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Valenzia Candiano: Racconto cover

Valenzia Candiano: Racconto

Chapter 10: IX
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About This Book

A late-night meeting of Venice's secretive council unspools debates over wartime expense, naval losses and a mysterious sheet discovered in a lion's throat that appears to accuse the famed admiral Candiano. Senators quarrel over blame, pensions, and the fallout from a fatal incident involving a patrician family, exposing rivalries and icy ironies among the ruling elite. Richly described Venetian nocturnal scenes frame procedural readings and sentences, while a fraught exchange between Candiano and his subordinate Fossano leaves Fossano unsettled; he departs that night for Padua, triggering subsequent inquiries into honor, power, and rumor.

«Mi dà molta noia il far la via di conserva con questa gente.»

«Eppure non è a temer nulla da un uomo solo che viaggia insieme a due donne.»

«Chi t'ha parlato di timore? Sai bene chi son io, se mai si trattasse di menar le mani; ma qui ci conviene tirar via dritto, che tutto il nostro pericolo sta nell'essere conosciuti.»

«Voi dite benissimo.»

«Dunque?»

«Dunque lì c'è un altro sentiero, e dilunghiamoci un tratto da costoro.»

«Purchè non si corra l'altro pericolo di sviare.»

«Perciò basta che ci teniam volti un poco a que' monti, e non faremo contrario cammino.»

Allora dato di sprone a' ronzini presero per una viuzza che s'apriva attraverso le campagne. e scomparvero alla vista de' nostri viaggiatori.

Del resto lo spavento che aveva assalito Valenzia alla vista d'uno di que' viandanti, era ben ragionevole, e se il volto di quell'uomo suscitò in sua mente sparse e terribili ricordanze, gli era perchè quell'uomo l'avea veduto infatti più d'una volta. Era esso il figlio di Barnabò accompagnato dal fidato suo Bronzino,

Arrivati a Sesto qualche ora prima del Malumbra, avendo voluto percorrere le strade assai fuori di mano, di tanto prolungarono il cammino che si lasciarono raggiungere da chi era partito dopo. Così Valenzia e il figlio di Bernabò si trovarono a un passo di distanza, e fu gran ventura se non successe altro.

Ma intanto che i nostri viaggiatori continuavano alacremente il loro cammino, sorse la prim'alba, spuntò il sole, e ai campanili dei paeselli vicino a cui passavano, si sentivano di tratto in tratto a batter l'ore…. il tempo camminava veloce, nè ancora si sostava; venne il mezzodì, e quantunque la stagione autunnale non desse gran caldo per sè, pure la sferza del sole intorno a quell'ora bruciata, diede tanta noia e tanto affanno a Valenzia che, non usa a quelle corse, sentivasi d'aggiunta indolenzite le membra per la notte vegliata e trascorsa a malagio; andava tempestando il Malumbra perchè si fermassero a riposare un momento in qualche luogo; ma troppo premeva a lui il tirarsi assai lontano dal lago, e con belle parole d'uso in altro paese, giunsero verso l'imbrunire presso Olgiate Olona.

A noi che siam usi ai mezzi di trasporto così facili e rapidi d'oggidì, deve parer strano che si dovesse impiegare tanto tempo per percorrere così breve cammino; ma le strade erano così cattive ed ardue, e in que' luoghi principalmente non molto frequentati, che a' cavalli, quasi sempre, conveniva andare di passo. Quando furono tra Castel Seprio e Appiano, parve al Malumbra che fosse sufficiente distanza per non avere a temere una sorpresa, e veduta un'osteria pensò alloggiarvi colà le donne.

La spossatezza eccessiva in cui era caduta Valenzia, l'oscurità della sera sopraggiunta tutt'a un tratto, la sinistra apparenza di quell'osteria con certe cameracce basse basse e sucide qualche poco, l'avevan messa di così pessimo umore, che tutto quello che un dì prima gli era stato causa di grandissima gioia, nella fantasia ottenebrata le divenne causa di timori e peggio. D'aggiunta non poteva farsi ragione delle risposte che lungo il viaggio il Malumbra aveva dato alle sue domande, dacchè non erale riuscito sapere precisamente da lui in che luogo si trovasse il Fossano. E allora tornavale in mente che Alberigo le aveva promesso sarebbe tornato lui all'isola di San Giulio. Ma quella promessa ricordandogli il perchè era stata fatta, tornava a pesarle sull'anima il pensiero della contessa Giulia, e quel repentino pentimento del Fossano non le pareva potesse esser sincero. Qui un brivido di raccapriccio la coglieva per tutte le membra, e pensava non vi fosse mai qualche mistero sotto; e recatasi per svagarsi un momento ad una finestretta che dava su di una landa incolta, interminabile; quell'apparenza deserta e monotona, quel velo cinericcio di vapore che si stendeva a coprire tutta quanta la campagna, e in fondo in fondo si confondeva col cielo di un bigio pallido, e più di tutto una monotona cantilena che di quando in quando si sentiva a non molta distanza, le serrarono il cuore di maniera che pareva le si fosse in quel momento svelato tutto l'orribile della sua condizione.

Intanto il Malumbra passeggiando pel cortile dell'osteria, e sopravvegliando perchè a' suoi cavalli si desse orzo e fieno quanto poteva bastare per rifarli del lungo e continuato viaggio, vide due altri cavalli ancora insellati e tumidi di sudore.

«Son cavalli di forastieri?» domandò ad un uomo dell'osteria così come suol farsi più per passatempo che per altro.

«Sì, messere, e arrivati qui di fresco, e pare che debbano aver fatto molto cammino, che ancora sbattono i fianchi.»

«Quando si viaggia torna assai meglio far presto che adagio.»

«Ma questo è il modo d'ammazzar le povere bestie; se si trattasse di scappare, pazienza!»

«Tu parli bene, ma alle volte anche senza scappare occorre far presto.»

«Sarà come voi dite messere.»

E quel buon uomo, a cui pochissimo importava d'uscir vittorioso della discussione, senz'altre parole lasciò solo il Malumbra.

Ma questi ricordandosi dei due cavalcatori che aveva incontrati la notte prima, e pensando fossero quei medesimi che avevano tanto stancati i loro cavalli, e di presente si fossero fermati in quell'osteria, gli venne una gran voglia di vederli in volto.

Tra le cose infinite che cospirarono a spingere il Malumbra a quel suo tristo mestiere, ci siam dimenticati parlare dell'organo della curiosità, ch'egli aveva pronunciatissimo, e pel quale era sempre stato uno dei bisogni della sua vita il domandare, il frugare, l'inquisire. Senonchè non ebbe questa volta a durar molta fatica nelle sue indagini; e mentre si disponeva a quell'impresa, nell'uscire da una porta, e nel mettere il piede in un andatoio comune si trovò faccia a faccia col Bronzino: un oh! di maraviglia fu pronunciato da ambidue in quel momento, e si fermarono.

«Si capisce che tu mantieni assai bene la parola, amico,» gli disse il Malumbra, «a quest'ora io ti credevo a cavalcione di qualche barca sul lago.»

«Benissimo, ed io ti credevo a quest'ora fermo ad aspettarmi sulla piazza d'Angera.»

Il Malumbra sorrise e soggiunse:

«In somma m'avvedo che i cinquanta fiorini ti toccano assai poco la fantasia.»

«Ed è gran ventura, giacchè m'accorgo che tu non eri gran che disposto a snocciolarmeli.»

«Sei di buon umore, amico.»

«E tu non mi sembri gran fatto tristo.»

«Del resto, tornando a noi, io ti dico che il tiro non ti ha colto al segno, giacchè se tu sei uomo d'onore, m'avrai presto a sborsare i cinquanta fiorini che hai promesso.»

«Davvero?»

«Non ischerzo.»

«Dunque che cosa hai a raccontarmi.»

«Che l'amico viaggia verso Venezia.»

«Chi?»

«Lui.»

«Il Visconti?»

«In carne ed ossa.»

«Io non ti posso credere, se non me ne dai le prove.»

«Vai a Venezia tu?»

«Io?… non così presto…. ma ci andrò.»

«Serba adunque i cinquanta fiorini, che ci rivedremo là senz'altro.»

