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Una partita a scacchi; Il Trionfo d'amore; Intermezzi e scene cover

Una partita a scacchi; Il Trionfo d'amore; Intermezzi e scene

Chapter 22: SCENA ULTIMA.
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About This Book

The collection gathers two lyrical dramatic legends and several intermezzi and scenes. One one-act verse piece unfolds in a medieval castle where an elderly lord, his compassionate daughter, and their guests enact a tense chess match that exposes loyalties, honor, and quiet sacrifices. A second, two-act legend stages a poetic exploration of love's claims and resolutions through allegorical encounters and heightened speech. Short intermezzi and scenes punctuate the set pieces with lighter tableaux and domestic or ritual detail, creating an atmosphere of romantic nostalgia, moral tension, and theatrical lyricism.

SCENA VI.

Diana ed Ugo.

Diana (entra dalla porta per la quale era uscita e rimane un momento esitante).

Solo?

Ugo (si riscuote e si leva da sedere).

Il tuo scudiero

Uscì pur ora. Vuoi ch'io lo chiami?

Diana.

No. Un fiero

Turbine si scatena per la valle e non ponno

Le ciglia affaticate riposarsi nel sonno.

Ugo.

Io l'ho da lungo tempo disappreso.

Diana.

Tu pure?

(pausa)

Sei giovane, per l'abito che indossi.

Ugo.

Le sventure

Raddoppian gli anni.

Diana.

Tante ne provasti?

Ugo.

Una sola:

La maggiore di tutte.

Diana.

Quale?

Ugo.

Non è parola

Che le convenga.

Diana.

Vuoi raccontarmela, il lento

Giro a ingannar dell'ore?

Ugo.

Hai tu pel mio tormento

Un balsamo?

Diana.

L'ignoro. Strana inchiesta mi fai.

Ugo.

Lasciami il mio secreto allora, se non hai

Potenza di sanarmi.

Diana.

Amaro parli.

Ugo.

Quale

Mi si conviene, parlo.

Diana.

Sentila, come sale

Per gli archi e come acuta sibila la bufera.

È la voce del monte; io ne ascolto ogni sera

I gemiti sinistri e le nenie interrotte.

Senti?... riddano tutti gli spirti della notte.

Ugo.

Mai non scendesti al piano?

Diana.

Come l'abete, ho stese

Radici al suolo.

Ugo.

Oh triste!

Diana.

Tu che tanto paese

Vedesti e genti varie, tu dèi saper di belle

Fole. — La notte è lunga ed il sonno ribelle.

Narrami.

(siede nella gran sedia, ma voltandola in modo da mostrare la fronte al pubblico).

Ugo.

Vuoi ch'io dica d'Isabella e Zerbino?

Ad Isabella insidia invano un Biscaglino:

Zerbin, che la perdette, pur la raggiunge e muore.

Diana.

No, quella non la voglio: è una storia d'amore.

Ugo.

O vuoi d'Arïodante la pietosa novella?

Per dubbio che lo assale di sua Ginevra bella,

Si gitta in mar; ma, salvo, riconosce l'errore.

Diana.

No, quella non la voglio: è una storia d'amore.

Ugo.

Dirò di Brandimarte e di sua Fiordiligi.

Perduto, essa lo cerca invan fuor di Parigi;

Morto alfin lo ritrova e l'uccide il dolore.

Diana.

No, quella non la voglio; è una storia d'amore.

Ugo.

Tanto ne temi?

Diana.

Abborro le molli cantilene.

Ugo.

Più benigno consiglio al tuo sesso conviene.

Diana.

Nacqui di forti.

Ugo.

Ai forti è la pietà retaggio.

Diana.

Chi sei tu che mi parli così ardito linguaggio?

Ugo.

Tal che il posso.

Diana.

Mi sdegnano le tue parole impronte.

Ugo.

E tu chi sei che al cielo levi il gelido fronte

Ed all'amor non credi?

Diana.

L'uomo è oblioso.

Ugo.

E sia:

La suprema dolcezza dell'amor non s'oblìa.

Diana.

Tu mi cerchi nell'animo il mio secreto.

Ugo.

Ascolta.

È una storia terribile.

Diana.

Narra.

Ugo.

