ATTO SECONDO.
Sala nel castello di Diana. Le pareti dipinte a fresco, a soggetti variati e scompartiti da colonne dipinte che fingono cristallo, coi capitelli e la base dorati. La pittura del fondo è pallida ed il disegno ingenuo, e rappresenta castelli e paesaggio. Le figure hanno colori vivissimi senza mezze tinte ed atteggiamenti, alcuni grotteschi, ma sempre pieni di movimento. Fra l'impiantito e il dipinto, uno zoccolo, oscuro e piuttosto alto. Fra il dipinto ed il soffitto, una fascia a colori vivaci, rappresentante fiorami e foglie intrecciate con somma eleganza e varietà. Il soffitto, a palco, a travi, molto oscuro. A destra dello spettatore, una finestra coi vetrini a piombo filato: in faccia, il camino ampio e massiccio. Nella parete in fondo, una porta coll'usciale a bussola, di legno intagliato; nell'angolo, fra la parete dov'è il camino e quella del fondo, una porta coll'usciale a bussola, di legno intagliato: e nell'angolo, fra la parete dov'è il camino e quella del fondo, una porta binata. Vicino alla finestra, una tavola semplicissima, ed attorno alla tavola parecchi deschetti. Presso il camino, dove arde un gran fuoco, una gran sedia a bracciuoli, alta, colla spalliera intagliata ed ornata in cima di una frangia di legno e dello stemma di casa Alteno.
SCENA PRIMA.
Gerberto, Viscardo e Martino giuocano ai dadi alla tavola presso la finestra. Diana è seduta nella sedia a bracciuoli daccanto al fuoco, in atteggiamento così raccolto che i tre giuocatori non la possono vedere. Su di una sedia pieghevole, presso la bussola della porta in fondo, Gastone dorme.
Dalla finestra viene una luce fioca che appena arriva a mezza stanza, mentre Diana è illuminata dai riflessi della fiammata. Durante la prima e la seconda scena, la luce svanisce a poco a poco, di modo che al fine della seconda scena la stanza non è più rischiarata che a sbalzi da qualche vampa del focolare.
Martino.
Metto. Sei.
Viscardo.
Più sommesso. Non siamo nell'androne
Della tua soldataglia.
Martino.
Non ci siamo, hai ragione,
Non ci siamo. Là almeno si grida a squarciagola,
E qui, per poco, un sibilo diventa la parola.
Bell'onore mi fate!
Viscardo (accennando verso il camino).
È là.
Martino.
Chi?
Viscardo.
La signora.
Martino.
Sempre accigliata?
Gerberto.
Sempre.
Viscardo.
Più del solito ancora.
Martino.
Se ardesse la foresta intera in quel fornello,
Quando c'è lei, si battono i denti!
Gerberto.
Sul castello
È disceso l'inverno come sulla campagna.
Viscardo.
L'abbiam tutti nell'anima l'inverno, e ci guadagna
Ogni giorno.
Gerberto.
Una grave tristezza è dappertutto.
Viscardo.
Già nel borgo si muore di freddo.
Martino.
E qui, di lutto.
A te. Metti.
Viscardo.
Tre. Vinco. Gerberto....
(gli passa i dadi).
Martino.
Ieri notte
La montagna ha mandato il suo regalo, e rotte
Ne furono due case di servi.
Viscardo.
Una valanca?
Martino.
Terribile! terribile! E Lupo è morto.
Gerberto.
È bianca
Di neve, per l'altezza di una picca, la valle.
Martino.
La montagna ne porta un'altra sulle spalle.
Viscardo.
Il letto della Dora si confonde col prato.
Martino.
Per la soverchia neve il tetto ha scricchiolato.
Viscardo (a Martino).
Giuoca.
Martino.
Non ci si vede più a momenti.
Gerberto.
Una volta,
Che vita in queste sale, quando c'era raccolta
La famiglia! Eravate in fasce. Era un conforto.
Adesso il vecchio Sire è morto.... il figlio è morto.