«Certo che li serberò; ma ora fammi chiaro di una cosa sola?»

«E che cosa?»

«Questa notte tu galoppavi allegramente sulla via di Cusnedo.»

«Io?»

«Tu stesso, e in compagnia d'un altro; ma perchè ti spiccasti così presto dal tuo lago? perchè non mi hai aspettato? perchè sei qui? chi è quel tuo fidatissimo amico?»

«Io mi ricordo che a Milano quando ho dato nelle labarde del duca che facevan la ronda per la città; press'a poco mi si fecero queste inchieste; ma prima di risponderti ti voglio un tratto interrogare.»

«Sentiamo?»

«Questa notte io t'ho visto cavalcare adagino adagino accanto di due belle signore; perchè non aspettarmi ad Angera? perchè viaggiar di notte con donne? chi sono quelle donne? Rispondi tu ora.»

Il Malumbra tacque, e stette pensando la risposta; ma in quella fu chiamato dalla fante di Valenzia che lo tolse all'imbarazzo. Risalì la scaletta pensando alla stranissima combinazione di quel quinto incontro col medesimo uomo, e ridendosene fra sè; mentre queste idee gli ronzavano per la testa, e fermavasi un tratto sul pianerottolo d'una scala di legno, vede una riga di luce attraverso alle imposte malconnesse d'un uscio.

Per un'abitudine propria del suo mestiere mette l'occhio a quella cruna e guarda. Il figlio di Bernabò Visconti stava seduto innanzi ad una tavolaccia colle braccia incrocicchiate sul petto, la testa ritta e incappucciata e l'occhio fisso; quantunque non l'avesse veduto che due o tre volte a Venezia, molt'anni prima, pure quella fisonomia al tutto caratteristica gli si svolse intera innanzi agli occhi, e lo riconobbe. Si diè mille volte dello stolido per non aver saputo indovinare che l'uomo della faccia astuta era un addetto di colui, e più d'una volta ebbe a dire che non altri che il demonio poteva aver prodotta quella combinazione straordinaria, considerando la quale egli non sapeva credere a sè stesso. Ma a que' pensieri subito tenner dietro degli altri; ed uno segnatamente, al quale non potè dar passo così di fretta; sentendo che saliva qualcheduno per la scala, si ritrasse ricordandosi allora che la fante l'aveva chiamato, ed entrò nella stanza dove trovavasi Valenzia.

Ella, volgendogli un viso assai pallido e pieno di accoramento, gli disse:

«Io m'avvedo che voi volete tenermi nascosta qualche grave sciagura toccata al Fossano, giacchè mi traete d'oggi in domani, e passa il tempo e mai non si viene a capo di nulla: per carità vogliate dirmi il vero, e vi giuro ch'io saprò essere più ferma di quello si abbia a pretendere da donna, e assoggettandomi a qualunque disgrazia che a Dio fosse piaciuto mandarmi, io non vi darò nessuna noia con inutili lamenti, e prima di tutto, giacchè sino a quest'ora me ne avete voluto fare un mistero, ditemi in che luogo mai si trova adesso il mio Alberigo, e dove precisamente mi avete a condurre.»

Il Malumbra che sino a quel punto non aveva mai detto nessuna cosa a Valenzia dalla quale si potesse cavare un costrutto, a togliersi per sempre la noia d'altre domande, le disse di suo capo, tanto per acquetarla, un nome di luogo dove avrebbe veduto finalmente l'illustrissimo cavalier Fossano, e in quanto alle sventure delle quali mostrava aver tanto sospetto, la tranquillò con sì bei modi ch'ella parve assicurarsi un poco e darsi pace. Auguratale allora la buona notte, e raccomandatole stesse preparata a svegliarsi presto, chè alla prim'alba si sarebbero rimessi in viaggio, le si tolse dinanzi ed uscì.

Discese nel cortiletto dell'osteria, e agitando molti partiti si diè a passeggiarlo in lungo e in largo. Se sino a quel momento non era stato molto difficile l'ingannare Valenzia, vedeva bene che quanto più si progrediva innanzi, e quanto più di tempo si consumava, si sarebbe trovato in così difficile posizione che non ci sarebbe via d'uscirne col pericolo di non raggiungere l'intento suo che era quello di condurla a Venezia; però cominciò a tentarlo il diabolico pensiero di lavarsene le mani, e giacchè il caso aveva fatto capitare in quel luogo il figlio di Bernabò, condurre le cose in modo ch'egli potesse vederla, e quindi condurla seco a Venezia.

Questo partito per altro, a dir tutto, appena gli venne in mente gli sconvolse un po' l'animo di raccapriccio, e quel suo istinto di tenerezza pe' suoi figli che sempre lo aveva fatto crudele cogli altri uomini, questa volta gli fece pensare al dolore del padre di lei, alla disperazione del Fossano, allo strazio troppo crudele di Valenzia, alla quale più che ogni altra sventura sarebbe stato insopportabile la perdita della propria dignità e del proprio cuore, scena straziante di famiglia che gli toccò la sola corda sensibile e generosa del suo cuore; ma d'altra parte il pensiero di una larghissima ricompensa per parte del senator Barbarigo, che certo avrebbe avuto assai obbligo a lui dell'avere così felicemente condotte le cose a quel termine, arrestò tutt'in un tratto quell'oscillazione pietosa, e allora fu per fermare assolutamente il partito.

Si tolse di là, recossi nella stanzaccia dell'osteria, e si accostò al
Bronzino, che se ne stava seduto ad una tavola.

«Hai pensato la risposta?» gli domandò il Bronzino ridendo.

«Tu sei pazzo, amico; ma com'è che tu sei qui solo, e non fai compagnia al tuo signore?»

«Al mio signore?»

«Non occorre che tu faccia le maraviglie, tra noi non ci devono essere più segreti, e in quanto al tuo signore mi pare piegato per nulla dalle sue sventure.»

Il Bronzino si alzava alquanto turbato, e guardava in volto il
Malumbra con un'espressione particolare.

Ma il Malumbra si mise a ridere, e continuò:

«In verità che non vi so comprendere, amico caro, e non mi pare dobbiate avere di me un timore al mondo, giacchè fin qui abbiam sempre fatto le cose d'accordo.»

«D'accordo! va bene, ma non state ora a guastare le cose mie.»

«Guastarle? voglio anzi che vadano a miglior cammino; e però devi farmi un piacere.»

«Quale?»

«Condurmi innanzi al Visconti.»

Bronzino guardò un pezzo il Malumbra, poi disse:

«Questo non sarà mai.»

«Eppure io dirò tal cosa al tuo signore che lo farò rinascere, e se darà la mancia a me, non vorrà lasciar te colle mani vuote.»

«Ma cosa devi dirgli?»

«Usciamo un tratto di qui, e conducimi da lui.» Ma nell'istante che uscivano, al Malumbra venne un altro pensiero che lo sconsigliava del suo infame attentato. Intanto che il tristo uomo se ne sta irresoluto, a noi tocca ritornare ancora al silenzioso lago d'Orta.

