WeRead Powered by ReaderPub
Vecchie cadenze e nuove cover

Vecchie cadenze e nuove

Chapter 40: MARIA
Open in WeRead

Explore more books like this:

About This Book

This collection of lyric poems is organized in three sections that move from restless reflection to wandering imagery and finally to intimate meditations. The verses combine classical and modern cadences, shifting meters and free verse to explore solitude, memory, faith, nature, and the effects of industrial and technological change on daily life. Recurring motifs include song and prayer, rural and urban landscapes, maternal grief, and the transmission of feeling across distance. The tone ranges from ironic observation of contemporary noises and machines to serene, measured contemplation, often privileging sincere inspiration and musical phrasing over artifice.

PARTE II

LE VAGANTI IMMAGINI

CANTILENE DI NATALE

I.

  Vorrei, se fossi il Re delle magìe,
    Stender stanotte un bianco ampio mantello
    Di neve sopra i tetti e per le vie
    E in ogni casa alzare un focherello.

  Al suon di pastorali melodie
    Andrei pel mondo in groppa a un asinello
    A scongiurar gli affanni e l'altre arpie,
    Che stridono l'ingiuria al poverello.

  Tornar farei gli arcangeli dei morti
    A rendere alle madri lagrimanti
    Con un sorriso i pargoli risorti;

  E a quanti sono derelitti amanti,
    A quanti sono generosi e forti
    Farei nel core gli amorosi incanti.

II.

  Allora, o verga magica, vorrei
    Stender lunga una tavola imbandita
    A fiori, a lumi, a lucidi trofei,
    Colma d'ogni allegrezza più squisita.

  E Siri e Turchi ed Arabi e Giudei,
    Misti al popol di Cristo che ne invita,
    E ciechi e vecchi logori vedrei
    Inebriarsi a una seconda vita.

  O festa lunga fino all'orizzonte!
    Verrian dal mar le navi pellegrine,
    Verrian dai campi i miseri e dal monte,

  Verrian gli afflitti e l'anime meschine,
    Ch'han la vergogna ed il delitto in fronte,
    A chieder grazia, disciogliendo il crine.

III.

  Al nuovo cenno si aprirebbe il coro
    Del paradiso e giù dagli sgabelli
    Vedrei scendere i santi in veste d'oro
    Luminose le barbe ed i capelli.

  In litania d'amor, nel concistoro
    S'udrian cantar cogli esuli fratelli:
    IN TERRA PAX, IN TERRA PAX… e a loro
    Dal cimiter rispondere gli avelli.

  E rose e perle e di mille colori
    Le gioie spargerei sul mio cammino,
    Adornando di lauro ogni stamberga.

  Quando il gallo cantasse a mattutino,
    Vedreste, o bimbi, un gran giardino a fiori,
    E tramutato il mondo in Norimberga.

IV.

  Stanotte a mezzanotte, quando spunta
    La dicembrina luna,
    Andiam, devoti amici, sulla punta
    De' piedi a meditar presso una cuna.

  Nel tenero sorriso
    De' bimbi che riposano
    È in terra un luccicar di paradiso.

  A mezzanotte fra tintinni e canti
    Per una liscia scalinata d'oro,
    Scende nei sogni loro
    Iddio con tutti i santi.

* * *

  Se Dio tu cerchi invan nella morente
    Speranza dei mortali,
    E stanche in ciel va dibattendo l'ali
    La superba ragion che il dubbio espia,
    Oh credi almeno a questa poesia!
    Fin che sorride un piccol innocente
    Nei sogni della culla,
    È Dio che dolcemente
    Colla ragion dei padri si trastulla.

LA CHIESETTA

  Sul sasso ignuda sta, carca le spalle
    D'anni e di doglie la chiesetta antica;
  Dal fondo guarda a lei tutta la valle,
    Come tu pensi alla lontana amica.
  Apresi a stento un praticel davanti
    Tra gli orli dell'abisso e il vecchio muro,
  Che le scosse sentì di non so quanti
    Secoli e sta di sua bontà sicuro,
  Una sola è la squilla, agli echi tutti
    Nota del monte e povero è l'altare;
  Un Cristo piange il suo dolor dai brutti
    Occhi tra ceri stanchi d'aspettare.
  Aspetta stanco anch'esso un cataletto
    Che un qualche morto a scuoterlo si muova;
  Per l'ampia soglia luminoso e schietto
    Entra il sol, entra il vento, entra la piova,
  Entra del fieno l'alito e dei fiori,
    Entran le rondinelle, entrano i cuori.

CANZONETTE DI PRIMAVERA

I.

  La bella primavera, o cittadini,
    Di violette adorna,
    Ecco tra noi ritorna.
  April l'accoglierà ne' suoi giardini
    E sotto i pergolati
    Di fresco inghirlandati,

  Uscite ad incontrarla, o quanti siete
    Belle fanciulle e quanti
    Desiderosi amanti:
  E voi, che vecchi stanchi, non potete
    Discendere le scale,
    Correte al davanzale.

  Ella sen vien di molli aure vestita
    Nel rugiadosi umori
    Il sen colmo di fiorì:
  E dove passa colle rosee dita
    Crolla le siepi e scioglie
    Del mandorlo le foglie.

  S'increspa il flutto e brilla
    Bianco nel prato il torrentel; sul clivo
    S'illumina ogni villa.
  Andiamo ad incontrare,
    O cittadini, in lungo stuol giulivo
    Le rondini sul mare.

II.

    Di raggi d'oro il sole
    Rallegra le finestre:
  E dalle stalle fuggono le fole,
  Che le comari al novellar maestre
    Allungan, quando fiocca,
    Sul filo della rocca.

    S'apre il mattin. D'argento,
    Fanciulla, è l'alba e ride:
  Tu la mantiglia sciorinando al vento,
  Scoti la polve e le lusinghe infide,
    Che in mezzo a false rose
    Il carneval vi pose.

    O mio dolore assorto,
    O miei pensieri bruni,
  Itene fuor, libratevi nell'orto
  A far bisbiglio tra le siepi e i pruni:
    E vi trasformi il sole
    In rose ed in viole.

