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Valenzia Candiano: Racconto cover

Valenzia Candiano: Racconto

Chapter 13: XII
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About This Book

A late-night meeting of Venice's secretive council unspools debates over wartime expense, naval losses and a mysterious sheet discovered in a lion's throat that appears to accuse the famed admiral Candiano. Senators quarrel over blame, pensions, and the fallout from a fatal incident involving a patrician family, exposing rivalries and icy ironies among the ruling elite. Richly described Venetian nocturnal scenes frame procedural readings and sentences, while a fraught exchange between Candiano and his subordinate Fossano leaves Fossano unsettled; he departs that night for Padua, triggering subsequent inquiries into honor, power, and rumor.

Le lagrime, le preghiere, le furibonde grida, il delirio della povera Valenzia, arrivarono a ingenerare nell'animo del Visconti qualche cosa che poteva somigliare alla compassione, e gli somigliava abbastanza per giungere a scioglierlo del tutto da ogni basso tentativo. Si fermò a contemplarla un pezzo, poi disse:

«Ma infine…. cosa mi resterebbe a fare? Se io la lascio uscire di qui…. cadrà nelle ugne di tal belva, al cui confronto io le sarò parso assai più che padre e fratello.» E gettò un'altra occhiata sulla giovane infelice, e con ribrezzo ne sentiva i singhiozzi affannosi, e il rantolo strozzato nelle fauci, la compassione s'accrebbe a più doppii nell'animo suo, e pensò…. pensò se vi poteva essere qualche aggiustato modo per trarla in salvamento e alleggerire la sua sventura.

Ma come poteva venire in mente a quel tristo un simile pensiero?—Non era forse egli più il crudele, il feroce figlio di Bernabò?—Questa domanda è assai ragionevole, e anche noi durammo assai fatica a credere a un simile mutamento nell'indole sua. Ma una considerazione che ci sorse in mente, ne condusse, o ne parve almeno ci potesse condurre, alla soluzione di un fatto così strano. Se a Carlo Visconti, quattr'anni prima, quand'era ancora nel fiore della sua potenza il terribile Bernabò suo padre, ed egli non viveva che nell'aspettazione di un ricco e vasto dominio, fosse intravvenuto una simile avventura, si fosse trovato in una circostanza pari, avrebb'egli ceduto sì di leggieri a delle lagrime, avrebb'egli saputo comprendere l'angoscia di un cuore al punto da rimanersi dalla persecuzione? Tutto c'induce a credere che avrebbe fatto il contrario. Da quell'altezza su cui la sorte avealo fatto nascere, e da cui non era disceso un momento non avendo mai potuto porsi a paro un istante col resto degli uomini, non aveva mai potuto mettersi all'unisono col loro, nè per quanta sagacia potesse mai avere, la dura esperienza non gli aveva fatto conoscere ancora il che ed il perchè di tutte le cose. Non gli aveva ancor data la giusta misura per valutare nella loro interezza i dolori che possono straziare anima d'uomo, ma da quel momento che la sventura lo ebbe assalito, e il cuor suo sentì le potenti strette dell'angoscia e della disperazione, e provò le durezze dell'esiglio, le privazioni più tormentose della vita, e l'odio contro il suo persecutore, l'anima sua oscillò per migliaia di sensazioni che fino a quel punto gli erano rimaste al tutto sconosciute…. e da quel punto, senza ch'egli se ne fosse accorto, l'indole sua subì una forte modificazione, modificazione che però non s'era mai palesata, ed aspettò a mostrarsi intera allora che una scena di sventura e d'angoscia lo ebbe fortemente colpito. La prosperità guasta gli animi, la sventura li corregge, se non sempre, certo il più delle volte.

Alla Valenzia, così come gli poteva permettere l'abituale durezza de' suoi modi, spruzzò con acqua la fronte affine di farla riavere.

«Valenzia,» cominciò poi a chiamarla per nome, «Valenzia!»

«O Fossano, perchè mi lasci tu qui?»

«Destatevi su via, fate presto che meglio per voi.» La giovane si rizzava. «Se amate il vostro meglio, v'è mestieri di coraggio; alzatevi, presto.»

«O Fossano, vieni a togliermi di qui.»

«È inutile che sprechiate il vostro fiato a chiamare chi non verrà di certo.»

«Non verrà? perchè non può venire?»

«Oh! sentite, vorrei pregarvi a non darmi più noia con queste vostre parole, e torno a ripetervi che v'è mestieri far senno, e che vi converrà prendere qualche partito prima che battino alla porta i fanti del consiglio.»

«Oh, padre mio!» esclamò allora la Valenzia. e facendo forza a sè stessa, e volgendosi al Visconti: «Oh! ditemi, che è avvenuto del padre mio?»

«Io non so nulla; ma vi consiglio a pensare a voi medesima prima di tutto, diversamente senza fare il suo vantaggio, sarete causa del vostro danno.»

Valenzia, che un momento prima guardando la faccia del Visconti aveva potuto scorgere quanto fosse volto al male, ora non sapeva credere a sè stessa accorgendosi dell'improvviso mutamento ne' suoi modi; e disse:

«Signore, abbiate pietà di me, ditemi che è del padre mio; lasciate ch'io vada presso di lui. Dov'è il Fossano? dov'è? voi lo dovete sapere. Lasciatemi tornare dov'è lui; lasciatemi uscire di qui. Io non domando, io non voglio altro.»

XII

CONTRATTEMPO.

In questa s'udì battere alla porta. Il Visconti tende l'orecchio;
Valentia ricade a terra ginocchioni tutta tremante, gridando:

«Chi sarà?»

Il Visconti aprì un'impannata; guardò fuori, e domandò:

«Sei tu, Bronzino?» Ma nel domandare, vide più barche che si erano fermate, e s'accorse ch'erano le barche della Republica.

«Sono il fante del consiglio,» dice una voce. «il quale vi prega vogliate recarvi da lui sull'istante, senza aspettar altro. Ho con me venti arsenalotti, incaricati d'accompagnarvi e servirvi fino a palazzo.»

«Cosa ha bisogno il consiglio di me?»

«Voi lo sapete meglio di tutti; ma vi esorto a far presto, che i signori Dieci non possono aspettare.»

Il Visconti pensò e ripensò a quel che dovesse fare; ma di lì non era via d'uscire. Quando s'era impadronito di Valenzia, avendo allora altro disegno in mente, non aveva pensato ridursi dove la Republica non avrebbe potuto raggiungerlo.

Valenzia, che tutto aveva sentito, disse:

«Ah! io sono perduta, Iddio mi abbia misericordia!» e piegava la testa quasi aspettasse l'estremo colpo della mannaia.

Il Visconti intanto discese, e aperto l'uscio, mostrossi al fante dicendogli:

«Io sono qui, andiamo.»

«Voi saprete,» soggiunse il fante, «perchè il consiglio v'abbia mandato a chiamare.» E stava attendendo una risposta. «La Republica sa troppo bene chi si trova di presente nelle vostre stanze: il consiglio vi prega a non voler interrompere il corso della giustizia. Vogliate adunque compiacervi a rimettere nelle nostre mani chi avete ricovrato presso di voi.»

Qui Carlo Visconti manifestò quanto tenesse del carattere del padre, il quale atroce e iniquo sempre, pure per ispirito di contraddizione, pertinacia e prepotenza, inducevasi qualche volta a fare un'azione che ne' suoi effetti poteva chiamarsi benefica.

«Io non so, nè comprendo nulla di quanto mi dite; ma s'egli è vero che qualcheduno è venuto a rifuggirsi presso di me, penso ch'io non sarò vigliacco e infame così da non mantenere ciò che ho promesso. Vi prego a riportare quanto vi ho detto all'eccelso consiglio.»

«Ebbene io riporterò le vostre parole; ma voi non uscirete intanto, e costoro staranno qui a farvi compagnia.»

Il Visconti, a guadagnar tempo, accettò il partito, e disse:

«Così sia fatto; andate e v'aspetto.»

Ciò detto richiuse l'uscio, e risalì ancora nella camera ove trovavasi
Valenzia.

