«Ed è?»
«Che anima nata non sappia, nè giunga a saper mai ciò che ora ti ho detto. Addio.» E senza più altro Candiano sparì lasciando il solo Fossano in un mar d'incertezze.
Per quanto le parole di Candiano fossero state oscure, non doveva però il Fossano stare in forse nel prendere una risoluzione; e di fatto, ridottosi alla sua casa, stabilì partire in quella notte medesima. Verso le quattr'ore, senza aver detto addio nè ai suoi colleghi; nè a' suoi amici, entrato nella gondola che aveva noleggiato, oltrepassava la laguna, e giù per la Brenta si dirigeva alla volta di Padova, fermando il proposito di non mettere più il piede in Venezia. Ma così potesse l'uomo mantenere i propositi a sua posta che a molte sventure potrebbe anche sfuggire.
In quella medesima notte, ad ora tarda, a ciel chiuso, un'altra gondola con rapidissimo remo usciva di Venezia. All'imboccatura della Brenta dovette passare nel mezzo di molte barche che pure andavan su pel fiume. Al luccicare delle torcie che splendevano su quelle, si potè conoscere che appartenevano al figlio di Bernabò, il quale, finite le sue pratiche colla Serenissima Republica, se ne tornava verso Milano. Sulla barca che correva in testa alle altre, seduto sulla tolda si potè vedere lo stesso Visconti, rischiarato com'era dalla fiamma del fanale che lo illuminava di sotto in su. Intorno a lui erano alcuni senatori e il procuratore di San Marco, che lo accompagnavano un tratto per onore. Nella gondola che come un luccio guizzò rapida nel passare vicina a quella barca, erano due persone che, vedendo la cupa figura del Visconti e le facce severe dei senatori, si sentirono a gelare il sangue nelle vene, temendo d'aver dato in un trabocchetto. Ma la gondola rapidissima passò innanzi, e l'avanzò di tanto che coloro che seco portava, non ebbero più a temere di poter essere raggiunti.
Fuggite, fuggite, che non sempre così, pur troppo, vi sarà favorevole la sorte! Godete i momenti che il destino vi concede, mentre sta meditando l'estremo vostro danno. L'aura propizia dell'istante sia compenso alle future angosce che egli vi ha preparato, e a cui, infelici, non vi sarà dato sfuggire, che il filo stretto a cui vi lascia svolazzare, è lungo ma infrangibile.
Il dì dopo, sulla piazzetta del convento dei Francescani in Padova, quando a tutte le chiese della città suonavano i tocchi dell'avemmaria, trovavasi il Fossano. L'impazienza e l'incertezza lo travagliavano per modo ch'egli, senza accorgersi, correva a rapidi passi innanzi e indietro per la piazza. Guardava di tratto in tratto una striscia di sole che indorava un cumignolo di torre, perchè, a mitigare la propria impazienza, aveva prefisso, come a termine del suo tanto aspettare, il momento che quella striscia sarebbe scomparsa del tutto. Ma il sole tramontò affatto, sopraggiunse la notte, e nessuno ancora compariva. Allora tornava col pensiero alle parole di Candiano, le ricordava ad una ad una per vedere se mai avesse dato loro la giusta interpretazione, e assicuratosi che in quanto a sè stesso non aveva fatto errore di sorta, gli veniva il dubbio non avesse il Candiano parlato a sproposito alterato come doveva essere dalla desolazione del momento. Per buona ventura nel punto che stava facendo simili pensieri, e crollava il capo quasi disperando di tutto, sentì chiamarsi per nome. Si volse e vide l'alta figura di Candiano a due passi da lui. Aveva il vecchio nascosta la testa in un capuccio che gli scendeva fino agli occhi, a tale che il Fossano, se non fosse stato in aspettazione di lui, non l'avrebbe altrimenti conosciuto.
«Iddio ti benedica,» disse Candiano all'Alberigo. «Il tutto andò a buon segno, ed io ne ho felice augurio. Or io ti dirò il che e il perchè d'ogni cosa.»
Il Fossano se gli strinse vicino per ascoltare.
«Vedi là quell'edificio?»
«Lo vedo, è il monastero di Santa Francesca.»
«Vedi quella finestra là in fondo che risponde in sugli orti.»
«La vedo.»
«Ora ti consiglio a star bene in guardia con te stesso, che le mie parole ti potrebbero far piegare le ginocchia.»
«Io son ben sicuro di me: parlate.»
«In quella stanza; non dare un respiro, o Fossano; in quella stanza è la mia Valenzia viva e rigogliosa, più rigogliosa di prima.»
Il Fossano a quelle inattese parole fece un movimento che non si può descrivere, e stette per qualche tempo muto e immobile.
«Sì, o giovinetto, ella è là; e se il tuo cuore non s'è cangiato in questi ultimi giorni, io la tolsi al Visconti e a Venezia per serbarla per te, giacchè non sarà ch'io disgiunga ciò che l'ingenua natura ha voluto unire.»
Il Fossano cadde a terra fuor di sè per la gioia, abbracciando tutto tremante le ginocchia al generoso vecchio.
«Alzati, che alcuno potrebbe vederci qui: alzati, e mi segui.»
Ambedue si mossero.
Giunti in vicinanza di quell'edificio, il Candiano, detto al Fossano che aspettasse, v'entrò senza aspettar altro: dopo qualche tempo il romore dei passi e lo stropiccío di una gonna fecero sperare al giovane che fosse presso la sua Valenzia. Era essa di fatto. Uscita che fu, quantunque il padre suo Candiano l'avesse preparata a quell'incontro, pure non potè reggervi, e si lasciò cadere, prima di poter proferire un saluto al suo Alberigo, nelle braccia paterne.
Disse allora Candiano al giovine: «Va tu in vece mia a quel convento là dirimpetto. Suona la campana, e ti verrà aperto. Domanderai di frate Lorenzo. Egli verrà qui.»
Frate Lorenzo era un vecchio ottuagenario che godeva meritamente riputazione di santo. L'ammiraglio Candiano, avendo fatta con lui stretta conoscenza fin dai primi anni giovanili, avea messo gli occhi sopra di lui in quei pericolosi momenti; nè certo avrebbe osato mettere in atto il difficile disegno, se non avesse confidato specialmente nell'aiuto di quel buon religioso, che di fatto non si rifiutò ad assecondarlo nell'urgente bisogno.
Essendo Candiano arrivato a Padova all'ora nona di quel dì medesimo, aveva fatto chiamare il frate, il quale dapprima fece che Valenzia alloggiasse per quel dì nella foresteria del monastero di San Francesco, poi udito il resto da Candiano, e assicuratolo del più stretto segreto, gli promise che avrebbe fatto il voler suo, giacchè non era cosa che fosse nè contro la giustizia, nè contro il volere di Dio. Quando udì poi ch'egli aveva potuto con tanta fortuna deludere la vigilanza della Republica, e, dato un sonnifero a bere alla figlia, far credere a tutti ch'ella fosse morta per poi trafugarla ad agio suo,
«Qui c'è il dito di Dio,» disse più volte il frate. «Egli non volle permettere che la fanciulla dovesse andar sposa al figlio dell'empio Bernabò. Egli volle aiutare il tuo paterno disegno.»
Quando Valenzia si risentì, Alberigo Fossano era tornato con frate Lorenzo. Un'ora dopo, in una cappelletta della chiesa di San Francesco, Alberigo e Valenzia, inginocchiati sulla predella dell'altare, vennero da lui congiunti coi nodi indissolubili del matrimonio. La notte medesima Candiano ritornò a Venezia per non ingenerare alcun sospetto di sè colla lunga assenza. I due sposi volsero il loro cammino verso Lombardia.
La maggior parte di queste cose raccontò Apostolo Malumbra al senator Barbarigo che stette il tutto ascoltando con muta e sempre più crescente maraviglia. Egli, per quanto avesse percorso tutti i possibili, non avrebbe giammai potuto nè tampoco imaginare un così strano avvenimento, e quando il Malumbra ebbe finito di raccontare,
«Io sono così compreso di stupore,» disse, «che non so in vero, nè che pensare, nè che risolvere.»
«Non fa molto tempo,» continuava il Malumbra, «io ho veduto in Milano il cavaliere Alberigo Fossano.»
«Gli hai parlato?»
