—Eccellenza, ho bisogno di parlarle e se potesse ascoltarmi subito, mi farebbe un piacere.

—Credo che potremo rimettere anche a domani questo colloquio,—risposo freddamente don Pio.

—In la prego di ascoltarmi subito.

—Vadano in quel fumoir,—disse Maria per secondare il desiderio di Fabio,—e io starò seduta vicino alla porta e impedirò che sieno disturbati.

—Quando lei ordina.—disse il principe inchinandosi davanti a lei,—non si può far altro che ubbidire,—e si avviò per il primo, entrò nel fumoir e cambiando subito tono, disse, con fare di sprezzo, al Rosati:

—Sentiamo questa seccatura che ha da dirmi;—e accesa una sigaretta si mise a cavalcioni di una poltroncina guardando il Rosati, che non osò neppure sedersi.

—Eccellenza,—disse Fabio con voce tremante,—io vengo a compiere di fronte a lei una missione delicata. La principessa è gelosa, gelosissima e mi ha invitato ad accompagnarla alla inaugurazione del teatro.

—Spero che lei si sarà mostrato cortese e non avrà rifiutato l'onore che la principessa le faceva, sciogliendolo a suo cavaliere?

—Non scherzi, Eccellenza,—disse Fabio in tono supplichevole,—io temo che la principessa sia trascinata dalla gelosia, non ragioni più e voglia commettere uno scandalo, che farebbe parlare tutta Roma. Pensi quanto ne soffrirebbe la signora Caruso....

Fabio, nel pronunziare quel nome capì come erano arrischiate le sue parole e non osò aggiungere altro.

Il principe riflettè per un momento, e poi alzandosi si mise a camminare in su e in giù per la stanza; pareva che non sapesse egli stesso quel che risolvere. A un certo momento si fermò in faccia a Fabio, e dissegli:

—La ringrazio di avermi avvertito; ma esaminando la sua coscienza, non si sente punto colpevole di aver fomentato la gelosia della principessa?

—No,—rispose francamente Fabio.—Io non sono mai andato dalla principessa se non invitato da lei; ho evitato molte domande suggestive, e quando ho parlato, mi sono sempre guardato dall'attizzare la gelosia da cui mi accorgevo che era ròsa. Se non crede a me la interroghi.

Don Pio riprese a passeggiare nella stanza, e fermandosi poi a un tratto dinanzi a Fabio, gli disse:

—Saprò fare in modo che la principessa sia accompagnata alla inaugurazione da altri che da lei; non le dica nulla di questo nostro abboccamento, e sia sincero con me, assolutamente sincero, se tiene a risparmiarmi delle noie.

Quando essi uscirono dal fumoir, trovarono Maria, come una sentinella, sulla porta. Era pallida e guardava ora Fabio ora il principe per leggere sui loro volti il risultato dell'abboccamento. Fabio le rivolse uno sguardo riconoscente e si affrettò a tornare in redazione, dove erano i suoi colleghi, e il principe rimase muto di fronte a Maria.

—Il Rosati le ha detto tutto?—le domandò con voce appena intelligibile.

—Sì.

Una lunga e penosissima pausa tenne dietro a questa risposta; Maria era profondamente turbata; il principe tremante, agitato, più che mai desideroso di lei, non sapeva come rompere il silenzio.

—Non voglio che alcuno soffra per me—diss'ella guardando il principe mestamente,—e non posso permettere che mi si giudichi colpevole. La prego dunque di non occuparsi più punto di me, di dimenticarmi, e io, senza precipitazione, senza dar nell'occhio, saprò far cessare tutti i tormenti e tutti i sospetti.

Ella parlava lentamente, pesando le parole prima di pronunziarle, con una serietà, che rivelava la persona assuefatta alle persecuzioni della sorte, assuefatta a non sgomentarsi delle sventure, sentendosi sorretta dall'illibatezza della sua coscienza e del suo pensiero.

—Maria,—le disse il principe con voce concitata,—non parli di allontanarsi, non ammetta neppure che io possa dimenticarla, non sacrifichi me per soddisfare il capriccio geloso di una donna, che non mi ama, che non mi ha mai amato, e che fin qui ha tollerato senza affliggersene la mia indifferenza e la mia trascuratezza; non mi tolga tutte le gioie che provo a vederla. Non mi tolga la speranza che un giorno si lascierà intenerire dal mio amore e mi amerà. Tutte le donne mi sono divenute indifferenti, mi pare che lei sola sia la donna capace di rendermi felice. Lei è il movente di tutte le mie azioni, lo scopo di tutti i miei pensieri, la mia ambizione, la mia consolazione: non mi lasci, non mi abbandoni!

Maria non ebbe campo di togliere a don Pio ogni speranza. L'on. Carrani si avanzava verso di lei sorridente. Egli era tornato quel giorno stesso dopo un viaggio in Romagna e recava liete novelle. Il paese era scontento del Governo e non aveva nessuna fiducia negli uomini che erano al potere. I deputati delle regioni visitate dall'on. Carrani, erano pronti a mettere, alla prima discussione, il Presidente del Consiglio nella necessità di chiedere alla Camera un voto di fiducia. La Camera, dai calcoli fatti, o negava il voto o lo dava a scarsissima maggioranza; una crisi era inevitabile e il vecchio Presidente del Consiglio non poteva negare dei portafogli agli uomini del loro partito. Ormai si trattava di giorni, e quei giorni dovevano essere abilmente sfruttati dalla Stampa con attacchi abili contro il ministro di Grazia e Giustizia e contro quello della Marina, gli uomini più moderati del Gabinetto e per questo più invisi ai progressisti. Il primo doveva essere attaccato per la tolleranza illegale di cui dava prova lasciando che gli ordini religiosi acquistassero sempre maggiori affigliati, lasciando che, nonostante la legge che proibisce i conventi, questi si popolassero di continuo ai nuovi frati e di nuove monache; quello della Marina doveva essere attaccato nel sistema di costruzioni navali che aveva adottato; bisognava dimostrare che le grandi navi già varate e quelle che erano sui cantieri assorbivano somme enormi e che erano insufficienti a difendere le coste italiane.

—Intendetevi con Ubaldo;—disse il principe che non seguiva per nulla il Carrani nella sua esposizione,—egli è di là che scrive e lo troverete subito.

L'on. Carrani non capì che il principe lo voleva allontanare e si diede a insistere sulla necessità di trovare un tecnico per attaccare il ministro della Marina.

—Ne conosco uno, un ex-ufficiale, eccovi un biglietto per lui, fatelo cercare,—e scritto in fretta due parole col lapis su una carta da visita, la consegnò al Carrani.

Maria si era allontanata dal principe e presa la Nouvelle Revue, che era posata su un tavolino, si era messa a leggerla attentamente.

—Che cosa mi risponde, che speranze mi dà?—le domandò il principe appoggiandosi alla spalliera della poltrona su cui ella era seduta, e sfiorandole quasi con la bocca i capelli.

—Non ho altro che una preghiera da rivolgerle,—disse Maria senza togliere gli occhi dal libro.—La prego di dimenticarmi e di riportare sulla donna che soffre, sulla donna che ha diritto di essere consolata, il suo pensiero e il suo affetto.

—Questa non è una risposta,—disse il principe,—io domando di essere consolato ed ella aggrava la mia afflizione rammentandomi dei doveri incresciosi.

—Allora,—disse Maria alzandosi,—io non le parlerò più dei doveri suoi; le parlerò di me, della mia tranquillità, del rispetto cui ho diritto, e che ho saputo meritarmi a prezzo di grandi sacrifizi. Allora le dirò che voglio non si occupi più di me.

—È impossibile,—disse il principe.

—Quello che pare a lei impossibile, lo renderò possibile io, allontanandomi.

—E suo marito?

—Mio marito ignorerà tutto; io saprò trovare dei pretesti per lasciar Roma, senza turbare la sua pace, che mi è cara, senza porre ostacoli alla sua operosità.