Questa s'era alzata, e se ne stava ritta su due piedi nel mezzo della camera. All'aspetto parve che avesse ricuperato tutte le sue forze, e una subita vampa di vivo rossore le aveva acceso il volto. Qualche cosa di maraviglioso e di sublime brillava in quel punto sulla purissima sua fronte; e quando il Visconti le comparve innanzi, gli disse:

«Io vi ringrazio, Iddio ve ne renda merito; ma pur troppo tutto quanto avete fatto non potrà produrre nessun utile al mondo. Pure non è per me ch'io trema adesso, è pel padre mio, che, a vedermi contenta e felice, osò tentare e condurre a fine ciò che nessun altri avrebbe saputo. Oh! ditemi… io non voglio che salvar lui.»

«Come lo potete?»

«Perdonate, ho la mente assai scompigliata, pure ditemi, voi lo dovreste sapere: il padre mio fu già accusato a quest'ora, è già comparso innanzi ai Dieci?»

«Ieri duecento voti lo elessero doge di Venezia, non fa un'ora che lo vidi io medesimo, e sul volto di lui ho potuto scorgere segni manifesti di gioia. Vivo sicuro ch'egli è assai lontano dal credere che tanta sventura gli stia sopra.»

«Ne siete sicuro?»

«Sicurissimo.»

«Oh! sia lodato Iddio e la Vergine santissima,» e ciò dicendo cadeva ginocchioni come fuori di sè per la gioia.

Il Visconti la guardava maravigliato non sapendo comprendere la causa di quell'improvvisa e fantastica allegrezza.

«Oh! abbiate compassione di me e del padre mio,» continuava la
Valenzia; «oh! vogliate correr subito in traccia di lui.»

«E poi?»

«Il consiglio lo accuserà d'aver ingannata la Republica, col dire ch'io era morta.»

«È questa appunto la sua colpa.»

«Ebbene, volate da lui: ditegli che non abbi più timore di quest'accusa, e la rigetti perchè io son morta davvero.»

In quella camera era aperta una finestretta che guardava la laguna dalla parte opposta, ove si trovavano le barche della Republica. Valenzia, un momento prima, guardatosi attorno, s'era accorta di quella finestra, ed a tal vista erale spuntato in mente un terribile pensiero; però come ebbe pronunciate quelle ultime parole, si alzò da terra, si raccolse, fece una preghiera,

«Oh, mio Fossano! oh, mio Fossano!» disse ancora, e già….

In quella si sentì un gran colpo alla porta. Il Visconti dovette ancora uscire: Valenzia rimase sola.

Basta talora una sola spinta perchè l'uomo si determini ad azioni estreme e terribili; ma più cagioni, e tutte forti, avevano per tal modo assalita l'anima della povera Valenzia, che in quel momento non le parve possibile altro disegno, fu or quello di darsi la morte da sè medesima. La persuasione in cui era entrata, esser quello l'unico mezzo a salvare la vita del generoso suo padre; il pericolo di perdere in quel momento la sola cosa che i suoi crudi destini non le avevano ancora potuto rapirle, l'onoratezza, che quantunque avesse potuto accorgersi del mutamento ne' modi e nelle parole del Visconti, non aveva per nulla saputo vincere il timore che aveva in lui; ed a ciò si aggiunga quello scompiglio della mente, quel tedio mortale della vita dopo tanti affanni e tormenti, quella debolezza dello spirito a cui par sempre più grave, più insopportabile una sventura di quello che il sia realmente.

Uscito che fu il Visconti, ella fece alcuni passi per la camera, dando volte assai rapide. Al vedere i suoi atti, i suoi moti, l'alterazione delle sue sembianze, pareva in vero ch'ella più non respirasse codesta vita. V'era nella sua persona un non so che di fantastico, di trasumanato, e tal cosa che poteva destare religiosa venerazione, mista a un sacro orrore che non è possibile a definirsi con parole. Nel muoversi descriveva così a caso molti giri col pie' leggiero e a grado a grado sempre più vacillante; e questi giri, fosse caso o che altro si fosse, si venivano a ristringere ogni qualvolta li ripeteva, finchè si trovò vicinissima alla finestra.

S'udì in quella un romore abbasso e un suono di voci. Ella s'alzò sulla punta de' piedi con un tremito convulso di tutta la persona, e battendo i denti come per brividi. Quelle voci che prima erano abbasso, le suonarono assai più dappresso. Fece uno sforzo, si aggruzzò sul davanzale…. s'udì un gran fracasso come d'una porta spinta a battersi contro d'una parte…. e in quel momento s'udì ai piedi di quella finestra un tonfo nell'acqua…. la stanza rimase vuota.

Allora si sentirono assai chiare le voci del Visconti e del fante della Republica.

«Che volete?»

«Il consiglio mi ha comandato di entrare nelle vostre stanze.»

«A far che?»

«Non so nulla, io debbo obbedire la Republica.»

E nel punto medesimo che mandò fuori quella parola, il fante, insieme a dieci arsenalotti che tenevan chiuso nel mezzo il Visconti, il quale non potè opporsi con suo gran dispetto, entrò nella stanza dov'era Valenzia. Il fante, gli arsenalotti guardano, il Visconti anch'egli vi getta uno sguardo corruccioso di sembrare un vile agli occhi d'una donna; ma la stanza è vuota.—Per Dio, dice tra sè, dove se n'è andata?—Entra col fante nelle altre stanze; ma tutte son vôte. Il Visconti già qualche cosa aveva sospettato: torna nella stanza dove aveva lasciata Valenzia; s'affaccia a quella finestra, comprende al tutto ciò che dev'essere avvenuto, e se ne sta taciturno, e stupito e percosso nel mezzo della stanza.

Gli grida il fante:

«Ma insomma dove avete trafugata colei?»

«Chi?» gli risponde il Visconti.

«Valenzia, la figlia dell'ammiraglio, credo bene ch'ella fosse qui.»

«Ma io non so nulla, vi torno a ripetere, e qui non ci sta mai altri che io solo, amici cari.»

Il fante non seppe dire più nulla, discese, e non avendo alcun ordine scritto che determinasse com'egli dovesse comportarsi col Visconti, non prese altro partito, e ritornò cogli arsenalotti a palazzo.

Il lettore farà le maraviglie come l'eccelso consiglio dei Dieci non abbia pensato impadronirsi anche della persona del Visconti, il quale aveva recato una grave offesa alla Republica; ma lo stupore dovrà dileguare del tutto, quando si pensi che la Republica usa ad essere severissima co' propri sudditi e co' forastieri di basso conto che venissero a vivere sotto di lei, non s'attentava di far lo stesso cogli illustri e coi potenti. Ben è vero che offendendo la persona di Carlo Visconti, avrebbero fatto gran piacere al Conte di Virtù; ma i Dieci sapevan però ch'egli era assai protetto dalla Francia, e questa sicuramente lo avrebbe vendicato se mai gli si fosse fatta ingiuria di sorta.

Ora abbandoniamo per poco anche il Visconti, il quale, rimasto per qualche tempo sbalordito dalla miserissima fine di Valenzia, già volge in mente di recarsi al palazzo di Candiano per avvisare il buon vegliardo di tutto quanto era avvenuto, e facciamoci ancora col Gritti.

