WeRead Powered by ReaderPub
Vecchie cadenze e nuove cover

Vecchie cadenze e nuove

Chapter 58: II
Open in WeRead

Explore more books like this:

About This Book

This collection of lyric poems is organized in three sections that move from restless reflection to wandering imagery and finally to intimate meditations. The verses combine classical and modern cadences, shifting meters and free verse to explore solitude, memory, faith, nature, and the effects of industrial and technological change on daily life. Recurring motifs include song and prayer, rural and urban landscapes, maternal grief, and the transmission of feeling across distance. The tone ranges from ironic observation of contemporary noises and machines to serene, measured contemplation, often privileging sincere inspiration and musical phrasing over artifice.

PARTE III

GLI INTIMI SENSI

SUL CAMPO DELLA BATTAGLIA

I.

  Venimmo al bivio e:—Qui—disse la guida
    (Un veteran tedesco)—qui si ruppe
    La legion dei francesi. Entro la fossa,
    A cui bevono i prati, a cento a cento
    Incalzati cadevano travolti,
    Dai nostri. I moribondi brancicando
    Tiravan dentro i vivi e senza ponte
    Vi passò lo squadron della Gran Guardia
    Coi pesanti cavalli. Altri sul posto
    Disceser dei caduti e novamente
    Si contrastò, fin che si vide il mucchio
    Emergere dei morti e far parete
    Ai combattenti. Allor fu che dal colle
    La mitraglia tedesca e morti e vivi
    Spazzò via come volano le stoppie
    Per il campo al soffiar dell'uragano.
    Un bel colpo, perdio! ma finalmente
    Verso sera potè l'imperatore
    (Che Dio salvi) passar colla sua scorta.

* * *

  Proseguimmo pel campo. Essa era pallida
    Come uno spettro e nella mia mettendo
    La sua mano e coll'altra i lembi sparsi
    Stringendo della veste:—Ahimè!—proruppe—
    Non lasciar che mi afferrino codesti
    Poveri morti!

* * *

                  Il veteran cortese,
  A cui già sorridea dei quattro marchi
  Il lucente ideal, seco ci trasse
  Verso un ponte e:—Di qui—disse segnando
  Colla man la via lunga che discende
  La sodaglia—passò dopo la rotta
  Il sesto fanteria, quando improvviso
  Si ruppe il ponte al saltar della mina;
  Pel diavolo, un bel colpo! Ancor si scava
  E trovan ossa e ciondoli e nell'oro
  Chiusi sottili ricciolotti d'oro.

* * *

  La meschina, la man sempre nascosta
    Nella mia, balbettò tutta tremante:
    —Quali voci usciran quindi di notte
    Da queste zolle? e come sboccia ancora
    Da tanto sangue un fiore?

* * *

                              Il veterano
    Ci condusse a veder il freddo ossario
    Che raduna gli avanzi. Ergesi in vetta
    Al poggio, in mezzo ai pallidi cipressi
    La smorta cripta, a cui salì per breve
    Scala color di cenere. Un disteso
    Leon sta sulla porta e va dicendo:
    Qui riposa il valor. Escono a fregio
    D'eroico stil sull'orlo delle lunghe
    Finestre i nudi teschi degli eroi
    Avidamente per le vuote occhiaie
    Beventi il sol. Intorno scende e tace
    La mal colta campagna e tace un bosco
    Pien di sinistri agguati e di rimorsi.
    Ella si strinse anche di più vicina
    Al mio cor timorosa e mentre l'uscio
    Del buio cimitero cigolava
    Sui rauchi chiovi a palesar la ridda
    Degli stinchi, inciampò lì sulla soglia,
    Quasi in un fiero ed insolente oltraggio
    Che l'afferrasse:—Oh! lascia ch'io mi sieda—
    Disse—qui sui gradini all'aria e al sole:
    Non per questo siam nate.

* * *

                              Il veterano
    Tutta sapea di quelle tibie infrante
    L'epica istoria, e ballottando i crani
    Nella tremula man, tutta mi sciolse
    La leggenda dell'odio ch'ei ricanta
    Per quattro marchi ed un bicchier di birra
    Com'è descritta in violente note
    Sopra la scorza logora dell'ossa.

II.

  La man levata a maledir proruppi
    Allor dall'infocata ira travolto:
    —Il sol piombi feroce su quest'erbe
    Polverose, nè rivolo discenda,
    Nè rugiada sull'arida sodaglia
    A ristorar la maledetta creta,
    Che di sangue fremente un giorno ingorda
    S'inebriò. Tal sia. Possa ogni campo,
    Che vide un giorno scempio scellerato
    Far di natura e dell'umano affetto,
    Inaridir così nelle sue glebe!
    Sia maledetto il pan che da una spiga
    Sanguigna spremi e possa a' tuoi figliuoli
    Saper sì triste, che ciascun lo sputi
    In terra e sia di vermi anche ribrezzo!
    Non dei nidi di festa, non di molle
    Usignol suoni il pianto ove il ruggito
    Corse d'umane belve e scese il ferro
    La vita a lacerar nei palpitanti
    Visceri umani!

* * *

                      Consacrato altare
    È il cuor dei figli al naturale amore,
    Ove il trofeo dei padri si conserva
    E pendono le pie vostre corone
    Sempre verdi di preci e di sospiri,
    Povere madri; ma vi reca il piombo
    Rovina e morte. Maledetta taccia
    L'aria che intese e gli ultimi raccolse
    Arsi singhiozzi. Rondine non spieghi
    Per la maligna landa irta di scheltri
    Le memorie del mar liete e del cielo,
    Ma sol vi gracchi la nera cornacchia
    Dai tristi auguri e vagoli l'irsuto
    Can che la bava della febbre asciuga
    Nelle amare ginestre. Ove la buona
    Pietà fu morta, cessi anche il profumo
    Dei fiori sacri alla pietà dei morti,
    Dei fiori sacri al crine delle spose,
    Dei fiori onde l'altar si veste e ride.

* * *

  A queste mie singhiozzanti parole
    Essa mi porse lagrimosa il volto
    E singhiozzando meco:—Oh! non per questo
    Siam nate—mormorò—non per comporre
    I figli nostri trucidati e rotti
    Nell'empia sabbia! non per questo il duolo
    Del crear ricerchiamo e le vigilie
    Ansiose delle culle e non di baci
    Infiniti copriamo i tenui corpi
    (Divino incanto) e non le picciolette
    Mani atteggiam nei lacci d'una dolce
    Preghiera di perdon! non per nutrire
    Del latte nostro una terra selvaggia
    Cerchiam l'amore giovinette e tutta
    Sveliam la grazia dei sorrisi e il sacro
    Mister della bellezza. O sciagurate!
    Tutto il tesor dei seminati grani
    Per le valli del mondo un sol non vale
    Grano d'amor che germini nel core
    D'un tuo dolce fratel. Ma se di tante
    Vedovate il dolor una non pesa
    Ragion di ferro, e per le figlie nostre
    Meglio è morir di spasimo nei tetri
    Asili delle vedove speranze,
    Maledetta la man che in sen ci pone
    Il cuore e in mezzo al cor il mesto affanno!