—Maria, la supplico in ginocchio di non mandare ad effetto la sua minaccia; Maria, rimanga; Maria, non mi privi della consolazione che mi viene da lei!

—Come vuole che io rimanga, che non abbandoni il posto, perseguitata dall'amore suo come sono, e dalla gelosia di una donna?

Il Carrani tornava insieme col Caruso, combinando l'attacco contro il ministro di Grazia e Giustizia.

—Bisogna fare una specie di statistica, domani subito, dei conventi che son sorti qui a Roma dopo che è stata applicata la legge della soppressione delle corporazioni religiose,—diceva avvicinandosi sempre più al principe,—e poi continuare quella statistica a Firenze, a Napoli, a Milano, e su quella incominciare l'attacco. Avete un redattore che possa prendere qui informazioni precise?

—Sì, il Rosati,—rispose Caruso, e premendo il bottone di un campanello ordinò a un usciere di chiamare Fabio.

Don Pio era rimasto in faccia a Maria, senza parlare, e la guardava fisso sperando sempre che ella pronunziasse una parola che lo autorizzasse a sperare.

Intanto che aspettavano il Rosati, il quale era sceso in tipografia a fare alcune correzioni, don Pio disse al Caruso:

—Dicevo appunto alla sua signora che mi pareva stanca e sofferente e le proponevo di accompagnarla a casa.

—Sì, Maria ha un aspetto insolito stasera. Va a riposarti e se il principe è così amabile di accompagnarti, approfitta della sua offerta; io non posso muovermi ancora.

Maria non seppe che rispondere e poi desiderava un'ultima spiegazione col principe, sperava d'indurlo a rinunciare a lei.

—Sono pronta,—disse dopo aver data la buona sera all'on. Carrani e al marito. Ella scese sollecita le scale della redazione per evitare di appoggiarsi al braccio di don Pio, che la seguiva.

Neppure per la strada si appoggiò a lui e quando furono a una certa distanza dalla Stampa, ella si fermò risolutamente e gli disse:

—Prima di risolvermi a lasciare Roma, ad abbandonare la casa dove ho vissuto felice, ad abbandonare mio marito in preda a sè stesso, a rinunziare a questa esistenza agiata e tranquilla che mi è parsa il paradiso in terra, dopo tanti tormenti che ella ignora, io la supplico, se è vero che ha un poco d'affetto per me, di rinunciare a delle speranze che, io viva, io consciente, non appagherò mai. Si sente la forza di fare questa promessa?

—Purchè rimanga, purchè io la veda, prometto tutto, avrò tutti gli eroismi.

—Badi, conto sulla sua parola più che su quella di un altro, perchè ella, per la sua nascita, ha maggior obbligo di mantenerla scrupolosamente.

Don Pio non parlava più. Abbattuto, con l'andatura stanca egli camminava accanto a Maria. Senza scambiare una parola giunsero al portone di casa, che Maria aprì con la chiave.

—Vuole che l'accompagni fin su?—domandò don Pio.

—Grazie,—risposo ella che non aveva piena fiducia nella promessa del principe,—ho i cerini.

Si strinsero la mano in silenzio e don Pio portò alle labbra le dita di Maria e gliele baciò ripetutamente. Ella si tirò indietro e chiuse il portone senza permettere a don Pio di entrare nell'ingresso buio, e salì le scale turbata, ansante, e solo quando fu nella quiete della sua camera e vide il suo bambino, che dormiva tranquillo, si sentì al sicuro.

—Ora che credevo fosse terminata la vita precaria, angustiata, miserabile, ora dovremo ricominciare i pellegrinaggi, gli stenti, i sacrifizi! Così non può durare,—diceva Maria a sè stessa ripensando alla sua situazione.—Ubaldo dovrà lasciare il posto, saremo poveri ancora,—e un sospiro angoscioso le sollevava il petto.

Mentre ella fantasticava pensando al mezzo di uscire da quella difficile situazione con minor danno possibile per il marito, don Pio, sotto il grande baldacchino di stoffa stemmata provava il pentimento per la promessa fatta e calmava la sua coscienza, poco scrupolosa, ripetendo a sè stesso che i giuramenti d'amore hanno un valore relativo, e che nessuno è obbligato a tenerli. Questo ei diceva alla sua fantasia infiammata per non privarla di una speranza, questo ei diceva ai suoi sensi eccitati, questo diceva a tutto l'esser suo che non aveva altro desiderio se non quello di possedere Maria. Non potendo dormire, don Pio si alzò verso le quattro e si pose a fumare per la camera cercando di stancarsi, affinchè gli riuscisse più facile di prender sonno; ma gli occhi restarono smisuratamente aperti, il corpo pareva non volesse il riposo e davanti a sè vedeva sempre Maria, che lo guardava affascinandolo con i suoi grandi occhi chiari, col suo sorriso fresco di bambina, con quel profumo soave di onestà che emanava da tutta la bella persona.

—Io l'avrò, l'avrò quella donna!—esclamò don Pio,—e voglio che sia mia in quel teatro che ho costruito per ubbidire a un capriccio di lei.

Calmato da questa promessa, che faceva a sè stesso, si diede a pensare al modo di mantenerla, e trovatolo si coricò di nuovo e dormì fino a ora tarda, di quel sonno tranquillo che è falso dire sia riserbato soltanto ai giusti, mentre Maria non riuscì a prender sonno, Maria che aveva la coscienza pura e non voleva altro che il bene.


X.

Prima cura di don Pio nel destarsi fu quella di scrivere a suo cognato di pranzare quella sera con loro dovendogli parlare, e dopo essersi vestito andò al teatro per vedere se aveano terminato di mettere gli apparecchi per la luce elettrica. La "Fenice" era il primo edifizio di Roma che fosse illuminato con quel sistema, e per quella novità era occorso un ingegnere venuto da Berlino, e spese, spese da non dirsi.

Mancava ancora molto, prima che tutto fosse terminato, ma il principe disse che quella sera stessa voleva si facesse la prova della luce elettrica, e per appagare quel capriccio di lui si raddoppiarono gli operai, si raddoppiarono le forze, e gli fu formalmente promesso che alle dieci avrebbe veduto il teatro illuminato.

Il principe dette ancora degli ordini, girò per i palchi, dove i tappezzieri lavoravano ancora, e si fece consegnare la chiave della barcaccia destinata alla Stampa e che aveva a fianco il salottino per Maria. Quel salottino aveva una finestra sulla strada e anche di giorno era un modello di eleganza.

Piccolo, col soffitto a stucco lievemente filettato d'oro e di azzurro, aveva le pareti ricoperte di una stoffa celeste a piccoli fiori di un bianco perlaceo. Sul pavimento di marmo era gettato un grande tappeto persiano di una tinta mite, e gli angoli erano occupati da quattro cantoniere a cristalli di legno verniciato di bianco, oro e azzurro, che insieme con il canapè, le sedie, la consolle, le porte guarnite di cristalli e le appliques dovevano aver servito ad addobbare il salotto di una signora del diciottesimo secolo. Nelle cantoniere, sui mobili era tutta una profusione di gruppi di biscuit di Capodimonte, di porcellane di Delft e di Sèvres, di bronzi, di miniature, di ninnoli rari e preziosi, mentre dalle pareti pendevano due Greuze autentici, due quadretti che non avevano prezzo.

La sola cosa moderna che si vedesse in quel salottino, così fedele a un'epoca sparita per sempre, era un largo divano su cui era gettata una pelle d'orso bianco, una pelle di un candore e di una morbidezza tali da ricondurre la mente alle regioni polari, alle nevi immacolate.

Don Pio osservò tutto minutamente, ebbe cura di guardare se nella parte inferiore delle cantoniere erano collocati i servizi da thè e da liquori, se vi era il ramino d'argento, se quei mobili erano forniti di quanto può occorrere a una signora per improvvisare un piccolo ricevimento a pochi amici, e poi sedutosi sulla pelle di un bianco immacolato, sognò voluttà tali che lo facevano fremere e davano le vertigini a lui, per il quale la vita del piacere non aveva misteri.