Costui, che per un mese era stato costretto a rattenere dentro di sè gl'impeti dell'odio, e a rintuzzare più che poteva la rabbia di vendetta, che non gli lasciava aver bene per aspettare l'occasione, come andavagli consigliando il Barbarigo ogni qual volta si avvenisse in lui, affrettava il gondoliere per quegli stretti canali di Venezia; e giacchè aveva potuto comprendere che il Candiano era tuttavia al tutto inconsapevole della sventura che gli stava sopra, con una sottigliezza d'ingegno veramente diabolica, pensò che avrebbe potuto trarre un'orribile vendetta del Candiano, coll'annunciargli per il primo la sventura in cui era caduto, e ad inasprire colla sferza dell'ironia e delle invettive quella ferita ch'egli per il primo avrebbe aperto in quell'uomo da lui tanto abborrito, da cui aveva dovuto patire uno sfregio così sanguinoso. Percorrendo il canal Grande, e radendo colla gondola, mentre passava, gli scaglioni del palazzo Candiano, vennegli perfino il pensiero di entrare colà, e di farsi annunciare all'ammiraglio: e ad un servo che se ne stava oziando sulla soglia della porta, domandò infatti se l'illustrissimo trovavasi in palazzo. E avendogli il servo risposto di no, senza più altro se ne andò dritto pel canale; giunto assai presso al palazzo Malipieri, pervenendo al suo orecchio l'onda de' suoni che partivano di là, e abbagliandolo lo splendore che riboccava dalle finestre e dai balconi di esso, si ricordò delle nozze della figlia Malipieri, e gli venne in mente potesse mai l'ammiraglio Candiano trovarsi colà. Si morse allora il labbro pel dispetto di non potervi entrare, giacchè è da sapersi che per certi contrasti, che qui è inutile raccontare, quel senatore gli aveva assolutamente vietato di metter piede nelle sue stanze; e volendo tuttavia incontrarsi quella notte col Candiano, pensando, poichè l'ora era tarda, che se colui vi si trovava, ne sarebbe uscito in breve, stabilì di scendere a terra, e d'aspettarlo colà a piè fermo.

Quando ad un orologio vicino scoccaron le otto ore di notte, il Gritti vide uscire gente dal palazzo Malipieri, e vi si accostò per guardare. L'andare ed il venire delle gondole, delle quali un servo che se ne stava sulla porta di palazzo, nominava il padrone; la processione continua di matrone, di fanciulle bellissime; il rumore, il frastuono, il cicaleccio di tante voci divertirono i pensieri del Gritti, che per qualche tempo, ravvolto nel suo mantello per non farsi riconoscere, non sentì la noia del dovere aspettare. Finalmente, quando già era scorsa una mezz'ora che egli se ne stava là, e già cominciava a sentire il tedio di una sì lunga fermata, vide uscire l'ammiraglio Candiano. Si sentì dare una picchiata al cuore, e senza pur muoversi d'un tratto stette spiando da qual parte quel vecchio volgesse i suoi passi. Accortosi che l'ammiraglio non aveva gondola che l'aspettasse, detto al proprio gondoliere che s'avviasse solo ad attenderlo verso San Marco, prese il partito di tenergli dietro finchè si fosse presentata l'occasione di rivolgergli una parola.

Percorsero tutto il tratto di via che dal palazzo Malipieri metteva a quel di Candiano. Quando furono a poca distanza da questo, il Gritti accelerò il passo per non lasciar tempo all'ammiraglio d'entrare in palazzo, e portatosegli di costa,

«Ammiraglio,» disse.

«Chi mi chiama?»

«In Venezia vi son molti luoghi remoti per ribattere un'ingiuria, se mai tu ti credessi offeso.—Vi ricorderete d'avermi dette queste parole.»

«Oh! sei tu, Attilio?»

«Son io….»

«Ebbene…. che vuoi tu ora da me?»

«Dovreste immaginarvelo.»

«È passato tanto tempo che oramai m'era sfuggito di memoria.»

«Non ho mai sospettato che aveste sì debole la memoria dal momento che vi ho sentito a ricordare le leggi di dugent'anni fa, cadute in disuso da tanto tempo.»

«Bravo Attilio, mi sembra d'averti già detto che mi piace il tuo spirito…. ma ora non faccio complimenti, e vorrei pregarti a spacciarti presto; se dunque vuoi da me quel che da tanto tempo dovresti aver preteso, dimmi il luogo dove hai stabilito di farla finita, che per le nove ore di notte vorrei già essermi corcato.»

«Badate che qualche scrollo importuno non abbia poi a destarvi presto.»

«Le troppe parole non mi piacciono, Attilio, nè mi garba lo star qui su due piedi a dar retta alle tue ciance.»

«Vorrei prima, ammiraglio, darvi una buona notizia.»

«Che notizia?»

«Tale che vi dovrà essere la più grata di tutte.»

«Poco me ne importa…. e se altro non hai nè a dire nè a fare, io ti lascio colla buona notte, e vado a letto.»

«Non andate così presto, ammiraglio, che quel letto vi potrebb'essere di spine, e vogliate sentir prima la buona novella.»

Il Candiamo che già s'era mosso per partire, ancora si fermò.

Il Gritti continuava:

«Io doveva vivere trent'anni, ammiraglio, prima di giungere a sapere non esser vero che i morti dormono eterno sonno.»

«Che?»

«Voglio dire che anche oggidì può rinnovarsi l'antico prodigio dei morti risuscitati.»

«Che? che vuoi tu dire?»

«Che voi avete portato il corrotto, e avete pianto per tant'anni inutilmente.»

Al vecchio Candiano cadde l'animo a quelle parole, e accostatosi all'Attilio e sbassando la voce,

«Che vuoi tu dire, o sciagurato?» gli domandò.

«L'avello di San Cristoforo della Pace si è scoperchiato. No, non vi prenda spavento, ammiraglio, quel che vi dico è la pura verità. La vostra Valenzia n'è uscita viva, lo l'ho veduta momenti sono; codesta è la buona novella che io vi do.»

Il Candiano non rispose parola, e guardò, come potè meglio tra quelle ombre notturne, per un pezzo il volto del Gritti, quasi tentasse penetrare nei più interni pensieri di lui, e preso da un brivido gelato diè da primo un guizzo per tutta la persona, poi a poco a poco si sentì assalito da un tremito convulso, che a grado a grado andò sempre crescendo al punto che pareva assalito da una paralisi universale.

Il Gritti, che ben s'accorgeva della condizione del povero ammiraglio, lo guardava fiso esso pure, affettando un sorriso tra labbro e labbro, e si compiaceva internamente nel far scontare al vecchio in quella durissima guisa l'ingiuria che un mese prima aveva da lui ricevuta.

Quando il Candiano, non sapendo a che appigliarsi, fece per rivolgergli una domanda, egli lo prevenne prorompendo in sarcasmi ed invettive, che al povero Candiano fecero abbassare la canuta sua testa.

«A voi che solete assumervi il carico di fare osservare con rigore le leggi della Serenissima Republica, a voi fra poco l'eccelso consiglio dei Dieci rammenterà una tal legge, che, forse per esservi crucciato troppo delle cose altrui, probabilmente vi siete dimenticato; fra poco, sì, che forse a quest'ora la vostra Valenzia è al cospetto del carissimo amico vostro il senator Barbarigo o in mani ancora peggiori, e se codesto è avvenuto, a me ne dovrete andar debitore, a me che l'ho fermata fuggitiva, e la strappai a chi l'aveva tolta di mano agli arsenalotti della Republica.»

Candiano fece un moto repentino. Quel suo tremito convulso cessò, lo sgomento, il terrore cominciò a cangiarsi in ira, e con uno sguardo saettò di tanto furore quel tristissimo Gritti, che pareva volesse farlo in frantumi, e continuava tuttavia a tacere.

«Un'altra cosa avrei a dirvi, illustrissimo.»

«Oh taci, io non posso attendermi qui d'avvantaggio con te, e nelle tue parole io non so coglier senso.»

In mezzo al terrore di che il Candiano era stato assalito, trovò pur strada un pensiero consolante, l'idea che il Gritti entrato soltanto in qualche sospetto, si attentasse di presente per trarlo all'ultimo danno, di fargli confessare il vero con ingannevoli parole. Questo pensiero gli aggiunse per un momento ancora quella sicurezza che un istante prima l'aveva del tutto abbandonato, e affettando calma e placidezza fece ancora per avviarsi.

Intanto che succedeva questo dialogo, dalla laguna, ove s'era gettato a nuoto, uscì a riva il Fossano così vestito com'era, e s'incamminò affannato verso il palazzo di Candiano. Corre, vede due persone, ravvisa l'ammiraglio, di slancio gli si reca vicino, e si ferma.