La sera del giorno prima il Fossano, come già aveva detto al Malumbra medesimo, si era presentato all'eccellentissimo duca Galeazzo, e seppe così bene mettere innanzi la sua preghiera, che il duca, quantunque con moltissimo suo dispiacere, gli dovette concedere di assentarsi per qualche tempo dalla corte. Così dispose partire per il dì dopo, se non che avendo dovuto accompagnare il duca ad Arona, e fermarsi colla corte colà sino alle diciott'ore circa, dovette protrarre sin quasi verso sera la cavalcata ad Orta, onde finalmente, colma l'anima di quella contentezza che troppo rare volte prova l'uomo in questo mondo, si fece condurre all'isola. Il suo amore per la bella contessa Giulia, come il lettore può benissimo essersi accorto, non aveva giammai invaso interamente il cuore d'Alberigo; s'era trovato preso dall'artificio di una donna, e d'altra parte per quella cedevole bontà che, quando è soverchia, è causa talvolta di grandi errori, non seppe mostrarsi scortese a quella calda profferta d'amore che gli era stata fatta. Ma la sua passione, come quei frutti cresciuti d'inverno al calore della stufa, e per nulla giovati dalla feconda vampa del sole, era sempre stata una certa cosa così a mezzo a mezzo, ed alla quale non è facile trovare il vero nome. Non si deve dunque durar molta fatica a farsi capace di quel suo rapido ritorno all'amor vero che con tanta forza già aveva sentito per Valenzia, e che soltanto per quegli alti e bassi che sono nell'umana natura, aveva potuto freddarsi un momento. Con un ardore indicibile egli stesso in quella sera diè mano al remo per giungere più presto all'isola, e intanto pensava:—No, non avrò più a vivere in timore di te, Valenzia mia, io ti veglierò sempre da vicino nè speri d'averti mai il tristo figlio di Bernabò, se avvisato dell'esser tuo da qualche spia d'inferno, è venuto per te appunto in questi paesi.—

Questo pensiero gli venne spontaneo alla mente pel gran discorrere che in quel dì s'era fatto di Carlo Visconti, atteso che una delle labarde che stavano al servigio del duca in un forte che questi possedeva presso Ascona, aveva assicurato d'aver veduto co' propri occhi il figlio di Bernabò, e però s'era statuito d'armare appositamente una mano d'uomini, i quali si mettessero sulle traccie di lui in fino a tanto non lo avessero catturato. Arrivato all'isola, gettati i remi nel battello, saliti i gradini dello scaglione che mettevano al suo palazzotto, v'entrò. Il servo che stava in un cortiletto a confabulare con alcuni di que' buoni isolani, s'alzò appena che vide il suo padrone, senza dirgli nulla però, credendo non facesse mestieri, e lasciò che salisse nelle stanze superiori. E il Fossano sicuro tanto di trovar la sua Valenzia in quell'ora seduta appresso il finestrone che dava sul lago come della propria esistenza, disse ad alta voce:

«E così, attenni io bene la mia promessa, Valenzia?»

In quella batteva l'ora di notte al campanile della chiesa di San Giulio, e l'onda di suono che penetrò fin entro a quella stanza generata dall'oscillazione della campana, fu l'unica risposta alle sue parole; s'accorge finalmente che in quella stanza non c'è nessuno, e va oltre, e così d'una in altra, ma, come è inutile a dire, senza mai trovare chi cercava; non gli prese però alcun fastidio di questo tanto era lontano dal benchè minimo sospetto, e ridiscese e domandò ai servo:

«Dov'è Valenzia? dove se n'è andata?»

Quel buon servo a tutta prima non comprese bene, poi sentendosi replicare la medesima domanda alzò in volto al Fossano due occhi pieni di maraviglia senza però rispondere ancora. Il volto sicuro e lieto del servo non potè nemmeno in questo momento fargli nascere neppur ombra di timore, soltanto gli aggiunse un po' d'impazienza che gli fe' ripetere per la terza volta;

«Ma in somma dov'è Valenzia?»

«Ma non l'avete mandata a prender voi, messere?»

«Cosa dici?»

«L'uomo che venne a levarla di qui, non fu mandato da voi espressamente per questo?»

«Ma che uomo! per la croce di Dio, parla più chiaro!»

«Io non so chi fosse, ma bisogna pure che fosse un vostro conoscente, giacchè madonna non esitò a riconoscerlo.»

«Ma, e tu non l'hai veduto mai altra volta?» gli domandò il Fossano con una voce così alterata, e facendo un viso così stravolto che anche il servo cominciò a pensar male e a temere fosse accaduta qualche grave sventura…. però, come a trovare qualche filo per venire a capo di qualche cosa,

«Io non so bene,» continuò a dire, «ma quel messere che venne qui con voi l'altro dì, ha qualche cosa di somigliante all'uomo che venne qui ieri.»

«E quando venne qui?»

«Intorno a quest'ora.»

«Parlò a lungo con te?»

«No.»

«L'hai tu ben guardato in volto tanto da ricordartene precisamente com'era fatto?»

«No, a dir vero.»

«Che fosse quel medesimo che venne con me qui?»

«In questo caso non saprei che dire, ma voi dovete conoscere colui, e….»

Qui un'idea terribile balzò alla mente del Fossano, e con voce nella quale sentivasi un ira furibonda mista a paura e a spavento:

«Ch'ei fosse uno spione dei Dieci.» E si percosse la fronte col pugno, e si scontorse per tutta la persona, e fece mille gesti in un momento…. poi si lasciò cader le braccia, e stette ritto su due piedi immobile colla pupilla tesa e pallido come un morto.

Quando si scosse non disse nulla, uscì delle stanze, discese le scale, sì recò sugli scaglioni del palazzo. Il servo che lo aveva sempre seguito,

«E così,» gli disse «cosa avete in animo di fare?»

«Andarmene,» rispose Fossano così sopra pensiero e con una voce bassa e languida un cotal poco.

«L'ora è troppo tarda, io vi consiglio a fermarvi qui, per questa notte.»

«Per questa notte!» replicava Fossano così macchinalmente e stato un pezzo irresoluto: «oh, notte d'inferno!…» proruppe alla fine, e disceso sull'ultimo gradino saltò nella barca.

«Ma pensate d'andarvene così solo? a quest'ora? Aspettate che venga anch'io.»

«No, tu hai da star qui… piuttosto chiamami qualchedun'altro.»

Venne un altro servo, saltò esso pure nella barca, e si partirono. La condizione dell'animo e della mente di Fossano, era quella che è più prossima alla pazzia.

La sventura inaspettata che lo colpì allora, appunto che l'animo suo era inclinato alle più belle speranze ed alla gioia; l'incertezza insopportabile in cui si trovava a tal che non sapeva nemmeno che partito prendere in quella sua dolorosa situazione; l'amore per la sua Valenzia che gli sboccò nel cuore con un impeto procelloso che non gli lasciava requie, ed a rendere più insopportabili tutte codeste punte, uno sgomento ineffabile di una sventura inaudita: Candiano e Valenzia accusati al tribunale dei Dieci, tutto valse a produrre in lui una così violenta confusione d'idee da non saper più dove ei si trovasse veramente, e sulla prora della barchetta seduto, colla pupilla aperta e come intenta al gioco che faceva l'acqua nel frangersi, mostrava quell'attonita tranquillità che tanto muove a compassione.

VIII

IL DOGE

Quindici giorni dopo, la campana grossa di San Marco in Venezia batteva tocchi gravi e frequenti, che spandevano un suon lugubre per gran tratto all'intorno. Innanzi al palazzo ducale se ne stava stivata un'immensa moltitudine di popolo. Era un parlare sommesso, un bisbiglio, un susurro incessante, un domandare, un rispondere continuo. Il doge, vecchio novantenne, aveva il dì innanzi resa l'anima a Dio, e di questo avvenimento era piena in quel dì tutta Venezia.

Un secolo prima dell'anno in cui ci troviamo con questa storia, la salma mortale del doge sarebbe già stata trasferita nella chiesetta di San Giovanni e Paolo senza apparato di sorta, e il popolo veneziano in vece di starsene colà innanzi al palazzo e sparso sulla gran piazza di San Marco a discorrere dell'evento, a raccontare i fasti dell'illustre trapassato, a pensare chi mai sarebbe stato il suo successore, sarebbe in vece entrato tumultuante nel palazzo ducale, ed avrebbe messo a sacco ed a ruba tutte le suppellettili del doge defunto, facendo schiamazzi e gettando altissime grida quasi si fosse trattato di una publica baldoria. Così aveva voluto la barbara rozzezza dei tempi; ma forse alla morte di qualche doge che assai avesse meritato della patria col mettere la propria vita alla sua difesa, la moltitudine percossa dalla sventura, intenerita per la gratitudine, rispettosa alla virtù del trapassato, di sua spontanea volontà avrà derogato a quel barbaro costume. Così il doge fu da quell'ora considerato alla sua morte pari almeno a tutti gli altri uomini, e si pensarono a rendere anche a lui quegli onori dovuti a chi non è più. Man mano poi si pensò a rendergli tributi pari alla sua dignità, e in ragione che questa, col volgere del tempo, venne sempre più acquistando di splendore, anche la funzione dei funerali del doge aggiunse una magnificenza grado grado sempre più sfarzosa.

