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Vecchie cadenze e nuove cover

Vecchie cadenze e nuove

Chapter 2: PARTE I
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About This Book

This collection of lyric poems is organized in three sections that move from restless reflection to wandering imagery and finally to intimate meditations. The verses combine classical and modern cadences, shifting meters and free verse to explore solitude, memory, faith, nature, and the effects of industrial and technological change on daily life. Recurring motifs include song and prayer, rural and urban landscapes, maternal grief, and the transmission of feeling across distance. The tone ranges from ironic observation of contemporary noises and machines to serene, measured contemplation, often privileging sincere inspiration and musical phrasing over artifice.

The Project Gutenberg eBook of Vecchie cadenze e nuove

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Title: Vecchie cadenze e nuove

Author: Emilio De Marchi

Release date: March 3, 2006 [eBook #17905]

Language: Italian

Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Sormani - Milano)

*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK VECCHIE CADENZE E NUOVE ***

Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the

Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Sormani - Milano)

OPERE COMPLETE di EMILIO DE MARCHI

Volume V.°

VECCHIE CADENZE e NUOVE

SECONDA EDIZIONE

LIBRERIA EDITRICE NAZIONALE

PROPRIETÀ LETTERARIA

Diritti di riproduzione, ristampa, traduzione, riservati per tutti i paesi a termini di legge.

  Società Lito-Tipografica Lombarda BOLLINI e COLOMBO
  MILANO—Via A. Kramer, 19

1904

Al lettore,

Quando nel 1899 usciva per la prima volta sotto forma di Strenna (dell'Istituto dei Rachitici) questa raccolta di poesie che ora si ripresenta nella serie delle Opere complete di Emilio De-Marchi come parte integrante del pensiero e dell'animo suo, il compianto Senatore Gaetano Negri che alla profonda intuizione filosofica univa tanta genialità artistica e amore per tutte le cose gentili presentava il poeta con queste parole:

"Vecchie cadenze e nuove", chiama l'Autore la raccolta delle sue poesie, volendo farci intendere che, se in alcune di esse, si ritrovano le forme e i procedimenti stilistici del tempo vecchio, egli non rifugge dagli allettamenti e dalle raffinatezze dello "stil novo" ch'egli ode. E sta bene. Ma ciò che ci piace, sopra tutto, è che il De-Marchi, e nelle vecchie e nelle nuove cadenze, non abbandona mai quel supremo, direi anzi, quell'unico precetto dello scriver bene, e in prosa ed in versi, che è di scrivere solo quando "amore spira" e di significare a quel modo ch'ei detta dentro. Tutta la differenza, come già ci insegnava Dante, fra gli scrittori profondi e gli scrittori superficiali, fra gli scrittori che rimangono e quelli che non vivono che un'ora di fugace applauso, è tutta qui. Gli uni hanno la sincerità dell'ispirazione a cui risponde la sincerità dell'espressione. Gli altri non hanno che l'artifizio dell'una e dell'altra. Tutte le discussioni d'arte, di scuola, di metodo, non sono che logomachie retoriche e pedantesche. Bisogna che le penne, come dice il padre Dante, vadano "strette diretro al dittatore" Quando ciò avvenga, tutte le cadenze, e vecchie e nuove, sono buone.

"Il De-Marchi divide la sua raccolta in tre parti, ognuna delle quali ha un titolo suggestivo. I segreti pensieri, la prima, Le vaganti immagini, la seconda, Gli intimi sensi, la terza. Il lettore, nei Segreti pensieri e nelle Vaganti immagini, segue gli inquieti atteggiamenti e il continuo agitarsi dello spirito moderno, davanti a problemi a domande, a misteri che ci appaiono tanto più insolubili ed oscuri, quanto più viva è la luce con cui l'intelligenza li rischiara e li determina; negli Intimi sensi egli risentirà la nota tranquilla di un'anima che, nella coscienza del dovere e nella fede degli ideali, sa trovar il conforto e la ragione della vita. Nelle due prime parti, la varietà e la snellezza dei metri riproducono la prontezza dell'impressione e del riflesso che essa suscita nel pensiero; nella terza, l'onda pacata del verso sciolto, condotto con classico magistero, porta sovra di sè la meditazione serena che armoniosamente si svolge con una cadenza misurata e sicura. Fra le belle cose di questa ultima parte, sono due componimenti Le ore della vita e Funerale bianco, che mi sembrano aver un pregio ben singolare di poesia e di pensiero. Si sente in quei versi il palpito di un uomo che è passato per le prove dolorose della vita, e trasmette agli altri la commozione profonda, ma non sconfortante, non disperata, di cui serba le tracce indelebili."

PARTE I

I SEGRETI PENSIERI

PRELUDIO

CANTA L'USIGNUOLO

  "Benvenuto, vicin, di nuovo in questa
   Erma dimora, che al lume si accende.
   Che fu gran tempo spento al pianto mio;
   Or che la notte la finestra splende,
   Ove tu preghi su tuoi canti pio,
   La veglia del giardin non è più mesta.

  "Il verde delle foglie anche si accende,
   La paura si dissipa di questa
   Antica frasca, nido al pianto mio:
   Brillan le stelle e vanno per la mesta
   Vôlta del ciel in un circolo pio
   Intorno ad una che lucida splende.

  "È vuoto il nido tuo…. è vuoto il mio:
   La speranza non più nel cor accende
   Garrule gioie e lieti amori in questa
   Notte del viver nostro; indarno splende
   La danza delle stelle… In nota mesta
   Al tuo risponde il mio querelar pio.

  "Ma se un raggio di giubilo non splende,
   Ci conforti, fratel, il cantar pio,
   Che rompe il duolo della notte mesta.
   Piangon le mute cose al pianto mio
   (La nostra sorte altra non è che questa)
   Nel canto il morto spirito si accende.

