PARTE III
GLI INTIMI SENSI
SUL CAMPO DELLA BATTAGLIA
I.
Venimmo al bivio e:—Qui—disse la guida
(Un veteran tedesco)—qui si ruppe
La legion dei francesi. Entro la fossa,
A cui bevono i prati, a cento a cento
Incalzati cadevano travolti,
Dai nostri. I moribondi brancicando
Tiravan dentro i vivi e senza ponte
Vi passò lo squadron della Gran Guardia
Coi pesanti cavalli. Altri sul posto
Disceser dei caduti e novamente
Si contrastò, fin che si vide il mucchio
Emergere dei morti e far parete
Ai combattenti. Allor fu che dal colle
La mitraglia tedesca e morti e vivi
Spazzò via come volano le stoppie
Per il campo al soffiar dell'uragano.
Un bel colpo, perdio! ma finalmente
Verso sera potè l'imperatore
(Che Dio salvi) passar colla sua scorta.
* * *
Proseguimmo pel campo. Essa era pallida
Come uno spettro e nella mia mettendo
La sua mano e coll'altra i lembi sparsi
Stringendo della veste:—Ahimè!—proruppe—
Non lasciar che mi afferrino codesti
Poveri morti!
* * *
Il veteran cortese,
A cui già sorridea dei quattro marchi
Il lucente ideal, seco ci trasse
Verso un ponte e:—Di qui—disse segnando
Colla man la via lunga che discende
La sodaglia—passò dopo la rotta
Il sesto fanteria, quando improvviso
Si ruppe il ponte al saltar della mina;
Pel diavolo, un bel colpo! Ancor si scava
E trovan ossa e ciondoli e nell'oro
Chiusi sottili ricciolotti d'oro.
* * *
La meschina, la man sempre nascosta
Nella mia, balbettò tutta tremante:
—Quali voci usciran quindi di notte
Da queste zolle? e come sboccia ancora
Da tanto sangue un fiore?
* * *
Il veterano
Ci condusse a veder il freddo ossario
Che raduna gli avanzi. Ergesi in vetta
Al poggio, in mezzo ai pallidi cipressi
La smorta cripta, a cui salì per breve
Scala color di cenere. Un disteso
Leon sta sulla porta e va dicendo:
Qui riposa il valor. Escono a fregio
D'eroico stil sull'orlo delle lunghe
Finestre i nudi teschi degli eroi
Avidamente per le vuote occhiaie
Beventi il sol. Intorno scende e tace
La mal colta campagna e tace un bosco
Pien di sinistri agguati e di rimorsi.
Ella si strinse anche di più vicina
Al mio cor timorosa e mentre l'uscio
Del buio cimitero cigolava
Sui rauchi chiovi a palesar la ridda
Degli stinchi, inciampò lì sulla soglia,
Quasi in un fiero ed insolente oltraggio
Che l'afferrasse:—Oh! lascia ch'io mi sieda—
Disse—qui sui gradini all'aria e al sole:
Non per questo siam nate.
* * *
Il veterano
Tutta sapea di quelle tibie infrante
L'epica istoria, e ballottando i crani
Nella tremula man, tutta mi sciolse
La leggenda dell'odio ch'ei ricanta
Per quattro marchi ed un bicchier di birra
Com'è descritta in violente note
Sopra la scorza logora dell'ossa.
II.
La man levata a maledir proruppi
Allor dall'infocata ira travolto:
—Il sol piombi feroce su quest'erbe
Polverose, nè rivolo discenda,
Nè rugiada sull'arida sodaglia
A ristorar la maledetta creta,
Che di sangue fremente un giorno ingorda
S'inebriò. Tal sia. Possa ogni campo,
Che vide un giorno scempio scellerato
Far di natura e dell'umano affetto,
Inaridir così nelle sue glebe!
Sia maledetto il pan che da una spiga
Sanguigna spremi e possa a' tuoi figliuoli
Saper sì triste, che ciascun lo sputi
In terra e sia di vermi anche ribrezzo!
Non dei nidi di festa, non di molle
Usignol suoni il pianto ove il ruggito
Corse d'umane belve e scese il ferro
La vita a lacerar nei palpitanti
Visceri umani!
* * *
Consacrato altare
È il cuor dei figli al naturale amore,
Ove il trofeo dei padri si conserva
E pendono le pie vostre corone
Sempre verdi di preci e di sospiri,
Povere madri; ma vi reca il piombo
Rovina e morte. Maledetta taccia
L'aria che intese e gli ultimi raccolse
Arsi singhiozzi. Rondine non spieghi
Per la maligna landa irta di scheltri
Le memorie del mar liete e del cielo,
Ma sol vi gracchi la nera cornacchia
Dai tristi auguri e vagoli l'irsuto
Can che la bava della febbre asciuga
Nelle amare ginestre. Ove la buona
Pietà fu morta, cessi anche il profumo
Dei fiori sacri alla pietà dei morti,
Dei fiori sacri al crine delle spose,
Dei fiori onde l'altar si veste e ride.
* * *
A queste mie singhiozzanti parole
Essa mi porse lagrimosa il volto
E singhiozzando meco:—Oh! non per questo
Siam nate—mormorò—non per comporre
I figli nostri trucidati e rotti
Nell'empia sabbia! non per questo il duolo
Del crear ricerchiamo e le vigilie
Ansiose delle culle e non di baci
Infiniti copriamo i tenui corpi
(Divino incanto) e non le picciolette
Mani atteggiam nei lacci d'una dolce
Preghiera di perdon! non per nutrire
Del latte nostro una terra selvaggia
Cerchiam l'amore giovinette e tutta
Sveliam la grazia dei sorrisi e il sacro
Mister della bellezza. O sciagurate!
Tutto il tesor dei seminati grani
Per le valli del mondo un sol non vale
Grano d'amor che germini nel core
D'un tuo dolce fratel. Ma se di tante
Vedovate il dolor una non pesa
Ragion di ferro, e per le figlie nostre
Meglio è morir di spasimo nei tetri
Asili delle vedove speranze,
Maledetta la man che in sen ci pone
Il cuore e in mezzo al cor il mesto affanno!
* * *
—Viva l'imperator! disse il canuto
Veterano: e baciò stretta nel pugno
La mercede che a lor frutta la gloria.
IL CANTO DELLA PIETÀ
Essa diceva il suo dolor. La voce
Scaturiva dal cor come un gorgoglio
D'acque interrotte, che fan specchio al piede
D'una pallida Niobe di marmo.
