PARTE II
LE VAGANTI IMMAGINI
CANTILENE DI NATALE
I.
Vorrei, se fossi il Re delle magìe,
Stender stanotte un bianco ampio mantello
Di neve sopra i tetti e per le vie
E in ogni casa alzare un focherello.
Al suon di pastorali melodie
Andrei pel mondo in groppa a un asinello
A scongiurar gli affanni e l'altre arpie,
Che stridono l'ingiuria al poverello.
Tornar farei gli arcangeli dei morti
A rendere alle madri lagrimanti
Con un sorriso i pargoli risorti;
E a quanti sono derelitti amanti,
A quanti sono generosi e forti
Farei nel core gli amorosi incanti.
II.
Allora, o verga magica, vorrei
Stender lunga una tavola imbandita
A fiori, a lumi, a lucidi trofei,
Colma d'ogni allegrezza più squisita.
E Siri e Turchi ed Arabi e Giudei,
Misti al popol di Cristo che ne invita,
E ciechi e vecchi logori vedrei
Inebriarsi a una seconda vita.
O festa lunga fino all'orizzonte!
Verrian dal mar le navi pellegrine,
Verrian dai campi i miseri e dal monte,
Verrian gli afflitti e l'anime meschine,
Ch'han la vergogna ed il delitto in fronte,
A chieder grazia, disciogliendo il crine.
III.
Al nuovo cenno si aprirebbe il coro
Del paradiso e giù dagli sgabelli
Vedrei scendere i santi in veste d'oro
Luminose le barbe ed i capelli.
In litania d'amor, nel concistoro
S'udrian cantar cogli esuli fratelli:
IN TERRA PAX, IN TERRA PAX… e a loro
Dal cimiter rispondere gli avelli.
E rose e perle e di mille colori
Le gioie spargerei sul mio cammino,
Adornando di lauro ogni stamberga.
Quando il gallo cantasse a mattutino,
Vedreste, o bimbi, un gran giardino a fiori,
E tramutato il mondo in Norimberga.
IV.
Stanotte a mezzanotte, quando spunta
La dicembrina luna,
Andiam, devoti amici, sulla punta
De' piedi a meditar presso una cuna.
Nel tenero sorriso
De' bimbi che riposano
È in terra un luccicar di paradiso.
A mezzanotte fra tintinni e canti
Per una liscia scalinata d'oro,
Scende nei sogni loro
Iddio con tutti i santi.
* * *
Se Dio tu cerchi invan nella morente
Speranza dei mortali,
E stanche in ciel va dibattendo l'ali
La superba ragion che il dubbio espia,
Oh credi almeno a questa poesia!
Fin che sorride un piccol innocente
Nei sogni della culla,
È Dio che dolcemente
Colla ragion dei padri si trastulla.
LA CHIESETTA
Sul sasso ignuda sta, carca le spalle
D'anni e di doglie la chiesetta antica;
Dal fondo guarda a lei tutta la valle,
Come tu pensi alla lontana amica.
Apresi a stento un praticel davanti
Tra gli orli dell'abisso e il vecchio muro,
Che le scosse sentì di non so quanti
Secoli e sta di sua bontà sicuro,
Una sola è la squilla, agli echi tutti
Nota del monte e povero è l'altare;
Un Cristo piange il suo dolor dai brutti
Occhi tra ceri stanchi d'aspettare.
Aspetta stanco anch'esso un cataletto
Che un qualche morto a scuoterlo si muova;
Per l'ampia soglia luminoso e schietto
Entra il sol, entra il vento, entra la piova,
Entra del fieno l'alito e dei fiori,
Entran le rondinelle, entrano i cuori.
CANZONETTE DI PRIMAVERA
I.
La bella primavera, o cittadini,
Di violette adorna,
Ecco tra noi ritorna.
April l'accoglierà ne' suoi giardini
E sotto i pergolati
Di fresco inghirlandati,
Uscite ad incontrarla, o quanti siete
Belle fanciulle e quanti
Desiderosi amanti:
E voi, che vecchi stanchi, non potete
Discendere le scale,
Correte al davanzale.
Ella sen vien di molli aure vestita
Nel rugiadosi umori
Il sen colmo di fiorì:
E dove passa colle rosee dita
Crolla le siepi e scioglie
Del mandorlo le foglie.
S'increspa il flutto e brilla
Bianco nel prato il torrentel; sul clivo
S'illumina ogni villa.
Andiamo ad incontrare,
O cittadini, in lungo stuol giulivo
Le rondini sul mare.
II.
Di raggi d'oro il sole
Rallegra le finestre:
E dalle stalle fuggono le fole,
Che le comari al novellar maestre
Allungan, quando fiocca,
Sul filo della rocca.
S'apre il mattin. D'argento,
Fanciulla, è l'alba e ride:
Tu la mantiglia sciorinando al vento,
Scoti la polve e le lusinghe infide,
Che in mezzo a false rose
Il carneval vi pose.
O mio dolore assorto,
O miei pensieri bruni,
Itene fuor, libratevi nell'orto
A far bisbiglio tra le siepi e i pruni:
E vi trasformi il sole
In rose ed in viole.
LASCIAMOLE VOLAR….
Alle allieve del Collegio Bianchi-Morand l'ultimo giorno di scuola.
Apriamo le finestre oggi a costoro,
Apriam la gabbia d'oro,
Lasciamole volar queste figliuole
All'aria, al verde, al sole.
Già troppo le vedemmo gli occhi inchini
Sui vecchi libri e sui gualciti lini
A tessere la vita
Rinchiusa e scolorita.
Mal tornan le viole
Entro il recinto oscuro,
Lenta si svolge abbarbicata al muro
L'edera senza sole.
