—Avete consegnata quella lettera a casa Caruso?—domandò il principe a Giorgio appena desto.
—Sì, Eccellenza, l'ho consegnata alla cameriera.
Dopo quella risposta il principe passò la giornata più tranquillo, mentre donna Camilla non trovava pace. Ora, ròsa dal rimorso, calcolando l'enormità di quello che aveva fatto, temeva ogni momento di veder giungere Ubaldo, di veder giungere i padrini, e sentiva addensare sul capo di suo marito la burrasca provocata da lei.
Ubaldo, destandosi, aveva ricevuto la lettera del principe e stracciata la prima busta ne aveva veduta una seconda all'indirizzo della moglie. Allora, ossequente al principio di non leggere mai le lettere di Maria, si era infilato le pantofole e la veste da camera, e andava a informarsi con premura dello stato di lei e intanto le recava la lettera, Maria impallidì riconoscendo lo stemma sulla parte posteriore della busta e pregò il marito di posare la lettera sulla rovescia del lenzuolo, aggiungendo che l'avrebbe letta dopo, quando si fosse dileguato quel malessere che provava dopo una notte poco tranquilla.
Ubaldo giudicava cosa naturalissima che il principe, ora che stava un po' meglio, scrivesse a Maria per domandarle notizie e per esprimerle il suo rincrescimento per la gravissima disgrazia occorsale, e non si meravigliava punto che Maria non avesse fretta di leggere quella lettera. Ma siccome era convinto che il principe non avesse più la testa a segno dopo l'incendio del teatro e questa convinzione non l'aveva espressa altro che alla moglie, vedendo ora la doppia busta, attribuì quel fatto alla smemoratezza di don Pio e lo comunicò a Maria, dicendole:
—Vedi, avevo ragione!
—Mostrami quella busta,—disse la malata celando sotto un sorriso il sospetto che le era balenato nell'animo. Quando ebbe la busta sott'occhio e s'accorse che l'indirizzo non era della stessa mano, il sospetto si cambiò in certezza, ma invece di aprire l'animo suo al marito, disse:
—È vero, quel povero principe non è punto rimesso dalla scossa avuta; la testa non gli regge,—e sbadatamente aprì la lettera e la lesse, come si leggono le lettere cui non si annette nessuna importanza, intanto che Ubaldo aveva preso in collo il suo Mario e lasciava che il bambino gli tirasse il cordoncino degli occhiali, come se fosse un campanello.
Quando Ubaldo fu uscito per andarsi a vestire, ella, non potendosi muovere, giunse le mani e ringraziò Iddio di non aver permesso che suo marito leggesse quella lettera ardente da cui risultava con evidenza l'insulto fattole dal principe, da cui si capiva come e egli fosse pentito, ma innamorato sempre, più che mai innamorato. Ella pregò con tutto il fervore di cui era capace, affinchè Iddio continuasse a proteggerla contro le persecuzioni della donna cattiva e gelosa, che aveva giurato a lei guerra continua, guerra micidiale.
Dopo quella preghiera si sentì più sollevata, e nascosta nel mobile vicino al letto la lettera di don Pio, che in ogni caso doveva servirle di giustificazione contro qualsiasi sospetto, si dette a pensare con sollievo al momento in cui col pretesto di ristabilirsi in salute sarebbe tornata nella povera casa di Venezia, fra i fratelli e le sorelle, abbandonando Roma dove era stata tanto felice per un certo periodo di tempo, e poi tanto disgraziata.
Durante i giorni che ancora le rimanevano da passare a letto, prima che la gamba fosse guarita, ella assuefaceva il marito e gli amici all'idea di vederla partire per Venezia, parlando continuamente di quel cambiamento d'aria e di vita dal quale sperava la guarigione completa, e mentre ella era sostenuta dalla speranza di sfuggire al pericolo costante che la minacciava, don Pio passava i giorni nell'aspettativa più crudele, e la principessa si angustiava convincendosi che la sua vendetta, quella vendetta che le era costata tanti palpiti e tanto rimorso, era andata fallita o per la vigliaccheria di Ubaldo o per l'accortezza di Maria.
E più il tempo passava e più fermavasi in questo pensiero, perchè si compiaceva di credere la sua rivale complice di don Pio, di credere che ella avesse dalla sua le persone di servizio, e venuta in possesso della lettera non l'avesse consegnata al marito.
Lo stato d'animo, le angustie, i timori del principe e della principessa della Marsiliana erano storia intima, storia di famiglia cui nessuno badava; invece avvenimenti ben più importanti attiravano l'attenzione della città e del paese. Le cose si erano avverate a puntino secondo i calcoli dell'onorevole Carrani. Due dei cinque uomini politici che capitanavano i diversi gruppi del partito d'opposizione, erano andati al potere in una crisi ministeriale, ma proprio il Carrani era rimasto fuori, ed egli separatosi dai due antichi colleghi, ora ministri, li tacciava di fedifraghi e li combatteva nella Stampa con una violenza inaudita. Gli altri due, perduta ogni speranza, avevano rinunciato alla lotta. Così il giornale non era più l'organo di un partito forte e compatto, ma di un uomo bilioso, di un uomo che aveva dei rancori, dei risentimenti da sfogare, e li sfogava specialmente contro i suoi due amici saliti al potere, di cui conosceva tutte le debolezze, tutte le meschinità.
Se il principe si fosse come prima occupato del giornale, avrebbe trattenuto i furori del Carrani, avrebbe portato una nota di moderazione in tutta quella violenza; ma il principe non aveva più interesse a nulla, non leggeva neppur più la Stampa, e a Montecitorio non andava da due mesi.
Ogni volta che la madre lo spingeva a scotere l'inerzia, a uscire, egli rispondeva:
—Sono tanto brutto,—e si tirava la coperta sulle gambe, il berrettino sugli occhi e si affondava nella poltrona.
Quando il cosidetto viceprincipe andava ad avvertirlo che scadevano delle forti cambiali alle Banche e che non c'era come far fronte agli interessi, il principe rispondeva:
—Creiamo altre cambiali,—e firmava, firmava strisce di carta bollata, come avrebbe firmato una lettera di nessun valore.
Pareva che dopo quella sera dell'incendio una molla si fosse spezzata in lui e ora era una cosa inerte, senza volontà e senza energia.
Il Rosati, Ubaldo, il Suardi, i suoi amici stessi evitavano di andarlo a visitare, perchè pareva che fosse noiato di vederli, e quell'uomo che per il passato non poteva stare un momento in casa, che in una giornata stancava due pariglie di cavalli, faceva cento cose diverse o si vedeva per tutto, ora non si moveva più di camera, e nelle lunghe serate invernali non aveva altra compagnia che quella della madre dormente, di donna Camilla, che lavorava in silenzio alle rozze coperte per i poveri, e dell'Onorati, che parlava per isfogare la sua loquacità, ma non perchè don Pio lo incoraggiasse, prestandogli attenzione o rivolgendogli domande.
