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Valenzia Candiano: Racconto cover

Valenzia Candiano: Racconto

Chapter 8: VI
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About This Book

A late-night meeting of Venice's secretive council unspools debates over wartime expense, naval losses and a mysterious sheet discovered in a lion's throat that appears to accuse the famed admiral Candiano. Senators quarrel over blame, pensions, and the fallout from a fatal incident involving a patrician family, exposing rivalries and icy ironies among the ruling elite. Richly described Venetian nocturnal scenes frame procedural readings and sentences, while a fraught exchange between Candiano and his subordinate Fossano leaves Fossano unsettled; he departs that night for Padua, triggering subsequent inquiries into honor, power, and rumor.

V

CARLO VISCONTI.

Il sole era già scomparso dalle cime de' monti che circondano Vall'Intrasca. I valleggiani s'erano già ritirati ne' loro abitacoli, e al tacere di una campana che suonava a brevi intervalli, e si faceva ripetere dall'eco delle montagne, era un silenzio profondo, universale. Sulla riva del fiume San Giovanni, solitaria e pressochè interamente nascosa da tre grossi castagni, sorgeva una capannaccia piuttosto ampia; nessun segno dava indizio che vi abitasse persona; e infatti quando la notte fu del tutto buia, due uomini si fermarono innanzi ad essa, e data una forte spinta ad una portaccia che subito cesse, misero il piede in quel luogo deserto. Entrati, un di loro accese l'esca, diè fuoco a delle stoppie che stavano accatastate su d'una pietra nel mezzo della stanza, e in breve crepitò la fiamma a rischiarare le faccie dei due, che il lettore non ancora conosce. Erano essi Carlo Visconti, figlio di Bernabò, e un avventuriero savoiardo. Nessuno però avrebbe potuto conoscere l'esser loro, travestiti come erano, e se il medesimo Galeazzo fosse stato introdotto a vedere il suo cugino, forse non l'avrebbe ravvisato, tanto era diverso da quel d'una volta. Dopo due anni di sventure, di patimenti, di speranze, di continua incertezza, d'odii a stento repressi, d'ingiurie invendicate, di livore e d'invidia per tutti coloro ch'erano più felici di lui, e tutto il mondo poteva esserlo (che l'altezza della sua caduta nessuno l'aveva misurata); colle sue idee che avevano al tutto cambiato direzione, anche il suo volto aveva cangiata espressione; ferocia e fermezza non erano però ancora venute meno in quelle sue robustissime membra. Vestito anch'esso come il suo compagno da montanaro savoiardo, aveva brache di pelle strette alla carne con scarpe grosse, indossava un gabbano pure di pelle con cappuccio che gli copriva la testa. Veduto alla luce di quella fiamma che gli riverberava con molta forza sul viso ad accrescere il terribile della sua pupilla e ad indorare la tinta della sua pelle con certe ombre che gli alteravano notabilmente le linee della faccia, mostrava avere quarant'anni e più, quando non ne contava che trenta.

Stati per qualche tempo senza proferir parola nè l'uno nè l'altro, alla fine entrò a dire il Savoiardo:

«E così cosa pensate di fare?»

Il Visconti si scosse a quelle parole, e squadrato il compagno d'alto in basso, come solea fare con tutti,

«Per ora non so,» rispose.

«Il vostro cugino è qui presso.»

«La sua venuta mi è di buon augurio, io volevo andare a trovar lui, egli è venuto a trovar me; questo è destino, e mi pare ci sia da sperar bene.»

«E a me pare in vece ci sia da temer tutto.»

«Vadano all'inferno i vigliacchi,» disse il Visconti saettando l'altro colla feroce sua pupilla. «Va! va nell'altra stanza a dormire che sarai stracco; ho bisogno di star solo, va.»

Solo che fu, gettossi a sedere in un canto della stanza dov'era uno stramazzo di foglie fradicie, e colà si mise ad agitare migliaia di partiti senza che neppur uno gli si offrisse che potesse fargli raggiungere i suoi disegni; ma quei disegni erano immaturi, erano difficili, per non dire impossibili, e a nessun altro che ad uomo disperato potevano venire in mente. Quand'egli s'era trovato fuggiasco in Francia, ogni tentativo per quanto audace ed arrischiato, gli era sembrato molto agevole a mandarsi ad effetto, ma di presente, che era vicinissimo al momento dell'azione, che vedeva con chiarezza, con troppa chiarezza, qual fosse veramente la propria condizione, quale in vece quella del cugino Galeazzo, quantunque volesse tacerlo a sè stesso, capiva che altro non gli rimaneva che ritirarsi, se non fosse per altro, per far salva la vita propria. Il coraggio e la virtù ferrea di Carlo Visconti, tanto somigliante in ciò al padre suo, era ben diverso dal coraggio e dalla virtù di un Romano antico.

Questi, a fare una vendetta, sarebbe andato incontro a morte sicura, e sarebbe morto contento perchè vendicato, senza che avesse altre mire. Il Visconti in vece avrebbe esposto la propria vita sì, ma la vendetta non gli bastava, voleva raccogliere anche l'utile per sè, e gli volevano molti gradi di probabilità ad ottenerlo. anzi che volesse esporre la vita ad un pericolo; alle decisioni del fortunoso evento poteva sottoporsi, la certa rovina lo atterriva e lo faceva desistere da qualunque impresa. In quanto poi al desiderio di vendicare l'ombra paterna, questo era un pretesto che certamente avrebbe messo fuori ad onestare il suo colpo in faccia al mondo, ma non era mai stato il più forte motivo della intrapresa, il cui pensiero da qualche tempo aveagli potuto in parte confortargli l'esiglio, ma che ora già minacciava abbandonarlo al disinganno.

Ad ora tarda, alzandosi di quel giaciglio, s'era accostato alla pietra che stava nel mezzo stanza per rinfuocare la bragia e ridestarvi la fiamma che sola poteva rischiarare la camera. Annoiato di star seduto, si diede a passeggiare a rapidi passi, fermandosi di tratto in tratto quasi ad ascoltare il rumore che faceva l'onda impetuosa del fiume San Giovanni: finalmente, fermato un mezzo disegno, si recò nella stanza vicina, e chiamò:

«Bronzino!»

Colui russava della grossa, ed era assai maldisposto a rispondere.

«Bronzino!» tornò a replicare il Visconti avvicinandosegli e scuotendolo con atti di molta impazienza.

E colui si destò, scrollatosi un poco come per cacciarsi di dosso il sonno;

«Che cosa c'è, messere?»

«Alzati, presto.»

Il figlio di Bernabò era di que' caratteri impazienti che non sanno sopportare indugio di sorta, e siccome gli era venuto in mente un pensiero, non pativa d'averlo a tener chiuso in sè fino alla prim'alba.

Il Bronzino, alzato che si fu:

«Che cosa avete a comandarmi a quest'ora?»

«A quest'ora, nulla ho a comandarti, ma ho pensato che per domani tu debba recarti presso al luogo dove ora se ne sta il carissimo mio cugino, e colà, introducendoti tra gli uomini della sua famiglia, scovar fuori ciò che potrebbe far luce a' nostri tentativi, hai tu capito?»

«Ho capito.»

«Tu non sei conosciuto, e in nessuno di loro potrà nascere alcun sospetto di te.»

«Questo va bene, ma la mia andata non gioverà a nulla, e non potrò sapere un iota di più di quanto io so ora. Se voi avrete la pazienza di aspettare la calata dei dodicimila francesi e d'unione col conte d'Armagnac, il vostro cognato, mettervi alla testa di quelle truppe e combattere da pari vostro, allora forse vi verrà fatto provvedere assai bene ai vostri interessi. Ma in quanto al tentar voi solo l'impresa coll'accostarvi al Conte dovreste persuadervi una volta che ciò è al tutto impossibile; in prima il Conte ha sempre intorno a sè una siepe di labarde, che nè a voi nè al diavolo può bastar la vista di sorpassare…. e poi…. se mai aveste a riuscire ad ammazzare il Conte…. gli alabardieri ammazzeranno voi.»

Il Visconti si rannuvolava, e stato un pezzo colle braccia incrocicchiate sul petto senza parlare: «Oh,» disse finalmente con un sospiro che pareva un mugghio, «che mi sia chiusa ogni via? che la provvidenza….»

«La provvidenza non c'entra qui per niente. Volete voi tornare ad esser duca, od esser amico di Dio?»

«L'una e l'altra cosa insieme.»

«Volete troppo, illustrissimo, l'una delle due vi rimane a scegliere; diversamente temo non vi verrà fatto alcun che di buono.»

«Bene, come vorrà il destino. Ma io ho fermo che tu abbia ad uscire domani mattina di questa valle, e recarti dove ti ho detto. Qualche cosa potrai sempre raccogliere.»