Oggi le chiaman dall'erbose rive
Dai margini fioriti a larghi gridi
Dai numerosi lidi
Del mar, dalle cascate fuggitive
Le liberali voci di natura
A respirar la pura
Energia della vita tutta quanta
Che gioca, ride, canta.
Lasciamole volar. Le selve, i piani
Han bisogno di voci allegre e oneste
Ahimè! già troppo meste
Son le giornate dei lavori umani….
Queste alle selve, ai monti
Vadano, il crin fiorito
Degli altri uccelli al gorgheggiante invito
A farsi belle a specchio delle fonti
Nel sangue che scintilla
Più vivo balza il cor che lo riceve
Divina è la pupilla
Che più lembi di ciel dischiude e beve:
Quanto rapì nella stagione oscura
Il pigro e curvo inverno,
Col suo tesoro eterno
A cento a cento renderà natura.
Il sol che pinge i fiori
Il mar che mai non posa
Ritornerà sui languidi pallori
Il bel color di rosa.
A lor che un giorno soffriran la guerra
Dei torbidi elementi
Giovi produrre le radici in terra
Profonde e dar tutta la chioma ai venti.
A lor che un giorno forniranno i nidi
Nei verdi amplessi ai teneri usignuoli
Tornin benigni i soli
Tornin le brezze degli aperti lidi.
Lieto trionfo nostro
Sarà quel dì che sulle belle gote
Vedrem stampato in rubiconde note
Quel che scriviamo in troppo nero inchiostro.
Volate dunque ad imparar la grande
Storia che parla e vive
Nelle libere cose. Iddìo la spande
Nell'universo e in mezzo al cor la scrive.
Nell'ampia scuola ove il saper si stende
Del ciel, nel libro aperto di natura
Ragiona una scrittura
Che molte cose insegna a chi la intende;
Per gli stellati numeri si svolve
Una dottrina arcana
Che tutta passa della scienza umana
La radunata polve.
Questa dolce sapienza or dunque cada
A voi nel grembo e vi rinfreschi i cuori
Siccome la rugiada
Che rende sul mattin l'anima ai fiori
Volate dunque e sia festoso sciame
Di rondinelle ai grandi voli esperte;
Se del saper vi pungerà la fame
Qui troverete le finestre aperte.
I CONSIGLI DEL VECCHIO MARINAJO
Che la tua nave o figlio abbia buon legno,
Che ben si regga sui fasciati fianchi,
E scarsa all'uopo ove una cosa manchi:
Dico la forza natural del core,
Che guarda le tempeste, e soffre, oblia
La noia e il male dell'incerta via.
Vero padron dell'acqua e degli scogli
Solo è colui che nel voler ripone
Dell'arrivar la scienza e la ragione.
Questo più che il timon, più che le vele,
Più che la scienza delle astruse stelle
Ti caverà dal sen delle procelle.
Nè per rumor di ciel, nè per incanto
Che dalle rive a te mandi l'invito
Tu dalla rotta non piegar d'un dito,
Ma sempre va dentro la notte oscura
Col lume a prora della vecchia fede,
Ch'oltre la notte e le tempeste vede.
Stolto è infierir coll'onda o contro i sassi
O colle rauche spume. Avanti! aspetta
A far dal lido una miglior vendetta!
L'agili brezze, i molli increspamenti
E gli abbracci del mar, sono pei forti:
Restano i cataletti agli altri morti.
È il mare, il mare il campo di battaglia;
Morti ci culla e ci porta alla sponda
L'irrequieto palpito dell'onda.
Il pigro no, meschin, nè il sonnecchiante
Non l'incostante o il pazzo arrischi il mare,
Ai vili resta il bere o l'affogare.
Sempre arriva chi vuole, e sempre vuole
Chi sull'antenna innalza una speranza
E nel pensier di chi l'aspetta avanza.
IL MAESTRO CONTENTO
Purchè d'inverno il fuoco non mi manchi
E un botticel nell'angol del camino,
Mi creda, professor, rinuncio ai banchi
Dove lei spiega il greco ed il latino.
Che vuole? l'aria è pura alla campagna
E sdrucciola dai monti imbalsamata:
Il sole, grazia a Dio, non si sparagna
Nell'abbaino un tanto la fiammata:
Ma schiara i muri ed entra da padrone
Ad asciugar i travicci tarlati,
Scaldando l'ali d'oro a una legione
Di farfalle, che brillano sui prati.
Esco al mattin, ove qua e là si perde
Un sentierol che mena alla ventura
Fra due file di salici e nel verde
Delle foglie che fremon la frescura.
Vado lungo il sentier, la mente e il cuore
Che svolazzano via secondo l'estro,
Finchè dal campanil, sonando, l'ore
A scuola non invitino il maestro.
Ritorno e avvien talvolta che da un denso
Cespuglio io tragga i renitenti fuori.
Ma del cespuglio, quando ben ci penso,
Siam noi le spine ed essi sono i fiori.
Son cento insieme, ma trecento, mille
Se parlano e fra tanto ondeggiamento
Di teste bionde spiccan le pupille,
Come lucciole in campo di frumento.
E quando al cicalìo segue la pia
Cantilena al gran Padre dei bambini,
È inutil, professor, ch'ella mi stia
A citarmi i suoi Greci e i suoi Latini;
Allora provo—e piango—un senso nuovo
Come se navigassi in un gran mare….
Un non so che, mi scusi, che non trovo
Nei libri che m'han fatto studiare.
Fra quei piccini dalle mani ladre,
Dai musi tinti e che non taccion mai,
Vi son di quei che chiamano la madre
Ita lontana, assai lontana, assai….