Il palazzo Urbani era divenuto muto; nessuna carrozza entrava più rumorosamente nel cortile, la duchessa non riceveva più la sera, donna Camilla aveva sospesi i suoi giovedì, i servitori stanchi dell'inerzia dormivano tutto il giorno nell'anticamera. Don Pio era più stanco, più noiato di tutti per quella inerzia del corpo e della mente, ma non osava scoterla, tanto ogni movimento gli riusciva increscioso, tanto ogni desiderio, ogni speranza gli era morta nel cuore dopo che Maria non gli aveva inviato quel perdono che egli le aveva chiesto con un ardore, con una umiltà di cui non si credeva capace. Ora che gli rimaneva più dopo che quella consolazione gli era stata negata?
Noiato di una vita male spesa, disprezzando quel nome, quella posizione e quelle ricchezze che non gli avevano saputo cattivare un cuore di donna, don Pio provava il distacco da tutto, e se vi era una speranza che gli desse la calma momentanea, la pazienza per trascinare quel martirio, era lo stato della sua salute, consunta da un male di cui il professor Bonelli, il medico più celebre di Roma, non poteva dirgli in che consistesse, come si potesse sollevare. Don Pio sentiva ogni giorno più scemare le forze e guardava con compiacenza le mani scarne, che avevano preso il colore dagli antichi avori, guardava il suo volto emaciato, gli occhi infossati, i capelli incanutiti, e quella rovina di tutto l'essere suo gli diceva che la fine non poteva esser lontana, quella fine che gli prometteva, a lui cinico, a lui che non aveva mai guardato al di là dell'esistenza terrena, non una vita di beatitudine, ma un riposo eterno, l'oblio di tutto, il silenzio, l'annientamento. Quest'unica speranza, che sorgeva, fiore solitario e rigoglioso sopra un campo sacrato alla morte, lo attraeva irresistibilmente, gli faceva provare una specie di voluttà nel vedere spezzate tutte le gomene, rimossi tutti i puntelli che lo tenevano inchiodato alla vita. Non vedeva il momento che l'ultima gomena fosse infranta, che l'ultimo puntello cadesse, affinchè la nave della sua esistenza scendesse nel mare profondo del nulla e prontamente vi si sommergesse. Per questo non si turbò, non alzò neppur la testa quando un giorno l'intendente gli disse che mancavano i capitali per continuare le costruzioni a Porta Portese.
—Vendete dei terreni,—disse il principe.
—Non si trovano compratori.
—Allora lasciate gli edifizi a mezzo.
—Ma che cosa si dirà di lei, Eccellenza?—rispose l'intendente sgomento da quella apatia.
Don Pio alzò le spalle e fece con la bocca una smorfia d'indifferenza.
—Si dica quello che si vuole, che me ne importa?
Ma l'intendente, che non s'era ancora arricchito quanto sperava con il patrimonio Urbani e non voleva si dicesse, per non nuocere al credito, che non v'erano denari per continuare le case, creò ipoteche su quelle quattro mura appena alte pochi metri dal suolo e tornò dal principe a consigliarlo di diminuire le spese della Stampa. Egli tremava dando quel consiglio, poichè sapeva quanto don Pio teneva al giornale. Per questo fu molto meravigliato nel sentirsi rispondere:
—Prendete una misura più radicale; ammazzatela.
—E i capitali che è costata?
—Non li piango io, perchè dovete piangerli voi?
—E gli abbonati?—domandò l'intendente sgomento.
—Si rimborsano. Non avete capito che non m'importa nulla del giornale, che non m'importa di nulla?
L'intendente non fiato più, non interrogò più don Pio su nulla. Faceva o disfaceva di propria iniziativa, e soltanto allorchè doveva far fronte a impegni, diminuire cambiali, pagare interessi e non poteva farlo da sè, presentava nuove cambiali al principe, il quale firmava senza leggere, senza dir parola.
La duchessa, vedendo il figlio ingolfarsi nei debiti, vedendolo camminare a occhi chiusi verso la rovina, gli dava dei consigli, lo esortava a partire per un lungo viaggio e a lasciare a lei la cura di strigare quella intricatissima matassa. Lo assicurava che ella ne avrebbe trovato il bandolo e che sarebbe stata tranquilla, purchè si fosse riavuto di spirito.
—Nel vederti così abbattuto, io non ho più forza, più energia; sento tutto il peso degli anni.—dicevagli la madre con quella tenerezza, che non aveva nel cuore altro che per lui.
—Sono finito,—rispondeva egli scrollando mestamente il capo.
—Ma non rifletti, Pio, che questa rovina ti espone allo scherno della moltitudine, che in questa rovina tu coinvolgi tutta la gente che ci sta d'intorno, che questa rovina sarà per tanti e tanti una catastrofe?
—Sono finito,—rispondeva il principe socchiudendo gli occhi per non essere noiato da consigli e da esortazioni che non voleva ascoltare.
In mezzo a quell'abbandono completo di tutto, in quel distacco totale dalla vita, una cosa ancora restava nel cuore di don Pio: il ricordo della donna buona, della donna bella, della donna onesta che egli aveva offesa col suo amore. Ella sola avrebbe potuto rianimare quel corpo affranto, quello spirito anelante l'eterno, il completo riposo, ma Maria non voleva; Maria desiderava di dimenticare l'offesa, e per giungere a quest'oblio non poteva rivedere il principe, altro che dopo mesi, anni, quando appunto la mano del tempo avesse con la sua azione lenta, ma continua, attenuata l'amarezza dell'offesa.
Appena rimessa in salute ella partì per Venezia con l'intenzione di rimanere alcuni mesi in quella città silenziosa, sperando di ritrovarvi la pace e la salute. Ubaldo, che l'aveva accompagnata in famiglia, tornò a Roma ed ebbe dal redattore di un altro giornale la proposta d'inviarlo in Africa dove il governo iniziava delle operazioni militari. Era una occasione per sorvegliare ogni mossa del comandante militare di Massaua, e per combattere violentemente il governo sopra un terreno favorevole, perchè il paese vedeva di mal occhio le spese che si facevano per quelle conquiste, che non offrivano altro che lontane e incerte speranze di guadagno.
L'invio del corrispondente in Africa era una risoluzione troppo importante perchè Ubaldo potesse prenderla, senza prima domandare il parere al principe, e per questo andò a trovarlo.
Ubaldo nel parlare dello scopo della sua visita, disse incidentalmente che sua moglie era partita, era andata a Venezia. Questa notizia bastò a scotere don Pio, a fargli battere il cuore, a mettere un lampo di vita negli occhi spenti. Egli approvò l'invio in Africa del corrispondente e riprese a parlare, mostrò interesse per il giornale, per indurre Ubaldo a trattenersi sperando che riportasse il discorso sull'assente. E ottenne quello che voleva: Ubaldo gli narrò tutte le fasi della malattia di Maria, e sciolse anche questa volta un inno di lode alla sua dolce, alla sua buona e affettuosa compagna. In quel carattere basso l'ammirazione si estrinsecava in una maniera poco elevata; Ubaldo poneva nell'esaltare Maria la vanità del possessore, del proprietario di un oggetto raro, di un cavallo di prezzo, ma don Pio non ne era offeso; bastava che sentisse parlare di lei, che ne udisse pronunziare il nome per provare l'unica consolazione di cui fosse avido il suo cuore.