«Ed ogni fuscello è un puntello, come dice il proverbio.» soggiunse
Bronzino ridendo.

«Io andrò aggirandomi per questa valle finchè tu ritorni, o finchè mi avrà morto la noia che oramai non posso più sopportare. Alla sera verrò a raccogliermi ancora qui in questa capanna; a meno che non fossi invitato ad uscire, se mai ritornasse qui chi n'è il vero possessore.»

«Questi buoni villeggiani son tutti assai ospitali. State tranquillo, che non vi verrà fatto insulto.»

«Dunque hai capito; per adesso continua a dormire.» E senz'altre parole lo lasciava solo, ed egli tornava nell'altra stanza.

E gettavasi ancora su quel giaciglio di paglia mezzo fradicia, e si adattava intorno il gabbano col fine di dormire infino a tanto che spuntasse il dì. Ma sonnecchiato un poco, tosto si ridestava, che quand'uno è martellato da un pensiero assiduo, e che tutta gli occupi la vita, non è possibile che abbia a dormire a lungo. E allora colla memoria tornando molt'anni addietro, pensava alla potenza della propria famiglia, e alla terribile grandezza del proprio padre in mezzo a quella corona di figli prodi e coraggiosi, che per anni ed anni promettevano farla fiorire sempre più, e mano mano percorrendo i fatti memorabili successi nella propria casa, e le lunghe guerre sostenute dal padre contro il pontefice, e le vittorie, e le sconfitte, e le paci, e le crudeltà di cui era stato assai spesso o spettatore o esecutore si fermava colla memoria al momento in cui gli giunse la notizia che Bernabò era stato condotto nelle prigioni di Trezzo, e che a lui e a tutti i suoi fratelli era stato tolto il dominio e la patria e tutto; il sangue gli tornava allora a ribollire, come si trovasse tuttavia in quell'istante medesimo; quando improvvisamente gli si generarono nella mente idee affatto opposte a quelle che gli erano sempre state abituali; l'idea ch'egli era posto al livello e più sotto ancora di tutti gli altri uomini;—che, miserabile, sarebbe stato spettatore dell'altrui grandezza;—che, avvezzo fino allora a farsi rispettare e temere da tutti, egli da quel momento avrebbe dovuto vivere in continua paura di sè. Allora gli si rinfuocava in petto d'una maniera terribile l'odio contro al cugino Galeazzo, e non pensava più ai mezzani partiti, ma alla decisa vendetta, alla morte dell'abborrito parente…. Così passò quasi tutta quella notte, finchè spuntò l'alba ad alleggerirgli il peso della sua condizione. Il Bronzino gli comparve innanzi, sentì rinnovarsi l'ordine di andare a far da esploratore dove trovavasi il duca Galeazzo, e senz'altro, detto addio al suo signore, si procurò una barca, e recossi ad Angera, che, durante il viaggio, aveva sentito dire che in quella rocca s'era ridotto il duca a villeggiare.

Ora, lasciando ir libero costui per qualche tempo, torneremo un tratto a trovare Alberigo Fossano. In quella mattina medesima gli era stata annunciata una visita di un certo tale che aveva a consegnargli alcun che d'importanza; e quel tale era nientemeno che l'Apostolo Malumbra, il quale, viaggiato il più frettolosamente che potè, giunto a Milano, e sentito che la corte erasi recata alla rocca d'Angera, senza por tempo in mezzo, vi si era tosto trasferito. Il Malumbra, intromesso alla presenza del cavaliere, «Io sono,» gli disse, «un mercante di Venezia, assai conosciuto dall'illustrissimo ammiraglio Candiano, che mi degna della sua fede; ed è lui appunto che mi manda a voi per consegnarvi questa lettera.»

Il Fossano, presa la lettera e rottine i suggelli, con segni di molta ansietà si poneva a leggerla.

«Diletto figlio!

«Io vivo in una terribile incertezza; il portatore della presente, che è un onesto mercante di Venezia, mi ha raccontate certe storie che correvano in Milano, intorno a te e a tua moglie, e qualmente il figlio di Bernabò, che s'è intruso negli stati del duca, sia venuta a vessarla con ogni sorta d'astuzie ed atrocità. Io non comprendo come ciò siasi potuto far publico per tutta Milano, e conducendomi l'esperienza mia a dubitare che ciò sia al tutto una falsa diceria, ti prego a confidare al portatore della presente ciò che ti parrà meglio a scarico d'ogni mio timore.

«Addio.»

Il Fossano, letta questa lettera, guardò per un pezzo in viso al Malumbra non comprendendo bene quanto gli scriveva Candiano, chè a nessuno di Milano egli aveva detto nè tampoco d'aver moglie, se non ad un suo buon servo, di cui si valeva per le sue più segrete bisogne; comprendeva molto meno quell'imbroglio del figlio di Bernabò, del quale, per fortuna, il dì prima aveva potuto capacitarsi non esserci nulla a temere, ed alla Valenzia non essere intervenuto danno di sorta; però così disse al Malumbra:

«In questa lettera mi si parla di voi, e di certe istorie che avete udite in Milano, e che io ignoro affatto. Ma in prima mi piacerebbe udire da voi medesimo, come e quando avete sentite quelle strane dicerie delle quali in questa lettera mi vien parlato.»

Il Malumbra non aveva pensato che il Candiano di ragione avrebbe scritto ad Alberigo ciò che aveva sentito da lui medesimo, per cui si rimase sconcertato un poco alle parole del Fossano, ricordandosi tutt'a un tratto di quanto aveva narrato all'ammiraglio, col fine di farlo tutto riscuotere alla presenza del senator Barbarigo; tuttavia, come assai abituato a simili incontri, con quattro parole a modo suo si cavò d'ogni imbroglio, e conchiuse dicendo: «Io dissi ciò che ho sentito dire, senza forse comprender bene; del resto non so nulla.»

«Allora farete piacere a riportare all'illustre Candiano che riposi tranquillo stante che nessun danno mi è intervenuto in questi anni.»

«E anch'io ne godo nell'animo, messere. Ma l'illustre ammiraglio mi diede un'altra incombenza…. forse ne sarà scritto alcun che in quella lettera medesima.»

«Qui non c'è altro,» rispondeva il Fossano dando un'altra scorsa alla lettera.

Il Malumbra stette dubbioso un momento, se mai dovesse far credere al Fossano di essere a parte d'ogni segreto, oppure fare infinta di nulla, e procurare di vedere la Valenzia all'insaputa di lui. Ma pensò prendere il primo partito.

«L'illustre ammiraglio,» allora disse, «mi ha raccomandato procurassi io stesso di vedere la moglie vostra, perchè gli riporti con esattezza la condizione in cui si trova, lo stato di sua salute e tutto.»

Il Fossano a queste parole seguitava a guardarlo con segni di gran maraviglia, onde il Malumbra, che benissimo s'accorgeva di quanto passava nell'interno dell'animo altrui, pensò tenere un discorso molto ambiguo e scaltro, il quale potesse condurre al suo intento, e senza dire egli stesso di saper tutto e di essere a parte di tutto, potesse far parlare il Fossano senza alcun riguardo a lui, come ad uomo che già fosse in cognizione d'ogni segreto.

«Davvero che il signor Candiano,» continuò, «vi ha preso ad amare come non si potrebbe meglio un figlio, ma ciò è ben ragionevole.» E lo guardava intanto con una finezza sua propria, e senza aggiunger altro in proposito. «Una cosa poi mi raccomandò di dirvi, ed è che non vogliate affidare alcuna vostra cosa a nessuna lettera, e piuttosto vogliate incombenzar me di tutto.»

Il Fossano tornò a leggere la lettera di Candiano, per vedere d'assicurarsi meglio, e quantunque in quella fosse detto assai poco sul conto del Malumbra, pure, pensato e ripensato un pezzo, concluse che alla fine la lettera era veramente di Candiano, e che a persona di cui non si potesse fidare interamente, non l'avrebbe nè tampoco consegnata, nè messolo nell'occasione di trovarsi a contatto di chi poteva farlo venire in cognizione di tutto. La conclusione era ragionevole, ned egli volle prendersi altre cautele.

«Io me ne posso andare,» disse il Malumbra, «a fare una scorsa qui d'intorno per oggetto della mia professione. Tornerò a Venezia per doman dopo. Se non vi dispiace sarò qui stasera a ricevere i vostri ordini.»

«Bene…. e adesso che ci penso, fate di venire un po' prima di vespro che ci recheremo ad Orta.»

«Ad Orta?»

«Sì….Valenzia è là,» soggiunse Alberigo a bassa voce.

Il Malumbra non disse nulla, chinò la testa, e se ne usci.

