XXVIII. L’incontro.
Continuossi la corsa per anco dieci minuti su quel fare medesimo.
D’improvviso dalla mole che noi menzionavamo, i punti neri si avanzarono e crebbero, e crescendo furono due uomini a cavallo.
«Oh oh! disse d’Artagnan, vengono verso di noi.
«Peggio per loro! disse Porthos.
«Chi va là?» gridò una voce rauca.
I tre cavalcanti che avean già preso lo slancio non si ristettero nè risposero. Ma si udì il rumore delle spade che uscivano dal fodero e il battito del grilletto delle pistole che caricavano i due spettri neri.
«All’arme! fece d’Artagnan; le briglie sui denti!»
Porthos comprese, ed esso e d’Artagnan messo mano ciascuno ad una pistola caricarono pure.
«Chi va là? fu ripetuto, non fate un passo di più, o siete morti!
«Oibò! replicò Porthos quasi strangolato dalla polvere e masticando la briglia come il suo corsiero si masticava il morso, oibò! ne abbiam vedute di più belle!»
A tali detti le ombre chiusero il passo, e alla luce delle stelle si vide abbassata la canna delle pistole.
«Indietro! strillò d’Artagnan, o siete morti voi altri!»
Dopo la minaccia vi furono due pistolettate, ma i due assalitori venivano con tanta velocità che in un attimo furono addosso agli avversarj. Al terzo sparo di d’Artagnan cadde il suo nemico. Porthos poi urtò il suo con tal violenza, che lo mandò a ruzzolare dieci passi più là del suo destriero.
«Rifiniscilo, Mousqueton! urlò Porthos».
E si scagliò al fianco all’amico che aveva principiato ad agire.
«Ebbene? chiese Porthos.
«Gli ho fracassata la testa, rispose d’Artagnan, e voi?
«L’ho soltanto gittato in terra, ma ecco!»
Si udì un colpo di carabina. Era Mousqueton, che così di volo adempieva al comando del padrone.
«Addosso! addosso! continuò d’Artagnan, va bene, e abbiamo la prima mano.
«Ah ah! esclamò Porthos, ecco altri due giuocatori!»
Realmente comparivano due nuovi cavalcanti distaccatisi dal gruppo principale, e venivano innanzi rapidissimamente per ingombrare da capo la via.
Questa volta d’Artagnan non aspettò nemmeno che gli fosse parlato.
«Largo! largo! gridò.
«Che volete? domandò una voce.
«Il duca!» strepitarono insieme d’Artagnan e Porthos.
Rispose loro una risata; ma ella finì con un gemito: d’Artagnan aveva trapassato da parte a parte colla spada colui che rideva.
Nel tempo stesso due spari fecero un sol colpo: erano Porthos ed il suo avversario che tiravano uno sull’altro.
D’Artagnan, volgendosi, si vide vicino Porthos.
«Bravo! gli disse, lo avete ucciso, mi pare?
«Credo di non aver toccato che il cavallo.
«Che volete, mio caro? non si fanno mica subito le cinque carte allo stesso seme.... Oh! cospettaccio che ha egli il mio ronzino?
«Che cos’ha? non può più reggere, e cade», disse Porthos, trattenendo il suo.
Veramente il cavallo di d’Artagnan inciampava, e andava giù sulle ginocchia; diede un rantolo e si stese.
Aveva ricevuta nel petto la prima palla dell’emulo di d’Artagnan.
Il quale mandò una tal bestemmia da fare inorridire.
«Signore, volete un cavallo?» chiese Mousqueton.
«Capperi! se lo voglio!
«Ecco.
«E come diavolo hai tu queste bestie scosse? interrogò d’Artagnan saltando sopra ad uno.
«I lor padroni sono morti, io ho pensato che potessero esserci utili, e le ho prese».
Frattanto Porthos aveva ricaricato le armi.
«Attenti! disse d’Artagnan, eccone altri due!
«Ma per Diana! ne avremo così fino a domani? mormorò Porthos».
Infatti si avanzavano due cavalcanti.
«Ohi! signore, avvertì Mousqueton, quello che avete atterrato si rialza.
«Perchè non facesti a lui come al primo.
«Ero imbarazzato, reggevo i cavalli».
Fuvvi uno sparo. Mousqueton cacciò un urlo dal dolore:
«Ah signore! nell’altra natica! là, per l’appunto.... questa botta sarà di pendente a quella della strada di Amiens!»