Era bello e valente il figlio! Sono tutti
Morti. Povera casa! — La pianta è senza frutti,
Il nido è senza rondini, il tetto è senza nidi —
Tramonti e non aurore.
Viscardo.
Che hai, Martino?
Martino.
Eh! ridi,
Se ci riesci! Ho il fistolo. To! la bella domanda!
— Di fuori, una nevata come il cielo la manda!
Una nevata fitta, che fa le barbe ai rami;
E dentro, delle muffe seducenti richiami:
Un vecchio che al passato presta sempre l'orecchio,
Ed una giovinetta che è più vecchia del vecchio.
Viscardo.
Medita una vendetta contro il Conte.
Martino.
Sì. Aspetta.
È un anno che la medita omai quella vendetta.
Ma già non me lo levano di testa, io l'indovino;
Il Moro ama le busse, il Tedesco ama il vino,
E la femmina, o tosto o tardi, ama....
(Diana si è levata da sedere).
Gerberto (piano a Martino).
Sta zitto
Una volta. — S'è alzata, non vedi?
Martino.
Il gran delitto!
Diana (s'accosta lentamente ai tre, i quali subito smettono dal giuocare e s'alzano in piedi inchinandola).
No.... sedete.... e giocate.
(I tre rimangono in piedi).
Suvvia, sedete, ho detto.
(allontanandosi mentre i giuocatori si rimettono a sedere)
Il rispetto! Il rispetto! Nulla, tranne il rispetto.
— A me, Gastone.
(lo vede dormire in fondo alla scena).
Dorme.
(Gerberto le si avvicina e s'inchina).
Diana (bruscamente).
Ho chiamato Gastone
E non altri.
(Martino va a svegliare Gastone).
Diana (raddolcita e con tristezza a Gerberto).
Perdonami, mio buon vecchio. Hai ragione.
Mi ti faccio ogni giorno più ingiusta.
Gastone (a Diana).
Mia signora.
Diana.
Ti hanno svegliato, povero paggio? La tua dimora
Forse era il Paradiso dei sogni, ed una bella
Mano ti conduceva forse di stella in stella;
E quando un importuno ti destò, chi sa quale
Riga d'angioli al cielo volse le candid'ale.
O forse era una fata che ti rapiva il cuore,
O la figlia d'un principe ti ha fatto imperatore....
E a così liete immagini per cagion mia sei tolto.
Gastone.
Il mio sogno continua, se vi parlo o vi ascolto.
Diana.
E come?
Gastone.
Il sonno un'unica visïone m'invia.
Diana.
Quale?
Gastone (guardandola timidamente).
La mia signora.
Diana.
La Madonna?
Gastone.
La mia
Signora.
Diana (fra sè).
Perchè arrosso così?
(a Gastone)
Meglio che desto
Tu gli ordini ne attenda, anzichè manifesto
Farle il tuo puerile sogno.
Gastone.
Alla mia padrona
Son dispiaciuto?
Diana.
Lasciami.
Gastone.
Oh, non mi siete buona
Come sempre!
Diana.
Il mio libro dell'Ore.
Gastone.
Eccolo.
Diana.
Tanto
La man ti trema e gli occhi hai lucenti di pianto?
Fanciullo! E presto.... presto ti faremo scudiero;
Vestirai l'arme, e allora, addio vecchio maniero,
Addio, la tua signora. Andrai cercando intorno
Gloria e fortuna, e il cielo ti secondi.... e al ritorno
Mi troverai qui, curva dagli anni e dalle cure.
Mi dirai le tue gesta, le tue belle venture;
Oppur, se avrò raggiunto i miei padri, verrai
Sopra l'inglorïosa mia lapide e dirai:
Fu superba ai superbi, ma fu con noi pietosa.
Piangi, fanciullo? Piangi tu.... che l'avventurosa
Libertà di te stesso sull'ampia terra aspetta?
Tu, cui non è conteso l'amor.... nè la vendetta?
Quanta invidia ti porto!
Gastone.
