X
SPERANZA E DISPERAZIONE,
Il Malumbra, dopo l'incontro avuto coll'Alberigo Fossano, comprendendo assai bene d'esser venuto in odio all'universale, e che la società all'indifferenza aveva aggiunta anche l'offesa, anche egli sentì il bisogno di agguerrirsi più validamente per riuscire a star forte, solo com'era, incontro all'urto di tutti quanti; e presto l'anima gli si venne guastando di tal guisa, che se prima operava il male per un fine, per il guadagno, per la vita dei figli, allora avrebbe operato il male, come suol dirsi, per il male medesimo, per assaporare la vendetta, e l'esclusiva voluttà del martoriare gli altri; il veleno della sua trista natura più mortale che mai non fosse stato, si raddensò nel fondo dell'anima sua, press'a poco come interviene al crotalo, quando è provocato a guerra dagli avoltori e dai corvi. Ma sempre quel suo odio per gli uomini era misura della sua tenerezza pe' suoi figli, e di presente che, fuori dalle anguste pareti della sua casa, non gli era più concesso di trovare uno sguardo amico, senti a più doppi accresciuto l'amore per la sua famiglia; e quando, seduto a desco in mezzo a quelle sue creature tutte rigogliose e piene di salute, li contemplava con una compiacenza di un genere indefinibile, di sotto a que' pensieri, lenta gli usciva questa voce:—Alle vostre spese, io li mantengo, o uomini, che mi bestemmiate.—E tale idea era la sola che metteva qualche conforto nella sua esistenza guasta, diremo così, e putrefatta in ogni parte.
Ma qui finiva ogni sua gioia, e quella considerazione stessa ne portava seco mille altre, ma di un genere ben diverso; e pensando che egli appunto aveva dovuto far ciò che mai non avrebbe fatto, a sostentare la moglie e i figli, pei quali ci voleva pane e pane a rigore di termine, gli entrava tanta molestia addosso che lo traeva alla disperazione, e tanto più che di quando in quando gli veniva il sospetto non fosse mai per mancargli la liberalità della Republica; questo, per altro, era così amaro, così insopportabile, così rovinoso che la sua mente, rigettandolo come impossibile, sforzavasi in vece a fargli dar luogo a speranze di più largo compenso.
Una sera il Malumbra, dopo aver goduto alcun'ora meno infelice, in compagnia della moglie e dei figli, d'improvviso venne colto da questo sospetto: al solito provossi a scacciarlo; ma non gli riusciva, e non riuscivagli appunto perchè essendosi la mattina trovato col senator Barbarigo, aveva sentito da lui alcune parole che lo avevano messo sopra pensiero: considerando però che gli era stato ingiunto recarsi quella sera medesima al consiglio, la speranza che gli poteva venir data qualche nuova incombenza, mandò in dileguo il primo timore. Udito batter l'ora, in cui era solito recarsi a palazzo, si alzò e, ricevuti i saluti della moglie e dei figli, se ne uscì tosto di là.
Giunto in piazza San Marco, essendo l'ora che quasi tutta Venezia traevasi a passeggiare su quell'ampio spazzo, egli si fermò un momento a guardare. Passeggiavano, tra gli altri, e patrizi, e gentiluomini, e senatori, e dottori, e ricchi mercanti, tutta gente a cui il Malumbra soleva volgere assai spesso il suo occhio pieno d'invidia e di livore. Due patrizi gli passarono assai vicino, nel volto dei quali appariva, a chiarissimi segni, una beata vanità mista a molta alterigia. Ed egli potè notare che avvisatamente si erano scostati da lui; gli passarono appresso alcuni senatori, che in un corpo molto adiposo riassumevano le prove difficili a cui erasi messa la loro vita; lo avvicinarono alcuni mercanti ricchi sfondolati, dei quali non era muscolo che non dinotasse egoismo, apatia e peggio. Di tutti questi, coloro che lo conoscevano, saettandogli un'occhiata di traverso, procuravano cansarlo. Ed egli, mettendo il labbro sotto la stretta dei denti, s'accorgeva troppo bene in che conto era tenuto da tutti quanti, e per la stizza diceva tra sè e sè:
—Se la fortuna vi avesse lasciati mai sempre in balia di voi stessi, chi sa che trista canaglia sareste riusciti anche voi, che sulla faccia avete dipinta l'anima di fango! Ringraziate la vostra sorte, che se non vi avesse agguerriti di molt'oro, in benemerenza delle nude virtù che avete, forse a quest'ora, i piombi, i pozzi, i lacci, vi avrebbero detto quel che invero valete.—
Così quel tristo uomo sfogava l'interna ira sua, e a passi lenti, e pur guardando se alcuno lo notasse, si appressava all'adito segreto che metteva nel palazzo dov'erano i Dieci.
Entratovi, salite le scale, quando fu per introdursi nella sala vicina a quella dove i Dieci solevano deliberare, s'incontrò in due arsenalotti, il cui oficio era di condur le gondole della Serenissima Republica. Quantunque fosse a qualche distanza da loro, li udì tuttavia a parlare in questa maniera:
«Questa notte non ci resta a far lungo sonno, e d'ordine degli eccellentissimi a sei ore dovremo star pronti coi remi.»
«Sai tu dove dobbiamo andare?»
«Un tratto a Murano, al convento di Santa Brigida.»
«Che cosa ti diceva il procuratore?»
«Che il remo dovrà lavorare alla sorda, trattandosi di una bisogna straordinaria.»
«Sai tu che sia?»
«Precisamente no; ma ho potuto capire che si ha a condurre qui una donna.»
«Forse qualcuna di quelle buone suore!»
«Chi lo sa?»
Il Malumbra, quantunque in quel momento assai poco gli premesse di quelle parole, non avendo a cavarne alcun partito, pure le intese benissimo, e capì di che donna trattavasi. Diede così sopra pensiero un'occhiata a que' due arsenalotti, ed entrò nell'anticamera del consiglio dei Dieci.
Fermatosi un momento ad aspettare di venire introdotto innanzi ai Dieci, gli rallegrò la fantasia il pensare che in quella sera avrebbe ricevuto dell'oro in ricompensa di un'ultima sua delazione. Dopo molto aspettare finalmente venne chiamato.
Come fu alla presenza di quegli illustrissimi mascherati, sentì farsi molte interrogazioni a cui egli rispose ordinatamente. Dopo scorsero alcuni momenti di perfetto silenzio, ed egli, veduto che non gli si diceva altro, già s'era volto per ritrarsi.
«Aspetta,» gli disse allora una voce. Era la voce del senator Barbarigo, e fu pronunciata in modo che il Malumbra sperò gli venisse dato il prezzo dell'opera sua: dopo quella parola aspetta quei terribili personaggi continuarono a parlare per qualche tempo a sommessa voce tra loro.
Dopo che il Malumbra erasi smascherato in faccia a tutta Venezia, l'eccelso consiglio dei Dieci, veduto che di quell'uomo non era più a cavare alcun utile, ridotto com'era nella condizione di una vecchia caracca, che più non essendo atta a far vela in alto mare, la si spezza a cavarne tutt'al più schegge per ardere, in quell'istante statuiva appunto dargli licenza e rimandarlo per sempre.
Dopo qualche tempo infatti, gettata dalla mano del Barbarigo, cadde ai piedi del Malumbra una borsa che egli raccolse senza esitare, aspettando nuovi comandi.
Ma in vece dei nuovi comandi il Barbarigo soggiunse:
«Quelli che tu hai raccolto, sono gli ultimi danari che la Republica ti dà. Ella non vuol più valersi dell'opera tua: cercati un altro pane.»
Il Malumbra non disse parola….
Per quanto codest'uomo che abbiamo innanzi sia degno del più profondo disprezzo, e considerati i danni irreparabili che recò a tanti buoni, ne desti orrore e raccapriccio, pure sarebbe un dissimulare con noi medesimi, se si negasse che quest'uomo, come uomo, non possa destare alcun moto di compassione pensando alla sua condizione orribile. Ogni qualvolta che un cuore si spezza sotto i colpi di una sventura inaspettata, e lo spirito è disfatto da un'angoscia insopportabile, chiunque pur sia l'uomo, nel quale un simil fatto si verifica, avrà pur sempre diritto alla nostra pietà. Si dimentica in quel punto qualunque rapporto ch'ei possa avere con altri, la sua tristizia, i suoi delitti; tutto si dimentica, e non si vede che lui, creatura nuda ed infelice.
Il Malumbra non potè uscire da sè, un agente segreto di quel consiglio lo dovette condurre fuori. Disceso il Malumbra nel cortile, avanzatosi sulla piazza, respirato l'aria aperta, la mente fatta ottusa e buia a tutta prima, gli si rischiarò un tratto, s'accorse in quel momento della borsa che gli era stata gettata, e che egli, senza pure saperlo, aveva sempre tenuto stretta nella mano convulsa. Il pensiero che quelli erano gli ultimi danari, che dopo un mese di tempo o poco più, la miseria ancora avrebbe incalzato lui e la sua famiglia, che si sarebbe ancora trovato in quello stato per fuggire il quale non aveva sentito orrore dell'infame suo mestiere, che la fame avrebbe smagriti i corpi de' suoi figli, della cui floridezza cotanto si compiaceva, e in ultimo che alla miseria veniva compagno l'odio universale, lo fece venire in una terribile risoluzione.