A' tempi a cui si riferiscono queste pagine, allorchè si annunzìava la morte del doge, venivano chiusi i tribunali e le giudicature, e temporariamente il governo della città passava nelle mani della quarantia criminale, e così erasi fatto in quel dì. Innanzi alla porta del palazzo ducale stavano a far guardia quattro arsenalotti, i quali di quando in quando lasciavano libero l'accesso ad un gruppo di persone a cui era permesso d'entrare negli appartamenti ducali a vedere la salma del doge, che vestito con tutti gli abiti della sua dignità, e col corno ducale in capo, stava esposto nella sala detta dello scudo, sopra un letto di parata. Poco mancando all'ora di vespro, entrarono in quella sala molti arsenalotti con torcie accese, e quando scoccarono le ventiquattro trasportarono il doge nella sala del publico, detta volgarmente del piovego; e lo deposero sovra di un gran catafalco. Per lo spazio di tre giorni doveva restare esposto colà, e due nobili in veste rossa e i canonici di San Marco, vi dovevano assistere fino al quarto dì nel quale si ordinava la sepoltura.

Se la sovranità del doge di Venezia non fosse stata elettiva, ma di successione, la morte di lui non avrebbe causato ne! popolo quella specie di tumultuosa incertezza che doveva nascere fra i cittadini, pensando a chi mai sarebbe stato il successore del doge. Ma appena in vece che si propalò la morte di lui, per non essere possibile verun'altra scossa essendo stato colui null'altro che un buon vecchio, dal quale Venezia non aveva raccolto nè troppo bene, nè troppo male, la prima parola che corse fra tutti i ceti fu:—Chi sarà ora il doge?….—e fra i senatori, e fra i membri del gran consiglio specialmente.

L'opinione del popolo però, che veniva mosso da una molla medesima, presto fu concorde. Come i selvaggi che associano l'idea della divinità al sole, pel solo motivo che s'accorgono di ricevere da lui i vantaggi più immediati e più necessari, così il popolo per lo più nella bisogna di un'elezione, volge di preferenza lo sguardo a colui che più nel corso della vita gli ha dato nell'occhio, a colui del quale ebbe a riconoscere i più segnalati servigi, e appena fu pronunciata quella parola:—Chi sarà ora il doge?….—molte voci risposero ad una: «Che gran ventura sarebbe s'ei fosse Candiano. Senza di lui forse i Genovesi e i Pisani sarebbero ora qui in Venezia; senza di lui chi sa quante volte il Turco ci avrebbe messi a mal partito.»

«Viva Candiano! se lui sarà il doge, bene sarà per Venezia, bene per tutti.»

«Viva Candiano, tanto buono, quanto prode, e che tratta il più povero di Venezia come se fosse un suo pari, e che è liberale del suo con tutti!»

«Se i destini volgono propizi per Venezia, il doge sarà Candiano.»

Queste opinioni, queste voci metteva fuori il popolo minuto; ma ben diversamente avveniva tra i senatori e i membri del gran Consiglio e i procuratori. Il popolo non aveva avuto riguardo che al publico interesse senz'altra mira, poichè sapeva che nessuno tra' plebei avrebbe potuto essere il doge. Ma i senatori e gli altri patrizi rivestiti di alcuna carica, erano mossi da passioni diverse, e da qui la diversità delle loro opinioni e de' loro giudizi.

Il senator Barbarigo, il quale, per essere uno de' più anziani de' senatori, era quello per lo più a cui si rivolgeva l'attenzione de' suoi colleghi allorchè trattavasi determinare alcuna cosa, quando fu in segreto interpellato intorno all'opinione sua, non fece altro che alzar le spalle, e far quell'atto di chi non ha ancora fermo il suo partito, e quando sentì com'era concorde l'opinione publica per Candiano, ed anche fra gli stessi suoi colleghi, e che dopo una lunga discussione i due terzi de' voti furono per l'ammiraglio, non disse mai parola nè favorevole nè contraria, e da cui potessero trapelare i suoi pensieri; essendo però assai conosciuta la cattiva disposizione dell'animo suo rispetto a Candiano, ognuno dovette credere ragionevolmente ch'egli anche in quest'occasione, come sempre, avrebbe dato il voto contrario.

Una sera nel suo palazzo medesimo, dove per caso vennero a trovarsi assieme gran parte de' senatori, s'era parlato a lungo di quella publica bisogna, e alcuni s'eran fatti leciti a richiedere palesemente il Barbarigo del suo consiglio, e il discorso era stato condotto in modo ch'egli si trovò nel punto di dover dare una decisa risposta. E, presa finalmente una risoluzione, già stava per parlare, quando un paggio gli si avvicinò ad annunciargli che un uomo gli voleva parlare. A quell'annunzio balzò in piedi il Barbarigo assai contento che per quell'improvviso accidente potesse ancora tener chiuso il proprio avviso sul conto dell'ammiraglio Candiano, e dette alcune parole di scusa agli onorevoli suoi colleghi, si recò nella stanza dove egli era aspettato.

Assai lontano dal credere chi dovesse capitargli innanzi a quell'ora, si rimase assai maravigliato quando in quell'uomo ravvisò il Malumbra:

«Sei tu!» gli disse, «e così?»

«E così, sono arrivato in questo momento a Venezia….»

«Ma che notizie mi porti, dî presto.»

«Ottime, illustrissimo, e qualcosa meglio che semplici notizie.»

«Cosa vuoi dire?»

«Valenzia è in Venezia.»

Il Barbarigo fu a un punto di abbracciare il tristo sgherro, e

«Come ti riuscì?….» gli domandò.

«Con qualche poco d'astuzia, e più che un po' d'oro si riesce a tutto, illustrissimo. Del resto ci furono molti pericoli e molti ostacoli, talchè ebbi sempre a vivere in qualche timore fino a che non toccai Venezia.»

«E dove hai tu nascosta codesta Valenzia?»

«È in luogo sicuro e ben guardato; ma temo che la poveretta non possa durar lungo tempo contro all'angoscia che non le lascia un'ora di bene.»

«Hai potuto comprendere se a lei sia trapelato nulla di quanto sappiam noi sul conto suo?»

«Con belle promesse e belle speranze io le feci percorrere gran tratto del viaggio; ma alla fine non volle più credere alle mie parole, e cominciò a disperarsi, a piangere, a scongiurarmi, poveretta, e non vi saprei narrare lo spavento da cui fu assalita quando potè accorgersi ch'io la conduceva per gli stati veneziani. E allora mi parve che le sia balenato qualche cosa in mente, quantunque io abbia adoperato ogni mezzo per farla riavere da que' timori e da quella disperazione.»

«Hai fatto bene sin qui; ed ora farai il resto.»

«Come volete, illustrissimo.»

«Siccome converrà ch'ella stia ancora nascosta per alcuni giorni, così tu la condurrai subito dove io ti dirò; e in luogo che sarà certamente più sicuro del tuo.»

«Va bene; ora vi dirò qualche cosa del Visconti.»

«Che! è forse qui esso pure?»

«No, ma ci verrà senz'altro.»

«Gli hai forse parlato?»

«No, illustrissimo, ma gli feci giungere a notizia che la Republica di Venezia lo avrebbe ospitato volentieri. E pare che questa notizia non gli sia dispiaciuta molto, che subito si mise in cammino, e forse in questo momento potrebb'essere anch'egli in Venezia.»

«È facile a comprendere che il diavolo ti ha dato il suo valido aiuto in questa circostanza!» diceva il Barbarigo quasi esaltato della gioia.

«Credo bene che la sia così, perchè io solo non poteva bastare a far tutto.»

«E il Fossano? Non mi hai detto ancor nulla di lui.»

«Del Fossano, per dirvi la verità, da quando l'ho salutato ad Angera, non so nè poco nè molto; ma s'egli è così preso di Valenzia da non saperne vivere discosto un momento, e sol che sappia fiutar da lontano, scommetterei la testa che non passerà gran tempo, e lo vedremo in qualcuna delle nostre gondole.»

«Dovrebbe succedere così appunto; ma quand'anche non ci capitasse, non è già di lui che abbiamo il maggior bisogno. Ora io ti darò un ordine scritto, e condurrai tosto Valenzia nel convento di Santa Brigida.»