Porthos si volse alla guisa di un leone, piombò sul nemico; questi tentò di sguainare la spada, ma avanti che l’avesse tolta dal fodero, Porthos, col pomo della sua, gli aveva data sulla testa una percossa sì terribile ch’egli era caduto come un bue sotto la mazzuola del beccajo.
Mousqueton, lagnandosi e sospirando, si era calato giù di sella adagio adagio, chè la ferita non gli permetteva di restarvi.
D’Artagnan, nel mirare i sopraggiunti si era fermato a ricaricare la pistola; inoltre il suo nuovo cavallo aveva agli arcioni una carabina.
«Eccomi! gli disse Porthos, si aspetta, o si tira?
«Tiriamo! fece d’Artagnan.
«Tiriamo! ripetè l’altro».
E cogli sproni bucavano la pancia ai poveri quadrupedi che avevano sotto.
Gli avversarj erano ormai distanti di soli venti passi.
«In nome del re! esclamò d’Artagnan, lasciateci passare!
«Qui il re non ha che vedere, rispose una voce sonora e acuta, che sembrava scaturisse fuori da un nuvolo, imperciocchè chi la mandava arrivava tutto coperto da un turbine di polvere.
«Va benone! ora vedremo se il re non passa da per tutto.
«Vedete!» fece la medesima voce.
Ed in un botto vi furono due spari di pistola, uno da d’Artagnan ed uno dall’antagonista di Porthos. La palla di d’Artagnan portò via il cappello al nemico; quella di lui entrò in gola al cavallo di Porthos che cascò intirizzito.
«Per l’ultima volta, dove andate? domandò la stessa voce.
«A casa al diavolo! replicò adirato d’Artagnan.
«Oh! allora, non dubitate, ci arriverete».
D’Artagnan vide abbassarsi in verso lui la canna di un fucile. Non aveva tempo di frugare nelle saccoccie; si ricordò di un consiglio datoli in addietro da Athos, e fece che il suo corsiero s’impennasse.
«Ehi! gridò il solito uomo in tuono di dileggio, ma noi facciamo così un macello di puledri e non un combattimento tra persone. Di spada, signor mio, di spada!»
E smontò in un attimo.
In un balzo d’Artagnan fu sopra all’avversario, e sentì sopra al suo il di lui ferro. Egli, con la sua consueta destrezza, aveva messa la spada in terza, sua posizione prediletta.
In quell’intervallo, Porthos, inginocchiato dietro al suo palafreno, che tremava nelle convulsioni dell’agonia, reggeva in ogni mano una pistola.
Ed intanto era principiata la battaglia fra d’Artagnan ed il suo avversario. D’Artagnan aveva assalito quello fieramente conforme alla sua usanza, ma questa volta aveva incontrato un pugno ed un tal giuoco che gli diedero da pensare. Rimesso due volte in quarta, fece un passo addietro; l’altro non si mosse; egli tornò a impegnare la spada in terza posizione.
Vi furono due o tre botte da ambo i lati senza risultato veruno; scaturivano faville dai ferri in gran copia.
Alla fine il nostro tenente stimò opportuno di cavar partito dalla finta sua favorita, la diresse abilmente, la eseguì con la rapidità del baleno, e scagliò il colpo con un vigore a cui credeva non si potesse resistere.
Ma a questo fu parato.
«Cappiterina!» ei gridò nel suo linguaggio guascone.
Ed a codesta esclamazione il suo avversario fece un salto all’indietro, e, chinando la testa scoperta, si sforzò di distinguere fra le tenebre il volto di d’Artagnan.
Il quale, per timore di un’altra finta, si teneva sulla difesa.
«Badate! disse Porthos al suo emulo, ho ancora due pistole cariche.
«Ragion di più perchè dobbiate essere il primo a tirare» colui rispose.
Porthos sparò; un lampo illuminò il campo di battaglia.
A quella luce gli altri due combattenti diedero ognuno un grido:
«Athos! fu quello di d’Artagnan.
«D’Artagnan! quel di Athos».
Quest’ultimo alzò il brando, l’altro lo abbassò.
«Aramis! urlò Athos, non tirate!
«Ah ah! Aramis, siete voi?» fece Porthos.
E buttò via l’arme.
Aramis ripose la sua pistola, e mise nel fodero la draghinassa.
«Figlio mio!» disse Athos porgendo la destra a d’Artagnan.
Così lo chiamava ne’ tempi trascorsi ne’ momenti di maggior tenerezza.
«Athos! disse d’Artagnan, e si torceva le mani, voi dunque lo difendete? ed io aveva giurato di riportarlo o vivo o morto! ah, sono disonorato!
«Uccidete me, Athos rispose scuoprendosi il petto, se all’onor vostro è d’uopo della mia morte.