Anch'essa nata era di carne viva
La bella donna e quel suo cuor di sasso
Avea pur gorgheggiato entro la festa
Degli usignoli, quando april dischiude
L'anima ai fiori ed escono i profumi
Dalle selve com'onda pia d'incenso
Verso un gran dio.
È allor che si diffonde
La giovinezza per il mondo e voce
La natura non ha che non diventi
Armonia sulle corde d'un pensiero
Innamorato. Il cor, come rosata
Conchiglia tolta ai ceruli misteri
Dell'onda, emana un mistico frastuono,
Che vien da un'invisibile e ritorna
A una sponda invisibile, tra cui
Non anco rugge la tempesta umana.
E mi dicea come morì travolta
Dalla sterile vita in un'angoscia
D'oltraggiate speranze, invan stringendo
Nella man l'ombra dei fuggenti sogni
Fatti quasi rimorsi. E non bagnava
Il suo mesto parlar stilla di pianto,
Ch'è pur sì dolce a chi racconta i mali:
Ma gli occhi aperti e cristallini tutta
Rinfrangean la mestizia del deserto,
Ove più non ritorna ombra di bella
Cosa passata e sol vi regna il nulla
Che ripensa sè stesso.
Allor si ruppe
La pietà del mio cor: e col mio pianto
Lei piangendo e le gelide di marmo
Piccole mani accarezzando, e tutta
Spirando su di lei l'anima accesa:
—Ch'io senta, dissi, oh ch'io per te ritrovi
Il tuo dolor, oh ch'io per te la piena
Versi del pianto mio sulle tue mani
A riscaldarle: e la mia mano ardente
Ti cerchi il cor fatto di pietra e un fiato
Passi della pietà che mi distrugge
Per le rigide labbra. A desolate
Rovine è vita il pio pensier dell'uomo,
Che le penetra spesso, onde par quasi
Ch'escan le storie più lontane e torni
La voce delle cose. Io so che a qualche
Simulacro sepolto la carezza
D'un amoroso artefice ha potuto
La bellezza ridar d'una divina
Luce scomparsa e l'immortal sorriso
Che fu delizia già del mondo. O estinta
Ove scenda la mia che ti carezzi
Spiritual pietà, di fibra in fibra
Trascorrerà la vita, delle spine
Risentirai la punta e colar sangue
Vedrò dalle tue carni e gli occhi pregni
Farsi di pianto e trasalir le membra
Entro i soavi spasimi—soavi
Se ci fan questa vita anche una volta
Ritrovar sul cammin della speranza.
—Nulla può—mi rispose—a un corpo morto
Pietrificato in un dolor eterno
Dar vita e forza, non s'altri lo ponga
Nelle fiamme del sol. In me già spenta
È la memoria d'ogni antico sogno
E giace il desiderio in un oscuro
Angolo come spada irrugginita:
Lascia ch'io posi qui sul mio sepolcro
Statua dolente di me stessa morta,
In fin che il tempo colla lenta ingiuria
poco a poco il mio nome cancelli
Dalla pietra e la gialla edera stringa
Del mio destin la bruna urna caduta.
* * *
Così dicendo, aprì gli occhi solenni,
Che parver vuoti d'ogni idea e fece
Infine al fondo a me tutta palese
L'infinita tristezza. Un senso oscuro
Quasi di morte allor mi assalse e curvo
Sopra i ginocchi, al suo rigido corpo
Appoggiato, intonai l'inno del pianto,
A cui dal sen delle dolenti cose
Mille voci risposero piangendo.
Un fremito mandò scossa la selva
Pei rami infranti e dei rapiti fiori
Si querelò sul margine il cespuglio
Delle rose di maggio. In un lamento
Singhiozzando la tortora proruppe
Dall'alto nido e raccontò l'angoscia
Dei rotti amori. E fin dentro le grotte
Del cavo tufo risonò la lenta
Storia d'oscure lagrime stillanti,
Di cui le ortiche pasconsi e s'imbeve
L'orrida spina. Dai meandri, in cui
S'appiatta il verme, un susurrìo di duoli
Venne a narrar come si soffra indarno
Di vita fin nell'ultime radici
Poi che una legge di dolor governa
I sostegni del mondo e sol si pasce
Di sè stessa natura. Ecco non una
In braccio al vento trema arida foglia
Senza dolor, non sfiorasi una siepe,
Ma quando autunno misero sparpaglia
Per le fredde campagne quasi un sciame
D'anime stanche, stridono i viali
Che le vedon fuggir e lunghe stendono
A lor le braccia gli alberi morenti
Sopra i bianchi crepuscoli.
Più triste
Sarìa di quest'uman gregge la sorte
Nella valle del duol ove non fosse
Della pietà la lagrimosa fonte
A ristorar le forze inaridite.
Forse a rimedio d'immutabil sorte
E d'inconsulto error questa nel coro
Ci pose un dio di lagrime sorgente,
Che sovra i mali ampia trabocca e spegne
Di molti mali il furibondo orgoglio.
Sgorga la fonte e qual si apre al ristoro
Della rugiada un fior consunto, un fiore
Torna così di pallida speranza
Sulla tomba dell'anima e diffonde
Il non morto profumo. Essa è divina
E vien da noi questa bontà del pianto,
Che benedice alle morenti cose
E le morte consacra. Ai colpi acerbi
Della forza che strugge, una gentile
Forza che sana contrappone e tragge
Dall'ingiuria l'amor. Ove non fosse,
Nido di serpi il mondo ed esecrata
Sorte sarìa la vita e combattuta
Ragion l'amor come tra i ciechi armenti;
Ma la pietà che stilla e che ti avvolge
Di lagrime in un tiepido lavacro
Ti fa più bella pensierosa e santa,
Alta ti posa sull'altar del duolo
Quasi raggiante, e in te fissarsi è luce
Al lontan pellegrin ch'erra smarrito
Per la sassosa valle e che già teme
D'essere morto o faticosamente
Conduce il peso dell'inutil vita.
* * *
Un vermiglio color corse le guancie,
La man che ghiaccia resistea si sciolse
In un tiepor di calde rose al sole;
Si schiusero le labbra e fatto indarno
Argine all'onda che le gonfia il petto,
Proruppe il pianto vincitor dei mali.