Drizzò i propri passi, così furibondo com'era, alla riva del mare, sali su d'un sasso che sporgeva sull'acque, protese le braccia, guardò in giù, e…. s'arrestò tutt'a un tratto, rinculò, discese ratto, e si diede a fuggire come da un nemico che lo inseguisse. Arrivato sulla piazzetta di San Marco, forse per l'affanno insopportabile che gli coprì il cuore al tutto, cadde stramazzone sulle pietre, nè potè rialzarsi per allora.
Alla sua caduta alcuni accorrono; è riconosciuto.
«È il Malumbra,» si grida, «è qui che par morto.»
«Sia maledetta la mano che tenta rialzarlo!» dice uno.
«Se non è morto s'ammazzi,» grida un altro.
«No, nessuno lo tocchi, ch'egli è più contagioso della lebbra,» grida un terzo, e l'uno dopo l'altro tutti dileguarono, e il Malumbra fu lasciato là.
In questo frattempo Alberigo, che più non aveva potuto portar solo il doloroso suo segreto, erasi recato da un confidentissimo amico suo, che aveva stanza in Venezia come segretario dell'ambasceria del Conte di Virtù; a colui, richiedendolo di consiglio e d'aiuto, aveva narrati per intero i propri casi, e il pericolo in cui si trovava, e come non gli era mai bastato l'animo d'aprirsi coll'ammiraglio Candiano. Quel buon amico com'ebbe udita ogni cosa, fu tanta la maraviglia e lo spavento di che fu colpito, che in vece di trovar modo a confortare il povero Alberigo, gli fe' sentire com'era grave, più grave ancora di quello che egli medesimo potesse pensare, lo Stato in che si trovava.
«Va,» gli diceva, «corri tosto dall'ammiraglio, e narragli ogni cosa, che forse potrebbe trovare alcun provvedimento, e se tutto è perduto per la donna che tu dî, trovar modo di salvar te e lui, che guai se i Dieci vi raggiungono!»
«Credi tu dunque,» replicava il Fossano, «che la cosa sia così disperata?»
«Argomentando da quello che tu m'hai detto, è al tutto impossibile che qui non ci covi sotto qualche terribil cosa, e ti consiglio a far presto.»
Alberigo davasi a passeggiar per la camera, e,
«Tristo me,» andava dicendo, «a che dura condizione ho io mai trascinato costoro? Potessi almeno sapere dov'ella è di presente? Vederla, parlarle un momento, e poi avvenga pure quel che vorrà l'inesorabile sorte mia; ma parlarle un momento, e vederla.»
E allora si fermava cogli occhi vitrei e fissi come in un oggetto, e in tutti i muscoli del viso che gli guizzavano manifestamente, si dipingeva la lotta terribile de' suoi affetti. Ma l'amico non faceva che ripetere:
«Va a raccontar tutto all'ammiraglio, va e fa presto.»
Così che il Fossano dovette acconciarsi a ciò, e detto addio all'amico, e raccomandandogli il segreto, si tolse di là: deliberato di recarsi tosto dall'ammiraglio, uscito sulla piazzetta, e preso la diagonale per poi riuscire sulla gran piazza di San Marco, per caso venne ad inciampare nel corpo del Malumbra, che ancora era là disteso; ed egli toccando così all'oscuro, e sentito ch'era un uomo, quantunque avesse la mente e l'animo altrove, pure, come pietoso, pensò recargli alcun soccorso.
L'alzò adunque di peso, e per vedere chi fosse, lo venne strascinando presso una lampada che ardeva innanzi ad una statuetta di Nostra Donna. Quella scossa aveva fatto aprire gli occhi al Malumbra che già alcuni momenti prima s'era risentito, e nel momento che il Fossano, riconosciutolo, fu a un punto di lasciarlo cader stramazzone sulla nuda pietra, egli potè riconoscere il giovane che già movevasi per partire. Riconoscerlo e ritornare all'intera cognizione del proprio stato, e afferrargli il mantello a trattenerlo, fu un momento solo, e per quanto il Fossano procurasse sprigionarsi, pure la forza convulsa delle sue mani riuscì a fermarlo. Il Fossano d'altra parte colpito dalla pallidezza sepolcrale e dagli occhi stravolti del Malumbra, ristette un momento a guardarlo pensoso. Allora il Malumbra, con una voce che lentamente e come da un luogo fondo venivasi svolgendo,
«Aspettate,» gli disse, «aspettate.» E vedendo che Alberigo faceva tuttavia il potere per allontanarsi da lui,
«Valenzia,» disse, tanto per fermare più vivamente l'attenzione del giovane; «è da un mese che voi andate in cerca di lei, e sempre inutilmente; fermatevi dunque, ed io vi dirò tutto: da un'ora fa a questo punto si sono cambiate assai cose; fermatevi che ne avrete a benedire la vostra fortuna.»
Il Fossano, come il lettore può ben credere, non sapeva indursi a prestar fede alcuna al Malumbra, pure fosse la confusione della sua mente, fosse la disperata condizion sua che lo forzava a prendere qualunque partito, si fermò. Allora il Malumbra gli si fece più accosto, e presolo per un braccio con una pressione convulsa e quasi furibonda,
«La maledizione e i fulmini di Dio possano cadere una volta colà.» E ciò dicendo additava il palazzo ducale. «Iddio porti là dentro lo sterminio, e punisca gl'infami a cui è affidata questa sventurata Venezia e noi tutti; ma abbia pietà di voi, giovane sventurato, che per volere di que' tristi ho saputo strascinare in un'insidia d'inferno. Abbia pietà di me pure, e conceda che io possa prestarvi aiuto a salvare la donna vostra, che da due mesi io so dove se ne sta a piangere e a disperarsi.» E levata la mano destra trinciava l'aria come a dinotare un luogo lontano: «Là, nel convento di Santa Brigida a Murano,» soggiungeva indi a poi, «e in questa notte, Dio ci dia aiuto; da quel convento verrà condotta qui in una gondola, e passerà il Ponte dei Sospiri: se a voi: se a me non riesce trarla in salvo, non c'è più speranza, ella sarà condannata insieme a suo padre, e moriranno.»
Quest'ultima parola la pronunciò squassando il braccio ad Alberigo, che dal capo alle piante si sentì scorrere un brivido in quel punto, e tremò come per sensazione di freddo insopportabile. Passò così un momento di silenzio profondo in cui Alberigo, senza dir parola, guardava fisso il Malumbra, e questi guardava lui come in aspettazione di una risposta. In quella la campana di San Marco suonò sei ore, e l'oscillazione prolungata rimbombò nel ridato della piazzetta.
«Sono le sei,» disse allora il Malumbra, scuotendosi e traendo seco il
Fossano. «Non è tempo a perdere. Andiamo.»
Quantunque Alberigo non avesse ancora potuto vincere al tutto il timore d'un'altra insidia, tuttavia le parole del Malumbra, le sue imprecazioni contro i Dieci, e l'accento pieno di furore onde le aveva pronunciate, l'avvisarono che doveva essere avvenuto un cangiamento notabile nell'animo di colui, e senza pensare più in là, come l'uomo che più non teme pericolo di sorta, si lasciò condurre fino all'ultimo lembo della piazza di San Marco. Assicurata ad un piccol molo, aveva il Malumbra colà una sua gondola. L'additò ad Alberigo, dicendo:
«Con questa ci recheremo a Murano: se la fortuna ci vorrà giovare, a voi non resta che menar le mani, e farvi largo con la spada e il pugnale. In quanto a me, vedrete che non mi manca coraggio.»
Pronunciando queste parole, saltò il primo nella gondola, e Alberigo gli tenne dietro così stupido e attonito, che, per verità, non sapeva veramente quel che si facesse.
Nel momento che la gondola si allontanava dalla riva, tre persone che per qualche tempo erano state ferme in crocchio in un canto della piazza, s'inoltravano verso la riva: erano il Visconti e il Gritti accompagnati dal Bronzino, che esciti allora allora dal palazzo di un patrizio, attraversavano la piazza.
Dice il Visconti al Bronzino:
«Li hai tu veduti? È ben egli il Fossano, colui che saltò in questo momento nella gondola?»
«Non vi siete ingannato; e l'altro sapreste voi chi sia?»
«Poco m'importa di saperlo.»
«È un galantuomo che si diletta a suggere i segreti altrui per poi rigurgitarli dove gli par meglio; del resto non so che cosa abbia a fare con quel giovane cavaliere, e come tra loro ci possa essere tanto accordo in questo momento, mentre l'altro dì fu il Fossano stesso che in faccia a tutta Venezia lo tamburò per ispione.»