«Guai a me! guai! un uomo solo eravi al mondo che potesse trattenermi, e la fatalità mi pose dinanzi quest’uomo! Oh! che dirò io al ministro?
«Gli direte, signore, replicò una voce che dominava sul campo di battaglia, ch’egli aveva inviati contro a me i due soli uomini capaci di atterrarne quattro, di pugnare da soli a soli senza svantaggio contro al conte di la Fère e al cavaliere d’Herblay, e di non arrendersi che a cinquanta uomini.
«Il principe! esclamarono a un tempo Athos ed Aramis facendo un movimento per discuoprire il duca di Beaufort, mentre d’Artagnan e Porthos retrocedevano di un passo.
«Cinquanta cavalieri! mormorarono questi due ultimi.
«Guardatevi attorno, signori, se ne avete dubbio» seguitò il duca.
Eglino si mirarono attorno; realmente li circuiva una truppa a cavallo.
«Allo strepito della vostra lotta, continuò il signor di Beaufort, io ho creduto che foste venti, e sono ritornato con quelli che mi circondavano, stanco di fuggir sempre, e bramoso di sguainare io pure la spada: ed eravate due e non più!
«Sì, monsignore, disse Athos, ma conforme diceste, che vagliono per venti.
«Orsù, signori, le vostre spade! riprese il duca.
«Oh mai! no, mai! esclamò d’Artagnan tornato in sè stesso ed alzando la testa.
«No, mai!» confermò Porthos.
Alcuni uomini fecero un movimento.
«Un momento, monsignore! gridò Athos, due parole!»
E si accostò al principe, che si chinò verso di lui, ed al quale disse piano qualche cosa.
«Conte, come vorrete, gli rispose il signor di Beaufort. Vi ho troppi obblighi per negarvi la vostra prima richiesta. Allontanatevi, signori (ordinò a quei della sua scorta); signori d’Artagnan e du Vallon, siete liberi».
Fu eseguito il comando, e d’Artagnan e Porthos si trovarono a formare il centro di un ampio circolo.
«Adesso, voi d’Herblay, fece Athos, scendete da cavallo e venite».
Aramis, essendo smontato, si avvicinò a Porthos, frattanto che Athos si appressava a d’Artagnan. E tutti quattro si videro riuniti.
«Amico, domandò Athos, vi duole ancora di non aver versato il nostro sangue?
«No, replicò d’Artagnan, duolmi di veder noi uno contro all’altro dopo essere stati tanto bene uniti; duolmi d’incontrarci in due campi opposti. Ah! a nulla più riusciremo.
«Oh no, è finita! aggiunse Porthos.
«Or bene, allora siate de’ nostri, progettò Aramis.
«Silenzio, d’Herblay! gridò Athos, non si fanno tali proposizioni a soggetti simili a questi. S’essi sono entrati nel partito di Mazzarino, è perchè ivi gli ha spinti la lor coscienza, come la nostra ci spinse a quello dei principi.
«Ed intanto eccoci nemici! disse Porthos, cospetto! chi lo avrebbe mai creduto!»
D’Artagnan non parlò, ma diede un sospiro.
Athos prese ad entrambi la mano, dicendo:
«Signori, l’affare è gravissimo, ed il mio cuore ne soffre come se trafitto lo aveste da parte a parte. Sì, noi siamo separati, ecco la grande, la trista verità, ma non peranco ci dichiarammo guerra; forse abbiamo da stabilire le nostre condizioni, ed è indispensabile un supremo colloquio.
«Io lo reclamo, fece Aramis.
«Io lo accetto», aggiunse alteramente d’Artagnan.
Porthos abbassò il capo in segno di assenso.
«Sicchè si fissi il luogo del convegno adattato a noi tutti, proseguì Athos, ed in un’ultima conferenza regoliamo definitivamente la nostra situazione reciproca e la condotta che scambievolmente dovremo tenere.
«Bene! approvarono gli altri tre.
«Siete dunque del mio parere?
«Intieramente!
«Or bene, il luogo?
«La Piazza Reale vi accomoda? domandò d’Artagnan.
«A Parigi?
«Sì».
Athos ed Aramis si guardarono. Questo colla testa accennò di sì.
«Sia pure la Piazza Reale! affermò Athos.
«E quando?
«Domani sera, se vi aggrada.
«Sarete di ritorno?
«Certo.
«A che ora?
«Alle dieci: vi conviene?
«A meraviglia.
«Di là, disse Athos, uscirà la pace o la guerra, ma almeno, amici, sarà salvo l’onor nostro.