* * *

  —Viva l'imperator! disse il canuto
    Veterano: e baciò stretta nel pugno
    La mercede che a lor frutta la gloria.

IL CANTO DELLA PIETÀ

  Essa diceva il suo dolor. La voce
    Scaturiva dal cor come un gorgoglio
    D'acque interrotte, che fan specchio al piede
    D'una pallida Niobe di marmo.
    Anch'essa nata era di carne viva
    La bella donna e quel suo cuor di sasso
    Avea pur gorgheggiato entro la festa
    Degli usignoli, quando april dischiude
    L'anima ai fiori ed escono i profumi
    Dalle selve com'onda pia d'incenso
    Verso un gran dio.

                            È allor che si diffonde
    La giovinezza per il mondo e voce
    La natura non ha che non diventi
    Armonia sulle corde d'un pensiero
    Innamorato. Il cor, come rosata
    Conchiglia tolta ai ceruli misteri
    Dell'onda, emana un mistico frastuono,
    Che vien da un'invisibile e ritorna
    A una sponda invisibile, tra cui
    Non anco rugge la tempesta umana.
    E mi dicea come morì travolta
    Dalla sterile vita in un'angoscia
    D'oltraggiate speranze, invan stringendo
    Nella man l'ombra dei fuggenti sogni
    Fatti quasi rimorsi. E non bagnava
    Il suo mesto parlar stilla di pianto,
    Ch'è pur sì dolce a chi racconta i mali:
    Ma gli occhi aperti e cristallini tutta
    Rinfrangean la mestizia del deserto,
    Ove più non ritorna ombra di bella
    Cosa passata e sol vi regna il nulla
    Che ripensa sè stesso.

                            Allor si ruppe
    La pietà del mio cor: e col mio pianto
    Lei piangendo e le gelide di marmo
    Piccole mani accarezzando, e tutta
    Spirando su di lei l'anima accesa:
  —Ch'io senta, dissi, oh ch'io per te ritrovi
    Il tuo dolor, oh ch'io per te la piena
    Versi del pianto mio sulle tue mani
    A riscaldarle: e la mia mano ardente
    Ti cerchi il cor fatto di pietra e un fiato
    Passi della pietà che mi distrugge
    Per le rigide labbra. A desolate
    Rovine è vita il pio pensier dell'uomo,
    Che le penetra spesso, onde par quasi
    Ch'escan le storie più lontane e torni
    La voce delle cose. Io so che a qualche
    Simulacro sepolto la carezza
    D'un amoroso artefice ha potuto
    La bellezza ridar d'una divina
    Luce scomparsa e l'immortal sorriso
    Che fu delizia già del mondo. O estinta
    Ove scenda la mia che ti carezzi
    Spiritual pietà, di fibra in fibra
    Trascorrerà la vita, delle spine
    Risentirai la punta e colar sangue
    Vedrò dalle tue carni e gli occhi pregni
    Farsi di pianto e trasalir le membra
    Entro i soavi spasimi—soavi
    Se ci fan questa vita anche una volta
    Ritrovar sul cammin della speranza.
  —Nulla può—mi rispose—a un corpo morto
    Pietrificato in un dolor eterno
    Dar vita e forza, non s'altri lo ponga
    Nelle fiamme del sol. In me già spenta
    È la memoria d'ogni antico sogno
    E giace il desiderio in un oscuro
    Angolo come spada irrugginita:
    Lascia ch'io posi qui sul mio sepolcro
    Statua dolente di me stessa morta,
    In fin che il tempo colla lenta ingiuria
    poco a poco il mio nome cancelli
    Dalla pietra e la gialla edera stringa
    Del mio destin la bruna urna caduta.

* * *

    Così dicendo, aprì gli occhi solenni,
    Che parver vuoti d'ogni idea e fece
    Infine al fondo a me tutta palese
    L'infinita tristezza. Un senso oscuro
    Quasi di morte allor mi assalse e curvo
    Sopra i ginocchi, al suo rigido corpo
    Appoggiato, intonai l'inno del pianto,
    A cui dal sen delle dolenti cose
    Mille voci risposero piangendo.
    Un fremito mandò scossa la selva
    Pei rami infranti e dei rapiti fiori
    Si querelò sul margine il cespuglio
    Delle rose di maggio. In un lamento
    Singhiozzando la tortora proruppe
    Dall'alto nido e raccontò l'angoscia
    Dei rotti amori. E fin dentro le grotte
    Del cavo tufo risonò la lenta
    Storia d'oscure lagrime stillanti,
    Di cui le ortiche pasconsi e s'imbeve
    L'orrida spina. Dai meandri, in cui
    S'appiatta il verme, un susurrìo di duoli

    Venne a narrar come si soffra indarno
    Di vita fin nell'ultime radici
    Poi che una legge di dolor governa
    I sostegni del mondo e sol si pasce
    Di sè stessa natura. Ecco non una
    In braccio al vento trema arida foglia
    Senza dolor, non sfiorasi una siepe,
    Ma quando autunno misero sparpaglia
    Per le fredde campagne quasi un sciame
    D'anime stanche, stridono i viali
    Che le vedon fuggir e lunghe stendono
    A lor le braccia gli alberi morenti
    Sopra i bianchi crepuscoli.

                              Più triste
    Sarìa di quest'uman gregge la sorte
    Nella valle del duol ove non fosse
    Della pietà la lagrimosa fonte
    A ristorar le forze inaridite.
    Forse a rimedio d'immutabil sorte
    E d'inconsulto error questa nel coro
    Ci pose un dio di lagrime sorgente,
    Che sovra i mali ampia trabocca e spegne
    Di molti mali il furibondo orgoglio.
    Sgorga la fonte e qual si apre al ristoro
    Della rugiada un fior consunto, un fiore
    Torna così di pallida speranza
    Sulla tomba dell'anima e diffonde
    Il non morto profumo. Essa è divina
    E vien da noi questa bontà del pianto,
    Che benedice alle morenti cose
    E le morte consacra. Ai colpi acerbi
    Della forza che strugge, una gentile
    Forza che sana contrappone e tragge
    Dall'ingiuria l'amor. Ove non fosse,
    Nido di serpi il mondo ed esecrata
    Sorte sarìa la vita e combattuta
    Ragion l'amor come tra i ciechi armenti;
    Ma la pietà che stilla e che ti avvolge
    Di lagrime in un tiepido lavacro
    Ti fa più bella pensierosa e santa,
    Alta ti posa sull'altar del duolo
    Quasi raggiante, e in te fissarsi è luce
    Al lontan pellegrin ch'erra smarrito
    Per la sassosa valle e che già teme
    D'essere morto o faticosamente
    Conduce il peso dell'inutil vita.