«Messer Gritti,» disse allora il Visconti, «tu m'hai detto un dì che questo giovinastro non ti va niente niente per la fantasia, e che a vendicarti anche dell'ammiraglio, che lo ha caro più che gli occhi suoi, aspettavi un'occasione di segnarlo per tutta la vita; se l'occasione non vien per sè, bisogna farla venire, amico caro, ed oggi io sarei tentato di fargli uno sfregio.»
«Egli è una creatura dell'atroce Galeazzo.»
«Ed è per ciò che mi prendo pensiero di questo giovane: offendendo lui, faccio offesa anche a quel ribaldo di mio cugino.»
«Quand'è così, andiamo, e il destin faccia che questa sia la mala notte per colui, e per l'ammiraglio che gli vuol bene.»
Così fermato, senz'altre parole, messisi in uno schifo, presero anch'essi il largo sulla laguna.
La gondola intanto ove trovavasi il Fossano, correva rapida sulla superficie assai calma delle acque, nelle quali riflettevasi un bellissimo cielo d'un azzurro tutto stellato; il Malumbra lavorava col remo con sì potente e infaticabil lena, che pareva fosse il navicello sospinto da dieci braccia, anzichè da un uomo solo. E il desiderio di mandare a vuoto i provvedimenti dell'eccelso consiglio che lo aveva ributtato come inutile stromento, accresceva a più doppi le sue forze, nè il pensare che il Fossano era stato la prima cagione della sua caduta, lo faceva rimanere dal recargli quel sì potente soccorso, che in que' primi istanti l'intensità dell'odio che sentiva pei membri del consiglio, escludevano al tutto ogni altra passione. In quanto ad Alberigo, trascorso quel primo momento d'attonitaggine e maraviglia, essendosi fatto capace che nel Malumbra era una volontà sincera di giovargli, e dopo quasi due mesi trascorsi in una spasmodica incertezza, avendo sentito da lui per la prima volta ove trovavasi la sua Valenzia, guardava di tratto in tratto la figura del Malumbra con un certo senso di gratitudine, che lo faceva pentito dell'ingiuria fattagli alcuni dì prima. Versando in questi pensieri, dopo un quarto d'ora, giunsero in veduta di Murano.
La più bella luna che mai potesse splendere, rischiarava il monastero di Santa Brigida di guisa che un occhio acuto avrebbe potuto veder l'ore alla torre della chiesa vicina. Era mezz'ora dopo mezzanotte, il Malumbra drizzò la prora ad un seno che si apriva entro terra, e qui, puntando il remo, si fermò; la quiete dell'ora non era interrotta che da quel suono intermittente che fa il mareggio dell'onda, dal soffiare ineguale del vento, e di quando in quando da qualche rumore indistinto che veniva da lontano. Il Malumbra, che teneva l'occhio sempre volto al monastero, non udendo cosa alcuna che potesse dare indizio di quanto si attendeva, nè udendo nulla che pur si agitasse su quella vasta superficie, dubitò forte non avesse mal comprese le parole degli arsenalotti, e si morse le labbra pensando d'aver troppo detto al giovane che gli stava presso, il quale, di ragione, doveva tutto ripromettersi in quel momento.
Il Fossano in fatti non sapendo che si pensare, e colto da un impeto d'impazienza,
«E così,» disse, «che stiamo aspettando qui?» E nulla potendo rispondere il Malumbra. «Oh! il mare,» soggiungeva, «ne potesse ingoiare ambidue in una volta, e farla finita. Oh! dî, tristo, che cosa aspettiamo qui?»
Appena ebbe il Fossano cessato di parlare, in quel silenzio spiccaron nette, a qualche distanza, alcune voci, e mentre ambidue tendevan meglio l'orecchio, dalla parte anteriore dell'isoletta usciva lesta lesta una gondola.
«È quella senz'altro,» disse il Malumbra allora, con voce repressa. «Se avete coraggio, è tempo di farlo vedere. Andiamo, che in quanto a me sarà la prima azione della quale mi potrò lodare nella mia vita vituperata. Così là dentro un solo ci fosse, uno almeno di que' tristi ipocriti, che il mare non sarebbe troppo fondo per lui, e lo manderei all'inferno con un colpo solo.»
Nel pronunciar queste parole si spinge in alto per raggiungere la barca che si allontanava dal monastero. Chi stava alla direzione di essa, non avendo un sospetto al mondo, eseguiti come aveva punto per punto gli ordini del consiglio dei Dieci, quantunque vedesse che la gondola moveva alla loro direzione, pure continuava placidamente il suo viaggio. Pervenuti a poca distanza il Fossano potè vedere che quattro uomini con mantel nero e rosso giubbone trovavansi in quella barca. Due se ne stavano in piedi senza far nulla, gli altri attendevano al remo.
Dice al Malumbra:
«Sono essi?»
«Sì, facciam presto, assaliamoli a man salva, prima che s'accorgano di nulla.»
«Coraggio dunque.»
«Badate che la donna sarà sotto il felze.»
«Bene.»
«Ora attento, che con una remata me li porto appresso di slancio: fuori la spada.»
La prora della gondola del Malumbra urtò allora con molta forza nel fianco della barca della Republica: gli arsenalotti, i quali non si aspettavano quell'incontro, e credendo non fosse altrimenti che una remata data in falso, si volsero alzando la voce, si volsero in quella che il Fossano, colla spada in alto saltò nella loro barca gettando in mare con un potente punzone il primo che gli si parò innanzi, mentre il Malumbra percosso un altro con un remo in sul capo, lo stordì al punto da farlo cadere esso pure nel mare. L'assalto fu tanto improvviso, che i due che rimasero in piedi, non poterono per nulla opporsi al Fossano, il quale si cacciò con sì gran furia sotto il felze, che la Valenzia, (era proprio essa, nè avevano colto in fallo,) già intimorita com'era, mandò un grido acutissimo.
«Son io, Valenzia,» disse allora il Fossano, e senza più altro strettala fra le braccia, se ne usciva fuori colla spada in alto.
Tutto questo avvenne in men che non si dice, tanto che al Malumbra era rimasto il tempo di difendersi contro i due. Quando vide uscire il Fossano col corpo della donna fra le braccia, fe' girare a tondo la gondola, gridando:
«Fate presto, saltate qui.»
Ma gli si oppose col pugnale chi vegliava la barca. Il momento era terribile, che la Valenzia, svenuta alla vista del Fossano, gli pesava fra le braccia come morta, pure tutta la sua virtù raccolse in quel punto, e si venne aiutando così bene, che, riuscito a metter sotto chi gli si opponeva, saltò nella sua gondola a canto al Malumbra, il quale, senza pensare ad altro, si volse a rapidissima fuga.
I due arsenalotti che stavano nella barca, non si rimasero però, e arraffati i remi con una velocità straordinaria si diedero ad inseguirli.
«Mettete giù la donna,» diceva intanto il Malumbra con voce affannata al Fossano, «e prendete il remo voi pure: su presto, che quei tristi impiccati ci stanno alle coste. Va bene così.»
Ed erano così potenti i loro colpi, che anche per la gondola che li portava assai più leggiera della barca della Republica, venne lor fatto di allontanarsi per gran tratto dagli arsenalotti che tuttavia li seguitarono con una lena infaticabile. Durò quella gara un quarto d'ora buonamente, e gli uomini della Republica s'erano accostati di tanto che gli inseguiti temettero il peggio.
«Aspettate,» disse allora il Fossano, «fermiamoci di botto, e lasciamo che la barca ci passi accanto, Appoggerò intanto ad un di loro, che non se l'aspetta, tal colpo in sul capo che lo getterò in mare come l'altro.»
Così fece e l'intento gli riuscì con tanta fortuna, che la barca della Republica dovette fermarsi, ed essi poterono darsi ancora a rapidissima fuga.
L'arsenalotto, rimasto solo a quel modo, soprastette in forse di quel che si dovesse fare…. ma, per caso, in quel momento, gli venne veduta, a non molta distanza, una gondola che si moveva quetamente sul mare. Gridò al soccorso con quanta voce potè metter fuori, e per avventura essendo stato udito, presto la gondola gli si accostò.
Il Visconti e il Gritti, messisi in mare col fine di tener dietro al Fossano, ed a vedere dove s'avviasse di quell'ora, accompagnatolo a molta distanza, l'avevan perduto di vista, e già si ritornavano pensando di non farne altro, quando furono chiamati dall'arsenalotto; questi raccontò loro il tutto in breve e con parole che manifestarono assai bene a que' due ribaldi, che nella gondola fuggitiva si trovava appunto il Fossano col Malumbra.
«Vieni dunque con noi,» dissero all'arsenalotto, «e, sol che ci venga fatto rintracciare la gondola, riavremo quel che tu hai perduto.»
A molta distanza si vedeva spiccar nettamente come un punto nero sul mare assai ben rischiarato in quella notte dagli splendori lunari: grida l'arsenalotto:
«Guardate… è là… ma è troppo lontana.»
«Non abbastanza,» gridò l'Attilio, con una compiacenza infernale; «su, presto, cinque remi fanno assai più che due, e penso che a quest'ora dovran essere ben stracchi. Anche voi, Visconti, ecco il vostro remo.»