Snervato da quello sforzo della immaginazione, don Pio uscì mettendosi in tasca la chiave di quel salottino, e andò girellando da un punto a un altro della città senza scopo, e finì per ridursi nel suo salotto ad aspettare il pranzo, a pensare a quella sera in cui la febbre che lo divorava doveva alfine essere calmata dal bacio della bella creatura. Tutto sperava da quella sera: sperava che Maria, dopo una così lunga resistenza, dopo un fatto compiuto, incancellabile, si sarebbe affezionata a lui con quell'abbandono che provano molte donne quando la loro resistenza è stata vinta violentemente, sperava una continuità di godimenti, un rinnovellamento non interrotto di profonde sensazioni, sperava che anche Maria sarebbe stata felice e prometteva di fare quanto gli permettevano la sua posizione e le sue ricchezze per mantenere quel legame in una sfera scevra di volgarità.

Alla donna gelosa, che avrebbe con mille insidie, con mille astuzie cercato di amareggiare la felicità che chiedeva a un'altra che a lei, e neppure alla donna contaminata, perseguitato da quella frenesia non pensava. Pensava a sè, a sè soltanto, ai suoi godimenti, alla sua soddisfazione, perchè al mondo egli era assuefatto a non vedere che sè.

L'arrivo del cognato, annunziatogli da Giorgio, lo trasse dai suoi pensieri e gli rammentò che era tempo di vestirsi per il pranzo. Fatto entrare don Alberto Grimaldi nel suo spogliatoio, gli disse in brevi parole quello che voleva da lui.

—Io sarò molto occupato la sera della inaugurazione del teatro, dovrò ricevere, mi dovresti fare il piacere di accompagnare Camilla?

Don Alberto non si mostrò gran che entusiasta di far da cavaliere alla sorella, ma accettò, e i due cognati entrarono insieme nella sala da pranzo dove la duchessa discuteva con l'Onorati rispetto al luogo di nascita del famoso cardinale Urbani, e donna Camilla leggeva l'Osservatore Romano.

—Como mai sei qui?—diss'ella al fratello.

—Ho pensato che tu desideri di venire all'inaugurazione della Fenice e ho invitato Alberto a pranzare con noi per pregarlo di accompagnarti.

Donna Camilla, sempre sospettosa, non seppe rallegrarsi di quella insolita attenzione del marito, e rivolse su di lui uno sguardo interrogativo, ma non riuscì a leggergli nulla sul volto impassibile; peraltro dubitò che il Rosati avesse parlato e disse:

—Mi ero già scelto un cavaliere, ma naturalmente, se tu mi accompagni, Alberto, io ti preferisco a qualunque altro.

—Non credevo che tu avessi dei cavalieri serventi?—osservò don Pio.

—Dal momento che tu preferisci farlo a tutte le signore, meno che a me, io mi rassegno, e scelgo chi gode volentieri della mia compagnia.

—"Tout est pour le mieux dans le meilleur des mondes!"—sentenziò il principe ridendo.

Quella sera egli non sapeva altro che ridere, voleva esser di buon umore, voleva esilararsi. Don Pio ciarlò molto più del consueto, discusse con l'Onorati, narrò aneddoti, scenette e rese loquace anche don Alberto, che aveva lo stesso carattere freddo e noioso della sorella. E intanto che parlava beveva molti bicchierini di Tokay, il solo vino che meritasse il titolo nobiliare di nettare, come egli diceva scherzando.

Appena terminato il pranzo propose alla madre e alla moglie di andare al Costanzi dove si dava l'Excelsior, e fatto attaccare il landau trascinò seco Alberto al grande teatro della Roma nuova. Dopo esser rimasto un poco nel palco, prese il cappello e disse di andare a far delle visite, e poi sul palcoscenico per parlare con l'impresario, e uscì. Si fece vedere infatti per un momento nel palco della moglie di un segretario dell'ambasciata inglese, e poi l'occhio indagatore di donna Camilla non riuscì a scorgerlo più nella vasta sala del teatro.

Infatti, don Pio era andato via, e salito in botte si era fatto condurre alla Stampa. Nel salone c'era Maria, che parlava con Adriana Mariani.

Maria pallida, ma calma, composta e sorridente come al solito, quando vide il principe sussultò lievemente e gli stese la mano con la usata cordialità.—

—Siete divenuto il Prince charmant,—disse Adriana col suo torte accento francese, strisciando le esse e pronunziando l'erre in gola.—Non a Roma soltanto, ma anche a Parigi si parla delle meraviglie che create. Guardate che cosa dice il Gil-Blas del vostro teatro!

Ella porse al principe il giornale del Boulevard. Don Pio lesse, e man mano che andava avanti sorrideva di compiacenza. Quando ebbe terminato l'entrefilet, che conteneva una lode grandissima per la "Fenice" e per la sua munificenza, disse, rivolto alle due signore:

—Per far sempre la parte che mi si attribuisce, vi propongo di venir subito a vedere il teatro, così giudicherete se gli elogi che se ne fanno anche a Parigi, sono esagerati.

—Andiamo, andiamo,—disse la piccola francese, sempre lieta quando le si offriva qualcosa d'inatteso e di nuovo.

—Un momento,—rispose il principe, ed allontanatosi tornò in compagnia del Rosati, del Suardi e di due altri redattori della Stampa.

—Ora sono agli ordini delle signore.

Maria e Adriana Mariani s'incamminarono lentamente conversando fra loro; il principe e gli altri le seguivano pure parlando, e, traversato un corridoio, che dall'ingresso del giornale metteva direttamente nel buffet della "Fenice," si fermarono vedendo che tutto era all'oscuro. Il principe accese i cerini e offrì il braccio a Maria; il Suardi prese famigliarmente per la mano Adriana e gli altri si davano molto da fare per rischiarare il sentiero alle due coppie.

Quando furono giunti alla porta che dai corridoi laterali metteva nel centro della platea, il principe pregò di aspettarlo un momento, e lasciata Maria si avviò solo giù per una scala, che metteva alla stanza dov'era collocato il generatore della elettricità, e dove aveva dato ordine all'ingegnere e agli operai di attenderlo.

—È tutto pronto?—domandò.

—Tutto,—gli fu risposto.

—Allora fra cinque minuti che il teatro sia tutto illuminato,—e senza informarsi d'altro, senza aggiungere altro risalì per raggiungere il resto della comitiva.

—Si può fare a mosca cieca per ammazzare il tempo,—diceva il Suardi.

—Pazienza!—gridò il principe da lontano.—L'oracolo mi ha detto che fra meno di cinque minuti il miracolo si compirà e quando si pronunzieranno le solenni parole: Fiat lux, la luce si farà.

—Speriamolo,—rispose il Suardi.—Per ora è buio pesto, e in questo stato di cose non mi accorgo della differenza che passa fra il volto della signora Maria e quello del mio amico Sbarbati.

Era quello il soprannome affibbiato dal Suardi al Rosati e col quale gli rammentava continuamente che i baffi non volevano spuntargli.

—Qui potrei passare anche per barbuto come te,—rispose bonariamente Fabio.

Fiat lux,—disse il principe vedendo il filo delle piccole lampade elettriche, che incominciava a farsi incandescente.

Un istante dopo un'onda di luce siderea, di luce fredda illuminava da cima a fondo la sala del teatro mettendo in rilievo le dorature, gli stucchi, gli affreschi della vòlta, le stoffe delle drapperie, il ricco telone, tutta quella profusione di ornamenti, tutta quella ricchezza che dava alla sala l'aspetto di un luogo incantato.

—Evviva il Prince charmant!—gridò Adriana battendo le mani.

—Evviva l'autore del teatro!—gridò il Suardi.