* * *

    Un vermiglio color corse le guancie,
    La man che ghiaccia resistea si sciolse
    In un tiepor di calde rose al sole;
    Si schiusero le labbra e fatto indarno
    Argine all'onda che le gonfia il petto,
    Proruppe il pianto vincitor dei mali.

          SOLITUDINE
  (Chiaravalle Milanese)

  Qui si apre in mezzo ai pioppi, nel profumo
    Del buon fieno, che a mucchi odora al sole,
    Il mio regno, Tacete! ogni rancore
    Di voce è spento e va lento per l'aria
    La fatica degli uomini nel lento
    Fumo dei campi. Oh quanto egli è soave
    L'errar su l'orme di sè stessi, ignoti
    Agli occhi dei saccenti! oh come il filo
    Dolce si snoda dei pensieri all'ombra
    Coperta d'una siepe! ecco ti sfugge
    Di mano il libro che portasti grave
    Di logorati sillogismi e stai
    A leggere te stesso.

                                Erra a mancina
    Una garrula allodola: si stende
    Un vol di corvi a destra, che fan lunga
    Macchia nel ciel; là svolgasi nel mezzo
    Una gloria di nuvoli d'argento.
    Piena di rotte immagini.

                                 Se l'ora
    Poi tramonta col sol dietro la rete
    D'una boscaglia che s'incendia, o suona
    Un cinguettìo di passeri raccolti,
    Senti, amico, vibrar come d'un'ala
    Di farfalla la morbida carezza
    Sulla carne del cuor. Tu nel languente
    Crepuscolo t'immergi e ti par quasi
    Di spegnerti nell'ora che si spegne.

* * *

    Ma se porgi l'orecchio, è nel tramonto
    Di quest'ora che parlano le oscure
    Cose del mondo a chi timido veglia
    Al lume d'una fede. Odi, son mille
    E mille voci ch'escono dal campi
    Ottenebrati, come se uno spirito
    Pulsasse da ciascun filo dell'erba:
    E nel passare fremon non so quanti
    Altri spiriti spessi entro la chioma
    Delle molli robinie: e luci e stridi
    Corron per l'aria nera, in cui susurrano
    Ignoti stillicidî di piangenti
    Anime che ti chiaman….

                                 Son le vostre
    Anime antiche già passate a stormi,
    Lavoratori della terra, stanchi
    Di seminare il pan duro nel duro
    Seno della natura. Or che disciolta
    È la prigion del corpo e giace in polve
    La struttura dell'ossa entro il recinto,
    Che biancheggia laggiù dietro i cipressi,
    Al morire del dì tornati le voglie
    Dei buoni spirti a folleggiar tra i solchi,
    E guizzando ti toccano, o vibrante
    Anima mia. Mi parlano e rispondo
    Un pensiero che sdegna il rauco suono
    Della parola e non sarà mai scritto.
    Che se per vago error non sbaglia il senso
    Arcano che mi fa non istraniera
    Questa tristezza, anch'io fui già del volgo
    Forse altra volta o cadde alcun dei miei
    Ne' rotti solchi. O forse in una sola
    Anima ondeggia il mar delle tristezze
    E in me percote, mormorando, il flutto
    D'antichissimi pianti….

* * *

                                 Ancor non era
    Nata in quei giorni, o verde Chiaravalle,
    Nel dolente pensier d'un cenobita
    Quest'abbazia, che in mezzo ai prati erompe
    Gotica mole e par fatto di pietra
    Malinconico sogno.

                                 O Chiaravalle,
    Quante migrar dalle tue chiostre al cielo
    Consolate colombe e quante ancora
    Vorrian fermar nelle tue nicchie brune
    Una pace che fugge! A stento il nido
    Nelle rovine tue nasconde il picchio,
    A cui lacera il cor spesso il rimbombo
    Del cacciator malvagio; e l'ombre stesse
    Del padri incappucciati (s'egli è vero
    Che si adunino a notte in mezzo al coro,
    Quando la luna luccica inquieta
    A turbare il gran sonno degli avelli)
    L'ombre dei padri esterefatte balzano
    Al reo fischiar della macchina nera,
    Che solca l'orto del convento e versa
    Bave di foco ed aliti d'inferno
    Sulla mesta Certosa. O Chiaravalle,
    Alle tue mura già scende l'insulto
    Della vita che rugge e che trascina
    Gli stridenti bisogni. Indarno all'urto
    Potran dei vivi reggere le antiche
    Mal sorrette dai santi absidi tue
    All'incalzar del tempo. Alla cresciuta
    Prole d'Adamo è scarsa aiola il mondo,
    Sì che ogni valle ne trabocca e ingombra
    È d'ogni solitudine l'asilo.

* * *

    Questi pochi che ancor restano a noi
    Viottoli deserti assai più cari
    Ci sian, fratelli, e per le ombrose vôlte
    Andiam recando i desideri e i sogni
    Cari agli dei, che il grosso volgo ignora.

IL CANTO DELL'ULIVO

Battaglia di Abba Carima

  Il tuo bel giovinetto Aldo partìa
    Per la terra dei mali un dì d'aprile,
    Mentre di rose rubiconde e bianche
    Fiorìa tutto il giardin: e ancor fiorisce
    Maggio che lui già d'Africa il deserto
    Preme sepolto… e non avea vent'anni,
    Povera madre!—il tremolante bacio
    Tu non sentisti allor che sull'arcione
    Ei balzò vigoroso e via si tolse
    Dalla soglia paterna e dagli sguardi
    Delle pallide amiche. Oh almen se morta
    Fossi e discesa innanzi a lui, tu prima
    Ad aspettarlo sull'oscuro ingresso,
    Ombra ridente, non vedrei te folle
    Nella vedova casa andar vagando
    Senza pianto a cercar, ombra mai viva,
    L'orme sanguigne del tuo figlio ucciso.
    Mai non si sazia l'egra fantasia
    Che si specchia nel reo sogno (se un sogno
    La reità può vincere del vero)
    A rinnovar le non mai viste scene
    Di dolor, di terror, di scempio atroce.
    Quando dall'ambe quando dagli acuti
    Inesplorati sassi, ove s'infranse
    Non la menzogna, ma d'Italia il cuore,
    Fur visti uscir neri nugoli densi
    Di vive fiere umane e scender quasi
    Torrenti nel fragor cupo dell'armi
    A travolger le candide coorti,
    Il segreto a cercar della fiorente
    Lor giovinezza coll'immondo ferro.

  A quest'assalto d'indomati affanni
    Arde la fronte. Una vampa ti assale,
    Misera donna, qual di sabbie aduste
    Pregne di sangue. Nell'odor del sangue
    Balzi la notte esterefatta e scalza
    Discendi a supplicar qualche rugiada
    Dal ciel che brilla immobile sul capo.