La mia bella signora
Ignoto duolo affligge. Quando un pensier vi accora,
A serenarvi l'animo ch'io vi legga è costume
Le dolci Litanie della Vergine.
Diana.
Il lume
Del giorno è spento.
Gerberto.
Mando pei servi?
Diana.
No. Rimani.
Attraverso le tenebre, volano più lontani
I pensieri. Lasciatemi sola.
(Viscardo, Martino e Gastone le si inchinano profondamente ed escono per la porta di mezzo. Gerberto li accompagna fino sulla soglia).
SCENA II.
Diana e Gerberto.
(Diana è rimasta assorta in pensieri, Gerberto, il quale già stava per uscire cogli altri, si volta, la guarda, e le si avvicina lentamente).
Gerberto (giuntole dappresso).
Che hai?
Diana (si scuote per la paura, lo guarda, e gli dice con tristezza dolce)
Sei tu?
Gerberto.
Che hai?
Diana.
La tua canizie e la mia gioventù
Si accordano. Tu sei rimasto. Al mio comando
Obbedirono subito gli altri, ed è giusto: quando
Il dover non li astringe, a che indurar di questa
Solitaria fanciulla la tristezza molesta?
Sono altrui fastidiosa e a me stessa. La bella
Vita!
Gerberto.
Perchè ti affliggi così? Non sei tu quella
Di prima? I tuoi vassalli non t'inchinano tutti,
O ti niegan tributi? Non stanno i ben costrutti
Castelli testimonio del tuo nome? Tu imperi.
Che più brami?
Diana.
Gerberto!
Gerberto.
Te dei miti pensieri
La blandizie non tocca; altri cerchi le care
Dolcezze onde si allegra di bimbi il focolare,
Di tal gioie l'austera tua maestà rifugge.
Tu sei forte e selvaggia, come il vento che rugge
Nella tua valle. Tutto hai quanto brami.
Diana (in tuono di amarezza sprezzante).
E deggio
Sopportar de' miei servi anche il vile dileggio?
Gerberto (si risente come per grave offesa, poi subito si ricompone).
Son tuo servo, puoi dirlo. Te non nata, lo fui
Di tuo padre, Valfrido il pio; prima di lui,
Ebalo Magno, l'avo centenne, aveami, e seco
Delle silvestri gole di Chiusella, già speco
Di predatori, il tuo retaggio accrebbi. Ancora
N'odo la voce quando, venuto all'ultim'ora,
Al piangente figliuolo disse: Il dominio mio
Pria dal mio saldo braccio, poi lo tengo da Dio,
Poi da Gerberto. Sono tuo servo. Alla battaglia
Di Castiglione m'ebbi traforata la maglia
Per sei lanciate, e quattro non cercavano il petto
Di me scudier, ma quello del Sire; onde, al cospetto
Di tutta la milizia, dei Conti e dei Baroni,
Valfrido, e n'ebbe fama di Pio, scese d'arcioni
E m'abbracciò. Ma il tempo in suo saper concilia
Coll'amplesso del padre l'oltraggio della figlia.
Diana.
Ma non lo sai che un anno oggi compie, e mi pesa
Sull'anima e l'opprime l'invendicata offesa?
Fui reietta! Una figlia d'Alteno! e tacqui.
Gerberto.
Il saggio
Che ne soffre è guardingo nel provocar l'oltraggio.
Diana.
Anche tu mi rampogni?
Gerberto.
Non richiesto, un intero
Anno tacqui. Ma a Diana d'Alteno io debbo il vero,
Qual sia.
Diana.
Del mio diritto usai.
Gerberto.
Dritto si noma
Sminuir la parola?
Diana.
Ero vinta e non doma.
Gerberto.
Oh! la dura sconfitta che ti offerìa d'un prode
L'amor!
Diana.
Tanto mi amava.... che mi respinse.
Gerberto.
E lode
Per me n'ebbe.
Diana.
Geloso più dell'altrui ti mostri
Che della mia ragione.
Gerberto.