Quando Ubaldo fu uscito, il pensiero di quella donna, che egli poteva, che voleva rivedere, operò in lui un miracolo. Don Pio non voleva apparir vinto agli occhi di lei, non voleva la compassione di Maria. Egli sentì a un tratto tutto il peso delle sventure che lo avevano lasciato indifferente per il passato, sentì tutte le amarezze di chi volontariamente si lascia abbattere e ebbe uno scatto di ribellione La rovina, la morte lo spaventarono. E mentre donna Camilla, seduta accanto a lui, lavorava in silenzio, egli teneva ancora gli occhi chiusi, ma con la mente esaminava la sua situazione, vedeva che tutti prosperavano, tutti si avvantaggiavano, tutti arricchivano accanto a lui: uomini politici, giornalisti, ingegneri, amministratori, artisti, operai, domestici; tutti prendevano l'aspetto sereno e tranquillo di grassi possidenti. Egli invece si lasciava stupidamente dissanguare, lasciava che il turbine della rovina lo spazzasse dal piedistallo d'oro su cui era stato deposto, nascendo, dalla sorte, si lasciava finire, si lasciava morire. Ma, doveva e voleva resistere per Maria; l'amore poteva scusare l'offesa che le aveva fatto, ma nulla poteva scusare la sua distruzione, la rovina che si lasciava scendere addosso senza difendersi. Per resistere sentiva il bisogno di rivederla, di supplicarla con la voce, con lo sguardo, con quel volto stesso consunto e invecchiato innanzi tempo dai patimenti, di pronunziare la dolce, la generosa parola del perdono. Con quel talismano nel cuore egli avrebbe riacquistato l'antica energia e impavido avrebbe sopportato gli urti dell'avversità.
Quella sera, per la prima volta dopo l'incendio del teatro, don Pio ordinò che fosse apparecchiato anche per lui nella sala da pranzo, si vestì e desinò in famiglia. La principessa lo guardava sospettosamente e non sapeva spiegarsi quel cambiamento improvviso; alla povera donna Teresa le lagrime facevano gruppo alla gola, e il cuore di lei riaprivasi alla speranza.
Don Pio parlò poco e mangiò meno ancora, ma la duchessa non lo vedeva più affondato, inerte nella poltrona, avvolto freddolosamente nella coperta, e questo le bastava per il momento, questo la consolava.
La mattina dopo egli fece attaccare il coupé, e quando stava per scendere trovò nella galleria la principessa vestita che lo aspettava.
—Ti accompagno,—gli disse,—sei troppo debole per uscir solo.
Egli fece un moto di dispetto. Come gli appariva meschina quella donna, che non sapeva altro che annoiarlo, vegliarlo come un aguzzino, senza sperar neppure di giungere a farsi amare!
—Non voglio che tu mi accompagni. Vado alla Banca Romana e alla Camera.
—Ti aspetterò in carrozza.
—Non voglio,—ribatto egli stizzito e facendo uno sforzo scese prontamente le scale, salì nel coupé e ordinò al cocchiere di andare per la via Appia.
Da quando Ubaldo avevagli annunziato che Maria era a Venezia, don Pio non aveva altro desiderio che quello di raggiungerla, di rivederla, ma l'attuazione di questo desiderio era intralciata dalla vigilante gelosia di donna Camilla. Era bastato che avesse scossa l'apatia, che avesse voluto uscire perchè ella si fosse fatta trovar pronta per accompagnarlo; come avrebbe fatto a partir solo?
A questo egli pensava mentre la carrozza percorreva l'antica via, quella via che don Pio aveva fatta tante volte a cavallo, per giungere a un convegno di caccia alla volpe, indossando l'abito rosso, in compagnia dei suoi amici, e delle signore più belle e più eleganti di Roma. Ma quei ricordi si perdevano in un lontano passato. Egli rammentava soltanto di avervi condotta Maria quando, nella prima estate che ella era a Roma, le faceva visitare i dintorni della città; riudiva le parole di schietta ammirazione che le linee solenni della campagna, indorate dal tramonto, strappavano alla sua anima d'artista, vedeva lei, sempre lei e le parlava, come se potesse udirlo, e ne pronunziava il nome a voce alta, con gli occhi umidi di pianto.
Quella passeggiata gli fece bene e tornò a casa più calmo credendo di aver trovato un mezzo per eludere la sorveglianza della principessa, e raggiungere Maria al più presto.
Quella sera non uscì di casa, ma assicurando di sentirsi molto meglio, annunziò l'intenzione di ricominciare l'antica vita. Disse che la mattina dopo sarebbe andato a visitare le costruzioni di Porta Portese e che occorreva passasse alcuni giorni alla Marsiliana, ma era annoiato di andarvi solo.
—Perchè non andiamo tutti?—domandò rivolgendosi alla madre e alla moglie.
—Sai che faccio il massaggio,—rispose la duchessa,—e non posso interromperlo.
—Alla Marsiliana non mi porteranno altro che morta,—rispose donna Camilla, che alla Marsiliana, durante la pallida luna di miele, aveva presa una perniciosa, della quale risentiva ancora le conseguenze. Ella nutriva per quella villa una insormontabile antipatia; don Pio le aveva rivolto la domanda essendo sicuro della risposta.
—Allora mi lasciate andar solo, e se mi ammalo?—domandava, alle due signore fingendo rincrescimento di non essere accompagnato.
—Se ti ammali, io verrò.—disse la duchessa.
—E io verrò pure, ma soltanto in un caso estremo,—disse donna Camilla la quale ignorava la partenza di Maria, ma era insospettita da quel ridestarsi improvviso di energia nel marito.
Per scoprir terreno ella scrisse quella sera stessa al Rosati, che da molto tempo vedeva poco, occupata com'era incessantemente nel sorvegliare don Pio da vicino, e attese Fabio tutto il giorno seguente. Verso sera, non vedendolo, mandò a cercarlo alla Stampa, e il servitore, cui aveva affidata quella commissione, le riferì che il Rosati da alcuni giorni era in Liguria, dov'erano avvenuti gravissimi disastri cagionati dal terremoto.
Intanto don Pio aveva fatto preparare le valigie ed era ritornato cupo e silenzioso. Al momento di mettersi in viaggio, l'abbattimento, la sfiducia lo assalivano di nuovo; come avrebbe fatto a presentarsi a Maria, a parlarle, a supplicarla di perdono?
La mattina della partenza donna Camilla e la madre lo accompagnarono infatti alla stazione e raccomandarono a Giorgio di telegrafare caso mai il principe non stesse bene. Don Pio prese la via di Civitavecchia, ma con l'intenzione di non fermarsi a Montalto per andare alla Marsiliana, ma invece di proseguire per Pisa. Era libero, era solo e di quei primi momenti di libertà voleva approfittar subito, non sapendo se il domani i sospetti di donna Camilla non si fossero ridestati, se la gelosia non le avesse fatto sormontare l'avversione per il soggiorno della villa.
A Montalto era l'intendente con la carrozza ad attenderlo, e i guardiani a cavallo, con le divise verdi e la placca stemmata sul braccio, per scortare la carrozza.
Don Pio si affacciò al finestrino, e mentre il treno faceva una breve sosta disse all'intendente, che cercava di aprire lo sportello:
—Aspettatemi fra qualche giorno, vi telegraferò; un affare urgente mi chiama a Firenze; non mandate nessuno a Roma. Se giungono telegrammi da casa, apriteli e rispondete a nome mio che sto bene.