* * *

  Pace, fratelli, alle materne angoscie
    Pace preghiamo! e se la pace è tolta
    Alle torbide voglie, alti dal cielo
    Preghiamo i sonni all'umido guanciale,
    Fin che sugli occhi placido discenda
    Come lento crepuscolo l'oblio.

* * *

  Ecco dorme la madre: e per incanto
    Dagli assopiti sensi ecco fiorire
    Una verde vision di spessi ulivi,
    Tra cui sen viene in veste più che neve,
    Reggendo il tronco d'una spada infranta,
    Il suo bel giovinetto Aldo, più bello
    Dell'Arcangelo in viso e più raggiante.

  "Da una terra di sogni, ove non giunge
    "Che il sospir delle madri, a te ritorno,
    "Madre—egli dice.—Ivi l'eterno ulivo
    "Della pace frondeggia e a te un germoglio
    "Ne reco intesto a una stillante lama
    "Prendi, mia cara, e nella sacra terra
    "De' padri miei la morbida radice
    "Spargi ed il pianto delle oneste donne
    "Le sia ruscello. A seminar l'ulivo
    "Ti porgo il ferro della fredda lama,
    "Che penetrò quest'ossa e vi si ruppe.
    "Ove del bianco ramo esce in tenera
    "Ombra, rinasce il suon delle canzoni,
    "Danzano i cuori, il negro sen la terra
    "Schiude al tesoro del crescente pane,
    "Ritorna il lento faticoso ardire
    "Del ben oprare, che il furor di pochi
    "Sgomina spesso e il vaniloquio assorda:
    "Dell'umano alvear vola il ronzio
    "Lieto, frequente, a sparger la dolcezza
    "Che il sacro fiore della vita emana.
    "Olio stilla il bel ramo e il lume scende
    "Dalle lampade ai libri, ai miti altari,
    "Alle nebbie dei secoli. Di questo
    "Amabile arboscel sparsa la via
    "Fu di Cristo quel dì che al mondo sparse
    "La nuova legge, ah non compiuta, e invano
    "Scritta nel libro, o sacerdoti, e in oro
    "Scolpita invan nelle marmoree imposte,
    "Se vivente non sia legge dei cuori.
    "A voi madri, a voi spose, a voi sorelle,
    "Serbato è il seminar questa di pace
    "Viva radice all'ombra dell'amore,
    "Che per voi crescerà grande coi rami
    "Sopra le case e le dormenti culle;
    "Ma non si posi il sacrosanto bacio
    "Della donna sull'orma empia del sangue,
    "Nè il dolce amplesso la fatica onori
    "Di chi sogna lo strazio empio dei corpi
    "E il fluttuar del sangue e le nequizie
    "Oscure della Morte.

                               "Noi per sempre
    "Caduti il lacrimar poco ristora,
    "Ma ne ravviva il pio pensier dei vivi,
    "Se dal nostro morir tranno argomento
    "Di futura giustizia. Anche la morte
    "È un proceder avanti, è un mite sogno
    "Che rispecchia gli eventi ancor non nati,
    "Se dalle tombe sanno estrarre i vivi
    "L'idea sepolta e dispiegarla al sole."

EVOCAZIONI

I.

  Chi togliere mi può questa possanza
    Ch'eccita il core delle morte cose?
    Se un dio si agita in me, ben alla forza
    Che schiaccia il mondo io mi ribello e balzo
    Sopra il dolor e là dove trascorsa
    È poc'anzi la Sfinge scolorita
    Figlia di morte col massiccio carro,
    Del mio pensier (io magico poeta)
    Suscito i fiori e a nuove danze incito
    Le figlie del mio sogno. Inutilmente
    Tenta intralciarmi di sua spine il passo
    L'orrida selva, oppur di sue tristezze
    Accumulate mi fa cerchio e muro
    L'ora che passa. Il mio poter s'innalza
    Incontro al fato e dalla morte chiamo
    Fonte viva d'immagini viventi.
    A lor io mi accompagno e vo superbo
    Del mio corteo, qual simile non ebbe
    Il gaio re della leggenda Arturo
    E nessun dei dipinti Saladini,
    Che di Georgia trassero e di Samo
    Le più candide spose. Io son tal sire
    Nell'ampio regno del pensier, che tutte
    Meco trascino le letizie e i giochi
    Che infiorano le culle. Io d'ogni bionda
    Pargoletta che ride esser presumo
    Fratello e d'ogni bimbo ingenuo amico.
    Chi può vietar che al core del poeta
    Scenda la voce e l'innocente invito
    Dei fanciulli che chiamano? e chi vuole
    Un amplesso intralciar d'anime amanti?

II

  So che beato estimasi tra i pochi
    Chi stringe nella man la chiave d'oro,
    Ch'apre gli scrigni del pensiero e svela
    Il tesor degli affetti e le riposte
    Gemme della sapienza.

                               Anche beato
    Chi può del libro rompere i suggelli
    Che di Natura l'ultime contiene
    Immobili ragioni e chi alla fonte
    Può ber della Virtù, dove di quercia
    Incoronata sta la veneranda
    Esperienza, che le sempre eguali
    Leggi ritrae con giusta mano e fila.

  Ma più beato chi del cor dirige
    I dolci incanti a suscitar le larve
    Delle remote o spente illusioni,
    A richiamare i tramontati giorni
    Nella veste raggiante e sa dei morti
    Baci evocar le timide fragranze,
    Come allor che la vita altro non era
    Che un fior di più nel semplice giardino
    Di giovinezza. Al rifiorir di queste
    Essicate memorie, io non so come,
    Sento che tutta l'anima s'inebria
    Di savia gioia e sembra che il ricordo,
    Ombra del ver, scenda del ver più bello.

  Io la serbo nel cor questa parola
    Ch'apre le fonti alla dolcezza e chiama
    Tutti gli erranti spiriti che vanno
    Per la luce e per l'ombra. Ecco, s'io dico
    Il sacro motto, a me tornan le belle
    Donne che alla tristezza di Natura
    Intessero un sorriso e tutte passano
    A me davanti colla man gittando
    In mezzo a molti fior frasche d'ulivo:
    E passan le gentili a te facendo
    Molle la strada, per la qual tu scendi
    Estrema, nel dolor cinta, ma in pace
    Tra le modeste ancelle dell'amore.

  Chi trattener vi può nella leggiera
    Procession che sfila sotto l'arco
    Ch'io v'innalzo, o divine visioni?
    E qual nembo è sì forte che vi possa
    Sgominar nel pensier che vi rimena
    In terra? Ancor se il mio voler indugia
    A ripeter l'incanto, ecco ch'io traggo
    A me vassalli quanti cavalieri
    Portar la grazia del valor dipinta
    Nei bianchi scudi e furono di dame
    Pallide grazioso patimento:
    E par che al lor trascorrere risuoni
    Il rumor del torneo misto ai singhiozzi
    Delle mandole. E voi dal tempo chiamo
    E voi governo, ombre sepolte all'ombra
    Dei vecchi monasteri, illividite
    Nei passeggiati marmi, invan da mille
    Anni consunti nelle cripte e spenta
    Fin nella mente degli scribi illustri,
    Che di vostr'ombra pascono la scarna
    Gloria che li fa vivi. E vanno i canti
    Per l'alte ogive e fremon le dipinte
    Finestre al pio riverbero che emanano
    I dischiusi sepolcri. A cento a cento
    Escono le devote anime bianche
    Delle mistiche spose a cui fu sposo,
    Il morto in croce e talamo l'avello.