Vi son cervelli modellati a stampo
Dei crani d'una volta e ingegni vivi
In cui divin guizza talora un lampo….
È il pan che manca che li fa cattivi.
Io penso (se tra i banchi una lacuna
Ricorda un saggio che morì giocando)
Che mal si resta a specular la bruna
Ora di morte e a ritardarne il quando.
Bello il morir, quando s'ignora il mondo,
Piegando come un uccellin la testa.
E il funeral, spettacolo giocondo,
Si fa con fiori e le campane a festa.
Qui nel mio seggio in legno di castagno
Io sono quel che son, nè i birbi sanno
Che sol trecento e trentatre guadagno
Lirette magre quanto lungo è l'anno.
Non sanno i punti che nel vecchio tema
Dello sdruscito ferraiol ricamo:
E note son che valgono il poema,
Come fa lei coi classici, mettiamo.
A sera il luogo è bello entro un tranquillo
Vïal divago al cimiter pian piano;
Brillan le stelle, si riscuote il grillo
E dei fanciulli il chiasso da lontano.
Sì, quando un giorno essi diranno (il volto
Fisso al cancello l'uno all'altro in spalla)
—L'han sepolto laggiù, l'hanno sepolto….—
Io dal cespuglio balzerò farfalla.
LA VILLETTA CHIUSA
Chiusa e muta ogni finestra
Sta il casino abbandonato
Nel giardin giallo di foglie:
Il novembre sulle soglie
E sul verde assiderato
Pioggia e neve insiem balestra.
La vagante e già si spessa
Di profumi ampia liana
Cade affranta lungo il muro:
Nel bacin di marmo puro
Più non mesce la fontana
L'onda a specchio di sè stessa.
Freddo versa l'occidente
Un chiaror quasi lunare
Sul balcone delle rose:
Stanno immemori le cose
Tra i lenzuoli ad aspettare
Nell'interno oscuro, algente.
Tornerà l'aprile in fiore,
Sarà lieta ancor la gronda
De' tuoi gridi, o rondinella:
Al balcone ancor più bella
Tornerai, signora bionda,
Al fiorir d'un nuovo amore.
Ma in un cuore già fiorito,
Se il crudel dubbio si avanza,
E la fe' muore di gelo,
Più non torna amico il cielo,
Più non si apre alla speranza
Un'amore intirizzito.
DOPO LA PIOGGIA
Fra i corni della Grigna apresi e pare
Una scena di mare umido il ciel:
E l'aria vaporosa
Come sul corpo di novella sposa
Cinge alla vetta rugiadosa un vel.
Scendon le nubi che trasporta il vento,
Lasciando un lento strascico regal
Che s'imporpora al sole:
Si screzia nel color delle viole
Il trasparente lembo boreal.
Dentro le valli a corsa si allontana
E si rintana il carro aspro dei tuon.
Qui salta ilare il fonte
Che fa la barba bianca al vecchio monte,
Empiendo il sasso d'un pazzo frastuon.
O ristorati dall'iniquo caldo,
O di smeraldo prati, o vigne, o bel
Poggio di folti ulivi,
Alfin vi vedo morbidi e giulivi
Della frescura che a voi diede il ciel.
Io no, che sempre sitibondo e roco,
Dall'alto invoco un refrigerio al cor;
Ma per mutar di vento,
Raccolto appena il desiderio, sento
Che torna in polve il desiderio ancor.
IL FUNERALE DEL POVERO
Il morto passa in mezzo al rumor grande
Della città, che brulica e non sente
La voce che dal feretro si spande…
Ad altre cose ha da pensar la gente.
La gente?—butta la spregiata creta
Nell'angolo dei cocci e passa via.
Oh ch'io ti segua, io sol, zoppo poeta,
Col mio rosario e colla fede mia:
"Ave, corpo mortal, in cui piangea
Tra duri ceppi l'anima divina,
O rozzo vaso d'un'eterna Idea,
O diroccato altar, ave, o rovina!
"Ave, spirto immortale, che s'inciela
A terger l'ali in più sereni amori.
O sfuggita da sozza ragnatela
Farfalla nata per gli eterni fiori.
"Tu scendesti una notte al lume bianco
Degli astri in mezzo ai campi, ove ti accolse
La madre poverina entro il suo fianco;
Poi de' suoi baci tiepidi ti avvolse….
"Era di sangue e latte il picciol viso,
La bocca era una frugola vermiglia:
Il cor nel dolce mar degli occhi fiso,
Tutta stringendo in te la sua famiglia,
"Contemplò la tua mamma una gioconda
Serenità che valica i confini
Della mente e che i sensi umani innonda:
Amor ti sprimacciò gli stracci lini.
"Di tua magrezza vergognoso al sole
Quindi posando sul materno petto,
Nel bel canto imparasti le parole
Che schiudono le porte all'intelletto.
"Poi corresti, fanciul, scalzo nel giallo
Frumento a fare l'eco alla cicala,
E a te dalla cascina ilare il gallo
Rispondea starnazzando sulla scala.
"Natura, al poverin sempre gentile,
T'empiè di bacche le siepi e di more,
Nè ti rifiutò del lieto aprile
Un bel raggio e d'un prato il più bel fiore.
"Te respinto dagli usci alfin raccoglie
Nelle sue braccia e t'offre un cataletto
Entro un lettuccio squallido di foglie
Pur dianzi cadute a farti il letto.
"E ancora, o Madre pia, culli i tuoi morti
A un modo istesso e il nome non ne chiedi;
Di pratoline e di virgulti smorti
A tutti una ghirlanda alfin concedi.