LASCIAMOLE VOLAR….

Alle allieve del Collegio Bianchi-Morand l'ultimo giorno di scuola.

  Apriamo le finestre oggi a costoro,
    Apriam la gabbia d'oro,
    Lasciamole volar queste figliuole
    All'aria, al verde, al sole.

  Già troppo le vedemmo gli occhi inchini
    Sui vecchi libri e sui gualciti lini
    A tessere la vita
    Rinchiusa e scolorita.

  Mal tornan le viole
    Entro il recinto oscuro,
    Lenta si svolge abbarbicata al muro
    L'edera senza sole.

  Oggi le chiaman dall'erbose rive
    Dai margini fioriti a larghi gridi
    Dai numerosi lidi
    Del mar, dalle cascate fuggitive

  Le liberali voci di natura
    A respirar la pura
    Energia della vita tutta quanta
    Che gioca, ride, canta.

  Lasciamole volar. Le selve, i piani
    Han bisogno di voci allegre e oneste
    Ahimè! già troppo meste
    Son le giornate dei lavori umani….

  Queste alle selve, ai monti
    Vadano, il crin fiorito
    Degli altri uccelli al gorgheggiante invito
    A farsi belle a specchio delle fonti

  Nel sangue che scintilla
    Più vivo balza il cor che lo riceve
    Divina è la pupilla
    Che più lembi di ciel dischiude e beve:

  Quanto rapì nella stagione oscura
    Il pigro e curvo inverno,
    Col suo tesoro eterno
    A cento a cento renderà natura.

  Il sol che pinge i fiori
    Il mar che mai non posa
    Ritornerà sui languidi pallori
    Il bel color di rosa.

  A lor che un giorno soffriran la guerra
    Dei torbidi elementi
    Giovi produrre le radici in terra
    Profonde e dar tutta la chioma ai venti.

  A lor che un giorno forniranno i nidi
    Nei verdi amplessi ai teneri usignuoli
    Tornin benigni i soli
    Tornin le brezze degli aperti lidi.

  Lieto trionfo nostro
    Sarà quel dì che sulle belle gote
    Vedrem stampato in rubiconde note
    Quel che scriviamo in troppo nero inchiostro.

  Volate dunque ad imparar la grande
    Storia che parla e vive
    Nelle libere cose. Iddìo la spande
    Nell'universo e in mezzo al cor la scrive.

  Nell'ampia scuola ove il saper si stende
    Del ciel, nel libro aperto di natura
    Ragiona una scrittura
    Che molte cose insegna a chi la intende;

  Per gli stellati numeri si svolve
    Una dottrina arcana
    Che tutta passa della scienza umana
    La radunata polve.

  Questa dolce sapienza or dunque cada
    A voi nel grembo e vi rinfreschi i cuori
    Siccome la rugiada
    Che rende sul mattin l'anima ai fiori

  Volate dunque e sia festoso sciame
    Di rondinelle ai grandi voli esperte;
    Se del saper vi pungerà la fame
    Qui troverete le finestre aperte.

I CONSIGLI DEL VECCHIO MARINAJO

  Che la tua nave o figlio abbia buon legno,
    Che ben si regga sui fasciati fianchi,
    E scarsa all'uopo ove una cosa manchi:

  Dico la forza natural del core,
    Che guarda le tempeste, e soffre, oblia
    La noia e il male dell'incerta via.

  Vero padron dell'acqua e degli scogli
    Solo è colui che nel voler ripone
    Dell'arrivar la scienza e la ragione.

  Questo più che il timon, più che le vele,
    Più che la scienza delle astruse stelle
    Ti caverà dal sen delle procelle.

  Nè per rumor di ciel, nè per incanto
    Che dalle rive a te mandi l'invito
    Tu dalla rotta non piegar d'un dito,

  Ma sempre va dentro la notte oscura
    Col lume a prora della vecchia fede,
    Ch'oltre la notte e le tempeste vede.

  Stolto è infierir coll'onda o contro i sassi
    O colle rauche spume. Avanti! aspetta
    A far dal lido una miglior vendetta!

  L'agili brezze, i molli increspamenti
    E gli abbracci del mar, sono pei forti:
    Restano i cataletti agli altri morti.

  È il mare, il mare il campo di battaglia;
    Morti ci culla e ci porta alla sponda
    L'irrequieto palpito dell'onda.

  Il pigro no, meschin, nè il sonnecchiante
    Non l'incostante o il pazzo arrischi il mare,
    Ai vili resta il bere o l'affogare.

  Sempre arriva chi vuole, e sempre vuole
    Chi sull'antenna innalza una speranza
    E nel pensier di chi l'aspetta avanza.

IL MAESTRO CONTENTO

  Purchè d'inverno il fuoco non mi manchi
    E un botticel nell'angol del camino,
    Mi creda, professor, rinuncio ai banchi
    Dove lei spiega il greco ed il latino.

  Che vuole? l'aria è pura alla campagna
    E sdrucciola dai monti imbalsamata:
    Il sole, grazia a Dio, non si sparagna
    Nell'abbaino un tanto la fiammata:

  Ma schiara i muri ed entra da padrone
    Ad asciugar i travicci tarlati,
    Scaldando l'ali d'oro a una legione
    Di farfalle, che brillano sui prati.

  Esco al mattin, ove qua e là si perde
    Un sentierol che mena alla ventura
    Fra due file di salici e nel verde
    Delle foglie che fremon la frescura.

  Vado lungo il sentier, la mente e il cuore
    Che svolazzano via secondo l'estro,
    Finchè dal campanil, sonando, l'ore
    A scuola non invitino il maestro.

  Ritorno e avvien talvolta che da un denso
    Cespuglio io tragga i renitenti fuori.
    Ma del cespuglio, quando ben ci penso,
    Siam noi le spine ed essi sono i fiori.

  Son cento insieme, ma trecento, mille
    Se parlano e fra tanto ondeggiamento
    Di teste bionde spiccan le pupille,
    Come lucciole in campo di frumento.