  "S'apron l'ali agli affanni e scioglie il pio
   Vol la pietà, se una canzone mesta
   Nell'alta solitudine si accende.
   Degli alberi al dolor mescolo il mio
   Dolor canoro ed ogni stella a questa
   Grazia vedo tremar che in alto splende.

  "A noi concesse un buono Iddio la mesta
   Voce del canto onde l'amor si accende.
   Cantano i cuori amanti al canto mio,
   E se tu canti, la virtù più splende:
   Null'altro ufficio agli uomini è più pio,
   Null'altra sorte è pura come questa"

A UNA GIOVINE POETESSA

  Quel che nel verso mio matura a stento
    All'ombra dell'antico biancospino
    Fiorisce In un momento
    In mille rose in mezzo al tuo giardino.

  Quel che nel verso mio languido pianto
    Suona o singhiozza nella notte oscura
    Esce limpido canto
    Presso il mattin dalla tua bocca pura.

  Quel che alle carte io chiedo dei poeti
    E faticosamente intesso al verso,
    Al ciel, ai campi lieti,
    Al mar tu strappi armonioso e terso.

  Tu colle mani verginelle infiori,
    O della vita interprete sincera,
    I giovinetti amori:
    Io sol conforto la vecchiezza a sera.

  Piegarsi come salice al tuo pianto
    Sento il dolore di mia vita oscura,
    Ma quando ride il canto
    Del tuo sorriso, rìde la Natura.

  —Oh, cessi alfin—a me dice la gente
    Una nenia che l'anima ci schianta;
    A te, musa innocente,
    Gridan l'altre fanciulle: canta, canta…

LITANIE VECCHIE E LITANIE NUOVE

  Nell'ore languide dei caldi estati,
    Mentre ronzavano
    Api e farfalle d'oro nei prati,
    E nella nitida chiesetta il sole
    Pingea l'altare,
    Non altro udivasi che un susurrare
    Di labbra e un morbido
    Striscio di suole.
    Poi nulla, Attonita nel paradiso,
    Bianca la tonaca e bianco il viso,
    La pia badessa, dicendo l'Ave,
    In un soave
    Sonno chiudeva le luci stanche
    Entro una nuvola di cose bianche.
    Il rossignolo nella foresta.
    Facea la siesta.
    L'aria tacea calida. Solo
    All'ora inutile un oriolo
    Metteva il segno
    Nella sua vecchia cassa di legno.

* * *

  Cangiano i tempi: crollano i santi
    Dai pinti portici:
    Se alcun ne resta, come si vede,
    Su per i canti,
    È dell'intonaco più forte il merito
    Che della fede.
    Stridon le macchine, stridono i garruli
    Telai. La grande
    Anima torna d'un mondo fossile
    E pei comignoli urla e si spande.
    Due mila ruote
    Un soffio, un sibilo
    Agita, scuote
    Indemoniate da cento spiriti:
    Treman le vôlte,
    Balzan gli scheletri delle sepolte.

* * *

  I tempi nuovi filano i vecchi,
    Dai denti striduli degli apparecchi
    Esce il rosario della felice
    Età che dice:

  "O Pane, o Pane, o bianco o giallo,
    Ave boccone!
    Dal primo fallo d'Adamo e d'Eva
    Confitto in l'ugola l'uomo solleva.
    Oggi non basta di un'età casta
    La salmodia:
    Sui fusi rotola la litania
    E l'orazione:
    Ave, boccone!

  "Te a mattutino, te a mezzogiorno
    E te a compieta
    Chiama una gente irrequieta,
    Che in mezzo ai vortici degli arcolai
    Tesse la tela dei lunghi guai:
    Ave, boccone, cotto nel forno!

  "Sudore e lagrime inteneriscono
    Un pan di cenere e di carbone
    Che il dente macina della malsana,
    Macchina umana.
    Ave, boccone!

  "O Pane, o Pane, o giallo o nero,
    Tu sol sei vero,
    Ave, spes unica. Se tu ne manchi,
    Cedono i fianchi, cedon le braccia,
    E nella macina il cor si schiaccia."

* * *

  Così risonano nel rombo immenso
    Del giorno e salgono, monache pie,
    De' nuovi tempi le litanie
    In mezzo a nugoli di nero incenso.
    Ma s'io ritorno per il sentiero
    Quando la bianca luna si specchia
    Nei rotti muri del monastero,
    Mi par d'intendere, o monacelle,
    Le campanelle
    Che ancor vi chiamano a salmodia:
    "O rosa mistica,
    O domus aurea,
    Ave, Maria..
"

* * *

  A queste note,
    Che d'una morta speranza parlano,
    Del cor io sento strider le ruote
    E sonar l'ora d'una passata
    Notte stellata.

IL TELEGRAFO SULLA MONTAGNA

  Van per la verde valle e s'inseguono,
    Salgono il clivo in ordin lento
    I retti tronchi, la rupe sfidano,
                            Sfidano il vento.

  Carche di folgori dal ciel le nuvole
    Scendon, ma i tronchi salgono ancora,
    Traendo il gracile filo, dell'aquila
                            Alla dimora

  Il pie' confitto nella vulcanica
    Roccia, fedeli soldati all'erta,
    Dell'uom la scossa alma trascinano
                            Per la deserta

  Region dei turbini, oltre le vergini
    Cime, alle soglie d'irti ghiacciai,
    Ove non pose capra selvatica
                            Orma giammai.

  Mentre più candido cade sugli omeri
    Dell'alpe il verno e tutto tace,
    Mentre la spuma del fiume rigida
                            Sepolta giace:

  Mentre sopiti dormono i pascoli,
    Che udir nel maggio mugghiar gli armenti,
    Sull'agil trama caldo lo spirito
                            Va delle genti,

  Vanno le alate novelle ai popoli,
    Vanno gli amori. Da lande ignote
    Escon le insidie e delle lagrime
                            L'aride note.