«A lui no, bensì m'affiatai con un suo servo, e siccome fin da quando morì la figlia dell'ammiraglio, o almeno fu creduta morta, essendo nati in me certi strani sospetti, fin d'allora mi posi a frugare in tutti que' luoghi ove mi pareva potessi far buona raccolta, e ne spiluccai tanto che poteva bastare per poter dire, che in quel torbido c'era tuttavia da pescar chiaro; arrivato a Milano, e saputo che il Fossano era alla corte del Conte di Virtù, tanto feci finchè ho potuto accostarmi a quel suo servo che sopra v'ho detto, e messolo così in sul raccontare, senza dargli sospetto che io fossi di questi paesi, lo condussi a dirmi qualche cosa del suo padrone, e d'una in altra, mi raccontò gran parte de' fatti che già vi ho narrati.»
«E la Valenzia…. l'hai tu veduta?»
«È ciò appunto che mi rimarrà a fare appena che tornerò a Milano. Ma io mi scordavo dirvi ciò che assai importa di sapere.»
«Ed è?»
«Saprete che i Francesi, per far la guerra al Conte di Virtù, minacciano calare in Italia condotti dal conte d'Armagnac.»
«So tutto: prosegui.»
«Questo conte d'Armagnac è parente strettissimo di quel Carlo Visconti figlio del Bernabò che dovea sposare la Valenzia.»
«Ebbene?»
«Carlo Visconti ha voluto precedere il conte, e dicesi che siasi messo a far delle scorrerie sul lago Maggiore, non ad altro che per vessare la gente del suo cugino, il Conte di Virtù, che vi ha terre e castella.»
«Questo non ci deve importare più che tanto.»
«Io la penso diversamente, perchè so che in una di quelle terre vive celata al mondo la figlia dell'ammiraglio Candiano.»
Il senator Barbarigo balzò in piedi a questa notizia.
«Se il Visconti,» continuava Apostolo, «avesse mai a rivedere la Valenzia; egli che si era fieramente invaghito di lei, ed ora la crede morta da un anno…. Quel che potrebbe nascere dalla combinazione di tante cose, lo lascio pensare a voi, illustrissimo.»
«Tutto va bene, Apostolo, ma converrebbe che queste combinazioni venissero accresciute dall'arte; e la Valenzia, l'Alberigo, il Visconti, potessero ancora tornare a queste lagune….»
Il Malumbra stette un momento pensando, poi soggiunse:
«Si potrebbe anche tentare, e allora….»
«Allora tu dovresti andar subito a Milano…»
«Anche in questa notte, ma….»
«Ti ho compreso.»
Il senatore uscì di quella camera, e ritornò di lì a poco. Diede quattro rotoli al Malumbra, dicendo: «Qui ci sono quattrocento ducati d'oro, e tu partirai domani.»
«Benissimo. Ora io posso andare.»
«Senti: prima di partire verrai ancora da me.»
«S'intende….»
«E dovresti andare anche dall'ammiraglio.»
«A far che?»
«Domani io stesso mi troverò presso all'ammiraglio a mezzodì. Tu ci verrai verso quell'ora. Gli parlerai di Alberigo Fossano, e condurrai il discorso in modo da fargli cangiare il colore del volto.»
«Io sarò là.»
«Ora puoi andare.»
Il Malumbra uscì, e il senatore si ritrasse nelle sue stanze interne a pensare a quegli avvenimenti straordinari, pieno di una compiacenza così perfida e così completa quale non aveva ancora provata in tutta la sua vita.
III
APOSTOLO MALUMBRA.
Un'ora dopo, quando già cominciava ad albeggiare, dalla finestra d'una delle case che danno in sulla saliciata di San Lio, sporgeva il capo una donna.
«Ehi…. Marta! Marta!»
Trascorso qualche momento, «Chi mi comanda?» si sentiva rispondere… e dalla finestra vicina vedevasi sporgere un'altra testa di donna.
«Buon dì Marta, avete sentito a batter l'ore a San Marco?»
«Ho sentito: suonarono undici ore. Ma cosa è che stamattina vi siete alzata così per tempo.»
«Sto aspettando il marito mio che se n'è andato alle feste dell'illustrissimo signor Barbarigo, e può badar pochissimo a tornare.»
«Oh! Il signor Apostolo Malumbra s'è posto anch'egli a filare del gran signore, Ghita mia.»
«Che cosa volete: dopo ch'egli s'è messo a commerciare di proprio, la fortuna s'è cangiata un pochino nella nostra povera casa. Voi ben sapete quanto un tempo ci stringeva il bisogno, e a cinque figliuoli, che tanti ne aveva, non c'era propriamente da dar pane la mattina. Ma ora, sia lode a Dio, possiamo far più che altri, e si vivono giorni dal più al meno tranquilli.»
«Ne ho gran piacere, Ghita mia, che tanto mi seppe male quando ho sentito dire ch'egli così ingiustamente era stato cacciato dal banco del signor Morosini.»
«E si dovette penare un anno intero, che nessuno non gli volse più dare avviamento, e non si pensava alla moglie e ai cinque figliuoletti che morivano di fame.»
«Ah, pur troppo il mondo è assai tristo.»
«Lode a Dio per altro che non l'ha avuto il piacere di vederci languir sempre d'inedia, e venne il nostro buon tempo anche per noi.»
«Torno a dirvi ch'io ne godo nel fondo dell'animo, e per verità io non ho mai conosciuto altr'uomo al mondo che più meritasse fortuna, del signor Apostolo Malumbra, e mi sento movere a sdegno quando sento alcuno a dir male del marito vostro.»
«In Venezia, sapete bene, che non ci fu mai penuria di chi si dilettasse a dir male d'altrui.»
«Davvero ch'ella è così, e ieri l'altro ebbi una lunga contesa colla Spadaccini che sta in Merceria, la quale osava nientemeno di sostenere…. dite un po'… Ghituccia..?»
«Dio mio, chi può mai indovinare che cosa possa mai aver detto quella donna?»
«Cose di fuoco! Ma io ho ben saputo mandarle in gola tutto il veleno che versò fuori da quella sua bocca maligna. La è così, cara Ghituccia mia; osava di sostenere niente di manco che il signor Apostolo Malumbra ora può scialarla e stare in sul grande, perchè serve l'eccelso consiglio dei Dieci in qualità di spione; figuratevi, Ghituccia mia, se ciò può stare.»
«O Santa Maria! che cosa mi tocca mai di sentire! S'egli lo sapesse, vi so dir io che morirebbe di crepacuore al solo pensarvi. Egli che ha sempre avuto in orrore quell'abbominevole mestiere. Ma non gli dirò nulla, nulla di certo, perchè m'avvedo che nascerebbero di brutti guai. In quanto poi alla signora Spadaccini, sapete bene, dovrebbe tacere colei…. che non porterebbe nè il guarnello di broccato, nè gli orecchini a perle, nè quelle ricche trine, se non fossero i begli occhi della sua figlia. Già saprete anche voi che l'illustrissimo signor Attilio Gritti ha la pratica di quella casa.»
«E chi non lo sa, Ghituccia. Ma, se non sbaglio, mi pare di vedere laggiù il marito vostro che se ne venga verso casa.»
«È lui; è lui. Ecco, egli è qui presso: corro ad aprirgli. Addio,
Marta.» E se ne andava.
Poco di poi l'Apostolo Malumbra metteva il piede nelle sue stanze.
«È un pezzo che ti stava aspettando, Apostolo.»
«Hai fatto male; te l'ho pur detto che io sarei ritornato a mattina; ma io mi sento addosso un tedio mortale, e muoio di sonno.»
«Ebbene va a dormire.»
«Alla campana di mezzodì verrai a svegliarmi.»
«Va benissimo.»
«Ora hai da sapere….»
«Che cosa?»
«Che stasera… o tutt'al più domani mattina ho a tornare a Milano.»
«A Milano?»
«Sì, Ghita: del resto ho qui quattrocento ducati d'oro; vedi; son quattro rotoli che danno piacere alla vista.»
«Mi ricordo… quando i figli avevan fame… e non si aveva neppure un grosso da comperare del pane. Ora è ben altra cosa.»
«Certo… è ben altra cosa.»
«Ti ricordi del povero Anselmuccio?»
«Mi ricordo, Ghita.»