"Ave, corpo mortal, in cui piangea
Tra duri ceppi l'Anima divina,
O rozzo vaso d'un'eterna Idea,
O diroccato altar, ave, o rovina!
IL FABBRO
Tra i muti casolari odi frequente
il suono che rimbalza sull'incude:
è Bellincion, che colle braccia nude
batte il ferro rovente.
Ei sta fosco Vulcan da mane a sera
al mantice, al martel, alla tenaglia:
batte, inchioda, arroventa, il ferro scaglia
rosso nell'acqua nera.
Copron serrami e toppe aspre e ferraglie
l'affumicata volta della muda:
ansa la vampa sulla carne ignuda
le sue stridente scaglie.
Grida al compagno e cade in una dura
danza la solfa delle salde braccia:
tuona il martel, che rompere minaccia
le costole a natura.
Se il vino canta e scalda il sentimento,
piomban sì giusti i colpi del martello,
che la torre merlata del castello
balla sul fondamento.
Quindi egli siede ai caldi occhi del sole
sull'uscio e in così grasse risa il pane
accompagna che fuggono lontane
le donne alle sue fole.
Oppur si piglia in braccio o sui ginocchi
un suo vezzoso bambinel di latte:
e le morbide incudini gli batte,
soffiandogli negli occhi.
Dell'uom barbuto e nero il picciol fiore
mitiga i sensi e le parole audaci:
scendon spesse carezze e scendon baci
che fan rovente il cuore.
I VECCHIETTI
—Quanti anni son passati, Anselmo? venti
trent'anni che si viene insiem noi due
a goder questo fresco?
—Se ti senti
ancor padrone delle gambe tue,
o che importano i venti ed i trent'anni?
ognun si aggiusta colle forze sue.
—Sta ben! ma Giovannin non è Giovanni;
e settant'anni sulla gobba un peso
sono, che pesa settecento affanni.
—Settanta è un bel fardello, ben inteso…
—Or ti zoppica il pie'….
—Ti manca il fiato:
—L'occhio ti trema dalla luce offeso:
—Lo ragazze non sanno che sei nato:
—D'accordo…. le ragazze. Oh che vorresti
che inseguissero quello ch'è scappato?
—Di dosso, gua', ti cascano le vesti:
—E gli scalini? un sito non c'è dove
non sian tropp'alti, orribili, molesti.
—Se fai di camminar tre o quattro prove,
sudi in gennaio e ghiacci sotto il sole;
è brutto quando è bello e quando piove.
—Per me il difficil sta nelle parole:
penso a curato e dico cardinale,
e la gente non sa quel ch'uno vuole.
—E le gazzette?
—Se le stampan male!
—E quel che stampan?
—È l'ira di Dio
d'ogni ordine politico e morale.
—Non è che un litigar sul tuo sul mio,
di cani e gatti un odio vergognoso.
—E le leggi?
—Le leggi un arruffìo.
—Davanti a questo vivere odioso,
se l'impiccarsi un'eresia non fosse,
cosa indegna d'un uomo religioso,
guarda m'impicc…. uh! uh!
—Gianni, che tosse!
e che ci fai?
—È un mese che la curo.
—Provasti le pastiglie Delafosse?
—Fanno bene?
—È il rimedio più sicuro.
—Dove si piglian?
—Sai, quello speziale
che sta vicino a San Giovan sul Muro…
—Corro. Non vo' che invecchi, io, questo male.
LE DUE POESIE
—Buon dì, signor Maestro. —Bravo, sei tu, Marcello? e a quando queste nozze? —A quando? Iddìo lo sa. Son disperato e temo già d'esser fritto e bello spacciato. —O che mi dici? —Che l'è un'iniquità. S'è messa sui puntigli, mi fa le brutte scene: dice che non mi vuole e non vuol dir perchè. —Un caso grave insomma. Però tu le vuoi bene. —Lo cerchi come il mio un altro ben, se c'è. —Ci vai? —La non mi guarda. —Scrivi una bella lettera, in cui le tue ragioni esponi come va. Le dici che tu l'ami, che sol disposto.. eccetera.. a far ogni promessa. —Sta bene, ma c'è un ma. Lei sa come si scrive noi dotti poverini: il nome o bene o male, un te lo mette giù; ma il core ti s'impiglia in mezzo a quegli uncini per poco che tu voglia estenderti di più. Se lei me la scrivesse la lettera? —Ti pare? e che le devo dire? —Ma scriverla per me. —S'intende, la tua Lisa non te la vo' rubare. —Le dica che fa male, che una ragion non c'è, Le dica che non dormo da dieci notti intere, che così non la posso durare un pezzo ancor; che se proprio si ostina e non mi vuol vedere io…. io…. per quanto è vero che credo nel Signor, io che ho già la febbre e l'anima avvilita uno di questi giorni una pazzia farò: o che mi ammazzo… —Aspetta che trovo una matita; —o ammazzo lei, capisce? —Lisa? ammazzarla? oibò! —Se buono sono e tenero, non c'è ragion, perdio, che come un can soffrire mi facciano così: e se c'è qualche terzo che tocca ciò ch'è mio, scriva pure che come mi vede adesso qui, non ho paura. Venga colle ragioni sue, foss'anche il brigadiere, in un campo quaggiù, Scriva che, se li trovo, li ammazzo tutti e due, come due can' li ammazzo. —È amor questo, Gesù? O falso è Metastasio od io son rimbambito senza capir un'acca di quel che sia l'amor. —Ora però ha capito. —Capito, arcicapito. —Li ammazzo tutt'e due. —Accetta, o bella, un fior! —Se non mi farà piangere, morir di crepacuore, se ancora la mi stende con cortesia la man, non più vino e bestemmie, ma sol casa ed amore sarò per lei, paziente, onesto cristian: dica che tutti gli angeli non valgono un capello della mia Lisa e un bacio di lei vale per me il sol, il paradiso…. —… la luna… Tu bel bello mi fai scrivere un libro. —Ma lei saprà cos'è questo tormento e a lei non manca la grammatica, E Dio la benedica, Maestro; tornerò. —Addio: ma in queste cose che conta è più la pratica, la pratica, la pratica, ahimè, che più non ho.