SOLITUDINE
(Chiaravalle Milanese)
Qui si apre in mezzo ai pioppi, nel profumo
Del buon fieno, che a mucchi odora al sole,
Il mio regno, Tacete! ogni rancore
Di voce è spento e va lento per l'aria
La fatica degli uomini nel lento
Fumo dei campi. Oh quanto egli è soave
L'errar su l'orme di sè stessi, ignoti
Agli occhi dei saccenti! oh come il filo
Dolce si snoda dei pensieri all'ombra
Coperta d'una siepe! ecco ti sfugge
Di mano il libro che portasti grave
Di logorati sillogismi e stai
A leggere te stesso.
Erra a mancina
Una garrula allodola: si stende
Un vol di corvi a destra, che fan lunga
Macchia nel ciel; là svolgasi nel mezzo
Una gloria di nuvoli d'argento.
Piena di rotte immagini.
Se l'ora
Poi tramonta col sol dietro la rete
D'una boscaglia che s'incendia, o suona
Un cinguettìo di passeri raccolti,
Senti, amico, vibrar come d'un'ala
Di farfalla la morbida carezza
Sulla carne del cuor. Tu nel languente
Crepuscolo t'immergi e ti par quasi
Di spegnerti nell'ora che si spegne.
* * *
Ma se porgi l'orecchio, è nel tramonto
Di quest'ora che parlano le oscure
Cose del mondo a chi timido veglia
Al lume d'una fede. Odi, son mille
E mille voci ch'escono dal campi
Ottenebrati, come se uno spirito
Pulsasse da ciascun filo dell'erba:
E nel passare fremon non so quanti
Altri spiriti spessi entro la chioma
Delle molli robinie: e luci e stridi
Corron per l'aria nera, in cui susurrano
Ignoti stillicidî di piangenti
Anime che ti chiaman….
Son le vostre
Anime antiche già passate a stormi,
Lavoratori della terra, stanchi
Di seminare il pan duro nel duro
Seno della natura. Or che disciolta
È la prigion del corpo e giace in polve
La struttura dell'ossa entro il recinto,
Che biancheggia laggiù dietro i cipressi,
Al morire del dì tornati le voglie
Dei buoni spirti a folleggiar tra i solchi,
E guizzando ti toccano, o vibrante
Anima mia. Mi parlano e rispondo
Un pensiero che sdegna il rauco suono
Della parola e non sarà mai scritto.
Che se per vago error non sbaglia il senso
Arcano che mi fa non istraniera
Questa tristezza, anch'io fui già del volgo
Forse altra volta o cadde alcun dei miei
Ne' rotti solchi. O forse in una sola
Anima ondeggia il mar delle tristezze
E in me percote, mormorando, il flutto
D'antichissimi pianti….
* * *
Ancor non era
Nata in quei giorni, o verde Chiaravalle,
Nel dolente pensier d'un cenobita
Quest'abbazia, che in mezzo ai prati erompe
Gotica mole e par fatto di pietra
Malinconico sogno.
O Chiaravalle,
Quante migrar dalle tue chiostre al cielo
Consolate colombe e quante ancora
Vorrian fermar nelle tue nicchie brune
Una pace che fugge! A stento il nido
Nelle rovine tue nasconde il picchio,
A cui lacera il cor spesso il rimbombo
Del cacciator malvagio; e l'ombre stesse
Del padri incappucciati (s'egli è vero
Che si adunino a notte in mezzo al coro,
Quando la luna luccica inquieta
A turbare il gran sonno degli avelli)
L'ombre dei padri esterefatte balzano
Al reo fischiar della macchina nera,
Che solca l'orto del convento e versa
Bave di foco ed aliti d'inferno
Sulla mesta Certosa. O Chiaravalle,
Alle tue mura già scende l'insulto
Della vita che rugge e che trascina
Gli stridenti bisogni. Indarno all'urto
Potran dei vivi reggere le antiche
Mal sorrette dai santi absidi tue
All'incalzar del tempo. Alla cresciuta
Prole d'Adamo è scarsa aiola il mondo,
Sì che ogni valle ne trabocca e ingombra
È d'ogni solitudine l'asilo.
* * *
Questi pochi che ancor restano a noi
Viottoli deserti assai più cari
Ci sian, fratelli, e per le ombrose vôlte
Andiam recando i desideri e i sogni
Cari agli dei, che il grosso volgo ignora.
IL CANTO DELL'ULIVO
Battaglia di Abba Carima
Il tuo bel giovinetto Aldo partìa
Per la terra dei mali un dì d'aprile,
Mentre di rose rubiconde e bianche
Fiorìa tutto il giardin: e ancor fiorisce
Maggio che lui già d'Africa il deserto
Preme sepolto… e non avea vent'anni,
Povera madre!—il tremolante bacio
Tu non sentisti allor che sull'arcione
Ei balzò vigoroso e via si tolse
Dalla soglia paterna e dagli sguardi
Delle pallide amiche. Oh almen se morta
Fossi e discesa innanzi a lui, tu prima
Ad aspettarlo sull'oscuro ingresso,
Ombra ridente, non vedrei te folle
Nella vedova casa andar vagando
Senza pianto a cercar, ombra mai viva,
L'orme sanguigne del tuo figlio ucciso.
Mai non si sazia l'egra fantasia
Che si specchia nel reo sogno (se un sogno
La reità può vincere del vero)
A rinnovar le non mai viste scene
Di dolor, di terror, di scempio atroce.
Quando dall'ambe quando dagli acuti
Inesplorati sassi, ove s'infranse
Non la menzogna, ma d'Italia il cuore,
Fur visti uscir neri nugoli densi
Di vive fiere umane e scender quasi
Torrenti nel fragor cupo dell'armi
A travolger le candide coorti,
Il segreto a cercar della fiorente
Lor giovinezza coll'immondo ferro.
A quest'assalto d'indomati affanni
Arde la fronte. Una vampa ti assale,
Misera donna, qual di sabbie aduste
Pregne di sangue. Nell'odor del sangue
Balzi la notte esterefatta e scalza
Discendi a supplicar qualche rugiada
Dal ciel che brilla immobile sul capo.
* * *
Pace, fratelli, alle materne angoscie
Pace preghiamo! e se la pace è tolta
Alle torbide voglie, alti dal cielo
Preghiamo i sonni all'umido guanciale,
Fin che sugli occhi placido discenda
Come lento crepuscolo l'oblio.
* * *
Ecco dorme la madre: e per incanto
Dagli assopiti sensi ecco fiorire
Una verde vision di spessi ulivi,
Tra cui sen viene in veste più che neve,
Reggendo il tronco d'una spada infranta,
Il suo bel giovinetto Aldo, più bello
Dell'Arcangelo in viso e più raggiante.