Così fu fatto, e quelle dieci braccia diedero una spinta sì veloce ai navicelli, che in poco tempo poterono distinguere assai bene la gondola del Malumbra che già volgevasi a riva….
La Valenzia s'era riavuta, e il Fossano non potè dominarsi così che non lasciasse cadere il remo, ad abbracciarla, a guardarla, a parlarle. Oh! quella consolazione inaspettata, immensa, suprema, avesse tanto agitate e scosse quelle due anime lassate da sì lunga angoscia, da farne durare l'oscillazione eternamente!… Ma il suono delle loro parole venne coperto da due voci terribili che li fecero gelare ambedue, e da un colpo di remo che cadde colla rovina di uno spadone a due mani, a fracassare il fianco della gondola. In quella la mano del Gritti aveva già afferrato il Fossano pel lembo della sua cappa, e il Visconti stese la sua sulla Valenzia, la quale, attaccata tenacemente al Fossano, non si potè dividere da lui, senza lo sforzo unito di più braccia. Il Fossano riconosciuto il Visconti e il Gritti, e accortosi d'essere assalito da cinque uomini, si tenne perduto: pure con un coraggio che solo può aggiungere la disperazione, si dispose a far testa a quegli assalitori: ma sendo la lotta troppo ineguale, nel momento che spossato dall'eccessiva stanchezza, rallentò la tensione del braccio con cui teneva stretta Valenzia, questa gli fu di un tratto strappata d'appresso, e portata di peso nella barca della Republica. Il Fossano allora mandò un grido di una tal natura, che fe' a tutti, anche al Gritti ed al Visconti, rizzare i capegli d'orrore in sulla fronte, e cadde di piombo sul fondo della gondola, come se qualcuno gli avesse in quel momento cacciata una daga in cuore, e fu nel punto medesimo che il Malumbra, avendo tentato un partito disperato, ebbe un colpo di remo sulla testa che lo fece ricadere esso pure a battere la testa sulla sponda della gondola, e, lasciatisi uscir di mano i due remi che caddero in mare e tosto furon tratti seco dall'onde, colà giacque come morto.
Gli assalitori, veduto che non era altro a fare, pensarono partirsi. La Valenzia che in quel trambusto non era stata raffigurata dai due ribaldi, fu messa sotto il felze, indi con quattro colpi di remo fatta muover la barca, si allontanarono di conserva. Il rumore dell'acqua, lo stridere dei fianchi delle barche, le grida lamentevoli e intermittenti di Valenzia, continuarono a farsi sentire per qualche tempo; ma come furono a una certa distanza, non s'udì più nulla, e in quel tratto di mare tornò a stendersi un profondo silenzio.
La gondola intanto ove trovavasi il Fossano e il Malumbra movevasi così in balia delle acque, e passò molto tempo prima che i due facessero un sol movimento. Il Malumbra si giaceva sul fondo, e il Fossano tenendo disperatamente gli occhi rivolti al cielo, se ne stava ginocchioni verso prora come trasognato.
L'espressione del suo volto e di tutta la sua persona in quel momento, la natura de' pensieri che gli cozzarono in mente allora, non sono cose che si possono descrivere, bisogna sentirle, bisogna immaginarle e nulla più.
Passato così qualche po' di tempo, il Malumbra cominciò a riaversi da quella potente percossa, e si veniva alzando sui gomiti rendendo immagine di chi si desta da un sonno profondo, e guardava attonito gli oggetti che gli stavano intorno, se non che il suo occhio cadde sul Fossano, e vi si fissò con una terribile immobilità, nè c'era verso che ne lo volesse rimovere un istante, e ciò che è stranissimo a credersi, quasi per virtù d'incanto, anche Alberigo attratto irresistibilmente da quella pupilla luccicante e immobile, cominciò a fissarvisi anch'esso, nè a lui pare era concesso di poternela sviare un momento. La luna intanto, placida e indifferente come il mondo che segue in suo viaggio, rischiarava quelle due pallide figure. Lo schifo si moveva così in balia dell'onda, e girava e rigirava intorno a sè senza che si allontanasse d'un punto da quel posto: non era un suono che dinotasse resistenza di un essere animato, soltanto udivasi un indistinto mugolío, e a qualche distanza come un monotono gorgheggio che accompagnato dal sordo mormorare dell'onde, rendeva un'armonia così tetra che mai la maggiore, ed era il chiurlo che dalla cima di uno scoglio rompeva i silenzi della notte colle sue triste cadenze; ma quelle due figure, le cui facoltà erano rimaste quasi sospese per qualche tempo, rinacquero a poco a poco, finchè, come la primissima favilla di luce che spriccia dal sole eclissato, scorso appena il momento dell'oscurità totale, le saettò improvviso il sentimento della loro sventura, e inabissò quell'anime in un dolore profondo, intenso, insopportabile, quale idea non sa comprendere.
E il trovarsi in quel momento essi soli in mezzo a tanto silenzio al cospetto l'uno dell'altro, mentre la loro condizione e i vicendevoli rapporti, e gli eventi avrebbero dovuto tenerli eternamente discosti, suscitò ne' loro animi tale un sentimento che li comprese di spavento e d'orrore. Ambedue erano in quello stato estremo di miseria e l'uno per colpa dell'altro a vicenda. Un odio implacato, un'ira di disperazione, un sentimento unico del quale non possiamo farcene idea noi che non fummo nei loro panni, li teneva disgiunti l'uno dall'altro, li respingeva con una spaventevole prepotenza; eppure a quell'odio, a quell'ira, a quel non so che così terribile e senza nome, si mesceva un tal senso di gratitudine per una parte, di compassione dall'altra, abbastanza forte perchè in tanta irosa disperazione non si gettassero l'uno su l'altro a sfracellarsi a vicenda. Il Fossano aveva perduta la donna sua per la tristizia del Malumbra; ma per opera di costui l'avrebbe pure ricuperata, se i destini fossero stati più secondi. E Venezia non avrebbe saputo chi era il Malumbra, nè i Dieci l'avrebbero così duramente licenziato, se il Fossano non l'avesse smascherato in faccia a tutti; ma egli pure l'aveva tratto nell'infernale insidia, e di presente il giovane era così infelice per lui, e per lui unicamente. Tutte queste idee in confuso miste alle più tormentose, alle più desolanti, rombavano nella mente attonita di quei miserabili; ambedue versavano allora in una di quelle lutte orribili dell'anima che bastano a depennare molt'anni dalla vita di un uomo. a fiaccare, a spezzare una esistenza di un colpo solo.
Alla fine il Fossano uscì gridando in alcune disperate parole che non avevan senso in sè stesse; ma che sole potevano esprimere la natura del suo dolore, poi chiamò iteratamente la Valenzia per nome, e le ultime sillabe di quella parola venivano ripercosse a molta distanza dalle mura del monastero, talchè pareva che quella sventurata gemesse una risposta abbandonata in quelle triste solitudini. Quando tutt'a un tratto, il Fossano, troncando quei lamenti, si voltò improvviso, come scagliandosi sul Malumbra,
«Per te,» gridando, «per te, o mostro, io soffro queste pene d'inferno. Ora va; tu mi metti orrore.» E afferravalo pel mantello quasi a gettarlo in mare.
Il Malumbra si riscosse a quell'atto; fino a quel punto egli era stato concentrato in un solo pensiero, nulla aveva udito dei lamenti, delle grida, delle imprecazioni d'Alberigo. Aveva pensato alla sua moglie, ai figli, alla miseria irreparabile che loro stava sopra, ai Dieci, a Venezia, a colui che era stato la cagione del suo danno.
La figura dell'Alberigo che aveva innanzi, allora gli si fece più orribile che mai. L'odio che un momento prima gli aveva fatto bestemmiare i Dieci, non pensando alla causa per cui l'avessero scacciato, gli si raddensò in cuore mutandone l'oggetto, e uno scoppio violento di sdegno lo sconvolse, lo tramestò in quel momento istesso che il Fossano gli si scagliava contro.
«E tu,» disse, «tu sei un mostro. Piangi, grida e ti dispera, che l'angoscia tua non è la millesima parte di quella io vorrei che tu provassi. Ma i lamenti e le lagrime de' miei figli innocenti, che per te patiranno inedia e fame, ricadranno sul capo tuo, e tu vivrai, te lo predico, disperato per sempre.»
A questo scongiuro così intempestivamente proferito, il Fossano, esaltato da un pazzo furore, colla mano convulsa e aggranchita, impugnata la daga che aveva accanto, Dio gli perdoni il delitto, diede un colpo potente al Malumbra, che cadde arrovesciato. All'ira, al colpo, alla caduta, al lamento che mandò colui fu presto il pentimento nel buono Alberigo, e,
«Oh Dio!» disse, «che ho io fatto?» E cacciandosi le mani fra i capegli, tacque inorridito, e tutto ritornò in silenzio.
