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Virgilio nel Medio Evo, vol. II cover

Virgilio nel Medio Evo, vol. II

Chapter 79: NOTE:
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About This Book

The author traces how medieval writers transformed Virgil into a figure of popular legend, surveying Latin and vernacular texts that borrow, rework, and romanticize ancient models. He distinguishes stages in vernacular poetry—from national epic survivals to compositions shaped by cross-cultural religious and monastic influences—and shows how monasteries mediated transmission and Latinization. The study analyzes the medieval taste for allegory, the privileging of fantasy and marvels, and the habitual retelling of ancient narratives in contemporary forms, arguing that such processes produced fixed types and ideals rather than faithful historical reconstructions.

NOTE:

1.  Ved. Grimm u. Schmeller, Lateinische Gedichte des X und XI Jh. p. 65 sgg. e Cholevius, Geschichte der deutschen Poesie nach ihren antiken Elementen, I, p. 20 sgg. Nel canto latino ritmico dei soldati modenesi (X sec.) è citato il fatto di Sinone, certamente noto da Virgilio. V. Du Méril, Poés. pop. lat. ant. au XII siècle p. 268.

2.  Zappert (Virgil's Fortleben im Mittelalt. p. 7 sgg. not. 64 sgg.) ha consacrato una gran parte del suo lavoro alla ricerca delle reminiscenze virgiliane nei poeti volgari del medio evo ed ha riunito un grandissimo numero di luoghi di poeti d'ogni sorta e di varie nazioni per provare quanta parte di colorito fosse desunta dalla tavolozza dell'antico poeta. Ma egli si contenta di rapporti troppo generali, e quel ch'ei sostiene non gli si può concedere che per una piccola parte delle sue citazioni. Alla maniera sua potrebbe provarsi che anche poeti indiani o persiani hanno letto Virgilio.

3.  Cfr. Reiffenberg, Chron. rimée de Philippes Mouskes, p. CCXXXV sgg.

4.  Cfr. Grimm, Frau Aventiure, nei suoi Kl. Schrift. I, 83 sgg.

5.  Re Alfonso dice: «El Ovidio mayor (Metamorfosi) non es àl entre ellos (gli antichi cioè) sinon la theologia et la Biblia dellos entre los gentiles.» Grande et general estoria I, 8, c. 7. Cf. Amador de los Rios, Hist. crit. de la lit. españ. III, p. 603.

6.  Una disamina storico-critica molto assennata e profonda di questo passare e tramutarsi dei subbietti antichi nel romantismo, trovasi nella commendevole opera di Cholevius già sopra citata, cap. 3-9. Ved. anche Dernedde Ueber die den altfranz. Dichtern bekannten epischen Stoffe aus dem Alterthum, Erlangen 1887, Birch-Hirschfeld, Ueber die den provenzalischen Troubadours d. XII n. XIII Iahrh. bekannten epischen Stoffe, Halle 1878.

7.  Cfr. Dunger, Die Sage vom trojanischen Kriege in den Bearbeitungen des Mittelalters und ihren Quellen. Leipz. 1869.

8.  Così anche il nostro Guido delle Colonne. Cfr. Dunger, op. cit. p. 19 sg.

9.  Il Romanzo di Troia fu pubblicato dal Joly, Benoit de Sainte-More et le Roman de Troie, ou les métamorphoses d'Homére et l'epopèe gréco-latine au moyen-age, Paris, 1870. Il Roman d'Énéas, è tuttora inedito. Un brano del principio fu pubblicato nel 1856 da Paolo Heyse nei suoi Romanische inedita p. 31 sgg. da un MS. Laurenziano; ma un estratto che ce lo fa conoscere a sufficienza ne ha dato il Peÿ nello stesso anno, nel suo Essai sur li Romans d'Énéas d'aprés les MSS, de la bibl. imp. Paris, 1856. Una edizione critica ne promise il sig. Salverda de Grave, il quale nel suo scritto Introduction à une édition critique du Roman d'Énéas, La Haye 1888 giudicando dalla lingua sostiene che l'Énéas è anteriore al Roman de Troie e non è di Benoit.