  E quando al cicalìo segue la pia
    Cantilena al gran Padre dei bambini,
    È inutil, professor, ch'ella mi stia
    A citarmi i suoi Greci e i suoi Latini;

  Allora provo—e piango—un senso nuovo
    Come se navigassi in un gran mare….
    Un non so che, mi scusi, che non trovo
    Nei libri che m'han fatto studiare.

  Fra quei piccini dalle mani ladre,
    Dai musi tinti e che non taccion mai,
    Vi son di quei che chiamano la madre
    Ita lontana, assai lontana, assai….

  Vi son cervelli modellati a stampo
    Dei crani d'una volta e ingegni vivi
    In cui divin guizza talora un lampo….
    È il pan che manca che li fa cattivi.

  Io penso (se tra i banchi una lacuna
    Ricorda un saggio che morì giocando)
    Che mal si resta a specular la bruna
    Ora di morte e a ritardarne il quando.

  Bello il morir, quando s'ignora il mondo,
    Piegando come un uccellin la testa.
    E il funeral, spettacolo giocondo,
    Si fa con fiori e le campane a festa.

  Qui nel mio seggio in legno di castagno
    Io sono quel che son, nè i birbi sanno
    Che sol trecento e trentatre guadagno
    Lirette magre quanto lungo è l'anno.

  Non sanno i punti che nel vecchio tema
    Dello sdruscito ferraiol ricamo:
    E note son che valgono il poema,
    Come fa lei coi classici, mettiamo.

  A sera il luogo è bello entro un tranquillo
    Vïal divago al cimiter pian piano;
    Brillan le stelle, si riscuote il grillo
    E dei fanciulli il chiasso da lontano.

  Sì, quando un giorno essi diranno (il volto
    Fisso al cancello l'uno all'altro in spalla)
    —L'han sepolto laggiù, l'hanno sepolto….—
    Io dal cespuglio balzerò farfalla.

LA VILLETTA CHIUSA

  Chiusa e muta ogni finestra
    Sta il casino abbandonato
    Nel giardin giallo di foglie:
          Il novembre sulle soglie
          E sul verde assiderato
          Pioggia e neve insiem balestra.

  La vagante e già si spessa
    Di profumi ampia liana
    Cade affranta lungo il muro:
          Nel bacin di marmo puro
          Più non mesce la fontana
          L'onda a specchio di sè stessa.

  Freddo versa l'occidente
    Un chiaror quasi lunare
    Sul balcone delle rose:
          Stanno immemori le cose
          Tra i lenzuoli ad aspettare
          Nell'interno oscuro, algente.

  Tornerà l'aprile in fiore,
    Sarà lieta ancor la gronda
    De' tuoi gridi, o rondinella:
          Al balcone ancor più bella
          Tornerai, signora bionda,
          Al fiorir d'un nuovo amore.

  Ma in un cuore già fiorito,
    Se il crudel dubbio si avanza,
    E la fe' muore di gelo,
          Più non torna amico il cielo,
          Più non si apre alla speranza
          Un'amore intirizzito.

DOPO LA PIOGGIA

  Fra i corni della Grigna apresi e pare
    Una scena di mare umido il ciel:
    E l'aria vaporosa
    Come sul corpo di novella sposa
    Cinge alla vetta rugiadosa un vel.

  Scendon le nubi che trasporta il vento,
    Lasciando un lento strascico regal
    Che s'imporpora al sole:
    Si screzia nel color delle viole
    Il trasparente lembo boreal.

  Dentro le valli a corsa si allontana
    E si rintana il carro aspro dei tuon.
    Qui salta ilare il fonte
    Che fa la barba bianca al vecchio monte,
    Empiendo il sasso d'un pazzo frastuon.

  O ristorati dall'iniquo caldo,
    O di smeraldo prati, o vigne, o bel
    Poggio di folti ulivi,
    Alfin vi vedo morbidi e giulivi
    Della frescura che a voi diede il ciel.

  Io no, che sempre sitibondo e roco,
    Dall'alto invoco un refrigerio al cor;
    Ma per mutar di vento,
    Raccolto appena il desiderio, sento
    Che torna in polve il desiderio ancor.

IL FUNERALE DEL POVERO

  Il morto passa in mezzo al rumor grande
    Della città, che brulica e non sente
    La voce che dal feretro si spande…
    Ad altre cose ha da pensar la gente.

  La gente?—butta la spregiata creta
    Nell'angolo dei cocci e passa via.
    Oh ch'io ti segua, io sol, zoppo poeta,
    Col mio rosario e colla fede mia:

  "Ave, corpo mortal, in cui piangea
    Tra duri ceppi l'anima divina,
    O rozzo vaso d'un'eterna Idea,
    O diroccato altar, ave, o rovina!

  "Ave, spirto immortale, che s'inciela
    A terger l'ali in più sereni amori.
    O sfuggita da sozza ragnatela
    Farfalla nata per gli eterni fiori.

  "Tu scendesti una notte al lume bianco
    Degli astri in mezzo ai campi, ove ti accolse
    La madre poverina entro il suo fianco;
    Poi de' suoi baci tiepidi ti avvolse….

  "Era di sangue e latte il picciol viso,
    La bocca era una frugola vermiglia:
    Il cor nel dolce mar degli occhi fiso,
    Tutta stringendo in te la sua famiglia,

  "Contemplò la tua mamma una gioconda
    Serenità che valica i confini
    Della mente e che i sensi umani innonda:
    Amor ti sprimacciò gli stracci lini.

  "Di tua magrezza vergognoso al sole
    Quindi posando sul materno petto,
    Nel bel canto imparasti le parole
    Che schiudono le porte all'intelletto.

  "Poi corresti, fanciul, scalzo nel giallo
    Frumento a fare l'eco alla cicala,
    E a te dalla cascina ilare il gallo
    Rispondea starnazzando sulla scala.

  "Natura, al poverin sempre gentile,
    T'empiè di bacche le siepi e di more,
    Nè ti rifiutò del lieto aprile
    Un bel raggio e d'un prato il più bel fiore.