* * *

  È questa la virtù, madre, che spesso
    Mi mena a favellar presso la sponda
    Del tuo riposo all'ombra d'una tenera
    Edera affettuosa che ti abbraccia
    Per amor mio. Colà dove ti è dato
    Dal ciel per premio di sognar te stessa
    Nel silenzio campestre, odo la nota
    Voce che parla. Nel morir del sole
    Vedo l'immagin tua venir tra l'erbe
    Folte nel mezzo alla fiammante festa
    Dei fior di prato, onesta apparizione
    Più vicina al mio cor che mai non fosti,
    Come ogni cosa che dal cor germoglia.

  "Il dolce immaginar caro ti sia—
    —Sento che dici—più che il vero e il fasto
    Dei chiassosi trionfi. A te sia bello
    Richiamar quel che fugge e far coi fiori
    Del tuo pensier ghirlande a' figli tuoi.
    Altri dai vivi a mendicar si affanni
    La carità del vivere, o se piace,
    Un lumicin di fatua gloria errante
    Entro le stoppie. A te sia pane e luce
    Il santo giusto che per sè risplende:
    Nè ti spiaccia seder spesso coi morti
    Pensoso ad ascoltar quel che la terra
    Racconta al ciel, a cogliere virgulti
    Molli di pianto, a riempir le mani
    Di speranze a chi va senza conforto
    Per le strade del mondo.

                                 Alcun t'invidi
    Nella vecchiezza tua, quando d'intorno
    Rifiorirà la selva delle belle
    Cose pensate e nel varcar la soglia
    Ti verrà dietro l'ultima speranza.

LE ORE DELLA VITA

Disciolto il vago sogno, esco pei campi sotto la neve e nella nebbia occulti, quasi occulto a me stesso o a me sol noto quanto basta per dir: son un che piango, Per il nudo deserto in ordin mesto mi seguono, lasciando dietro un solco di tristezza nel pian candido, i morti pensieri della vita e quei che all'alba del primo gioco giovanil sereni nunzi di glorie e fantasie di pace all'innocente cor disser le prime insidie e quelli che al maturo senso schiusero il mito delle eterne cose. E seguon lagrimando, angeli vinti nella breve battaglia intorno al vinto lor signore, le rotte ali strisciando alle ruvide spine. Escono al pianto nostro dalla socchiusa urna del Tempo l'Ore cadute, che passar nel regno della mia vita luminose o brune, e ognuna a ricordar alza la voce quel che già fummo.

* * *

"Io son—una ricorda— l'ora del Sogno. Io son quella che i casti giorni dipinse e suggerì le rime preludiando all'amor. Se ti rimembri, molto ti piacqui in sul fiorir degli anni, allor che mi traevi ramingando per vie solinghe a ricamar la trama de' reconditi boschi o di solinga tomba a baciar le squallide viole. Nella vergine veste a te le immagini spesso recai, che ti facean dal forte sonno balzar ed allungar la mano a rosei lembi ed a fuggenti chiome.

* * *

"Son io—mi dice una seguente voce— l'ali fremente dell'amor son io, Ora che mai si oblia, quella che prima raccolsi sul bocciuol d'un rugiadoso labbro il singhiozzo d'un soave affanno, soave ancora a ricordar. La bella mal renitente a te sporse la bocca molle d'ogni dolcezza, onde fu a lungo inebriata poi, lieta di canti, l'aurora del tuo maggio e a lei men triste degli anni brevi il pallido tramonto.

* * *

"Io te guidai per la superba via e forte in man ti equilibrai la spada della Giustizia—un'altra erra dicendo in ton più grave.—Del voler ti cinsi i fianchi il dì della battaglia e l'ira t'armai di solitudine sdegnosa contro il volgo dei mali. Io nelle gare de' vili il core ti sostenni e stetti fiera in disparte a ritemprar la forza dei sacri sdegni. In altro scudo io penso non brami d'esser collocato il giorno che, nudo in terra, ma la fronte al cielo cadrai.

* * *

"Deh, non fuggir quel che ti attrista Io, io del tuo Dolor l'Ora più fiera col mio singhiozzo non dovrei nell'ombra rinnovellare i gemiti e gli auguri… (così se stessa una dolente accusa). Al cor molle di gioie e di speranze io stesi il dito acuto e tanto il tenni fin che quasi lo spensi. Amor e fede ne strappai spaventosa e al suol, non morto, ma sanguinante ti lasciai nel sangue della tua vita alla pietà dei buoni umil bersaglio. Ma del ben ti schiusi l'intime fonti e nel tuo pianto immersa i lenti moti dirizzai de' sensi a seguir della logora mestizia i passi tra i bisogni aspri de' miseri, chè scuola è il nostro mal ai mali altrui. Io non già t'insegnai l'orride piaghe a denudar del volgo e a far d'un cencio alta bandiera all'irritante musa, ma dal palagio all'umil tana a dito mostrai qual sia del vivere lo stento e il signorile affanno.

* * *

"Ed io, mi guarda, amico, io son la mite Ora che prega, che teco inginocchiata, ove il materno occhio vegliava, il tenero sospiro della Fede sorella al sen raccolsi. Andar senza di me, forte non lieto, sciogliesti poi, nume a te stesso. E ancora sulla soglia ti aspetto ove negletta mi lasciasti, se mai d'una cocente stilla di sangue ti lacrimi il cuore, o se disperazion dai desolati cieli più nera piova. Invan tu speri dimenticarmi. A chi bevve profonda la mia dolcezza in sul mattin, più lunga di me nel vespro tornerà la sete.

* * *

"Volgiti lieto al mio chiamar. All'opra sempre desta tu vedi in me la pronta Ora del tuo Lavor, madre a robuste speranze, quella che ai cresciuti danni porsi il ristoro dei raccolti frutti, che all'ombra edificai d'una sicura coscienza del tuo vivere la casa. Sai come al martellar forte e frequente si scosse il tuo vigor: dalle riposte fantasie scaturì qualche non rozzo simulacro e l'idea venne all'incude del sonante lavor docile ancella.

* * *

"Ed io son l'Ora del Dover—(sommessa parla un'ultima voce)—umile vissi nella tua vita e taciturna; scarse lodi raccolsi; di ragion ministra me di me stessa mi contento e pago".