10.  Pubbl. da Ettmüller, Heinrich von Veldeke, Leipz. 1852 e da Behagel, Leipz. 1880. Confrontato col testo francese da Peÿ, L'Enéide di Henri de Veldeke et le Roman d'Énéas (in Jahrbuch für roman. und engl. Literatur, II, p. 1 sgg.). Il giudizio di Gervinus, Gesch. d. deutsch. Dicht. I, p. 272 sgg. è dettato senza alcuna conoscenza del testo francese; meglio e più largamente, pel nostro punto di vista, ne giudica Cholevius, op. cit. p. 102 sgg., benchè anch'egli ignaro dei rapporti coll'originale allora ignoto. Quanto v'ha di aspro nel giudizio di Gervinus ha voluto correggere E. Wörner nel suo lavoro Virgil und Heinrich von Veldeke (in Zeitschr. f. deutsche Philolog. von Höpfner und Zacher III, 126 sgg.), nel quale ha creduto rendere un gran servizio al povero minnesinger confrontandolo col poeta latino. Sulle lodi date ad Enrico da Wolframo di Eschenbach, Goffredo di Strasburgo, e il motivo di queste, giustamente giudica Gervinus. Sulle curiose miniature che accompagnano il codice berlinese di questo poema ved. Piper, Mythologie der christl. Kunst, I, p. 246 sgg. e Kugler, Kl. Schrift.

11.  Anche Enrico di Veldeke, benchè si appoggi più direttamente sul suo originale francese, di frequente cita Virgilio, «sô saget Virgiliûs der mâre» «so zelt Virgilius der helt» Cfr. anche quel che dice a p. 26, l. 18 sg.

12.  Una ricca raccolta di esempi per questo che qui si dice trovasi nel dotto lavoro di Bartsch, Albrecht von Halberstadt und Ovid im Mittelalter (Quedlinb. und Leipz. 1861) p. XI-CXXVII.

13.  

«Qui volc ausir diverses contes

De reis, de marques e de comtes

Auzir ne poc tan can si volc.

. . . . . . . . . . . .

L'autre comtava d'Eneas

E de Dido consi remas

Per lui dolenta e mesquina;

L'autre contava de Lavina

Con fes lo bren al cairel traire

A la gaita de l'auzor traire» etc.

Roman de Flamenca publ. p. Paul Meyer v. 609 sgg. p. 19 sg. V. anche Guiraut de Calanson, pr. Diez, Poesie der Troubadours p. 199, e altri luoghi simili pr. Graesse, Die grossen Sagenkreise des Mittelalters p. 7 sgg.

14.  

«Si fu entaillée l'estoire

Coment Eneas mut de Troie,

Et com à Cartage à grant joie

Dido en son lit le reçut;

Coment Eneas la deçut,

Coment ele por lui s'ocist;

Coment Eneas puis conquist

Laurente et tote Lombardie,

Et Lavine qui fu s'amie.»

Per altri testi di poeti volgari relativi a fatti dell'Eneide ved. Bartsch op. cit. p. XXI sgg. e CXXII sg. Il Roman de Brut di Wace comincia con un sunto dell'Eneide che serve alla genealogia dell'eroe del romanzo.

15.  «Onkes poëtes ne fu tex» v. 1267.

16.  È il Fabliau du Chevalier à la trappe, unito ad un altro racconto che è la novella di Tofano e monna Ghita del Decamerone (VIII. 4). Veggasi sulla storia di questi due racconti, D'Ancona, Il Libro dei sette savi di Roma, p. 112 sgg., 120; Oesterley ad Pauli's Schimpf und Ernst p. 678 e Benfey, Pantschat. I, 331.

17.  Cfr. Rosenkranz, Gesch. d. deutsch. Poesie im Mittelalter, p. 67.

18.  Nella Fiorità, tuttora inedita, di Armannino, il Roman d'Énéas è stato adoperato. Cfr. Mussafia, Sulle versioni italiane della storia Troiana p. 48 sgg.