  "Te respinto dagli usci alfin raccoglie
    Nelle sue braccia e t'offre un cataletto
    Entro un lettuccio squallido di foglie
    Pur dianzi cadute a farti il letto.

  "E ancora, o Madre pia, culli i tuoi morti
    A un modo istesso e il nome non ne chiedi;
    Di pratoline e di virgulti smorti
    A tutti una ghirlanda alfin concedi.

  "Ave, corpo mortal, in cui piangea
    Tra duri ceppi l'Anima divina,
    O rozzo vaso d'un'eterna Idea,
    O diroccato altar, ave, o rovina!

IL FABBRO

  Tra i muti casolari odi frequente
    il suono che rimbalza sull'incude:
    è Bellincion, che colle braccia nude
              batte il ferro rovente.

  Ei sta fosco Vulcan da mane a sera
    al mantice, al martel, alla tenaglia:
    batte, inchioda, arroventa, il ferro scaglia
              rosso nell'acqua nera.

  Copron serrami e toppe aspre e ferraglie
    l'affumicata volta della muda:
    ansa la vampa sulla carne ignuda
              le sue stridente scaglie.

  Grida al compagno e cade in una dura
    danza la solfa delle salde braccia:
    tuona il martel, che rompere minaccia
              le costole a natura.

  Se il vino canta e scalda il sentimento,
    piomban sì giusti i colpi del martello,
    che la torre merlata del castello
              balla sul fondamento.

  Quindi egli siede ai caldi occhi del sole
    sull'uscio e in così grasse risa il pane
    accompagna che fuggono lontane
              le donne alle sue fole.

  Oppur si piglia in braccio o sui ginocchi
    un suo vezzoso bambinel di latte:
    e le morbide incudini gli batte,
              soffiandogli negli occhi.

  Dell'uom barbuto e nero il picciol fiore
    mitiga i sensi e le parole audaci:
    scendon spesse carezze e scendon baci
              che fan rovente il cuore.

I VECCHIETTI

  —Quanti anni son passati, Anselmo? venti
  trent'anni che si viene insiem noi due
  a goder questo fresco?
                          —Se ti senti
  ancor padrone delle gambe tue,
  o che importano i venti ed i trent'anni?
  ognun si aggiusta colle forze sue.
  —Sta ben! ma Giovannin non è Giovanni;
  e settant'anni sulla gobba un peso
  sono, che pesa settecento affanni.
  —Settanta è un bel fardello, ben inteso…
  —Or ti zoppica il pie'….
                          —Ti manca il fiato:
  —L'occhio ti trema dalla luce offeso:
  —Lo ragazze non sanno che sei nato:
  —D'accordo…. le ragazze. Oh che vorresti
  che inseguissero quello ch'è scappato?
  —Di dosso, gua', ti cascano le vesti:
  —E gli scalini? un sito non c'è dove
  non sian tropp'alti, orribili, molesti.
  —Se fai di camminar tre o quattro prove,
  sudi in gennaio e ghiacci sotto il sole;
  è brutto quando è bello e quando piove.
  —Per me il difficil sta nelle parole:
  penso a curato e dico cardinale,
  e la gente non sa quel ch'uno vuole.
  —E le gazzette?
                          —Se le stampan male!
  —E quel che stampan?
                          —È l'ira di Dio
  d'ogni ordine politico e morale.
  —Non è che un litigar sul tuo sul mio,
  di cani e gatti un odio vergognoso.
  —E le leggi?
                          —Le leggi un arruffìo.
  —Davanti a questo vivere odioso,
  se l'impiccarsi un'eresia non fosse,
  cosa indegna d'un uomo religioso,
  guarda m'impicc…. uh! uh!
                          —Gianni, che tosse!
  e che ci fai?
                          —È un mese che la curo.
  —Provasti le pastiglie Delafosse?
  —Fanno bene?
                          —È il rimedio più sicuro.
  —Dove si piglian?
                          —Sai, quello speziale
  che sta vicino a San Giovan sul Muro…
  —Corro. Non vo' che invecchi, io, questo male.

LE DUE POESIE

—Buon dì, signor Maestro. —Bravo, sei tu, Marcello? e a quando queste nozze? —A quando? Iddìo lo sa. Son disperato e temo già d'esser fritto e bello spacciato. —O che mi dici? —Che l'è un'iniquità. S'è messa sui puntigli, mi fa le brutte scene: dice che non mi vuole e non vuol dir perchè. —Un caso grave insomma. Però tu le vuoi bene. —Lo cerchi come il mio un altro ben, se c'è. —Ci vai? —La non mi guarda. —Scrivi una bella lettera, in cui le tue ragioni esponi come va. Le dici che tu l'ami, che sol disposto.. eccetera.. a far ogni promessa. —Sta bene, ma c'è un ma. Lei sa come si scrive noi dotti poverini: il nome o bene o male, un te lo mette giù; ma il core ti s'impiglia in mezzo a quegli uncini per poco che tu voglia estenderti di più. Se lei me la scrivesse la lettera? —Ti pare? e che le devo dire? —Ma scriverla per me. —S'intende, la tua Lisa non te la vo' rubare. —Le dica che fa male, che una ragion non c'è, Le dica che non dormo da dieci notti intere, che così non la posso durare un pezzo ancor; che se proprio si ostina e non mi vuol vedere io…. io…. per quanto è vero che credo nel Signor, io che ho già la febbre e l'anima avvilita uno di questi giorni una pazzia farò: o che mi ammazzo… —Aspetta che trovo una matita; —o ammazzo lei, capisce? —Lisa? ammazzarla? oibò! —Se buono sono e tenero, non c'è ragion, perdio, che come un can soffrire mi facciano così: e se c'è qualche terzo che tocca ciò ch'è mio, scriva pure che come mi vede adesso qui, non ho paura. Venga colle ragioni sue, foss'anche il brigadiere, in un campo quaggiù, Scriva che, se li trovo, li ammazzo tutti e due, come due can' li ammazzo. —È amor questo, Gesù? O falso è Metastasio od io son rimbambito senza capir un'acca di quel che sia l'amor. —Ora però ha capito. —Capito, arcicapito. —Li ammazzo tutt'e due. —Accetta, o bella, un fior! —Se non mi farà piangere, morir di crepacuore, se ancora la mi stende con cortesia la man, non più vino e bestemmie, ma sol casa ed amore sarò per lei, paziente, onesto cristian: dica che tutti gli angeli non valgono un capello della mia Lisa e un bacio di lei vale per me il sol, il paradiso…. —… la luna… Tu bel bello mi fai scrivere un libro. —Ma lei saprà cos'è questo tormento e a lei non manca la grammatica, E Dio la benedica, Maestro; tornerò. —Addio: ma in queste cose che conta è più la pratica, la pratica, la pratica, ahimè, che più non ho.