«È morto in tre dì…»
«Pur troppo… per aver patita la fame,»
«Questo io ti dico perchè tu debba ringraziar mille volte la tua sorte che s'è voluta mutare. Ed ora… guarda come son floridi i nostri quattro figli che ci rimasero; guarda con che pace sfiorano l'ultimo sonno.»
Il Malumbra gettava un'occhiata sui letticini dove dormivano i piccoli suoi figli, e mentre li guardava, la sua faccia subiva un'espressione particolare.
«Ora dormirò anch'io,» soggiunse poi; «lasciami solo.» E recavasi in una stanza vicina.
Solo che fu, si spogliò la zimarra e il giustacuore, e accostatosi al letto stette un pezzo fermo su' due piedi colle braccia incrocicchiate al petto, e cogli occhi rivolti su que' quattro rotoli di ducatoni d'oro che aveva deposti su d'una tavola vicina; stato così qualche po' d'ora… «Oh sono pazzo io,» uscì a dire, «poniamoci a dormire; alla fin fine ebbero essi alcuna pietà per me?…. Buttiamoci a dormire, i miei figli non avranno più a morir di fame.» Dette queste parole così fra labbro e labbro si pose a giacere, e un momento dopo dormiva profondamente.
Come il lettore si sarà bene accorto, l'Apostolo Malumbra era proprio uno spione al servigio del consiglio dei Dieci. Sotto colore di viaggiare per commercio nelle varie città soggette al dominio Veneto e più lontano ancora, andava raccogliendo tutte le notizie che meglio potevano importare alla Serenissima Republica, per poi rigurgitarle innanzi al consiglio dei Dieci o a qualche individuo che v'appartenesse. Scopriva trame, frugava nel pensiero altrui, teneva dietro a certe fila lunghissime e tortuose, fino a tanto che riusciva a sapere dove andavano a metter capo, per poi renderne perfettamente istrutti coloro a cui spettava. Era alla società come l'insetto impercettibile che rode e guasta, come il mal sottile in un corpo apparentemente rigoglioso e sano. Se si avesse a raccontare la storia delle centinaia di vittime ch'egli col suo sordo e lento, ma continuo lavoro, aveva condotto all'ultima rovina, sarebbe una vera pietà.
Del resto il lettore non voglia già credere che codesto Malumbra fosse dotato di quelle misteriose e quasi magiche virtù, onde piacque sin qui comporre l'esistenza di tutti gli spioni che servirono la Republica veneziana; imperocchè intorno a codesta razza d'uomini, vi sono tuttavia molte false idee a rettificare.
Gli sgherri, i delatori al soldo della Republica veneta, erano certamente esseri un po' misteriosi; ma il mistero che li copriva, non era già nel senso col quale e fu descritto e fu inteso da tanti scrittori e lettori che parlarono e s'occuparono di quella terribile oligarchia. L'essere uno spione spettatore di tutto col privilegio di rimanere poi sempre invisibile altrui, l'entrare nelle case, il conoscerne i più intimi penetrali, eziandio assai più di chi ne era l'abitatore; il sapere per filo tutte le azioni di un uomo del quale siasi messo sulle tracce, e talmente da conoscerne anche i pensieri i più interni; sono cose che la sciocca credulità popolare ha ammesse, che la storia destituita di criterio ha perpetuato, che la fantasia de' poeti ha afferrata per surrogare nelle creazioni dell'ingegno una nuova macchina, un nuovo maraviglioso all'antico col fine di abbagliare le povere menti pronte tanto più ad applaudire, quanto più sembra che un fatto si dilunghi dal procedimento comune della vita pratica. Il Malumbra adunque era un tristo che aveva a sangue freddo sagrificato un numero grandissimo de' suoi concittadini, ma era un tristo umanamente, nè mai aveva fatto cosa che avesse richiesto poco più di un'astuzia e simulazione volgare. Bensì, prima d'essersi dato a quell'infame mestiere, il Malumbra era stato un uomo che non aveva avuto bisogno di tormentare altrui per sostentare sè stesso, nè le circostanze della sua vita non erano mai state così potenti da far sviluppare in lui quel germe di perfidia che la natura aveagli dato; però ch'egli è da credere che, siccome le occasioni fanno emergere gli ingegni e le virtù straordinarie, le quali, abbandonate a sè, sarebbero forse state mute eternamente, così le prave tendenze sviluppano improvvise appena che l'occasione dia loro quel tanto che si vuole a farle crescere.
Fino all'età di trent'anni egli era stato a' servigi di un negoziante veneziano, il quale trovandosi a un tratto mancare una grossa somma di denaro, nè sapendo al primo congetturarne il colpevole, pensò essere buon partito quello di licenziare tutti i suoi agenti. Fra costoro si trovò il Malumbra che senza avere una colpa al mondo si trovò solo, abbandonato a sè, privo di speranza di trovare un pane, che nessuno avrebbe voluto averlo a' suoi servigi con quel poco di sospetto che si aveva di lui. Egli era innocente, eppure non è da biasimare chi lo aveva scacciato da sè, e tutti coloro che si erano rifiutati a dargli pane non erano per verun modo degni di riprensione. Ma un'ingiustizia tuttavia erasi commessa, e il Malumbra ne era stato la vittima. Che un uomo soffra il disprezzo, sopporti la miseria, patisca la fame, e si disperi, è un fatto così minuto, così impercettibile, che la società nella continua e vorticosa sua faccenda o non può, o non sa, o non vuole accorgersene. Ma l'individuo, per quanto sia misero, ha pur fatto un mondo in sè, e così prepotente è in lui il bisogno della conservazione che, a lungo andare, tenta di sostenersi a spese di quella società medesima, e cogli ingegnosi sofismi chiamando le male arti necessità della vita, si dispone lentamente a vendicarsi della crudele noncuranza che lo circonda. Non è sventura al mondo, non è patimento che valga a sradicare la virtù da chi veramente l'ha in sè inviscerata. Questa è sentenza comune, è sentenza secolare, è sentenza che la società fa suonar alto a propria discolpa. Ma posto ancora ch'ella sia vera, non è egli del più grave momento il preservare i corruttibili dal veleno della tentazione?
E in quanto al Malumbra non si sarebbe certo indotto a recar tanto danno altrui, s'egli nel mondo avesse potuto percorrere la sua strada senza ostacoli e senza patimenti. Certo che anche in una prospera condizione la sua mano non si sarebbe aperta così facilmente a beneficare il suo simile; e la sua patria, nei pericolosi momenti, non avrebbe trovato in lui il più valido puntello: ma dall'essere inutile all'esser dannoso è immensurabile distanza, e pare che la società non consideri che il numero degli eroi è di una pochezza desolante su questa terra.
Del resto nella persona del Malumbra si potevano ravvisare quasi due uomini diversi: l'uomo del mondo, l'uomo della famiglia; nel primo era pessimo; nel secondo, come forse abbiamo potuto accorgerci, era ottimo; che anzi tutte le buone qualità di che manifestamente era dotato nel seno della propria casa, erano quelle appunto che lo intristivano appena che il padre ed il marito trasmutavansi in uomo della società. Strana contraddizione, ma più apparente che reale, imperocchè, che cosa mai sarebbe stato della moglie e de' figli, se colui, nella desolata condizione in che la fortuna avealo gettato, fosse stato l'amico universale! Così la società, in mezzo a cui viveva, e che meritamente lo avrebbe caricato d'obbrobrio e peggio, se appena avesse in lui scoperto il proprio nemico, non s'accorgeva ch'ella medesima era colpevole della di lui colpa, e che a guisa dell'insetto, il quale s'introduce tra pelo e pelo, e vessa e martoria impunemente il corpo immane della belva che prima aveva minacciato schiacciarlo, egli celatamente s'era introdotto tra uomo ed uomo per vendicarsi di chi prima lo aveva con indifferenza crudele e ributtato e calpesto.