* * *

Questo dell'Ore che fuggir il grido tra il doloroso e il lieto, a cui tra il lieto risposi e il doloroso:—O mie fedeli, o del mio viver sacre e benedette sorelle, il ricordar dite che giova? voi ben sapete come voli il tempo e in picciol spazio irrigidisca il labbro delle parlanti cose. In aria un segno di voi, di me non resterà più vivo di quanto lasci nel volar la nera rondinella che passa. Ove il più bello ci venga tolto e in particelle, in polve volga di noi la più divina parte, qual gioia il dir: noi fummo? e quale il vanto d'aver coi mali avuta inutil guerra? ogni cosa vien meno e tutto oscura un'estrema d'Oblìo ora che tace sopra gli stessi mali eternamente.

* * *

"Non vano esser vissuti!—a me col pieno coro rispondon le vaganti amiche— non vano, ove in gentil opra di bene si perpetui l'affanno. Anche se sciolta e sparsa al vento è la dolente polve, erra come di fior morto il profumo nella stanza dei vivi. A un Nume è sacro, non a sè quell'incenso che dall'ara sale continuo nella oscura cella, nè inutil scende la rugiada all'erbe che poi dissipa il sol. Non a sè stessa edifica la pietra. Al tempio giova non men l'ignoto che sepolto giace coccio sotto le basi e il crisolito ardente che prostrato il volgo adora. Ogni Ora nasce quando è il tempo e ognuna scende dell'infinito Essere in grembo di sua ragione coronata in fronte in una tenue, che all'orecchio sfugge del querulo mortal, vasta armonia. Nulla è vano, fratel. Non la stanchezza che mosse della terra i lenti semi, non il pianto che largo li feconda, non la morte che scioglie e riconduce il mister della vita. Alza la speme, chè a chi vien dietro non è vano il solco di chi prima passò. Migrano a sciami associati gli spiriti, siccome scendon nel freddo tempo in lunga riga gli stornelli a portar salva in più caldo lido del caro stuolo la speranza. Non ognuno per sè, ma ognun sorregge della stirpe il destin colla brav'ala non mai stanca, che tremola all'invito degli spazi del ciel ampi e del mare".

FUNERALE BIANCO

IN MORTE DI IDA DONATI

luglio 1895.

  Giovani amici e giovinette in pianto
    Precedono il trionfo della Morta
    Per l'ampie strade. Il ciel ride giulivo,
    Mentre lenta si avanza la coorte
    Dal dolor disarmata, a cui la rigida
    Non conosciuta man ha tolto il vivo
    Fiore d'una speranza. Erra il profumo
    Per l'aria delle mille rose bianche,
    Che per amor di lei voller morire
    Sulla pallida testa. Il popol scarso
    Che stette all'ombra delle case in questo
    Giorno chiaro di festa, al venir lento
    Guarda del carro, e guarda i fiori e i bianchi
    Visi delle compagne e—Addio, mia cara….
    Dice ciascuno in cor, chè ognun ritiene
    Sua figlia ogni fanciulla che si avvia
    Al camposanto. In ogni giovinetta
    Vita che muore ognun sente morire
    Sè stesso, o almen di sè la più ridente
    Memoria e coll'ignota si accompagna
    Bara che passa quasi lagrimando.
    Una spenta dolcezza.

                    A questo incanto
    Giova il saper che bella era e gentile
    La verginella ora caduta in grembo
    Alle funebri rose e giova il dire;
    "Questa che passa avea libata appena
    La gioia che fa bello ogni sorriso
    E soave ogni lagrima. Non una
    Ora bruna volò di triste augurio
    Intorno al capo giovanil che dorme
    Senza rughe e senz'ombre. Inesplorato
    Enigma a lei fu della vita il senso
    E amor (l'antico tempestoso affanno)
    Non fu per lei che un sogno mattutino.
    Col suo pensier il suo bel corpo passa
    Come puro alabastro al culto eterno
    Di purissimi spiriti. Non cadde
    Per forza, no, di vento o di tempesta,
    Ma come si disfiora un ramoscello
    Nel chiaro specchio d'un ruscello vivo,
    Sì che la vita sua continua e scende
    Di core in core in una fresca idea
    Di giovinezza".

* * *

                A quante più leggiadre
    Candide fantasie passan nei sogni
    Dei poeti gentili il nome presta
    E le sembianze un'innocente morta,
    Che poi ritorna rivestita e ardente
    Di gloria a noi. Così non cadde il sogno
    Amoroso di Dante nel trionfo
    Di Beatrice morta e va soave
    Nel triste verso il nome di Nerina:
    Così per voi tra i vivi si perpetua
    Il culto della Grazia, o a noi rapite
    Ancor ridenti nell'esiguo fato
    Di pochi aprili!

* * *

                Alcun che a notte muta
    Si smarrì tra gli avelli, ove più folti
    Erano i gigli nelle nivee tombe,
    Sentì voci tornar come di canto
    Dolcissimo e fuggir vide una luce
    Palpitante nel sasso, in cui rifulge
    Il nome delle belle adormentate
    Nel silenzioso oblio.—"Noi siam le vostre
    Sopite illusioni ma non spente—
    —Dicevano le voci—e nei scolpiti
    Nomi fermiamo l'ideal che fugge.
    Noi la bellezza siam che mai non ebbe
    Dal tempo insulto o da infedeli amanti,
    Noi siam la vostra giovinezza immota,
    O padri stanchi e declinanti, e il vostro
    Giovine core a custodir siam morte:
    Per voi serbiamo in ogni tempo un fiore
    Di bel ricordo e allo scoccar dell'ora
    Ultima, allor che la speranza cade,
    Da questi tabernacoli di marmo
    Angeli vostri usciamo luminose
    Di nostra luce a rischiarare a voi
    La tenebrosa via, per cui sì triste
    È l'andar soli e l'arrivare ignoti".

LAGRIME

Dopo la morte della figlia Cesarina.

IL TRISTE RITORNO

  Caro è fuggir la stanca afa d'agosto
    Per voi cercar, e quete ombre dei faggi,
    Scossi e ridenti al tremolo
    Rezzo che manda a voi l'umida valle.

  Caro volger le spalle
    Al fragor della gente e al vasto tedio
    Che il piano ammorba per trovar voi, care
    Ombre nere dei pini, sulla via.

  Lasciato indietro il mare
    Delle cure in tempesta, ecco qui snodasi
    Dietro il clivo la pace e vien innanzi
    Sparso di suoni un bel pascolo verde.

  Il sentierol si perde
    Tra le roccie lassù, lambendo il margine
    Della chiesetta, albergo alto ed aperto
    Alle rondini pie. S'incurva al basso

  Dove coll'acque si trastullan l'anatre
    Un ponticel co' pie' tra sasso e sasso:
    Ivi il molino innalza
    Tra verdi spruzzi ed urti il soffio ansante.

  Or non fa l'anno ed io salìa la balza
    Di questi monti e meco era una tenera
    Fanciulletta cantante….
    Or sola è l'ombra mia lungo la via.