—Non dubiti, Eccellenza,—rispose l'intendente seguendo il treno che già si era rimesso in movimento.
Don Pio aveva pensato a tutto e credeva di essersi assicurato alcuni giorni di libertà, ma nonostante non era tranquillo; gli pareva che il treno impiegasse un'eternità a percorrere quella landa deserta della maremma toscana e provava ogni tanto a chiuder gli occhi cercando di prender sonno, ma l'agitazione, l'ansia lo tenevano desto. Nella sua vita facile, spensierata di gran signore, non aveva mai trepidato come in quel giorno, non aveva mai avuto bisogno di sotterfugi per giungere là dove il capriccio lo trascinava. Ora non solo voleva giungere a Venezia, ma voleva giungervi senza esser visto da nessuno. Sarebbe stato per lui un gran dolore se un conoscente vedendolo alla stazione di Orbetello o di Pisa gli avesse domandato con un risolino dove andava; se donna Camilla scoprendo che non era alla Marsiliana avesse osato sospettare che Maria lo chiamava, lo invitava a raggiungerla a Venezia. Su Maria non dovevano cadere sospetti; Maria non doveva essere offesa neppure nel pensiero, e don Pio, che non aveva rispettato nulla, che non aveva mai creduto in nulla, ora circondava Maria di un religioso rispetto e sperava dal perdono di lei la redenzione, come i veri fedeli l'attendono dal confessore quando sentono la loro anima tormentata dal rimorso di un peccato, il principe giunto a Pisa cambiò treno sollecitamente e non chiese un posto nelle carrozze Pulmann per non imbattersi con qualcuno di conoscenza; egli proseguì il viaggio fino a Bologna e Venezia, celandosi come meglio poteva, prendendo quel po' d'alimento, che Giorgio aveva cura di prontargli alle stazioni principali. In quelle lunghe ore della notte, quando il treno correva nella campagna buia, don Pio non lasciavasi sgomentare dal pensiero della rovina che lo minacciava da ogni lato, cercava conforto invece evocando la figura di Maria, richiamando alla mente le parole buone che aveva udito dalle labbra di lei. E univa quelle parole fra loro, ne formava un tutto, e con quell'insieme armonioso di bontà ricostruiva il cuore di lei compassionevole, generoso, proclive al perdono.
—Maria, Maria, il suo perdono, la sua amicizia!—esclamava confortato.
Neppure parlando a sè stesso osava darle del tu, tanto la vedeva in alto, sul piedestallo che avevale eretto con la sua ammirazione.
Dopo quel lungo viaggio don Pio giunse a Venezia spossato; la forza morale lo aveva sostenuto, ma quella fisica era distrutta dall'inerzia, dallo scoraggiamento di quegli ultimi mesi di dolore. Scendendo dal treno dovette appoggiarsi al braccio di Giorgio e farsi aiutare da lui per imbarcarsi in una gondola. All'albergo fu assalito da vertigini; gli pareva di morire; i mobili, le pareti della stanza giravano vorticosamente dinanzi ai suoi occhi come se un turbine spaventoso li sospingesse. Il desiderio di uscire, di cercar subito Maria e l'impossibilità in cui era di moversi, gli rendevano cento volte più angoscioso il suo stato. Pensava alla probabilità di ammalarsi, di non poterla rivedere, e se una malattia l'avesse inchiodato a letto, tutti avrebbero saputo dov'era, donna Camilla lo avrebbe raggiunto, avrebbe coperto d'infamia la dolce creatura....
—Sentite, Giorgio,—disse a un tratto il principe al suo cameriere,—se caso mai io mi ammalassi qui, dovete mettermi, in treno anche moribondo, portarmi alla Marsiliana e far sì che nessuno sappia dove sono stato, dove mi sono ammalato.
—Sarà ubbidito, Eccellenza, ma non sarebbe meglio avvertire un medico?
—Non voglio nessuno; andate a prendermi un eccitante; del wisky, del cognac, quello che credete; ho bisogno di rimettermi in gambe per oggi e domani, poi non m'importa più nulla.
Giorgio cercò nell'astuccio da viaggio del principe una boccetta di wisky e lo versò in un bicchiere d'argento. Don Pio lo bevve e per un momento si sentì rianimato. Si vestì in fretta e prima d'uscire ne trangugiò di nuovo alcuni sorsi. Capiva che era una vita fittizia quella che circolavagli nelle vene, ma non gl'importava; la vita vera gliela doveva infondere Maria con la sua dolce parola.
Egli uscì in gondola, percorse diversi canali e giunse a San Girolamo all'Orto, allo studio del Rossetti, di cui rammentava benissimo l'indirizzo.
Il vecchio dipingeva ancora benchè fosse quasi notte. Vedendo entrare un visitatore, in cui fiutò un signore da quei mille segni esterni che dà l'abitudine della vita elegante, egli si alzò, gettò via il berretto di velluto e con la tavolozza infilata nel pollice, si avanzò tutto ossequiente verso don Pio, e con la sua parlantina veneziana gli disse mille cose in un istante.
—Capita in un brutto momento, lo studio è vuoto; il mio quadro ultimo "Le scimmie" preso dalla commedia del nostro Goldoni, lo sa, quando son tutte radunate quelle pettegole, è andato ieri all'esposizione, gli altri sono venduti; abbiamo molti forestieri quest'anno e io non posso lamentarmi, nello studio non m'invecchia mai nulla.
Don Pio, che non voleva dire che non era l'arte che lo conduceva nello studio, ma un movente ben diverso, girava per la stanza, e vedendo un ritratto di Maria, fatto prima che ella si maritasse, quando sul volto aveva tutta la freschezza dell'adolescenza, si fermò a guardarlo, e mettendosi la lente all'occhio disse:
—Questa è la signora Caruso?
—La conosce la mia Maria? Che brava figliuola, che cara creatura, che la sia benedetta! E dove l'ha conosciuta, se non è troppo ardire?
—A Roma, alla Stampa.
—Già, già. Che peccato, Maria è partita ieri per Rovigno, l'è andata a rimettersi da una sua sorella nell'Istria. Se sapesse che piacere mi ha fatto venendo dal suo vecchio! E m'ha condotto anche il piccinino, tutto lei quel "putelo!"
—S'è rimessa bene?—domandò il principe turbato da quella notizia, e vedendo che le pareti, i quadri incominciavano a ballargli davanti agli occhi la loro ridda tormentosa, e il ritratto di Maria gli appariva ora capovolto, ora allontanato, annebbiato.
—Benone! l'è una rosa, un fiore, per lei è sempre primavera!
—È tanto bella!—disse il principe con passione.
—Quando penso che quella cara creatura è stata lì lì per morire, mi vengono i brividi e non posso far a meno di piangere,—disse il vecchio commosso asciugandosi una lagrima.
Don Pio credeva che un terremoto imprimesse ora un moto sussultorio, ora ondulatorio a tutto lo studio; si sentiva morire e il pensiero di morire in quel luogo accresceva le sue sofferenze. Il vecchio Rossetti non si accorgeva di nulla e seguitava a discorrere dell'incendio del teatro, della paura di Maria e del danno che per quell'incendio doveva aver risentito il principe della Marsiliana, quel bravo signore tanto cortese, di cui Maria avevagli così spesso parlato.