Un gruppo di nuvole, che un momento prima aveva coperta quella scena orribile, lasciò liberi i raggi della luna, che dardeggiarono sul corpo insanguinato del Malumbra, il quale, caduto colla testa sul fondo della barca, nè avendo forza di alzarsi, per un pezzo continuò a mandare singhiozzi gemebondi, poi tra l'uno e l'altro singhiozzo alcune parole tronche, smozzicate che non venivano a dare alcun senso. Ma come la vita fu alle ultime strette, ed egli tentò quegli sforzi, coi quali chi è all'estremo termine sembra che voglia divincolarsi dalla morte, saltatogli un forte delirio usci in alcune parole d'imprecazione e di bestemmia, che veniva emettendo interrottamente, e quando i singhiozzi e l'affanno gli lasciavano per un momento libera la voce:
«Io? perchè io?… perchè con me…. non tutti? Del male…. sì…. ne ho fatto…. l'hanno voluto però…. Sei mesi d'inedia, tre giorni di fame…. fame…. e colui si morde le mani per una donna perduta!»
E qui taceva e s'andava contorcendo, e faceva mille atti che non si poteva comprendere cosa volesse indicare, poi ripigliava con più di furore e delirio:
«La bocca del leone…. Oh! maledetta la sorte mia! Dico…. Nessuna pietà di me…. colui che mi scacciò…. ho accusato quel mostro…. il primo danaro…. ahi!… Cristo!… Maledetti i danari…. Ed io…. ahimè!» e replicatamente nominava i figli: «Piero, Margherita, Anselmo…. e non avran più pane fra poco…. e voi…. voi…. maledetto…. maledetto per sempre!»
E così continuò per un pezzo sino a che la vita lo abbandonò.
Il Fossano, finchè la facoltà del suo spirito rimasero così percosse, così ammortite, da non lasciargli comprendere dove si fosse, stette immobile nella gondola; ma poi, come si riebbe dalla sua stupida maraviglia, non potendo sopportare il ribrezzo di stare così vicino ad un corpo morto, tastò colle mani sul fondo della gondola per vedere se gli venisse mai fatto di trovare un remo. Tornatagli inutile questa ricerca, alla fine gli venne in mente di gettarsi a nuoto, e senza più mise in atto quel disperato suo disegno.
XI
RICONOSCIMENTO
Intanto che avvenivano queste cose, la barca della Republica s'affrettava verso la riva. Attilio ed il Visconti avevano adagiata la Valenzia su alcuni cuscini sotto il felze, quando era caduta priva di sensi: per l'affanno assiduo di più d'un anno e, in quegli ultimi giorni, per le ansie, gli spaventi e le angustie d'ogni sorta, avendo peggiorato a furia, la Valenzia s'era venuta assai mutando nelle sembianze, e il Visconti non aveva saputo riconoscerla. Bensì per que' resti di somiglianza, che a chi la guardasse a lungo, si venivano svolgendo anche sotto la sepolcrale pallidezza, il Visconti non sapeva un momento toglierle di dosso lo sguardo, gli pareva e non gli pareva, e preso il lampione ch'era appeso sotto il felze, lo accostò al volto della giovane per osservar meglio, e,
«Per verità,» proruppe, «che costei somiglia a Valenzia!»
«Ed è Valenzia di fatto,» gli diceva il Bronzino, che in quell'istante era entrato sotto il felze. «Voi non avete mai voluto credere alle mie parole, che costei non era già morta.»
«Oh! adesso comincio a credere;» ed alzava i capelli d'in sulla fronte della giovane.
«La notte che doveva essere trasportata nelle tombe di San Cristoforo della Pace, ebbe in vece l'anello da quell'Alberigo Fossano che testè abbiamo lasciato in mezzo alla laguna. Vi deste a credere ch'io v'avessi voluto vendere vesciche e menzogne; ma ora sarete ben capace del vero.»
«Dunque questa ipocrita Republica, che ora mi annoia con tante cortesie, volle farsi giuoco di me, e mi raggirò con indegnissimo inganno.» Qui il Visconti chiamava il Gritti che se ne stava fuori a prender l'aria della notte.
«Conosci tu questa donna?» gli disse il Visconti come se lo vide presso.
Il Gritti gettava gli occhi su Valenzia che già cominciava a risentirsi, e guardatala ben bene,
«Per san Marco,» disse, «che costei non mi riesce nuova alla vista…. ma pure io non so chi sia.»
In quel momento la Valenzia apriva gli occhi, e quella soave guardatura che tanto le era caratteristica, rischiarò nella memoria del Gritti le bellissime sembianze che una volta aveva cotanto fermati anche gli sguardi di lui, e se avesse saputo che Valenzia non era altrimenti morta, non avrebbe tardato un istante a dire:—Costei è la figlia di Candiano;—ma in vece, tornato a riguardare la sventurata, e dopo essersi affannato un pezzo a raccogliere delle sparse ricordanze,
«Costei,» tornò a ripetere, «non mi riesce nuova alla vista; ma pure non so chi sia.»
«Guardala meglio,» ripeteva il Visconti, «guardala meglio, e vedrai ch'ella è la figlia di Candiano.»
Il Gritti, a quelle inaspettate parole, fece un movimento che non si può descrivere, e tornò a guardare Valenzia, e allora gli parve di fatto che in quanto a somiglianza non ne scattasse un filo; ma soprastato un pezzo, e alla fine scrollato il capo:
«Sei pazzo, amico, il tempo de' miracoli è passato.» E faceva per uscire.
«Ti dico ch'ella è Valenzia, figlia dell'ammiraglio Candiano,» tornava a ripetere il Visconti, fermando il Gritti pel lembo della sopraveste. «Costui ti farà capace,» soggiunse additando il Bronzino, «solo mi pesa che la Republica abbia voluto prendersi un tristo giuoco di me; ma per l'anima del terribile padre mio, ne prenderò vendetta.»
In questo mentre, tornando a poco a poco il senso a Valenzia, la prima memoria che la percosse fu quella del Fossano…. del padre…. e le tronche ed interrotte parole che pronunciò così tra labbro e labbro, furono tali che poterono assicurare tanto il Visconti quanto il Gritti ch'essa era la vera figlia di Candiano.
Allora Attilio, associando insieme tante idee e tanti fatti sparsi, e ricordandosi di alcune misteriose parole che spesso il Barbarigo gli aveva dette sul conto di Candiano, le balzò in mente un'idea, e in parte potè congetturare com'era veramente il fatto. Una sola cosa non riusciva a comprendere, ed era l'elezione dell'ammiraglio al dogato, mentre il consiglio de' Dieci, dal momento che Valenzia veniva condotta in una barca della Republica, doveva pur sapere ogni cosa punto per punto; ma le parole misteriose del Barbarigo, che non aveva mai potuto comprendere, non avendo neppure un dato per rintracciarne il valore, ora che quel dato più non le mancava, le tornavano chiarissime alla memoria, e conobbe per intero la trama, e d'una gioia insolita senti tutto accendersi il sangue:
«E ci sei colto,» proruppe quasi gridando, «ci sei colto, o tristo; addio scettro, addio corno ducale, addio tutto.»
Il Visconti e il Bronzino si volsero a guardare maravigliati il Gritti, non comprendendo per niente il senso delle sue parole. Ma il tristo li seppe far capaci di tutto, e voltosi poi al Visconti:
«Io non comprendo perchè tu abbia a lagnarti della Republica, che ti è larga di tanti favori, e a credere opera sua un inganno che ella…. come potrai vedere, punirà con tutto il rigore. Non è già la Republica, ma l'ammiraglio Candiano che ha voluto farsi giuoco di te…. e il Candiano sconterà la pena della legge.»
Valenzia erasi oramai risentita abbastanza per comprendere quel che si diceva…. e sentito il nome del padre…. e la minaccia di una pena, si rizzò così sulle ginocchia, e si volse al Visconti e al Gritti in atto di supplicarli; ma la tinta assai truce di que' volti, le arrestò la parola sulle labbra, e guardato meglio il Visconti, e riconosciutolo, mandò un altro grido e ancora ricadde sul fondo della barca.
Questa intanto era giunta a poca distanza della riva, e l'arsenalotto s'affrettava coi remi a rimediare al molto tempo perduto.
Gli dice il Gritti:
«Dove hai da condurre costei?»
«Nella sala dei Dieci, messere.»
«Dove sei andato a prenderla?»
«Al convento di Santa Brigida.»
«Gli era un pezzo che costei trovavasi in quel luogo?»
«Di tutto questo non so nulla, messere, perchè il capo arsenalotto, che ci conduceva e aveva l'ordine scritto, ebbe un maledetto colpo di remo sul capo da quel tristo spione, che ho conosciuto benissimo, e cadde riverso nel mare.»
A queste parole che il Visconti potè sentire, comprese che Valenzia versava in gravissimo pericolo, e che sarebbe stata punita dell'avere, d'accordo col padre e col Fossano Alberigo, ingannato la Republica, e quantunque la pietà non fosse in vero delle sue doti la principale, se pure ne aveva ombra, tuttavia essendogli già piaciuto fieramente quel volto, troppo gli rincresceva che di presente gli sfuggisse ancora quella, che per un caso stranissimo eragli capitata fra le mani. D'altra parte gli restava ancora un mezzo a vendicarsi del Fossano, che tanto aveva in uggia, e di lei che così manifestamente aveva mostrato avere in odio il nome Visconti…. però voltosi al Gritti,
«E così,» gli domandò, «che provvedimenti prenderà per costei l'eccelso consiglio dei Dieci?»