Allora il Fossano, chiamato quel suo servo che era a parte d'ogni segreto, lo prese ad interrogare con modi assai gravi, per sapere s'egli avesse mai palesato a qualcheduno ciò che tanto premeva tener nascosto. Ma quel buon servo che, molti mesi prima a Milano, era stato indotto a raccontar tante cose sul conto del suo padrone, dal troppo vino che gli aveva accresciuta la parlantina, e dalle astute domande del Malumbra; parte non si ricordava bene dell'avvenuto, parte non voleva farsi conoscere per da poco e peggio, e così con belle parole rassicurò il proprio padrone al tutto.

Intanto il Malumbra, il quale non sapeva che fare in quel dì, erasi, a fuggir tempo, recato sulla piazza d'Angera; per esser giorno di mercato, v'era colà gran quantità di popolo, e così camminando tra gente e gente, attese a baloccarsi per qualche ora. Tra tutte le faccie però di que' montanari, dalle quali traspariva la sincerità, la rettitudine e quella buona fede che divien tanto più preziosa, perchè più rara tra le mura delle città, il Malumbra che, per le incombenze dell'arte sua, aveva dovuto fare, come si suol dire, l'occhio esperto, notò la faccia di un tale che faceva una decisa dissonanza con tutti gli altri che gli stavano intorno. Anche la foggia del vestire di colui si scostava qualche poco dalla comune, ma a questo non avrebbe osservato gran che, se quegli occhi fondi piccoli e muoventisi di continuo, e quella scialba pallidezza che non può accordarsi alla vita serena del montanaro e all'aria pura de' monti, non lo avessero messo in sull'avviso. E davvero che l'astuto Malumbra non erasi ingannato, in quanto che l'uomo che lo aveva tanto colpito, era nulla meno che il Bronzino, il compagno del Visconti. Il caso poi volle che in quel dì s'incontrassero molte volte, e d'aggiunta si dessero a vicenda molte occhiate, forse per quell'istinto medesimo che fa al gatto sentir l'odore del gatto. Dando però a questi scontri fortuiti il valore che si conveniva, il Malumbra verso le sedici ore si recò ad un'osteriaccia che dava sul lago. Ma quando entrò nel cortile, guardando ove si potesse collocare, vide che da un'altra parte era entrato l'uomo nel quale erasi scontrato tante volte.

Dopo molte ore d'ozio e di noia voleva pure attendere a qualche cosa che appartenesse all'arte sua, ed essendogli entrato il desiderio di sapere chi fosse colui, gli si recò appresso per tentare di appiccar seco alcun discorso; il Bronzino dal canto suo, come si vide alle costole il Malumbra, lo guardò un tratto ridendo a mezzo, poi così gli disse:

«Oggi, amico caro, ci siamo incontrati troppe volte, perche io possa credere che sia al tutto effetto del caso.»

«È il mio pensiero questo che voi dite. E per la pura verità, è la quarta volta per lo meno che voi venite su miei passi.»

«Avete voluto dire che voi vi trovate sui miei.»

«Come vi piace, amico mio; ma se la cosa non è effetto del caso, è senza dubbio effetto del destino.»

«Del resto io non trovo che noi abbiamo a fare alcuna cosa insieme.»

«Chi lo può dire? a buoni conti siamo in sull'osteria, e se non c'è altro ci rimane a pranzare ad una tavola medesima.»

Qui il Malumbra, chiamato l'oste, che gli si fece innanzi con mille inchini,

«Si vorrebbe mangiare un boccone,» gli disse.

E domandandogli l'oste se aveva a preparare per ambedue, allora il Malumbra, facendo le viste che molto non gl'importasse della compagnia dell'altro, soggiunse:

«Per questo messere, col quale ci siamo incontrati, non so.»

Ma il Bronzino avendo presto detto all'oste: «Prepara pure anche per me, chè pranzo coll'amico;» senza più altro, l'uno rimpetto dell'altro, si posero a desco.

Preso un pane, spezzatolo, e ingollatine alcuni bocconi, come per passatempo, intanto che si aspettava si mettesse in tavola, il Malumbra con quel suo fare sbadato e freddo che gli era abituale, cominciò a mettere innanzi alcune parole.

«Il tempo continua innanzi ch'è una maraviglia; ma in quest'anno non c'è qui molta affluenza dei signori del piano, ed alle mie merci non c'è modo di far prendere il volo.»

«È la prima volta che capitate in queste parti?»

«Qui la prima volta; ma in Milano ci venni assai spesso, e quest'anno essendovi capitato quando la corte se n'era già andata, e avendo sentito che il duca era venuto quassù a villeggiare, ho detto tra me:—Andiamo, che di ragione verranno colà tulli i gentiluomini della città, ed io troverò di far bene.—Ma, pur troppo, amico caro, mi sono ingannato. Sono però assai contento d'aver visto il duca; e in vero, ha un viso che mi va per la fantasia.»

«Siete di buon gusto, amico caro,» rispose il Bronzino con un sorriso che appena gli si vedeva tra labbro e labbro. «Quella sua barba che finisce in punta, è tal cosa che certamente può dare nel genio a chicchessia.»

«In quanto alla barba, avete ragione, non è la miglior cosa. Ma quel che mi piacque tanto in lui è quell'apparenza di bonarietà.»

«Di che cose vi dilettate a far mercato, se è lecito?»

«Come c'entra questa domanda?»

«Volevo dire che se mai aveste l'occhio tanto acuto nel giudicare gli oggetti e le merci che togliete a comperare per rivendere, come nel giudicare gli uomini, vi consiglio a stare in guardia, che i fallimenti vengono via di fretta, e tra le cose meno difficili, c'è quella di sculacciar la pietra che sta sulla piazza del mercato.»

«Capisco che mi siete amico, dal momento che mi date dei pareri; in quanto poi all'eccellentissimo duca….»

«Cosa volete dire?»

«Questo bel paesello è suo; e le picche che fanno la guardia alla porta del castello, servono a lui, e l'oste che ci dà a pranzare, paga i balzelli a lui….»

«Certamente….»

«Dunque, credete a me, che il duca è l'uomo più buono di questo mondo.»

«Adesso capisco,» e sorridendo vuotava un altro bicchiere di vino. «Ma voi non siete già di Lombardia?»

«No, son della terra di San Marco.»

«Vi si capiva infatti al parlare.»

«E voi?»

«Io, a dir la verità, credo di esser nato a Chambery, che è un paesello della Savoja. Ma a dirvi tutto, ho viaggiato tanto, che ci vuole una bella memoria a ricordarsi della patria.»

«Avete moglie?»

«Credo bene d'averne, con cinque o sei figli salv'errore; ma è così gran tempo ch'io vo errando pel mondo, che oramai non saprei più riconoscerli se mi capitassero innanzi.»

«Ma….»

«A voi non par giusto, non è vero? eppure la cosa è appunto come vi dico.»

«Ed io se avessi a disertar moglie e figliuoli, non saprei più trovare il che ed il perchè di questo nostro vivere.»

«E a me in vece venne una gran voglia di gettarmi da un burrato, come mi vidi intorno quella nidiata di figli, tanto che un bel dì, avendo fatto molto cammino, nè piacendomi ritornare, tirai innanzi, e l'un passo dopo l'altro mi trovai a Milano.» E vuotava un altro bicchiere di vino che certo non sarà l'ultimo.

«E avete potuto far bene colà?»

«Benissimo.»

«Intorno a che anno vi siete trovato a Milano?»

«Nell'ottant'uno, quando….»

«Quando il Bernabò fu preso….»

«A tradimento.»

«Zitto….»

«Capisco che voi parlate per paura che qualcheduno ci possa udire, ma state pur certo che nessuno ci ascolta. Fatemi dunque piacere a confessare che quello fu un tradimento, e dei negri se ve n'ha.»

«Come volete, alla buon'ora; ma voi siete molto amico del Bernabò.»

«Io?… Non state a crederlo; non gli sono nè gli fui mai amico. Bensì vi dirò una cosa, già qui non è alcuno che ci ascolti, e di voi mi posso fidare. Mi fanno compassione i figli di lui.»

«Viaggiando da Milano a questa parte, m'incontrai in un crocchio di persone che mi raccontarono una strana cosa.»

«Ed è?»

«Che Carlo Visconti trovasi celato in uno di questi paesi.»

«Oh diavolo!»

«Vi dico il vero, ch'ei mi piacerebbe a rivederlo quello sventurato giovane; a rivederlo, mi capite, perchè quand'egli capitò a Venezia, io lo vidi più d'una volta, E se avessi ad incontrarmi in lui, avrei a dirgli qualche cosa che gli farebbe inarcare le ciglia per lo stupore.»

Bronzino facevasi attento, il Malumbra aguzzava gli occhi.