19.  Cfr. Gamba, Diceria bibliografica intorno ai volgarizzamenti italiani delle opere di Virgilio, Verona 1838; Benci, Sui volgarizzamenti antichi dell'Eneide di Virgilio in Antologia di Firenze vol. II (1821) p. 164 sgg.; L'Eneide di Virgilio volgarizzata nel buon secolo della lingua da Ciampolo di Meo degli Ugurgieri, Firenze 1858. Questa traduzione non fu certamente fatta prima che Dante componesse la Divina Comedia, come taluno ha preteso.

20.  «During the gloomy and disastrous centuries which followed the downfall of the roman empire, Italy had preserved in a far greater degree than any other part of western Europe the traces of ancient civilisation. The night which descended upon her was the night of an arctic summer. The dawn began to reappear before the last reflection of the preceeding sunset had faded from the horizon.» Macaulay, Ess. on Macchiavelli p. 64.

21.  Vietor Der Ursprang der Virgilsage nella Zeitschrift für romanische Philologie di Gröber, I, (1887), p. 165-178 sostiene con critica ragionante ma pregiudicata, che la leggenda Virgiliana è tutta d'origine letteraria e il popolo non c'entra per nulla. Così, ma con critica più grossa, incomposta ed inesperta, Tunison Master Virgil the author of the Aeneid as he seemed in the middle ages, Cincinnati 1890. Più accorto e ragionevole Graf Roma nella memoria ecc., II, p. 22 sgg. riconosce l'origine popolare della leggenda, ma sostiene che non sia questa senza rapporto colla leggenda letteraria, cosa che noi non neghiamo, ma anzi, nei dovuti termini, affermiamo. Alcuni sani concetti esprime su tal proposito anche Stecher La lègende de Virgile en Belgique in Bull. de l'acad. roy. de Belgique, cl. des sciences 3me serie, t. XIX, 1890, p. 602 sgg.

22.  Pubblicata negli Scriptores rerum brunsvicensium di Leibnitz, voi. II, p. 695-698.

23.  Pubbl. da Leibnitz negli Scriptores rerum brunsvicensium, vol. I, p. 881 sgg. Benchè la data dell'opera sia il 1212, i ricordi napoletani di Gervasio risalgono, come rilevasi da qualche passo dell'opera stessa, ad un'epoca assai anteriore. Troviamo da lui citato un fatto del 1190 ed un altro più antico, del 1175.

24.  Tutta la parte a ciò relativa fu pubblicata separatamente con dottissime illustrazioni dal prof. Liebrecht, Des Gervasius von Tilbury Otia imperialia, in einer Auswahl, etc. Hannover, 1856.

25.  I dubbi sollevati circa l'autorità di questi scrittori dal Vietor (op. cit. p. 171 sgg.) sostenendo che di queste leggende e di Virgilio il popolo napoletano non ne sapeva nulla, mancano di ogni buon fondamento e riposano su di un falso ragionare suggerito da falsi preconcetti. Sono costoro creduli invero e come tali possono anche esagerare aggiungendo qualche frangia alle fanfaluche che riferiscono e anche credono, ma una critica sana ed impregiudicata non potrà dedurre da ciò che inventino fatti e cose e il nome di Virgilio introducano essi là dove il popolo non ne sapeva. Del resto quel ch'essi riferiscono circa le credenze napoletane è confermato da altri scrittori e dai napoletani stessi, come vedremo.

26.  Ueber den Zauberer Virgilius nella Germania di Pfeiffer, vol. IV, (1859) p. 257-298. Ved. p. 264.

27.  Alexandri Neckam De naturis rerum libri duo, with the poem of the same author De laudibus divinae sapientiae, edited by Thomas Wright. London, 1863.

28.  Quae vices quaeque mutationes et Virgilium ipsum et eius carmina per mediam aetatem exceperint explanare tentavit Franciscus Michel. Paris, 1846. Vedi p. 18 sgg.

29.  Vedi Wright, Biographia Britannica literaria II, 449 sgg. e la prefazione del medesimo al De naturis rerum; Cfr. Hist. litt. de la France XVIII, 521 sgg.; Du Méril, Poésies inédites du moyen-age, p. 169 sgg.

30.  

«Romae quid facerem? mentiri nescio, libros

Diligo, sed libras respuo. Roma, vale.»