Qui potrà forse domandare taluno, se a raggiungere il detestabile suo fine, non avrebbe potuto avviarsi per altro sentiero, scegliere altri mezzi più atroci forse, ma meno vili assai. E certo che, se fosse stato solo al mondo, se non fosse nato in Venezia, e, più che tutto, se la natura avessegli dato più coraggio che acutezza, in vece di suggere i segreti agli uomini che avvicinava, li avrebbe aspettati al varco ascoso dietro la siepe. In quei giorni che, scacciato e svergognato, provò la miseria senza la speranza d'umano soccorso, e tosto lo arse il desiderio di operare alcuna cosa al danno della società, pensò al modo di aggiungere a questo fine rimanendo ciò non pertanto al sicuro d'ogni pena legale, che diversamente la famiglia avrebbe dovuto soccombere con lui. Allora, dopo essersi guardato ben d'attorno, un dì che nel palazzo ducale osservava così a caso quella bocca terribile del leone, che pareva dicesse: Denunziate! denunziate! gli balzò un pensiero alla mente, e conobbe che pur v'era un mezzo di gettarsi a man salva sugli uomini, non lasciando loro possibilità di difesa senza che perciò dovesse vivere in timore delle leggi; e coi sofismi giunse a persuadersi che egli, buttandosi al mestiero dello sgherro, veniva anzi a servirle più che altri, e in certo modo a ben meritare della patria, svelando le trame che erano in onta alle sue istituzioni, e a dividere la gloria del difenderla col prode che metteva la vita a rintuzzare i suoi nemici. Così accorciando d'un tratto l'immensurabile distanza che è tra la gloria e l'infamia, raccostando queste due cose sì opposte in modo da fonderle in una, potè indursi a credere che l'obbrobrio di cui caricavasi uno sgherro dei Dieci, altro non era che un pregiudizio, e appena gli si presentò occasione, gettò innanzi al consiglio una denunzia, e n'ebbe il prezzo. La prima sua vittima fu quel medesimo Morosini che avealo scacciato dal suo banco, poi altri che, povero, lo avevano ributtato; per un pezzo continuò a dar la caccia a tutti coloro che direttamente lo avevano offeso; per un pezzo la vendetta fu la spinta e la susta d'ogni sua opera, e all'oro che gli fruttava, univa la voluttà dell'ira saziata. A poco a poco però, cessati gli odi, gli rimase il nudo mestiero; cessate le gioie della vendetta non gli restò che l'oro. Non ebbe più nemici diretti; tutto il mondo fu suo nemico. Ciò non pertanto, anche dopo aver fatto il callo a tanta perfidia, di quando in quando, e specialmente se fosse il caso di recar danno a qualche dabben uomo, sentiva in sè qualche cosa che somigliava ad un rimorso, e di fatto, allorchè nella gola del leone mise l'accusa contro il Candiano, e ne raccontò la misteriosa istoria al Barbarigo, sentì in fondo del cuore una simile puntura, ma che tosto dileguò come dileguarono, coi sogni di quel mattino, le triste imagini che glieli aveano conturbati.
Quando suonò la campana del mezzodì, la moglie del Malumbra fu presta a destarlo; ed egi, rivestitosi così di fretta e, uscito di casa, si recò al palazzo Candiano.
Il senatore e l'ammiraglio stavano confabulando tra loro, quando il
Malumbra fu annunciato.
«Ditegli che aspetti un momento,» diceva Candiano al fante: «adesso, come vedete, sto coll'illustrissimo senatore.»
«Oh! fatelo entrare, ammiraglio, è un uomo dabbene che non si vuol rimandarlo.»
«Benissimo, senatore; fatelo dunque entrare.»
Il lettore sa che la notte prima il medesimo Barbarigo aveva ingiunto all'Apostolo Malumbra, che intorno a quell'ora facesse di trovarsi nelle stanze dell'ammiraglio.
«Buon dì, Malumbra,» disse il Candiano a colui, appena ebbe messo il piede nella sala, e lo disse con quella franca e sincera bonomia, che tanto gli era abituale; e continuava poi mezzo sorridendo: «io ho poi a lamentarmi di te.»
«Di me?»
«Che non sii venuto a farmi vedere quelle belle fogge d'armi che tu hai comprate a Milano.»
«Vi chiedo perdono, illustrissimo, ma stamattina per questo appunto io son venuto da voi; così, dovendo io tornare questa notte medesima a Milano, spero mi vorrete far degno de' vostri ordini.»
«Bene, bene.»
«Questo diavolo di Malumbra,» entrava a dire il senatore, «si gode il mondo assai più che altri.»
«Lo so bene.»
«Egli viaggia e fa buon sangue coi ducatoni de' nostri patrizi. Ma a proposito di Milano, tu ci dovresti ora far contenti di qualche notizia intorno a quel paese.»
«Buone notizie, illustrissimo, e per verità che quei poveri Milanesi possono ora rifarsi qualche poco, chè il Conte di Virtù concede loro di respirare un po' più liberamente.»
«Quel Bernabò era un gran tristo; e dopo tante vicende, e tante guerre, e tanti interdetti e scomuniche, non ha mai saputo imparare a starsene tranquillo.»
«Dio lo avesse voluto, illustrissimo, ma d'aggiunta quand'egli era tormentato dalla podagra, e non poteva pensare al resto, v'era il suo secondogenito, Carlo, che, se non era peggiore di Bernabò, non gli stava indietro di certo.»
«Non pronunciare un'altra volta il nome di Carlo, ed abbi rispetto al dolore di un padre;» dicendo queste parole, il senatore accennava a Candiano, il quale chinava la testa, ed aggrottava le ciglia.
«Io ci ho rispetto senza dubbio, e tacerò… ma mi resta sempre tuttavia a confortarmi seco pensando che ogni sventura è nulla, se si confronti a quella di aver per genero quel terribile Visconti.»
«E a te non intervenne mai nulla viaggiando per que' paesi quando ancora dominava il Bernabò?» soggiungeva Candiano a dare una svolta al discorso.
«A me no, sino a questo punto, ma ne portai però sempre con me la paura, e vi so dire che n'aveva di mestieri, che sotto Bernabò dalla vita alla morte, dal desco alla forca, il passo era assai breve colà, e non si aveva rispetto a nessuno; nè ci poteva giovare l'esser figli della Republica, che voi ben sapete quel che avvenne a Sua Santità. Però, quando trovavami entro le mura di Milano, me ne stava quasi sempre ne' quartieri dove allora aveva le ragioni il Conte di Virtù, che, per verità, vi si vivea un po' più tranquillamente. Adesso poi non c'è più ad avere un timore, e Gian Galeazzo, se non è tutt'oro di zecca, è le mille volte più umano del Bernabò.»
«Questo furbo di Malumbra la sa lunga.»
«La vita preme a tutti, illustrissimo. Ed anche i signori gentiluomini e i cavalieri aurati non istavano gran fatto meglio colà, che se non s'acconciavano al volere de' principi, non potevano più contare d'essere nè gentiluomini, nè cavalieri. In somma…. la caduta di Bernabò, fu la buona ventura per tutti, e….»
Qui si fermava qualche poco come a richiamarsi in mente alcuna cosa, poi continuava:
«Però, a quel Carlo Visconti non cadde l'animo affatto, ch'egli dopo essersene stato in Francia per più d'un anno, tornò di nascosto nelle terre del Conte, e in proposito; ho sentito a narrare colà una terribile ventura… e non mi fuggì di memoria perchè n'era oggetto nientemeno che quel povero Alberigo Fossano, il quale avrebbe fatto pur meglio a starsene qui all'ombra della cupola di San Marco.»
Gli occhi penetrativi del senator Barbarigo si volsero di celato ad esplorare il volto di Candiano, che, come tutti gli uomini sinceri ed aperti, mal sapendosi dominare, aveva dato un crollo a quel nome del Fossano.
Il Malumbra seguiva a dire:
«A quel giovane cavaliere venne in testa di fare ciò che buon per lui se non avesse fatto; voglio dire che ha dato l'anello ad una bella fanciulla, una bellezza straordinaria.»
«Chi era questa fanciulla?» domandava il Barbarigo.
«Il nome non me lo domandate, chè anche colà è un mistero per tutti; ma per dirvi ciò che io so in breve, quantunque il Fossano si fosse nascosto colla bella moglie in un suo castello fuori del milanese, la fama della bellezza di lei giunse all'orecchio di quel demonio dell'inferno, voglio dire di Carlo Visconti…»
«Chi te lo ha detto, Malumbra?»
Le parole che Candiano aveva pronunciate erano queste precisamente; ma l'atto con che le aveva accompagnate, fu così repentino e furibondo che chicchessia se ne sarebbe maravigliato. Non si maravigliarono per altro nè il Malumbra, nè il senatore.