«Egli doveva sposare una patrizia veneta.»

«Lo so; ma la patrizia veneta morì, ed egli si sposò in vece alla sorella del conte d'Armagnac che morì anch'essa,»

«Voi la sapete lunga; ma io la so lunga più. di voi.»

«Come sarebbe a dire?»

«Che la patrizia che morì, per un vero miracolo di Dio è risuscitata, e di presente è fresca e sana meglio di me e di voi.»

Bronzino scrollò la testa, poi disse:

«Fantasie, amico caro, fantasie. Queste cose io le posso sapere meglio di voi certo.»

«Lo credete?»

«Pensate un tratto se la Republica di Venezia, alla quale premeva assai di quel tempo l'amicizia di Bernabò Visconti, avrebbe voluto ingannarlo di tal maniera.»

«E la Republica infatti non ingannò, ma fu ingannata: e se ora il figlio di Bernabò potesse mai per caso rifugiarsi alla laguna, la Republica lo accoglierebbe a braccia aperte, e lo rifarebbe dell'inganno e…. io sono veneziano, e queste cose le so molto bene.»

Il Bronzino quando sentì dire che la Republica accoglierebbe il Visconti a braccia aperte, per quanta poca fede avesse nell'altro, pensò tuttavia che non era cosa da tacersi al suo padrone, e si rimase un pezzo senza parlare come consultando i propri pensieri. Il Malumbra al quale non isfuggivano queste mezze tinte, e sempre gli era ronzato in capo un certo sospetto intorno a quel galantuomo, e tanto più dopo aver sentito come gli stessero a cuore i figli di Bernabò, e come ne sapesse ogni loro vicenda, quantunque non potesse così di volo indovinare la verità interamente, pure le si accostò tanto da porla per ipotesi, e da costruire su di essa la tela del discorso che volle continuare.

«Ora che abbiam mangiato questo boccone, dovremmo uscire di qui e passeggiare un buon tratto per una di queste stradicciuole che lambiscono la falda del monte.»

«Benissimo, andiamo.»

E dopo pochi momenti uscirono, continuarono un pezzo il loro cammino senza parlare, finalmente il Malumbra cominciò a dire:

«Scusate la libertà, amico, ma voi non dovreste essere gran fatto ricco.»

«Pur troppo non ho quest'onore, caro mio, e vi siete apposto.»

«Voi, a quanto ho potuto sentire, siete assai pratico di questo lago.»

«Anche in questo avete indovinato, ma non capisco come l'una delle vostre domande possa stare coll'altra.»

«Lo capirete.»

«Fin qui mi siete sembrato un uomo assai misterioso.»

«Vedrete che vi siete ingannato.»

«Allora parlate più chiaro.»

«Ebbene, vi dirò: la Republica di Venezia vorrebbe che il Visconti avesse a rifugiarsi presso di lei. Ma questo suo desiderio non l'ha da saper nessuno, e molto meno questo Conte di Virtù. Se il Bernabò Visconti potesse però sapere questa volontà de' Veneziani, sto certo che vorrebbe approfittarne.»

«E così?»

«E così, voi che siete così pratico di questi siti, dovreste andare guardandovi attorno continuamente per vedere se mai vi venisse fatto scovarlo fuori.»

Il Bronzino, quantunque per il molto vino bevuto fosse diventato più fidente di prima, pure, a quelle parole del Malumbra, gli alzò in volto due occhi penetrativi e pieni di sospetto.

«Sì, scovarlo fuori, e fargli sapere il desiderio della Republica di Venezia; tutto sta che voi abbiate il coraggio di accostarvi a quell'uomo che, senza dubbio, vivrà in sospetto di tutto e di tutti, e però chi tenta avvicinarsegli non sarà certo il meglio arrivato. Ma perchè mi guardate con tanto stupore? Siete voi suddito del Conte? No, dunque le mie parole non vi devono riuscir strane per niente. D'altra parte si tratterebbe di guadagnare….»

«Quanto?»

«Non meno di cinquanta ducati, e forse di più.»

«Ma quando si potrebbero contare?»

«Quand'io potessi sapere di certo ch'egli, il Visconti. se n'è andato a Venezia.»

Il Bronzino cominciava ed esser capace, perchè dalle ultime parole del Malumbra si vedeva non esservi nè tradimento nè inganno sotto, tuttavia rispose girando sempre largo:

«Io son ben pratico di queste terre e di questo lago, però non mi costa gran che l'andarmene vagando per esso. Io ci andrò e subito, giacchè s'ha da fare, e se mai potessi scoprir qualche cosa (ma già, veggo che sarà tutto tempo gettato), volevo dire che vi saprò riportar alcuna notizia. Ditemi intanto: dove abbiamo a ritrovarci?»

Qui il Malumbra alla sua volta diventava sospettoso e pauroso per sè, che in fine non sapeva bene chi fosse quell'altro, e l'apparenza inganna; tuttavia rispose:

«Tutti i giorni verso quest'ora fate di trovarvi qui, solo, io vi vedrò e ci parleremo.»

Cosi rimasti, il Bronzino pensò bene di affrettarsi, e visto che a riva era un battello con due rematori, fatta l'intesa, vi saltò dentro e via pel lago.

E il Malumbra quel dì medesimo se ne tornò ad Angera, poichè, come aveva stabilito col Fossano, sarebbero andati insieme all'isola d'Orta.

VI

VALENZIA.

Quasi nel mezzo dei lago d'Orta il più tranquillo, il più silenzioso, il più malinconico lago di Lombardia, è l'isoletta di San Giulio, assai rinomata per la vigorosa difesa che Uilla, moglie di Berengario, vi fece nel secolo X. Al lembo estremo di quell'isola, quasi dirimpetto al monte detto la Colma, sorgeva un palazzotto costruito a mo' di castello. In un'altra parte dell'isola eravi la chiesa di San Giulio con bei pavimenti a musaico, e due colonne di serpentino che sostengono la tribuna. Dalla sponda del lago vi si saliva su grandissimi gradini formati di sasso indigeno. Presso alla chiesa era allora un monastero che fu demolito, ed ora non se ne serba traccia. In fuori di questi edifici e delle casupole de' pochi isolani che vi abitavano, non era altro a vedersi in quell'isola; bensì poteva occupare gli sguardi la prospettiva delle acque, dei paeselli, che, a non molta distanza, sorgevano sulla riviera, e de' monti, che vietando alla vista di estendersi molto, rendevano cupe e malinconiche le acque in cui riflettevansi, appena che il cielo si adombrasse di qualche nubi, o calasse la sera senza addio di sole.

Ad una finestra su in alto del palazzotto posto rimpetto al monte della Colma, intenta ai fenomeni che presenta il tramonto del dì, giacchè non era altra cosa della vita esterna che la potesse occupare, se ne stava Valenzia una sera del mese di settembre di quell'anno 13…. Volgeva lo sguardo ora alle nuvole dorate che man mano ricevevano una tinta più oscura, ora alla montagna cosparsa in vetta di mille tinte tutte varie, e che non portan nome, ora al lago che faceva specchio a tutto quanto si vedeva. L'attenzione però che Valenzia prestava a quegli oggetti, non era tale che potesse fermare nella sua mente il corso di mille altri pensieri.

Già la sua floridezza giovanile aveva subita un notabile cambiamento, e il suo bel volto s'era venuto affilando, di maniera che non era difficile il comprendere che un assiduo patimento morale l'avea presa. Sola tutte le ore del dì, e lontana da chi più le stava sul cuore, e senza speranza che quell'ordine di vita si potesse cambiar così presto; una profonda malinconia mista ad un tedio mortale, e talora a certi impeti d'impazienza che non le facevano aver bene un istante, era stata per gran tempo la sua compagna indivisibile. Ma da tre giorni una cosa più prepotente, più procellosa, meno monotona della malinconia, le si era introdotta nel cuore, la gelosia.

L'arrivo del Conte di Virtù ad Angera subito si seppe anche all'isola di San Giulio, e chi aveva portata quella notizia aveva recata anche l'altra dell'arrivo di Fossano, e ciò non solo, ma la tresca di lui con la bella contessa Giulia. La povera Valenzia potè, per sua vera sciagura, ascoltare un dialogo tra un barcaiolo ed un suo servo, che le mise nell'animo il veleno mortale del sospetto; e a questo dava peso il considerar che ella faceva essersi le visite del suo Fossano all'isola man mano sempre più diradate: in quella sera poi mentre guardava le scene circostanti, pensava che da tre giorni egli era giunto sì presso, e non ancora lasciavasi vedere, ch'ella di fresco aveagli scritto una lettera alla quale non era stato risposto.