O divo Metastasio, ed io son rimbambito, credendo che una cosa fosse così così tra il chiaro della luna e il giùggiolo candito, Amore… C'ingannammo: e t'ingannai, Mimì. Perdona alla grammatica, perdona anche ai poeti, mia vecchia, e facciam voti che si rinasca ancor. Ma se si torna a nascere, restiamo analfabeti, perchè l'altra non guasti la poesia del cuor.

LA SARTINA

  —Aiuto, aiuto, olà… di quà… correte,
    S'è buttata nell'acqua una ragazza.
  —O poverina! com'ha fatto? è pazza?
  —Sarà la storia solita, sapete.

  —La portan fuori.
              —Bravo il bersagliere!
  —È morta?
              —Vuol spirare ogni momento.
    Indietro…. per di quà… fate piacere,
    Oh signor benedetto, che spavento!

  —L'avete vista?
              —O Vergine dolorata,
    Ha un viso bianco come un pannolino.
      Fa la sartina ed era innamorata
    D'un zerbinotto.
              —È morta?
                      —Il signorino,

    Quando fu stufo ha dato un bel saluto
    (È la solita storia!) alla biondina.
  —Per divertirsi è buona la sartina,
    Ma si sposa il vestito di velluto.

  —Gliel'ha scritto.
                          —E la Clelia?
                            —Nulla ha detto.
    Pareva anzi, a vederla, indifferente:
    Se il traditor le aveva il pugnaletto
    Ficcato in core, che ci fa la gente?

  —Stette tranquilla tutto il giorno. A scuola
    Andò siccome il solito: non dette
    Alcun segno di smanie o di vendette,
    E a casa non ne disse una parola.

  —Cenò colla sua mamma; e quando questa
    Fu andata a letto, scese sullo spalto
    Ch'era già buio e raccolta la vesta,
    Si buttò dentro l'acqua con un salto.

ANGELINA

PER NOZZE

Madonna, a cui degli Angeli è il bel nome e l'innocente riso, s'io possedessi il delicato stile, onde vanno lodate ancor le chiome di Laura e lo saranno eternamente, farìa di voi, Madonna innamorata, innamorar la gente.

Un lieto spiritel d'amor gentile saltò nel core a Quei che in voi si specchia come in sua dolce stella; mentre che passa il giovinetto aprile, ite al trionfo dell'amor, voi bella ed egli forte di virtute onesta; ite e vi accolga nel suo caldo raggio padre fecondo il Maggio.

Se ciò Ragione con Amor comanda, altro non resta a noi che il coglier fiori e fare una ghirlanda.

MARIA

PER NOZZE

  ……………………………………
  O ridente Maria, picciolo albergo
    come alveare ove l'industria e l'arte
    alzan piccioli lari, ove si accosta
    il desiderio a mendicar sommesso
    e frettoloso vi fiammeggia il sole,
    queste le nostre case. Alla finestra
    ove per uso sederai traendo
    il filo entro la chiara onda del giorno
    l'ore vedrai discendere graziose
    come foglie da scossi alberi al vento
    sulla tua testa e sul tuo cuor, Maria,
    e te beata!—il cielo innanzi aperto
    una picciola selva ivi raccolta
    sul davanzal e giù nel sottoposto
    giardin il verde tremulo che sale
    dolce al guardo teatro e alla speranza:
    Il saltellar, il cicalar perduto
    dei passeri sul tetto allor che accade
    pien di pace il meriggio; e il suon d'un passo
    che ritorna improvviso a te le care
    queste saranno ripetute gioie
    che, traboccando, non sa dar la spuma
    del profano piacer.

Altre dell'ara domestica languir lascian la fiamma vestali dissipate: ad altre il gioco piace e la mesta vanità di un'ora agitata ove più ferve il periglio men di pugnar che d'esser vinte altere: Tu, sacrata dal pio raggio materno, uscita or or dalle materne dita, farai tua festa il governar, succinta Penelope al mattin, in pria che l'ora entri a rider d'entrambi: e poi col canto non meno sgombrerai dagli occhi altrui che dagli angoli intorno la tristezza: finchè non torni ripercosso in molte labbra il tuo riso tenero nascente a far la casa risonar del padre, come al sol che li scalda alzano i nidi un mormorio che tutto agita il bosco.

L'ACQUA E IL SASSO

  Dice l'Acqua al Sasso:—Io garrula
    Rompo al monte gli aspri fianchi,
    Fresca scendo ai campi, agli aridi
    Cespuglietti, ai fiori stanchi:
    Di mia voce apro il silenzio
    Delle valli e rido al cielo:
    Sempre lieta ad un'incognita
    Meta io scivolo ed anelo.
    Quando mai tu muovi un passo?
    Nel mio corso io sono il simbolo
    Del progresso che si avanza….

  —Ed io sono la Costanza!—
    In suo cor brontola il Sasso.

IL SORRISO

(Duetto per Mandolino e Chitarra)

  IL MANDOLINO - Ridi, sorridi, Carolina: il riso
                 Al cuore è un elisir soave….
  LA CHITARRA - e buon.

  IL MANDOLINO - Più dei colori di un lieto viso,
                 Più che la pallida malinconia,
                 Che l'occhio ottenebra talvolta a sera
                 Della pensosa padrona mia,
                 Più che la bionda treccia o la nera.
                 O Carolina, amo il sorriso,
                 Ridi, sorridi, mentre è primavera
  LA CHITARRA - Chi tardi ride ride fuor di ton.