Pag. 448.

31.  Così argomenta giustamente Wright nella sua prefazione, p. XIII sgg.

32.  Riferita da Niceta Coniate, Glica, Esichio Milesio. Cf. Frick, Das plataeische Weihgeschenck zu Constantinopel in Jahrhb. f. Phil u. Paed, III Supplmb. p. 554 sgg.

33.  De signis Constant., cap. VIII, p. 861, Bk.

34.  Codin., De signis, p. 30 e 36; De aedif. Const., p. 62; Nic. Callist., Hist. eccles., III, 18.

35.  Spesso questi talismani venivan così sotterrati, e vi fu un tempo in cui in questa guisa ad officio di talismani si fecero servire uomini viventi! Vedi Plin., Nat. Hist. 28, (3) e Liebrecht, Eine altrömische Sage in Philologus, XXI, p. 687 sgg.

36.  Hist. Fr., VIII, 33. Cf. Fournier, Hist. du Pont-neuf, I, p. 19 sgg. Vedi per altri esempi Liebrecht ad Gervas., p. 98 sgg. e Naudé, Apologie des gr. personn. accusés de magie, p. 624. Anche ad Alberto Magno fu attribuita una mosca d'oro che scacciava tutte le mosche. Cf. P. Anton. De Tarsia, Hist. Cupersan., p. 26 (in Thes. Graev. et Burmann. tom. IX, p. v).

37.  Plin., Nat. Hist., X, 29 (45); XXI, 14 (46).

38.  Collect. rer. memorab. p. 40 (ed. Mommsen).

39.  Cf. Liebrecht ad Gervas., p. 105; Lalanne, Curiosités des traditions etc., p. 218. Menabrea, De l'origine, de la forme et de l'esprit des jugements rendus au moyen-age contre les animaux. Chambéry, 1843.

40.  Cfr. Springer, Bilder aus der neueren Kunstgeschichte, (Bonn, 1867) p. 19 sg.

41.  Ved. Schaarschmidt, Joh. Saresberiensis, p. 31.

42.  Polycraticus I, 4. Quest'opera vide la luce nel 1159. Vedi Schaarschmidt, op. cit., p. 143.

43.  Apocalypsis Goliae episcopi, presso Wright, Early poems attributed to Walter Mapes, p. 4.

44.  Cf. Jo. Scoppae Parthenopei in diversos auctores collectanea ab ipso revisa etc. Neapol., 1534, p. 20 sgg. I passi di questo libro, non facile a trovarsi, relativi a Virgilio, mi sono stati comunicati dalla gentilezza del mio dotto amico napoletano prof. De Blasis, al quale vado pur debitore di altre notizie e schiarimenti per questo mio lavoro. — Il sig. Minieri Riccio nel Catalogo dei libri rari della sua biblioteca (Napoli 1864) vol. I, p. 110 sg. nota quanto segue: «Lo Scoppa che scriveva nel giugno 1507, distrugge affatto lo sciocco racconto tradizionale del Summonte intorno a siffatte teste. Costui riferisce che una giovane vassalla, essendo ricorsa ad Isabella di Aragona per essere stata violentata dal suo feudatario, Isabella ordinò che il barone la sposasse, e dopo le nozze lo fece decapitare; che quindi, a memoria di questo fatto, si fossero collocate in marmo quelle due teste su quella porta della città che guarda il mercato dove soffrì l'ultimo supplizio il barone. Racconto ch'io confutai fin dall'anno 1844 nelle mie Memorie degli scrittori nati nel reame di Napoli, prima che avessi letto il libro dello Scoppa.» Gervasio che è molto più antico dello Scoppa dà anche meglio ragione al signor Minieri.

45.  Citato in un MS. napoletano di illustrazioni a Virgilio. Ved, Capasso, Hist. dipl. regni Sic. p. 50.

46.  De Stefano, Luoghi sacri di Napoli f. 15, Capasso, op. cit. p. 50.

47.  Cf. Galiani, Del dialetto napoletano. Napoli, 1779, p. 98 sgg. Dobbiamo però avvertire che questa testa esistente nel Museo creduta da molti scrittori residuo di quel cavallo non pare, a giudizio di archeologi, abbia mai appartenuto ad una statua di cavallo; ved. Helbig Ann. d. Istit. arch. 1865, p. 271; Capasso, op. cit. p. 51.