E scritto l'ordine contò al Malumbra alquanti ducati d'oro, e raccomandatogli si lasciasse veder presto, ritornò nella sala dove aveva lasciati i suoi colleghi impazienti di una risposta. Se in tanti giorni non aveva mai saputo determinarsi a far chiaro il suo avviso, lo potè in quel punto, e contro all'aspettazione universale, e probabilmente contro anche quella de' nostri lettori, riuscì a dire che in quanto a lui credeva doversi assolutamente acconciarsi col voto de' più, e che l'ammiraglio Candiano gli pareva il solo che fosse degno di vestire la clamide del doge.

Alcuni giorni dopo il senato fu convocato solennemente per l'elezione del doge, e l'ammiraglio Candiano fu quegli appunto che ebbe la maggiorità de' voti. Ciò non bastava però perchè egli fosse definitivamente eletto; bisognava che il gran consiglio in solenne assemblea approvasse la proposizione del senato, al far che dovevano interporsi, com'era l'uso a que' tempi, molti giorni ancora.

Le cose in Venezia erano a questa condizione, quando vi capitò il figlio di Bernabò Visconti col Bronzino: noi lo abbiamo lasciato nelle vicinanze di Castel Seprio, timorosi che il Malumbra volesse rimettere nelle sue mani la sventurata Valenzia. Ma il tristo sgherro dopo aver molto pensato e ripensato su quello che gli restava a fare, alla fine considerò che non gli conveniva tentare quel partito, che gli ordini del senator Barbarigo erano di condurre a Venezia tanto Valenzia quanto il Visconti, ciò che forse non sarebbe avvenuto se mai lo avesse messo al possedimento di quella che avrebbe dovuto essere sua consorte. In conseguenza di questa determinazione, avendo data una svolta al discorso, quand'era venuto a far parole col Bronzino, ed assicuratosi che colui nulla aveva sospettato nè della sua condizione nè delle donne che aveva con sè, prima che spuntasse l'alba se n'era uscito di quell'osteria, e d'uno in altro inganno con belle parole, come sa il lettore per bocca del medesimo Malumbra, aveva condotto Valenzia a Venezia.

In tutto questo tempo Alberigo Fossano, dopo aver frugato per ogni terricciuola del lago, e tentato tutto che gli era parso atto a metterlo sulle traccie della sua donna, messosi in mille sospetti, e in quello soprattutto che il Malumbra, spedito dal Candiano, fosse stato inviato dalla Republica veneziana a tendere insidie alla sua Valenzia, e non vedendo altra via per venire a capo di qualche cosa, pensò ridursi a Venezia egli stesso per sincerare il tutto, e recarsi dall'ammiraglio, e domandargli di sua figlia se mai per sua volontà fosse ritornata a Venezia o in qualche luogo presso; perchè ad escludere il terribile pensiero che ci avessero mano i Dieci, e che tutto fosse scoperto. pensiero che non bastava a sopportare, s'era acconciato con una certa compiacenza al credere che il buon Candiano, fatto istrutto dalla medesima Valenzia della trista condizione di lei e delle ingiurie patite, mandato il Malumbra sotto finti colori, avesse voluto richiamare a sè la figlia diletta. Pur troppo, codesto pensiero che pure è facile a credere quanto gli dovesse riuscire molesto, gli era tuttavia un conforto, un rifugio dell'orribile sospetto che al consiglio dei Dieci fosse stato rivelato il fatale segreto.

IX

TRAMA INAUDITA.

Verso la metà del mese d'ottobre, intorno alle ore di sera, una piccola barca entrava nella veneta laguna. Era il cielo tutto bigio, eran le acque di un color cupo, e tirava un vento di tramontana così forte, che già pareva fosse inverno. Tutto avvolto in un mantello stavasi il nostro Alberigo seduto in quello schifo dalla parte di poppa; entrava in quella città, dalla quale, quattr'anni prima, erane uscito giurando non vi sarebbe tornato mai più. Era l'istess'ora, lo stesso canale, gli stessi edificii che lo circondavano, ed il cuor suo era pure in gran tempesta come allora. Quel continuo stato d'incertezza, di ansia, di crepacuore che da un mese il tormentava, gli traspariva intero nel volto d'una pallidezza mortale e così affilato, che pareva gli fosse entrato nelle vene un morbo di maligna natura.

Man mano che avanzavasi nella laguna, gli si accresceva l'affanno, gli si accresceva quel caldo febbrile che di solito si apprende a chi è travagliato dalla dubbiezza dell'evento.

Quattro anni prima usciva di là sbalordito dall'enormità della sua disgrazia, se ne usciva senza più una speranza, ma tuttavia godeva di quella tranquillità che dà l'attonitaggine e la sicurezza di non avere più nulla in questo mondo; però in que' momenti aveva pensato non esservi più sventure contro le quali potesse spezzarsi l'animo suo, e quasi si rideva del mondo e degli uomini che non avevano più armi per ferir lui. Questi confusi pensieri, che, trascorso quell'istante, non gli erano mai più tornati in mente, lo assalirono di tutta la forza adesso che ritornava in que' luoghi.

Ad uno ad uno rammentava i tormenti assaporati in quel punto con una certa voluttà misteriosa, se non che, sentendo le dure ed acute fitte dell'angoscia presente, vedeva che quelli non erano stati che fiori in confronto:—pur troppo era così. Allora gli tornava in mente le parole di Candiano,—Padova, il monastero di Santa Francesca, dove era viva, ancor viva, quella che aveva pianto come morta…. e innanzi innanzi, di fatto in fatto, ricordava l'isola di San Giulio, i suoi trascorsi, quel pianto, quella soave reintegrazione d'amore, e la notte che venne dopo, e……. Qui sentiva più e più crescersi il caldo, qui l'opprimeva l'affanno quasi gli fosse posto un enorme peso sul cuore, e una grossa goccia di pianto, che un pezzo gli era tremolata nell'occhio senza che pur egli se ne accorgesse, gli sgorgava improvvisamente, gli cadeva sulla guancia, ed egli ne sentiva la riga infuocata.

Il motivo per cui il Fossano se ne tornava a Venezia, era quello di recarsi da Candiano per vedere se colui avesse, per avventura, alcuna notizia di Valenzia. Ma quand'anche in fondo del cuore potesse nutrire un'ombra di speranza, che quando la mente vaga di dubbio in dubbio, a proprio conforto, si sforza a mettere per probabile anche ciò che è impossibile al tutto; pensi il lettore con che animo doveva presentarsi innanzi a Candiano, a domandargli conto di colei che con tanta generosità era stata affidata interamente all'amor suo, alle sue cure. Ma di questo terribile momento, per quanto pensasse, non vi essendo via d'uscire, volle affrontarlo tosto, e così, senza attender altro, si volse difilato al palazzo di Candiano. Quando però mise il piede su quegli scaglioni, un no imperioso si attraversò d'improvviso a tutt'i suoi pensieri, e fu per tornare addietro e non farne altro; ma per sua sventura un servo dell'ammiraglio, che usciva in quella del palazzo, riconosciutolo lo invitò ad entrare, e a lui non fu più possibile ritrarsi.

«Saprà bene, messere, la gran novità di che oggi si parla per tutta
Venezia.»

Il Fossano, a queste parole, pensando che forse si riferivano ad un avvenimento che il potesse toccar da vicino, si sentì tutto rimescolare, e rispose:

«Che novità?»

«La novità che oggi in senato si votò per l'elezione del doge.»

«Del doge? È morto l'Orseolo?»

«È morto, e l'ammiraglio Candiano sarà il suo successore.»

«L'ammiraglio?»

«Sì, messere, e tutta Venezia è ben lieta di questa elezione.»

Queste parole poterono un tratto confortare il Fossano, il quale pensò che la Serenissima Republica non si sarebbe mai più indotta ad eleggere doge il Candiano, se avesse mai saputo di che colpa era esso reo; breve conforto però, che pur sempre rimaneva l'incertezza amara intorno alla condizione di Valenzia. Con questi pensieri salì lo scalone del palazzo, e con un batticuore che gli toglieva il respiro, mise il piede su quella soglia che in lui risvegliò tante memorie, e gli confisse il petto di tante punte acutissime.