  Spesso nell'ululo piange dei turbini
    Un cuor di madre, a cui da sponde
    Arse pel vuoto sen dello spazio
                            Piange e risponde

  Del caro figlio l'estremo anelito:
    L'ansie s'inseguono al filo ordite,
    Urtano i baci estremi e cadono
                            Spesso due vite.

  Cinge la sorda terra una nervea
    Rete, che spasima e pianto stilla:
    Palpita il mondo del nostro palpito
                            Alla scintilla.

  Così la Mente d'un invisibile
    Nume la cieca materia avviva,
    E a noi da cieli inaccessibili
                            La voce arriva.

  Tolti gli indugi, muore più rapida
    L'ora felice; ai tardi mali,
    Tu dei viventi forse il più misero,
                            Hai dato l'ali.

LA TRASMISSIONE DELLA FORZA ELETTRICA

(Paderno-Milano, 29 Settembre 1898)

  L'oziosa cascata di candide piume
    Vestita, delizia di oziosi poeti,
    Che versa da secoli dell'acque il volume
    Scherzose tra i muschi dei ruvidi greti,
    Dei gelidi laghi la chioma fluente,
    Dei cieli, dell'iride lo specchio lucente,
    La liquida ninfa—mirabile gioco!
    Sprigiona, sfavilla dall'anima il fuoco.

  Quell'acqua che molle sull'alpe beveste
    Nel cavo del tufo freschissima e chiara,
    Che lenta trascina nel verde la veste
    A greggi, a pastori sì limpida e cara,
    Da viva coscienza d'un subito invasa
    Scintilla sul desco dell'umile casa,
    Nel grave silenzio per lungo viaggio
    Sui bruni miei canti diffonde il suo raggio.

  Non più di remoti destini contenta
    Agli echi susurra del povero sasso,
    Non più del molino si abbraccia alla lenta
    Costanza e alla ruota fa muovere il passo:
    Percossa da nuova superba parola
    Lo spirto dell'acque precipita, vola,
    Divora le tenebre, le macchine invade,
    Riempie di sibili le morte contrade.

  Così d'una blanda memoria lontano
    Discende la forza a un giovine cuore,
    Così la carcassa di morbida mano
    L'incendio vivifica d'un fervido amore,
    Così dalle lagrime di muta pupilla
    La fede d'un nobile coraggio scintilla
    E scende infocato da pure sorgenti
    Benevolo e forte il Genio alle genti.

  Rallégrati, Italia!—non più della lorda
    Fuliggine il limpido tuo cielo si oscura,
    E manda il comignolo dall'ugola ingorda
    Di nordica nebbia mal compra sozzura.
    Per rupi e dirupi, per morbidi clivi
    Correndo, saltando, tra lauri ed ulivi
    Discende al tuo popolo da vette lontano
    Sul raggio del sole men sudicio il pane.

  Sia caro l'augurio! Se ancora feconda
    Dal sasso deriva sì limpida e piena,
    Se ancor nelle sabbie de' secoli abbonda,
    O madre, la pura italica vena,
    Sia caro l'augurio! l'umano destino
    Dai cento ruscelli che versa Appennino,
    Se al ciel non contrasti la sorte nemica,
    Attenda una luce che vinca l'antica.

  Qui dove dischiuse del morto metallo
    I sensi e ne trasse gli spiriti ardenti,
    Qui dove le forze nel ferreo cavallo
    Più indomite strinse al cenno frementi,
    Qui dove di nuovo miracolo ardito
    Disdegna gli spazi del mondo finito
    E sciolto dai lacci l'ignoto rischiara,
    L'italico genio i tempi prepara.

A UN VINCITORE IN UN DUELLO

  Or che l'orgoglio è pago e che le strette
    Corser dei fidi amici e alfin respira
    La bella, che ti spinse alle vendette,

  Or che pende la spada e cessa l'ira,
    Che a te discende per antica vena,
    E rossa la tua gloria il mondo gira,

  A te vien la mia Musa e una serena
    Notte invoca di stelle all'agitato
    Spirto sfuggito agli aspri colpi appena.

  Umile ancella essa si pone a lato
    Del letto, e mentre van ombre e perigli
    Ti chiama al sonno il canto delicato.

  A nova luce tu al mattino i cigli,
    O signor, aprirai; ma se ghermiva
    La morte il core coi feroci artigli,

  A ben più nera e lacrimosa riva
    Or scenderesti, ove il fratel si duole
    Della ferita che il tuo ferro apriva.

  Ivi non scende a colorire il sole
    I soavi desiri e della cara
    Vita son morte tutte le parole.

  Nella palude senza fine amara,
    Lugubre navicel, cerca e non trova
    Ove sbattuta approdi ivi una bara.

  E allora, o ciechi, il dolce amor che giova,
    Che negli umani affanni il sole accende
    Di vita in questa così breve prova?

  Perchè da un cieco alto mister si scende
    In questa valle inermi pellegrini,
    Se nella rete sua l'odio ci prende?

  Non come esigui e vani moscerini
    Nascemmo intorno a un lume a far ronzio,
    Ma per toccare agli ultimi gradini

  D'un sacro tempio, ove il mortal desio
    Trova riposo, dove l'uom sicuro
    Di sua coscienza si abbandona in Dio.

  Sia pace dunque, almen nel picciol muro
    Che c'imprigiona in una mesta sorte,
    Dove il sangue che cade è fango oscuro.

  Tramontan presto le giornate corte
    Del vivere ed ancor bianca è la sera,
    Che già bussa nell'anima la Morte.

  Allor ci sarà buona la preghiera
    Dell'opra nostra, se con lampa accesa
    Ci accompagni sull'ultima scogliera;

  L'ira non già, non la fraterna offesa,
    Non la vendetta, non dell'odio il vanto,
    Non la minaccia, che sull'urna stesa

Nella tenebra eterna ulula il pianto.

ORA DI TEDIO

  Non il piangere, no, tedio è il sentire
    Morire in mezzo al core la speranza:
  Non il morir, ma il non poter morire,
    Quando non più che la memoria avanza.