Il vecchio lo guardava spaventato, notò la disperazione ch'era nel volto del giovane, il disordine delle sue vesti tutte molli e inzuppate d'acqua, non aspettò che il giovane parlasse: tutto aveva compreso,—e di botto voltosi al Gritti, che a due passi pieno d'infernale compiacenza se ne stava a contemplarli ambidue,

«Ah! è dunque vero,» disse, e tornato a guardare il Fossano, e alternativamente volgendosi ora al Gritti, ora a lui, «Oh orrore!» proruppe finalmente, e si strinse all'Alberigo, che perplesso e attonito non aveva nè parole, nè lamenti, nè imprecazioni.

Il Gritti, come il genio della disperazione, era sempre là immobile a guardare i due sventurati, e ricordandosi in quel momento che il dì dopo l'ammiraglio sarebbe stato acclamato doge di Venezia, con una diabolica tristizia:

«Il manto, lo scettro ed il corno ducale vi attendono, ammiraglio. Io
vi consiglio a non logorare gli ultimi avanzi della vostra vecchiaia.
Però non date nè in furore, nè in pianto. Alla prim'alba le campane di
San Marco suoneranno a festa per voi.»

Quelle parole furono come spruzzaglia d'aceto gettata su d'una piaga cancerosa. Il Fossano, riconosciuto il Gritti alla voce, tentò svincolarsi dalle braccia del vecchio Candiano, e gettarsi addosso a quel tristo, il quale, accortosi della sua intenzione, brandì uno stiletto per difendersi. Veduto poi che il vecchio, con quella tenacità di forze che dà la disperazione, si teneva ancora stretto il giovane, a rendere più compiuta la sua vendetta, a martoriare con più atrocità ancora gli animi già tanto sbattuti dei due miseri, uscì in queste parole:

«Mi scordava dirvi che intanto che l'eccelso Consiglio sta provvedendo ai fatti vostri, la bella e onesta vostra figlia è adesso nelle camere del Visconti, che non lascerà sfuggirsi così bella occasione, e saprà cavarsi ogni sua voglia.»

«Che?» rispondeva il Candiano scuotendosi agitatissimo.

«Morte e dannazione!» gridò il Fossano sciogliendosi dalle braccia dell'ammiraglio.

Questi ancora tentava rattenerlo.

«No, lasciatemi: ch'io vada a strapparla dalle mani di quell'infame uomo. Aimè che pur troppo era vero il mio presentimento. Oh provvidenza!» E senza più s'allontanò da Candiano, che stordito e muto lo accompagnò coll'occhio finchè scomparve affatto. Quando si volse vide ancora il Gritti innanzi a lui, ritto, immobile, orrendo, che brandiva ancora lo stiletto. Candiano restò immobile un pezzo; poco dopo il Gritti lo vide cader ginocchioni a terra.

Passarono alcuni momenti di assoluto silenzio, e l'ammiraglio pregava e pregava con un fervore veramente straordinario. Poco di poi s'alzò. All'angoscia, al furore, alla disperazione era in lui successa una calma maravigliosa, solenne e tuttavia terribile. Si volse al Gritti, e,

«Seguimi,» gli disse, «le nostre spade han da incrociarsi stanotte: uno di noi due fra poco spero che sarà morto.»

Attilio Gritti, per quanto fosse esacerbato dalla rabbia di vendetta, per quanto fosse coraggioso, per quanto fidentissimo di sè stesso, pure a quelle parole del vecchio venerando pronunciate con una gravita misteriosa, fu tanto quanto sconcertato, e provò una sensazione che poteva tenere assai della paura, forse perchè egli non s'era mai aspettato di dover riuscire a quel fine. Tuttavia non aggiunse parola, ed al Candiano che già s'era mosso, tenne dietro.

Presero per contrade, per chiassetti, per piazze; passarono su quasi tutti i ponti della laguna veneziana, e dopo molto cammino arrivarono finalmente in un luogo remoto e solitario.

«Questo è il luogo,» disse il vecchio Candiano con una voce fonda e terribile, fermandosi su quello spazzo di terra, «qui siamo noi due soli.»

«Ammiraglio,» rispose allora il Gritti con un accento di sprezzo e d'ironia profonda, «è questo un terreno assai sdrucciolevole per voi.»

«Per me e per tutti, ed anche per te, se lo vorrà Iddio;» e sfoderava la spada.

«Persistete dunque nel voler battervi con me?»

«Per verità ch'io non so se tu sii più infame o più vile.»

«Vile?!»

«L'ho detto, e ciò dovrebbe bastare a farti risolvere. Presto dunque, ti difendi.»

«Ma se rimarrà qui morto uno di noi due, chi avrà vinto potrebbe aver taccia d'assassino, non vi essendo testimoni, e ciò mi spiacerebbe assai.»

«Testimonio è Iddio, e può bastare.»

E senza aspettar altro prese ad incalzare il Gritti, il quale dovette pure pensare a difendersi.

Era certamente assai più prodigioso che raro che un vecchio a settant'anni potesse avere ancor tanto di forza e di destrezza da reggere incontro ad un giovane, ed anzi ad uno dei più formidabili spadaccini che avesse nome fra' patrizi veneti. E non solo seppe reggervi contro, ma dopo i primi assalti adoprò col ferro di tanta forza e bravura che il Gritti si morse le labbra pel dispetto di non aver saputo al primo disfarsi di quel vecchio; e codesto dispetto e la vergogna lavorò di maniera nella sua fantasia, e la rabbiosa smania di metter sotto l'avversario talmente lo travolse, lo accecò, che non gli venne più fatto un colpo sicuro, tanto una passione è forte da render nulle in un uomo anche le facoltà che sono al tutto fisiche……..

E Candiano seppe far suo pro di quella circostanza, e dopo un quarto d'ora che si combatteva, il corpo del Gritti, che stramazzò a terra come una massa di piombo, avvisò che quella sfida era finita.

Il vecchio allora scagliò lontano da sè la spada insanguinata, si allontanò da colui con ribrezzo, e ritrattosi sul margine estremo di quel lembo di terra, si gettò ginocchioni. La luna che gli era in faccia, vestiva della sua bianca luce quella dignitosa figura, e rendeva più veneranda la di lui canizie. Dopo una preghiera che non saprebbesi dire se fosse più fervorosa o più scompigliata, si alzò, e rifece la strada che aveva percorsa col Gritti. Ma in quel ritorno si sentì lassate tutte le membra per un abbattimento repentino, e nella sua mente fu un così duro e angoscioso e impetuoso tumulto di pensieri e di memorie, che in vero la sua testa non vi sapeva reggere. Tremava come canna, e per brividi gli stridevano i denti. Non si ricordò quasi più d'avere avuto un momento prima un duello col Gritti. Tutto l'orrore della sua condizione, che a primo tratto l'aveva più sbalordito che altro, allora lo investì da tutte le parti, e pensando che a quell'ora il fante del consiglio forse od era in giro per Venezia in traccia di lui, o stava attendendolo nel suo palazzo, affrettò il passo, e volò incontro all'estremo suo danno.

Il consiglio dei Dieci, raccolto già da qualche tempo, udita dalla bocca del Barbarigo con una maraviglia quasi incredula la storia misteriosa e l'inganno così ben riuscito all'ammiraglio Candiano, e mandato alla casa del Visconti, dove il Barbarigo, narrando l'accidente occorso in quella notte, aveva detto trovarsi Valenzia, stava in aspettazione di lei; che senza la presenza della figlia di Candiano non si sarebbe potuto procedere contro il medesimo, mancando la prova della di lui colpa se, per caso, persistesse a negare. Ritornò finalmente il fante della repubblica, e con doloroso stupore del senator Barbarigo narrò che aveva interrogato il Visconti sul conto di Valenzia, che colui era stato fermo a negar tutto, che però, costretto a metter piede nelle stanze di lui, dopo molte indagini non aveva trovato nessuno che fosse là celato. Allora il Consiglio chiamò ancora l'arsenalotto, che insieme agli altri suoi aveva avuta incombenza di condurre Valenzia da Santa Brigida a San Marco. Gli si domandò s'egli ha ravvisato colei. Il fante rispose che non sapeva niente di niente, che lui non aveva atteso che al remo, che la giovane l'aveva bensì veduta, ma non sapeva chi fosse.