L'ammiraglio Candiano avendo sentito alcuni dì prima dalla bocca del Malumbra, che la moglie del Fossano era in buonissimo stato, e che gli mandava le sue felicitazioni, racquetato per quella parte, che l'animo schietto non gli consentiva di sospettare di nessuno, aveva potuto in quegli ultimi giorni sentire con molta compiacenza che il voto universale designava lui doge di Venezia.

Qui c'è qualche cosa, che parrà forse non affarsi appunto a quella tempra del carattere di Candiano, assai più amico della vera virtù che del fasto e dello splendore apparente; di Candiano che avvezzo al libero comando in mezzo al mare, doveva essere insofferente naturalmente a quella specie di schiavitù vestita di tutte le apparenze della grandezza e del potere. Ma, a tacere che in ciascun uomo, per quanto sia eguale e conseguente a sè stesso, v'ha pur sempre alcuna lieve contradizione; anche il settuagenario Candiano, quantunque i suoi desiderii non avessero mai trasceso i limiti, e l'anima sua fosse dotata di quel semplice candore che non ci fa invanire della fortuna di questo mondo, pure al sentire quegli applausi di tutta Venezia nella quale intera si spiegava la gratitudine di tanta popolazione verso lui, al pensare che nel senato la maggior parte dei voti erano stati a suo favore per l'elezione al dogato; gli colmò l'anima di tanta compiacenza, che quel giorno fu uno dei più felici della sua vita.

Per quell'indole sua aperta e sincera non trovando modo veruno ad infingersi pur un momento, e versandosi interamente la sua gioia in ogni suo gesto, in ogni sua parola, quando gli fu annunciato l'arrivo del cavalier Fossano, desideroso com'era, di rivederlo e di sentire da lui medesimo notizie della dilettissima figlia, gli mosse incontro con un fare di sì gioconda bonarietà e benevolenza che la maggiore non era da sperarsi da chicchefosse uomo del mondo. Le prime parole di Candiano ad Alberigo furon volte a chiedergli notizie di Valenzia, ciò ch'è facile e ragionevole a supporsi.

Il Fossano, mentre stava ascoltando l'ammiraglio, potè accorgersi del giocondo esaltamento dell'animo di lui; e pur troppo, codesta circostanza che doveva essere anche al Fossano di grandissimo contento, lo afflisse per tal modo che si sentì l'un cento più misero di quando non si era ancor presentato a Candiano. Gli parve quasi avere a commettere un grave delitto col domandare all'ammiraglio notizia della sua figlia, col funestare d'una guisa così terribile la pace di quel generoso e prode vecchio, in uno de' momenti più belli della sua vita. E tanto questo pensiero lo vinse che quando l'ammiraglio gli domandò notizie di Valenzia, egli non stette un momento in dubbio su quello che gli doveva dire, e non esitò a rispondere:

«Valenzia sta bene.»

Ma arrossì nel dir questo, e il rapido confronto che dovette fare in quel momento tra le parole che aveva pronunciate e la nuda verità, gli serrarono il cuore di una maniera orribile, e fu a un punto che non cadesse privo di sentimento. Di nulla però s'accorse l'ammiraglio, e quando entrò il valletto a dirgli che la gondola l'aspettava.

«Tu verrai con me dal Morosini,» disse ai Fossano. «Quel caro amico mio, a rammemorare il dì ch'io riportai la vittoria contro i Pisani, or fanno tre anni, ha voluto questa notte dare una festa nel suo palazzo. Tu ci verrai con me, e ti so dire che sarai il benvenuto, che tutta Venezia si ricorda assai bene della straordinaria tua virtù nel canto, e converrà che anche in questa notte voglia intertenerci dell'arte tua.»

«Permettete, ammiraglio, ch'io non venga per oggi; ho gettata più d'una notte, e dalla fatica del viaggio sono così spossato che è al tutto impossibile ch'io sia atto a far nulla non che a cantare. Lasciate, ammiraglio, ch'io mi ritiri, e abbiatemi per iscusato se non so acconciarmi ai vostri desiderii.»

«Non mi state a negare sì poca cosa, messer Fossano, che per un uomo che ha provata la polvere de' campi, come siete voi, e deve all'occasione essere disposto a fatiche ben maggiori di qualche notte vegliata, non deve mettere innanzi mai per iscusarsi dai far qualche cosa, il bisogno di riposarsi. Diversamente mi convincerete che più non avete la virtù d'una volta, e soltanto vi è rimasto l'effeminato costume de' cantori che vanno a zonzo per le corti, e non sanno far altro al mondo.»

Queste cose il Candiano le veniva dicendo con un fare così faceto e brillante che avrebbe messo di buona voglia chicchessia; ma al povero Fossano erano tormentose fitte nel cuore, ed assalendolo ancora il sospetto che il consiglio dei Dieci fosse in cognizione di tutto, sentiva una compassione per l'ammiraglio, tanto più profonda quanto più l'animo di Candiano appariva pieno di gioia; e, per quanto si schermisse, dovette accompagnare l'ammiraglio al palazzo Morosini.

Entrarono ambidue nella gondola, e non sì tosto questa s'avanzò tra le altre, che i battimani echeggiarono d'ogni dove, e il nome di Candiano era da tutti innalzato alle stelle.

Fossano silenzioso e tristissimo dava orecchio a quelle grida, a quegli evviva, e guardava con occhi di sincera commiserazione il Candiano che era lo scopo di tanti applausi.

Nè l'aver sentito dal servo dell'ammiraglio, il quale gli si era fatto incontro sugli scaglioni, che Candiano sarebbe stato eletto al dogato, bastava a toglierlo da' suoi timori, che la politica tenebrosa di Venezia, della quale forse non s'accorgeva interamente chi era nato sulle lagune, era nota assai fuori de' confini di San Marco, che anzi, per non esservi quelli che chiudevano la bocca a chi parlava, veniva dipinta con colori foschi e terribili più di quello forse che comportasse il vero.

La gondola, pervenuta alla scalea del palazzo Morosini, mise a terra Candiano e Alberigo, il quale rischiarato improvvisamente da quell'onda di splendore che riboccava dal palazzo, s'accorse allora solo che non aveva indosso le vesti più acconcie per una festa dove aveva a intervenire il fiore de' patrizi e delle gentildonne di Venezia, e veduto che quella poteva essere una scusa più forte per ritirarsi e tornare addietro, mostrò al Candiano quell'acconciatura da viaggio, dicendo:

«Ora direte anche voi che non m'è assolutamente possibile di entrare nelle sale.»

L'ammiraglio guardatolo ben bene e riso un poco,

«Perchè no?» disse, «così spiccherai meglio tra gli altri.» E di forza presolo per un braccio, lo condusse dentro.

Ai due che entrarono preceduti da un valletto di casa Morosini che li annunciò, venne incontro il senator Morosini colla moglie e gran parte dei gentiluomini e gentildonne che già erano intervenute alla festa.

Candiano presentò il Fossano al senatore dicendo che incontratolo allora appunto che arrivava in Venezia, senza por tempo in mezzo, l'aveva condotto seco, sperando far cosa grata a tutti.—E al Fossano, che tosto venne riconosciuto, furon volte da tutti parole di tanta gentilezza e cortesia, che ciascun altro se ne sarebbe tenuto e n'avrebbe gioito; ma lo poteva egli?

In mezzo a coloro però che furon cortesi di tante belle parole a Fossano, trovavasi anche quello spavaldo d'Attilio Gritti, che in vece di parlare gli volse due occhi torvi e beffardi. In quell'anima rozza e vulgare, avvolta in quel corpo di patrizio; poteva allignar mai simpatia per chi, oltre al decoro dell'avvenenza, andava adorno di mille altri pregi? Tutt'altro: che anzi, senza poter trovare la giusta ragione, non sapendo mai le anime rozze il che ed il perchè delle loro azioni; sin dal primo momento che ebbe veduto il Fossano, e sentì la virtù straordinaria di lui, ne provò una così decisa avversione, che Alberigo stesso dovette accorgesene, quando, per caso, s'era trovato a far qualche parola con lui; e di presente poi, appena rivide il Fossano, del quale l'ammiraglio mostrava avere tanta cura, quell'antipatia gli si accrebbe a cento doppi. Di quanto odio egli odiasse il Candiano dopo la sanguinosa offesa, non è mestieri che venga ridetto; svergognato in faccia a tanti, non aveva però mai potuto vendicarsi di lui, perchè tutti, anche gli amici suoi medesimi, ne lo avevano sconsigliato; anelava però ad una occasione di poter far dispiacere a quell'uomo che tanto abborriva, e col maligno ingegno tuttodì andava pensando a qualche bel modo di ottenere l'intento: ed un pensiero gli balenò alla mente appena che ebbe veduto il Fossano.