  Non l'onda umana, non la furibonda
    Tempesta al marinar reca tormento:
  Ma il deserto del mar senza una sponda,
    Ma il legno infranto e non un fil di vento.

  Non dir tu che la man stendi per via
    Che il chieder pane è una miseria infame,
  È più miseria, è più malinconia
    Viver tra i vivi e non aver più fame.

  Arder nel fuoco e far dal fuoco uscire
    Una fiammante idea, gemer in croce
  E dalla croce il mondo benedire
    Come Gesù colla morente voce,

  Questa che il cor distrugge od affatica
    Od altra ancora più nemica sorte
  Ti salvi dal languir misera ortica,
    Non morto, no, ma segno della morte.

  Pur ch'io senta il mio cor, fategli intorno
    Di spine una corona e pur ch'io viva
  Mi basta il breve luccicar d'un giorno
    Di grande incendio scintilluzza viva.

IL TEMPO E LA MANO

  Come il Tempo si uccida ah non mel' chiedere,
    azzimato garzon, ch'io questo solo
    conosco che la vita è un fil brevissimo
    d'erba o più breve tra due fili un volo.

  So che l'ora è una goccia, che dal vertice
    scende al fiume per vie ridenti o cupe;
    or rugiada d'un fior, or scarsa lagrima
    ai dolori che spetrano la rupe.

  So che il Tempo tra i doni è il sol che esiguo
    Iddio comparte a' suoi figliuoli eguale;
    ma quel che il perde al bell'ordito ingiuria
    della sua tela povera e mortale.

  Chè nel tessuto (e questo anche conoscere
    i consigli mi diedero materni)
    può ricamare ognun d'eterne istorie
    con operosa man i segni eterni.

  La Mano e l'opra, o mio fanciullo, innalzano
    argin non breve al cieco andar del fiume,
    nè tutto quel che s'inabissa perdesi
    in oscuro mistero o in vane spume.

  Il Tempo passa, ma restìo sul margine
    siede il pensier del navigante. Ancora
    il fuoco vive del lontan crepuscolo,
    mentre già nasce la novella aurora.

  De' morti amori ancor le rose ridono
    nelle canzoni e la pietade ordita
    prega nel sacro arredo a cui la gracile
    man della Santa consumò le dita.

  Il Tempo passa, ma nel marmo candida
    palpita ancora calda alle percosse
    la bella Ninfa, che stancò di Fidia
    la mano e i morti popoli commosse.

  Non men se l'ardua chiave intrudi ed agiti
    nei giri arcani di ferrato scrigno,
    senti del morto fabbro uscir lo spirito,
    che ti parla così dal vecchio ordigno:

  "Vivi nell'opra tua, garzon, se il vivere
    ti piace e il viver breve anche t'è grave:
    o in marmo o in tela o in un pensier recondito
    o di mestizia in un lavor soave

  "agita i giorni del tuo Tempo e semina
    nella speranza i frutti del tuo cuore.
    D'una pianta vitale all'ombra pallida
    di cento vite rigermoglia il fiore."

"PER QUARANT'ANNI PARROCO"

  Questa nel vecchio sasso
    D'un uom la storia, o grande Machiavello!
    Ignoto oltre il cancello
    Giace sepolto in un coi morti il tumulo
    Nell'erba folta antica,
    Che ondeggia ai colpi rigidi del vento:
    E va l'amara ortica
    Per l'obliato muro a piacimento.

  Costui di stridi e lagrime
    Non fe' sua gioia, nè macchiò le mani
    Nel vil sangue del popolo,
    Come sta scritto dei più chiari eroi:
    Non arse ville, nè gli piacque il mobile
    Trofeo dei penzolanti corpi umani,
    Come si legge ne' volumi tuoi:
    Non dei tiranni coll'oblique insidie
    Il pallido coraggio
    Sostenne e i nappi taciti di morte,
    O crebbe illustre di natura oltraggio;
    Povero prete, il suo latin col povero
    Divise e il poco pane e l'umil sorte.

  Di carte filosofiche
    Non consumò nè raddoppiò volumi:
    Nè dal suo labbro balbettante uscirono
    Dell'eloquenza i fiumi
    D'oziosi grandi alto sollazzo e noia:
    Predicò, benedisse, al capo languido
    De' morenti arrecò l'ultima gioia,
    Pregando a sè l'eguale in l'ultim'ora:
    Cultor d'umili cose
    Come chi per amor veglia e lavora
    Nel picciol orto egli incurvò le pallide
    Mani tra i rovi e suscitò le rose.

  Se non parlan di lui le larghe pagine
    Che il volgo bacia ed ama,
    Se della rauca fama
    Non vola alto il clangor, nostra è l'ingiuria:
    Nostra che il falso orniamo
    Ed ai superbi alziam templi di lauro,
    Mentre la dolce ai vivi
    Virtù nemmen sepolta adombra un ramo
    Di lagrimosi ulivi.

  Taccia l'insulsa istoria!
    Tu sola, o santa poesia, sei vera,
    Che il vivo senso delle morte cose
    E i tenui affetti susciti
    In mezzo all'ombre, ai sassi, alle nemiche
    Care al Silenzio e d'ogni ben gelose
    Invidiose ortiche.
    Ove manchi il sospiro di Natura,
    Irrigidite larve e di cuor vuote
    Stan le passate immagini
    Di questa labil vita, che si oscura
    Di giorno in giorno in disperato oblìo.
    Amor, luce di Dio, le scalda e scuote.

  Sia gloria e luce all'ignorato atleta:
    Se mai del pianto egli schiarì le torbide
    Fonti e dei vivi alleggerì le spalle,
    Per quante sciolse dalla rozza creta
    De' suoi fratelli mistiche farfalle,
    Per quel che disse e tacque
    E che non scrisse, o grande Machiavello,
    Al vergognoso avello
    Sia pace e luce e gloria!