Gli evviva non finivano più. Soltanto Maria rimaneva muta, pareva abbagliata da tutta quella luce, da tutta quella ricchezza; rimaneva muta perchè il cuore le diceva che un uomo che fa tutto quello per appagare il desiderio di una donna, non si rassegna a rinunziare a lei, non può rassegnarsi a non cercare con ogni mezzo di conseguire il premio che ha sperato.

—Non le piace?—domandò don Pio a Maria, sentendosi offeso da quella freddezza.

—Sono sbalordita,—rispose ella chinando a terra lo sguardo per trovare un punto meno splendente ove posarlo.

Intanto l'ingegnere era salito per domandare al principe se era contento della illuminazione.

—Contentissimo,—rispose egli.

Adriana, che era molto curiosa di capir subito tutti i nuovi ritrovati per poi parlarne ai non iniziati e sbalordirli con la sua erudizione, incominciò a rivolgere molto domande all'ingegnere sul come si generava e si trasmetteva la luce, sulla diversità delle lampade, e l'ingegnere le rispondeva con molta precisione, nel suo cattivo francese; intanto il principe guidava gli altri nella visita del teatro e salivano e scendevano a caso.

Il Rosati, che sapeva benissimo il desiderio del principe di rimanere a parlare con Maria, fece in modo da condurre i compagni sul palcoscenico; Adriana si fermò a guardare l'addobbo dei palchi mettendo il naso per tutto senza cessare di rivolgere interrogazioni al suo compagno, e il principe, accorgendosi di non esser seguito, condusse Maria nel suo palco della Stampa. Ella era così stanca, così abbagliata da tutta quella ricchezza che la schiacciava, da quel tributo grandioso resole da don Pio, che non aveva più forza, e si lasciò cadere spossata sopra un divano non supponendo che alcun pericolo la minacciasse, e convinta che Adriana, che vedeva in un palco poco distante, l'avrebbe presto raggiunta.

—Come è abbattuta, come è malata, povera Maria,—le disse don Pio,—mi permette che le prepari una tazza di thè?

—Faccia quello che vuole,—rispose Maria senza moversi e senza neppur seguire con lo sguardo il principe, che apriva la porta del salottino, e tolto il bricco d'argento da una cantoniera vi accendeva sotto lo spirito.

Il principe tornò subito presso Maria e le disse:

—Quel salottino era destinato a lei; con ogni cura glielo avevo preparato. Nessuna regina ne ha uno simile in un teatro del mondo; non vuol neppur degnarsi di guardarlo?

Il tono con cui don Pio parlavale era così umile, egli pareva così rassegnato a rinunziare ad amarla, così afflitto, che ella non seppe negargli quel favore domandato tanto supplichevolmente, e alzatasi mise il piede nel santuario che era stato creato per lei. Appena l'occhio di Maria si volse in giro fu dolcemente impressionato dalla perfetta armonia di stile e di tinte che regnava nel salottino, e il suo istinto d'artista si destò, l'occhio perdè l'abbattimento che dava a tutta la fisonomia un'espressione di languore, ed ella prese a guardare, ad ammirare le stoffe, i quadri, i mobili e le porcellane. Mentre ella aveva voltato le spalle alla porta, don Pio sfilò la chiave dalla parte esterna, chiuse dal lato interno e si mise prontamente la chiave in tasca.

Nel voltarsi per domandargli che cosa rappresentava un gruppo di Capodimonte, Maria si accorse che dal viso di don Pio era scomparsa l'espressione umile e supplichevole, che gli occhi gli brillavano di cupidigia, e sulle labbra aveva un sorriso cinico.

Allora capì tutto, capì il tranello, capì che era prigioniera, che bisognava lottare, e, correndo alla porta, la scosse per aprirla, ma la porta resistè.

Fiera e sdegnosa si piantò allora in faccia a don Pio e squadrandolo gli disse:

—Se è un uomo d'onore, si rammenti della promessa che mi ha fatto.

—Non so quello che sono in questo momento; so che qui siamo soli e che ti amo come un pazzo e che sarai mia.

—Viva mai!—rispose Maria senza levar gli occhi da quelli del principe.

—Vedremo,—rispose egli, e afferratala per un braccio cercò di gettarla distesa sul lettuccio coperto dalla nivea pelle d'orso. Ma ella, con una forza raddoppiata dalla disperazione, si svincolò dalla stretta di lui e incominciò a correre per la stanza, rovesciando mobili affinchè le servissero di barriera, schivando le mani avide che si stendevano di continuo per abbrancarla, respingendo quella bocca protesa per cogliere un bacio sul suo volto. In quella lotta il ramino si rovesciò, lo spirito corse come un rivo di fuoco sul tappeto e la fiamma, appiccatasi a un tratto alla cortina di seta che copriva la porta, salì in un lampo fino alla vòlta.

Don Pio si fermò spaventato, e Maria profittando della confusione, spalancò la finestra, e senza pensare al pericolo cui andava incontro, senza pensare ad altro che quella finestra la salvava dall'onta, la salvava dalla macchia che le faceva più orrore della morte, spiccò un salto e cadde come morta sul selciato della strada.

Due persone, che passavano in quel momento dal lato opposto del marciapiede videro volare quel corpo, udirono il tonfo e accorsero a sollevarla, ma prima che avessero tempo di far commenti sul fatto, videro un gran chiarore e delle lingue di fuoco che s'erano aperto un varco attraverso la finestra spalancata, e crederono che Maria si fosse gettata di sotto per non morire bruciata. Altri passanti sopraggiunsero, e fra quelli un tipografo della Stampa, che riconobbe Maria, e corse al giornale ad avvertire che il teatro era in fiamme e che la signora Caruso, sgomenta, si era gettata dalla finestra.

Don Pio, scottandosi le mani, bruciandosi i capelli e il volto era riuscito a toglier la chiave di tasca, ad aprire la porta e a fuggire per il teatro chiedendo aiuto, gridando come un pazzo. Ma le fiamme, le fiamme alimentate dal vento, che penetrava dalla finestra spalancata, correvano anch'esse con marcia trionfale dal palco della Stampa su verso i palchi superiori, sul palco scenico, e prima che il Rosati, il Suardi e Adriana se ne fossero accorti, avevano già avvinto nelle loro immense spire infuocate tutta la sala del teatro.

Nel veder fuggire don Pio solo, don Pio che pareva una bestia inseguita, tutti si diedero a rincorrerlo, domandandogli con alte grida:

—E Maria? Dov'è Maria?

Ma egli non si fermava; correva sempre, correva precipitosamente finchè non cadde nell'ingresso del giornale, dove in quel momento trasportavano Maria priva di sensi.

Fra tutta quella gente, che si affollava a prestar cure alla signora Caruso e al principe della Marsiliana, e che si faceva sempre più numerosa per il sopraggiungere degli operai della tipografia e dei passanti, che entravano liberamente nell'androne della Stampa, non vi fu nessuno che in sulle prime pensasse ad avvertire i pompieri. Tutte le teste si protendevano per vedere la bella donna stesa esanime sopra un materassino, tolto alla camera del portinaio, e per veder don Pio con gli occhi chiusi, i baffi e i capelli bruciati, seduto sopra una sedia, senza dar segno di vita. Fabio Rosati fu il primo che riacquistasse il sangue freddo, e dopo aver domandato se i vigili erano giunti, si staccò dal fianco del principe per andare al telefono ad avvertire tutte le stazioni dei pompieri. La sua voce echeggiava sinistramente in quel silenzio sepolcrale, e quelle parole di "aiuto, soccorso" che egli ripeteva continuamente facevano rabbrividire quanti le udivano, perchè quelle due vittime, che giacevano lì inanimate, erano le prime, ma non le ultime, che poteva fare l'incendio.

Un medico trovandosi a passare per caso, entrò e, fattosi largo fra la folla si avvicinò a Maria, le mise l'orecchio sul cuore e ordinò che fosse adagiata in una carrozza e condotta a casa. Ubaldo, che le era stato fino a quel momento inginocchiato accanto, la prese fra le braccia e passò in mezzo alla gente raccogliendo le parole di commiserazione che la vista di quella bella creatura strappava a tutti.