«Ahimè, mormorò d’Artagnan, il nostro onore di soldati è perduto.
«D’Artagnan, gli rispose gravemente Athos, vi giuro che mi fate male pensando a codesto, quando io non penso se non ad una cosa, cioè che abbiamo testè incrociato il ferro uno contro all’altro.... Sì, sì, voi lo diceste, sta su noi la sventura. Aramis, venite.
«E noi, Porthos, fece d’Artagnan, ritorniamo a portare la nostra vergogna al ministro.
«E soprattutto gli direte, gridò una voce, ch’io non sono ancora troppo vecchio per non essere un uomo da azione».
D’Artagnan riconobbe a quelle parole Rochefort.
«Poss’io fare qualche cosa per voi, signori? chiese il principe.
«Dar testimonianza come facemmo quanto per noi si poteva, monsignore.
«Non dubitate, io la darò. Addio, tra qualche tempo ci rivedremo, io spero, sotto Parigi, e forse pure in Parigi, ed allora potrete avere la vostra rivincita».
Il duca fe’ con la mano un saluto, rimise al galoppo il cavallo e disparve seguito dalla sua scorta, di cui andò a perdersi la vista nell’oscurità: ed il rumore nello spazio.
D’Artagnan e Porthos si trovarono soli su la strada maestra con un uomo che reggeva due cavalli scossi.
Crederono che fosse Mousqueton, e gli si avvicinarono.
«Che vedo! esclamò d’Artagnan, sei tu, Grimaud?
«Grimaud!» disse Porthos.
Quegli fece segno ai due amici che non s’ingannavano.
«I corsieri di chi sono? domandò d’Artagnan.
«Chi ce li dà? interrogò Porthos.
«Il signor conte di la Fère.
«Athos, Athos, balbettò d’Artagnan, voi pensate a tutto, e siete veramente un gentiluomo.
«Manco male, bucinò Porthos, avevo paura di far la tappa a piedi».
E si pose in sella. D’Artagnan vi era digià salito.
«Ebbene, Grimaud, dove vai? chiese questo, lasci forse il tuo padrone?
«Sì, per ordine suo vado a raggiungere il signor visconte di Bragelonne all’armata di Fiandra».
Mossero allora alcuni passi in silenzio sulla via maestra venendo verso Parigi, ma ad un tratto udirono un lamento che sembrava scaturisse da un fosso.
«Ch’è mai questo? fece d’Artagnan.
«È Mousqueton, disse Porthos.
«Eh! sì signore, son io», seguitò una voce querula, mentre sorgeva una specie d’ombra dal basso della strada.
Porthos corse appresso al suo maggiordomo, a cui era realmente affezionato.
«Sei ferito gravemente, Mouston?
«Mouston! ripetè Grimaud, spalancando gli occhi con istupore.
«No signore, non credo, ma lo sono in maniera che mi dà molto fastidio.
«Dunque non puoi montare a cavallo?
«Ah! che mai mi proponete!
«Puoi tu andare a piedi?
«Procurerò, sino alla prima casa.
«Come si fa? disse d’Artagnan, bisogna pure che ritorniamo alla capitale.
«Penserò io a Mousqueton, fece Grimaud.
«Grazie, mio buon Grimaud, rispose Porthos».
Grimaud smontò e andò a dar braccio al suo antico amico, il quale lo accolse colle lagrime agli occhi, senza ch’ei potesse però sapere se cagione di quel pianto fosse il piacere di rivederlo o il dolor della ferita.
D’Artagnan e Porthos continuarono in silenzio il lor viaggio verso la capitale.
A capo a tre ore furono oltrepassati da una specie di corriere tutto carico di polvere: era un uomo mandato dal duca, che recava al ministro una lettera nella quale il principe a tenore della sua promessa attestava quanto avevano fatto Porthos e d’Artagnan.
Mazzarino aveva passata una nottata pessima, quando ricevè quel dispaccio, in cui il duca di Beaufort gli annunziava di per sè stesso qualmente era libero, e farebbe a lui guerra accanita.
Il ministro lo lesse due o tre volte, indi piegandolo e riponendolo nella saccoccia, disse:
«Quel che mi consola, giacchè d’Artagnan non lo ha potuto cogliere, si è che almeno correndo dietro a lui ha ammazzato Broussel. Il Guascone è assolutamente un uomo prezioso, e mi giova anche quando la sbaglia».
Mazzarino alludeva a quel tale che d’Artagnan avea buttato in terra sul canto del cimitero San Giovanni in Parigi, e ch’era per l’appunto il consigliere Broussel.