  IL MANDOLINO - Se come morbide piume le nude
                 Mani trascorrono alla carezza
                 E fanno spesso pallido il viso,
                 Come sul mare vivida brezza,
                 Che i flutti increspa, erra il Sorriso
                 E il mar dell'anima agita, schiude.
                 Ridi, sorridi e lascia che l'ebbrezza
                 Dello spirito scorra..
  LA CHITARRA - in lieto suon.

  IL MANDOLINO - Altri di Venere vanti le rose
                 E il pie' che candido il marmo imita,
                 O vanti i glauchi occhi di mare.
                 Sol nel sorriso scorre la vita
                 E rider senti tutte e parlare
                 Quante già furono donne amorose.
                 Ridi, sorridi e lasciati adorare.
  LA CHITARRA - Chi non ride è una mummia od un birbon

PREDICHETTA

  —Sì, vivremo al di là, belle signore,
    Del ciel a tutti aperta è la gran strada,
    Ma non si deve credere
    Che bastino i rosari o che si vada
    In carrozza alla casa del Signore.

  E non basta tienimeli, ve l'assicuro,
    Il far di magro e d'olio, o al Santo Padre
    Mandar ricami e ninnoli
    O a rischio di parere più leggiadre
    Vestirsi la quaresima di scuro.

  Perchè possa al di là viver ciascuno
    È della fede mia primo argomento
    Che è d'uopo saper vivere
    Molto bene al di quà, fare per cento
    Il bene e non vantarsene per uno.

  Chi sè confronta spesso al poverello
    E sol per sè non si condisce il pane
    Costui potrà risorgere
    Nell'alba luminosa del domane,
    Che preludia ad un vivere più bello.

  Chi si contenta perchè mai di pianto
    Fe' spargere una stilla e tutto ha sciolto
    Verso il fratello il debito
    In fredda pace dormirà sepolto,
    Ma l'alba non vedrà del Giorno santo.

  Sol chi dai cuori toglier sa le spine
    E ristorar gli inariditi steli
    O sa pietoso scorrere
    Sull'umano fallir…. quei rompe i cieli
    E schiude il tempo che non ha più fine.

  Voi non vivrete bigottine avare,
    Che offrendo al Sacrè Coeur l'essenza e il fiore
    Dei vostri oziosi spiriti,
    Or cercate all'altar, ora all'amore
    Un passatempo che non sia volgare.

  Chi troppo il corpo suo carezza e loda
    Non andrà tra gli spiriti immortali
    Che a Dio fan corte e gloria;
    All'alto volo si domandan ali
    Che Parigi non mise ancor di moda.

FESTE E GLORIE

BRINDISI DEI TIPOGRAFI

FERRAGOSTO

  Stampiam nel vivido
    Color del vino
    L'allegro brindisi;
    L'ore s'affoghino
    Del reo destino
    In fondo al calice.

Coro Stampiam col vino.

  Un giorno i monaci
    Sopra i salteri
    Alluminavano
    I larghi margini
    Curvi e severi
    Coi volti pallidi.

Coro Sopra i salteri.

  Taceano i gotici
    Archi, o soltanto
    Le malinconiche
    Ore del vespero
    Rompeva il canto
    Tetro di Davide.

Coro Sia lieto il canto.

  Ecco di Guttemberg
    L'arte risplende!
    Come dal Sinai
    In nuove tavole
    Ecco discende
    La legge ai popoli.

Coro Onore a Guttemberg.

  Scosse dal magico
    Spirto inquïeto
    Dal chiostro fuggono
    Sciolte le lettere
    Dell'alfabeto
    In nozze libere.

Coro Dal chiostro fuggono

  Si sbigottiro
    Alla malìa
    I vecchi secoli:
    E si difesero
    Con una pia
    Giaculatoria.

Coro Si sbigottirono

  Noi di fuligine
    Suffusi e forti,
    Urtiam le macchine,
    Che acute strillano
    Destando i morti
    Dentro la polvere.

Coro Sorgono i morti.

  Ai colpi cedono
    Della tempesta
    I monti. Ai ruderi
    Cedono i ruderi:
    Il libro resta
    Tempio granitico.

Coro Il libro resta.

  Cedono al vecchio,
    Che gli anni fila,
    Sfingi e Piramidi,
    Ed è l'Iliade
    De' suoi tremila
    Anni ancor giovane.

Coro Cantiam l'Iliade

  Stampiam nel vivido
    Sangue latino
    La bella Italia
    Cinta di lauro.
    Stampiam col vino
    Viva l'Italia.

Coro Viva l'Italia!

  Stampiam sugli angoli
    Del Bel Paese
    Dei nostri martiri
    Che trapassarono,
    Le sante imprese,
    Le glorie, il numero.

Coro Onore ai martiri!

  Al lieto applauso
    L'ombre usciranno
    Del vecchio Panfilo,
    Degli Aldi a bevere
    Il vin dell'anno
    Nuovo in un brindisi.

Coro Sia gloria a Panfilo

  Dei nostri pargoli
    Nel bel candore
    Stampiam la vergine
    Fede coi teneri
    Baci.—L'amore
    Stampiam nell'anima.

Coro Stampiam l'amore.

A VICTOR HUGO

SALMO

Anno 1885

  Tu muori, o te felice, ultimo vate,
    A cui sorrise eterna giovinetta
    La gloria, a cui sorride oggi la morte.

  Bello è il morir ove chi passa incontri
    Già festeggianti sull'aperta via
    Le create speranze pellegrine.

  Ahi tristo se allo spegnersi del sole
    Non si ralluma una segreta lampa
    Nella cella del cor! Piomba la creta

  Negli abissi dell'umida spelonca
    Ove regna la morte e si dissolve
    Anche l'amore al crepitar dell'ossa.

  A Te i campi si schiudon della luce,
    A Te l'azzurro padiglion del cielo,
    E il fluttuante mar dell'infinito.