Gli amici di lui, a' quali piaceva spesso instigare il suo feroce talento,

«Oh! guarda, Attilio,» gli dissero, «che egli è ritornato, colui che tu desideravi tanto.»

«Egli deve al certo aver commesso qualche grave peccato, e il suo demonio, che non gli è amico, lo ha mandato qui in buon punto. Vivaddio,» soggiunse poi, «ciò che ho detto, farò, così la fortuna faccia nascere qualche bell'occasione.» E strabuzzava gli occhi della gioia sciocca e feroce ad una, e li saettava poi di traverso sulla veneranda persona del Candiano, dicendo fra sè:—Ci capiterai, vecchio invanito; il tuo sabato verrà anche per te.—E si allontanava nelle altre sale sempre in compagnia de' suoi scioperati amici, i soli che si adattassero a stare con lui dopo lo sfregio che aveva toccato dall'ammiraglio.

A questo intanto ed a Fossano s'era collocato vicino il senator Barbarigo, il quale, con grandissima maraviglia di tutti, aveva da qualche tempo rimesso assai di quella sua torbida ed accigliata natura, e si mostrava della più cortese e gaia indole del mondo. Seduto tra l'ammiraglio e Fossano, volgeva belle parole tanto all'uno che all'altro; ma si godeva principalmente nel guardare a parte a parte la figura del giovane cavaliere del quale, appena udì ripetersi intorno il nome, e come fosse arrivato a Venezia in quella sera medesima, non volendo credere a sè medesimo che in ogni incontro la fortuna gli si volesse mostrar sempre seconda, accorse per accertarsi del vero, e come lo vide co' propri occhi, sentì riardere ancora il sangue nelle vecchie sue membra, e disse fra sè:—Anche tu ci sei, giovinetto inesperto, ci siete tutti,—e si volse il primo a complir lui e l'ammiraglio.

Che un uomo traviato da condizioni eccezionali che talora intervengono nella vita, indotto da certe necessità fatali, spinto dal desiderio dell'oro, dalla rabbia di una vendetta covata troppo a lungo e sempre invano, possa condursi a tormentare il suo simile, a macchinare l'estremo suo danno, è cosa della quale ognuno può farsi capace; ma che un facoltoso, un uomo lusingato assai ne' rapporti dell'amor proprio e dell'ambizione, cancrena di chi non ha a litigare col pane, possa avere in sè tanto germe di perfidia, da potere tramare, con un'astuzia diabolica, la rovina d'un suo coetaneo pel solo motivo che gli dava noia il vederlo rimeritato dagli uomini e dalla fortuna, è tal cosa che difficilmente un'anima gentile può indursi a credere; eppure il Barbarigo era tale, ed i motivi di quel suo, diremo, monstruoso operare non si dovevano ripetere che dal desiderio che gli era entrato nell'animo, avesse il Candiano a stargli sempre sotto in faccia al mondo, e dal non aver potuto essere appagato. Il lettore avrà certo fatto le maraviglie, quando sentì che il Barbarigo medesimo, dopo la morte del doge Orseolo, costretto a metter fuori la sua opinione, manifestò che in quanto a lui avrebbe desiderato che il dogato toccasse all'ammiraglio Candiano, ed espose con tanta forza gli argomenti a provare non esservi scelta migliore di quella, che potè indurre tutti i colleghi ad essere dello stesso suo avviso.

Quel medesimo che quando trattossi di gridarlo ammiraglio, fu il solo che desse il voto contrario, che in tutte le occasioni era, se non il solo, tra i principali almeno, che trovassero a censurare e riprovare le azioni di Candiano, tutt'a un tratto s'era fatto il suo fautore, il suo difensore, l'amico suo più sviscerato; ma sarebbe stato egli così, prima che fosse venuto in cognizione del profondo mistero, che appena rivelato al mondo, bastava a schiacciare la testa del generoso ed improvvido vecchio?—avrebb'egli operato così prima di sapere ch'era in sua facoltà il rivelarlo? Ma perchè, si domanderà, appena lo seppe non lo volle manifestare? il lettore ha l'anima troppo ingenua per penetrare i recessi di quel cuore, e una simile domanda gli è ben naturale.

Quella rabbia ch'egli nutriva contro Candiano, si rivolse presto anche contro coloro che mostravano averlo in gran conto, e magnificavano le sue virtù, e lo applaudivano tuttogiorno, ed anche di costoro avrebbe voluto vendicarsi, se non fossero stati in troppo, se non fosse stata Venezia intera. Però un sol mezzo gli parve acconcio: fare in modo che ella profondesse a Candiano tutto quello che era in poter suo di dare, che tutte le ricompense ella concedesse a quel suo prediletto, fino al punto oltre il quale non era più possibile un passo, perchè così, al farsi manifesto il segreto, al publicarsi di quella colpa ch'egli credeva nera ed atroce come un assassinio e peggio, ed era infatti un delitto di stato, al cadere di quella bomba, lo scandalo fosse più romoroso, il risentimento di tante persone, per essere state troppo a lungo ingannate da chi avevano tanto favorito, fosse più attivo ed energico, e d'altra parte la caduta di Candiano da quell'ultima altezza, fosse più insopportabile, fosse più tormentosa. Per questo aveva condotto le cose in modo che il Candiano venisse assunto al dogato, per questo s'adoperava tuttavia, e con più energia di prima, ora appunto che il frutto pareva maturo, e tutte le fila della infernale sua trama venivano finalmente a convergere ad un punto solo. V'era in somma in quell'uomo coperto dalla toga senatoriale più di quanto basta a far torcere il viso pel ribrezzo.

Suonata intanto l'ora terza di notte, e cominciandosi in quel momento le danze, il Morosini, Candiano, Barbarigo ed altri senatori, a cui per nulla s'addiceva quel gioco della prima gioventù, si ritirarono in altre stanze. Il Fossano avrebbe voluto seguirli, ma il senator Morosini additatogli un gruppo di fanciulle:

«A voi tocca trasceglierne qualcuna, chè i sistri già preludiano alla danza,» e lo costrinse a fermarsi in quella sala.

Confuso più che altro da tutto quel frastuono, pieno di una inquietezza che gli rendeva insopportabile qualunque luogo, trovavasi pentito dell'esser venuto a Venezia, dell'essersi presentato a Candiano, prima d'aver pensato meglio a ciò che avrebbe dovuto fare. Mentre se ne stava così perplesso nel bel mezzo della sala, vide entrare il figlio di Bernabò Visconti; la tanta maraviglia che lo prese di quella inaspettata comparsa, diede, per un momento, una diversa direzione alle sue idee, per un momento solo, che tosto la presenza del Visconti, facendolo ritornare colla memoria a' quattr'anni addietro, quando lo vide la prima volta in quella sala medesima, e sentì tanta avversione per lui, lo richiamò tosto ai dolorosi pensieri.

Il figlio di Bernabò da quattro giorni era ospite della Serenissima Republica, la quale, accoltolo, come era dovuto a figlio di principe, intanto che stava deliberando se dovesse o no esaudire le domande ch'egli le aveva fatte, e il partito che le aveva posto innanzi di far la guerra al Conte di Virtù, nessuna cosa lasciava intralasciata che meglio potesse render accetto a quel principe scaduto il soggiorno di Venezia.

In quegli ultimi giorni, come suole spesso avvenire tra uomini malvagi, il Visconti e l'Attilio avevan stretta una tal quale amicizia, e in quella sera trovavansi accanto nella gran sala del Morosini. Quando il Fossano venne invitato da tutta l'adunanza a dire alll'improvviso, seppe il Visconti al tutto chi era quel giovane, e come altra volta fosse venuto a Venezia, per far parte dell'ambasceria del Conte di Virtù.