"Da una terra di sogni, ove non giunge
"Che il sospir delle madri, a te ritorno,
"Madre—egli dice.—Ivi l'eterno ulivo
"Della pace frondeggia e a te un germoglio
"Ne reco intesto a una stillante lama
"Prendi, mia cara, e nella sacra terra
"De' padri miei la morbida radice
"Spargi ed il pianto delle oneste donne
"Le sia ruscello. A seminar l'ulivo
"Ti porgo il ferro della fredda lama,
"Che penetrò quest'ossa e vi si ruppe.
"Ove del bianco ramo esce in tenera
"Ombra, rinasce il suon delle canzoni,
"Danzano i cuori, il negro sen la terra
"Schiude al tesoro del crescente pane,
"Ritorna il lento faticoso ardire
"Del ben oprare, che il furor di pochi
"Sgomina spesso e il vaniloquio assorda:
"Dell'umano alvear vola il ronzio
"Lieto, frequente, a sparger la dolcezza
"Che il sacro fiore della vita emana.
"Olio stilla il bel ramo e il lume scende
"Dalle lampade ai libri, ai miti altari,
"Alle nebbie dei secoli. Di questo
"Amabile arboscel sparsa la via
"Fu di Cristo quel dì che al mondo sparse
"La nuova legge, ah non compiuta, e invano
"Scritta nel libro, o sacerdoti, e in oro
"Scolpita invan nelle marmoree imposte,
"Se vivente non sia legge dei cuori.
"A voi madri, a voi spose, a voi sorelle,
"Serbato è il seminar questa di pace
"Viva radice all'ombra dell'amore,
"Che per voi crescerà grande coi rami
"Sopra le case e le dormenti culle;
"Ma non si posi il sacrosanto bacio
"Della donna sull'orma empia del sangue,
"Nè il dolce amplesso la fatica onori
"Di chi sogna lo strazio empio dei corpi
"E il fluttuar del sangue e le nequizie
"Oscure della Morte.
"Noi per sempre
"Caduti il lacrimar poco ristora,
"Ma ne ravviva il pio pensier dei vivi,
"Se dal nostro morir tranno argomento
"Di futura giustizia. Anche la morte
"È un proceder avanti, è un mite sogno
"Che rispecchia gli eventi ancor non nati,
"Se dalle tombe sanno estrarre i vivi
"L'idea sepolta e dispiegarla al sole."
EVOCAZIONI
I.
Chi togliere mi può questa possanza
Ch'eccita il core delle morte cose?
Se un dio si agita in me, ben alla forza
Che schiaccia il mondo io mi ribello e balzo
Sopra il dolor e là dove trascorsa
È poc'anzi la Sfinge scolorita
Figlia di morte col massiccio carro,
Del mio pensier (io magico poeta)
Suscito i fiori e a nuove danze incito
Le figlie del mio sogno. Inutilmente
Tenta intralciarmi di sua spine il passo
L'orrida selva, oppur di sue tristezze
Accumulate mi fa cerchio e muro
L'ora che passa. Il mio poter s'innalza
Incontro al fato e dalla morte chiamo
Fonte viva d'immagini viventi.
A lor io mi accompagno e vo superbo
Del mio corteo, qual simile non ebbe
Il gaio re della leggenda Arturo
E nessun dei dipinti Saladini,
Che di Georgia trassero e di Samo
Le più candide spose. Io son tal sire
Nell'ampio regno del pensier, che tutte
Meco trascino le letizie e i giochi
Che infiorano le culle. Io d'ogni bionda
Pargoletta che ride esser presumo
Fratello e d'ogni bimbo ingenuo amico.
Chi può vietar che al core del poeta
Scenda la voce e l'innocente invito
Dei fanciulli che chiamano? e chi vuole
Un amplesso intralciar d'anime amanti?
II
So che beato estimasi tra i pochi
Chi stringe nella man la chiave d'oro,
Ch'apre gli scrigni del pensiero e svela
Il tesor degli affetti e le riposte
Gemme della sapienza.
Anche beato
Chi può del libro rompere i suggelli
Che di Natura l'ultime contiene
Immobili ragioni e chi alla fonte
Può ber della Virtù, dove di quercia
Incoronata sta la veneranda
Esperienza, che le sempre eguali
Leggi ritrae con giusta mano e fila.
Ma più beato chi del cor dirige
I dolci incanti a suscitar le larve
Delle remote o spente illusioni,
A richiamare i tramontati giorni
Nella veste raggiante e sa dei morti
Baci evocar le timide fragranze,
Come allor che la vita altro non era
Che un fior di più nel semplice giardino
Di giovinezza. Al rifiorir di queste
Essicate memorie, io non so come,
Sento che tutta l'anima s'inebria
Di savia gioia e sembra che il ricordo,
Ombra del ver, scenda del ver più bello.
Io la serbo nel cor questa parola
Ch'apre le fonti alla dolcezza e chiama
Tutti gli erranti spiriti che vanno
Per la luce e per l'ombra. Ecco, s'io dico
Il sacro motto, a me tornan le belle
Donne che alla tristezza di Natura
Intessero un sorriso e tutte passano
A me davanti colla man gittando
In mezzo a molti fior frasche d'ulivo:
E passan le gentili a te facendo
Molle la strada, per la qual tu scendi
Estrema, nel dolor cinta, ma in pace
Tra le modeste ancelle dell'amore.
Chi trattener vi può nella leggiera
Procession che sfila sotto l'arco
Ch'io v'innalzo, o divine visioni?
E qual nembo è sì forte che vi possa
Sgominar nel pensier che vi rimena
In terra? Ancor se il mio voler indugia
A ripeter l'incanto, ecco ch'io traggo
A me vassalli quanti cavalieri
Portar la grazia del valor dipinta
Nei bianchi scudi e furono di dame
Pallide grazioso patimento:
E par che al lor trascorrere risuoni
Il rumor del torneo misto ai singhiozzi
Delle mandole. E voi dal tempo chiamo
E voi governo, ombre sepolte all'ombra
Dei vecchi monasteri, illividite
Nei passeggiati marmi, invan da mille
Anni consunti nelle cripte e spenta
Fin nella mente degli scribi illustri,
Che di vostr'ombra pascono la scarna
Gloria che li fa vivi. E vanno i canti
Per l'alte ogive e fremon le dipinte
Finestre al pio riverbero che emanano
I dischiusi sepolcri. A cento a cento
Escono le devote anime bianche
Delle mistiche spose a cui fu sposo,
Il morto in croce e talamo l'avello.