Nel Consiglio successe un nuovo bisbiglio. Il Barbarigo, fortemente sconcertato e tutto pallido di timore, d'incertezza e di rabbia, propose di mandare al palazzo di Candiano una squadra di arsenalotti per arrestar l'ammiraglio, e condurlo in Consiglio.

«Non vorrei che ci avessero ingannato, Barbarigo,» prese a dire uno del Consiglio, «e il Candiano avesse a patire ingiuria la vigilia della sua elezione al dogato.»

«La giustizia deve andare innanzi a tutto, illustrissimo collega.»

«Se si trattasse della giustizia, Barbarigo; ma voi in fine non siete certo di nulla.»

«Io penso che la denunzia d'un solo in questo caso non possa bastare,» soggiungeva un altro.

«Anch'io porto la medesima opinione.»

«Ned io oserei pensare diversamente.»

«E mi farò lecito dirvi una cosa, Barbarigo; ch'egli è strano assai che ieri, quando i duecento voti proclamarono doge Candiano, non si sapesse niente di ciò; e s'aspettasse questa notte, che è la vigilia dell'incoronazione, che non si è più in tempo a disfare il già fatto, a sapere questa scandalosa colpa di Candiano.»

«È vero, gli è strano.»

«Se non c'è la persona viva e vera della Valenzia, penso non sia da farne altro col Candiano.»

Il Barbarigo non sapeva più l'attenere entro di sè la rabbia che lo soffocava all'udire che quasi tutto il consiglio gli era contro.

Il fatto straordinario e quasi misterioso di Valenzia non avendo potuto trovar fede nei membri del consiglio, questi per la prima volta che appartenevano a quell'eccelso magistrato, s'erano rifiutati a fondare una procedura su quella semplice accusa; se la colpa, se il delitto fosse stato dei più ovvii, anche la semplice denunzia li avrebbe resi inesorabili contro Candiano.

Il contrasto durò per lungo tempo nella sala del consiglio dei Dieci; ma vinti finalmente dalle parole del Barbarigo, che era eloquentissimo uomo, deliberarono chiamare in palazzo l'ammiraglio Candiano, interrogarlo sul proposito della sua figlia, ed affidarsi interamente alle sue risposte. E così appunto venne fatto.

Quando il Visconti, volendo recarsi da Candiano, era entrato appena in canal Grande, potè accorgersi che egli era giunto troppo tardi.—Innanzi al palazzo dell'ammiraglio erano ferme due gondole della Republica. Egli pensò accostarsi, e nel punto che lor passava vicino quasi radendole, vide in mezzo a due fanti uscire sugli scaglioni la gigantesca figura dell'ammiraglio. Assicuratosi di ciò che aveva temuto, subito retrocesse, e ritornò al proprio alloggio. Vi trovò il Bronzino, il quale, vistolo da lontano,

«Novità,» gli grida.

«Per ora credo di saperne più di te.»

«Dite un tratto.»

«L'ammiraglio è nelle mani della Republica.»

«Ciò non sapeva; ma io vi darò notizia per notizia: messer Gritti è morto.»

«Morto?»

«Per lo meno ferito mortalmente.»

«Ma in che modo?»

«Un duello.»

«Con chi?»

«Col medesimo ammiraglio.»

«E questo vecchio cadente potè metter sotto colui?»

«Lo potè.»

«D'ora innanzi vorrò credere anche ai miracoli.»

«E voi?»

«Cosa?»

«Voglio dire la Valenzia?»

«È morta.»

«Numero due. Ma come mai?»

«A proposito, voglio vedere un tratto dov'ella sia caduta; se il corpo suo fu trascinato via dall'acqua o no.»

«Ma in poche parole voi l'avete affogata.»

«Io no; s'è affogata da sè;» e raccontava l'avvenuto al Bronzino. «Ora seguimi un momento.»

Ambidue nella gondola si recarono da quella parte dei palazzo ov'era la finestra da cui erasi gettata Valenzia.

«Pesca un tratto col remo,» disse il Visconti al Bronzino, «se mai ci venisse fatto trovarla.»

«Io non sento nulla; ma certo l'acqua l'avrà portata con sè.»

«Eppure fra questi sassi dovrebbe essersi fermata.»

«Aspettate….. qui e' è alcun che di umano.»

«Dov'è?»

«Qui.»

«Ti pare?»

«Questo è un braccio.»

«Or come si fa a levarla di qui?»

«Ma non vogliate già credere ch'ella possa risuscitare.»

«Lo so bene; ma in ogni modo vo' cavarla di qui.»

«Bene: allora lasciate fare a me; ma è necessario un lume.»

«Va dunque a prenderlo, e torna presto.»

Il Bronzino saliva nelle stanze del Visconti, vi prese una lampada, e discese subito.

«Ecco il lume.»

«Ora come vuoi fare?»

«Vedrete.»

E con un suo spedito modo ghermì quel braccio, ed estratto così il corpo estinto di Valenzia, lo depose sullo scaglione che ricingeva il palazzo.

«Adesso che pensate fare?»

«Non penso di far nulla; ma costei meritava pure una tomba migliore di quella che si è data da sè.»

«Non vorrei che qualcheduno passando e vedendoci qui con questo corpo morto, ci pigliasse per assassini.»

«Si fa presto a gettar la broda addosso alla Republica.»

«Si fa presto e non si fa presto, messere.»

«Sai che se si avesse ad asciugare il canal Orfano, questo canale…»

«Sarebbe come la valle di Giosafat, lo so.»

«Eppoi questa notte medesima io penso di uscir tosto da Venezia, e non tornarvi mai più.»

«E farete benissimo, che non mi pare disposta a far nulla di buono per voi.»

«Dunque…»

«Dunque… ma queste sono voci umane…»

«Pare anche a me.» E il Visconti tese l'orecchio, che a qualche distanza s'udiva in fatti il suono di alcune voci.

«E questo è il tonfo misurato di due remi.»

«Lascia che passeranno oltre.»

«Fate a mio modo: allontaniamci un tratto di qui.»

E sentendo più vicino il remo, saltati ambidue nella gondola, e rovesciata la lampada che avevano collocata presso il corpo di Valenzia, si diedero a fuggire.

Il tonfo del remo intanto veniva sempre più appressandosi. Al fine comparve distinta una gondola che volgeva il suo corso direttamente al palazzo.

«A quest'ora sarà tornato,» diceva una voce: era quella d'Alberigo
Fossano.

Quando erasi spiccato da Candiano per andare in traccia del Visconti nelle cui mani aveva sentito trovarsi Valenzia, si recò subito di fatto al palazzo di colui. Ma impaziente d'indugio, non avendovi trovato nessuno, si tolse di là, e andò per un pezzo vagando per le lagune quasi aspettando che il caso gli dovesse far trovare il Visconti. Tornato una seconda volta al palazzo di costui, aveva visto colà le barche della Republica, nè aveva osato avvicinarsi. Ora vi ritornava, e per sapere dal Visconti che fosse avvenuto di Valenzia e per vendicarsi di lui.

In quell'intervallo erasi recato al proprio alloggio per armarsi meglio e per condurre con sè il servo che s'imaginava gli dovesse tornar utile a qualche cosa.

Discese dalla gondola, salì le scalee di quel palazzo, e picchiò risolutamente alla porta. È inutile il dire che nessuno rispose.

La speranza di trovare quell'abborrito suo rivale, di trovare Valenzia, speranza che neppure la vista delle barche della Republica in quel luogo non aveva potuto sradicare del tutto, gli avevan messo addosso una balda esaltazione. Ma come s'accorse che non v'era nessuno in quel palazzo, sapendo che il Visconti non era colui da restarsene queto e celato per timore di lui, sentì chiudersi il cuore ad ogni speranza, ad ogni vendetta, a tutto; e rimase là stupidito e percosso.

«Era ben d'aspettarsi che il Visconti non sarebbe tornato qui,» disse il servo.

«Taci, taci,» rispondeva fuor di sè il Fossano. Gli era insopportabile il pensiero di durare lungo tempo in quell'amara incertezza senza avere a far nulla, senza poter far nulla; e se in quel punto avesse dovuto gettarsi sulla punta di dieci spade, l'avrebbe fatto volentieri piuttosto che rimanersi in quella spasmodica inazione.