E non è a dire se queste idee la colpissero di forza nel più intimo del cuore, e più di tutto il pensiero della crudele ingratitudine di Alberigo, la quale le pareva così impossibile che quasi s'induceva a ricredersi de' propri sospetti.

Ma nel mentre stava considerando queste cose un punto nero, che apparve a molta distanza sul lago, e che s'avanzava con velocità, attrasse lo sguardo di lei; non poteva essere che un battello, ed ella sforzavasi quasi a render più acuta la pupilla per veder meglio, intanto che un moto indefinito di speranza cangiava d'improvviso la direzione a tutte lo sue idee. Chiamò la fante, il servo: entrarono ambidue, ed il servo precorse le domande di Valenzia dicendo: «Madonna, è qui l'illustrissimo cavalier Fossano.»

«Egli è qui! dunque non mi sono ingannata.»

E uscita in fretta di quella stanza, discese lesta per la scala, si fece agli scaglioni del palazzo, su cui sbatteva l'onda del lago.

Dopo alcuni momenti la barca fu alla proda, Alberigo saltò a terra e con lui il Malumbra.

Le prime parole di Valenzia furono un rimprovero.

«È da tre dì che t'aspetto, Alberigo: da qui ad Angera è così breve tragitto, perchè hai tardato?»

«Non fu mia colpa,» rispondeva freddo e riservato il Fossano, a cui la coscienza del proprio cuore scemava forza alla parola: «ma appena arrivati ad Angera dovetti accompagnare il duca nella sua gita ai castelli del lago, ed ora che ho potuto…. sono venuto qui. Ma guarda un tratto questo buon messere che ha voluto venire con me: egli mi ha recato una lettera di tuo padre, e tien l'ordine da lui di venire a vederti per potergli dire in che condizione t'ha trovata.»

E dicendo queste parole guardava a parte a parte la figura di Valenzia, che gli sembrava impallidita e smagrita oltremisura; pure era tanta la sua bellezza, accresciuta tanto più da quell'aria di languore e di mollezza indefinibile, che facendo i rapidi confronti tra lei e la contessa Giulia, si accorse come l'ultima fosse di lunga mano inferiore alla sua Valenzia, e in quel momento la strinse a sè con tanto affetto, che ella dovette pentirsi d'aver sospettato un momento solo.

E forse all'ingenua anima sua non si sarebbe mai più appreso un simile sentimento, se non fosse intervenuto un fatto che il Fossano, percorrendo tutti i possibili, non avrebbe giammai saputo imaginare.

La bella contessa Giulia s'era di tal modo venuta impigliando nell'amore d'Alberigo, che oramai non poteva vivere un dito discosto da lui con iscandalo di tutta la corte, e dispetto della eccellentissima duchessa Caterina Visconti, che saggia com'era, mal si poteva acconciare a permettere que' palesi amorazzi. Quando Alberigo partì pel lago d'Orta, pensò bene non dir nulla alla contessa, e di queto si tolse alla rocca d'Angera; ma tutto fu inutile, e la contessa avendone chiesto a tutti, giunse a sapere ch'avea noleggiata una barca per l'isola d'Orta, ove egli aveva un suo castello.

Appena venne in cognizione di ciò, eccitata da quell'astuta sua amica, che per una mezzana non v'era la migliore, s'intestò recarsi anch'essa a dispetto di mare e di vento, e più ancora del sessagenario marito, sulle traccie dell'amante, e così di fatto, all'insaputa della duchessa Caterina e del consorte, le sole persone che la mettevano in qualche trepidazione, in compagnia di quella sua amica e di quattro servi, si recò al lago d'Orta.

Giunta alla riviera verso la bass'ora del dì vicino, non volle perder tempo, e quantunque il lago fosse un po' grosso, prese una barchetta e volò all'isola. Approdato a non molta distanza del palazzo di Alberigo, e chiesto di lui a chi primo incontrò, gli fu da que' buoni isolani additato il palazzo che non le era lontano più d'un trar di balestra.

La contessa Giulia, come tutti coloro che facevan parte della corte del Conte di Virtù, ignorava al tutto che il Fossano fosse maritato. E per questa circostanza verrebbe a scemarsi la colpa della bella contessa, alla quale, se fosse mai trapelato com'era la cosa veramente, sarebbesi sforzata a rintuzzare fin dal suo primo nascere quella malaugurata passione che sentì per Fossano, e certo vi sarebbe riuscita.

Ma credendo in vece che Fossano fosse assolutamente libero di sè, e lontana le mille miglia dal sospettare che la più bella gentildonna gli fosse consorte; assai lieta di potergli fare una sorpresa, entrò di volo nel palazzo. Con quella balda sicurezza che è propria delle indoli avventate, ella, senza domandar altro, sali le scale, e già stava per metter piede nelle camere, quando le si fe' per caso incontro una fante a domandarle di chi cercava.

«Cerco del cavalier Fossano,» rispose la contessa non badando più che tanto alle parole della fante.

«Adesso…. per adesso, il cavaliere non c'è; ma non potrà badar molto a tornare. Intanto potete entrare nelle stanze di madonna.»

Quella semplice parola madonna, fu bastante per scompigliare in un momento tutti i pensieri della contessa, e

«Chi è questa madonna?» chiese subito alla fante.

«Ho voluto dire la moglie di messer Fossano,» quella rispose.

I primi movimenti che fa una persona quando d'improvviso è côlta da ciò che non si aspettava, e che al tutto è in opposizione allo stato dell'animo suo sono impossibili a rendersi con parole, d'altra parte que' movimenti della persona, que' contorcimenti dei viso sono così eterocliti, così strani, così opposti alle teorie del bello, che, quand'anche si sapessero rendere con esattezza del dagherrotipo, non meriterebbero poi la pena di essere conservati. E la povera contessa Giulia fece appuntò uno di que' movimenti, talchè le bellissime fattezze del suo florido volto si sconciarono un poco a quell'inaspettata notizia; e stava dubbiosa la poveretta di quanto dovesse fare, quando, chiamata dal suono delle voci che abbastanza s'eran fatte udire, entrò Valenzia medesima in quella camera.

A lei subito si volse la fante dicendole:

«Questa gentildonna aspetta di parlare al signor cavaliere.»

La Valenzia si trovò alquanto sconcertata vedendosi innanzi quella dama in così sfarzoso apparato, sconcertata tanto più per la paura di venire scoperta; pure, come cortese, «Voi siete la benvenuta,» le disse, «Alberigo non può star molto a ritornare, frattanto vogliate riposarvi un poco.» E con modi assai gentili la invitava a metter piede in un'altra camera.

La contessa Giulia, sopraffatta e attonita, entrava accompagnata da quella sua amica, che guardava di sottocchio la bella e geniale figura di Valenzia.

Questa, intanto che intrattenevasi in parole colla contessa, com'era ben ragionevole, le domandò con chi aveva il bene di conversare, e quando udì quel nome che tre dì prima così ingratamente le era suonato all'orecchio, si sentì per tutto il corpo scorrere un gelo con certe strette ai cuore che la resero più pallida la metà.

In quel momento per mala ventura entrava il Fossano, il quale, quantunque fosse stato avvisato dalla fante ch'egli era atteso da una dama d'alto affare, pure, lontano com'era dall'aspettarsi quella visita, entrò fidentissimo e desideroso soltanto di vedere chi fosse. E a tutta prima durò fatica per credere ai propri occhi, e si rimase sul sogliare dell'uscio perplesso ed esitante, ora guardando la Giulia ora la Valenzia, che, leggendo in quel momento sul volto del Fossano tutte le passioni che in gran contrasto allora gli tumultuavano in cuore, fu ridotta alla misera condizione di chi sente d'aver perduta ogni cosa al mondo.

Quella scena continuò così muta per qualche tempo. Alla fine si alzò la contessa Giulia, che dei tre non era già quella che si trovasse a miglior partito; tuttavia le bastò l'animo di dire queste parole al Fossano: «Mi chiamo assai fortunata, cavaliere, d'aver fatta la conoscenza della gentile vostra moglie, di cui non mi avete parlato pur una volta.» Le parole furon queste precisamente, ma nel suono della voce che tremava nel pronunciarle, era un misto di sdegno, di sarcasmo e d'angoscia con un tal quale singhiozzo, che era presso a mutarsi in pianto. Alberigo nulla rispose; passarono alcuni altri momenti di silenzio. La contessa Giulia uscì coll'amica; il Fossano e Valenzia rimasero soli.