Vuoi ch'io raccolga i nostri
Vessilli e l'armi, e dove sia lo giunga? Ti giuro
Che ancor mi basta l'animo di farlo, e che sicuro
Ho il braccio. — Ma le genti diran: Dai lor castelli
Uscivan gli avi in guerra o per domar ribelli
O francar terre o ligi all'impero o i ladroni
A stanar dal lor covo; uscian, forti dei buoni
Usberghi, delle buone spade.... e del buon diritto;
N'escono i figli per punir, quasi un delitto,
L'amor di chi sè stesso pose in cimento e vinse,
Nè la vinta donzella a invise nozze astrinse.
Diana.
Avvilisci, avvilisci tu pur questa reietta!
Gerberto.
E se anch'ei maturasse pensieri di vendetta,
Non potrebbe, e più giusto sarìa, della tua stella
Spegner la luce e tutte spianar le tue castella?
Diana.
E ben venga. Men dura mi sarebbe l'aperta
Guerra che il noncurante disprezzo. Oh che! Non merta
Dunque la man di Diana l'onor dell'armi? Oscura
Non mi starei, nè imbelle, e salirei le mura
Come un arciero, il braccio saldo, sicuro il viso:
E forse...
Gerberto.
Ma del colpo onde cadrebbe ucciso
Tu morresti.
Diana.
Io!?
Gerberto.
Cerca nel tuo cor, nelle notti
Insonni, nei tuoi lunghi silenzi, nei rimbrotti
Immeritati a noi volti; cerca nel lento
Corso di tue giornate, nell'interno scontento
Di te, nella tua sete di vendetta indefessa:
Troverai tal pensiero che, arrossendo, in te stessa
Riconosci; che orgoglio non è, che non è offesa
Dignità di signora, che ti affligge, ti pesa.
Ti tortura, e pur tanta parte di ciel ti addita.
Non sei crudele, hai l'anima bella, e aneli alla vita
E all'amor. Quando al vento svettano i pini, e annera
La stanza, e le tristezze piombano colla sera,
Allora a bieche immagini la tua mente non vola,
Allor ti senti trista, allor ti senti sola,
Allor senti che mancano al tuo tetto le bionde
Teste dei figli e l'ansie della culla profonde.
Taci? Piangi? Ti ho letto nel cor? Non ho te stessa
A te svelato? Diana non mente. Or via, confessa....
Diana.
No, non è ver, non l'amo.
(S'ode uno squillo di corno lontano)
Che sia?
(un altro squillo più vicino)
Mi ha impaurita
Quel suon.
Gerberto.
Qualche mendico che la strada ha smarrita.
Diana.
Scendi ad udirne.
(Gerberto s'avvia).
Diana (inquieta).
No. — Manda qualcun.
Gerberto (chiamando dal fondo).
Martino.
Diana.
Mi hai parlato severo.
SCENA III.
Gastone, Viscardo, Martino e detti.
Diana.
Ebbene?
Viscardo.
Un pellegrino
Che chiede ospizio la notte.
Diana (rassicurata).
Ah!
Viscardo.
Già provvidi io stesso
Perchè degno ristoro a lui venga concesso
Di letto e mensa.
Diana.
Dove?
Viscardo.
Coi servi.
Diana.
I servi? A tale
Sei tu dunque discesa, o mia casa ospitale,
Che al pellegrino, al messo che il Signore t'invia,
All'ospite che invoca la vecchia cortesia,
Offri de' tuoi valletti la servile dimora,
E tanto più l'oltraggi quanto meglio ti onora?
Viscardo.
Ma....
Diana.
Taci. Ti concedo di fare umile ammenda
Del tuo fallo. Conducilo a noi, teco discenda
Gastone ed in mio nome lo inchini. Egli è mio pari
Dacchè varcò la soglia del mio castello, e impari
Ognun che sacro è l'ospite come un re.
(a Martino)
Tu provvedi
Perchè rechin le faci, e poi qui tutti in piedi
Daccanto a me.
(Viscardo, Gastone e Martino escono).
Gerberto.