L'Attilio si strinse nelle spalle, e rispose:
«Gravissimi provvedimenti; se la cosa è, com'io credo che sia, ella, in uno al padre suo, è rea d'aver tradita la patria.»
«La cosa è ben altro che da celia.»
«È da patibolo, caro mio, e non si vorrà andar per le lunghe, e tu sarai vendicato appieno.»
«In quanto a me,» rispose il Visconti, «non me ne importerebbe gran fatto…. e quando trattossi di vendette, mi è sempre piaciuto farle io medesimo.»
«E così?»
«E così trovomi pentito assai d'aver dato aiuto a queste cappe rosse….» e additava l'arsenalotto.
«Cosa avreste voluto fare?»
«Quello che farò ora.» E preso l'arsenalotto per la cappa, «Ferma,» gli disse, «e torna indietro.»
Il Gritti, non volendo credere a sè stesso, lo guardava maravigliato, poi disse:
«Sei tu pazzo?»
«Sta di buon animo ch'io son ora benissimo in cervello più che altri.»
«Dunque?»
«Dunque mi penso di non voler gettar questa grazia di Dio a quelle bocche ingorde dei signori Dieci, e giacchè si vuol vendicare un'ingiuria che io ho ricevuta, io ne li ringrazio di cuore, e a quel che sarà da fare ci penserò io stesso, e molto meglio di loro.» E con voce aspra molto, «Arsenalotto,» disse, «ti ho detto di tornare indietro. Obbedisci, o fa conto d'ire un tratto sott'acqua a trovare il compagno.»
Allora il Gritti preso da un impeto d'ira, e non avendo riguardo al
Visconti,
«Va innanzi,» disse all'arsenalotto, «e fa il tuo debito.»
Ma quelle dispettose parole non le volle trangugiare il Visconti, e cavatosi la daghetta che aveva accanto e fattala balenare all'occhio dell'arsenalotto,
«Con questo,» gli gridò furibondo, «io ti scucirò la cappa e la pelle, se non dai retta a quel che voglio io.»
Il malcapitato arsenalotto guardava ora il Gritti ora il Visconti, in dubbio di quel che si dovesse fare.
«Se i signori Dieci,» continuava il Visconti parlando all'arsenalotto, «ti domandassero, come ti domanderanno certamente, quel che sia avvenuto di codesta donna, in prima racconterai l'incontro avuto con quei due ribaldi, poi dì pure che capitò in mie mani; e giacchè un'altra volta mi si condusse di camera in sala per poi lasciarmi colle mani vuote, ora ho pensato di tenerla in custodia io costei, infin che l'eccelso consiglio abbia fatto i suoi provvedimenti. Dunque m'hai compreso, ed è inutile al tutto che tu vada spiando i pensieri di questo amico mio,» e additava il Gritti, «il quale se mai si pensasse di avere a far star me, sarebbe indizio che quel poco senno che aveva, è uscito intero del suo cervello.»
Il Gritti in questo frattempo pensò molto bene a' fatti suoi, ricapitolò in quell'istante tutto ciò che aveva riguardo a lui ed al Candiano, del quale voleva vendicarsi in qualche modo terribile. Considerò che a buoni conti l'eccelso consiglio avrebbe cominciato a punire il vecchio…. qui una gioia diabolica gli scintillò tra ciglio e ciglio… e pensò di che affanno, di che disperazione sarebbe stato cagione al vecchio Candiano il sapere che la sua Valenzia era caduta nell'artiglio del Visconti.
Considerate ben bene tutte queste cose, e giacchè vedeva che non era quello il momento opportuno di venire alle mani col Visconti, il quale, se per caso fosse rimasto ucciso, l'eccelso consiglio avrebbe punito lui d'aver tanto osato contro un ospite, ch'essa manifestamente proteggeva, fece ogni sforzo a mandare indietro quell'impeto di sdegno che già lo aveva tramestato, e cambiando modi e sforzandosi a ridere,
«Fa egli bisogno di scalmanarsi tanto?» prese a dire. «Doveva io sapere che costei vi dovesse tanto stare in sul cuore? Adesso che lo so, è ben altra faccenda, e me ne lavo le mani. Sappiate per altro, amico mio, che tanto io che questo bravo uomo, getteremo la broda addosso a voi, che coll'eccelso consiglio non si scherza, e non ha un riguardo al mondo nè al patrizio, nè al plebeo.»
«Bene, benissimo, e direte ai signori Dieci che colei che già m'apparteneva per diritto, ora la tengo per forza.»
A qualche distanza passava in quella un gondoliere, il Gritti mandò un fischio.
«Attilio, che fai?» gli chiese il Visconti.
«Chiamo quel gondoliere perchè m'abbia a condurre dove mi parrà meglio. Io non debbo saper nulla nè di te, nè di quest'uomo. Patteggiate fra voi due, io me ne lavo le mani;» e replicava il fischio. La gondola s'accosta, e il Gritti dice al gondoliere:
«Non hai da servire altri per questa notte?»
«Messere, comandate ch'io sono a vostri ordini,»
«Bene, ti accosta….» E senza volgere un saluto al Visconti, nè una parola all'arsenalotto, saltò nella gondola e si allontanò con quella.
Accosto alla barca della Republica veniva la gondola del Visconti dove trovavasi il Bronzino e un altro uomo.
L'arsenalotto intanto stava pensando se gli convenisse far resistenza, o dar le mani vinte. Sapeva che quel Visconti era protetto dalla Republica vedeva che volendo opporsi non avrebbe potuto a lungo gioco resistere contro tre, essendo solo, e quel fante della Republica si trovò in così terribil bivio che avrebbe voluto piuttosto trovarsi sott'acqua insieme a' suoi due compagni che in quella situazione. Però non ebbe l'ardimento di opporsi al Visconti, il quale, alzata di peso Valenzia, che era ancor tramortita, la trasportò nella propria gondola, dove saltò esso pure, e detto all'arsenalotto che lo guardava perplesso: raccontasse pure ciò che voleva meglio all'eccelso consiglio, fece dare ne' remi e s'allontanò.
Quando furono a qualche distanza,
«Messere,» entrò a dire il Bronzino, «io non ci vedo ben chiaro in questa vostra pensata, e credo che voler cozzare colla Republica, sia per essere il più dannato mestiere di questo mondo.»
«Tu non sai nulla, costei doveva essere già mia.»
«Doveva, questo lo capisco; ma il fatto mi dice che adesso è donna d'altri, e vedrete che tempesta di guai ci coglierà presto.»
«Nasca pure ciò che saprà nascere, credo che a questo mondo io non abbia più nulla a perdere, così penso di non rifiutare quel poco di bene che la sorte mi getta innanzi. D'altra parte, come avrai sentito, egli era per vendicar me che fu fatta la cattura di questa poveretta; però la Republica non si sdegnerà poi tanto come tu dî.»
Il Bronzino stringevasi nelle spalle, e non aggiungeva altro; poco dopo la gondola, attraversato il canale della Zucca, si fermò a' piedi di un palazzetto. Per l'ora assai tarda non udivasi più batter remo sulla superficie di quelle acque, nè una voce, nè un canto. Quando la gondola urtò contro lo scaglione, si udì Valenzia a mandare un gemito.
«Pare che si risenta,» disse il Visconti.
«Sarebbe ben tempo, io la credevo già morta questa poveretta. Dal momento che la togliemmo di mano a quel suo Fossano svenne e si risentì più di quattro volte.»
«Dammi or mano a trasportarla in camera.» E il Visconti da capo e il Bronzino dei piedi, l'alzarono di peso, e la trasportarono nelle stanze interne,
«Recati un tratto verso la piazza di San Marco,» così stando dentro diceva il Visconti al Bronzino; «e appena che avrai potuto raccapezzar qualche cosa, che qualche cosa succederà di certo, fa di venir subito a darmene notizia.»
«Bene, bene….» E crollando il capo il Bronzino saltò ancora nella gondola, e vogò verso San Marco.
Il senator Barbarigo, che di tutta l'insidia che aveva tesa al suo antagonista e alla povera sua figlia, non aveva ancora palesato nulla a' colleghi, se ne stava intanto nella gran sala del consiglio a ripassare alcune carte impazientissimo, ed aspettando che la Valenzia Candiano venisse condotta alla sua presenza. Ma quando gli parve che fosse oltrepassata l'ora in cui gli arsenalotti avrebbero dovuto esser già di ritorno, fa preso da tale e tanta inquietezza che non potè più star seduto. Nella sala passeggiò per qualche tempo, poi uscì nelle anticamere del consiglio, e non sentendo alcuna pedata nè altro, dopo essersi anche colà indugiato assai tempo. alla fine più non gli bastando la pazienza, discese la scala del Gigante, e uscì fuori sulla piazza. S'accostò alla riva, si sforzò a render più acuta la facoltà visiva, e potè distinguere finalmente a qualche distanza una gondola; ma in ragione che veniva essa accostandosi, egli perdeva ogni speranza, ed alla fine potè accertarsi che non era altrimenti la barca della Republica. Quando la gondola fu all'approdo, vide uscirne un uomo e guardò: era Attilio Gritti. Il Barbarigo gli si accostò, non per altro, che per intertenersi un momento con lui a fuggir tempo, e lo chiamò per nome.