Fu già una volta

Sulle rive del Reno vaga e nobil donzella,

Ma d'animo feroce tanto quanto era bella.

Una torre in rovina al suo maniero allato

Sorgea, sopra un macigno selvaggio e dirupato

Così che a grave stento l'uom ne attingea la vetta.

Questa — il Kinast — nomavasi, e la bella era detta

Da ognun — la Fidanzata del Kinast. Chi la mano

Ne agognasse, contenderla in arcioni allo strano

Rivale e guadagnarne la cima avea mestieri.

(Diana che stava raccolta ad ascoltare leva la lesta meravigliata e sospettosa).

Ugo.

Che hai?

Diana.

Nulla. Prosegui.

Ugo.

Un dì, due cavalieri

Si offersero alla prova, giovani e belli. Il primo,

Di poco tratto asceso, cadde e morì nell'imo.

Vide il sommo il secondo e lo giungea d'un passo;

Quando sotto l'unghiata zampa si smuove un sasso

E il cavallo barcolla sul mal fermo terreno.

Bel cavalier si aggrappa alla briglia, e col freno

E collo spron lo regge; ma il cavallo atterrito

Sbuffa, freme, vacilla. Un attimo.... un ruggito

D'angoscia.... e nel profondo fossato del maniero

Piombano sfracellati, cavallo e cavaliero.

Diana.

Triste novella!

Ugo.

Ascolta. Passan più lune, e vana

Ogni attesa riesce alla bella inumana.

Ma un dì novo campione si offerisce. La cima

È annebbiata; e frattanto che ritorni la prima

Luce, il manier lo accoglie. Vago e forte in aspetto,

Di ricche armi vestito e di linguaggio eletto,

Peritoso alla bella egli si mostra, ond'ella,

Agli sguardi sedotta e alla mite favella.

La terribile prova perdonargli vorrìa.

Bel cavalier ricusa perdono e cortesia,

E appena in ciel più terso il novo sol risplende,

Va, supera la vetta, e vincitor discende.

— Tua la mia mano, grida la bella, e la mia fede.

Ed egli: la tua mano? e chi te ne richiede,

Crudel? Nè la tua mano nè l'amor tuo m'alletta.

De' miei morti fratelli qui venni a far vendetta:

Tu m'ami, e per me il fiore di tua vita è reciso.

Tal favellò e sdegnoso partissi.

Diana (con un grido).

Ah! ti ravviso:

Ugo di Monsoprano tu sei. — Svelati.

Ugo (getta il mantello ed appare vestito di un ricco costume di cavaliero).

È vero:

Son io.

Diana.

Tu? Sei tornato? Nè ti prese pensiero

Del mio sdegno?

Ugo.

Puniscimi, tanto il viver mi pesa.

Diana.

Sei tu! Tu che ritorni a ribadir l'offesa!

Il ciel m'è testimonio, va, che t'avrei cercato

Più lontano. Lo stolto! È tornato. È tornato!

Dove sono le spade dei tuoi cento scudieri?

Quante milizie hai teco? Se mai ti fu mestieri

Spessa cerchia di lance, oggi egli è: nè la bella

Corona de' tuoi padri, nè le ricche castella,

Nè le tue sconfinate terre qui sono. È mia

La casa e in salde mura si cinge e in mia balìa

Tu sei.... No, no, mentisco invano, invano il fiero

Animo si ribella. Non è ver, non è vero

Son codarda: va.... t'amo.

Ugo (le si appressa rapidissimo).

Ah!

Diana.

Lasciami. — Avvilita

Assai mi vedi, e ignota m'era la mia ferita.

Or del mio vituperio trionfa e alla tua sposa

Reca, trofeo di nozze, quest'anima angosciosa,

E la deridi.

Ugo.

Fola son le mie nozze.

Diana.

Ah!

Ugo.

Amore

Mi radduce.

Diana.

Tu m'ami?

Ugo.

Quando le tue dimore

Mi apparver di lontano, oh tu non sai l'ambascia

Che mi assalì!

Diana.

Tu m'ami! tu m'ami!

Ugo.

Lascia, lascia

Ch'io ti baci la mano, la bianca man; che intera

Ti racconti la storia del mio dolor, la nera

Mia vita. Tutte l'arti onde il cor si disvia,

Tutti gli ammalianti inganni onde s'oblìa.