  Di lui qual altro fu maggior poeta,
    Di lui che tanto umano
    Spirito strinse nelle sacre dita?
    Che val la morta mano
    D'un re che impugna un'asta irruginita
    Di fronte a questa carità serena
    Che dei più ciechi osò guidare i passi?

  Restino ai grandi i sassi;
    Egli altro onor non brama
    Di quel che colla man leggiera e piena
    In mezzo all'erbe il grato april ricama.

L'AGNELLINO DORME

  Nell'ombra alta del frassino
    Dove più l'erba è molle,
    Dorme i sogni innocenti:

  Sogna la balza morbida,
    Il verde ampio del colle,
    I giochi e l'acque garrule e lucenti.

  Accanto bruca e vigila
    La madre e sparsa giace
    La greggia in suo riposo:

  Mentre un sonar di fistole
    Sveglia nell'erma pace
    Dell'imminente sasso il Nume ascoso.

  Dormi, agnellino! Il semplice
    Spirto frattanto ignori
    Quel che prepara il cielo….

  Or or giunse alla bettola
    E cionca tra i pastori
    Cieco d'un occhio un uom dal rosso pelo.

  Tonda la faccia ed ilare,
    Nude le braccia, a sghembo
    Sul ciglio alza il cappello;

  Mentre affilato luccica
    Nel rovesciato lembo
    Di sanguinosa tunica il coltello.

  Sogna, agnellino, e dissipi
    L'alterne orrende voci
    A te pietoso il vento,

  Perchè non scenda al misero
    Tuo cor dei patti atroci
    Nel traboccar dei nappi lo spavento.

  Il sangue tuo discendere
    Dovrà prezzo del vino,
    Ma tu, lieto, nol sai….

  Se non è dato il leggere
    Nel prossimo destino,
    Meglio è sognar così come tu fai.

  Perchè superbo e misero
    Cerco al saper atroce
    Dell'avvenir la sorte?

  Passan le liete immagini
    All'ombra della croce,
    Che sulla culla ci piantò la morte.

IL CONTADINO

CANTILENA

  Di nostra vita sparge lentamente
  Il mesto pan, più caro al ciel che agli uomini,
              Il contadin paziente.
  Al gelo, al sole, al monte, al colle, al piano
  Si muove egual la bionda spiga a tessere
              Del contadin la mano.
  Quando beati sulla prima aurora
  Sognano i ricchi nelle piume morbide,
              Il contadin lavora.
  Se avvampa agosto torrido la testa,
  A freschi lidi i cittadini emigrano:
              Il contadino resta.
  Se la gragnuola stermina o più rara
  Fa la messe, Epulone il ciel bestemmia:
              Il contadin ripara.
  Mentre dei campi, alle sfrenate voglie
  D'una bella, il signor i frutti sperpera,
              Il contadin raccoglie.
  Raccoglie e pane e vino e biade e strame
  Agli uomini e alle bestie e spesso, ah misero!
              Il contadino ha fame.
  Se di fortuna cangia la bandiera,
  Fatti feroci i fortunati stridono:
              Il contadino spera.
  Mentre di Dio la provvidenza nega
  Sardanapalo in suo supremo orgoglio,
              Il contadino prega,
  Per molte vie tu ville a te procacci,
  O tesorier, ma non avanza fabbriche
              Il contadin nè stracci.
  Quando sente d'aver compiute l'ore
  Di sua giornata, all'ospedal si strascica
              Il contadino e muore.
  Han sulle fosse i re della fortuna
  Croci di marmo, di bronzo e di porfido;
              Il contadin nessuna.

CONCA ALPINA

  Dentro il còncavo
    Della rupe umido seno,
    Non più grande
    D'una coppa il tuo s'espande
    Specchio lucido sereno.

  Il ciel nitido
    Vi discioglie l'oltremare:
    S'arde in ciel rossa una nuvola
    Sangue pare.

  Bella a sera
    Nel tuo freddo orror ferrigno,
    Quando incombe la bufera,
    Quando trema sul macigno
    Un sottil candor lunare.

  Pari a questa
    Piccioletta anima mia
    La tua conca all'armonia
    Apri tutta dì natura.

  Sotto i brividi
    Della rigida tempesta
    Senti il gelo
    Che t'invade e che t'indura,
    Umil conca d'acqua pura
    Presso il cielo.

IL ROSARIO DELLA NONNA

  Pende dal chiodo sul guancial, di grani
    fitto il rosario della nonna mia:
    pende e sui sonni miei torbidi o vani
                      l'ombra distende pia:

  Fanciullo, il tintinnir mi piacque e il lento
    volger di questa coronina antica;
    e ancor quando la tocco ancor ne sento
                      uscir la voce amica

  dei cari giorni e dei misteri santi,
  che stanno ora confitti al vecchio muro:
  che non temon di dotti e di pedanti
                      il perfido scongiuro.

  Serban le perle le ancor calde impronte
  delle tue dita, o nonna, ove passasti,
  quando inchinata al tuo Signor la fronte
                      de' tuoi pensier più casti

  gli svelavi i tesori intimi, arcani;
    onde non morti ancor dopo molt'anni
    come piccoli cor battono i grani
                      pieni dei santi affanni.

  Forse già tutte consumò le nude
    ossa la terra e accanto al sasso pio
    della tua tomba già forse si schiude
                      un fior che non è mio;

  ma quel che fu tuo spirito immortale
    palpita e vive in questo scapolare,
    che il ciel congiunge colla terra e vale
                      per me più d'ogni altare.

  Presso qui sta di gravi opere denso
    un armadio di libri, che raduna
    in poco il mare della scienza immenso
                      che sta sotto la luna;

  che la ragione delle cose amara
    mi distilla nel cerebro e l'essenza
    com'acido purifica e rischiara
                      della volgar coscienza;

  a cui, del capo urtando al vecchio legno,
    chiedo la notte e chiedo il dì la sorte
    del viver mio, ma invan chiedo.—ed un segno
                      che plachi un po' la morte:

  chè tutt'insieme il venerando stuolo
    non fa più breccia, quando il cuore assale,
    di quel che faccia lento un vermiciuolo
                        nel logoro scaffale….