Il Visconti, appena sentì che il Fossano era una creatura dell'abborrito suo cugino, pensò sarebbe stata per lui grandissima compiacenza il poter trarre alcuna vendetta di lui, coll'offendere quegli che in qualche modo gli apparteneva, e quantunque pensasse che in faccia a tutta Venezia non gli conveniva offendere direttamente chi non gli aveva usata ingiuria di sorta, pure stabilì aspettare l'occasione; e sobillato anche dalle amare parole di Attilio Gritti, che nulla aveva intralasciato per rendergli odioso lo sventurato giovane, si compiacque meditando qualche modo a tormentare chi non gli aveva fatto un male al mondo. Se poi avesse saputo che il Fossano era il marito di Valenzia, che per lui era stato supplantato, che di presente trovavasi a Venezia sulle traccie di quella ch'egli pure aveva potuto amare, chi può sapere fin dove mai sarebbe arrivato il suo sdegno?

Quando il Bronzino gli riferì ciò che aveva saputo dal Malumbra, sul conto della figlia di Candiano, egli non aveva voluto prestare alcuna fede, e venuto a Venezia, pieno d'altre cure, non s'era nè tampoco ricordato di quel fatto vero o falso che fosse, e venuto alla presenza de' magistrati veneziani, non aveva, per le sue buone ragioni, detto nulla di ciò, e soltanto s'era limitato a richiedere la Republica di un valido soccorso contro il signore di Milano.

E in quanto al Malumbra, pentitosi d'avere in parte palesato al Bronzino quel mistero, quando in Venezia si incontrò di nuovo col compagno del Visconti, condusse il discorso in modo da toglierlo affatto da quel sospetto, che il Barbarigo avevagli severamente ingiunto tenesse il segreto di tutta quell'impigliata faccenda, fino a tanto che non gli avesse comandato di presentarsi al consiglio dei Dieci.

Il Fossano alle replicate istanze de' patrizii e delle gentildonne, che ancora volevano sentire la magia del suo canto e i soavi accordi del suo liuto, non potè in quella sera assolutamente mostrarsi cortese, come pure avrebbe voluto, che troppo era afflitto l'animo suo, e la mente aveva ingombra di troppo duri pensieri perchè la fantasia potesse somministrargli il modo d'intertenere quell'adunanza; con tanta insistenza poi era stato, più che pregato, importunato, che non bastando a trattenere entro di sè tutta l'amarezza che gli occupava il cuore, con parole alcun poco acerbe, che neppure non s'era accorto di dire, s'era rifiutato a fare il desiderio comune, con molta maraviglia di Candiano, il quale, non avendo mai veduta tanta ostinazione in lui, non sapeva che si pensare, e con grandissimo dispetto di tutti coloro che dopo averlo tanto pregato, s'erano trovati assai punti da quel duro rifiuto. L'Attilio Gritti, colto quel momento, alzò la sua voce in mezzo al bisbiglio universale, e non esitò a dire villania al Fossano, che gli rispose per le rime, onde quella naturale antipatia che era tra loro, si venne più e più esacerbando. Terminata per altro quella festa, se il Gritti e il Visconti non seppero dimenticarsi di lui, egli ben presto si dimenticò di loro, chè non poteva passare neppure un istante ch'ei non pensasse a Valenzia.

Quando, insieme all'ammiraglio si ridusse a palazzo, il suo aspetto, la sua faccia, tutto era così improntato di quell'amaritudine che dentro il martoriava, ed era così manifesto che un pensiero fisso lo teneva continuamente occupato, che il Candiano sospettò non ci fosse sotto qualche seria faccenda, e fu così forte il suo sospetto che tutta la gioia che lo aveva animato in quel giorno, disparve improvvisa, e lo lasciò più conturbato che mai.

Quando fu l'alba, il Fossano, a cui le ore della notte erano divenute eterne, uscì senza dir nulla a Candiano. Aveva saputo da lui che il Malumbra era tornato in Venezia, e che anzi avevagli riferito essere Valenzia in buonissima condizione; però essendosi intestato che colui non fosse quel che sembrava, e tremando all'idea che fosse mai uno sgherro e volendo sincerarsi, pensò darsi tanto attorno finchè s'incontrasse in quell'uomo.

Scorse quasi tutta la giornata, finalmente sull'ultim'ora passando, per caso, accanto al palazzo del doge, lo raffigurò a non molta distanza, gli si fece appresso colla velocità di una balestra, e a colui che si trovò colto all'improvviso, vide mutarsi il colore del volto. A quella vista, essendo il dubbio divenuto certezza, si sentì nel cuore un'acuta fitta quasi che la lama di uno stile lo avesse passato da parte a parte, e l'afferrò con una forza convulsa che non permise all'altro di svincolarsi, se ne avesse avuta la voglia. Qui, non guardando più che tanto alla moltitudine che si era affollata intorno, mise alle strette quel tristo, perchè gli svelasse ogni cosa; ma colui stava sodo, avendo assai più timore del consiglio dei Dieci che di lui, così che trasse il Fossano in sì gran furore, che gridò a tutta quella moltitudine che gli stava intorno:

«Guardatevi da costui, se mai vi avesse ingannato sino a questo punto, costui è uno sgherro; guardatevi.» E lo avrebbe anche passato con la daga, se un suo amico, che aveva seguito l'ambasceria di Milano, passato per di là e riconosciutolo, non gli avesse trattenuta la mano, e condottolo seco.

Il Malumbra sfuggito al pericolo guardossi intorno, e potè vedere sulle faccie di coloro che lo stavano osservando, quel misto di terrore e di odio che uom prova al cospetto di chi vive alla rovina degli altri, così che esso pure si tolse alla vista di tanta gente assai costernato.

La notte di quel dì medesimo, nella camera dei Dieci, si venne a parlare del fatto occorso al Malumbra, e come su lui pesassero i sospetti del popolo. Una voce si alzò, tra le altre a dire:

«Che cosa ci rimarrà ora a fare di costui?»

«A ciò provvederemo; ma è certo che costui non deve più servire l'eccelso consiglio.» Fu la risposta unanime.

Intanto si avvicinava il giorno che il gran consiglio avrebbe messa in esame la proposizione fatta dal senato, riguardo all'elezione dell'ammiraglio Candiano al dogato di Venezia. Essendo il gran consiglio composto, per tacere di molti altri magistrati, di quasi tutti i personaggi che costituivano il senato, quasi per una consuetudine tutto quanto era proposto colà, veniva approvato nella gran sala del consiglio; però tutta Venezia teneva oramai per cosa certa, d'avere fra pochi giorni a salutare doge il valoroso Candiano.

Il Barbarigo pensò che era giunto il momento opportuno, e senza più, stabilì di mettere in moto tutti i congegni che dovessero produrre l'ultimo risultato.

Il lettore si ricorderà che il consiglio dei Dieci aveva data a lui l'incombenza di chiarire quella strana accusa, trovata contro a Candiano: ma il Barbarigo alle loro inchieste aveva sempre risposto che di quell'accusa non era a far gran caso, e che non aveva scoperto nulla, tanto che il consiglio non ci aveva pensato altro.

Pensò inoltre a disporre le cose in maniera che i suoi colleghi non avessero ad accorgersi, aver lui per tanto tempo tenuto il segreto senza palesarlo. Ora, almanaccando un adatto modo, per non destar sospetti, attendeva la vigilia della straordinaria assemblea, che non tardò ad arrivare. In quegli ultimi giorni il Visconti e l'Attilio Gritti, rinfocando a vicenda ne' loro animi l'irragionevole odio che avevano contro il Fossano, ed avendo sentito da quell'astuto Bronzino, che egli era tornato a Venezia per tener dietro ad una donna della quale doveva fieramente essersi invaghito, come il Bronzino s'era indotto a credere, a passare la noia dell'atroce e scioperata lor vita, s'eran messi a tener dietro ad ogni passo del Fossano per potergli, all'occasione, recare alcuna ingiuria e peggio.

Adesso che sappiamo anche codesta circostanza, tralasciando di parlare di que' giorni che trascorsero ancora, senza che avvenisse alcuna cosa di qualche importanza, andiamo un tratto a ritrovare il Malumbra.