—Davvero, sua figlia le ha parlato di me?—disse involontariamente don Pio, consolato, fatto beato da quelle parole.
—Lei è quel bravo signore, quella perla di gentiluomo!—esclamò il vecchio tremante dal piacere.—Che sia benedetto; peccato che Maria non sia qui; le avrebbe fatto gli onori di casa, sa, una casa d'artista dove manca tutto meno che il buon cuore.
—Rimarrà molto la signora Caruso a Rovigo?—domandò don Pio con voce che si sforzava di rendere calma.
—Tutta la primavera; poi torna qui per i bagni.
—E se le facessimo una improvvisata andando a trovarla?
—L'ha avuto una idea stupenda, signor principe! Io sono sempre a sua disposizione quando vuol andare.
—Quanto s'impiega in ferrovia?
—Otto o nove ore,—rispose il vecchio.
—E se noleggiassimo un vaporino?—domandò don Pio che in quella gita specialmente voleva evitare ogni incontro. Com'era felice e come sentiva che i nervi si calmavano sotto l'influenza benefica di quella gioia.
—Ben pensato, ma sa, i padroni di vaporini hanno pretese alte, il viaggio peraltro è molto più breve e piacevole che in ferrovia.
—Del prezzo non m'importa. Rimane stabilito che noi andremo. Mi farà il favore di fissare il vaporino per domattina alle nove e di venirmi a prendere all'albergo, va bene?
—Benissimo,—rispose il vecchio.
Don Pio si fermò ancora dinanzi ad alcuni studi e aggiunse:
—Adesso non c'è luce, ma al nostro ritorno verrò a farle un'altra visita e sceglierò un ricordo di Venezia, me lo permette?
Era un modo cortese per compensarlo del tempo che gli rubava con quella gita, ma il vecchio, trattandosi della sua Maria, non si rammentava neppur più che il suo visitatore era un principe romano, e gli avrebbe regalato lo studio, se avesse voluto.
—Se mi permette l'accompagno,—disse il vecchio, e senza neppure aspettare la risposta di don Pio, a testa scoperta gli spalancò la porta e lo precedè sulle scale fino alla gondola.
—A domattina,—disse don Pio stringendogli la mano.
—A domattina e non dubiti, sarò esatto: non mi accade spesso, ma domani farò un'eccezione.
Il principe tornò all'albergo senza che nessun dolore fisico lo tormentasse più. Non sentiva altro che l'immensa gioia di rivedere Maria, e di rivederla lontana da Roma, nella tranquillità di un piccolo paese, libera forse dai ricordi dolorosi che Roma avrebbe ridestato in lei. Era così felice, si sentiva così forte che aveva perduto anche la memoria delle sofferenze di due ore prima. Sulla porta dell'albergo Giorgio lo aspettava ansioso.
—Eccellenza, credevo le fosse venuto male e stavo in gran pena,—gli disse il cameriere.
—No, sto benissimo, e non mi sono mai sentito tanto bene da molto tempo. Fatemi apparecchiare il pranzo nel salotto.
Il cameriere andò a trasmettere gli ordini, e il principe, salito nel salotto, spalancò la finestra per respirare liberamente, per lasciare che i polmoni si allargassero come il cuore. Non aveva mai desiderato così intensamente nulla nella vita come di rivedere Maria, e ora stava per raggiungerla, per presentarlesi non come chi cerca di sedurla, di prenderla alla sprovvista, ma onestamente, sotto l'egida del padre di lei, come un amico che chiede all'amica una parola affettuosa, una stretta di mano e l'oblio di una aberrazione, di una colpa di cui sente la vergogna e il pentimento.
I camerieri dell'albergo entrarono portando i grandi vassoi con le argenterie, le bottiglie e i piatti, e don Pio si sedè a tavola tranquillo e lieto come uno che sente il ritorno della vita, che sente la primavera dell'anima vivificarlo col soffio caldo della speranza.
Durante il pranzo, che era servito dal cameriere dell'albergo, Giorgio entrò recando un quadro di piccole dimensioni avvolto nella carta e un biglietto. Il principe indovinando chi era che gli scriveva, stracciò la busta, si mise la lente all'occhio, e lesse:
"Al principe della Marsiliana, a un amico di Maria,—scriveva il Rossetti,—non saprei offrire un ricordo più dolce della mia Venezia, che il ritratto della mia bella e buona creatura, dipinto da me quand'ella era uno dei fiori più belli della Laguna. Io spero che il principe vorrà gradirlo perchè è offerto col cuore. Non è l'opera di un artista; è il lavoro di un padre, che ha un culto per la figlia e benedice tutti coloro che le vogliono bene."
Quelle parole, quel dono intenerirono don Pio. Egli seppe dominarsi e non fece togliere il quadro dal suo involucro finchè il desinare non fu terminato, ma appena solo strappò lo spago che teneva ferma la carta e si diede a contemplare quel volto dolce e sereno di donna, che pareva lo fissasse con i grandi occhi modesti e luminosi. Quella estasi di don Pio durò fino a notte inoltrata; non pensava a nulla, non vedeva nulla altro che il volto soave di Maria e quello sguardo, che il giorno seguente avrebbe colto negli occhi di lei.
Aveva dato libertà a Giorgio, e sicuro ormai di non esser disturbato, portò il ritratto di Maria in camera, lo collocò sopra un cassettone a destra del letto e da un lato di esso accese due candele per poterlo contemplare anche quando fosse coricato, e sul davanti sfogliò tutte le rose che erano nei vasi del salotto. E quel ritratto di fanciulla pudica, vestita di bianco, con quei lumi, quelle rose sparse davanti, acquistava un carattere sacro, pareva l'immagine di una vergine, che si fosse meritata la gloria dei buoni con le sue celesti virtù.
Il principe, spossato dal viaggio, da tutte le commozioni di quella giornata, si era coricato con lo sguardo fisso nel volto della sua santa ed era passato, senza accorrersene, dall'estasi al sogno. E la vedeva non più lì, in quella stanza, a pochi passi dal suo letto; ma campeggiante in alto, circonfusa di luce, con l'occhio benignamente rivolto su di lui, che la contemplava affascinato e non aveva altra aspirazione che quella di adorarla.
Mentre don Pio della Marsiliana si beava in quel dolce sogno, che consolavalo di tante angosce, donna Camilla aveva la febbre addosso, quella febbre che non si manifesta accelerando il moto del sangue attraverso le vene, ma congelandolo.
Quando aveva salutato il marito alla stazione di Roma, ella non sapeva della partenza di Maria, ma quel ridestarsi improvviso dell'energia del principe, quello scatto di vita, quel viaggio, dettero al suo cuore geloso, alla sua mente indagatrice nuovi sospetti. Ella tornò al palazzo insieme con la suocera, ma invece di salire nel suo quartiere, uscì a piedi come soleva fare spesso, quando andava a visitare i poveri. La gelosia, che guida irresistibilmente ogni donna, che sa di avere una rivale, nei luoghi dove spera d'incontrarla per provare l'immenso strazio del cuore, dal quale ha fede di veder sorgere, pianta venefica, ma vitale, la vendetta, guidò donna Camilla davanti alla casa dei Caruso, la quale era di pertinenza del patrimonio Urbani. La portinaia era sulla soglia e s'inchinò alla principessa augurandole una buona passeggiata. Donna Camilla, contro il solito, le rispose affabilmente, e le domandò con premura come stava la signora Maria.