  Ma tu, sol che ti tocchi, una dolcezza
    versi che definir non san le scuole:
    scintilla amor e passa una carezza
                        su tutto ciò che duole.

  Morremo e immota in suo rigor di sasso
    starà dei saggi la ragion superba:
    tu, povera umiltà, col picciol passo,
                        ove più dura e acerba

  scende la via, sorreggi il piede e il fianco
    alla languida vita; e sull'eterna
    scala ove trema il pellegrin più stanco
                        innalzi una lucerna.

LA CAPRA ED IO

  Sovra la rupe aerea,
    Dove non giunge mai
    Foglio di stampa od orma d'esattore,
    Soli tra spini e cardi
    Tra le nebbie emergenti e i scialbi sassi
    Siamo una capra ed io.

  Non prati, non ovili,
    Ma solamente burroni scoscesi
    Fra cui serpeggia e luccica
    Al sol d'un'acqua povera la striscia:
    Intorno alto il silenzio
    Scende nel lento scendere del giorno.

  Io lei rimiro ed essa
    Sui piè diritta e rigida
    Guarda il borghese ignoto che la guarda
    E non sappiam che dire.
    Qual scienza mai d'una barbara capra
    Intese i biascicati sillogismi?
  Del mio scarso viatico
    Porgo alla bestia un morsellin di pane,
    Che lieta il muso sporge
    E mangia e ancor ne chiede: io la cornuta
    Testa carezzo, chè già sento un nuovo
    Affetto entrarmi in seno.

  O sacra forza d'un boccon di pane!
    Già in fondo agli occhi gialli
    Io veggo il lento fluttuar di un'anima
    Che mi ringrazia; parmi
    Che anche un pensier si snodi
    Tra la cornuta e l'uomo.

  Un picciol suon non più che di zanzara
    È degli umani il dire
    In riva al mar ch'ogni pensiero asconde.
    Meglio parla il silenzio
    Degli occhi che una luce a noi riflettono
    Degli infiniti flutti.

  "—Amici entrambi del deserto, i cari
    Verdi cerchiamo e l'ombre
    Dei più segreti boschi;
    Guardar nel fondo degli abissi e i cieli
    Correr col guardo è giubilo
    Comune—-essa mi dice s'io l'intendo.—

  "Se de' belati tuoi, fratel, l'ascoso
    Senso non colgo, la pietà del cuore
    Sento nel pan che dài.
    Una sola bontà forse ne spinge
    Per i sassi del mondo
    Verso un fonte che scioglie i tristi arcani.

  "Rotta questa di carne e d'unghie e d'ossa
    Compagine diversa,
    Nel ben comune scioglierem le voglie
    Or impedite, e cara
    In altri mondi men ricchi di mali
    Sarà di questo incontro la memoria.

  "Però ti prego, o senza-corni, stendi
    La mano alla mammella
    E un po' del latte mio spremi a ristoro
    Della riarsa sete:
    Chè più del pane è dolce
    Il beneficio che si rende altrui."

  Obbediente all'amoroso invito
    Porsi la mano e molle
    Trassi alle labbra il tiepido tesoro.
    Povera capra, addio!
    Se Dio tien nota, ci vedremo all'ultimo
    Di Giosafat in qualche ombra romita.

  Perchè ride, marchesa?
    Se tra gli umani irsuti arido è spesso
    Il favellar e il vivere
    Qual colpa n'ha la capra?
    Qual colpa il servo suo quando all'altero
    Riso non ride e l'anima non trova?

LA FANCIULLA BENEFICA

  Quando tu scendi al poveretto albergo
    in man recando del tuo cor la manna,
    ogni misero a te guarda e sorride
    come ad angelo suo.

  La madre cui la voce acuta strazia
    del bambinel, che invan le batte il seno,
    ti saluta:—Da qual discesa a noi
    scala celeste, o buona?

  Cercano i fantolini, alto levando
    le mani picciolette, onde dal tergo
    ti si spicchino l'ale e donde al crine
    tanto splendor ti venga,

  inebriati al suon delle soavi
    parole. Ed io, quando tu passi, anch'io
    cerco, ma invan, dei molli piè la molle
    orma nel fango impressa:

  chè un alito ti porta tra le case
    e per le vie correnti, un caldo affanno
    ti accende ai mali altrui, sì che non pesa
    a te la tua persona.

  —Addio—ti gridan dalla soglia i ciechi
    padri che ascoltan trasognati il sole
    sulla morta pupilla.—Addio fanciulla,
    bella siccome il sole!

  In tua beltà tu scendi entro gli spiriti
    chiusi nell'ombra, vision lucente,
    scendi e vi lasci un pio calor di santo
    raggio che d'alto piove.

  Dal capezzal di gravi morbi afflitto
    ti chiama e bianca a te volge la testa
    la moribonda, quando vai pietosa
    tra i molti letti in fila.

  Sì, tu, come la mite entra di luna
    luce per le finestre, ai molti mali
    rechi un sorriso e ancor più dolce mesci
    ai pianti umili il pianto.

  Bontà, raggio di Dio, passa le pietre,
    trapassa i cuori nel dolor sepolti,
    di lei vivono i morti e in lei non muore
    chi sen riveste e cinge.

  Tu, perchè buona, fatta già sicura
    tra noi mortali dubitosi e tardi
    cammini innanzi e colla mano accesa
    a noi rompi la via;

  si che possiamo nella triste valle
    credere a un raggio dell'eterna Luce
    e sul tuo piede rintracciar la meta
    delle lontane cose.

IL FIUME E LA VITA

  Tu scorri e vai, tu fiume, alto sonando,
    Tra i rochi sassi nel silenzio vai:
    Donde partisti e quando
    E dove e perchè vai forse che il sai?