  Dalla soglia del mondo anche dipartono
    Teco i fantasmi del tuo santo core:
    E come nebbia in un baglior di sole

  Volano teco ove in lor patria stanno
    I sogni e stanno l'anime fanciulle
    Delle belle fanciulle e degli eroi.

  Ecco vengon dai gotici segreti
    Di_ Nostra Donna_ le vaganti istorie,
    Teco vengon le mitiche leggende

  Cozzanti nel rumor aspro dell'armi
    E i regi e le fortune alte di Francia
    E il pianto e il core dell'afflitto Reno.

  A Te vengono incontro in un sereno
    Nembo di fiori e di farfalle i bimbi
    Come a padre gentil—Salve—gridando,

  —Candido vecchio, o coronato araldo
    Della pace, o signor del dolce canto,
    Che porti in ciel la voce della terra.

  —Noi siamo i sogni, le speranze, gli astri,
    Che tu chiamavi coi notturni inviti,
    O poeta, noi siamo gl'Ideali.

  —Noi, se ci prega un pio col mesto canto,
    Scendiam nei solchi arsi dal sol e siamo
    Ai solchi la rugiada mattutina.

  —Noi scendiamo alla culla ove sospira
    L'orfanello ed entriam larve ridenti
    Nella rete dei suoi teneri sonni.

  —Obbedienti al delicato incanto
    Delle tue dita scorrerem di fiori
   A seminar la terra, e di sorrisi,

  —Finchè ritornerà sopra i gradini
    Del tempo l'armonia della tua cetra
    Finchè un sospir mandi dal cor Natura—

  O vivi, o gente altera ed infeconda,
    Più amor non freme nell'umana selva?
    Ahi, la voce di Lui spinta dal vento

  Come una voce d'organo si perde
    Nei silenzi del ciel!—Col suo poeta
    Muore un raggio di Dio sopra la terra.

ALL'ITALIA

  Madre ritorna, Italia,
    Madre de' figli tuoi,
    Lascia l'amor de' fatui
    Ed adiposi eroi,
    Che di lor ciancie assordano
    I monti, i lidi, i piani:
    Dai baci onde son viscide
    Asciugati le mani.

  Non più rugosa suocera
    Di trapassati tempi
    Vantar ti senta i palpiti
    E gli ammuffiti esempi;
    Ma d'una gente libera
    Che i campi suoi lavora,
    In guarnellin più semplice,
    Ringiovanita nuora,

  Ti vegga al sole, all'aria
    Nude le spalle e bruna
    Tra messi d'oro e pampini
    Coglier la tua fortuna.
    Così forse pel Tevere
    Di sangue ancor non rea
    Venne l'antica Ausonia
    Ad incontrar Enea.

  Il vecchio elmo di Scipio,
    Che ti stracciò la chioma,
    Lascia alla morta polvere
    Dell'infeconda Roma.
    Sorgi, fanciulla, al tenero
    Sospir d'un nuovo amore
    Di nuove nozze a tessere
    La veste tricolore.

  Stesa la mano al vomero,
    Cinta di fiori e spiche,
    L'opere tue vendemmia
    Sulle memorie antiche:
    Forte dall'urne esauste
    Di mutola rovina
    Il risonante spirito
    Aliti la fucina.

  Se della lenta gondola
    Già il dondolar ti piacque,
    Dal lido a lidi incogniti
    Ti chiama il ciel dell'acque
    Novellamente a stendere
    Le forti reti d'oro,
    Che ad asciugar Venezia
    Appese al Bucintoro.

  Più che del flauto il morbido
    Suon della luna ai rai,
    Ti sia dolce la musica
    De' striduli telai,
    Sì che procace e cariche
    D'oro le mani, il rude
    Vicin non torni a ridere
    Di tue bellezze ignude;

  Nè de' tuoi cenci, o misera,
    Schifi il tesoro immondo,
    Che il freddo aspro sparpaglia
    Per l'ampie vie del mondo:
    Nè più muoia di lagrime
    Sommersa la parola,
    Che lieta nasce a Portici
    Canzone o barcarola.

  Ch'io vegga, ove la querula
    Rana la morte insulta,
    Uscir dai rovi indomiti
    Della maremma inculta
    Al tocco della giovane
    Tua man gli aranci in fiore…
    Oh chi mi vieta un agile
    Sogno, un sospir d'amore?

  Voi no, nell'armi attoniti
    Irruginiti eroi,
    Voi no, rochi di fatue
    Ciancie… Chi parla a voi?
    Ai baldi, ai forti, ai vergini
    Cuori distende il canto
    Oggi il poeta e mormora
    Un requie al camposanto.

ODE A VERDI

Febbraio 1887.

  Se ricordi, il luogo è questo
    Dove un giorno al suon di spade
    Saltellanti per le strade,
    E fra pali insanguinati,
    Dei Crociati
    Intonasti il pio lamento,
    Che le cento
    Dell'Italia torri scosse,
    Ed i morti sobbalzare
    Fece all'orlo delle fosse.

  Era pien di gridi il vento,
    Pieno il mare:
    E venìa per le lontane
    Terre il suon delle campane
    Calde ancor della battaglia.
    O momento!
    Il cader delle tue note
    Era maglio che percote,
    Era incendio entro la paglia.

  Morta è l'aria. Più non viene
    De' tuoi numeri prigione
    Mista al suon delle catene
    D'Israello la canzone.
    Tace il monte e tace Scilla
    Che balzò, divino Araldo,
    Del tuo Vespero alla squilla.
    Chiuso è il cielo. Sui gradini
    Dell'altar spenta è la face
    Dell'Idea
    Che agli italici destini
    Nel crepuscolo splendea.
    Nella cenere dei morti
    Vedi i gelidi risorti
    Ricercar, se sopravanza,
    Una brace
    Per accender la speranza.

  "Dare, avere—avere e dare"
    Ecco l'inno che borbotta
    Or la gente al santo Affare
    Curva e ghiotta
    Sul messale a conteggiare;
    A noi figli di mercanti
    Bella musica è il tintinno
    Del marengo quando rotola
    Nella ciotola.

