SCENA VI.
Diana ed Ugo.
Diana (entra dalla porta per la quale era uscita e rimane un momento esitante).
Solo?
Ugo (si riscuote e si leva da sedere).
Il tuo scudiero
Uscì pur ora. Vuoi ch'io lo chiami?
Diana.
No. Un fiero
Turbine si scatena per la valle e non ponno
Le ciglia affaticate riposarsi nel sonno.
Ugo.
Io l'ho da lungo tempo disappreso.
Diana.
Tu pure?
(pausa)
Sei giovane, per l'abito che indossi.
Ugo.
Le sventure
Raddoppian gli anni.
Diana.
Tante ne provasti?
Ugo.
Una sola:
La maggiore di tutte.
Diana.
Quale?
Ugo.
Non è parola
Che le convenga.
Diana.
Vuoi raccontarmela, il lento
Giro a ingannar dell'ore?
Ugo.
Hai tu pel mio tormento
Un balsamo?
Diana.
L'ignoro. Strana inchiesta mi fai.
Ugo.
Lasciami il mio secreto allora, se non hai
Potenza di sanarmi.
Diana.
Amaro parli.
Ugo.
Quale
Mi si conviene, parlo.
Diana.
Sentila, come sale
Per gli archi e come acuta sibila la bufera.
È la voce del monte; io ne ascolto ogni sera
I gemiti sinistri e le nenie interrotte.
Senti?... riddano tutti gli spirti della notte.
Ugo.
Mai non scendesti al piano?
Diana.
Come l'abete, ho stese
Radici al suolo.
Ugo.
Oh triste!
Diana.
Tu che tanto paese
Vedesti e genti varie, tu dèi saper di belle
Fole. — La notte è lunga ed il sonno ribelle.
Narrami.
(siede nella gran sedia, ma voltandola in modo da mostrare la fronte al pubblico).
Ugo.
Vuoi ch'io dica d'Isabella e Zerbino?
Ad Isabella insidia invano un Biscaglino:
Zerbin, che la perdette, pur la raggiunge e muore.
Diana.
No, quella non la voglio: è una storia d'amore.
Ugo.
O vuoi d'Arïodante la pietosa novella?
Per dubbio che lo assale di sua Ginevra bella,
Si gitta in mar; ma, salvo, riconosce l'errore.
Diana.
No, quella non la voglio: è una storia d'amore.
Ugo.
Dirò di Brandimarte e di sua Fiordiligi.
Perduto, essa lo cerca invan fuor di Parigi;
Morto alfin lo ritrova e l'uccide il dolore.
Diana.
No, quella non la voglio; è una storia d'amore.
Ugo.
Tanto ne temi?
Diana.
Abborro le molli cantilene.
Ugo.
Più benigno consiglio al tuo sesso conviene.
Diana.
Nacqui di forti.
Ugo.
Ai forti è la pietà retaggio.
Diana.
Chi sei tu che mi parli così ardito linguaggio?
Ugo.
Tal che il posso.
Diana.
Mi sdegnano le tue parole impronte.
Ugo.
E tu chi sei che al cielo levi il gelido fronte
Ed all'amor non credi?
Diana.
L'uomo è oblioso.
Ugo.
E sia:
La suprema dolcezza dell'amor non s'oblìa.
Diana.
Tu mi cerchi nell'animo il mio secreto.
Ugo.
Ascolta.
È una storia terribile.
Diana.
Narra.
Ugo.
Fu già una volta
Sulle rive del Reno vaga e nobil donzella,
Ma d'animo feroce tanto quanto era bella.
Una torre in rovina al suo maniero allato
Sorgea, sopra un macigno selvaggio e dirupato
Così che a grave stento l'uom ne attingea la vetta.
Questa — il Kinast — nomavasi, e la bella era detta
Da ognun — la Fidanzata del Kinast. Chi la mano
Ne agognasse, contenderla in arcioni allo strano
Rivale e guadagnarne la cima avea mestieri.