  Tu mi risvegli e ti sento passare
    Pieno di pianti nel frigido letto:
    Alzo la testa, e se attendo mi pare
    Che meco pianga, o vecchio poveretto,
    Perchè sei stanco di dover andare.

  Mentre riposa ciascuna persona,
    Tu sol non cessi dal lungo tuo guaio:
    Fai nel passar una romba che suona
    Come il girar d'un immenso arcolaio,
    A cui la testa lenta si abbandona.

  E lento mi abbandono sul guanciale,
    Tornando ai sogni in cui tu piangi ancora.
    Qual forza ne trascina entro il fatale
    Corso del tempo e mai senza dimora
    Uomini e fiumi in un destin uguale?

  Tu scorri e vai, tu fiume, alto sonando
    Tra i rochi sassi nel silenzio vai:
    Che vai tu domandando?
    Segui tua forza che non resta mai.

* * *

  Nell'ombra d'un altissimo mistero
    Nato dal pianto di fonte romita,
    Sceso saltando per picciol sentiero
    (Che per noi prende il nome della Vita)
    Di balza in balza con rumor leggiero

  Garrulo strepitasti, o fresco umore,
    Di giovinezza tua cérulo e molle,
    Ora questo baciando ora quel fiore
    In un bel gioco tra le verdi zolle
    (Che per noi prende il nome dell'Amore).

  Dai caldi soli poi fatto vorace,
    Più che d'acque lucente di tue spume,
    Sprezzasti il verde dell'antica pace
    Per penetrar gli abissi, avido fiume,
    Portando guerra come ai forti piace.

  Così si ruppe il giovanil tormento
    Di questo cor contro le sorti cupe
    Del viver, nè temette lo spavento
    Che mugge ai piedi dell'aerea rupe,
    Quando si sparse la gran forza al vento.

  Tu scorri e vai, tu fiume, alto sonando,
    Tra i rochi sassi nel silenzio vai:
    Precipitar amando
    È legge antica che non cangia mai.

* * *

  Fatta più saggia l'anima si stende
    In più docile corso. Ama la riva
    Dei campi ove più densa erra e discende
    L'ombra dei salci e la canzon giuliva:
    E lieta dona quel che lieta prende.

  L'estate in noi si specchia e corre l'onda
    In mezzo ai fiori e in mezzo all'erbe piena:
    L'opra dell'uomo placida seconda
    Quando ai molini le sue forze mena,
    O d'antica città bacia la sponda.

  I neri ponti dagli archi fuggenti,
    Gli ardui castelli e le ruvide mura
    Senton l'istorie delle vecchie genti,
    O sacro fiume, entro la notte oscura
    Uscir dall'ombre de' tuoi fiotti lenti.

  Le sente del poeta il mesto cuore,
    Che ripieno di spiriti e leggende
    Evoca i tempi e fa riscoccar l'ore
    De' giorni morti, mentre il corso scende
    Nella barca che porta il suo dolore.

  Tu scorri e vai, tu fiume, alto sonando,
    Tra i rochi sassi nel silenzio vai:
    Proceder forte oprando
    Questo ti salvi se di più non hai.

* * *

  Alle città siccome fresca vena
    Scendi di vita a rinnovar la forza,
    L'acqua tua lava il fango che avvelena
    Le dimore dei vivi e l'aria ammorza
    De' giorni tristi e della calda arena.

  Così sognai recar, fiume regale,
    Ai pigri affanni l'onda de' miei canti
    Come tu scendi in tuo furor fatale:
    Così coi versi flagellar sonanti
    Il fango che sugli uomini più sale.

  Gran sogno, ohimè… Già l'onda, ohimè si lagna
    D'esser poca allo sdegno… ohimè, già stanca
    Nella maremma s'impaluda e stagna
    L'acqua morta che pullula e che manca…
    Già della morte il mare mi guadagna.

  Tu scorri e vai, tu fiume, alto sonando,
    Tra i rochi sassi nel silenzio vai:
    Senza cercare il quando
    Andiamo al fine che non manca mai.

AD UN GENEROSO SIGNORE

  Mugge dall'ampio casolar la mandra,
    Che bianco fiume a te versa di latte,
    Donde poi tragge il tuo castaldo un aureo
    Fiume al palagio: ma ti sforzi invano
    Esser contento. Oh perchè mai si adira
    Coscienza quasi vergognosa e freme
    Il cor, quando tu vedi a un pigro nume
    Fumar dell'opra altrui la valle e il piano?

  Balzan veloci i tuoi cavalli al caldo
    Schioccare delle ferze e corre il suono
    De' tuoi cocchi tra i pallidi tuguri,
    Ove il popol si annida, ultimo gregge.
    Ma se dall'alto ai neri tetti il guardo
    Volgi, che stanno come pietre al sole,
    Ah delle cose il tuo pensier ravvisa
    L'intimo error e la spietata legge.

  Non versa a te l'oblìo della menzogna
    Il vin che invecchia nelle oscure celle,
    Dolce vendemmia degli antichi tralci,
    Che ruppe ai padri il tedio doloroso:
    Nè al gioco cerchi o alla superflua mensa
    O al tripudio di Venere danzante,
    Come de' pari tuoi l'agile sciame,
    Contro all'acerba Idea sonno e riposo.

  No, tu sei giusto. L'armonia del vero
    Suona com'arpa dall'esatte corde
    Nel tuo spirto magnanimo ed aperto
    Al caldi venti dell'affetto. Il trono
    Su cui ti diede di seder la sorte
    Non per stolto dominio, e ben lo sai,
    Fu a te largito o per sollazzo al volgo,
    Ma sol per esser regalmente buono.

  Tu sai come maturi entro il suo solco
    L'opra dell'uomo, che non dorme al rezzo:
    Sai come, esempio al pigro, anzi rampogna,
    Il miel dall'arnia che più freme fili:
    Rompe il sasso la stilla e schiude il ferro
    Alla marmoree ninfe il passo e il volo:
    Sai come scorra, spola entro il traliccio,
    L'umana volontà dagli aurei fili.