—È partita, poverina, è andata a Venezia a rimettersi; non può credere, Eccellenza, quanto abbia sofferto, ma ora sta meglio e Dio voglia che torni guarita completamente. Se lo merita; è tanto una brava signora!
—Grazie! grazie!—disse la principessa allontanandosi frettolosamente.
Ella non poteva tollerarle, quelle lodi; non poteva sentirsi ripetere ciò che ella sapeva già; non poteva sentirsi confermare che Maria era una creatura eletta, che esercitava un fascino sugli uomini come sulle donne, perchè era bella ed era buona.
—Dunque Pio è andato a raggiungerla; dunque s'intendono, si sottraggono alla mia vigilanza!—pensava donna Camilla tornando a casa pallida e fremente. In tutto quel giorno ella rimase sola, in camera, combattuta fra il desiderio di partire e il timore di dover aprire l'animo suo alla suocera per la quale sentiva una profonda antipatia, sentimento che la duchessa Teresa nutriva a sua volta per lei.
Quelle due signore, che vivevano insieme da cinque anni, che due volte al giorno sedevano alla stessa tavola, non si potevano soffrire. Donna Teresa, specialmente dopo la malattia di don Pio, accusava la nuora di annoiarlo, di non saperlo distrarre dall'abbattimento in cui era caduto, di essere una nullità, di non aver saputo dare a casa Urbani neppure dei figli, che avrebbero portato una nota di vita in quel palazzo così triste; la principessa invece era gelosa della madre, la quale capiva le tendenze del figlio, che aveva saputo rimanere un'amica e aveva sull'animo di lui un grande ascendente. Benchè poco intelligente, ella sentiva tutta la superiorità di donna Teresa, e, riconoscendosi inferiore, era umiliata come donna, era offesa come moglie. Anche quel grande, illimitato amore della duchessa per don Pio, era una nuova umiliazione per lei. Ella sapeva bene che la duchessa avrebbe osteggiato la sua partenza, le avrebbe impedito di mettersi in viaggio se avesse indovinato che il figlio desiderava esser libero e lontano dalla sorveglianza della moglie, e che quella lontananza poteva procurare al suo Pio un sollievo, qualche ora di felicità.
A pranzo le due signore si trovarono sole, poichè l'Onorati da qualche tempo era ammalato e doveva desinare in camera. Donna Camilla, che aveva pensato al modo di partire senza destar sospetti nella duchessa, disse di aver ricevuto una lettera da suo fratello Alberto, che era nella sua tenuta di Montemagno, a poca distanza da Poggio Mirteto, e esternò il desiderio di andargli a fare una improvvisata.
—Va pure,—disse la duchessa, lieta di liberarsi da quella compagnia poco gradita.
—Allora partirò domattina,—rispose la principessa senza alzare gli occhi dal piatto, per non dare a conoscere la gioia perversa che provava.
E la mattina dopo a colazione ella comparve vestita di panno grigio, col cappello di feltro in testa, e la sua voce nasale echeggiava quasi gaia nell'ampia sala da pranzo. Mangiò in fretta per non perdere la corsa dell'una e trenta e poi stese la mano alla suocera e partì accompagnata dalla cameriera soltanto, ma invece di prendere il biglietto per la piccola stazione a breve distanza da Roma, lo prese addirittura per Venezia. Era sicura che l'istinto non la ingannava, che don Pio era là, e il pensiero di amareggiarlo, d'impedirgli di esser felice, di tormentarlo con la sua presenza, le dava una soddisfazione intima e le impediva di sentire la noia e il disagio del lungo viaggio. In tutte quelle ore non mangiò nulla, non bevve un sorso d'acqua, non chiuse mai gli occhi e non guardò i paesi che traversava. Ella non voleva disturbi; voleva assaporare tutta la gioia malvagia del dolore che avrebbe procurato a don Pio. Egli negavale un po' di felicità, e lei non aveva altra brama che di distruggere quella di lui; viva lei, non sarebbe mai stato un'ora felice, mai!
Giunta a Venezia andò diretta all'albergo Danieli, dove sapeva che don Pio soleva dimorare, e dato il suo nome si fece accompagnare al quartiere di lui.
Don Pio dormiva ancora, e si destò all'improvviso udendo entrare qualcuno in camera. Le candele, quasi interamente consumate, mandavano, prima di spengersi, degli sprazzi di luce viva sul ritratto, ed egli, nell'aprir gli occhi, con la mente ancora volta a Maria, che aveva sognata tutta la notte, fece un balzo sul letto e fra il sogno pronunziò con amore il dolce nome, che le labbra anelanti invocavano di continuo: Maria!
—T'inganni, Pio; sono io, Camilla,—disse la principessa in tono aspro e nasale fissando il ritratto sul quale la luce oscillante delle candele passava rapida come un'ardente e furtiva carezza.
—Perchè sei venuta?—gli domandò il principe meravigliato e turbato nel vederla.
—Perchè l'istinto mi diceva che il mio posto era qui accanto a te.
E accennando il ritratto aggiunse:
—Vedi che non avevo torto.
—Tu sei il mio tormento,—le disse don Pio mestamente, scrollando il capo, per significare che tutto era perduto, che l'arrivo della principessa distruggeva la sua unica speranza.
—Io sono tua moglie, non voglio nè posso permettere che tu commetta pazzie.
—Non fare scene, non fare scandali, non renderti ridicola, se no...—disse don Pio in tono di minaccia.
—Che cosa mi faresti?—domandò la principessa facendo alcuni passi per avvicinarsi al letto.
—A te nulla; non ti torcerò mai un capello; ma farei sostenere la legge del divorzio e ti ripudierei come si ripudia tutto quello che ci è antipatico, insopportabile, odioso.
—Quella legge non sarà mai accettata dalla gente onesta,—disse al principessa.
—Meglio! La canaglia la sosterrà compatta e la canaglia impera.
—E allora chi sei tu, chi sono i tuoi?—domandò donna Camilla.
—Canaglia,—rispose il principe.—Io, tu, tutti quelli che, come noi, non hanno sentimenti, non credono all'onestà, ridono della virtù, insidiano la pace delle persone tranquille e laboriose, che sostengono principî che non sentono, che propugnano idee che non sono frutto delle loro convinzioni, che aizzano gli uni contro gli altri, che demoliscono idoli, distruggono credenze, che mirano sempre al guadagno senza tener conto del danno delle masse, non sono altro che canaglia, canaglia, canaglia!
Don Pio, seduto sul letto, parlava agitando le scarne braccia, che le maniche sbottonate della camicia da notte lasciavano scoperte, e con quei capelli arruffati, che gli erano tornati canuti, e la barba grigia, pareva un vecchio profeta in un accesso di religioso furore.
—E l'opera della Stampa sostenuta, pagata da te, quale è stata mai?