Sei bella e generosa.
Diana.
Almeno,
Dacchè spento per sempre è l'onor degli Alteno,
L'usata cortesia ne risplenda.
Gerberto.
L'onore
È spento?!
Diana.
Non cercarmi, Gerberto, oltre nel cuore.
SCENA IV.
Entrano quattro valletti recanti ciascheduno una torcia accesa, poi Viscardo, Gastone, Martino, ed ultimo Ugo, vestito da pellegrino, con sotto il cappello un cappuccio che gli nasconde parte del viso. Egli rimane ritto in fondo, sulla soglia, colle genti di Diana.
Diana (appoggiata a Gerberto — ad Ugo).
O qual tu sia, di nobile lignaggio o di plebeo,
Tu che vesti il pietoso mantello del romeo,
Donde tu venga, il monte a noi ti mandi o il piano,
Dove il passo tu muova, o al vicino o al lontano
Romitaggio, comunque si nomi il tuo signore,
Checchè tu volga in mente o racchiuda nel core,
Entra e riposa. È questa la tua casa e il saluto
Festoso essa ti porge — Fratello, il benvenuto. —
Ugo.
Nobil donzella, e voi che le fate corona:
Per tutte le dolcezze che la terra ci dona,
Per tutte le speranze onde il morir s'allieta,
Per tutte le promesse di più vasto pianeta,
Io vi dico che l'angiol del Signor stende l'ale
Della vostra magione sulla soglia ospitale;
Che sovente il mendico non reietto tributa
Tai doni onde il bagliore di ricche gemme ammuta;
E così possa, meco al vostro desco assiso
Se il fronte vi s'imbruni, serenarlo il sorriso.
(discende la scena).
Diana.
Il mio nome ti è noto?
Ugo.
Tutta lo benedice
La valle, per te fatta più ricca e più felice.
Diana.
È lungo il tuo cammino?
Ugo.
Non so.
Diana.
Pietà t'incuora
Di nostra alta Signora?
Ugo.
Sì, della mia Signora.
Diana.
Dura stagion scegliesti per tentare il viaggio.
Ugo.
Maggior premio ne attendo al mio pellegrinaggio.
Diana.
Le strade saran tutte deserte e sconsolate.
Ugo.
L'inverno è in ogni dove. — Eppure, a due giornate
Dal tuo castello, vidi un superbo corteo
Ricco di vaio e piume, qual per nozze o torneo.
Diana.
Un corteo?
Ugo.
Lo guidava, in armi, un cavaliero
Recante: Drago unghiato sul petto, e sul cimiero
Pennacchio azzurro.
Diana (sorpresa)
Oh!
Ugo.
Azzurri i valletti e, nel segno,
Cinto in fiamme, il cortese motto: Servendo regno.
Diana (esitando)
E il suo nome conosci?
Ugo.
Nol rammento.... ed ho appresa
Fin la cagion del viaggio. Dei conti di Valesa
Alla maggior figliuola egli porge la mano.
(quasi cercando nella memoria).
Ugo di Mon....
Diana (prontissima).
.... soprano.
Ugo.
Ugo di Monsoprano.
E udii che raro incontri nodo più avventuroso,
Nè la sposa più bella, nè più amante lo sposo.
Diana.
Meglio assai che al devoto abito non consuona,
Sei dotto.
Ugo.
Udii.... passando.
Diana (per interrogarlo).
E....
(si ravvede)
No.
Ugo.
Che vuoi?
Diana.
Perdona
Se, a tue novelle intenta, quasi pongo in oblio
Che tu sei l'ospitato, che l'ospite son io.
(a Gerberto)
Gerberto, a lui la stanza darai dei fiordiligi.
(ad Ugo)
Vi dormì quando fece passaggio il re Luigi,
Onde il giglio a nostre armi sposato.
Ugo.
Al pellegrino
Tant'agio non s'addice. Se il concedi, vicino
Al fuoco io mi raccolgo a meditar.
Diana.