  Già di natura tra i più fitti arcani
    Leggesti fanciulletto, allor che in traccia
    Dei boschi andando e dei deserti monti,
    T'era saggia maestra la formica.
    Allor ti apparve l'inquieto affanno
    Delle cose operanti ed il segreto
    Della Vita, che a palmo invidia a palmo
    Il campo al ferreo piè della Nemica.

  Fu tuo dolor la stretta onde si duole
    Nella viscida ragna il moscherino
    E del morente grillo entro la tana
    Miserasti tu placido la sorte:
    Tu non del tuo, ma del dolore altrui
    Doloroso ti muovi e guardi e temi
    Non il tuo danno, ma l'ingiuria e il fato
    Che all'umil giusto fa men giusto il forte.

  Già con medica man indi mirasti
    Degli anni in sul fiorir (quando più scorre
    Amore ai sensi rugiadoso e molle)
    A far incontro al Mal colpi leggiadri:
    Sì che l'opra si spande, e come il sole
    Spazza la nebbia in fondo alla palude,
    È luce ove tu scendi, è vita, è pace,
    È perdono, è sorriso almo di madri.

  E a te letizia corre incontro e ride,
    Se dal palagio tra gli scossi campi
    Al lavor de' tuoi servi arrechi il dono
    Della parola che le voglie esorta.
    Oprar con loro anche t'è bello e senti,
    Quando poi siedi co' tuoi figli a mensa,
    Uscir dal pane un pio savor di fame
    Ai denti ignoto della gente morta.

IL CANTONIERE

  Col suon corrente la muta frangono
    notte le ruote. Accusa il fischio
    spaventevol la macchina che arriva,
    che brace e fumo vomita.

  Passan sui piani, ove la candida
    neve dimora, le calde macchie
    del sangue, che dall'orbite i fanali
    biechi nell'ombra versano.

  Passa ed il lento sonno e la tiepida
    dolcezza rompe dei baci, o tenera
    sposa, che voli al sospirato amplesso,
    un bianco lume vivido,

  che getta un rapido saluto e rapido
    cade nel perso aere…. Morbida
    reclini in seno al tuo diletto e sogni
    nella rapita immagine,

  una casetta sogni di candide
    nevi coperta e un fuoco e un palpito
    d'amor nella silente erma campagna
    e senza fine un giubilo;

  una casetta che april di glicini
    circondi e irraggi il sol di fulgidi
    eliotropi sull'orlo d'una verde
    ombrosa solitudine!

  Stan nelle valli coi bruni vertici
    al ciel le chiese; lucenti si aprono
    agli ozî dei palagi l'alte porte;
    le ville ai poggi ridono:

  Gridano i borghi vivi del fremito
    dell'arte: Invidia agita ed Odio
    le case sparse nel fecondo piano,
    che al mio fuggir s'involano:

  Tu, guardiano, pago alla povera
    capanna, al segno fisso, propizio
    genio custode dei destini erranti,
    ai nostri sogni vigili:

  ai nostri affanni vigili: e principi
    rendi e tesori securi ai popoli,
    tu la coscienza che giammai non dorme,
    tu dell'amor un palpito.

  Passan le genti innanzi e sfuggono
    come ombre labili in acqua tremula:
    nei carri alati van gemiti e canti,
    vanno le cure e tornano;

  pazze alla meta le voglie corrono,
    corron sdraiate molli e trionfano
    le viaggianti vanità più stolte;
    tu sol, tu resti assiduo.

  Al raggio fervido del sole, al perfido
    urlar del vento, ai geli, al piovere
    dell'irte nevi, a te pur sempre eguale,
    la tua bandiera sventoli.

  Non gloria il drappo ne l'aria sventola
    (non è di sangue lordo e di lagrime)
    non rauca stride la cornetta a segno
    di morte…. Al ben degli uomini

  sacra d'un uomo sta la miseria,
    sacro il dovere che sorge rigido
    contro la fame. Ignoto ai vivi e al tempo
    di te che resta?—Un numero.

A UN VECCHIO CROCIFISSO

  O buon Gesù, che invecchi sulla croce,
    Scendi, ripiglia la tua veste bianca;
    Vedi l'umanità, che a te la stanca
    Mano distende e stanca alza la voce.

  Il morto capo sgombra dall'incenso
    In cui ti celi all'occhio dei meschini;
    Dalle valli, dai monti e dai confini
    Ultimi ascolta un singhiozzar immenso.

  Scendi dal legno e le stecchite braccia
    Sciogli, a stringere il mondo un'altra volta,
    La tua greggia, o pastor, che va disciolta,
    Teneramente al cor stringi ed allaccia.

  Non vedi il nembo presso all'orizzonte
    Già grave d'odio annuvolar la terra?
    Dall'odio seminato urla la guerra
    E volge sangue della vita il fonte.

  Indarno il lento cantico di pace
    Mandano i sacerdoti alla tua croce,
    Chè rauca è fatta al chèrico la voce
    E ignoto il libro tuo nel tempio giace.

  Regna avarizia dei potenti in cuore
    Famelica, e di lacrime si pasce:
    Onde mal nasce e invidia già chi nasce
    Il sonno a quel che affaticato muore.

  Scendi; ritorna nella veste bianca
    O del pietoso Amor biondo profeta!
    Anche una volta l'aspre voglie accheta,
    Sfamaci, o Padre, poi che il pan ci manca.

  Sull'orme tue risorgeran gli ulivi
    E stilleran dalle tue man gli unguenti
    Dietro al profeta torneran le genti,
    Recando in braccio i pargoli giulivi,

  Vieni nel tuo splendor mite, siccome
    Il dì che andasti placido sul mare;
    Il popol vieni, Amico, a consolare,
    Che mal si segna nel tuo santo nome.