—Quella di fare di Roma, dell'Italia un paese vile, basso, senza ideali, senza fede nei beni morali; un paese che non ha forza di tollerare i rovesci, che si sgomenta della sventura; un paese che trema all'annunzio del colera, che non ha lagrime bastanti per piangere un soldato morto pugnando; un paese dove l'opera è nulla, dove la ricompensa è tutto; un paese dove l'onore, il dovere, il sacrifizio sono lettera morta, un paese che meriterebbe di esser coperto dal diluvio!
—Purchè Iddio ti affidasse la costruzione dell'arca!—osservò ironicamente la principessa.
—No, io preferirei perire insieme con gli altri, se nell'arca dovessi aver te, sempre te per compagna.
—Mi odii dunque molto?
—No; sono un vile e non so odiare; ci vuole ben altra fibra della mia per nutrire un sentimento potente come quello; ma non ti posso soffrire,—e la guardò, accompagnando con un riso cinico quelle parole.
—Sai amare però,—diss'ella accennando al ritratto, ora debolmente illuminato dalla luce, che penetrava dalla finestra.
—Neppure. Se sapessi amare, imporrei il mio amore e tu non avresti trovato qui un ritratto. Non so odiare, non so amare, non so volere!—disse il principe lasciando ricadere con una mossa di scoraggiamento la testa sui guanciali, e chiudendo gli occhi per non vedere la sua tormentatrice.
La principessa rimase un momento a guardarlo e poi uscì per andare nella camera in cui si era fatta preparare il bagno, nella piccola tinozza di guttaperca, che viaggiava sempre insieme con lei, e dopo essersi tuffata nell'acqua e vestita in fretta, prese la rozza coperta per i poveri e si mise di guardia nel salotto di don Pio, come faceva a Roma.
Don Pio sentiva il tic-tac rabbioso dei ferri, che gli martellava insistentemente nel cervello e non aveva neppure la forza di dire alla moglie che cessasse. Era ritornato nell'abbattimento, nell'inerzia, non voleva più nulla, non pensava più a nulla altro che al suo dolore.
Il viaggio a Rovigno, la consolazione che ne sperava, tutto era svanito dalla sua mente; era stato un dolce sogno che si confondeva con i sogni della notte. Nel riaprir gli occhi aveva veduto Camilla, e ora ella era là che lavorava, che vegliava implacabilmente su di lui!
Mentre don Pio inerte, senza volontà, stava abbandonato sul letto, e Giorgio preparava quetamente nella stanza la biancheria e gli abiti del principe, fu bussato alla porta del salotto, e donna Camilla, cessando un momento il lavoro, diceva "avanti".
Il Rossetti, tutto umile, col cappello in mano, entrava, e vedendo una signora la salutava fino in terra.
—Scusi,—disse con la sua parlantina,—ero venuto a dire al principe della Marsiliana che sono le nove e il vaporino è pronto.
—Ah, sì! Il principe è ancora in letto e per ora non credo si alzi,—disse donna Camilla.
—Peccato! Mi facevo una festa di condurlo a Rovigno dalla mia Maria!
—Lei dunque è il padre della signora Caruso?—domandò la principessa squadrandolo con uno sguardo freddo.
—Appunto, e il principe voleva andare oggi a trovarla; tutto era fissato e il vaporino aspetta.
—Il principe non verrà; ritorna a Roma stasera,—disse donna Camilla con un sorriso sprezzante.
—Ma il vaporino! Io l'ho fissato; si tratta di un viaggio, non di una gita sulla laguna; mi sono impegnato....
—Non si sgomenti per questo; mandi il padrone a farsi pagare qui all'albergo,—disse in tono offensivo la principessa.
Il vecchio Rossetti, tutto umiliato, uscì dal salotto e per le scale pensava:
—Basta che sieno signori per esser tutti matti, tutti!—e con questa riflessione si consolava dello sgarbo ricevuto.
Don Pio aveva sentito il battibecco fra la moglie e il pittore, e non s'era mosso; egli lasciava che gli avvenimenti si compissero senza far nulla per trattenerli o impedirli. Era una fatalità e dinanzi a quella dea inventata dagli spiriti inerti, egli chinava la testa.
Verso il mezzogiorno si alzò e andando in salotto trovò la colazione pronta. Donna Camilla posò la coperta e prese posto di fronte a lui senza parlare. Quando i camerieri si furono ritirati, la principessa, sorseggiando il caffè, narrava al marito, in tono sarcastico, il colloquio col Rossetti.
—Era molto impensierito per il vaporino, quel poveruomo; si vede che l'interesse è il movente della sua vita. E come favoriva volentieri la tua riunione con la figliuola, come cercava di compiacerti! Chissà mai quali ricompense sperava!—aggiungeva ella con un sorriso perfido sulle labbra scolorate.
—Che anima bassa!—esclamò don Pio guardando fisso la principessa e strisciando le parole, quasi si compiacesse a sferzarla più lungamente con quell'insulto. Poi accese un sigaro e non disse altro.
Egli lasciò che la principessa ordinasse a Giorgio di fare i bauli senza opporsi e che stabilisse la partenza per la sera stessa.
—Occorrerà ordinare una cassetta per trasportare il quadro?—domandò Giorgio approfittando di un momento in cui il principe era solo.
—Non importa, lo riporterete a chi lo ha mandato,—e tracciò poche righe per il Rossetti sopra una carta da visita nelle quali diceva che non voleva privarlo di un ricordo di famiglia, e per questo glielo rimandava ringraziandolo.
—Che cosa hai scritto a quel tenero padre?—domandò la principessa entrando in salotto e vedendo che Giorgio portava via il quadro e una lettera.
—Che tormento che sei, Camilla!—disse il principe fissandola ancora per farle leggere nell'occhio la conferma di quelle parole.
Ormai il principe e la principessa non si usavano più riguardi di sorta; appena aprivano bocca la parola amara correva loro alle labbra, e la lasciavano uscire senza ritegno.
La sera essi ripartivano per Roma, e Giorgio e la cameriera, che li seguivano in un compartimento di prima classe, ridevano delle continue liti dei loro padroni. Carolina, che era una grassa romana dalla bocca sempre atteggiata al sorriso, e canzonava volentieri la sua padrona, compiangeva i viaggiatori, che erano accanto a quella tenera coppia nella carrozza Pulmann.
—Scommetterei che non possono dormire; la signora ha il diavolo addosso!
—E al principe dà di volta il cervello,—rispondeva il cameriere.
Donna Camilla peraltro durante il viaggio non potè sfogare la sua bile con parole, perchè don Pio dormì fino a Firenze. Prima di partire aveva preso una forte dose di cloralio, che gli aveva procurato un sonno pesante e angoscioso. A Firenze era sceso per far colazione, e al Buffet aveva incontrato il principe don Tommasino Lavriani, amico e collega alla Camera, che tornava a Roma da un viaggio a Londra. Don Pio considerò quell'incontro una vera fortuna e invitò il Lavriani a salire nella stessa carrozza che egli occupava.
Parlarono di cavalli, di corse, di politica, e donna Camilla ascoltava senza prender parte al discorso. Ella non aveva altro che un pensiero, e in quel pensiero cercava conforto.
—Non l'ha veduta e torna a Roma!—ripeteva a sè stessa di continuo.
La duchessa Teresa fece le meraviglie vedendo la nuora e il figlio tornare insieme, mentre erano partiti per diversa destinazione.