(Diana che stava raccolta ad ascoltare leva la lesta meravigliata e sospettosa).
Ugo.
Che hai?
Diana.
Nulla. Prosegui.
Ugo.
Un dì, due cavalieri
Si offersero alla prova, giovani e belli. Il primo,
Di poco tratto asceso, cadde e morì nell'imo.
Vide il sommo il secondo e lo giungea d'un passo;
Quando sotto l'unghiata zampa si smuove un sasso
E il cavallo barcolla sul mal fermo terreno.
Bel cavalier si aggrappa alla briglia, e col freno
E collo spron lo regge; ma il cavallo atterrito
Sbuffa, freme, vacilla. Un attimo.... un ruggito
D'angoscia.... e nel profondo fossato del maniero
Piombano sfracellati, cavallo e cavaliero.
Diana.
Triste novella!
Ugo.
Ascolta. Passan più lune, e vana
Ogni attesa riesce alla bella inumana.
Ma un dì novo campione si offerisce. La cima
È annebbiata; e frattanto che ritorni la prima
Luce, il manier lo accoglie. Vago e forte in aspetto,
Di ricche armi vestito e di linguaggio eletto,
Peritoso alla bella egli si mostra, ond'ella,
Agli sguardi sedotta e alla mite favella.
La terribile prova perdonargli vorrìa.
Bel cavalier ricusa perdono e cortesia,
E appena in ciel più terso il novo sol risplende,
Va, supera la vetta, e vincitor discende.
— Tua la mia mano, grida la bella, e la mia fede.
Ed egli: la tua mano? e chi te ne richiede,
Crudel? Nè la tua mano nè l'amor tuo m'alletta.
De' miei morti fratelli qui venni a far vendetta:
Tu m'ami, e per me il fiore di tua vita è reciso.
Tal favellò e sdegnoso partissi.
Diana (con un grido).
Ah! ti ravviso:
Ugo di Monsoprano tu sei. — Svelati.
Ugo (getta il mantello ed appare vestito di un ricco costume di cavaliero).
È vero:
Son io.
Diana.
Tu? Sei tornato? Nè ti prese pensiero
Del mio sdegno?
Ugo.
Puniscimi, tanto il viver mi pesa.
Diana.
Sei tu! Tu che ritorni a ribadir l'offesa!
Il ciel m'è testimonio, va, che t'avrei cercato
Più lontano. Lo stolto! È tornato. È tornato!
Dove sono le spade dei tuoi cento scudieri?
Quante milizie hai teco? Se mai ti fu mestieri
Spessa cerchia di lance, oggi egli è: nè la bella
Corona de' tuoi padri, nè le ricche castella,
Nè le tue sconfinate terre qui sono. È mia
La casa e in salde mura si cinge e in mia balìa
Tu sei.... No, no, mentisco invano, invano il fiero
Animo si ribella. Non è ver, non è vero
Son codarda: va.... t'amo.
Ugo (le si appressa rapidissimo).
Ah!
Diana.
Lasciami. — Avvilita
Assai mi vedi, e ignota m'era la mia ferita.
Or del mio vituperio trionfa e alla tua sposa
Reca, trofeo di nozze, quest'anima angosciosa,
E la deridi.
Ugo.
Fola son le mie nozze.
Diana.
Ah!
Ugo.
Amore
Mi radduce.
Diana.
Tu m'ami?
Ugo.
Quando le tue dimore
Mi apparver di lontano, oh tu non sai l'ambascia
Che mi assalì!
Diana.
Tu m'ami! tu m'ami!
Ugo.
Lascia, lascia
Ch'io ti baci la mano, la bianca man; che intera
Ti racconti la storia del mio dolor, la nera
Mia vita. Tutte l'arti onde il cor si disvia,
Tutti gli ammalianti inganni onde s'oblìa.
Li ho tentati, ma invano; non fu al mondo un aroma
Al mio mal. — Genuflesso al pontefice in Roma,
Supplicai mi sanasse l'alta virtù dei cieli:
Invano. — Invano in armi affrontai gl'infedeli:
Non ebbero potenza d'uccidermi, i codardi!