  Voi ridete del vostro verde eguale,
    O prati, o boschi, e sotto all'arco provano
    L'ali le spesse rondini al ritorno,
    Che già le chiama il mare.

  Rota e ripete la sua nota il rauco
    Operoso molin tra l'acque chiare,
    Che nuovo pane a nuovi figli appresta.
    Io sol vo stanco e solo

  Cercando invan la mia canzon. In questa
    Foggia il ritorno è un picciolo morire.
    O voi, ombre, prendetemi
    Dei cipressi davanti al muricciolo.

* * *

  Era cara con lei questa segreta
    Stradella, che nei campi umile gira,
    La mattina di maggio e nella queta
    Ora che il vespro tra gli alberi spira.

  Nella mestizia mia correa giuliva
    La sua parola come un'acqua chiara
    Tra lenti sassi garrula si avviva.

  Della tristezza dissipato il fosco
    Velo, sentivo nella voce cara
    Rider le cose, gorgheggiare il bosco.

  Ancor tra i campi cerco la segreta
    Ombra là dove il mio dolor mi attira:
    Ma tace il torrentel, chiusa è la meta,
    E un gran tramonto nell'anima spira

* * *

  Ombre placide e molli, ombre silenti
    Del bosco, io vi ritrovo e trovo insieme
    Quel che passò tra voi nell'ore estreme
    Della mia gioia e de' bei giorni spenti.

  Qualche cosa di mio tra le piangenti
    Vostre foglie va lieto ed erra e freme,
    Tal che il mio core, desiando, teme
    Di rivivere in voi l'ore ridenti.

  Una voce, destando echi lontani,
    Par che mi chiami in quella parte e in questa
    Ove più folto perdesi il viale:

  E i passi guida affascinati e vani
    In mezzo ai tronchi un'agitarsi d'ale
    Ed il fuggire d'una rosea vesta.

* * *

  Mentre le luci di mia vita a poco
    A poco si spegnevano nel muto
    Crepuscolo degli anni e mentre fioco
    Moriva il sol di nuvoli involuto,

  Mia cara lampa, io ben sperai che al fuoco
    Avrei della tua fiamma ancor potuto
    Toccar le corde coll'antico gioco
    E cader sul mio povero liuto.

  Alla tua luce avria la stanca mano
    Scosse l'ultime note e men dolente
    Saria finito il salmo della vita.

  Or che sei spenta erra la man smarrita
    Nel desolato buio eternamente
    A ricercar le vecchie corde invano.

* * *

  Tutta bianca al tornar del nuovo aprile
    Fiorìa la siepe e tiepida fluiva
    Per ogni verde riva
    La tua fraganza, o violetta smorta.

  Per queste balze andava essa gentile
    Cogliendo fiori come in un giardino,
    È morto il biancospino,
    Morta è la siepe insiem da ch'ella è morta.

  Non più pei freschi rugiadosi seni
    Di questa valle, ov'ella corse e scese,
    Ancor dal sole accese
    Le rosette vedrò che il maggio porta.
  Aridi e spenti, sol di stecchi pieni,
    Rivedrò i boschi e serpeggiar le ortiche
    Nel folto delle spiche:
    Chè tutto è morto qui da ch'ella è morta.

VOCE DALL'ALTO

  Dalla mia spoglia uscita
    Or batto l'agil volo,
    Non in un angol solo
    Del ciel, com'io credea,
    Ma vezzeggiata idea
    Dovunque il tuo pensier mi cerca e brama.

  Nel Dio che a sè mi chiama,
    Che in ogni stella splende,
    Lo spirito si accende
    Della mia vita corta:
    Seco mi tragge e porta
    Ovunque il tuo pensier erra e riposa.

  Quel che la bianca rosa
    Dolce profumo esala
    Son io: son io dell'ala
    Il frullo accanto al nido;
    Son io percossa al lido
    L'onda che lenta mormora e sospira.

  Nella sua dolce spira
    Il venticel mi vuole,
    Senton le mie parole
    Le foglie scosse e i rami,
    Tutto che cerchi ed ami
    Di me racchiude una memoria, un'eco.

  Quando tu piangi, teco
    Intenerir mi fai:
    Se al poverel tu dai
    La tua pietade io sono;
    Io sono il tuo perdono,
    Io son di te quel che giammai non muore.

  Strette in un solo amore,
    Fiamme d'un solo Iddio,
    Tu sulla terra ed io
    Dal ciel donde scendea
    Siamo la stessa Idea,
    Che vince d'ogni morte ogni furore.

* * *

  Pianger perchè?—se mia fortuna piangi,
    Giusto non sei, nè pio,
    Che tutta nel morir recai finita
    La gioia di mia vita.

  Pianger perchè?—se il mal che mi fu tolto
    Piangi, ed accusi Iddio
    Se per assenzio mi fu dato miele,
    Il piangere è crudele.

  Pianger perchè?—se questo pianto amaro,
    Ch'ora ti solca il viso,
    Non proverò giammai, non è pietosa
    Invidiabil cosa?

  Pianger perchè?—non dir: Morte ha diviso
    Di polvere due grani;
    Ma ricongiunse in suo voler potente
    La goccia alla sorgente.

* * *

  Or sai più cose che non t'eran note
    Prima e che forman la tua scienza nuova:
    Sai che il dolore quanto più percote
    Del cor le forze invigorisce e prova.

  Sai che cenere e fumo, ove le vere
    Cose s'infiamman, son le cose vane:
    Che come gemma tra le scorie nere
    Tra i fuggevoli beni amor rimane.

  Sai quanto amari son del pianto i rivi,
    Che i dolori trascinano del mondo,
    E quanta forza danno i morti ai vivi
    A portar la speranza fino in fondo.

  In mezzo al rombo degli umani guai
    Dolce rifugio sai che aspetta e tace
    Oltre il Tempo la Morte: ed anche sai
    Come sorrida un angelo di pace.

LE VISIONI DEL CIECO

I.

  Solo presso lo scoglio, ove il dolor mi lega,
    vedo nel vuoto abisso passar gli anni caduti
    e le cadute cose.

  Giran le spente occhiaie qua e là dentro la bruma
    dell'ombra che mi serra e, brancicando, ancora
    qualche fantasma io stringo.

  Nell'addormito spirito, quale su mar deserto
    repente un alcione candido irrompe, il cieco
    così della mia tenebra

  Orror fende una donna, uno splendr che i muti
    segni richiama e suscita delle memorie spente
    nel gran mar delle lagrime,

  Quale si annuncia candida, qual sorge dalle fonde
    acque in un riso tremulo che luccica sull'acque
    e in sen dell'acque specchiasi

  Aurora rinascente, così donna più bella
    non parve ad occhi vivi. Pei rivoli del pianto
    tutta m'inebria l'anima.

  Va dalla riva all'ultima onda una via lucente,
    in cui scende l'immagine bianca ad un dolce invito;
    onde convien che il gracile

  Corpo io raccolga e rotte l'ultime inerzie, segua
    la folgorante traccia, in fin che morto io tocchi
    del mar l'ultima riva.