O divo Metastasio, ed io son rimbambito, credendo che una cosa fosse così così tra il chiaro della luna e il giùggiolo candito, Amore… C'ingannammo: e t'ingannai, Mimì. Perdona alla grammatica, perdona anche ai poeti, mia vecchia, e facciam voti che si rinasca ancor. Ma se si torna a nascere, restiamo analfabeti, perchè l'altra non guasti la poesia del cuor.
LA SARTINA
—Aiuto, aiuto, olà… di quà… correte,
S'è buttata nell'acqua una ragazza.
—O poverina! com'ha fatto? è pazza?
—Sarà la storia solita, sapete.
—La portan fuori.
—Bravo il bersagliere!
—È morta?
—Vuol spirare ogni momento.
Indietro…. per di quà… fate piacere,
Oh signor benedetto, che spavento!
—L'avete vista?
—O Vergine dolorata,
Ha un viso bianco come un pannolino.
Fa la sartina ed era innamorata
D'un zerbinotto.
—È morta?
—Il signorino,
Quando fu stufo ha dato un bel saluto
(È la solita storia!) alla biondina.
—Per divertirsi è buona la sartina,
Ma si sposa il vestito di velluto.
—Gliel'ha scritto.
—E la Clelia?
—Nulla ha detto.
Pareva anzi, a vederla, indifferente:
Se il traditor le aveva il pugnaletto
Ficcato in core, che ci fa la gente?
—Stette tranquilla tutto il giorno. A scuola
Andò siccome il solito: non dette
Alcun segno di smanie o di vendette,
E a casa non ne disse una parola.
—Cenò colla sua mamma; e quando questa
Fu andata a letto, scese sullo spalto
Ch'era già buio e raccolta la vesta,
Si buttò dentro l'acqua con un salto.
ANGELINA
PER NOZZE
Madonna, a cui degli Angeli è il bel nome e l'innocente riso, s'io possedessi il delicato stile, onde vanno lodate ancor le chiome di Laura e lo saranno eternamente, farìa di voi, Madonna innamorata, innamorar la gente.
Un lieto spiritel d'amor gentile saltò nel core a Quei che in voi si specchia come in sua dolce stella; mentre che passa il giovinetto aprile, ite al trionfo dell'amor, voi bella ed egli forte di virtute onesta; ite e vi accolga nel suo caldo raggio padre fecondo il Maggio.
Se ciò Ragione con Amor comanda, altro non resta a noi che il coglier fiori e fare una ghirlanda.
MARIA
PER NOZZE
……………………………………
O ridente Maria, picciolo albergo
come alveare ove l'industria e l'arte
alzan piccioli lari, ove si accosta
il desiderio a mendicar sommesso
e frettoloso vi fiammeggia il sole,
queste le nostre case. Alla finestra
ove per uso sederai traendo
il filo entro la chiara onda del giorno
l'ore vedrai discendere graziose
come foglie da scossi alberi al vento
sulla tua testa e sul tuo cuor, Maria,
e te beata!—il cielo innanzi aperto
una picciola selva ivi raccolta
sul davanzal e giù nel sottoposto
giardin il verde tremulo che sale
dolce al guardo teatro e alla speranza:
Il saltellar, il cicalar perduto
dei passeri sul tetto allor che accade
pien di pace il meriggio; e il suon d'un passo
che ritorna improvviso a te le care
queste saranno ripetute gioie
che, traboccando, non sa dar la spuma
del profano piacer.
Altre dell'ara domestica languir lascian la fiamma vestali dissipate: ad altre il gioco piace e la mesta vanità di un'ora agitata ove più ferve il periglio men di pugnar che d'esser vinte altere: Tu, sacrata dal pio raggio materno, uscita or or dalle materne dita, farai tua festa il governar, succinta Penelope al mattin, in pria che l'ora entri a rider d'entrambi: e poi col canto non meno sgombrerai dagli occhi altrui che dagli angoli intorno la tristezza: finchè non torni ripercosso in molte labbra il tuo riso tenero nascente a far la casa risonar del padre, come al sol che li scalda alzano i nidi un mormorio che tutto agita il bosco.
L'ACQUA E IL SASSO
Dice l'Acqua al Sasso:—Io garrula
Rompo al monte gli aspri fianchi,
Fresca scendo ai campi, agli aridi
Cespuglietti, ai fiori stanchi:
Di mia voce apro il silenzio
Delle valli e rido al cielo:
Sempre lieta ad un'incognita
Meta io scivolo ed anelo.
Quando mai tu muovi un passo?
Nel mio corso io sono il simbolo
Del progresso che si avanza….
—Ed io sono la Costanza!—
In suo cor brontola il Sasso.
IL SORRISO
(Duetto per Mandolino e Chitarra)
IL MANDOLINO - Ridi, sorridi, Carolina: il riso
Al cuore è un elisir soave….
LA CHITARRA - e buon.
IL MANDOLINO - Più dei colori di un lieto viso,
Più che la pallida malinconia,
Che l'occhio ottenebra talvolta a sera
Della pensosa padrona mia,
Più che la bionda treccia o la nera.