Quest'ultimo soltanto, con un sorriso che gli serpeggiava pelle pelle, e gli faceva tremolare di compiacenza la pupilla che in quel punto vibrava più luccicante del solito,
«All'ammiraglio,» disse, «fa male questo nome di Carlo. Te l'ho pur detto, Malumbra, di tacerlo alla sua presenza.»
«Davvero, Barbarigo, che questi Visconti mi guastano il sangue,» rispose Candiano sforzandosi a smorzare l'ira che di subito gli si era accesa nell'animo; «tuttavia continua il tuo racconto, Malumbra.»
«È presto finito; colaggiù a Milano si parla di un fatto… d'una sventura avvenuta non son molti mesi alla donna del Fossano, ma il resto s'ignora.»
Il vecchio Candiano abbassò la testa senza più aggiunger parola. Intanto il senator Barbarigo, alzatosi, e fatto d'occhio al Malumbra, si dispose ad uscire.
«Ammiraglio,» disse, «io son costretto a lasciarvi, che prima di nona si ha a votare nel gran consiglio: stasera ci rivedremo dai Malipieri.»
«Va benissimo, ci rivedremo.»
Il Candiano e il Malumbra si trovarono soli, passò molto tempo senza che nè per l'una, nè per l'altra parte si dicesse una sola parola: ma il Malumbra, avendo parlato finalmente per licenziarsi, fece alzare un momento il capo all'ammiraglio che gli disse d'aspettare.
«Malumbra, ascoltami,» e sì dicendo si alzava dalla sua seggiola, e gli posava una mano sulla spalla; «ascoltami: tu l'hai veduto a Milano quel giovane?»
«Chi?»
«Alberigo Fossano.»
«L'ho veduto, ma non gli ho parlato però.»
«Malumbra, tu m'hai detto che vai a Milano?»
«Parto questa medesima notte.»
«Io ho bisogno che tu riveda Alberigo Fossano.»
«Converrà ch'io ne vada in cerca.»
«Ho bisogno che tu gli parli, cioè… aspetta, prima di partire fa di venire da me stasera.»
«Ci verrò senz'altro.»
«Ti darò una lettera che tu consegnerai ad Alberigo.»
«Farò quel che volete.»
«Prendi, Malumbra, io ti sarò eternamente obbligato,» e gli donava la borsa: «questa sera avrai altrettanto: ma ricordati di venire, che guai se tu manchi.»
«Non dubitate.»
«A vespro.»
«Benissimo, a vespro,» e senza aggiunger più nulla si licenziò dall'ammiraglio Candiano il quale, manifestamente sconcertato dalle parole del Malumbra, si gettò di bel nuovo nel suo seggiolone fisso in mille e terribili pensieri.
Il Malumbra nell'uscire di quel palazzo pensava alla virtù e bontà straordinaria dell'ammiraglio Candiano, pensava all'oro che ne aveva ricevuto in compenso, pensava che la vita di quel prode vegliardo era preziosa più di quella di ciascun altro Veneziano, e fu un momento, un fuggitivo momento, in cui pensò di non farne altro, e ingannare il senator Barbarigo e la Serenissima Republica; ma i secondi pensieri l'avvisarono che ciò non gli poteva convenire per nulla, e che per fare il vantaggio di un uomo dabbene, forse avrebbe corso pericolo di far male a sè; crollò il capo e disse: «A chi tocca tocca; quand'io non trovava nemmeno un grosso a comprar pane, nessuno mi ebbe riguardo, e più d'una volta ebbi a dormire alla fresca e a stomaco vuoto. Ch'io fossi o no un galantuomo, nessuno mostrò nemmeno pensarci. I gondolieri non cessarono il loro canto; i patrizi continuarono nella loro vita scioperata; le fanciulle non si rimasero dai pensieri d'amore; la zecchinetta continuò ad ingoiare fiorini. A chi tocca tocca, anch'io continuerò la mia strada.»
A vespro si recò al palazzo di Candiano, ed ebbe la lettera; e di quella lettera, prima che il Malumbra si partisse di Venezia, il senator Barbarigo sapeva benissimo il contenuto.
IV
LA ROCCA D'ANGERA.
Mentre il Malumbra viaggia verso Milano, noi, lasciandolo addietro qualche buon tratto, vi entreremo addirittura per tosto mettere il piede nel palazzo dove risiedeva il Conte di Virtù.
Se lo storico, incontratosi in questo personaggio che occupa sì luminosa parte negli annali della patria nostra, dovesse pronunciare un giudizio, non avuto riguardo nè alla condizione dei tempi in cui uscì a primeggiare fra i potenti, nè a' personaggi che lo precedettero e lo susseguirono nel governo della Lombardia, certo che dovrebbe lasciar correre assai libera la parola al vituperare, e tanto più se, svestitolo della sua clamide ducale, si facesse a considerare in lui non altri che l'uomo. Ma quando in vece si voglia considerare questo personaggio, in mezzo a quella mostruosa corona di principi atroci Galeazzo II, Matteo, Bernabò, Giovanni e Filippo Maria Visconti, giovato dal vicino confronto, tanta luce viene a posare su di lui, e le scarse sue virtù spiccano di tanta forza che lo storico potrebbe quasi venir tentato a metterlo nel novero di quelli a cui la patria e gli uomini sono debitori di alcuna gratitudine; tanto più poi se si voglia esaminare le vita publica del duca disgiunta affatto da quella dell'uomo privato.
La dissimulazione e la perfidia sono le qualità che gli storici han raccontato costituire principalmente il carattere del Conte di Virtù, e certo che son esse assolutamente così abbominevoli che ci vuol una certa audacia, per trovar modo a scusarle. Al mondo per altro sembrano assai meno vili e basse nelle cose di stato che non nei rapporti ordinari della vita privata, e nella parola politica pare che, sebben tacitamente, siano sottintese queste arti delle quali il Conte di Virtù era mirabilmente fornito. Tutti gli storici, e con ragione se si guardi da una parte, gli hanno rimproverato il tradimento fatto allo zio Bernabò, e l'avere arbitrariamente invase le città che appartenevano al suo dominio. Ma chi troppo bestemmia la simulata perfidia del Conte di Virtù, e troppo compiange la sventura dello zio di lui, pare non si senta gran fatto commosso pensando alla condizione dei sudditi del feroce Bernabò che, angariati, tormentati, sotto il dominio di lui, si sentirono improvvisamente sollevati alla sua caduta.
Innanzi alle atroci insidie di cui un potente ha voluto far uso per sottometterne un altro, il quale è stato per troppo lungo tempo lo spavento degli uomini, lo storico chiuda un occhio, e respiri anch'esso colla povera umanità che fu confortata un istante.
All'epoca a cui siamo con questo racconto, il Conte di Virtù già da qualche anno era assoluto signore di Milano, ed estendeva il suo dominio su altre ventuna città. Già da qualche anno i poveri milanesi avevano potuto riaversi dalle lunghe e feroci oppressioni; non già che il Conte di Virtù potesse vantare le virtù di Tito e di Antonino; non già che a Milano fossero del tutto rallentati i ceppi; ma egli, se non altro, aveva retto criterio ed ingegno, e le pene che s'infliggevano a' cittadini non erano più dettate nè dal caso, nè dalla pazzia, nè dalla ferocia.
Tra un tristo d'ingegno e un tristo di ottusa intelligenza e di stupidi sensi, è grandissima la differenza. Chi serve al primo potrà sempre in certo qual modo regolare le proprie azioni e dirigerle ad uno scopo certo, mentre a chi serve il secondo non rimane che tremare e affidarsi in tutto al caso. Si dirà forse da taluno che la colpabilità è assai più del primo, ma quando gli effetti che produce sono i meno cattivi, noi lasciamo che della sua coscienza si prenda il pensiero lui e tiriamo innanzi.
Fin da quando nel castello di Pavia fingendosi uom fiacco e inferiore alla sua condizione stava spiando ogni mossa del terribile Bernabò, e aspettava l'occasione, a fuggir la noia di una vita senz'azione ed il tormento del desiderio combattuto dall'incertezza e dalla speranza s'era dato a studiare le cose che costituivano la sapienza di quei tempi. Da questi studi s'era venuto ingenerando in lui l'amore per le lettere e per le arti, e la stima per quelli che decorosamente le professano, a tal che godeva intrattenersi con essi, e manifestamente li proteggeva. Fra i molti che il Conte di Virtù guardava con occhio di stima e d'amore, eravi anche il cavaliere Alberigo Fossano.