—Poverina! Pare morta!—diceva la gente cercando di farsi strada fra la folla per accompagnarla.

Il medico voleva seguire Maria, ma il Rosati lo trattenne e lo condusse accanto al principe, che era tuttavia privo di sensi e pareva mummificato.

—Trovami un chirurgo, subito, per carità,—aveva detto Ubaldo al Suardi il quale avevalo aiutato a adagiare Maria nella carrozza. E il Suardi era andato correndo in due o tre farmacie e poco dopo giungeva a casa di Ubaldo insieme con un chirurgo, il quale spogliata la ferita trovò che aveva una gamba rotta e non nascose che il caso era complicato da una forte commozione cerebrale.

Il bambino di Maria, il piccolo Mario, s'era destato all'improvviso udendo delle voci in camera, e seduto sul letto piangeva chiamando la mamma e irritandosi perchè non otteneva risposta da lei. Una folla di gente composta della portinaia, dei pigionali, di curiosi, empiva la stanza, e il bel corpo abbandonato era profanato dagli sguardi di tutti.

Senza che Maria riacquistasse i sensi le fu fatta la fasciatura della gamba. I begli occhi restavano chiusi, tumefatti, circondati di nero, e dalle labbra coperte di bava usciva un lamento continuo straziante.

Il chirurgo aveva pensato a spogliare Maria per assicurarsi che non vi erano altre fratture, le aveva tolto di testa il cappello, ma nessuno aveva pensato a levarle i lunghi guanti, che le giungevano fino al gomito, nè la sciarpa che le avvolgeva il collo.

Adriana, accorse anche lei a casa dell'amica e vedendola così sconciamente esposta agli sguardi di tutti, fece uscire di camera gli estranei, le tolse i guanti, la sciarpa, la coprì, raccolse le vesti e si dette a vegliarla.

Ubaldo non capiva nulla, pareva pazzo; non vedova nulla altro che quella povera donna che credeva dovesse spirare a un tratto.

Egli non aveva mai pensato che Maria potesse morire, nè l'aveva mai veduta ammalata, e ora che ella giaceva inerte, quasi morta, sentiva come quella dolce creatura con la sua bontà, la sua sommissione, la sua dolcezza, le fosse divenuta cara, indispensabile; e rimpiangeva gli anni trascorsi lontano da lei in una abbietta dimenticanza, come i più tristi della sua esistenza.

—Maria! Maria mia!—egli diceva di continuo fissandola, toccandola, scotendola.

Tutta la notte Adriana, il medico e Ubaldo vegliarono Maria e ogni momento giungevano il Suardi o Fabio Rosati a domandar notizie di lei, e portavano ragguagli desolanti sui progressi dell'incendio. I pompieri lavorando faticosamente, aiutati dai soldati, non potevano tentar altro che d'isolare il palazzo Urbani e la casa della Stampa dal teatro in fiamme; tutto era perduto, perduto irremissibilmente, e il principe, che aveva ripresi i sensi, si aggirava come un pazzo pel cortile, nelle vie che circondavano il palazzo e il teatro, asserragliate dai cordoni di militari, e guardava istupidito quelle braccia operose, che cercavano di salvare almeno i tesori artistici della sua famiglia, e la sede del suo giornale.

Quando il Rosati gli aveva detto che Maria, per isfuggire un pericolo ne aveva affrontato un altro, e che ora era quasi morente, egli lo aveva guardato senza dar segno di commozione, senza rivolgergli nessuna domanda.

A giorno, quando la luce pallida di una piovosa giornata di novembre aveva illuminate le rovine del teatro, da cui si sprigionavano ancora buffi di fumo nerastro, e che don Pio aveva veduto invece dell'elegante edifizio, che il giorno prima era il suo orgoglio, un ammasso di travature rose dal fuoco, di materiali anneriti dal fumo, di statue mutilate e insozzate dal fango, s'era messo le mani agli occhi ed era corso a rifugiarsi in camera sua, dove Giorgio, che lo aspettava, avevalo messo a letto.

La duchessa e donna Camilla, che avevano passato la notte trepidanti, appena saputo che il principe era tornato, si affrettarono ad andare da lui, ma don Pio teneva gli occhi chiusi, non rispondeva, e pareva volesse isolarsi da ogni persona, da ogni pensiero che non fosse quello della sventura che colpivalo.

Anch'egli fu curato, ma il medico assicurava che le scottature non erano gravi, e attribuiva specialmente a una violenta commozione dell'animo lo stato di abbattimento in cui trovavasi il principe.

—Ma come si è sviluppato l'incendio?—domandava la principessa con insistenza al Rosati e al Suardi, che andavano ogni momento fino nel salotto di don Pio a chieder notizie.

Nessuno lo sapeva, nessuno poteva spiegarglielo ed ella supponeva che le nascondessero un mistero, perchè il ragionamento dicevale che una prova di luce elettrica non può mettere in fiamme un teatro.

Quando le dissero che la signora Caruso era ferita, gravemente ferita per essersi gettata da una finestra, un sospetto le balenò nella mente e più che mai fiutò un mistero in quell'appiccarsi improvviso del fuoco, e promise a se stessa di non allontanarsi un momento dalla camera di suo marito, finchè quel mistero non fosse nelle sue mani, finchè ella non si fosse vendicata.

Non sapeva bene contro chi avrebbe tratta quella vendetta; il marito era annientato, Maria era morente, ma nonostante, il suo cuore arido si rallegrava al pensiero della vendetta.


XI.

Mentre la principessa non trovava nel suo cuore, neppure in quel momento doloroso, una piccola dose d'indulgenza, nè di tenerezza, e vegliava il marito con l'impassibilità di un carceriere cui è stato affidato un colpevole, Maria, nel riaprir gli occhi, alcuni giorni dopo la tremenda scossa, stendeva le braccia amorose a Ubaldo e sorrideva pensando che aveva saputo serbarsi pura e onesta. I dolori che soffriva le rammentavano la lotta sostenuta, ma le rammentavano pure che aveva vinto, che aveva vittoriosamente trionfato di tutte le insidie tesele, e il pensiero di aver fatto il suo dovere le dava la forza di tollerarli, come avviene ai soldati feriti nella difesa della bandiera, che è un bene ideale, come l'onore e la virtù.

—Paurosa!—le diceva il marito alludendo al salto disperato, ed ella sorrideva e diceva che aveva perduto la testa, che il fuoco mette lo sgomento addosso, ma non diceva altro perchè ora, meno che mai, voleva porre suo marito nel caso di battersi col principe, di perdere la sua posizione. Appena rimessa, voleva andare a Venezia dai suoi, sparire per un certo tempo e farsi dimenticare.

Il medico le aveva proibito di parlare ed ella sorrideva, non potendo ringraziare Adriana, il marito, e quanti la curavano; sorrideva dolcemente e la sua bell'anima serena non era sgomenta neppure dal tragico fatto che inchiodavala a letto. La sua onestà aveva trionfato ed ella non osava lamentarsi, non osava disperare nell'avvenire.

Quando le dipingevano lo stato del principe, il suo pertinace mutismo, lo abbattimento a cui era in preda, diceva:

—Poveretto!—e non aggiungeva altro.

Dopo i primi giorni, nei quali tutta Roma e l'Italia non facevano altro che parlare dell'incendio del teatro e del principe della Marsiliana, e i telegrammi piovevano al palazzo Urbani, e le carrozze patrizie facevano fila davanti al portone per aver notizie di don Pio tutto ritornò nella calma. Roma, distratta da un tremendo omicidio commesso in una delle vie più frequentate, non si occupò più del disastro della "Fenice", nè dei feriti, e i giornali cessarono dal darne le notizie.