O Carolina, amo il sorriso,
Ridi, sorridi, mentre è primavera
LA CHITARRA - Chi tardi ride ride fuor di ton.
IL MANDOLINO - Se come morbide piume le nude
Mani trascorrono alla carezza
E fanno spesso pallido il viso,
Come sul mare vivida brezza,
Che i flutti increspa, erra il Sorriso
E il mar dell'anima agita, schiude.
Ridi, sorridi e lascia che l'ebbrezza
Dello spirito scorra..
LA CHITARRA - in lieto suon.
IL MANDOLINO - Altri di Venere vanti le rose
E il pie' che candido il marmo imita,
O vanti i glauchi occhi di mare.
Sol nel sorriso scorre la vita
E rider senti tutte e parlare
Quante già furono donne amorose.
Ridi, sorridi e lasciati adorare.
LA CHITARRA - Chi non ride è una mummia od un birbon
PREDICHETTA
—Sì, vivremo al di là, belle signore,
Del ciel a tutti aperta è la gran strada,
Ma non si deve credere
Che bastino i rosari o che si vada
In carrozza alla casa del Signore.
E non basta tienimeli, ve l'assicuro,
Il far di magro e d'olio, o al Santo Padre
Mandar ricami e ninnoli
O a rischio di parere più leggiadre
Vestirsi la quaresima di scuro.
Perchè possa al di là viver ciascuno
È della fede mia primo argomento
Che è d'uopo saper vivere
Molto bene al di quà, fare per cento
Il bene e non vantarsene per uno.
Chi sè confronta spesso al poverello
E sol per sè non si condisce il pane
Costui potrà risorgere
Nell'alba luminosa del domane,
Che preludia ad un vivere più bello.
Chi si contenta perchè mai di pianto
Fe' spargere una stilla e tutto ha sciolto
Verso il fratello il debito
In fredda pace dormirà sepolto,
Ma l'alba non vedrà del Giorno santo.
Sol chi dai cuori toglier sa le spine
E ristorar gli inariditi steli
O sa pietoso scorrere
Sull'umano fallir…. quei rompe i cieli
E schiude il tempo che non ha più fine.
Voi non vivrete bigottine avare,
Che offrendo al Sacrè Coeur l'essenza e il fiore
Dei vostri oziosi spiriti,
Or cercate all'altar, ora all'amore
Un passatempo che non sia volgare.
Chi troppo il corpo suo carezza e loda
Non andrà tra gli spiriti immortali
Che a Dio fan corte e gloria;
All'alto volo si domandan ali
Che Parigi non mise ancor di moda.
FESTE E GLORIE
BRINDISI DEI TIPOGRAFI
FERRAGOSTO
Stampiam nel vivido
Color del vino
L'allegro brindisi;
L'ore s'affoghino
Del reo destino
In fondo al calice.
Coro Stampiam col vino.
Un giorno i monaci
Sopra i salteri
Alluminavano
I larghi margini
Curvi e severi
Coi volti pallidi.
Coro Sopra i salteri.
Taceano i gotici
Archi, o soltanto
Le malinconiche
Ore del vespero
Rompeva il canto
Tetro di Davide.
Coro Sia lieto il canto.
Ecco di Guttemberg
L'arte risplende!
Come dal Sinai
In nuove tavole
Ecco discende
La legge ai popoli.
Coro Onore a Guttemberg.
Scosse dal magico
Spirto inquïeto
Dal chiostro fuggono
Sciolte le lettere
Dell'alfabeto
In nozze libere.
Coro Dal chiostro fuggono
Si sbigottiro
Alla malìa
I vecchi secoli:
E si difesero
Con una pia
Giaculatoria.
Coro Si sbigottirono
Noi di fuligine
Suffusi e forti,
Urtiam le macchine,
Che acute strillano
Destando i morti
Dentro la polvere.
Coro Sorgono i morti.
Ai colpi cedono
Della tempesta
I monti. Ai ruderi
Cedono i ruderi:
Il libro resta
Tempio granitico.
Coro Il libro resta.
Cedono al vecchio,
Che gli anni fila,
Sfingi e Piramidi,
Ed è l'Iliade
De' suoi tremila
Anni ancor giovane.
Coro Cantiam l'Iliade
Stampiam nel vivido
Sangue latino
La bella Italia
Cinta di lauro.
Stampiam col vino
Viva l'Italia.
Coro Viva l'Italia!
Stampiam sugli angoli
Del Bel Paese
Dei nostri martiri
Che trapassarono,
Le sante imprese,
Le glorie, il numero.
Coro Onore ai martiri!
Al lieto applauso
L'ombre usciranno
Del vecchio Panfilo,
Degli Aldi a bevere
Il vin dell'anno
Nuovo in un brindisi.
Coro Sia gloria a Panfilo
Dei nostri pargoli
Nel bel candore
Stampiam la vergine
Fede coi teneri
Baci.—L'amore
Stampiam nell'anima.
Coro Stampiam l'amore.
A VICTOR HUGO
SALMO
Anno 1885
Tu muori, o te felice, ultimo vate,
A cui sorrise eterna giovinetta
La gloria, a cui sorride oggi la morte.
Bello è il morir ove chi passa incontri
Già festeggianti sull'aperta via
Le create speranze pellegrine.
Ahi tristo se allo spegnersi del sole
Non si ralluma una segreta lampa
Nella cella del cor! Piomba la creta
Negli abissi dell'umida spelonca
Ove regna la morte e si dissolve
Anche l'amore al crepitar dell'ossa.
A Te i campi si schiudon della luce,
A Te l'azzurro padiglion del cielo,
E il fluttuante mar dell'infinito.