In una stanza su in alto del palazzo ducale di Milano, tutto intento ad osservare la prim'alba d'un giorno d'agosto, stavasi il nostro Alberigo seduto vicino ad un finestrone. Aveva presso una tavola, su cui stavano molti fogli scritti, appesa alla parete la sua spada, su di un tavoliere il suo liuto. Chi avesse posto il piede nella sua stanza, senza saperne altro, avrebbe al certo potuto indovinare chi egli fosse e che facesse. La sera prima, nella gran sala ducale dove erano intervenuti tutti i cortigiani del Conte di Virtù, il fiore de' cavalieri e delle gentildonne milanesi, egli s'era fatto applaudire col suo liuto e col suo canto. Aveva ottenuto ciò che in que' tempi era difficile, per non dire impossibile, ad ottenere: ammirazione all'ingegno ed all'arte.
Avendo intraveduto i pensieri del Conte che mirava ad estendere il proprio dominio, il Fossano ne lusingava di solito col canto l'ambizione, non per il fine esclusivo di farselo amico sempre più, ma perchè, amantissimo com'era della propria patria, vedeva che coll'estendersi il dominio del Conte, veniva ad accrescersi anche l'importanza politica di lei. Per queste particolari sue doti, a voler tacere delle altre, il Visconti l'avea carissimo, e fattolo alloggiare presso di sè, non era cortesia che non gli usasse. Il Fossano adunque, dotato com'era di tante virtù, ammirato e festeggiato da tutta la sua patria, osservato con compiacenza dalle più belle lombarde, distinto da quel potente Visconti, doveva sentire le vere gioie dell'esistenza. Eppure a vedere con che trista gravità, in quella sua cella solitaria, volgeva gli occhi come passando di pensiero in pensiero, e li fermava poscia, quasi fissandosi di preferenza in uno di essi, non pareva che di quella felicità egli gustasse punto.
Già era alcun anno ch'egli era fuggito di Padova con Valenzia. Siccome allora viveva ancora Bernabò, e d'aggiunta a' cinque suoi figli aveva già assegnato il governo dei distretti che tra loro aveva divisi, senza toccar Milano s'era ritirato in una sua terricciuola che aveva sul lago d'Orta, perchè appartenendo que' luoghi al Conte di Virtù, non poteva temere che Valenzia venisse per nessun modo ad essere riconosciuta nè molestata dal figlio di Bernabò. La lunga dimora ch'egli dovette fare colà, l'assoluta solitudine nella quale aveva dovuto vivere, quantunque insieme alla sua Valenzia non dovesse avere altri desiderii, la profonda malinconia di che essa fu assalita appena che passarono i primi giorni dell'effervescenza della passione, gli avevano per tal guisa fatta noiosa quella dimora che appena gli giunse a notizia la cattura di Bernabò, risolse insieme a Valenzia venirsene a Milano, Qui giunto, s'accorse che non era per essi luogo migliore, dachè per la continua affluenza de' gentiluomini che seguitavano l'ambasceria veneziana, Valenzia correva troppo pericolo di essere alla fine riconosciuta, a meno che non si fosse risoluta a chiudersi nelle sue stanze per non uscirne mai più. Veduto che assolutamente non potevano acconciarsi a quel nuovo tenore di vita, mosso dalle preghiere di Valenzia, che temeva per la vita del padre suo, e però desiderava star celata agli occhi di tutti, pensò ritornarsene ancora a quelle sue terre.
Per caso, essendo di quel tempo capitato a Milano un gran principe, al quale volle il Conte di Virtù mostrare tutta la magnificenza della propria corte; il nostro Alberigo ebbe espresso ordine d'intervenire ad una delle feste che all'ospite suo offeriva il Visconti, il quale, maravigliato dell'ingegno di Alberigo, volle ad ogni conto che il giovane venisse ad alloggiare nel palazzo ducale; di qui non era via d'uscire, e quando ogni cosa era già disposta per la partenza, il Fossano dovette a mal suo grado accogliere quel partito e rimanersi. Si oppose bensì Valenzia per un pezzo a questa determinazione, pregando Alberigo che, senza più, mettesse innanzi dei validi pretesti ad ottenere licenza; ma il Fossano non seppe farla contenta, e soltanto la provvide di un alloggio fuori del palazzo ducale, per tenerla, più che fosse possibile, celata altrui. Parecchi mesi passarono senza che avvenisse cosa che meritasse venir notata; ma una sera mentre il Fossano e Valenzia passeggiavano per una delle contrade di Milano, due gentiluomini fermatisi a guardare Valenzia, che era di una bellezza straordinaria, pronunciarono queste formate parole:—L'hai tu veduta?—Sì l'ho veduta;—parole che in fondo non volevano dir nulla, e che soltanto potevano significare la meraviglia di che que' due gentiluomini erano stati presi alla vista di quella non comune bellezza. Ma tanto bastò perchè Valenzia, che benissimo udì quelle parole, s'intestasse di essere stata riconosciuta, e però detto ad Alberigo che a lei non conveniva per nessun modo il rimanere ancora in Milano, tanto fece che quella notte medesima si partirono per la riviera d'Orta. Colà fermatosi per qualche giorno anche il Fossano, alla fine gli convenne tornare a Milano dove era aspettato dal Conte di Virtù, e Valenzia tutta sola, se tu ne tolga la compagnia di una fante e di due servi, a cui Alberigo raccomandolla caldamente, si rimase a vivere i suoi dì, recandosi spesso nella chiesa di San Giulio a pregar Dio per Alberigo, per Candiano e per sè.
Se quando fuggirono di Padova alcuno avesse loro profetato i dì venturi, certo che, senza aspettar altro, que' due giovani si sarebbero divisi per sempre, e Valenzia, qualora le fosse stato possibile, sarebbe ritornata con suo padre a Venezia. Il lettore che forse si aspettava di assistere alla più intensa felicità di que' due giovani, così miracolosamente uniti, non si rimanga troppo sorpreso all'udire che, dopo un anno d'intervallo, una tristezza noiosa e senza pari fu il frutto ch'ebbero raccolto da quella loro passione.
Valenzia era pur sempre piena del pensiero del suo Alberigo ma quella sua vita claustrale, il silenzio non mai interrotto delle eterne ore del giorno, quel non so quale sgomento di un avvenire incerto e sventurato che l'assaliva di tratto in tratto, la lontananza del padre suo, che le si era più e più fatto caro appunto per la disperazione di poterlo rivedere; in una parola una ragione di vita così opposta a quella che aveva vissuto nella brillante e romorosa Venezia, dove non era stanza per quanto segreta e interna, nella quale non pervenisse un'onda di frastuono ad indicare l'esistenza e l'operosità di tante migliaia d'uomini, aveva per tal modo cambiata la direzione delle sue idee, per tal modo sconcertata la sua sensibilità, che il più delle volte senza sapere il perchè, piangeva per delle ore parecchie, e pregava, ed errava di pensiero in pensiero, ma pur troppo senza mai trovar pace.
Ad Alberigo poi in tutto quel tempo che visse lontano da Valenzia, si era assai freddato quel primo amore. Quella malinconia assidua della quale aveva visto esser presa Valenzia, quel suo facile acconciarsi a vivere lontana da lui, gli parve fossero indizi ch'ei le fosse venuto a noia. Pensava tuttavia che la colpa era più propria che di lei, in quanto egli avrebbe dovuto rifiutarsi a vivere in corte, ed essere compagno indivisibile di chi lo aveva con tanto ardore amato una volta, allora fermava di presentarsi al duca, e prendere da lui licenza, e volare presso alla Valenzia per non spiccarsene mai più; e in quei lucidi intervalli lo prendeva una tenerezza spasimata di lei, se la figurava innanzi bella di tutte le più care doti che l'adornavano; si richiamava in mente il primo istante in cui l'avea veduta, le prime parole ch'eran corse tra loro, e provava un cotal rimorso considerando che il suo cuore oramai batteva troppo lentamente per lei. Ma tosto che dalla sua stanza usciva in publico, che nelle splendide feste del duca sentivasi fatto segno d'interminati applausi, e il suo occhio veniva abbagliato dalla lusinghiera e incomparabile beltà delle fanciulle lombarde, l'imagine della sua Valenzia gli si ritraeva in fondo in fondo della memoria, vicinissima a solversi in nulla, e allora perfino un pentimento lo assaliva……….