La notte era sopraggiunta, e nella camera si era fatto buio del tutto; il Fossano, sbalordito e confuso, stette pur molto ancora senza parlare, poi scuotendosi un poco, e sentendo il respiro un po' affannoso di Valenzia, pensò accostarsele, e così, come gli parve, la toccò leggermente colla mano…. A quell'atto, come balestra che scocca, rispose Valenzia con uno scoppio di pianto, che le sgorgò improvvisamente, poscia singhiozzi a furia che minacciavano affogarla, e che destavano una pietà indicibile…. Il Fossano la udì, la tenerezza lo vinse, e di tal guisa che lo rese convulso per tutte le membra; le lagrime intanto calde calde gli cadevano dagli occhi, bagnandogli i labbri che aguzzandosi davano tremiti continuati.

Oh! era troppo duro ch'egli sviasse per sempre da quella dolce e gentile creatura, troppo cara l'idea che dovesse riabbracciarla pentito, e l'anima sua infatti si è d'improvviso sprigionata dalla colpa in quel momento, e da quel momento la povera sua Valenzia non doveva mai più uscirle dal cuore, mai più; ma sventurati tuttavia e ancor peggio. Pianto così in segreto una mezz'ora buonamente, il Fossano, lei che tuttavia piangeva chiamò per nome con una dolcezza della quale forse non aveva mai fatto uso prima d'allora. A Valenzia si rallentarono un momento i singhiozzi…. e lenta le uscì poi la parola dai labbri, e interrotta e piagnolosa,—Ah! Fossano!—e nessun'altra ne aggiunse, e tutto disse con quella.

Entrava allora la fante a recare i lumi nella camera, che di nulla potè accorgersi, e se ne uscì tosto.

Rimasti soli per la seconda volta senza muover parola, si guardarono a vicenda; il Fossano alla fine prese una mano alla sua Valenzia, che, vinta dall'aspetto contrito di lui, gliela concesse. Ma strana cosa ell'era che nè l'uno nè l'altro volesse affidare alle parole quel che loro era passato e passava tuttavia nel cuore. Vergognava il Fossano di confessare la propria colpa, quantunque vedesse che tutto era noto alla sua donna; e questa per un istinto di femminile dignità e superbia, vergognava sdegnarsi con lui perchè l'avesse posposta ad un'altra.

Alla fine il Fossano le si aprì con questi detti:

«Egli è già un anno, Valenzia, che tu te ne vivi qui sola e senza un sollievo al mondo, e a me bastò l'animo di vivere lontano da te….»

Valenzia, a queste parole, gli alzava in volto gli occhi, e li riabbassava tremando in tutta la persona per un improvviso soprassalto.

«O Valenzia,» continuava il Fossano, stringendola a sè, «che io non possa avere mai più bene nè vivo nè morto, se per mia maledetta sorte potessi mancare alla formata promessa che ti do in questo punto.» E qui, alzando la fede con modi concitati e con un'esaltazione di spirito straordinaria: «Per l'avvenire tu non vivrai più sola, io sarò sempre con te, noi vivremo all'amore, nella pace di quest'isola solitaria, lontani dal mondo dove non si raccoglie che pentimento e dolore. Le nostre anime non saranno mai più offuscate dai torbidi sospetti, e in quanto a me non vorrò pensare ad altro che ad accrescere la tua felicità, se mi sarà dato.»

«O Alberigo,» le rispondeva allora Valenzia, balzando dalla sua sedia come per un moto di gioia repentina, e lasciandosegli andare addosso con una confidenza piena di passione e di languore; «o Alberigo, faccia Iddio che le parole che tu dî siano sincere, che guai, se mi avessero a trarre in inganno un'altra volta…. Vivi dunque all'amore, giacchè tu stesso l'hai promesso il primo, vivi per me, che dopo tanta solitudine sì a lungo gemuta, io possa gettarmi sicura una volta nelle tue braccia per non istaccarmene mai più, mai più, giacchè i resti del mio vivere gioiti compiutamente con te, da questo momento e per sempre appena varranno a compensarmi le dubbiezze, le angosce e gl'insopportabili tormenti a cui non so come sopravvissi.»

«O mia Valenzia, che ogni tuo desiderio sia esaudito colla più scrupolosa osservanza, e che tu per lo innanzi abbi a lodarti di me tanto, che debba benedire quell'affanno che ti fu scala al bene di che godrai in appresso; questo io ti prometto, e Iddio ti benedica.»

Abbracciati strettamente quelle due giovani creature, stettero guardandosi in volto per assai tempo tacite, pensose e intenerite. Oh! la sorte potesse conceder loro di radicarsi eternamente in quel posto, come un gruppo d'indistruttibile marmo, che guai se alcuno si frapporrà a dividerle un istante; quell'istante sarà tutto, non si riuniranno mai più.

Al primo spuntare dell'alba vicina, il Fossano ripartiva, per quel giorno soltanto, dall'isola di San Giulio, giacchè, come aveva detto la notte prima a Valenzia, doveva recarsi ancora alla rocca d'Angera dov'era il duca Galeazzo, per prendere licenza da lui, e ottenere il permesso di vivere lontano dalla corte milanese. Si salutarono i due sposi, dicendosi a vicenda. Ci rivedremo domani;—e la Valenzia, nel momento che il Fossano stava per saltare nel battello, gli disse non so che parola all'orecchio, a cui l'altro rispose col porsi la mano sul cuore quasi a rinnovarle un giuramento.

Il Malumbra ripartiva esso pure con Alberigo, e Valenzia il pregò portasse a Candiano i sentimenti d'amore ch'ella nutriva pel generoso padre suo e le sue felicitazioni; e il tristo uomo, mentre, chinando la testa in atto di ossequio, rispondeva che avrebbe fatto, pensava già al miglior mezzo che gli rimaneva per condurre a fine i disegni del senator Barbarigo.

Di lì a poco la barchetta animata da un vento impetuoso volava sul lago, e la Valenzia dalla riva stette a guardarla, aguzzando sempre più la vista in fino a tantochè il battello toccò la riviera opposta.

Il viaggio da Orta ad Angera non era di molte ore. però, essendosi affrettati un poco, vi giunsero prima del mezzodì. Nell'intervallo della loro assenza aveva già avuto luogo un intermezzo che merita di essere qui ricordato.

La bella contessa Giulia, partita che si fu dalla presenza di Fossano e di Valenzia, tanto dolore e vergogna la prese, tanta disperazione, che maledisse mille volte a quella sua amica che non aveva saputo sconsigliarla dal recarsi ad Orta, e lungo il viaggio fu un continuo contrasto di lamenti e di scuse.

«Io ve'l diceva ch'egli era un passo troppo ardito e vergognoso; ma voi avete proprio voluto spingermi a tanto.»

«Io non ho secondato che il voler vostro; la mia colpa è tulta qui.»

«Ma perchè dirmi ch'egli aveva un suo castello a quella malaugurata isola di San Giulio, e che erasi colà recato?»

«Non l'ho fatto che a tener lontana la noia del vostro continuo tempestarmi per saper notizie di quel caro ed aggraziato cavaliere.»

«Oh maledetto il dì e l'ora ch'io misi il piede in quella stanza dove, mal mio grado, mi avete mandata, e dove, senza ch'io me l'attendessi, mi son trovata faccia a faccia con quel tristo….»

«Io non ci ho colpa nessuna.»

«Se voi non foste stata, io non sentirei adesso salirmi sul volto il rossore della vergogna, io non soffrirei queste pene d'inferno.»

Giunta ad Angera, volendo evitare le occasioni di trovarsi ancora col Fossano, erasi presentata all'eccellentissima duchessa Caterina Visconti, supplicandola, col mettere innanzi motivi di salute, le volesse concedere di tornare a Milano; la qual cosa non essendole stata rifiutata, la contessa Giulia era già in pronto di partire, nel punto che il Fossano arrivò. Tra le gravissime dame che formavano il corteggio e gli illustri cavalieri, non mancò chi parlasse a lungo di quell'improvvisa risoluzione, e ne ridesse anche un poco, tanto che il Fossano ebbe ad indispettirsi, considerando ch'egli pure tra breve sarebbesi presentato al duca per impetrare ciò che la bella contessa aveva già domandato ed ottenuto.

Il Malumbra intanto, sempre fingendosi altro da quello che era veramente, non cessava di raccomandare al Fossano, si guardasse dal mettere sotto la vista di tutti la sua Valenzia, che continuando a vivere in quell'isola di San Giulio, non avrebbe potuto esimersi dal ricevere molte visite che in breve avrebbero propalato chi era la donna sua e mille altre cose, di cui era assoluta necessità continuare a far mistero; però misurasse le parole nel domandare la licenza al duca, e piuttosto che affrettarsi col rischio di destare sospetti, tirasse la cosa d'oggi in domani finchè si presentasse la bella opportunità di allontanarsi dalla corte.—Il Fossano aveva, durante il viaggio, detto al Malumbra che bramava di condursi a vivere lontano dal mondo colla sua Valenzia, e quel dì medesimo voler trarre a fine il suo desiderio.