«Voi qui?» gli disse il Gritti assai maravigliato, e soprastava perplesso, e avrebbegli pur voluto dir tutto. Ma stando fermi ambidue, l'uno potè vedere nell'aspetto dell'altro manifesti indizi d'imbarazzo e di sollecitudine. Però prese a dire il Barbarigo pel primo:
«E donde vieni?» gli domandò.
Attilio stette ancora un momento senza rispondere, poi s'accostò al senatore, e con voce assai bassa,
«Voi,» disse, «state qui aspettando alcuno che vi deve premere assai.»
«Io?» rispose il senatore aguzzando gli occhi sul Gritti….e stava per aggiunger qualche cosa… ma si trattenne, e dando la svolta al discorso: «Stanotte ho la sopraveglianza in palazzo, sono uscito così un momento a respirare un po' d'aria libera.»
«Ma….» tornò il Gritti a riappiccare il discorso…. «voi state aspettando adesso chi non verrà così presto. Gli arsenalotti furono assaliti.»
Il senator Barbarigo diede due passi indietro a quelle parole, e fatto livido in volto,
«Chi?» disse, «come tu sai?…»
«La Valenzia è ora nelle mani del Visconti.»
«Del Visconti?…»
E in mezzo alla dispettosa maraviglia con che pronunciò quel nome, un occhio scrutatore avrebbe veduto a balenare una scintilla di gioia, che in quel rapido istante aveva già potuto pensare che quel contrattempo avrebbe dovuto accrescere la sventura di Candiano.
«Dimmi,» soggiunse poi: «come avvenne tutto questo?»
Il Gritti gli narrò come seppe meglio ciò che era avvenuto, poi disse:
«L'ammiraglio sa qualche cosa?»
«No, non sa nulla. Nell'istante che starà sognando il corno ducale, il fante della Republica andrà a dargli uno scrollo. Insieme a questa nostra patria, che quel vecchio imbecille ha offeso contravvenendo alle sue leggi, vendico anche la tua ingiuria.»
«Io vi ringrazio; ma qualche cosa vorrei fare anch'io.»
«E che vorresti far tu? bada a non rompere la rete; bada…. ora io vo. Addio….»
E quel vecchio settantenne, fatto agile a un tratto e assai presto, rientrò in palazzo quando il Gritti, più maravigliato ancora di prima, si mise di nuovo per la laguna.
Non appena il Barbarigo ebbe messo il piede nella sala del consiglio, chiamò i colleghi; e lor disse:
«Messeri, stanotte c'è necessario raccoglierci in sessione. Un affare d'importanza, della più grave importanza, ci resta a trattare; vi dirò tutto in breve: mandiamo intanto il fante del consiglio ad avvisare i nostri colleghi di venir qui sull'istante.»
Gli altri due rimasero stupefatti, però domandarono qual fosse quella così grave bisogna.
«Non è tempo da perdere, lo paleserò in pieno consiglio….» e chiamato il fante gli diede l'ordine d'ire a chiamare gli altri membri del consiglio, «Se non sono nelle case loro, si troveranno alla festa de' Malipieri,» diceva il Barbarigo a quel fante. «Va e fa presto.»
Rimasto solo cogli altri due senatori, questi cominciarono a tempestarlo di domande, alle quali egli non faceva che rispondere:—Parlerò in pieno consiglio.—E andava pensando e ripensando al modo di svolgere quel viluppo di cose che improvvisamente e all'impensata s'era venuto aggruppando. Da qualche giorno poi lo martellava il timore non venisse mai a chiarirsi in faccia a tutti i suoi colleghi la sua trama, giacchè non era facile a dare ad intendere ch'egli non avesse saputo la colpa dell'ammiraglio Candiano prima di dare il voto per l'elezione di lui al dogato. Nei primi momenti che gli balzò in pensiero il perfido e raffinato disegno, l'impeto della passione non gli avea permesso di vedere le possibili conseguenze, e di presente pensava al modo di poter celare altrui il basso e perfido fine che egli aveva, e al quale serviva di pretesto l'obbligo che gl'incumbeva di punire i colpevoli.
L'essere poi caduta Valenzia nelle mani del Visconti in quel momento che la presenza di lei era tanto necessaria, gli dava pure moltissimo a pensare, giacchè se l'ammiraglio, messo agli esami, non avesse voluto confessare al primo, tutto il congegno della sua trama avrebbe dovuto fermarsi per il momento, e infino a tanto che Valenzia non fosse in potere della Republica. Considerava però che il Visconti non poteva aver che un fine a conseguire, e quindi avrebbe di leggieri rimessa colei nelle mani dell'eccelso consiglio.
In quella notte nel palazzo del senator Malipieri a festeggiare le nozze di una sua figlia con un patrizio Veneto, tenevasi una sontuosissima festa alla quale era stato invitato anche il povero Alberigo Fossano, che vi sarebbe certo intervenuto se si fosse trovato in tutt'altra condizione d'animo.
L'ammiraglio Candiano vi si recò invece, e quantunque di ragione l'attenzione dovesse in quella notte rivolgersi ai due sposi felici, pure il prode vegliardo, sul quale, come sapevasi da tutti, il dì dopo avrebbe posato il corno ducale, era il vero eroe della festa. Non avendo il Fossano mai osato metterlo a parte dell'orribile sua sventura, e avendo anzi coll'assicurarlo che la Valenzia era in buonissimo stato, fatto dileguare dalla mente di lui quel dubbio orrendo che vi s'era messo per le ingannevoli parole del Malumbra, il Candiano era d'un umore così ingenuo, così gaio, così affabile, che tutti se ne consolavano pensando che sarebbe stato il doge colui nel quale, anche gli occhi acutissimi dell'invidia, non avrebbero potuto trovare una pecca.
Soltanto quando comparve nel bel mezzo della festa la giovinetta sposa Malipieri, sfolgorante di bellezza e di gemme, il buon vegliardo corse col pensiero alla sua Valenzia, e una nube coprì per un istante la faccia serena di lui. Quantunque si consolasse nell'idea ch'ell'era ancor viva, e in sicuro e forse felice, pure considerava ch'egli non l'avrebbe veduta mai più, che l'essere egli assunto alla dignità del dogato, impediva assolutamente di recarsi là dov'ella si trovava, e che Valenzia non avrebbe mai potuto venire neppure per un momento a Venezia, chè guai per lei e per tutti! e questa considerazione scemò per un momento quella fantastica gioia che aveva generato in lui il sapere d'aver potuto raggiungere quell'alto seggio a cui eran volti i desiderii, le virtù, i talenti, le fatiche, i sacrifici di tutti quanti i patrizi veneziani; lo accasciò il pensiero che non avrebbe mai più veduta la diletta sua Valenzia!
A quella festa trovavansi quasi tutti i senatori che formavano l'eccelso consiglio dei Dieci; e non vi mancava che il senatore Attendolo Barbarigo. Candiano, avendo saputo quanto in suo pro si fosse adoperato colui ch'egli aveva tenuto per suo rivale e peggio, e non sospettando che il Barbarigo si fosse rifiutato a intervenire a quella festa, pel dispetto di trovarsi faccia a faccia con lui che ora lo avanzava di tanto nella dignità della carica, ne chiese conto ai colleghi di lui:
«Stanotte gli è toccata insieme al Mocenigo, e al Tiepolo, la sopraveglianza nella sala dell'eccelso consiglio, però non ha potuto intervenire alla festa.»
«Si sa mai quello che può succedere, ammiraglio, e sapete bene che quando trattasi di servire la patria, non v'è altra cosa al mondo che possa distogliere il Barbarigo dall'oficio suo.»
«È suo debito,» rispose Candiano, «e quanti siam Veneziani dobbiamo fare così.»
«E poi, sapete bene, ammiraglio, quel che resta a farne domani, e quante cose si debbono apprestare prima di cingere la veste d'oro all'amico nostro dilettissimo.» E sorridendo i due che parlarono, strinsero cordialmente la mano al vecchio Candiano, che, assai grato di quelle cortesie, fece altrettanto con loro.
Poco dopo s'era ritratto con que' due a giocare a tavola reale, in una sala appartata.
Quando agli orologi suonò la mezzanotte, entrò in quella sala un servo del senator Malipieri, e accostatosi al tavoliere,
«Illustrissimi Senatori,» disse, «il fante dell'eccelso consiglio è qui fuori che aspetta; vorrebbe parlarvi.»
I due senatori furono colpiti a quell'annuncio, e si domandarono a vicenda:
«Che sarà mai? a quest'ora.» Poi volti al servo: «Avete dato codesto avviso,» gli domandarono, «anche agli altri nostri colleghi che si trovano qui?»