Ma intanto che il principe si rendeva invisibile agli occhi di tutti, intanto che nessuno dei suoi ingegneri, dei suoi accollatari temeva di vederlo giungere da un momento all'altro alla Marsiliana per visitare a che punto erano i lavori di un canale emissario, che egli faceva scavare attraverso i suoi possessi e che doveva portare al mare le acque che rendevano l'aria mefitica stagnando, e che nessuno temeva di vederlo comparire su quella vasta distesa di terreno che aveva acquistato a Porta Portese, si commettevano, a danno suo, le truffe più ardite e più sfrontate. Alla Marsiliana si facevano lavorare gli operai mezza giornata soltanto, a Porta Portese appena un'ora la mattina e un'ora la sera. I muratori andavano all'appello, poi dagli accollatari, dagli ingegneri stessi erano mandati a lavorare in altri punti della città, a far progredire altre fabbriche che essi dirigevano, mentre quelle di don Pio si alzavano lentamente dal suolo, e don Pio pagava, e don Pio si dissanguava per supplire a quelle immani spese. E così era per tutto: i suoi eccellenti foraggi, i suoi grani, i suoi vini, i suoi latticini si vendevano, al dire degli intendenti, a un prezzo bassissimo, il suo bestiame, i suoi cavalli, allevati con cura, costavano somme enormi e non davano che uno scarso provento; tutto quello che per altri è sorgente di ricchezze, per lui, per lui solo era un mezzo per precipitare alla rovina. Pareva che tutti si fossero dati l'intesa per tagliargli a brandelli quel vistoso patrimonio che la duchessa Teresa aveva con tanta cura e con tanta pertinacia mondato dalle passività, dalle ipoteche e dagli oneri, pareva che egli fosse caduto nelle mani di una associazione di malfattori, che si fossero data la parola d'ordine per ridurlo sulle cinghie. Invece ognuno ubbidiva a un movente personale, e nessuno aveva rimorso di quel che faceva, poichè il principe della Marsiliana era considerato generalmente come un uomo destinato a essere spogliato, a essere ingannato. Rubare sfacciatamente a lui, era come coglier dell'uva in un campo aperto, esposto ai viandanti, non sorvegliato, non difeso da nessuno. Era questione di tempo; chi prima arrivava, prima prendeva, ma il campo era cosa di tutti, aperto a quanti avevano la fortuna di sfruttarlo. E così era nella Stampa. Il direttore della tipografia comprava, con i denari del principe, caratteri di lusso, inchiostro, torchi, motori, carta e portava tutto in altro locale dove lavorava per conto proprio; gli uscieri vendevano i libri da dare in premio agli associati, le cromolitografie, i giornali; gli abbonamenti che non venivano per mezzo della posta erano il provento degli impiegati subalterni di amministrazione, che li registravano sopra un bullettario speciale e non li passavano mai al cassiere, mentre gli abbonati ricevevano il giornale; i redattori stessi si appropriavano i libri della biblioteca Urbani, si facevano portare a casa opere intiere senza farsene scrupolo. Ora poi che don Pio si sottraeva agli sguardi di tutti, il piglia piglia era divenuto generale; pareva che tutti avessero la convinzione che il principe non dovesse più risorgere, più mostrarsi, che già il suo corpo mandasse un puzzo di cadavere, e quella caterva di uccelli di rapina, resi più che mai famelici, lo divoravano vivo, sciupavano, disperdevano ciò che valeva più di lui, lo privavano di quel prestigio, di quella forza che dà agli esseri nulli la ricchezza. E don Pio della Marsiliana sonnecchiava apparentemente, senza curarsi di niente altro che di Maria. Non ne sapeva nulla da quella notte tremenda e a momenti si figurava che Maria fosse morta, morta per colpa sua. Allora un rimorso tremendo lo assaliva, allora pentivasi acerbamente di averla sacrificata e col cuore le parlava, implorando dall'anima di lei il perdono.

Dopo una ventina di giorni di abbattimento il principe si riebbe un poco e incominciò ad alzarsi per esser liberato dalla sorveglianza continua della moglie. Di Maria non domandava a Giorgio, alla madre, a nessuno. Aveva paura che i suoi dubbi ottenessero una conferma, che qualcuno gli dicesse che era morta, morta davvero, e non sentivasi la forza di sopportare la dolorosa conferma, che gli avrebbe inflitto un eterno rimorso. Egli era orribilmente sfigurato per la mancanza dei capelli e dei baffi e per quelle scottature alle labbra e alla fronte, che lo facevano parere un lebbroso; inoltre la fisonomia aveva acquistato un'espressione sinistra, e gli occhi erano sbarrati e sgomenti.

Don Pio si alzava, ma non voleva veder nessuno, non parlava mai e appena udiva un cameriere trasmettere a Giorgio il nome di un visitatore, faceva un cenno di noia con la mano, e il visitatore era rimandato.

La malattia del principe, la sua indifferenza per tutto quello che tanto occupavalo per il passato, quell'abbandono in cui aveva lasciato la Stampa non erano risentiti dal giornale, poichè l'Ubaldo, appena vide la moglie riavuta, ritornò imperterrito al lavoro e diresse la lotta contro i due ministri della Marina e di Grazia e Giustizia con quell'accanimento e con quell'acrimonia, che erano la forza del giornale d'opposizione. Un foglio ufficioso del presidente del Consiglio rispose a quel fuoco di fila con un solo articolo pieno di attacchi mal celati ad arte contro il principe della Marsiliana. Ubaldo Caruso, non sapendo se ribattere o no quegli attacchi, andò al palazzo Urbani e come al solito penetrò fino nella galleria attigua al salotto di don Pio, e chiese di essere introdotto. Il principe, che aveva udito la voce di Ubaldo, ordinò che passasse subito, e quella preferenza non sfuggì a donna Camilla, che non si era mossa dalla poltrona alla quale pareva attaccata come un'ostrica a uno scoglio: ella si convinse che don Pio, in mezzo a quella rinunzia a ogni attività della mente e del corpo, era sempre innamorato di Maria, e il pensiero di quella donna era l'unico che gli rimanesse.

Ubaldo aveva saputo dai domestici in quale stato di abbattimento fosse il principe, ma non credeva mai che la distruzione fosse così grande. Non per questo si sgomentò come sgomentavansi i suoi colleghi per la malattia di don Pio. Egli capiva che anche se il principe fosse venuto a mancare, la Stampa aveva da campare floridamente di vita propria, poichè i capitali che vi aveva profusi, le assicuravano l'avvenire, se peraltro chi la dirigeva, aveva la pertinacia necessaria per rimanere sulla breccia, per combattere sempre, ed egli sentiva di possedere quella virtù. Questa sicurezza nelle proprie forze, queste vedute più larghe di quelle della comune dei suoi colleghi, gli davano la calma nel lavoro e gli permettevano di guardare quel povero principe della Marsiliana senza turbarsi.

Naturalmente Ubaldo parlò molto della moglie, esaltò il fascino della rassegnazione, della serenità di lei nella sventura, ne lodò le grandi virtù e disse che si stimava fortunato di averla per compagna; anche se tutto gli venisse a mancare e gli restasse solo la sua cara Maria, si crederebbe preferito dalla sorte.

Il principe lo ascoltava senza batter palpebra e in cuor suo diceva che Ubaldo aveva ragione. Anche lui si sarebbe stimato l'uomo più fortunato della terra se avesse avuta Maria per compagna, o anche per amica. Ora, in quella grande prostrazione i desideri tacevano e l'amore del principe per Maria si era trasformato, si era purificato.

Egli non sarebbe stato più capace di chiuderla in una stanza, di costringerla con la forza a subire un amore, che ella non divideva; ora egli non sarebbe stato capace di altro che di inginocchiarsi davanti a lei, e baciandole il lembo della veste implorare un perdono che sentiva di non meritare.

Il rimorso dell'offesa fattale, del pericolo cui avevala esposta per difendere il suo onore, lo torturava, e soltanto una buona e dolce parola di lei, sentiva, gli avrebbe reso la vita.