Dalla soglia del mondo anche dipartono
Teco i fantasmi del tuo santo core:
E come nebbia in un baglior di sole
Volano teco ove in lor patria stanno
I sogni e stanno l'anime fanciulle
Delle belle fanciulle e degli eroi.
Ecco vengon dai gotici segreti
Di_ Nostra Donna_ le vaganti istorie,
Teco vengon le mitiche leggende
Cozzanti nel rumor aspro dell'armi
E i regi e le fortune alte di Francia
E il pianto e il core dell'afflitto Reno.
A Te vengono incontro in un sereno
Nembo di fiori e di farfalle i bimbi
Come a padre gentil—Salve—gridando,
—Candido vecchio, o coronato araldo
Della pace, o signor del dolce canto,
Che porti in ciel la voce della terra.
—Noi siamo i sogni, le speranze, gli astri,
Che tu chiamavi coi notturni inviti,
O poeta, noi siamo gl'Ideali.
—Noi, se ci prega un pio col mesto canto,
Scendiam nei solchi arsi dal sol e siamo
Ai solchi la rugiada mattutina.
—Noi scendiamo alla culla ove sospira
L'orfanello ed entriam larve ridenti
Nella rete dei suoi teneri sonni.
—Obbedienti al delicato incanto
Delle tue dita scorrerem di fiori
A seminar la terra, e di sorrisi,
—Finchè ritornerà sopra i gradini
Del tempo l'armonia della tua cetra
Finchè un sospir mandi dal cor Natura—
O vivi, o gente altera ed infeconda,
Più amor non freme nell'umana selva?
Ahi, la voce di Lui spinta dal vento
Come una voce d'organo si perde
Nei silenzi del ciel!—Col suo poeta
Muore un raggio di Dio sopra la terra.
ALL'ITALIA
Madre ritorna, Italia,
Madre de' figli tuoi,
Lascia l'amor de' fatui
Ed adiposi eroi,
Che di lor ciancie assordano
I monti, i lidi, i piani:
Dai baci onde son viscide
Asciugati le mani.
Non più rugosa suocera
Di trapassati tempi
Vantar ti senta i palpiti
E gli ammuffiti esempi;
Ma d'una gente libera
Che i campi suoi lavora,
In guarnellin più semplice,
Ringiovanita nuora,
Ti vegga al sole, all'aria
Nude le spalle e bruna
Tra messi d'oro e pampini
Coglier la tua fortuna.
Così forse pel Tevere
Di sangue ancor non rea
Venne l'antica Ausonia
Ad incontrar Enea.
Il vecchio elmo di Scipio,
Che ti stracciò la chioma,
Lascia alla morta polvere
Dell'infeconda Roma.
Sorgi, fanciulla, al tenero
Sospir d'un nuovo amore
Di nuove nozze a tessere
La veste tricolore.
Stesa la mano al vomero,
Cinta di fiori e spiche,
L'opere tue vendemmia
Sulle memorie antiche:
Forte dall'urne esauste
Di mutola rovina
Il risonante spirito
Aliti la fucina.
Se della lenta gondola
Già il dondolar ti piacque,
Dal lido a lidi incogniti
Ti chiama il ciel dell'acque
Novellamente a stendere
Le forti reti d'oro,
Che ad asciugar Venezia
Appese al Bucintoro.
Più che del flauto il morbido
Suon della luna ai rai,
Ti sia dolce la musica
De' striduli telai,
Sì che procace e cariche
D'oro le mani, il rude
Vicin non torni a ridere
Di tue bellezze ignude;
Nè de' tuoi cenci, o misera,
Schifi il tesoro immondo,
Che il freddo aspro sparpaglia
Per l'ampie vie del mondo:
Nè più muoia di lagrime
Sommersa la parola,
Che lieta nasce a Portici
Canzone o barcarola.
Ch'io vegga, ove la querula
Rana la morte insulta,
Uscir dai rovi indomiti
Della maremma inculta
Al tocco della giovane
Tua man gli aranci in fiore…
Oh chi mi vieta un agile
Sogno, un sospir d'amore?
Voi no, nell'armi attoniti
Irruginiti eroi,
Voi no, rochi di fatue
Ciancie… Chi parla a voi?
Ai baldi, ai forti, ai vergini
Cuori distende il canto
Oggi il poeta e mormora
Un requie al camposanto.
ODE A VERDI
Febbraio 1887.
Se ricordi, il luogo è questo
Dove un giorno al suon di spade
Saltellanti per le strade,
E fra pali insanguinati,
Dei Crociati
Intonasti il pio lamento,
Che le cento
Dell'Italia torri scosse,
Ed i morti sobbalzare
Fece all'orlo delle fosse.
Era pien di gridi il vento,
Pieno il mare:
E venìa per le lontane
Terre il suon delle campane
Calde ancor della battaglia.
O momento!
Il cader delle tue note
Era maglio che percote,
Era incendio entro la paglia.
Morta è l'aria. Più non viene
De' tuoi numeri prigione
Mista al suon delle catene
D'Israello la canzone.
Tace il monte e tace Scilla
Che balzò, divino Araldo,
Del tuo Vespero alla squilla.
Chiuso è il cielo. Sui gradini
Dell'altar spenta è la face
Dell'Idea
Che agli italici destini
Nel crepuscolo splendea.
Nella cenere dei morti
Vedi i gelidi risorti
Ricercar, se sopravanza,
Una brace
Per accender la speranza.
"Dare, avere—avere e dare"
Ecco l'inno che borbotta
Or la gente al santo Affare
Curva e ghiotta
Sul messale a conteggiare;
A noi figli di mercanti
Bella musica è il tintinno
Del marengo quando rotola
Nella ciotola.
