XXXI.
Tutto quel giorno Silvio ebbe la febbre dell'amore. La notte successiva non chiuse occhio.
Vi sono delle anime, generose ma deboli, che ad ogni apparenza di ragione si acquetano, e ad ogni nuova tempesta del cuore si abbandonano lamentevoli o disperate; nature monche, per le quali l'eterno sospiro alla felicità si tramuta in perpetua miseria — persuasi e dubitosi con bizzarra vicenda — talora a un punto solo — infelici sempre.
Silvio partecipava di questa natura; la sua fede seguiva ciecamente le fantastiche movenze del suo spirito irrequieto: accasciamenti subitanei, brevi e gagliarde riscosse, segnavano la sua vita intellettuale.
Così è che nei delirii della sua veglia era diventato un'altra volta entusiasta dell'amor suo; alla neghittosa fiducia era succeduto il fervido battagliare dell'amore che vuole l'amore. Egli non disperava più; amava. Carlotta era un angelo; non le domandava più il suo passato; non dubitava più del presente. Ogni ombra di gelosia era svanita; dinanzi agli occhi, dinanzi al cuore di Silvio una luce sola, una gran luce: l'avvenire. Quest'avvenire era l'amore.
In quella notte Silvio provò tutte le dolcezze e gli affanni d'una cara e melanconica visione; l'immagine di Carlotta gli fu sempre dinanzi agli occhi. L'atteggiamento molle di lei, le tinte pallide e i lineamenti patiti del suo volto, gli facevano fede d'una malattia che la Provvidenza, e non il caso, aveva con misterioso intendimento collegato al proprio stato.
In quella notte Silvio rinvenne le sue audacie d'un tempo.
FINE DEL VOLUME PRIMO.