* * *
È questa la virtù, madre, che spesso
Mi mena a favellar presso la sponda
Del tuo riposo all'ombra d'una tenera
Edera affettuosa che ti abbraccia
Per amor mio. Colà dove ti è dato
Dal ciel per premio di sognar te stessa
Nel silenzio campestre, odo la nota
Voce che parla. Nel morir del sole
Vedo l'immagin tua venir tra l'erbe
Folte nel mezzo alla fiammante festa
Dei fior di prato, onesta apparizione
Più vicina al mio cor che mai non fosti,
Come ogni cosa che dal cor germoglia.
"Il dolce immaginar caro ti sia—
—Sento che dici—più che il vero e il fasto
Dei chiassosi trionfi. A te sia bello
Richiamar quel che fugge e far coi fiori
Del tuo pensier ghirlande a' figli tuoi.
Altri dai vivi a mendicar si affanni
La carità del vivere, o se piace,
Un lumicin di fatua gloria errante
Entro le stoppie. A te sia pane e luce
Il santo giusto che per sè risplende:
Nè ti spiaccia seder spesso coi morti
Pensoso ad ascoltar quel che la terra
Racconta al ciel, a cogliere virgulti
Molli di pianto, a riempir le mani
Di speranze a chi va senza conforto
Per le strade del mondo.
Alcun t'invidi
Nella vecchiezza tua, quando d'intorno
Rifiorirà la selva delle belle
Cose pensate e nel varcar la soglia
Ti verrà dietro l'ultima speranza.
LE ORE DELLA VITA
Disciolto il vago sogno, esco pei campi sotto la neve e nella nebbia occulti, quasi occulto a me stesso o a me sol noto quanto basta per dir: son un che piango, Per il nudo deserto in ordin mesto mi seguono, lasciando dietro un solco di tristezza nel pian candido, i morti pensieri della vita e quei che all'alba del primo gioco giovanil sereni nunzi di glorie e fantasie di pace all'innocente cor disser le prime insidie e quelli che al maturo senso schiusero il mito delle eterne cose. E seguon lagrimando, angeli vinti nella breve battaglia intorno al vinto lor signore, le rotte ali strisciando alle ruvide spine. Escono al pianto nostro dalla socchiusa urna del Tempo l'Ore cadute, che passar nel regno della mia vita luminose o brune, e ognuna a ricordar alza la voce quel che già fummo.
* * *
"Io son—una ricorda— l'ora del Sogno. Io son quella che i casti giorni dipinse e suggerì le rime preludiando all'amor. Se ti rimembri, molto ti piacqui in sul fiorir degli anni, allor che mi traevi ramingando per vie solinghe a ricamar la trama de' reconditi boschi o di solinga tomba a baciar le squallide viole. Nella vergine veste a te le immagini spesso recai, che ti facean dal forte sonno balzar ed allungar la mano a rosei lembi ed a fuggenti chiome.
* * *
"Son io—mi dice una seguente voce— l'ali fremente dell'amor son io, Ora che mai si oblia, quella che prima raccolsi sul bocciuol d'un rugiadoso labbro il singhiozzo d'un soave affanno, soave ancora a ricordar. La bella mal renitente a te sporse la bocca molle d'ogni dolcezza, onde fu a lungo inebriata poi, lieta di canti, l'aurora del tuo maggio e a lei men triste degli anni brevi il pallido tramonto.
* * *
"Io te guidai per la superba via e forte in man ti equilibrai la spada della Giustizia—un'altra erra dicendo in ton più grave.—Del voler ti cinsi i fianchi il dì della battaglia e l'ira t'armai di solitudine sdegnosa contro il volgo dei mali. Io nelle gare de' vili il core ti sostenni e stetti fiera in disparte a ritemprar la forza dei sacri sdegni. In altro scudo io penso non brami d'esser collocato il giorno che, nudo in terra, ma la fronte al cielo cadrai.
* * *
"Deh, non fuggir quel che ti attrista Io, io del tuo Dolor l'Ora più fiera col mio singhiozzo non dovrei nell'ombra rinnovellare i gemiti e gli auguri… (così se stessa una dolente accusa). Al cor molle di gioie e di speranze io stesi il dito acuto e tanto il tenni fin che quasi lo spensi. Amor e fede ne strappai spaventosa e al suol, non morto, ma sanguinante ti lasciai nel sangue della tua vita alla pietà dei buoni umil bersaglio. Ma del ben ti schiusi l'intime fonti e nel tuo pianto immersa i lenti moti dirizzai de' sensi a seguir della logora mestizia i passi tra i bisogni aspri de' miseri, chè scuola è il nostro mal ai mali altrui. Io non già t'insegnai l'orride piaghe a denudar del volgo e a far d'un cencio alta bandiera all'irritante musa, ma dal palagio all'umil tana a dito mostrai qual sia del vivere lo stento e il signorile affanno.
* * *
"Ed io, mi guarda, amico, io son la mite Ora che prega, che teco inginocchiata, ove il materno occhio vegliava, il tenero sospiro della Fede sorella al sen raccolsi. Andar senza di me, forte non lieto, sciogliesti poi, nume a te stesso. E ancora sulla soglia ti aspetto ove negletta mi lasciasti, se mai d'una cocente stilla di sangue ti lacrimi il cuore, o se disperazion dai desolati cieli più nera piova. Invan tu speri dimenticarmi. A chi bevve profonda la mia dolcezza in sul mattin, più lunga di me nel vespro tornerà la sete.
* * *
"Volgiti lieto al mio chiamar. All'opra sempre desta tu vedi in me la pronta Ora del tuo Lavor, madre a robuste speranze, quella che ai cresciuti danni porsi il ristoro dei raccolti frutti, che all'ombra edificai d'una sicura coscienza del tuo vivere la casa. Sai come al martellar forte e frequente si scosse il tuo vigor: dalle riposte fantasie scaturì qualche non rozzo simulacro e l'idea venne all'incude del sonante lavor docile ancella.
* * *
"Ed io son l'Ora del Dover—(sommessa parla un'ultima voce)—umile vissi nella tua vita e taciturna; scarse lodi raccolsi; di ragion ministra me di me stessa mi contento e pago".
* * *
Questo dell'Ore che fuggir il grido tra il doloroso e il lieto, a cui tra il lieto risposi e il doloroso:—O mie fedeli, o del mio viver sacre e benedette sorelle, il ricordar dite che giova? voi ben sapete come voli il tempo e in picciol spazio irrigidisca il labbro delle parlanti cose. In aria un segno di voi, di me non resterà più vivo di quanto lasci nel volar la nera rondinella che passa. Ove il più bello ci venga tolto e in particelle, in polve volga di noi la più divina parte, qual gioia il dir: noi fummo? e quale il vanto d'aver coi mali avuta inutil guerra? ogni cosa vien meno e tutto oscura un'estrema d'Oblìo ora che tace sopra gli stessi mali eternamente.