E mentre il marito lodava le virtù della sua buona e cara compagna, e la principessa fremeva di rabbia inghiottendo gl'insulti che le salivano dal cuore alla gola per quell'uomo, che credeva consapevole dell'amore di don Pio, la speranza di esser perdonato s'infiltrava nell'anima del principe.

—Dunque,—concluse Ubaldo alzandosi per uscire,—debbo rispondere agli attacchi?

—Lasci correre,—rispose don Pio,—io non chiedo altro che la pace, nulla mi punge più.

—Ma il tacere equivale al sancire col silenzio gli attacchi; vede? alludono allo stato della sua mente, alla rovina del suo patrimonio e sono voci che non si possono lasciar correre impunemente.

—Quando non importa a me....—disse don Pio atteggiando la bocca a un sorriso cinico.

Ubaldo non rispose; chinò il capo e incurvò la persona dinanzi a donna Camilla, che gli rispose con un cenno appena visibile della testa accompagnandolo con uno sguardo di sprezzo, e salutato il principe uscì.


XII.

Appena don Pio fu rimasto solo lo assalì il desiderio prepotente di ottenere il perdono di Maria, ma come chiederlo? Non poteva uscire e non sarebbe potuto uscire per un pezzo perchè era deforme; non poteva far chiedere a Maria quel perdono da altri; bisognava che scrivesse. Il pensiero di affidare una lettera, che doveva passare per più mani prima di giungere a destinazione, il segreto del suo cuore, l'onore di quella donna, che ora aveva per lui il prestigio delle sante figure muliebri cui la virtù pone una aureola di raggi luminosi intorno al capo, lo sgomentavano, ma tanto per isfogare il suo dolore, il suo pentimento, prese la penna e si mise a scrivere a Maria, gettando poi nel caminetto tutte le lettere umili, pentite, appassionate, nelle quali aveva versato l'amore che lo consumava.

Mentre stava guardando la fiamma che divorava alcuni pezzi di carta e con le molle spingeva quelli rimasti illesi sui carboni, donna Camilla entrò nella camera del marito, e con l'occhio indagatore, l'occhio geloso, che indovina prima di capire, seppe che il marito aveva scritto a Maria, e se avesse potuto, se egli non fosse stato presente, si sarebbe inginocchiata dinanzi al caminetto e con le sue mani, che avevano orrore della polvere, che si chiudevano come le foglie della sensitiva, appena qualche cosa di sudicio le sfiorava, avrebbe disputato al fuoco quei pezzetti di carta, che contenevano la confessione di suo marito, il suo grido di dolore, l'appello che faceva alla generosità di un cuore di donna.

Ella finse di non accorgersi di nulla e sedutasi su una poltroncina, a fianco del caminetto, spiegò la rozza coperta di lana, stendardo di beneficenza, dietro alla quale nascondeva la perfidia del suo carattere, e, come una assistente cui il dovere impone di non muoversi dalla camera di un malato, rimase a spiare l'impazienza del marito, il suo abbattimento, il suo amore.

Don Pio sentiva quello spionaggio e provava una specie di compiacimento pensando alle sofferente di sua moglie, alla tortura che le imponeva. Quando una persona è d'ostacolo all'appagamento di un desiderio, essa diviene, per chi da quel desiderio appagato spera un conforto, un nemico che volentieri si stritolerebbe, si annienterebbe. E don Pio in quel momento stringeva le mani, si conficcava le unghie nel palmo, come le avrebbe conficcate nelle carni di donna Camilla, se le sue consuetudini signorili non gli avessero impedito di offendere materialmente sua moglie.

Quando Giorgio, sull'imbrunire, portò i lumi, don Pio era affondato in una poltrona fingendo di dormire; lei, con l'occhio fisso sulle ceneri del caminetto, chiedeva loro il segreto che le avevano sottratto.

La duchessa prima di pranzo scese dal figlio, come faceva ogni sera, e allora soltanto don Pio finse di destarsi, di ritornare alla vita. Seppellito in una coperta di pelliccia, con un berrettino di panno scozzese in testa, nell'aprire gli occhi egli vide la sua ridicola figura riflessa in uno specchio, e rise dentro di sè della gelosia della moglie. A chi poteva piacere, chi poteva commovere, brutto com'era?

—Dio, che orrore!—esclamò buttando in terra la pelliccia e andando vicino al grande specchio per meglio esaminarsi.—Potrei servire di spauracchio ai passerotti in un campo di grano.

La duchessa rise di cuore vedendo una espressione gaia sulla faccia del figlio; la moglie sentenziò:

—La bellezza del corpo è la perdizione dell'anima.

—Preferirei esser dannato, piuttosto che brutto come sono ora,—rispose il principe.—Il popolo considera la bellezza come una benedizione del cielo, e io divido l'opinione del popolo. La vista di un bel volto, di un bel corpo mi mette nell'anima la serenità. Credo che anche la coscienza della propria bellezza renda migliori; i brutti sono in genere anche dispettosi.

La principessa sentì l'offesa, che le era diretta, ma continuò impassibile a lavorare alla rozza coperta di lana. Don Pio, che voleva provocare in lei un moto di dispetto e sperava di farla uscire, di liberarsi di quella incresciosa vigilanza, capì che la principessa non avrebbe lasciato quella camera neppure se egli le avesse detto in faccia apertamente:—Vattene!

E si rassegnò sperando che la notte almeno sarebbe stato solo, che la notte avrebbe potuto mettere in carta tutte le idee che gli si affollavano alla mente, scrivere tutte le frasi umili, di pentimento e di adorazione, che in quel momento gli venivano dal cuore alle labbra.

Pazientò prima di pranzo, pazientò durante il pranzo mentre Giorgio assistito da un altro cameriere lo serviva, pazientò dopo, quando la duchessa, donna Camilla e l'Onorati andarono a prendere il caffè intorno al caminetto della sua camera.

In quei giorni l'Onorati, scartabellando le carte d'archivio, aveva scoperto la corrispondenza fra una improvvisatrice napoletana del 1700, nota in Arcadia sotto il nome di Fille Arimantea, con un principe della Marsiliana. Il bibliofilo, leggendo le lettere, quasi tutte in versi, della poetessa e le risposte del principe, aveva ricostruito il ritratto di lei, così al fisico come al morale e giurava e spergiurava che quella donna, nonostante fosse conscia del grande affetto che aveva ispirato all'illustre patrizio, e dell'ascendente che aveva sull'animo di lui, si era serbata onesta.

—Io non credo all'onestà di certe donne che, trovandosi in condizione inferiore, speculano sull'amore che sanno di aver destato in un uomo a esse superiore per nascita e per censo,—disse la principessa.

Don Pio, che capiva il pensiero della principessa ed era ferito dal tono di sprezzo con cui essa parlava, fremeva, pur stando zitto, ma l'Onorati aveva preso ad amare l'eroina di quel romanzetto, prima perchè gli pareva di averla scoperta e in secondo luogo perchè l'intelligenza e la grazia che rivelavano le lettere della Fille Arimantea avevano parlato alla sua immaginazione di poeta-letterato. Egli la difese dunque a spada tratta, e sostenne che la principessa sentenziava in quel modo perchè alla sua età siamo poco indulgenti, e perchè le signore nate in una condizione elevata non sono al caso di apprezzare i nobili sacrifizi, gli eroismi delle donne povere, delle donne che lavorano.

—Non faccio altro che trovarmi a contatto con la miseria,—rispose la principessa,—e queste grandi virtù non le vedo.

—Perchè ella confonde miseria con povertà, perchè la miseria avvilisce e fa cercare avidamente l'aiuto sotto qualsiasi forma si presenta, mentre la povertà è altera, la povertà tollera il presente, perchè la sostiene la speranza di ricompense più alte. Vuole un paragone? la miseria potrebbe essere raffigurata dallo schiavo romano, che presenta la schiena alla frusta del padrone e con la bocca cerca di afferrare i rimasugli che egli lascia cadere dalla mensa sontuosa; la povertà dal cristiano, che ha scosse le catene, e benchè lo dilanii la lame, respinge col piede il dono del ricco e guarda in alto, dove vede brillare la ricompensa, che spetta a quelli che sanno pazientemente soffrire.