  "Dare, avere—avere e dare"
    Questo è il santo intercalare,
    Questo è l'inno,
    Che prostrato gracchia il coro
    Fra gl'incensi al vitel d'oro.

  Già nel tempio, ove solea
    Sparger fiori ed ire sante
    La bell'arte, una platea
    Fescennina adora inchina
    L'Elefante.
    Cerco invan pudor di gota
    Ove ignuda salta e strilla
    una gallica sibilla
    A sè stessa sola ignota.

  Se dal ciel ove dimori
    Nella luce benedetta
    Della gloria, in mezzo ai cuori
    Non ci scagli una saetta,
    O Signor degli alti canti,
    Una gente di mercanti,
    Che non canta e che non prega,
    Farà tempio la bottega.

  Ma tu puoi, tu che raccogli,
    Eco eterna di natura
    Nella mano
    Il fragor dell'uragano;
    Tu che togli
    Alle selve, al mar, all'etra
    L'armonia che scande i cieli;
    E tra i fili della cetra
    Tu che Dio soffermi e sveli;
    Tu che cinto d'alti canti
    Quest'erranti
    Muse ancor ritorni a noi;
    Sì, tu puoi,
    Stretta in man l'antica tromba,
    Trarne un suon aspro di rame,
    Che ci tolga dallo strame,
    Che ci svelga dalla tomba.

  La coscienza antica e sorda
    Più non ha che questa lenta
    Delle sette ultima corda:
    Se a temprar l'affetto e il canto
    Una mano non si attenta,
    Onde scorra agile e pia
    Della vita l'armonia,
    Sul liuto, ahimè! del core
    Il dolor va senza pianto,
    Senza voce erra l'amore.

ALLA TOMBA DI RE VITTORIO EMANUELE II

CAVALCATA

Anno 1885

  Vidi apparir sulla strada romana
    Che le rovine del Foro discende,
    Su scalpitanti cavalli una strana
    Torma di spirti, il fior delle leggende.

  Uscian dall'urne ove giacciono i morti
    Quale ciascuno il tempo seppellì:
    Chiusi nell'armi venivano e forti
    Entro i sereni splendori del dì.

  Quanti mietè paladini la spada,
    Quanti del Cedron riempion la valle,
    Quanti ne vide la bella contrada
    D'Adige e Po, Normandia, Roncisvalle.

  Quanti portaron la lancia in torneo
    Dell'armi degni e degli sproni d'or,
    Passano tutti in trionfal corteo
    Sotto l'arco di Tito Imperator.

  Viene con lor Carlo Magno di bruno
    Ferro coperto, imperator sovrano,
    E secolui catafratto ciascuno
    Che strinse la quirina aquila in mano.

  Cesare vidi e Traiano che tante
    Armi distese e nel marmo effigiò,
    E molle nella porpora fiammante
    Quei che all'Imperio le leggi dettò.

  Viene con lor su tedeschi cavalli
    Ezio terror dell'Unnica rapina,
    E Stilicon che sugli ultimi valli
    Vide spirare la virtù latina.

  E dietro ancor la selvaggia coorte
    Seguo sonando dei barbari re,
    Con Berengario primo a cui la sorte
    La corona di ferro indarno diè.

  Ecco sen vien Arduino d'Ivrea
    Dentro il cappuccio del suo mesto sajo,
    Ma le vive speranze ond'egli ardea
    Mandan dagli occhi bagliori d'acciajo.

  Passano cento, ne seguono cento,
    Dai campi sorgono e dalle città:
    Passati gli elmetti d'or del cinquecento,
    Sforza, Ferruccio, Gaston di Foà.

  Le variopinte tue divise ancora
    Vidi e le piume e i kolbacchi di pelo,
    Che scongiurar una terribil ora,
    Eugenio, quando respinta dal cielo

  Roma tremò che non vedesse il corno
    Della fatal mezzaluna e gridò.
    Ma da Belgrado non fe' più ritorno
    Chi la tua spada, o Savoia, provò.

  Ride di luce il ciel sopra la strada
    Che le rovine del Foro discende,
    Ecco un rullo che par fulgor che cada,
    È la Gran Guardia che mai non si arrende.

  Viene ancor esso e non agita il ciglio
    Placido il Grande Imperator crudel:
    E il bel delle battaglie Angel vermiglio
    Incalza i Mille e ne fiammeggia il ciel.

  Tanta immortale semenza di prodi,
    Che nel sol mattutin s'agita, parmi
    Un trionfo di Numi.—Lontan odi
    Al Panteon salir l'onda dell'armi.

  E mille voci di sotterra uscite
    Alzano il grido: "Salute, o gran Re!
    Noi di tre storie larve impallidite
    Come a signore ci prostriamo a te.

  Salve, o gran Re, nella tomba securo,
    O dell'Italia paladino amante.
    Al suo dolor le tue lagrime furo
    Non men dell'opre gloriose e sante.

  Per te fu vista una virtù risorta
    Distender l'ali cinta dell'allor,
    E d'una gente che pareva morta
    Sangue stillar l'inaridito cor.

  Pria che l'amor del tuo popolo e prima
    Che cessi il verde onor della tua gloria
    Nel mar sommersa andrà l'ultima cima
    Dell'Appennin, o mentirà la Storia".

  Mentre del canto ancor l'aer risona,
    Galoppa il bell'esercito pel ciel.
    Ma Carlo Magno lascia la corona
    E la spada Bajardo sull'avel.

I FRATELLI CAIROLI

Per l'inaugurazione del monumento Cairoli in Pavia

Maggio 1900

  Balzan dal bronzo squallidi com'ombre
    Vaganti in aria bruna
    Nel silenzio de' cuori e di fortuna.

  Ma vermigli di sangue entro i fulgori
    Dell'armi, vivi passeggiar la terra
    A seminar la guerra
    Delle sorti fatali.

  Italia, Italia, era il bel grido. A noi
    Gente che tace
    Gridan dal bronzo i giovani immortali
    Ah! non sia morte il sonno della Pace!