Stato colà per qualche tempo irresoluto così, alla fine discese ancora nella gondola.

«Aimè,» disse, «temo pur troppo che tutto sia perduto. Or faccia Iddio ch'io possa sapere almeno quel che avvenne di quella mia poveretta…» e non potè finire, che un impeto di tenerezza gli aveva già trasmutate le parole in pianto.

E già col remo aveva data una spinta alla gondola, e senza sapere quel che si facesse radeva gli scaglioni del palazzo, quando nel momento che stava per prendere il largo nella laguna, al servo venne veduto come un fioco barlume di luce che guizzava a non molta distanza da loro, ed era la lucerna del Visconti, che, quantunque rovesciata, tuttavia mandava ancora una fiamma irresoluta. Dice al suo signore:

«Che cosa può essere quel fuoco?»

Il Fossano vi getta un'occhiata:

«Sia quel che vuol essere, a me non ne importa nulla; andiamo;» e tirava innanzi. Ma non poteva distogliere lo sguardo da quella fiamma: ed essendo vicina a spegnersi, divampò in quel momento più forte, e rischiarò la veste azzurra di Valenzia.

«Sì, c'è qualche cosa,» gli tornò a dire il servo.

«Per Dio, pare anche a me,» e senza saperne il perchè, a quella vista il petto gli volle scoppiare sotto il giustacuore.

E colla gondola girò intorno al palazzo finchè pervenne a quel punto.

La fiamma continuava ancora a mandare dei guizzi irresoluti e intermittenti, di guisa che quel luogo desolato ora era buio e tetro come la notte, ora era rischiarato come da un lampo fuggitivo. Il bel corpo di Valenzia steso colà colla testa piegata da una parte, con quelle umide vesti che aderivano alle membra, apparve un momento spiccato in mezzo a quella scena deserta. Il Fossano in prima vi gettò un'occhiata, e quasi per una forza d'istinto volse tosto la faccia altrove agitatissimo; ma quasi nel medesimo tempo tornò a volgervi gli occhi stravolti, e prorompendo in un grido che dovette sentirsi a molta distanza, cadde addosso al servo, che pure rimase atterrito a quella vista, a quel grido.

E il servo toccò il corpo di Valenzia. La scossa avendo fatto muovere un braccio della medesima, il Fossano balzò a quella vista tutto rimescolato, e dalla gondola saltato a terra si gettò sul corpo morto, e dileguato quel raggio di speranza che gli era balenato in pensiero, ricadde ginocchioni più costernato, più percosso ancora di prima, tenendo stretta la bianca mano di lei. Allora, volgendosi al cielo con un'espressione che destava terrore insieme e pietà,

«Oh, che t'ho io fatto?» disse, «che grave colpa è la mia? Quai delitti, quali orrori ho io commessi perchè tu debba straziarmi così?» E stringeva le pugna squassandole per aria, ed a mezzo e fra i denti affollò alcune parole di bestemmia. Se non che inorridito tacque, e diè un tremito per tutte le membra facendo tali moti che non si possono descrivere. Finalmente, quasi che in quello scompiglio straordinario di pensieri volesse tentare un partito, si alzò sui due piedi, ma ricadde quasi nel medesimo tempo sul corpo di Valenzia.

Quando si rialzò parve che avesse riacquistato intero l'uso delle sue facoltà, e con una calma terribile,

«Aiutami,» disse al servo, e pieno di venerazione scrupolosa rialzò quel diletto corpo da terra, se l'accostò, se l'adagiò fra le braccia come se fosse viva; senonchè quelle due bianche mani che spenzolavano inanimate, quella fronte purissima, e quei lunghi capegli sciolti e stillanti acqua davano indizio di ciò che era veramente.

Aiutato dal servo l'adagiò sul fondo della gondola, e tranquillo le si pose da canto. A un suo comando il servo spinse innanzi la gondola sinchè s'accostarono a riva; il luogo era deserto e assai lontano dal centro della città. Dice al servo:

«Tu scendi a terra; va dall'ammiraglio; portami qualche notizia di lui.» E veduto che il servo stava perplesso, quasi volesse rifiutarsi ad eseguire quel comando, «Scendi a terra,» gli replicò furibondo, balzando in piedi, «va.»

Il servo atterrito obbedì, e con voce quasi piangente disse addio al
Fossano, il quale, cangiando in un subito l'ira in accorata tenerezza,

«Addio,» gli rispose con voce tremolante, «va, fa ciò che ti ho detto…»

E ritto in piedi nel mezzo della gondola e appoggiato al remo stette aspettando sin che il servo si perdette in una contrada.—Allora mise ancora i remi nell'acqua, e giù pei canali venne al porto, ne uscì, passò innanzi a Murano; passò altre terre, e su su sempre in alto.

XIII

CONCLUSIONE.

Già cominciava ad albeggiare. Alcune nuvole leggermente dorate passavano in fretta sulla faccia del ciclo. L'aria marina, fresca ed umidoccia, alitava leggera leggera intorno alla gondola di quello sventurato. Gli uccelli, spiccatisi a quell'ora dalle antenne delle navi, passavano a lambir l'onda placida colle ali, e gemendo intorno intorno alla gondola, svolavano a garrire in cielo.

Il Fossano, senza pure saperlo, guardò un momento a quegli spazi interminati del cielo e del mare, a quella calma ridente e serena; ascoltò quel placido mareggio dell'onda, quei garriti degli uccelli, quei mugolii lontani ed indistinti, poi di un tratto chinò la testa e lo sguardo sul corpo di Valenzia. Due grosse lagrime gli sgorgarono lente lente e come impietrite dagli occhi, lasciò cadere i remi nell'acqua e sè stesso sul corpo della Valenzia; e in quel silenzio mattutino si udì il fervido scoccare d'un bacio. La barca, stata un pezzo in balia dell'onda, alla fine si perdette dietro ad una scogliera.

Il servo del Fossano, corso intanto al palazzo dell'ammiraglio, e sentito come questi era stato condotto innanzi ai Dieci, senza pensarvi altro era tornato all'alloggio del suo padrone sperando trovarlo nelle proprie sue stanze; e di là alla casa dell'amico di lui, al quale raccontò ogni cosa in breve ed il proprio sospetto.

Furono spedite molte gondole per le lagune, poi per un gran tratto di mare. Ma dopo molto cercare, non essendosi potuto venir mai a capo di nulla, si tralasciò ogni indagine, e quel fedel servo stette colà più d'un anno sempre sperando di vedersi un dì o l'altro comparire innanzi l'amato suo signore. Ma aspettò inutilmente, e alla fine ritornò in Milano sua patria.

La notizia dell'arresto dell'ammiraglio Candiano dalla bocca de' suoi servi fra poco girò per tutta Venezia, con che maraviglia, con che malcontento, con che dicerie lo pensi il lettore; ma l'eccelso consiglio pensò presto a far tacere ogni voce.

L'istessa mattina che seguì a quella notte memorabile, in una stanzaccia dell'arsenale se ne stavano a passar tempo un cinquanta soldati delle galere, i più veterani della flotta veneta, quelli che sempre uniti sulla nave ammiraglia obbedivano al comando immediato di Candiano; tutta gente che da molt'anni divideva con lui le fatiche della guerra, che da vicino aveva potuto vedere quanto fosse il coraggio di quel maraviglioso vegliardo, che per l'assidua pratica e per la lunga abitudine di trovarsi quasi sempre con lui gli si era per tal modo affezionata che avrebbe senza dubitare pur un momento sagrificato volentieri la propria vita per salvare la sua.—Intanto che durava la pace, e per aver ricevuto le largizioni della Republica, non attendeva che a darsi buon tempo; e quella mattina facilmente sarebbesi potuto comprendere quanta era la gioia di quei prodi veterani, i quali, insuperbiti che il loro generale fosse stato eletto doge, non attendevano che a parlare di lui, della sua bontà, delle sue virtù, del suo indomabile coraggio, della forza del suo braccio, ed era una gara fra loro a ricordare i pericolosi momenti in cui s'era trovato il Candiano.