Verso sera seppe il Malumbra dal Fossano che per quel giorno non aveva mai potuto trovare il momento opportuno di parlare al duca, che però l'avrebbe potuto quella sera medesima, e che sperava ritornerebbe il dì dopo all'isola per non partirne mai più. Il Malumbra fece suo pro dell'avviso; avendo già da qualche tempo fisso un suo disegno, aveva tutto in pronto perchè nulla potesse mancare quando i momenti fossero per incalzare. Una cavalcatura l'attendeva a tutte le ore, una barca sul Verbano era continuamente a sua disposizione; e un'altra pure sul lago d'Orta; quella sera alle ventitrè si partì d'Angera, e a notte chiusa fu di ritorno all'isola di San Giulio.

VII
INSIDIA.

Qui c'è forza rifarci indietro un momento. La sera prima quando il Malumbra toccò, per la prima volta, l'isola di San Giulio, anche il Bronzino metteva il piede in Vall'Intrasca, difilato all'abitacolo, dove sapeva trovarsi il suo signore, e contento d'avere a riferirgli qualche cosa che forse gli sarebbe tornata ad utile. Carlo Visconti, essendo già calata la notte, pieno d'impazienza, era stato costretto a ridursi in quel covo miserabile, e pensava ai motivi che potevano aver fatta ritardare la venuta del Bronzino, quando sentì un colpo alla porta, e un momento dopo se lo vide innanzi.

«E così?» gli domandò il Visconti volgendogli un viso più pallido del solito.

«E così,» rispose il Bronzino, «se non ho fatta buona caccia di fagiani, ho però qualche cosa nel carniere.»

«Che vuoi dire?»

«Voglio dire che;… già in quanto all'eccellentissimo vostro cugino, adesso per adesso vi conviene lasciarlo in vita, e l'occasione non è ancora venuta.»

«Prosegui.»

«Mi sono però incontrato in un galantuomo veneziano, il quale….»

«Che cosa può avere a fare il veneziano nelle faccende nostre?»

«Forse moltissimo; egli mi ha dato carico di venire sulle vostre traccie colla promessa di cinquanta ducati, che sono ben poca cosa per dire la verità.»

«E ciò mi dici con tanta pacatezza?»

«State tranquillo…. Quel galantuomo mi disse che se voi aveste a rifuggirvi in Venezia, colà sareste il ben raccattato…. e che…. già è facile ad indovinare che a quella gelosa Republica non possono piacer molto le conquiste dell'eccellentissimo vostro cugino….»

«E dunque?»

«Dunque, dovreste aver già fatta una risoluzione. Se voi state qui ad aspettare che faccian la calata del monte que' buoni Francesi, i quali se sono i primi a promettere, son poi gli ultimi a mantenere, vi avviso che quand'anche le labarde del Galeazzo non potessero trovarvi così presto, la noia vi farà prima morire. Se voi in vece ve ne andate a Venezia, gli è certo per lo meno che non vi potrà intervenire male di sorta, e poi sono d'avviso che il vostro destino ha da mutarsi colà. Risolviamo dunque, e senza por tempo in mezzo usciamo di questi luoghi maledetti dove ci mette in fastidio anche lo stormire delle frasche.»

«Io penso in vece che per uno stolido malaccorto, tu sii quel tale.»

«Io non vi comprendo.»

«Ti vengono offerti cinquanta ducati d'oro per venire sulle mie traccie, e tu credi che ciò sia per procurare il mio meglio…. e forse preso all'amo da quell'astuto che ti si mise intorno, gli hai confessato….»

«Di confessioni, sapete bene che non mi son mai preso cura gran fatto, e molto meno questa volta.»

«Parla più chiaro adunque.»

«Quel tale non sa nè chi mi sia, nè dove siate voi; ma ho tutte le buone ragioni per credere che Venezia lo abbia mandato espressamente fuori in traccia di voi, e si capisce che la Serenissima ha tutta la buona volontà di fare le vostre vendette per eseguire le sue; in conseguenza di che, vi consiglio a partire questa notte medesima…. Ora poi mi ricordo di un'altra cosa che mi raccontò quel veneziano: prima di tutto, è vero che voi già foste a Venezia, e che siete stato a un dito di dare l'anello ad una patrizia di colà? e l'avreste anche sposata se non fosse morta?»

«Perchè mi domandi questo?»

«Vi ho chiesto, o illustrissimo, se ciò è ben vero?»

«Verissimo.»

«E siete anche certo che sia morta la pulzella?»

«Certissimo.»

«Ho il piacere di dirvi che siete in un grande errore.»

«Si capisce che oggi non hai sofferta penuria di vino, e il cervello ti ha dato di volta.»

«In quanto al vino…. siccome ad Angera ve n'è del pretto…. così non ho voluto lasciar fuggir l'occasione…. ma in quanto al cervello state pure di buona voglia che non ha sofferto per niente…. del resto ciò non toglierebbe che quella tal fanciulla non fosse viva.»

Il Visconti, come udì queste parole, subito rispose:

«Di questo nuovo imbroglio, sia desso vero, o una fantasia al tutto, mi farò chiaro un'altra volta; ma ora considerando un po' meglio il resto, io vedo pure assai probabile che in Venezia possa trovare alcun valido appoggio, e quand'anche il tuo veneziano, che hai detto, non ti avesse mai parlato di questo, sarei venuto io medesimo nella risoluzione d'andarmene colà.»

«E così?»

«E così, giacchè si ha da fare, partiremo questa notte medesima.»

«Questo si chiama parlar bene,» rispose Bronzino, «or voglia Dio che il barcaiolo che mi ha condotto qui, non si rifiuti a spiegare la sua vela di quest'ora, che per l'alba noi saremo a buon cammino.»

Ma dovettero in vece aspettare il dì dopo, e la barca che li doveva condurre a Sesto Calende, si staccò dalla riva intorno all'ora che il Malumbra entrava nelle stanze di Valenzia.

Partito che si fu il Fossano dell'isola, a Valenzia vennero certe ombre di malumore che le misero tanto amaro nel cuore, quanta dolcezza aveva provata la sera prima alle parole del suo Alberigo, ed a quella generosa promessa che ebbe la forza di spegnere in lei del tutto ogni ira gelosa, quantunque poco prima avesse dovuto accertarsi co' propri occhi di quello che era passato tra il Fossano e la contessa Giulia.

Per quanto sembrasse anche a lei ragionevole, che Alberigo prima di fermare al tutto la sua dimora nell'isola, dovesse presentarsi al duca Galeazzo per impetrarne la licenza, pure non sapeva vincere e scacciare il sospetto che dopo quelle prime parole d'amore pronunciate, forse più per trarla in inganno che per altro, egli avesse preso il pretesto di recarsi quella mattina medesima dal duca per potersi un momento allontanare da lei, e ritornare ove trovavasi la contessa Giulia. E questo pensiero la vessava di tal modo che non ne avrebbe saputo celar la smania a nessuno; in alcuni momenti di quella giornata, per quanto, richiamandosi in mente e gli atti, e le parole, e le soavi espressioni del suo Fossano, non potesse trovare alcun fondamento per crederlo infinto, si figurava di vederlo ancora vicino alla contessa Giulia, la cui bellezza, sebbene tentasse dissimulare a sè medesima, pure le stava sempre innanzi gli occhi. Allora l'assaliva una rabbia di un genere particolare che la traeva a maledire la propria sorte, ed era in que' momenti specialmente che le entrava in cuore quasi una certezza crudele che il suo Fossano non sarebbe tornato mai più. Allora nella soave e gentile anima sua (pur troppo talvolta le passioni quando son troppo veementi, portano il guasto ovunque) entrava il veleno dell'odio, odio per la bella contessa Giulia, della quale sì godeva ad imaginare qualche atroce modo a vendicarsi. Pur troppo quell'ingenua e pietosa creatura potè volgere in mente pensieri di vendetta, che l'amore ch'essa portava al suo Fossano, era di tanto impeto da non ammettere le mezze misure, e a più doppi le si era accresciuto in cuore dopo averlo saputo amato da un'altra, dopo aver veduto imminente il pericolo di perderlo.

E in questi pensieri stava appunto tormentandosi l'animo suo, quando le fu annunziato che un tale aveva bisogno parlarle.

Avendo il Malumbra pe' suoi buoni motivi cangiata la foggia e il colore alle sopravvesti, e adattatosi un cappuccio che gli copriva la testa fin oltre gli occhi, non era stato conosciuto dai servi di Valenzia, che non s'attentarono introdurlo nelle camere di lei.

Valenzia a quella chiamata discese lesta, ned ella medesima seppe riconoscere il Malumbra, quando se lo vide innanzi, e un po' turbata da quella sinistra apparenza, e accennando ai servi di non muoversi di lì,

«Chi siete?» gli disse, «chi vi manda?»