Chi mi legge, se male non mi appongo, è già dispettoso della delusa sua aspettazione, e in vece di questo Alberigo avrebbe voluto un tipo di eterna immarcescibile costanza, uno di quegli uomini che per mutar di vicende giammai non si mutano, e tanto più che pareva promettere di dover riuscire uno di costoro appunto. Ma pur troppo laddove è più d'ingegno e più di passione, dove l'anima è più procellosa, dove la fibra è più sensibile alle esterne sensazioni, queste colpevoli incostanze si verificano il più delle volte; e i lettori forse avvezzi a vedere ne' libri quegli invariabili ideali, non sapranno acconciarsi a tener dietro ai passi di un uomo di sì diversa natura. Ma appena si considera che il cuore umano è un labirinto in cui troppo facilmente smarrisce chi ne vuol tentare i recessi, che i caratteri degli uomini non possono essere sempre immutabili come le teste dei re sui nummi e sulle monete, che più c'è da imparare dove è più il vario, che la penosa lotta tra i desiderii e i doveri, che i tardi ma generosi pentimenti meritano pure di essere considerati d'appresso, se non altro per raccogliere larga messe di lezioni d'esperienza, è a sperare si vorrà tener dietro a ciascun passo del nostro Alberigo.
A raffreddare ancora più l'affetto ch'egli aveva per la sua Valenzia, a dare il crollo alla bilancia, un mese prima del momento in cui abbiam trovato il Fossano nella sua stanza solitaria, eragli intervenuto un caso inaspettato.
La contessa Giulia M….. di Milano che, appena uscita del monastero senza che punto venisse interrogato il cuor suo, era stata sposata al marchese T…, uomo sessagenario, non avendo essa tocchi neppure i diciott'anni, introdotta a corte, messa nel numero delle dame che facevano il corteggio di Caterina Visconti, aveva veduto e udito il nostro Alberigo. Il confronto tra lui ed il sessagenario marito, è troppo ragionevole che sia stato a danno dell'ultimo. Ma la giovinetta appassionata, inesperta e un cotal po' leggiera, di tanta forza si sentì presa del giovine cavaliere, che non potendo tenere in sè il segreto di quella sua passione, si lasciò condurre a palesarla ad un'amica sua, la quale non essendo donna che peccasse per soverchia rigidezza di pensamenti e di costumi, risolse far contenta la povera contessa Giulia, e vendicarsi del marchese T…. che certamente doveva averla offesa in qualche duro modo. Una sera, prima che cominciassero le feste, un paggetto di palazzo si reca alle stanze del cavaliere Alberigo, e le dà una lettera. Quella lettera non era sottoscritta da nessuno, ma diceva queste precise parole: «Stanotte alle due, nel gabinetto verde, siete aspettato.» L'Alberigo quantunque non sapesse che si pensare a quelle parole, tuttavia fu puntualissimo, e all'ora indicata si trovò nel gabinetto indicato. Egli vi si trovò solo, e stette aspettando per qualche tempo; alla fine ode lo stropiccio de' piedi e di una gonna: entra la bellissima contessa Giulia.
Ella non sapeva nulla della lettera, ma in quel gabinetto l'avea mandata l'amica sua dicendole esservi taluno che le voleva parlare. L'Alberigo alla di lei comparsa se ne sta fermo e tacito; ella s'arresta, e non osa dire una parola. Quella confusione però e il vivo rossore della bella contessa, misero in sospetto il giovane Fossano, che parlò il primo, e fatto animoso della lettera che interpretò alla vera foggia, le volse parole a cui l'appassionata e inesperta sposa rispose assai bene. Da quella notte cominciò la novella tresca che lo fece troppo alieno della povera sua Valenzia. Col continuare di quella pratica però s'accrebbe sempre più l'amaro della sua vita, perch'egli è certissimo che gli uomini non possono nè potranno mai gustare con pace sincera i frutti vietati.
Di quando in quando gli arrivavano lettere di Valenzia piene di una dolce ed amorosa mestizia, ma se pure lo facevano per un istante pentito del suo trascorso, non valevano a riaccendergli in cuore colla primitiva forza, il suo affetto per lei. La bontà poi, la generosità incomparabile di Candiano, che a lui aveva affidata con tanta sicurezza la propria figlia, lo colpivano di sì gran forza che non trovava modo a scusare la propria condotta.
Quella mattina, mentre se ne stava guardando il sorgere dell'alba, pensava appunto a queste cose, ed aveva l'anima così arrovesciata che mai non aveva provato un momento più pesante, più noioso, più molesto di quello in tutta la vita, e per quanto procurasse, dirò quasi, artificiosamente accrescere i meriti di Valenzia col figurarsela innanzi nella forma la più lusinghiera, non gli veniva già fatto il suo desiderio; si era come ottuso in lui, quasi per morbo, l'impeto de' suoi più generosi affetti…. e soltanto quando la sventura, l'ultima sventura lo incalzerà dappresso, quando gli eventi gli contenderanno di più avvicinarsi a Valenzia, allora, proprio allora che non sarà più in tempo, torneranno a sboccargli nel cuore con un impeto improvviso e senza pari; ma saranno tormentosi, ma saranno esacerbati dal rimorso. Di tal guisa troppo spesso i crudi destini raggirano l'uomo fra le ambagi di questa vita mortale.
A toglierlo da quella sua attonitaggine, gli entrò nella stanza un paggetto di corte ad avvisarlo che la cavalcatura era pronta, e che già tutto il corteggio era abbasso per accompagnare l'eccellentissimo Conte di Virtù in villeggiatura. Il Fossano, che più non si ricordava di questo, s'alzò di volo, si gettò il mantello sulle spalle, e copertosi il capo con una berretta di velluto riccio, discese lesto le scale in compagnia di quel paggio. Discese in quella, che anche il Conte di Virtù usciva del vestibolo, e da due scudieri gli veniva condotto innanzi il giannetto, sul quale tosto salì aiutato da due bellissimi paggi che gli tenevano la staffa.
In una magnifica paravereda, messa a velluto e ad oro, trovavasi l'eccellentissima Caterina sua moglie colla Violante Visconti, e in un momento il tutto fu all'ordine, e il corteo si mosse. Lo formavano ventiquattro cavalieri aurati fra' quali il Fossano, dodici dame al servigio di Caterina e della Violante, e trenta labarde comandate da un Dal Verme, fratello del gran capitano. Attraversata la città uscirono dal portello del castel di porta Giovia.
Ogni anno soleva il Conte di Virtù recarsi a villeggiare verso il mese di settembre, alla rocca d'Angera per indi recarsi a fare una visita a tutte le terre ch'egli aveva sul lago Maggiore. Anche questa volta il suo viaggio era diretto a quel paese, ed altre cause, assai più gravi che quella non è del dilettarsi, lo avevano spinto a recarvisi allora segnatamente.
Già da qualche tempo parlavasi d'una calata di Francesi in Italia, a ciò sobillati dai Fiorentini, che vedevano malvolontieri l'ambizione fortunata di Galeazzo, il quale, in pochi anni, aveva tanto disteso il suo dominio da far temere che presto l'Italia non sarebbe bastata intera alle sue mire. Il duca di Savoja, quantunque fosse strettissimo suo parente, pure temendo per sè, ed avvisato dalla sventura di altri piccoli sovrani, che furono sacrificati dal Visconti con un'astuzia e freddezza senza pari, s'era segretamente unito ai Fiorentini, ed aveva promesso lasciar libero il passaggio ai Francesi. A tener lontano il pericolo di un'invasione, ed a scemare nei suoi nemici le troppo agili speranze, Galeazzo aveva mandate sull'ultimo confine dei suoi possedimenti in Piemonte, gran parte delle sue truppe comandate dal celebre Dal Verme.