«Io l'ho pur sempre detto,» diceva uno di quei prodi, «che il destino è ben secondo a Venezia se pur dopo tanto tempo si è finalmente determinata a dare il corno ducale a chi in un'occasione la può difendere col proprio braccio.»

«E se la patria nostra vuol avere un uomo, ma di quelli che ne v'ha uno per mille, ha da venire a cercarlo qui in mezzo a noi, che noi siam quelli che provvediamo alla sua difesa, alla sua grandezza, alla sua gloria.»

«Amici e compagnoni miei, io credo bene di essere il più vecchio di tutti qui, ed ho servito sotto a quattro ammiragli, ma un uomo come questo Candiano io credo non ci sia mai stato al mondo.»

«E quante volte non dubitò mettere la sua vita in pericolo per salvare uno di noi che sull'orlo della nave ammiraglia minacciasse cadere in mare o nelle mani del nemico; e tu, Pierozzo, dovresti ricordartene, chi sa in che fonda scogliera te ne staresti adesso a macerar le tue carni, se Candiano, con quel suo braccio di ferro, non t'avesse sostenuto di tutto peso pel buricchetto nella giornata della Spezia.»

«Me ne ricordo benissimo, e non mi par vero d'essere ancora qui a contarla, e non desidero e non aspetto altro al mondo che di fare altrettanto al mio buon ammiraglio.»

«Viva Candiano, l'amico, il padre de' suoi soldati!»

«Viva il difensore di Venezia!»

«Viva il bravo dei bravi!»

«Che sentimento debb'essere il suo vedendosi ammirato e benedetto da tanta moltitudine.»

«Felice colui al quale è si bene meritato dalle sue virtù.»

«Chi non vorrebbe esser lui anche a patto di avere i suoi settant'anni sulle spalle?»

«Io, che appena ho tocchi i miei quaranta, e mi sento ancor forte di gioventù, non so che darei per diventar lui a un tratto.»

«Bravo Verezza, tu la pensi come la penso anch'io.»

«Gridiamo dunque tutti ad uno: Viva Candiano, viva il nuovo doge!»

«Ma tu che hai, Bertuccio, stamattina che te ne stai li colla testa china e tutto d'un pezzo, come se l'allegria comune non ti toccasse per niente?»

«Io?»

«Sì, tu.»

«Viva il nuovo doge! Ecco, l'ho detto ancor io; siete contenti ora?»

«Per fare quella brutta smorfia tanto n'avevi a non parlare, e pare che la parola abbia penato ad uscire intera dalla tua bocca.»

«Non ha penato niente, che non c'è nessuno di voi che possa vantarsi amar meglio di me il vantaggio e la gloria di Candiano, ma…»

«Cosa avresti a dire?»

«Che fra qualche ora quando in lui saluteremo il doge avrem perduto l'ammiraglio, e ciò, per san Marco e sant'Elmo, mi pesa forte e mi dà grandissima noia.»

A queste parole, come se d'improvviso si fosse gettata dell'acqua sopra una fiamma che crepitasse forte, svanì in un momento l'allegria in quel luogo, ed a tutte quelle grida, a tutti quegli evviva successe un assoluto silenzio.

«Per sant'Elmo che qui il Bertuccio ha detto il vero!»

«Il Bertuccio ha ben parlato.»

«Ha ben parlato, ma non tanto. E credo che allorquando Candiano sarà doge, questo non torrà che lui comandi alle galere, e in un'occasione lui sarà ancora il nostro generale, e vi ricordi di Enrico Dandolo.»

«Bravo Verezza; viva la gloriosa memoria di Enrico Dandolo!»

«E sia benedetto quel dì quando sulla nave ammiraglia ci stringeremo intorno al vecchio doge Candiano.»

«E obbediremo a' suoi comandi.»

«E come leoni combatteremo intorno a quel vecchio leone.»

«E i nemici di Dio e di Venezia al nostro ruggito fuggiranno spaventati.»

«Benedetto quel dì, e faccia san Marco ch'ei sia ben vicino.»

«Viva adunque Candiano, il nostro ammiraglio!»

«Il nostro doge!»

«Il nostro padre ed amico!»

E gli evviva e le acclamazioni tornarono ancora ad echeggiare in quello stanzone a volta.

Ma di mezzo al frastuono uscì improvvisa una voce assai alta a comandar silenzio, e sull'uscio di quello stanzone comparve un uficiale del consiglio accompagnato da sei fanti della Republica.

Quell'uficiale s'innoltrò nello stanzone, fece venire innanzi i sei fanti; l'uno dei quali portava un piccol sacco sotto il braccio, chiamò il caposquadra, e gli disse:

«La Republica vi manda cinquecento ducati per distribuire a questa brava gente.»

Un altro grido si alzò a queste parole.

«Zitto, ascoltatemi,» continuava l'uficiale; «è comando espresso dell'eccelso consiglio dei Dieci che quanti v'hanno soldati delle galere tutti si raccolgano quest'oggi nelle caracche, e si rechino a Malamocco. È pure espresso comando dell'eccelso consiglio che fra un'ora sieno spiegate le vele.»

A queste parole tutti si guardarono in viso maravigliati. In prima si fece un profondo silenzio, poi cominciò un bisbiglio che a grado a grado finì in un frastuono altissimo. Allora il caposquadra disse queste parole all'uficiale:

«Non vi maravigliate, messere, ma questa brava gente sperava quest'oggi, com'era ben ragionevole, di assistere all'incoronazione dell'amato lor generale.»

«E vi assisteranno quando sarà il dì;—per oggi non si fa nulla.»

«Nulla!»

«Nulla. Or fate in modo che l'eccelso consiglio abbia a lodarsi della pronta vostra obbedienza.»

Pronunciate queste parole l'uficiale del consiglio se n'andò.

Partito colui, quei cinquanta e più soldati che si trovavano colà si raggrupparono tutti in crocchio.

«Avete voi compreso bene?»

«Per me nulla affatto. però m'è entrato nell'animo un gran sospetto.»

«Oggi doveva essere coronato doge.»

«Così ho sempre creduto.»

«Ma la funzione è protratta…. e noi ci si manda a Malamocco.»

«Qui ci covan sotto altro che favole.»

«Avete sentito?» entrava subito a dire il caposquadra, per dare una svolta a quei discorsi; «non ci rimane che un'ora di tempo, e dovremo aver levate le àncore.»

«Pensiamo che codesto comando avrebbe dovuto venire dall'ammiraglio, e non dall'eccelso consiglio.»

«Per verità che non so nemmen io che mi pensare; del resto mi pare che vi siano cinquecento ducati da dividersi fra noi, ed è ciò che mi dà molto piacere.»

«Vino ed oro: il tuo mondo è in queste due parole.»

«Nè il mondo ha parole più belle di queste.»

«Ed io darei il tuo vino e il tuo oro pel piacere di veder in quest'istante medesimo il nostro ammiraglio.»

«Lo vedrei volentieri anch'io; ma penso tuttavia che se non lo vedremo oggi lo vedremo domani, e che non c'è da rusticarci tanto per questo.»

Nel salotto non rimanevano più che un dieci o dodici soldati, quando entrò uno dei loro che nella notte era stato assente dall'arsenale. Quel soldato era uno dei più vecchi; l'aspetto di quel buon uomo dava indizio di una cupa tristezza che assai teneva della disperazione. S'accosta tutto tremante a que' suoi colleghi, e,

«Una gran sventura, amici,» esclamò, «una gran sventura, la più dura, la più insopportabile che mai ci potesse venire addosso!»

«La tua faccia è pallida come quella di un morto. Se la sventura che tu dî è terribile come il tuo aspetto, ci protegga san Marco…. ma parla una volta.»

«Candiano è nella stanza dei Dieci; egli è accusato, e si racconta di lui un'incredibile avventura.»

Quei dodici prodi si guardarono in faccia esterrefatti, percossi.

«L'ammiraglio accusato?»

«Come v'ho detto. Io sono ancora compreso d'orrore.»

«Ma di che accusato?»

«Lo sa Iddio!»

«E proprio nel dì ch'egli doveva essere acclamato doge!»