* * *
"Non vano esser vissuti!—a me col pieno coro rispondon le vaganti amiche— non vano, ove in gentil opra di bene si perpetui l'affanno. Anche se sciolta e sparsa al vento è la dolente polve, erra come di fior morto il profumo nella stanza dei vivi. A un Nume è sacro, non a sè quell'incenso che dall'ara sale continuo nella oscura cella, nè inutil scende la rugiada all'erbe che poi dissipa il sol. Non a sè stessa edifica la pietra. Al tempio giova non men l'ignoto che sepolto giace coccio sotto le basi e il crisolito ardente che prostrato il volgo adora. Ogni Ora nasce quando è il tempo e ognuna scende dell'infinito Essere in grembo di sua ragione coronata in fronte in una tenue, che all'orecchio sfugge del querulo mortal, vasta armonia. Nulla è vano, fratel. Non la stanchezza che mosse della terra i lenti semi, non il pianto che largo li feconda, non la morte che scioglie e riconduce il mister della vita. Alza la speme, chè a chi vien dietro non è vano il solco di chi prima passò. Migrano a sciami associati gli spiriti, siccome scendon nel freddo tempo in lunga riga gli stornelli a portar salva in più caldo lido del caro stuolo la speranza. Non ognuno per sè, ma ognun sorregge della stirpe il destin colla brav'ala non mai stanca, che tremola all'invito degli spazi del ciel ampi e del mare".
FUNERALE BIANCO
IN MORTE DI IDA DONATI
luglio 1895.
Giovani amici e giovinette in pianto
Precedono il trionfo della Morta
Per l'ampie strade. Il ciel ride giulivo,
Mentre lenta si avanza la coorte
Dal dolor disarmata, a cui la rigida
Non conosciuta man ha tolto il vivo
Fiore d'una speranza. Erra il profumo
Per l'aria delle mille rose bianche,
Che per amor di lei voller morire
Sulla pallida testa. Il popol scarso
Che stette all'ombra delle case in questo
Giorno chiaro di festa, al venir lento
Guarda del carro, e guarda i fiori e i bianchi
Visi delle compagne e—Addio, mia cara….
Dice ciascuno in cor, chè ognun ritiene
Sua figlia ogni fanciulla che si avvia
Al camposanto. In ogni giovinetta
Vita che muore ognun sente morire
Sè stesso, o almen di sè la più ridente
Memoria e coll'ignota si accompagna
Bara che passa quasi lagrimando.
Una spenta dolcezza.
A questo incanto
Giova il saper che bella era e gentile
La verginella ora caduta in grembo
Alle funebri rose e giova il dire;
"Questa che passa avea libata appena
La gioia che fa bello ogni sorriso
E soave ogni lagrima. Non una
Ora bruna volò di triste augurio
Intorno al capo giovanil che dorme
Senza rughe e senz'ombre. Inesplorato
Enigma a lei fu della vita il senso
E amor (l'antico tempestoso affanno)
Non fu per lei che un sogno mattutino.
Col suo pensier il suo bel corpo passa
Come puro alabastro al culto eterno
Di purissimi spiriti. Non cadde
Per forza, no, di vento o di tempesta,
Ma come si disfiora un ramoscello
Nel chiaro specchio d'un ruscello vivo,
Sì che la vita sua continua e scende
Di core in core in una fresca idea
Di giovinezza".
* * *
A quante più leggiadre
Candide fantasie passan nei sogni
Dei poeti gentili il nome presta
E le sembianze un'innocente morta,
Che poi ritorna rivestita e ardente
Di gloria a noi. Così non cadde il sogno
Amoroso di Dante nel trionfo
Di Beatrice morta e va soave
Nel triste verso il nome di Nerina:
Così per voi tra i vivi si perpetua
Il culto della Grazia, o a noi rapite
Ancor ridenti nell'esiguo fato
Di pochi aprili!
* * *
Alcun che a notte muta
Si smarrì tra gli avelli, ove più folti
Erano i gigli nelle nivee tombe,
Sentì voci tornar come di canto
Dolcissimo e fuggir vide una luce
Palpitante nel sasso, in cui rifulge
Il nome delle belle adormentate
Nel silenzioso oblio.—"Noi siam le vostre
Sopite illusioni ma non spente—
—Dicevano le voci—e nei scolpiti
Nomi fermiamo l'ideal che fugge.
Noi la bellezza siam che mai non ebbe
Dal tempo insulto o da infedeli amanti,
Noi siam la vostra giovinezza immota,
O padri stanchi e declinanti, e il vostro
Giovine core a custodir siam morte:
Per voi serbiamo in ogni tempo un fiore
Di bel ricordo e allo scoccar dell'ora
Ultima, allor che la speranza cade,
Da questi tabernacoli di marmo
Angeli vostri usciamo luminose
Di nostra luce a rischiarare a voi
La tenebrosa via, per cui sì triste
È l'andar soli e l'arrivare ignoti".
LAGRIME
Dopo la morte della figlia Cesarina.
IL TRISTE RITORNO
Caro è fuggir la stanca afa d'agosto
Per voi cercar, e quete ombre dei faggi,
Scossi e ridenti al tremolo
Rezzo che manda a voi l'umida valle.
Caro volger le spalle
Al fragor della gente e al vasto tedio
Che il piano ammorba per trovar voi, care
Ombre nere dei pini, sulla via.
Lasciato indietro il mare
Delle cure in tempesta, ecco qui snodasi
Dietro il clivo la pace e vien innanzi
Sparso di suoni un bel pascolo verde.
Il sentierol si perde
Tra le roccie lassù, lambendo il margine
Della chiesetta, albergo alto ed aperto
Alle rondini pie. S'incurva al basso
Dove coll'acque si trastullan l'anatre
Un ponticel co' pie' tra sasso e sasso:
Ivi il molino innalza
Tra verdi spruzzi ed urti il soffio ansante.
Or non fa l'anno ed io salìa la balza
Di questi monti e meco era una tenera
Fanciulletta cantante….
Or sola è l'ombra mia lungo la via.
Voi ridete del vostro verde eguale,
O prati, o boschi, e sotto all'arco provano
L'ali le spesse rondini al ritorno,
Che già le chiama il mare.