«Il fante m'ha ingiunto ch'io dessi avviso a tutti voi che siete chiamati a palazzo.»
Ogniqualvolta i membri dell'eccelso consiglio venivano nottetempo invitati a recarsi in palazzo, era indizio ch'era sopravvenuto d'improvviso una bisogna così grave e seria che non ammetteva dilazione di tempo. I due senatori, smettendo subito il giuoco, si alzarono tosto; i loro volti erano alquanto impalliditi.
«Vi lasciamo colla buona notte, ammiraglio.»
«Ammiraglio, a rivederci domani, che per questa notte sendo già ora assai tarda, non è facile che possiamo tornar qui.»
«Che cosa può mai essere intervenuto di sì grave, che possa fare necessaria una sessione a quest'ora?» domandò il Candiano alzandosi esso pure.
I due si strinsero nelle spalle, e nulla risposero.
Allora il Candiano, e fu cosa assai notabile, che al primo annuncio del servo non aveva tampoco dato segno di maraviglia…. cominciò a farsi pensoso, e disse:
«Per sant'Elmo! codesta improvvisa chiamata mi fa pensare il peggio: non vorrei?…»
«Cosa, ammiraglio?»
«Gli è dieci anni che l'eccelso consiglio dovette a quest'ora raccogliersi in seduta per deliberare, e se non vi ricorda, ci fu in quella notte annunziato che s'eran vedute sull'Adriatico le vele turche, non vorrei che qualche grave sventura stèsse sopra Venezia.»
«Non sarà, non sarà,» risposero i due senatori impalliditi il doppio, e uscirono di là lasciando solo il Candiano.
Ora, tornando a Carlo Visconti, nel quale il Barbarigo aveva riposte tutte le sue speranze, entrato che fu nella stanza dov'era la sventurata Valenzia, e fermato il chiavistello dell'uscio, già nella sua mente precorreva l'esito dell'infame tentativo cui stava per accingersi. Chiusa la porta, si fermò un istante gettando un'occhiata a colei, che, per sua sciagura, avendo ricuperati i sensi, comprendeva tutto il terribile della sua situazione. Nel momento che il Visconti s'era fermato, in quel silenzio generale che copriva tutte le cose intorno al suo palazzotto, non si sentì che il respiro intermittente e singhiozzante della poveretta. Egli stette fermo qualche tempo ancora, come se aspettasse qualche cosa. Finalmente, fatti alcuni passi, si avvicinò a Valenzia, la quale provando un ribrezzo invincibile all'avvicinarsi di quell'uomo, si ritrasse strascinandosi ginocchioni com'era, e mandando un tal gemito che non si può rendere con parole, poi lasciandosi cadere le braccia, e intrecciando le mani alzò la faccia come rapita dal fervore di una preghiera che in quel punto faceva mentalmente. Quel volto di Valenzia, sul quale era l'impronta di un dolore antico, accresciuto dalla desolazione del momento, conservava tuttavia la maravigliosa sua bellezza; se non che per que' segni di dolore, per quelle traccie di patimento, più non poteva suscitare le voluttuose sensazioni che, forse alcun anno prima, avrebbe potuto destare nella fantasia d'uomo avvezzo a servire al senso, ed anzi, tanta ne era la pallidezza, il languore, lo sbattimento che in vece di voluttà, avrebbe potuto destare, se non assoluto ribrezzo, certo alcuna cosa di simile. Fatto sta che quella prima idea colla quale il Visconti le si era avvicinato, svenne nell'istante medesimo che potè contemplarla bene, e la faccia di lui, sulla quale era un riso procace e disonesto, si appianò tutt'in un tratto conservando tuttavia ne' guizzamenti dei muscoli un certo che significante noia, malcontento, aspettazione delusa. E quella repentina mutazione d'idee, quello spostamento improvviso di sensazioni, anzi quel vacuo assoluto di pensieri che allora gli si fece in mente, non gli permise di metter fuori alcuna parola, e stette in silenzio un pezzo, e soltanto si accontentava di guardarla.—Valenzia intanto tutta tremante e ristretta in sè, per quanto fosse grande la confusione delle sue idee, pure riandando col pensiero le vicende già corse, rimontando quattr'anni indietro, quando per la prima volta aveva veduto l'uomo orribile che ora gli stava presso, quando sentì dal padre che colui gli era destinato in isposo, e via via le sue lagrime, la sua confessione a Candiano del proprio amore per Fossano, la fuga…. quella fuga in cui le parve di toccare il paradiso…. e più di tutto, le parole del suo Fossano:—Quel tristo figlio di Bernabò non ti riavrà mai più in eterno, in eterno.—Ed ora se lo vedeva lì presso… e le risuonava tuttavia nell'orecchio quel disperato grido che un momento prima il suo Fossano aveva mandato nel doverla abbandonare. Per l'azione di questo cocente pensiero, quello spavento misto all'atonia che le teneva come aggranchite le membra, si trasmutò in una tenerezza spasmodica per colui che da tanto tempo era il solo, l'assiduo pensiero di tutte le ore del dì e tutto l'angòre che le tramestava l'anima, si versò in uno scoppio di pianto che scosse il Visconti. E guardando a quelle lagrime, si maravigliava della propria irresolutezza che lo faceva restar lì sempre immobile a guardare colei che piangeva. Alla fine si ricordò che v'era ancora a sciogliervi un viluppo assai misterioso, che quantunque si vedesse innanzi viva e vera quella Valenzia di cui un tempo egli s'era sentito preso con tanta violenza, ancora gli rimaneva a sapere come era avvenuto il fatto, in che modo egli e la Republica erano stati ingannati; questa curiosità gli aprì il varco alle parole, e disse:
«È inutile il disperarvi tanto, nè l'esser qui alla mia presenza vi deve metter tanto orrore. Io non voglio farvi del male, d'altra parte sappiate che se voi a quest'ora non foste qui, sareste innanzi al signori Dieci, i quali, quando hanno messo il dente sulla preda, non fia che per nessun caso mai se la lascin sfuggire; dunque vi esorto a farvi coraggio.»
Le parole del Visconti erano queste…. ma il tuono con che le accompagnava era assai aspro, per cui pochissimo si potè confortare Valenzia.
«Soltanto,» continuava il Visconti, «ho gran desiderio di schiarire un mistero in questo momento…. e per l'anima del padre mio crederei bene d'aver qualche diritto a saperne più che altri, perchè, se la memoria non mi falla, voi eravate promessa a me.»
Valenzia mandò un guizzo per tutta la persona a queste parole.
«Del resto…. nel momento ch'io vi credeva morta da quattr'anni, vi rivedo ancor viva, e per aggiunta sposa d'altrui, vogliate dunque compiacervi a raccontarmi in breve tutta la storia dell'orribile inganno.»
Qui Valenzia, essendo malissimo disposta a narrare quella storia, non che a metter fuori una sola parola, mostrò di non aver sentito, nè tampoco il tuono della voce del Visconti, e continuò a mormorare fra' denti una sua preghiera. Però crebbe la stizza al Visconti, e in tuono più alto replicò quella domanda.
Valenzia, spaventata, cominciò allora a mandar fuori qualche sconnessa parola, e d'una in altra tra singhiozzi e sospiri potè dire abbastanza perchè il Visconti potesse farsi un'idea chiara di tutto quanto era avvenuto.
Valenzia intanto, a cui l'angoscia aveva in prima ottenebrata la mente, così da farle vedere in confuso la condizione delle sue vicende, coll'esser costretta a raccontare ordinandosele in mente in successione tutti i fatti avvenuti dalla fuga da Venezia in poi, per sua sventura rinacque alla chiara cognizione di tutto, e misurato il pericolo del padre e il proprio, vide come le cose fossero giunte al punto che più non era luogo a sperare, e che uscita dalle mani del Visconti sarebbe tosto ricaduta in quelle della Republica, ove avrebbe trovata l'estrema condanna. A questo pensiero, di ginocchio balzò in piedi esterrefatta: quella immobilità, quell'atonia in cui aveva durato qualche tempo, si trasmutò improvvisamente in un dolore prorotto che teneva della forsennatezza: chiamò ad alta voce per nome il suo Fossano, il padre, e fu presa da un così prepotente delirio che parlava singhiozzando a que' due suoi cari; quasi che le fossero presenti, e invocava Dio, la Vergine, i santi, e miste alla preghiera, le imprecazioni contro a Venezia, ai Dieci e a tutti coloro che nell'agitata fantasia credeva avessero causata la di lei rovina. Finalmente dopo quello sperpero di grida, di pianti, di preghiere, d'imprecazioni, e quel violentissimo lassamento di tutte le sue forze fisiche, nell'istante che volta al Visconti con una faccia tutta stravolta e terribile stava per imprecargli, il sangue le fuggì dal cuore, nel suo volto avvenne come un altro smagrimento repentino, i nervi le sussultarono dai capo alle piante, e per la quinta volta cadde abbandonata da' sensi.