«In questo dì appunto.»

«Ora ho compreso perchè l'eccelso consiglio ci manda a Malamocco.»

«Egli sa che Candiano è l'amato nostro ammiraglio.»

«E che se ingiustamente gli venisse mai torto un capello, queste braccia, che tante volte hanno saputo difendere la patria, saprebbero pure ad un'occasione…»

«Il mio pensiero s'è incontrato col tuo; ma tronchiamo a mezzo codesto discorso, che non è per recarci alcun utile.»

«Io so, Gazzella, che molti di codesti patrizi infingardi hanno sempre portato invidia e peggio al vecchio Candiano, e che al piacere di saperlo sconfitto e morto avrebbero i tristi sagrificato anche l'utile della patria comune.»

«Bertuccio mio, se mai l'accusa fosse una calunnia…?»

«Io fremo in pensarci… ma…»

«Ma a costo di morire di spasimo nella gabbia di San Marco, chi volle essere nostro padre ed amico, per l'anima mia che avrà in me più che un amico, più che un fratello, e lo vendicherò.»

Dicendo queste parole uscirono di là. In quel momento medesimo un fante della Republica, mostrandosi improvvisamente di dietro a un grosso pilastro che sorreggeva la volta dello stanzone, e guardandosi intorno con gran sospetto uscì esso pure rapidamente.

Il dì dopo l'eccelso consiglio mandò al caposquadra delle galere stanziate a Malamocco un ordine di spedire a rinforzare il presidio dell'isola di Cipro una caracca di arsenalotti, con espresso comando che segnatamente fosser mandati colà il Gazzella e il Bertuccio, e l'altro vecchio compagno col quale il dì prima avevano fatto quegli imprudenti discorsi.

Il lettore avrà ben compreso il perchè di tutte queste deliberazioni del consiglio, ed avrà dovuto ammirare la profonda e fina politica dei Dieci. Ma la sua ammirazione si cangerà presto in orrore quando sappia che in tutti quei dì che susseguirono alla cattura dell'ammiraglio Candiano, a sera, a notte chiusa alcune famiglie, alcune spose attesero in vano il padre, il marito, e lo attesero per un pezzo, nè mai loro comparve più innanzi.

Il consiglio dei Dieci non pativa che nessuno in Venezia parlasse dell'ammiraglio, molto meno che si tributasse una lode alla sua virtù, un compianto alla sua sventura. Ma sebbene i cittadini indovinassero con orrore la causa di quelle improvvise disparizioni, tuttavia il prode e buon vecchio aveva lasciato tanto amore e pietà di sè stesso, il caso di Valenzia sua figlia, del quale era pur corsa ovunque la storia genuina, aveva messa negli animi tanta maraviglia, che bisognava pure che in qualche modo se ne parlasse. Ma dal momento che l'ammiraglio fu condotto innanzi al tribunale dei Dieci, non si potè più sapere quel che avvenne di lui e della sua figlia, intorno alla quale correvano tante e sì disparate voci, e con misterioso terrore di tutta la città quel prode vegliardo e quella giovane infelice disparvero dalla scena del mondo senza che nè un atto pubblico attestasse la loro fine, nè un publico monumento i loro nomi.

Così la Serenissima Republica non ebbe scrupolo a sagrificare un uomo al quale andava debitrice di tanti segnalati servigi, e all'utile proprio antepose la stretta osservanza di una legge assurda che essa però aveva sancita nella supposizione che troncando ogni legame con chi non apparteneva a San Marco avrebbe cansati molti pericoli possibili. Soltanto alcuni anni dopo, quando si trovò impegnata in una lotta colla flottiglia di Pisa, e s'accorse mancarle l'uomo adatto a toglierla dal pericolo, s'avvide dell'errore, e il popolo in massa, che spesso ha un tatto squisito nel giudicare, accusò altamente l'improvvido consiglio che aveva segnata la sentenza di Candiano.

Del resto il considerare che quella legge assurda ed avente in sè gli elementi dell'ingiustizia ebbe un contravventore in quell'uomo appunto che più aveva d'equità e di senno, ne condurrebbe alla conseguenza che tutte le leggi di simil natura, se mai ve ne fossero, procurerebbero la rovina di quegli uomini dei quali è più forte il bisogno in questo mondo venendo in vece puntualmente osservate da quella numerosa folla, che obbedendo così alla cieca e senza convinzioni non han neppure le qualità che si vogliono a rendere in qualche modo utile l'uomo all'uomo.

Ma prima d'accommiatarci dal nostro lettore, dobbiamo ancora raccontargli una cosa, della cui riuscita forse egli stava in aspettazione.

Alcuni giorni dopo che il Candiano ed i suoi figli eran scomparsi dalla scena del mondo, sulla riva degli Schiavoni fu esposto un corpo morto alla publica vista perchè potesse venir riconosciuto dagli affini e dai consanguinei.

Era quello il corpo di Apostolo Malumbra che essendo rimasto là in mezzo al mare per tanti giorni, s'era sfigurato in modo da non più riconoscersi.

La donna sua, che da tanti giorni viveva in un'angustia terribile, nè mai erale venuto fatto rintracciar notizie sul conto del marito, passando una mattina a caso per quei luoghi, e vedendo gran folla che traeva a vedere il morto, anch'essa vi venne trascinata. Vi getta gli occhi, ne riconosce il gabbano, e senza dir parola cade a terra come piombo. I due piccoli figliuoletti che aveva condotti con sè, si danno a brancolare sul corpo della madre svenuta, a piangere, a gridare. La folla s'arresta. Grida uno del popolaccio:

«È la moglie del Malumbra.»

«Guardate un tratto,» dice un altro, «che il morto non sia il marito di costei.»

Tutti si avvicinano a guardar meglio. Quelli che prima non avevano saputo trovar traccia d'uom conosciuto in quel cadavere, ad una voce gridano:—È lui…—E a quella parola, come se in quel corpo si fosse scoperto il fatale gavacciolo d'un appestato, tutti dileguarono… e la povera donna svenuta ed i figliuoletti strillanti furono lasciati colà. Quando la moglie del Malumbra si risentì non si vide intorno più nessuno, e ritornò alla sua casa.

Passò qualche tempo, mancò ogni mezzo di sussistenza… gl'innocenti fanciulli tornarono a domandar pane affamati; ma in quella casa desolata non osò metter piede persona al mondo. Nè tutti coloro che poterono tener dietro ad ogni passo di quello sciagurato e tristo Malumbra, non seppero mai comprendere di chi era veramente la colpa, e senza neppur pensare che il bisogno è persuasore orribile di delitti e di colpa, lasciarono languire nella miseria anche i figli di lui, che pure erano innocentissimi.

Dice la cronaca che fintantochè furon fanciulli e deboli non fecero che piangere e patire; ma giunti all'età in cui l'uomo spiega tutta quella forza che natura gli ha conceduto, si condussero anch'essi verso la scesa del delitto. Due di essi fecero ciò che il padre loro non aveva saputo fare: s'appiattarono nelle macchie a svaligiare i passeggeri, e quando furono raggiunti dalle mani della giustizia, questa li consegnò al patibolo. Una folla numerosa accorse allo spettacolo orrendo: sapevasi di chi eran figli; ma a nessuno venne in mente che se il padre loro non fosse stato respinto da tutti e lasciato privo di pane senza che ne avesse colpa, forse i figli suoi sarebbero riusciti cittadini assai probi, e giovati un poco dalla fortuna, quegli stessi che il patibolo troncava, sarebbero forse stati l'oggetto della gratitudine e dell'amore universale.

Di molte sventure e molti delitti pur troppo talvolta è colpevole la società, non l'individuo; e spesso per una condanna precipitata, per un pregiudizio, per la fredda indifferenza, un uomo che Dio ha sospinto sulla via dei buoni, travia, e si perde irremissibilmente.

Così avessero queste pagine abbastanza pregi da fermare l'attenzione dei più, che forse la storia di Candiano e di sua figlia, la sciagura ed i delitti del Malumbra sarebbero potenti ad impedire qualche nuova ingiustizia e qualche nuova colpa.

FINE.