«Son io, madonna,» le disse allora il Malumbra, e volgendo il tergo ai servi che stavan presenti al colloquio, si levò un tratto il cappuccio della veste, col quale, com'era suo costume nelle occasioni straordinarie, aveva sempre tenuto a mezzo coperto il viso.

«Ah! ora vi conosco.»

«Zitto, madonna, parlate sommessa.» E avvolgendosi ancora nel cappuccio, e abbassando più che potè la voce, perchè non l'avessero ad udire i servi: «È necessario che nessuno sappia per ora ch'io son qui venuto.»

«Ma perchè vi siete travisato di questa guisa?» gli domandò sottovoce
Valenzia.

«Mi manda a levarvi di qui l'illustrissimo cavalier Fossano, vostro marito, che mi raccomandò la più scrupolosa segretezza.»

La povera sentì tutta rimescolarsi il sangue per la gioia improvvisa, e ogni sospetto le si dileguò dell'animo.

«Si è già presentato al duca?» domandò poscia.

«No, madonna; ma essendo intervenuto un caso assai strano, egli ha pensato non farne altro col duca, e partire in vece di nascosto per riunirsi con voi: però mi ha dato incombenza di venirvi a prendere, che in quanto a lui ha dovuto già rifuggirsi in luogo ben sicuro, dove appunto io vi ho a condurre.»

«Ma è forse minacciato da qualche grave pericolo?» domandò tutta paurosa Valentia.

«No, no, state tranquilla e venite con me, egli è impaziente di avervi seco, e vi so dire che vi è mestieri far presto.»

«Vi avrà ben detto Fossano,» chiese Valenzia al Malumbra, «che io conduca con me anche questi miei buoni compagni,» e additava la fante e il donzello.

Il Malumbra stette un pezzo in forse senza sapere che cosa rispondere, poi non volendo destare sospetti:

«La fante potete bene condurla con voi; ma in quanto a quest'uomo, l'illustrissimo cavaliere lo manderà a levare quando sarà a tempo.»

«Ebbene, farò come voi dite.»

«Ma soprattutto fate presto, madonna.»

Il Malumbra era impazientissimo, e non ci voleva meno dell'assoluta buona fede di Valenzia, per non accorgersi che nelle parole e ne' gesti di quell'uomo, era qualche cosa d'irresoluto, d'impigliato, di poco sincero; ma la poveretta non pensava che al suo Fossano, e ridottasi nella sua camera a mettersi intorno le robe, che si volevano per quel notturno viaggio, e così fatto fare alla sua fante, in breve ambedue furono all'ordine.

Il Malumbra che, fermo sulla soglia del palazzo a guardare la prospettiva del lago, si mutava ora su d'un piede ora sull'altro, pel timore che mai un inciampo venisse a troncare a mezzo il suo disegno, sentì finalmente quella voce soave di Valenzia che diceva:

«Siamo in pronto, possiamo andare.»

E tutti e tre entrarono nel navicello, che spinto da due forti rematori, in breve toccò la riva, colà dove sorge il paesello di Bussone. Qui era pronta una lettiga con una cavalcatura; egli montò a cavallo, le due donne entrarono nella lettiga, e per una scorciatoia attraverso del monte, della quale il Malumbra, prima di recarsi ad Orta, aveva voluto pienamente farsi istrutto, calarono ad Arona. Qui era pronto un altro battello (bisogna confessare che quel tristo di Malumbra era uomo tutt'altro che impacciato), e col favore di una ventata piuttosto generosa, attraversarono quel tratto di lago che è tra Arona e Sesto Calende.

Al Malumbra nell'attraversare quel lago, sul quale pensava non avere a tornare mai più, venne in mente l'incontro fatto due dì prima con quell'uomo, la cui faccia astuta e scialba tanto il colpì sul mercato d'Angera, e le parole avute con lui. e l'incombenza datagli, e come si fosser data l'intesa di trovarsi ancora colà, se mai si fosse potuto scoprire la traccia del figlio di Bernabò. Ad appagare interamente il desiderio del senator Barbarigo, non bastava che egli potesse condurre a Venezia Valenzia e Fossano, ci voleva per terzo anche il Visconti; però il Malumbra che in quel dì, tutt'occupato com'era nel mandare a buon fine il suo tristo disegno, non aveva più pensato a colui, s'indispettì del non essere oramai più in tempo a gettare ed a stringere la rete anche per un altro, tanto più che, guardate combinazioni! egli aveva sperato moltissimo dopo il dialogo avuto col Bronzino.

—In ogni modo però,—diceva intanto tra sè e sè,—appena ch'io abbia messo in luogo sicuro questa augellina del becco gentile,—e volgevasi a guardarla con un tal atto di mezzo tra il compassionevole e il beffardo,—io potrei ancora tornarmene qui e cercare e frugare e fiutare infino a tanto che mi venga fatto di scoprire la traccia di quel birbone disgraziato…. e in quanto all'uomo a cui ho promesso trovarmi ad Angera, se mai ci venisse carico di notizie, e non mi trovasse, son persuaso che non gli recherei gran danno per questo, e tutt'al più a sfogare l'ira sua starà contento a qualche bestemmia che mi manderà dietro ad augurarmi il buon viaggio.

Valenzia dal canto suo intrattenevasi a parlare colla sua fante, e di quando in quando volgeva qualche parola al Malumbra, il quale tra per l'amicizia che aveva detto avere col padre di lei, tra per esser quello, che, come credeva la poveretta, la conduceva nelle braccia del suo Fossano, tra perchè nella sua persona era un'apparenza di bonarietà ch'egli sapeva benissimo colorire e farla sfoggiare all'occorrenza, aveva messo nell'animo ingenuo di lei tanta sicurtà che ella più d'una volta ebbe a dire alla fante:

«Quest'uomo lo amo perchè mi è di buon augurio; insieme a lui tornò sempre la pace nel mio cuore, e con lui io vado ad abbracciare il mio Fossano.» A chi le avesse detto nel momento che proferiva queste parole, chi era il Malumbra, dove la conduceva, e da chi era stato mandato, avrebbe la povera Valenzia voluto prestare alcuna fede? Oh pur troppo per una combinazione che si verifica sovente nell'umana vita, era tanto lontana dai sospetti, quanto era vicina al pericolo estremo. Qui la barchetta urtò alla riva di Sesto Calende, ove tutti discesero. Potevano essere otto ore di notte, e le donne si sentivano stanche. Valenzia domandò al Malumbra:

«Dove siamo adesso?»

«A Sesto, madonna, troppo vicino ad Angera perchè possiamo fermarci qui.»

«Ma ci rimane ancora molta strada a percorrere prima di arrivare dove ci aspetta il Fossano?»

«Non molte miglia, madonna, e attendete a stare di buon animo, che in breve saremo colà.»

Valenzia sostava un istante, e chinava la testa a queste parole, essendole d'improvviso entrato in mezzo alle sue idee gioconde un tristo pensiero che tosto tornò a svanire come ombra. Anche a Sesto era pronta una lettiga e una cavalcatura, come ad Arona, e così senza aspettar altro proseguirono il viaggio.

Arrivati presso a Crugnoga, che è un paesello non molto distante del lago, al confluente di una stradella, s'incontrarono in due uomini a cavallo, e fu così rapido e inaspettato quello scontro che l'uno de' cavalcatori fu addosso alla lettiga, e nel momento che tirò a sè le briglie per iscansarla, potè vedere così alla sfuggita le due donne che stavano dentro, senza però poterne distinguere i volti; bensì Valenzia, che, per essere chiusa e all'oscuro, vedeva meglio chi stava fuori, potè in quel fuggevole istante vedere il viso di colui che le era passato così presso, e senza indovinarne la cagione, provò una sensazione di terrore, e le sorsero in mente mille sparse ricordanze che non sapeva come raccapezzare, e intanto lo scalpito de' cavalli che sentiva ancor vicino, continuava a stringerla di spavento. E vôlta al Malumbra che in quel momento le stava da canto:

«Avreste mai, per caso, conosciuto chi sieno costoro?»

«Io no, madonna, non ho potuto guardarli in volto.»

«Non vorrei fosser uomini di malavita che vanno attorno la notte per recar danno a' viandanti.»

«Non è possibile.»

«Eppure….»

«Guardate come se ne van difilati per la via loro; non fa così chi ha ribaldi disegni.»

«Ma adesso han rallentato il corso, mi pare.»

«Scacciate codeste fantasie dal capo, e siate sicura che non c'è un pericolo al mondo.»

In questo momento i due uomini che avanzavano di qualche passo
Valenzia, attendevano essi pure a parlare tra loro: