queste righe non hanno altro scopo che quello di annunziarvelo. Partirò, credo, doman l’altro, mi fermerò due giorni a Nizza, d’onde schizzerò dritto a Firenze. Non credo sarà per starvi molto. Sarete in città o in campagna, o avrete qualche progetto?... E siete dunque stata da lady T....? È un bel stabilimento, ma non mi pare che vi ci dovete trovar bene. Pur vivendo ritirata, siete stata pur costretta di mostrarvi qualche volta; tanto meglio. Credo che un po’ di distrazione vi gioverà. Tuttavia vi stimo troppo altamente per darvi dei consigli.... La somma che inviaste a quella povera Marietta è insignificante e non valeva la spesa di parlarne. Raddoppiate dunque, e non guardate mai tanto da vicino a tali cose un’altra volta, nè mai. Uno dei peccati capitali mi manca del tutto: l’avarizia. Che volete? Non siamo perfetti. Addio, mia cara Elisa, cercate di distrarvi, come potete, e arrivederci. Vi bacio le mani.

Astorre.„