Ultimamente poi un uomo di Francia, che era stato al servigio del conte d'Armagnac, venuto segretamente a Milano, aveva fatto noto al Visconti, colla speranza di un grande compenso, che Carlo, il secondogenito di Bernabò, il quale dopo la morte paterna erasi rifugiato in Francia, ed aveva dato l'anello alla sorella del conte d'Armagnac che presto morì, partito di là aveva preceduto l'esercito francese, ed erasi già introdotto ne' di lui stati; però se ne guardasse, chè colui era pronto a tentare un partito disperato. Dopo qualche tempo ebbe notizia dal suo castellano di Arona che una notte, una barca di alabardieri, la quale scorreva pel lago alla visita dei posti, inseguita per un pezzo una barchetta, che alla lor vista s'era data a rapidissima fuga, non avevan potuto raggiungerla; ma però per molti indizi avevan potuto capire trovarsi in quella persone d'altissimo affare. Per tutte queste cose aveva il Conte di Virtù fatti raddoppiare i presidii in tutte le rocche che aveva sul lago Maggiore e aveva stabilito recarsi egli medesimo ad Angera, col fine di allontanare coloro che per avventura si fossero rifugiati in que' paesi; in quanto poi alla propria sicurezza, teneva sempre intorno a sè dodici fidatissime labarde, che toglievano di speranza chiunque avesse voluto tentar su di lui qualche violento disegno.
Quando il Fossano sentì parlare di Carlo Visconti che segretamente erasi introdotto negli stati di Galeazzo, e da quella notizia del castellano si venne a congetturare potesse mai essersi celato in una di quelle terre del lago Maggiore, a tutta prima, come è ben naturale, quantunque fosse tutt'altro che d'animo vile, temette per sè e per Valenzia. Ma considerando poscia che egli non era conosciuto di persona dal figlio di Bernabò, il quale d'altra parte non sapeva i pericolosi suoi segreti, e risguardava Valenzia siccome morta, tosto mise l'animo in pace, nè vi pensò altro.
Mentre viaggiava però, tenendosi un po' discosto dagli altri, perchè non desiderava, triste com'era, di venire importunato da inutili parole, venne così per caso ad incontrarsi in quel pensiero, e tra per aver l'animo già troppo inclinato a credere il peggio, tra che in quella mattina, senza che sapesse comprenderne il perchè, Valenzia non le poteva uscire di mente, il timore che alcuni dì prima aveva scacciato come una pazzia, lo invase di tal maniera che tenne per certo il figlio di Bernabò fosse appositamente venuto in Italia per Valenzia. L'affetto antico che un'ora prima inutilmente erasi sforzato a risuscitarsi in cuore per lei; al pensiero di quella terribile sventura gli risorse improvviso, e di tanta forza che già traevasi a maledire il suo signore, per accompagnare il quale egli doveva viaggiare con tanta lentezza, egli che in quel momento avrebbe voluto trovarsi già nella sua casa ad Orta, ed assicurarsi del vero. Ma quegli impeti sbollirono presto, e appena una più fredda considerazione tornò a mostrargli che il suo timore era pazzia, appena che il sole erompendo improvviso da quella zona di nubi che avea resa un po' fosca la mattina, rallegrò la faccia della terra, e per un fenomeno quanto vero altrettanto incomprensibile, rallegrò anche i pensieri dell'uomo; appena che la contessa Giulia, che faceva parte del corteo del duca, gli si avvicinò dicendogli parole piene d'amore e di lusinghe, e abbagliandolo colla sua bellezza, che in quella mattina sfolgoreggiava più dell'usato, tutti i tristi pensieri svanirono, e con loro pur troppo si dileguò la pallida figura di Valenzia.
Giunti che furono a Legnano, tutti alloggiarono nel palazzo dell'arcivescovo Ottone Visconti.
È inutile che noi descriviamo a minuto tutto il viaggio fatto dall'eccellentissimo Conte di Virtù col suo corteggio. Ci basterà il dire che v'impiegarono tre giorni interi fermandosi lungo il cammino in tutte le castella presso cui passavano.
All'alba del terzo dì arrivarono a Sesto; da quel paesello ad Angera avrebbero potuto avviarsi per terra, ma per essere le strade incolte, deserte, disagiate, tali insomma da rendere a più doppi lungo e noioso il viaggio, vollero in vece prender la via del lago. A quest'uopo in un seno entro terra, stavano colà rafferme dieci barche fatte allestire il dì prima dal maggiordomo ducale. Come tutta la gente del duca si fu in esse raccolta, si volsero le prore alla volta d'Angera. Veleggiando quasi terra terra avveniva che quando passavano innanzi ad alcun paesello sparso per la riviera, i villeggiani accorrevano a vedere il magnifico corteggio, e battevano palma a palma accorgendosi ch'era quello del Conte di Virtù. La barca ove questi trovavasi insieme a Caterina Visconti sua moglie, portava un baldacchino di velluto rosso e frange d'oro; i sedili erano coperti di cuscini di seta d'oro e d'argento, e alcuni drappi di peregrina stoffa e stupendo lavoro, gettati intorno intorno sull'orlo della barca a coprire la rozzezza del legno, lasciavano cadere i lembi dorati che s'immergevano nelle acque. Nelle altre barche messe con minor magnificenza risplendevano le ricchissime vesti, gli ornamenti d'ogni sorta delle dame e dei cavalieri. Il sole, sorto da qualche ora, mandava già alcuni fasci di raggi su quel tratto di lago che le barche percorrevano, e rifranto in mille modi brillava tremolando sulle gemme, sugli ori, sulle corazzine, sull'else; tutti quelli oggetti poi che al guardo apparivano l'uno dall'altro così distinti, riprodotti capovolti nel lago, si venivano a confondere insieme rendendo stranissime forme, e sempre varie per l'agitarsi continuo delle acque, ed a produrre una tal mistione di colori che nessuna tavolozza di pittore saprebbe rendere degnamente. La bella apparenza del tempo, la calma serena dell'ora, la ridente prospettiva della fertilissima riviera, aveva messa tanta alacrità e vivezza negli animi, che di barca in barca volavano lepide parole, e frizzi, e risa, e gentilezze d'ogni sorta, e un romorio, un cicaleccio incessante rompeva la quiete del lago. Soltanto nella barca ove trovavasi Galeazzo e Caterina Visconti, la calma era inalterabile.
Appoggiato così a sdraio su d'un cuscino, il Conte di Virtù pensava, e ripensava a' propri dominii, al modo d'estenderli sempre più, agli ostacoli che si frapponevano, alle vittime che avrebbe dovuto sagrificare, e, conseguenza finale di tutto, alla corona di re, desiderio e tormento assiduo di quell'ambizioso principe. E allora mentre pensava che Bernabò era morto, che il durissirno degli ostacoli era tolto, volgevasi a guardar di sott'occhio Caterina, che forse incontratasi essa pure in quel momento nella ricordanza orribile della morte paterna, posava gli sguardi su lui con un fremito ascoso. Così, senza mai volgersi una parola, in poche ore giunsero ad Angera.
Nella parte più alta di questo contado, ergesi ancora la rocca dove allora entrò il duca Galeazzo. In una grandissima sala abbandonata, ancora si vedono pregevoli dipinti che rappresentano le gesta dell'arcivescovo Ottone Visconti, e che allora erano di poco tempo stati eseguiti per ordine del medesimo Conte di Virtù. In un brolo di quella rocca, le molti iscrizioni che vi si vedono, tra le quali segnatamente quella di C. Metilio Marcellino, ci attestano l'antichità di quel paese, intorno al quale alcuni dottissimi uomini, forniti di una imaginazione veramente prodigiosa, raccontano cose che forse saranno vere, ma che per noi sono incredibili, basti il dire che un certo Anglo, nipote del pio Enea, la edificò e la volle dedicata ad Angerona, la quale è nientemeno che la dea del silenzio.
E se in quel dì le campane della chiesa di San Pietro e Paolo, non avessero suonato a festeggiare l'arrivo del duca, e a loro non avessero risposto con pari lena le campane degli altri innumerevoli paeselli sparsi su pel lago; la dea Angerona non avrebbe avuto a muovere un lamento.
Ma per tutto quel giorno in vece fu uno scampanare così continuo e così disteso, che a molte miglia di lontananza si venne a sapere che l'eccellentissimo duca era arrivato.
E si accorse anche colui che più di tutti aveva interesse a quell'arrivo.