La casa
È tua. Io, poichè l'ombra della notte l'ha invasa,
Mi ritraggo. A tuoi cenni sono i famigli — Addio.
(Ai servi)
Lasciatelo a sè stesso.
(I valletti assicurano due torcie a due anelli infitti nelle pareti laterali, poi escono con Martino e Viscardo).
Diana (s'avvia; giunta a mezza scena si arresta e torna verso Ugo, vorrebbe interrogarlo — e poi con uno sforzo violento).
No. — Gastone.
(Gastone la precede con una torcia ed escono per la più alta delle due porte che s'aprono daccanto al camino).
SCENA V.
Gerberto ed Ugo.
Ugo (appena si vede solo con Gerberto).
Son io.
Gerberto.
Tu! chi?
Ugo.
Guardami.
Gerberto.
Il conte di Monsoprano. Voi!
Ugo.
Taci.
Gerberto.
Voi qui, signore?
Ugo.
Ascoltami. Tu puoi
Giovarmi.
Gerberto.
Quelle nozze?
Ugo.
Bugia con studio ordita.
Gerberto.
Tornaste...?
Ugo.
Per vederla, mi costasse la vita.
Gerberto.
Ma....
Ugo.
So quanto vuoi dirmi: ch'essa m'odia, ch'io sono
Temerario, che invano spero nel suo perdono,
Che l'offesi, che ha muto il cor tranne al pensiero
Della vendetta, e che ora sono in sua mano.... È vero?
È vero.... e minacciarmi e consigliarmi, e appena
Ritorno e la rivedo più bella e più serena
Di prima, dirmi: parti, rinunzia alla sua vista,
Ripiglia la tua strada, lunga, deserta, trista,
Rifatti pellegrino. Questo vuoi dirmi? — Senti:
Per tutte le minaccie e per tutti i tormenti,
Per tutte le congiure della terra e del cielo,
Non mi parto se prima non le parlo e mi svelo.
Gerberto (il quale fin qui contenne a stento la propria gioia).
Iddio vi manda.
Ugo.
Che! Gerberto, hai detto...?
Gerberto.
Iddio
Vi manda.
Ugo.
Non mi scacci?
Gerberto.
Io discacciarvi! Il mio
Sogno per voi s'avvera; ben tornaste, l'atteso
Voi siete.
Ugo.
Come? parla.
Gerberto.
Udite: io vi paleso
Quanto di certa scienza non so, quanto essa stessa
O ignora o nel secreto solo del cor confessa;
Straniero o nemico più non le siete; a voi
Pensa; di voi ragiona, voi rivede nei suoi
Tormentosi colloquii seco stessa, le meste
Ore sue son vostre; finor combatte e veste
Di crudeli propositi l'assidua cura. — Appena
Vi riconosca, salda sentirà la catena.
Ma guai se impreveduto non le giunge il periglio.
Ugo.
Sono in tue mani.
Gerberto.
Ditemi tutto il vostro consiglio.
Ugo.
Attenderla.
Gerberto.
Stassera?
Ugo.
Essa verrà.
Gerberto.
Qui?
Ugo.
Al mio
Racconto l'ho veduta impallidir: desìo
La prenderà di udirne più a lungo; curïosa
Del mio stato mi apparve ed era, e peritosa
Per voi soli si è fatta. Essa verrà; lo sento;
E ne ho il cor traboccante di gioia.
Gerberto.
In voi l'accento
Dell'amore favella, e raro inganna.
Ugo.
Speri
Tu pur? dimmi.
Gerberto.
Dell'anima son profondi i misteri.
Se mai venisse.... insieme qui non ci vegga. Intanto
Io la Corte ne aduno.... e....
(porge l'orecchio come se gli paresse di sentire rumore, — poi)
No, m'inganno. Oh quanto
Il cor mi batte!
Ugo (che s'era appressato alla porta bianca, ridiscende in fretta).
È qui. Va.
(Gerberto esce frettoloso dal mezzo. Ugo si rimette il cappuccio e siede coi gomiti sul tavolo e la testa nelle mani).