Rota e ripete la sua nota il rauco
Operoso molin tra l'acque chiare,
Che nuovo pane a nuovi figli appresta.
Io sol vo stanco e solo
Cercando invan la mia canzon. In questa
Foggia il ritorno è un picciolo morire.
O voi, ombre, prendetemi
Dei cipressi davanti al muricciolo.
* * *
Era cara con lei questa segreta
Stradella, che nei campi umile gira,
La mattina di maggio e nella queta
Ora che il vespro tra gli alberi spira.
Nella mestizia mia correa giuliva
La sua parola come un'acqua chiara
Tra lenti sassi garrula si avviva.
Della tristezza dissipato il fosco
Velo, sentivo nella voce cara
Rider le cose, gorgheggiare il bosco.
Ancor tra i campi cerco la segreta
Ombra là dove il mio dolor mi attira:
Ma tace il torrentel, chiusa è la meta,
E un gran tramonto nell'anima spira
* * *
Ombre placide e molli, ombre silenti
Del bosco, io vi ritrovo e trovo insieme
Quel che passò tra voi nell'ore estreme
Della mia gioia e de' bei giorni spenti.
Qualche cosa di mio tra le piangenti
Vostre foglie va lieto ed erra e freme,
Tal che il mio core, desiando, teme
Di rivivere in voi l'ore ridenti.
Una voce, destando echi lontani,
Par che mi chiami in quella parte e in questa
Ove più folto perdesi il viale:
E i passi guida affascinati e vani
In mezzo ai tronchi un'agitarsi d'ale
Ed il fuggire d'una rosea vesta.
* * *
Mentre le luci di mia vita a poco
A poco si spegnevano nel muto
Crepuscolo degli anni e mentre fioco
Moriva il sol di nuvoli involuto,
Mia cara lampa, io ben sperai che al fuoco
Avrei della tua fiamma ancor potuto
Toccar le corde coll'antico gioco
E cader sul mio povero liuto.
Alla tua luce avria la stanca mano
Scosse l'ultime note e men dolente
Saria finito il salmo della vita.
Or che sei spenta erra la man smarrita
Nel desolato buio eternamente
A ricercar le vecchie corde invano.
* * *
Tutta bianca al tornar del nuovo aprile
Fiorìa la siepe e tiepida fluiva
Per ogni verde riva
La tua fraganza, o violetta smorta.
Per queste balze andava essa gentile
Cogliendo fiori come in un giardino,
È morto il biancospino,
Morta è la siepe insiem da ch'ella è morta.
Non più pei freschi rugiadosi seni
Di questa valle, ov'ella corse e scese,
Ancor dal sole accese
Le rosette vedrò che il maggio porta.
Aridi e spenti, sol di stecchi pieni,
Rivedrò i boschi e serpeggiar le ortiche
Nel folto delle spiche:
Chè tutto è morto qui da ch'ella è morta.
VOCE DALL'ALTO
Dalla mia spoglia uscita
Or batto l'agil volo,
Non in un angol solo
Del ciel, com'io credea,
Ma vezzeggiata idea
Dovunque il tuo pensier mi cerca e brama.
Nel Dio che a sè mi chiama,
Che in ogni stella splende,
Lo spirito si accende
Della mia vita corta:
Seco mi tragge e porta
Ovunque il tuo pensier erra e riposa.
Quel che la bianca rosa
Dolce profumo esala
Son io: son io dell'ala
Il frullo accanto al nido;
Son io percossa al lido
L'onda che lenta mormora e sospira.
Nella sua dolce spira
Il venticel mi vuole,
Senton le mie parole
Le foglie scosse e i rami,
Tutto che cerchi ed ami
Di me racchiude una memoria, un'eco.
Quando tu piangi, teco
Intenerir mi fai:
Se al poverel tu dai
La tua pietade io sono;
Io sono il tuo perdono,
Io son di te quel che giammai non muore.
Strette in un solo amore,
Fiamme d'un solo Iddio,
Tu sulla terra ed io
Dal ciel donde scendea
Siamo la stessa Idea,
Che vince d'ogni morte ogni furore.
* * *
Pianger perchè?—se mia fortuna piangi,
Giusto non sei, nè pio,
Che tutta nel morir recai finita
La gioia di mia vita.
Pianger perchè?—se il mal che mi fu tolto
Piangi, ed accusi Iddio
Se per assenzio mi fu dato miele,
Il piangere è crudele.
Pianger perchè?—se questo pianto amaro,
Ch'ora ti solca il viso,
Non proverò giammai, non è pietosa
Invidiabil cosa?
Pianger perchè?—non dir: Morte ha diviso
Di polvere due grani;
Ma ricongiunse in suo voler potente
La goccia alla sorgente.
* * *
Or sai più cose che non t'eran note
Prima e che forman la tua scienza nuova:
Sai che il dolore quanto più percote
Del cor le forze invigorisce e prova.
Sai che cenere e fumo, ove le vere
Cose s'infiamman, son le cose vane:
Che come gemma tra le scorie nere
Tra i fuggevoli beni amor rimane.
Sai quanto amari son del pianto i rivi,
Che i dolori trascinano del mondo,
E quanta forza danno i morti ai vivi
A portar la speranza fino in fondo.
In mezzo al rombo degli umani guai
Dolce rifugio sai che aspetta e tace
Oltre il Tempo la Morte: ed anche sai
Come sorrida un angelo di pace.
LE VISIONI DEL CIECO
I.
Solo presso lo scoglio, ove il dolor mi lega,
vedo nel vuoto abisso passar gli anni caduti
e le cadute cose.
Giran le spente occhiaie qua e là dentro la bruma
dell'ombra che mi serra e, brancicando, ancora
qualche fantasma io stringo.
Nell'addormito spirito, quale su mar deserto
repente un alcione candido irrompe, il cieco
così della mia tenebra
Orror fende una donna, uno splendr che i muti
segni richiama e suscita delle memorie spente
nel gran mar delle lagrime,
Quale si annuncia candida, qual sorge dalle fonde
acque in un riso tremulo che luccica sull'acque
e in sen dell'acque specchiasi
Aurora rinascente, così donna più bella
non parve ad occhi vivi. Pei rivoli del pianto
tutta m'inebria l'anima.
Va dalla riva all'ultima onda una via lucente,
in cui scende l'immagine bianca ad un dolce invito;
onde convien che il gracile
Corpo io raccolga e rotte l'ultime inerzie, segua
la folgorante traccia, in fin che morto io tocchi
del mar l'ultima riva.