"Dare, avere—avere e dare"
Questo è il santo intercalare,
Questo è l'inno,
Che prostrato gracchia il coro
Fra gl'incensi al vitel d'oro.
Già nel tempio, ove solea
Sparger fiori ed ire sante
La bell'arte, una platea
Fescennina adora inchina
L'Elefante.
Cerco invan pudor di gota
Ove ignuda salta e strilla
una gallica sibilla
A sè stessa sola ignota.
Se dal ciel ove dimori
Nella luce benedetta
Della gloria, in mezzo ai cuori
Non ci scagli una saetta,
O Signor degli alti canti,
Una gente di mercanti,
Che non canta e che non prega,
Farà tempio la bottega.
Ma tu puoi, tu che raccogli,
Eco eterna di natura
Nella mano
Il fragor dell'uragano;
Tu che togli
Alle selve, al mar, all'etra
L'armonia che scande i cieli;
E tra i fili della cetra
Tu che Dio soffermi e sveli;
Tu che cinto d'alti canti
Quest'erranti
Muse ancor ritorni a noi;
Sì, tu puoi,
Stretta in man l'antica tromba,
Trarne un suon aspro di rame,
Che ci tolga dallo strame,
Che ci svelga dalla tomba.
La coscienza antica e sorda
Più non ha che questa lenta
Delle sette ultima corda:
Se a temprar l'affetto e il canto
Una mano non si attenta,
Onde scorra agile e pia
Della vita l'armonia,
Sul liuto, ahimè! del core
Il dolor va senza pianto,
Senza voce erra l'amore.
ALLA TOMBA DI RE VITTORIO EMANUELE II
CAVALCATA
Anno 1885
Vidi apparir sulla strada romana
Che le rovine del Foro discende,
Su scalpitanti cavalli una strana
Torma di spirti, il fior delle leggende.
Uscian dall'urne ove giacciono i morti
Quale ciascuno il tempo seppellì:
Chiusi nell'armi venivano e forti
Entro i sereni splendori del dì.
Quanti mietè paladini la spada,
Quanti del Cedron riempion la valle,
Quanti ne vide la bella contrada
D'Adige e Po, Normandia, Roncisvalle.
Quanti portaron la lancia in torneo
Dell'armi degni e degli sproni d'or,
Passano tutti in trionfal corteo
Sotto l'arco di Tito Imperator.
Viene con lor Carlo Magno di bruno
Ferro coperto, imperator sovrano,
E secolui catafratto ciascuno
Che strinse la quirina aquila in mano.
Cesare vidi e Traiano che tante
Armi distese e nel marmo effigiò,
E molle nella porpora fiammante
Quei che all'Imperio le leggi dettò.
Viene con lor su tedeschi cavalli
Ezio terror dell'Unnica rapina,
E Stilicon che sugli ultimi valli
Vide spirare la virtù latina.
E dietro ancor la selvaggia coorte
Seguo sonando dei barbari re,
Con Berengario primo a cui la sorte
La corona di ferro indarno diè.
Ecco sen vien Arduino d'Ivrea
Dentro il cappuccio del suo mesto sajo,
Ma le vive speranze ond'egli ardea
Mandan dagli occhi bagliori d'acciajo.
Passano cento, ne seguono cento,
Dai campi sorgono e dalle città:
Passati gli elmetti d'or del cinquecento,
Sforza, Ferruccio, Gaston di Foà.
Le variopinte tue divise ancora
Vidi e le piume e i kolbacchi di pelo,
Che scongiurar una terribil ora,
Eugenio, quando respinta dal cielo
Roma tremò che non vedesse il corno
Della fatal mezzaluna e gridò.
Ma da Belgrado non fe' più ritorno
Chi la tua spada, o Savoia, provò.
Ride di luce il ciel sopra la strada
Che le rovine del Foro discende,
Ecco un rullo che par fulgor che cada,
È la Gran Guardia che mai non si arrende.
Viene ancor esso e non agita il ciglio
Placido il Grande Imperator crudel:
E il bel delle battaglie Angel vermiglio
Incalza i Mille e ne fiammeggia il ciel.
Tanta immortale semenza di prodi,
Che nel sol mattutin s'agita, parmi
Un trionfo di Numi.—Lontan odi
Al Panteon salir l'onda dell'armi.
E mille voci di sotterra uscite
Alzano il grido: "Salute, o gran Re!
Noi di tre storie larve impallidite
Come a signore ci prostriamo a te.
Salve, o gran Re, nella tomba securo,
O dell'Italia paladino amante.
Al suo dolor le tue lagrime furo
Non men dell'opre gloriose e sante.
Per te fu vista una virtù risorta
Distender l'ali cinta dell'allor,
E d'una gente che pareva morta
Sangue stillar l'inaridito cor.
Pria che l'amor del tuo popolo e prima
Che cessi il verde onor della tua gloria
Nel mar sommersa andrà l'ultima cima
Dell'Appennin, o mentirà la Storia".
Mentre del canto ancor l'aer risona,
Galoppa il bell'esercito pel ciel.
Ma Carlo Magno lascia la corona
E la spada Bajardo sull'avel.
I FRATELLI CAIROLI
Per l'inaugurazione del monumento Cairoli in Pavia
Maggio 1900
Balzan dal bronzo squallidi com'ombre
Vaganti in aria bruna
Nel silenzio de' cuori e di fortuna.
Ma vermigli di sangue entro i fulgori
Dell'armi, vivi passeggiar la terra
A seminar la guerra
Delle sorti fatali.
Italia, Italia, era il bel grido. A noi
Gente che tace
Gridan dal bronzo i giovani immortali
Ah! non sia morte il sonno della Pace!