48.  Notiamo però che già nel V secolo trovasi menzione di una leggenda siciliana, relativa ad una statua che tratteneva la vampa dell'Etna ed impediva agl'invasori d'approdare in Sicilia (Olimpiodoro, presso Fozio, cod. 90). Di una statua simile fa menzione anche nell'VIII secolo la vita di S. Leone taumaturgo, vescovo di Catania. Vedi Acta Sanctor. Febr., III, p. 224. Cf. Liebrecht ad Gervas., p. 106 sgg. e 262. Come giustamente osserva questo dotto illustre, tale leggenda sicula non è senza rapporti coi racconti favolosi dell'antichità relativi all'agrigentino Empedocle e colla statua di bronzo ch'egli ebbe in Girgenti.

49.  Sulle idee superstiziose a ciò relative, vedi Liebrecht nella Germania di Pfeiffer, V, p. 483 sgg.; X, p. 408.

50.  Così lo chiamano Pietro d'Eboli, Falcone Beneventano ed altri.

51.  Montfaucon, Monumens de la monarchie française, tom. II, p. 329.

52.  Cod. IX c. 24 f. 89 v. «Refert etiam (Alexander libro de Naturis rerum) quod in cratere quodam vitreo ovum Virgilius inclusit quo fata civitatis Neapolis pendere dicebat.» È un MS. acefalo che contiene alcune illustrazioni delle opere di Virgilio, segnalato da Capasso, Histor. dipl. regni Sic. Neap. 1874, p. 354.

53.  De Rossi, Prime raccolte d'antiche iscrizioni ecc., (Roma 1852) p. 92. Roth (op. cit. p. 263) ha tentato d'interpretarla, ma senza risultato che valga la pena di esser qui riferito.

54.  Vedi i vari scritti relativi a questi bagni riuniti nel tom. IX, parte IV del Thesaurus di Grevio e Burmanno.

55.  Quantunque Corrado parli d'immagini, la maggior parte degli altri scrittori che di ciò fan parola non menzionano che iscrizioni.

56.  

«A borbo avia risc bains;

Quis volc, fos privatz o estrains,

S'i pot mout ricamen bainar.

En cascun bain pogras trobar

Escrih a que avia obs.»

Le Roman de Flamenca, publié par P. Meyer. Paris, 1865, p. 45; Cf. p. XIII.

57.  Itinerarium (ed. Asher), I, p. 42. Vedi Du Méril, De Virgile l'enchanteur nei suoi Mélanges archéologiques et littéraires, p. 436.

58.  Cf. Meyer, Roman de Flamenca, p. XIII.

59.  Vedi Du Méril, l. c.

60.  Joh. Burchardi diarium, ed. ab Ach. Gennarelli, Flor. 1854, p. 317.

61.  Cfr. su questo scrittore del XII sec. e il suo poema E. Pércopo I bagni di Pozzuoli poemetto napoletano del sec. XIV, Napoli 1887, p. II sgg. (Estr. dall'Arch. stor. per le prov. napol. XI, pp. 597-750.)

62.  Cap. 29.

63.  Vedi Du Méril, l. c.

64.  Cron. di Partenope, cap. 29.

65.  Cf. Panvinio, Il forest. istr. alle antichità di Pozzuoli ecc., p. 100. De Renzi, Storia della medicina in Italia, II, p. 148. Mazza, Urbis Salernitanae historia (in Thes. Graev. et Burm., tom. IX, p. iv) p. 72 sg.