II.
Fanno nel cielo bianco i curvi rami
della selva, che molta neve ingombra,
de' vani, sottilissimi ricami.
Per i viali della terra, sgombra
d'ogni speranza, passa una mortale
tristezza, che il candor del suolo adombra.
Lugubri augelli van sbattendo l'ale
contro i gelidi tronchi. Io piango. È questa
la morta selva piena d'ogni male.
Torna la donna in una verde vesta,
che tiene un molle ramicello in mano
e vien benedicendo la foresta.
Non cade, no la sua pietade invano
nel rigido dolor, ma il segno santo
della prudente piccioletta mano
Alla tristezza scioglie il duro incanto.
III.
Ogni nebbia si dissipa e prevale
il sol che nasce da un bel mar turchino,
entro la selva che mutò colore.
Approdan vele stanche al litorale,
donde scendono donne nel giardino,
che fa la selva tra le piante in fiore.
Hanno nel viso le signore sante
le soavi memorie e reca ognuna
un picciol vaso di preziosa essenza.
Per i viali muovono le piante
senza versar dai corpi ombra veruna
come di sogno molle evanescenza.
IV.
Vanno le donne angeliche nell'alta erba fiorita
in lagrime la cenere strisciando di lor veste,
E morta, ma ridente nel suo splendor celeste,
portano una fanciulla tra i gigli impallidita.
Di soave tristezza inebriate, il suono
mandan le bianche voci. L'anima sofferente
le segue umile e casta del pianto alla sorgente,
ove le belle attingono la grazia del perdono.
Presso la soglia candida, da cui l'onda deriva,
si prostra il fiero sdegno, l'ira si prostra cieca:
più t'immergi nell'acqua che la fontana reca,
più la fanciulla morta a te ritorna viva.
"Io sono la speranza nata dal tuo piacere,
ho il sol dentro ai capelli e molte spine ai piedi:
io son la pura essenza di quel che pensi e credi,
l'anima profumata son delle cose vere.
"Morta son viva e passo nei sogni del mortale,
spargendo colle mani aperte la semente
di nuovi sogni. Io sono la bella sorridente,
che stillo eterni aromi dai morti fior del male."
V.
Venian per la selva silente
Con passo dolente le donne,
Non vive, ma come sottili
Fantasmi gentili nel viso.
Mi cinser la testa pietose
D'un olio di rose soave:
Mi tolser la nebbia che ingombra
Lo spirto com'ombra letale,
E—Figlio—mi dissero—Ave!
* * *
Noi siamo le eterne sorelle
Noi siamo le belle immortali,
Che sciolto il mister della Sfinge,
Di morte non spinge la mano.
Ci accoglie la selva divina,
Che verde sconfina nascosa
Ai cupidi sguardi dei vivi
Di rose e d'ulivi fiorente:
Riposa, riposa, riposa.
* * *
Solleva lo sguardo smarrito
Ascolta l'invito piacente:
Dal monte chi rotola in questa
Eterna foresta rivive.
Per balze scoscese e dirotte
Stancasti la notte: sei vinto.
Riposa, riposa, riposa.
L'effluvio di rosa immortale
Richiami lo spirito estinto.
* * *
Chi beve all'eterna fontana
Che limpida emana da Dio
S'inebria di santa certezza,
Gli anelli disprezza di morte.
Piantate per sempre le tende,
L'affanno distende di un'ora.
Ristora nel placido oblìo
Lo stanco desìo, dell'alma
Le crude ferite ristora.
VI.
Le belle voci e il vago incantamento
Aprir nel sasso la feconda vena,
Che corse come un rivolo d'argento.
La risorta fanciulla, a cui serena
Splendea la pace nel raggiante viso,
Mi die' dell'acqua colla mano piena,
Reggendomi degli occhi col bel riso.
* * *
Inebriare è pallida parola,
Se il dolce esprimer vuoi di paradiso,
In cui mi trasse la gentil carola.
Ma non dirò del sovrumano amplesso
Ond'io fui cinto e della bianca stola
Che me condusse fuori di me stesso.
* * *
S'anco è sognare, o miseri mortali,
Questo cieco veder che n'è concesso,
Se spento è il sole, resta il cielo all'ali.
PREGHIERA
_Quando verrà quel dì… quel dì, Signore,
Che vorrete con voi l'anima mia,
Fata che presso al letto del dolore
Venga a seder la santa Poesia.
Essa, che tutti sa di questo cuore
I desiderii, colla grazia pia
Farà che la tremante ora fatale
Passi sotto un bell'arco trionfale.
Di giovinetti tutti i casti ardori,
Che in rima chiusi tante volte e in prosa,
I veduti tramonti e i bianchi albori
Del cielo ed ogni più ridente cosa,
Le fanciullette amate e i baci e i fiori
Svaniscon meco in un color di rosa:
E nella notte che starà davanti
Scenda la luce dei sognati istanti._
INDICE
PARTE PRIMA
Al lettore, Pag. 7
I segreti pensieri.
Preludio: Canta l'usignuolo, " 13
A una giovano poetessa, " 15
Litanie vecchie e litanie nuove, " 17
Il telegrafo sulla montagna, " 21
La trasmissione della forza elettrica, " 24
A un vincitore in un duello, " 27
Ora di tedio, " 30
Il tempo e la mano, " 32
"Per quarant'anni parroco", " 35
L'agnellino dorme, " 39
Il contadino—Cantilena, " 42
Conca alpina, " 44
Il rosario della nonna, " 46
La capra ed io, " 49
La fanciulla benefica, " 53
Il fiume e la vita, " 56
Ad un generoso signore, " 61
Il cantoniere, " 65
A un vecchio crocifisso, " 68
PARTE SECONDA
Le vaganti immagini
Cantilene di Natale, " 73
La chiesetta, " 76
Canzonette di primavera, " 77
Lasciamole volar, " 79
I consigli del vecchio marinaio, " 83
Il maestro contento, " 85
La villetta chiusa " 89
Dopo la pioggia " 91
Il funerale del povero " 93
Il fabbro " 96
I vecchietti " 98
Le due poesie " 100
La sartina " 103
Angelina " 105
Maria " 106
L'acqua e il sasso " 108
Il sorriso " 109
Predichetta " 111
Feste e glorie
Brindisi dei tipografi " 115
A Victor Hugo (salmo) " 120
All'Italia " 123
Ode a Verdi " 127
Alla tomba di Re Vittorio Emmanuele II " 132
I fratelli Cairoli " 137