N'ebbi vanto e non pace. Tentai.... perchè mi guardi
Così? Gli occhi hai lucenti di pianto. Or la tua mano
È mia, sei la mia donna, ti porterò lontano
Lontano, sotto un cielo più azzurro, alla fiorita
Terra d'Italia, Diana! Com'è bella la vita!
Diana.
È vero? non m'inganni, m'ami, non hai mentito?
Sei tu veracemente che parli? Assai punito
Fu l'orgoglio. Saresti ingeneroso. È vero,
Signor? per me tornasti, sei il mio cavaliero;
È finito l'esiglio, la tristezza è finita;
Vecchie pareti, il sole torna e col sol la vita.
Anche per me, sai, furono tristi l'ore; il secreto
Del mio cor mi stringeva d'angoscia e a me divieto
Era d'amarti. È tanto vasta la casa! Ho tanto
Atteso. Ignoto mi era, e lo conobbi, il pianto.
Senti, è il vento. Or che monta? sei meco e la bufera
Non ha terrori. È lungo, sai, l'anno in questa nera
Valle; ti dirò un giorno i miei pensier; perdona,
Credetti odiarti! Quanto è facile esser buona!
Quanto acerbo mi fosti quel dì! Le tue parole
Eran lame di fiamma, eran vampe di sole,
E mi entraron nell'anima roventi. Vilipesa,
Al cospetto di tutti....
(Ugo s'avvia verso il fondo).
Diana.
Che fai?
Ugo.
Pari all'offesa
Sia l'ammenda.
(chiama dalla porta del fondo).
Gerberto.
Diana.
E vuoi?
Ugo.
La mia signora
Voglio onorar, siccome figlia di Re si onora.
SCENA ULTIMA.
Gerberto e detti, poi tutta la Corte.
Ugo (appena Gerberto entra, gli va incontro festosamente).
Gerberto.
Diana (a Gerberto, indicando Ugo).
Ha vinto.
Gerberto.
Ha vinto? Ben tel predissi; immite
Non sei.
Ugo.
Qui la sua Corte.
Gerberto.
Ringiovanisco.
(Ad un cenno di Gerberto entra tutta la Corte di Diana come nel primo Atto, più i valletti colle torcie; e tutti si dispongono in fondo).
Ugo.
Udite,
Voi, quanti siete. Io, conte, duca e signor di assai
Terre e castella, un anno compie, ed acerba osai
Volger parola a Diana d'Alteno, grazïosa
Vostra signora; impresa scortese e ingenerosa
Così che un anno intero me ne rimorse. Or, prono
Il fronte, a lei ne venni ad implorar perdono
E l'ottenni. — Voi tutti, che il foste all'ardimento,
Testimoni all'ammenda siatene.
(Si inginocchia davanti a Diana).
Diana (porgendogli una mano, perchè sorga e volgendosi alla Corte).
Io vi presento
Il mio sposo e signore.
Gerberto.
O mia nobil padrona,
Or posso, dacchè cingi la nuziale corona,
Col sorriso negli occhi e colla gioia in core,
Raggiunger nella fossa l'antico mio signore.
Diana (ad Ugo).
Or, mio bel cavaliero, voglio mi sia concessa
Cortese occasïon di riscattar me stessa.
Ugo.
Qual riscatto?
Diana.
L'enigma che mi ponesti. — Gloria
Comune omai, s'io vinco, sarà la mia vittoria.
Ugo.
Sai tu dirmi qual sia, di tutti i fiori,
Il fior più ricco di veleno e miel?
Egli è, se chiuso ai mattutini albori,
Vivo alla sete quando abbruna il ciel.
Diana.
Più non prosegui, è vano; già lo conobbi: un anno
Inter m'ebbe sommessa, invisibil tiranno.
Nacque nel mio giardino e germogliò quel fiore.
Ma non lo può comprendere che intelletto d'Amore.
(Cala la tela.)
Torino, aprile 1875.