Li ho tentati, ma invano; non fu al mondo un aroma

Al mio mal. — Genuflesso al pontefice in Roma,

Supplicai mi sanasse l'alta virtù dei cieli:

Invano. — Invano in armi affrontai gl'infedeli:

Non ebbero potenza d'uccidermi, i codardi!

N'ebbi vanto e non pace. Tentai.... perchè mi guardi

Così? Gli occhi hai lucenti di pianto. Or la tua mano

È mia, sei la mia donna, ti porterò lontano

Lontano, sotto un cielo più azzurro, alla fiorita

Terra d'Italia, Diana! Com'è bella la vita!

Diana.

È vero? non m'inganni, m'ami, non hai mentito?

Sei tu veracemente che parli? Assai punito

Fu l'orgoglio. Saresti ingeneroso. È vero,

Signor? per me tornasti, sei il mio cavaliero;

È finito l'esiglio, la tristezza è finita;

Vecchie pareti, il sole torna e col sol la vita.

Anche per me, sai, furono tristi l'ore; il secreto

Del mio cor mi stringeva d'angoscia e a me divieto

Era d'amarti. È tanto vasta la casa! Ho tanto

Atteso. Ignoto mi era, e lo conobbi, il pianto.

Senti, è il vento. Or che monta? sei meco e la bufera

Non ha terrori. È lungo, sai, l'anno in questa nera

Valle; ti dirò un giorno i miei pensier; perdona,

Credetti odiarti! Quanto è facile esser buona!

Quanto acerbo mi fosti quel dì! Le tue parole

Eran lame di fiamma, eran vampe di sole,

E mi entraron nell'anima roventi. Vilipesa,

Al cospetto di tutti....

(Ugo s'avvia verso il fondo).

Diana.

Che fai?

Ugo.

Pari all'offesa

Sia l'ammenda.

(chiama dalla porta del fondo).

Gerberto.

Diana.

E vuoi?

Ugo.

La mia signora

Voglio onorar, siccome figlia di Re si onora.


SCENA ULTIMA.

Gerberto e detti, poi tutta la Corte.

Ugo (appena Gerberto entra, gli va incontro festosamente).

Gerberto.

Diana (a Gerberto, indicando Ugo).

Ha vinto.

Gerberto.

Ha vinto? Ben tel predissi; immite

Non sei.

Ugo.

Qui la sua Corte.

Gerberto.

Ringiovanisco.

(Ad un cenno di Gerberto entra tutta la Corte di Diana come nel primo Atto, più i valletti colle torcie; e tutti si dispongono in fondo).

Ugo.

Udite,

Voi, quanti siete. Io, conte, duca e signor di assai

Terre e castella, un anno compie, ed acerba osai

Volger parola a Diana d'Alteno, grazïosa

Vostra signora; impresa scortese e ingenerosa

Così che un anno intero me ne rimorse. Or, prono

Il fronte, a lei ne venni ad implorar perdono

E l'ottenni. — Voi tutti, che il foste all'ardimento,

Testimoni all'ammenda siatene.

(Si inginocchia davanti a Diana).

Diana (porgendogli una mano, perchè sorga e volgendosi alla Corte).

Io vi presento

Il mio sposo e signore.

Gerberto.

O mia nobil padrona,

Or posso, dacchè cingi la nuziale corona,

Col sorriso negli occhi e colla gioia in core,

Raggiunger nella fossa l'antico mio signore.

Diana (ad Ugo).

Or, mio bel cavaliero, voglio mi sia concessa

Cortese occasïon di riscattar me stessa.

Ugo.

Qual riscatto?

Diana.

L'enigma che mi ponesti. — Gloria

Comune omai, s'io vinco, sarà la mia vittoria.

Ugo.

Sai tu dirmi qual sia, di tutti i fiori,

Il fior più ricco di veleno e miel?

Egli è, se chiuso ai mattutini albori,

Vivo alla sete quando abbruna il ciel.

Diana.

Più non prosegui, è vano; già lo conobbi: un anno

Inter m'ebbe sommessa, invisibil tiranno.

Nacque nel mio giardino e germogliò quel fiore.

Ma non lo può comprendere che intelletto d'Amore.

(Cala la tela.)

Torino, aprile 1875.