—Quanta poesia!—esclamò la principessa in tono aspro.—Caro Onorati, lei ha un bel vestirmi da eroine le sue plebee, tanto non riuscirà mai a convincermi che esse non speculino sull'amore dei signori. Non fanno le oneste altro che quando vogliono ottener molto, o credono si tratti di una speculazione fallita.

Don Pio aveva chiuso gli occhi per non vedere la moglie; vedendola egli non sarebbe potuto rimaner fermo sulla poltrona mentre lei, con la sua voce aspra e nasale, gettava fango a manate sulla pura e onesta donna che aveva fatto vibrare nel principe la corda del sentimento, gli aveva imposto, a lui cinico, a lui miscredente, il rispetto per la virtù, la fede nella onestà femminile.

—Come ti riscaldi, Camilla,—disse la duchessa svegliandosi da un pisolino e sentendo la voce antipatica della nuora, che passava nell'aria producendo il suono di un frustino agitato con mano irata.

La principessa tacque e allora nel silenzio della stanza si udì il tic-tac affrettato, concitato dei ferri, che non era meno increscioso della voce della lavoratrice e ne rivelava lo stato irritante dell'anima.

L'Onorati taceva per non provocare un'altra discussione; il principe taceva fingendo stanchezza e sperando che lo avrebbero lasciato solo; e la duchessa, ora che non udiva più la voce della nuora, dormiva di nuovo placidamente.

Così rimasero un pezzo a far compagnia al fuoco che lentamente si spegneva, finchè l'Onorati capì che era tempo di andarsene, e la duchessa e la principessa, augurata la buona notte a don Pio lo lasciarono solo.

Allora egli, come se avesse rotto l'incantesimo che lo teneva prostrato, si alzò e di scatto buttando in terra la pelliccia e avvicinatosi alla scrivania prese a scrivere, tracciando febbrilmente sulla carta tutti i pensieri, tutte le frasi supplichevoli di oblio e di perdono, che gli si erano affollate alla mente in quelle ore d'inerzia. Ma spesso venivagli fatto di giungere in fondo a un foglio, di aver riempito quattro facciate e, rileggendo ciò che aveva scritto, di non esser contento di una espressione o di una parola, e di gettare il foglio sulla scrivania e ricominciare da capo.

La principessa, che vigilava, che la gelosia teneva desta, stette lungamente in quella notte con l'occhio al buco della serratura e sempre vide il marito intento a scrivere, sempre udì lo scricchiolio della penna sulla carta. Ella era sicura che don Pio scriveva a Maria, e vegliava come un cerbero perchè quella lettera non le sfuggisse dalle mani.

Verso le quattro ella sentì il marito che, uscendo di camera, andò nel salottino, poi aprì l'uscio che dava nella galleria e subito dopo lo richiuse e si coricò, ed ella, sempre con l'occhio e l'orecchio alla porta, spiò il momento in cui don Pio si era addormentato, e, scalza, per non fare alcun rumore, andò ella pure nella galleria al buio, tastò sulla tavola dove il principe soleva mettere le lettere, che Giorgio recapitava in mattinata, ne trovò una sola, l'afferrò e rientrò in camera sua tremante, come se avesse commesso un delitto di sangue.

La lettera che donna Camilla guardava con gli occhi sbarrati era proprio diretta a Maria Caruso, e don Pio, supponendo che la moglie dormisse, e dopo lunghe esitazioni, aveva creduto di destar minor sospetto ponendola, come tutte le altre lettere, al posto consueto, che consegnandola a un domestico il quale poteva essere spiato dalla principessa e indotto a parlare. Egli sapeva che Ubaldo coricandosi molto tardi dormiva fino alle undici e che egli rispettava le lettere dirette alla moglie, perchè voleva che le sue pure fossero rispettate, così era sicuro che Maria l'avrebbe ricevuta mentre Ubaldo dormiva; anche se le fosse giunta mentre egli era desto, la lettera sarebbe giunta chiusa nelle mani di lei.

Donna Camilla aveva messa la lettera dinanzi a sè sul tavolino e su quella busta piovevano direttamente i raggi del lume, che stava posato a poca distanza; ma ella non aveva il coraggio di strappare quella busta, di leggere quello che conteneva. Ora che quel segreto era in suo potere, che non c'era altro ostacolo da rimuovere se non quello di un foglio di carta, il coraggio le mancava, tanto il rispetto per gli ostacoli morali è profondamente inveterato nella coscienza di ogni individuo.

Mentre ella stava a guardare la busta, senza trovare in sè il coraggio di strapparla e di leggere la lettera, un pensiero perfido le traversò la mente.

—Perchè non mando questa lettera al marito?—domandò a sè stessa.—Che m'importa di aver la conferma che don Pio ama perdutamente quella donna? Mi basta che il marito lo sappia, che non possa più ignorare questo legame, e dopo aver saputo tutto sia costretto a andarsene, e la porti via, lontano di qui, quella maledetta creatura che mi toglie tutto!

E con la stessa prontezza con cui quel pensiero sinistro le era balenato nella mente, lo mandò ad effetto. Ella prese una busta stemmata, simile a quella di cui erasi servito don Pio, e dopo avervi scritto sopra l'indirizzo di Ubaldo Caruso, contraffacendo il carattere del marito, chiuse la lettera dentro alla propria busta e andò furtivamente a posarla sulla tavola della galleria. Quando sentì il passo di Giorgio, che andava ogni mattina a prender le lettere, allora soltanto si coricò per non far capire alla sua cameriera che aveva passata la notte vegliando.

Ma quella lunga notte invernale rimase impressa nella monte di donna Camilla come la notte più angosciosa, più tremenda della sua vita. Ella non credeva di poter tanto soffrire; non supponeva neppure che l'affetto disprezzato, la gelosia, il sentimento della inferiorità dinanzi a una rivale, cui la sua mala azione prestava l'attrattiva della vittima e la circondava con l'aureola del martirio, fossero capaci di sottoporre il suo cuore freddo a tanti strazi. E in quel tumulto di passioni le tempie non le martellavano, il cuore non affrettava i suoi palpiti; ella sentivasi invece la testa cinta da un cerchio gelato e il cuore, facendosi immobile, le impediva di respirare. Anche coricata parevale di sprofondare, di essere inghiottita dalla lettiera e allora alzava le mani scarne, afferravasi alle colonne tornite del letto o alle cortine di broccato, e apriva la bocca per gridare, ma nessun suono le usciva dalla gola serrata.

Ingiusta, come tutte le donne gelose, ella non accusava il marito, accusava Maria, e col cuore invocava sul capo di lei tutte le maledizioni più atroci, più spaventose; e come aveva fede di essere ascoltata da Dio, dalla Madonna, dai Santi quando pregava; così nutriva fiducia di essere ascoltata ora che imprecava e malediva.

E avendo coscienza di non poter lottare contro Maria, che, per suo maggior tormento, apparivale bella e adorna di una grazia incantevole, desiderava di vederla scomparire, sparire per sempre dal mondo.

—Fatela morire!—pregava con gli occhi rivolti al cielo, senza che essi s'inumidissero neppure di una lagrima di rabbia.

In quella tremenda notte donna Camilla non provava neppur più rimorso per quel che aveva fatto; non era sgomenta di ciò che poteva accadere se Ubaldo leggeva la lettera di don Pio; tutto le pareva nulla in confronto delle sue sofferenze, e quando il dubbio la invadeva che neppure la morte avrebbe potuto cancellare dal cuore di don Pio l'immagine della bella creatura, allora agitava la testa sui guanciali, cessava d'imprecare, di maledire, di pregare, e provava tutto l'orrore, lo sgomento dalla propria impotenza.