66.  I telesmi di Apollonio Tianeo sono attribuiti dallo pseudo-Giustino (V sec.) a profonda cognizione «delle forze della natura e delle loro simpatie ed antipatie.» Cf. Roth, op. cit., p. 280. Certo non può credersi sia la magia diabolica quella che Alberto Magno dice di avere sperimentata egli stesso: «cuius etiam veritatem nos ipsi sumus experti in magicisOper., t. III (Lugd., 1625), p. 23. Intorno alla testa che parlava fatta da costui, dice il nostro antico scrittore: «e non fu per arte diabolica nè per negromanzia però che gli grandi intelletti non si dilettano di ciòe; poichè è cosa da perdere l'anima e 'l corpo, che è vietata tale arte dalla fede di Cristo.» Sopra ha detto che ei la fè «per la sua grande sapienzia... a sì fatti corsi di pianeti e calcola così di ragione ch'ella favellava.» Rosario della vita di Matteo Corsini ap. Zambrini, Libro di novelle antiche, p. 74.

67.  Commento sopra Dante, Inf. I, 70.

68.  L'ars notoria, derisa da Erasmo, non ha nulla di diabolico, ma intende a procurare la conoscenza di varie scienze mediante l'osservanza di talune prattiche. Cornelio Agrippa scrisse un libro intorno a quest'arte. Ved. Liebrecht ad Gervas., p. 161. Cf. Roth. op. cit., p. 294. Veggasi però anche quanto ne dice il Virgilio Cordubense di cui parleremo in altro capitolo.

69.  Morto, secondo Leibnitz, nel 1175.

70.  Muratori, Scriptores rer. ital., XII, p. 283.

71.  Polycraticus, 2, 23.

72.  Cf. Roth, op. cit., p. 295.

73.  Di quest'avviso è anche Schaarschmidt, Johannes Saresberiensis nach Leben etc, p. 99.

74.  Ap. Muratori, Scriptores rer. ital., V, p. 637, 644. Lo stesso autore crede Napoli inespugnabile e pare ciò attribuisca a Virgilio, come vedremo più oltre riferendo le sue parole. Cf. Roth, op. cit., p. 288 sgg.

75.  È singolare e deplorevole che fino ad oggi da archeologi di vaglia non siasi fatta intorno al sepolcro del poeta alcuna seria ricerca. Generalmente si ricusa di credere che sia veramente il sepolcro di Virgilio quello che a Napoli da parecchi secoli passa per tale. Dopo lo scritto poco serio e profondo di Peignot Recherches sur le tombeau de Virgile, Dijon 1840, abbiamo il recente lavoro storico-critico di E. Cocchia, La tomba di Virgilio, contributo alla topografia dell'antica città di Napoli, Torino (Loescher) 1889 (Estr. dall'Arch. st. per le prov. napol. Anno XIII, fasc. III-IV), il quale intende a provare che il sepolcro di Virgilio è appunto quello che si crede tale presso l'ingresso della grotta di Pozzuoli. L'indicazione data nell'antica biografia è assai precisa e del tutto degna di fede. Essa potrebbe servire di guida a scavi, che però devono essere preceduti da ricerche topografiche su Napoli antica, per determinare con esattezza ove fosse il secondo miglio da Napoli sulla via Puteolana. Tanto fa il Cocchia provando che a tal distanza su quella via corrisponde appunto quel sepolcro. Certo, che quello non possa essere il sepolcro di Virgilio, è difficile provarlo, come anche trovare come e quando nascesse la vecchia tradizione che appunto quello indica per tale.

76.  «Ossa eius Neapolim translata sunt tumuloque condita, qui est via puteolana intra lapidem secundum.» Donat., Vit. Vergil., p. 63.

77.  

«Non quod Mantua contumax Homero

adiecit latialibus loquelis,

aequari sibimet subinde livens

busto Parthenopem Maroniano.»

Sid. Apoll., Carm. IX.

78.  Scriptores rerum langobardicarum (nei Mon. Germ. hist.) p. 440.

79.  Bartsch Chrestomathie provençale (4ª ed.) p. 73, 2. Sull'età di questo trovatore ved. Selbach, Das Streitgedicht in der altprovenzalischen Lyrik, Marburg 1886 p. 18 sg.

80.  Cfr. Schipa, Il Ducato di Napoli in Arch. st. delle prov. nap. XIX (1894) p. 445.

81.  Pompon. Mela, De Chorographia, III. 106 (ed. Partehy). Cfr. anche Rawlinson, ad Herodot. I, 66.

82.  «.... et ore et animo tam probum constat, ut Neapoli Parthenias vulgo appellatus sit.» Donat. Vit. Vergil. p. 57.