II.

  Fanno nel cielo bianco i curvi rami
    della selva, che molta neve ingombra,
    de' vani, sottilissimi ricami.

  Per i viali della terra, sgombra
    d'ogni speranza, passa una mortale
    tristezza, che il candor del suolo adombra.

  Lugubri augelli van sbattendo l'ale
    contro i gelidi tronchi. Io piango. È questa
    la morta selva piena d'ogni male.

  Torna la donna in una verde vesta,
    che tiene un molle ramicello in mano
    e vien benedicendo la foresta.

  Non cade, no la sua pietade invano
    nel rigido dolor, ma il segno santo
    della prudente piccioletta mano

Alla tristezza scioglie il duro incanto.

III.

  Ogni nebbia si dissipa e prevale
    il sol che nasce da un bel mar turchino,
    entro la selva che mutò colore.

  Approdan vele stanche al litorale,
    donde scendono donne nel giardino,
    che fa la selva tra le piante in fiore.

  Hanno nel viso le signore sante
    le soavi memorie e reca ognuna
    un picciol vaso di preziosa essenza.

  Per i viali muovono le piante
    senza versar dai corpi ombra veruna
    come di sogno molle evanescenza.

IV.

  Vanno le donne angeliche nell'alta erba fiorita
    in lagrime la cenere strisciando di lor veste,
    E morta, ma ridente nel suo splendor celeste,
    portano una fanciulla tra i gigli impallidita.

  Di soave tristezza inebriate, il suono
    mandan le bianche voci. L'anima sofferente
    le segue umile e casta del pianto alla sorgente,
    ove le belle attingono la grazia del perdono.

  Presso la soglia candida, da cui l'onda deriva,
    si prostra il fiero sdegno, l'ira si prostra cieca:
    più t'immergi nell'acqua che la fontana reca,
    più la fanciulla morta a te ritorna viva.

  "Io sono la speranza nata dal tuo piacere,
    ho il sol dentro ai capelli e molte spine ai piedi:
    io son la pura essenza di quel che pensi e credi,
    l'anima profumata son delle cose vere.

  "Morta son viva e passo nei sogni del mortale,
    spargendo colle mani aperte la semente
    di nuovi sogni. Io sono la bella sorridente,
    che stillo eterni aromi dai morti fior del male."

V.

  Venian per la selva silente
    Con passo dolente le donne,
  Non vive, ma come sottili
    Fantasmi gentili nel viso.
  Mi cinser la testa pietose
    D'un olio di rose soave:
  Mi tolser la nebbia che ingombra
    Lo spirto com'ombra letale,
  E—Figlio—mi dissero—Ave!

* * *

  Noi siamo le eterne sorelle
    Noi siamo le belle immortali,
  Che sciolto il mister della Sfinge,
    Di morte non spinge la mano.
  Ci accoglie la selva divina,
    Che verde sconfina nascosa
  Ai cupidi sguardi dei vivi
    Di rose e d'ulivi fiorente:
  Riposa, riposa, riposa.

* * *

  Solleva lo sguardo smarrito
    Ascolta l'invito piacente:
  Dal monte chi rotola in questa
    Eterna foresta rivive.
  Per balze scoscese e dirotte
    Stancasti la notte: sei vinto.
  Riposa, riposa, riposa.
    L'effluvio di rosa immortale
  Richiami lo spirito estinto.

* * *

  Chi beve all'eterna fontana
    Che limpida emana da Dio
  S'inebria di santa certezza,
    Gli anelli disprezza di morte.
  Piantate per sempre le tende,
    L'affanno distende di un'ora.
  Ristora nel placido oblìo
    Lo stanco desìo, dell'alma
  Le crude ferite ristora.

VI.

  Le belle voci e il vago incantamento
    Aprir nel sasso la feconda vena,
    Che corse come un rivolo d'argento.
  La risorta fanciulla, a cui serena
    Splendea la pace nel raggiante viso,
    Mi die' dell'acqua colla mano piena,
  Reggendomi degli occhi col bel riso.

* * *

  Inebriare è pallida parola,
    Se il dolce esprimer vuoi di paradiso,
    In cui mi trasse la gentil carola.
  Ma non dirò del sovrumano amplesso
    Ond'io fui cinto e della bianca stola
    Che me condusse fuori di me stesso.

* * *

  S'anco è sognare, o miseri mortali,
    Questo cieco veder che n'è concesso,
    Se spento è il sole, resta il cielo all'ali.

PREGHIERA

  _Quando verrà quel dì… quel dì, Signore,
  Che vorrete con voi l'anima mia,
  Fata che presso al letto del dolore
  Venga a seder la santa Poesia.
  Essa, che tutti sa di questo cuore
  I desiderii, colla grazia pia
  Farà che la tremante ora fatale
  Passi sotto un bell'arco trionfale.

  Di giovinetti tutti i casti ardori,
  Che in rima chiusi tante volte e in prosa,
  I veduti tramonti e i bianchi albori
  Del cielo ed ogni più ridente cosa,
  Le fanciullette amate e i baci e i fiori
  Svaniscon meco in un color di rosa:
  E nella notte che starà davanti
  Scenda la luce dei sognati istanti._

INDICE

PARTE PRIMA

Al lettore, Pag. 7

I segreti pensieri.

  Preludio: Canta l'usignuolo, " 13
  A una giovano poetessa, " 15
  Litanie vecchie e litanie nuove, " 17
  Il telegrafo sulla montagna, " 21
  La trasmissione della forza elettrica, " 24
  A un vincitore in un duello, " 27
  Ora di tedio, " 30
  Il tempo e la mano, " 32
  "Per quarant'anni parroco", " 35
  L'agnellino dorme, " 39
  Il contadino—Cantilena, " 42
  Conca alpina, " 44
  Il rosario della nonna, " 46
  La capra ed io, " 49
  La fanciulla benefica, " 53
  Il fiume e la vita, " 56
  Ad un generoso signore, " 61
  Il cantoniere, " 65
  A un vecchio crocifisso, " 68

PARTE SECONDA

Le vaganti immagini

  Cantilene di Natale, " 73
  La chiesetta, " 76
  Canzonette di primavera, " 77
  Lasciamole volar, " 79
  I consigli del vecchio marinaio, " 83
  Il maestro contento, " 85
  La villetta chiusa " 89
  Dopo la pioggia " 91
  Il funerale del povero " 93
  Il fabbro " 96
  I vecchietti " 98
  Le due poesie " 100
  La sartina " 103
  Angelina " 105
  Maria " 106
  L'acqua e il sasso " 108
  Il sorriso " 109
  Predichetta " 111

Feste e glorie

  Brindisi dei tipografi " 115
  A Victor Hugo (salmo) " 120
  All'Italia " 123
  Ode a Verdi " 127
  Alla tomba di Re Vittorio Emmanuele II " 132
  I fratelli Cairoli " 137