83.  Acta Sanctorum Jun., V, p. 114 sgg.

84.  Op. cit. p. 287.

85.  Acta Sanctor. Jun., V, p. 112 d.

86.  Costo, La vera istoria dell'origine e delle cose notabili di Monte Vergine, p. 123 sgg.

87.  La tradizione locale, citata da tutti gli storici del Monte Vergine, porta che il monte prima di chiamarsi Virgiliano si chiamasse di Cibele, per un tempio che ivi era, sacro a questa divinità. La stessa tradizione fa derivare il nome di Vesta, che porta una località alle falde dei monte, da un tempio di Vesta che ivi si trovava. Ved. Giordano, Croniche di Monte Vergine, p. 27, 38, 45.

88.  Un antico MS. del Monte Vergine, del sec. XIII, contenente la vita di S. Guglielmo, dice: «Nuncupatur Mons Virgilianus a quibusdam operibus et maleficiis Virgilii mantuani poetae inter latinos principis; construxerat enim hic maleficus daemonum cultor eorum ope hortulum quemdam omnium genere herbarum cunctis diebus et temporibus, maxime vero aestatis pollentem, quarum virtutes in foliis scriptas monachi quidam nostri fide digni fratres, qui praedictum montem inhabitant, apertis vocibus testantur, saepe casu in praedictum hortum, non semel, dum per iuga montis solatii causa errarent, incidisse, nihilominus intra hortum huiusmodi maleficio affectos esse, ut nec herbas tangere valuisse, nec qua via inde egressi sint, cognovisse retulerunt. Deinde, mutato nomine Virgilii, Virgineus appellatur a semper Virgine Maria, cui templum positum est.» ap. Giordano, Croniche di Monte Vergine, p. 92.

89.  Noct. att., II, 213. Cf. Serv. ad Aeneid., VII, 740.

90.  Kretschmer (De A. Gell. fontib. p. 77) e Mercklin (N. Jahrbb. f. Philol. 1861, p. 722) pensano che questo potesse essere un commentario virgiliano d'Igino.

91.  Così pensa anche Ribbeck, Prolegg., p. 25.

92.  La Cronica di Partenope lo pone sopra Avella et appresso Mercholiano. Mercogliano però è più prossimo ad Avellino che ad Avella, e forse per questo Roth crede che nella Cronica debba leggersi Avellino invece di Avella (op. cit., p. 226). Ma lo Scoppa dice chiaramente «supra Abellam nunc Avellam quam Virgilius in Georg. maliferam... nuncupat.» Il padre Giordano (Cron. di Monte Vergine, p. 85 sgg.) arriva fino ad affermare che Virgilio pose in Avella la sua residenza estiva. Del resto è chiaro che la leggenda non poteva indicare precisamente il luogo di un giardino così maraviglioso. Nel MS. del Monte Vergine, del sec. XIII, già sopra citato, si parla di alcuni monaci che asserivano di averlo veduto, essendovisi imbattuti a caso, ma di non sapere nè come vi fossero entrati, nè come ne fossero usciti. Altri monaci dicevan lo stesso nel sec. XVII, ed il padre Giordano registra anche i loro nomi! Cron. di Monte Vergine, p. 92 sgg.

93.  È pur notevole che due delle leggende napoletane su Virgilio (quella dei serpenti, e quella delle facce di pietra) si referiscano appunto alla porta di Napoli che conduceva a Nola.

94.  Veggasi l'epigramma 376 dell'Anthologia latina (Meyer): «De horto domini Oageis, ubi omnes herbae medicinales plantatae sunt.»

95.  Croniche di Monte Vergine, p. 84.

96.  Cfr. Schipa Il Ducato di Napoli in Archivio st. per le prov. napolet. v. XVII p. 628 sgg.

97.  «post Romanam urbem nulli inferior» Vita Athanasii in Script. rer. Langobardicar. p. 440.

98.  Vita Athanasii loc. cit.