—Sono andata a raggiungerlo; temeva che stesse male,—disse donna Camilla alla suocera.
Ma la duchessa non tardò a sapere dalla sua cameriera, cui lo avevano raccontato Giorgio e la cameriera della principessa, la gita a Venezia, l'inseguimento e il ritorno precipitoso, e quel fatto le rese anche più antipatica la nuora.
—Perchè, perchè non lo lascia in pace!—diceva ai suoi amici fidati con i quali si confidava.—Lo tormenta tanto che lo riduce vecchio e nullo.
E queste parole le uscivano dalla bocca con una intonazione di dolore vero e profondo. Come era pentita di aver proposto lei quel matrimonio, come si propone un affare; come rimproveravasi di non aver indovinato che quella donnina piccola, esile, dal volto pallido di morta aveva una tenacità di volere, un egoismo così grande che avrebbero distrutto il suo Pio!
Ora non c'era rimedio, bisognava sopportarla come una sventura. La duchessa era molto invecchiata negli ultimi tempi per quei dolori che inutilmente curava col massaggio e con tutti quei rimedi che i medici dei ricchi suggeriscono loro; ella non aveva più la bella energia che aveva conservata fino a tarda età, non aveva più la forza di paralizzare l'opera letale di donna Camilla; ma sentiva tanta avversione per lei che riusciva a manifestargliela in ogni modo: ora ridendo delle sue idee, ora rilevando le stupidaggini che ogni momento si lasciava sfuggire di bocca, ora vantando in presenza del figlio tutte le donne belle, serene, eleganti, le madri circondate da una forte e numerosa figliuolanza.
La principessa, educata al rispetto per la vecchiaia, taceva, ma una volta in camera sua, dove il marito non aveva posto piede da due anni, ella piangeva, pestava i piedi e imprecava ogni sorta di mali, terreni e eterni, sulla testa di quella suocera odiata.
La Camera dei deputati era stata sciolta, mentre don Pio era in viaggio, dopo aver votata la nuova legge elettorale per lo scrutinio di lista, e ora erano indette le nuove elezioni per i primi di giugno.
—Che linea di condotta dobbiamo tenere?—domandò Ubaldo al principe quando lo rivide dopo il ritorno.
—Quella che le pare.
—Si porta candidato?
—Faccia lei.
Ubaldo cadeva dalle nuvole e assicurava a tutti che il principe non era guarito, tutt'altro che guarito, e che il suo cervello dava gravi apprensioni.
Ora non stava più rinchiuso in camera di continuo, perchè il desiderio di sfuggire donna Camilla era il più forte che egli provasse, ma portava la sua indifferenza, la sua apatia, alla Camera, al Club della Caccia, negli uffici della Stampa ovunque lo conduceva l'abitudine, e la sua faccia emaciata, tutta la sua persona infloscita, cadente, erano guardate con la stessa cinica compassione con cui si guardava quell'ammasso di macerie annerite che occupavano il posto dove l'elegante teatro sorgeva un tempo: e della prossima fine del principe della Marsiliana si parlava da tutti, come si parlava della imminente, irreparabile rovina del patrimonio Urbani.
Ubaldo e il Rosati prepararono d'accordo il campo per l'elezione di don Pio, e senza che egli avesse nessun fastidio si vide eletto a grande maggioranza. Essi avevano rimesso avanti l'idea della ferrovia in Trastevere, e nonostante che le costruzioni rimaste a mezzo, l'abbandono desolante in cui erano lasciate le vaste estensioni di terreno fuori di Porta Portese, dicessero che quell'idea era abortita, pure gl'illusi, quelli che hanno sempre bisogno di una divinità da adorare, e che, abbandonata la religione, non possono più accendere il lume alla Madonna e mettono sull'altare del patriottismo un candidato da strapazzo, quella schiatta di adoratori cantarono con voce altissima le laudi dell'operoso principe della Marsiliana. Essi lo dipinsero ai loro amici come un modello di signore democratico, amico del popolo, intelligente a segno tale da capire i bisogni degli operai, buono tanto da desiderare di migliorarne le sorti. Così in virtù della campagna che La Stampa faceva contro il candidato dal Governo, competitore del principe, e molto in virtù del sor Domenico e degli amici di lui, che avevano tanto predicato in favore di quel loro apostolo della redenzione del popolo, don Pio ebbe una grande quantità di voti.
Ma non vi furono feste nè pranzi al palazzo Urbani per quel fatto; non volarono, come la prima volta, i tappi delle bottiglie di champagne.
—Perchè questa musica?—domandò la principessa udendo a un tratto durante il pranzo, sonare l'inno di Garibaldi nel cortile del palazzo.
—Mi hanno rieletto,—disse don Pio continuando sbadatamente a mangiare.
—Ma tu rinunzi, non è vero?—chiese donna Camilla.
—Non credo: che noia mi dà l'esser deputato?
—Rompi ogni legame con la tua vita di questi ultimi tempi, ritorna a fare il signore; rinuncia a quel recente passato, fallo dimenticare. Le tradizioni di casta e di famiglia s'impongono; rispettale.
—Lascialo in pace, Camilla,—disse la duchessa afferrando l'occasione per contraddirla.—Egli sa meglio di te quello che deve fare. Del suo nome egli solo è custode.
La musica continuava a sonare nel cortile e la voce nasale di donna Camilla echeggiava monotona nella sala.
—Se fosse geloso del suo nome avrebbe conservato il patrimonio, non si sarebbe messo a fare il giornalista e il mestiere dello speculatore, avrebbe avuto vergogna di farsi amico di certa gente, che un tempo non poteva neppur sognare di avere una stretta di mano da un Urbani....
La duchessa tagliava le parole in bocca alla nuora e difendeva il figlio a spada tratta, senza convinzione, per il solo piacere di farle dispetto.
Don Pio non fiatava; raggomitolato su sè stesso, pareva non udisse nulla, neppure la disputa fra le due signore.
A un tratto si alzò, posò un bacio sulla fronte della madre, e andò di là ordinando ai servitori di regalare del denaro ai musicanti affinchè cessassero di sonare.
Pochi minuti dopo, col sigaro spento fra le labbra, era nella stanza di Ubaldo alla Stampa. Vi era entrato nell'assenza di lui, per guardare una grande fotografia di Maria che era appesa sopra la scrivania, e la fissava desolato pensando alle speranze che aveva fondate sul viaggio a Venezia, sulla gita a Rovigno, distrutte tutte dalla gelosia di donna Camilla.
—Che maledizione, che seccatura è mai quella donna!—pensava fra sè atteggiando le labbra a un sorriso amaro.
Nell'udire dei passi nella stanza vicina gettò gli occhi su un giornale, che era spiegato sulla scrivania, e finse di leggere.
Il Rosati e Ubaldo, avendo saputo che il principe era in redazione, erano venuti a cercarlo per parlargli dell'onorevole Carrani.
—Creda,—diceva l'Ubaldo,—l'onorevole Carrani trascina il giornale sopra una via pericolosa, gli fa sposare troppo apertamente i suoi risentimenti personali, lo rende antipatico ai lettori; non può non essersene accorto anche lei.
Il principe fece col capo un lieve cenno che poteva significare tanto sì quanto no.
—Fabio ed io che leggiamo i giornali, che vediamo molta gente, ce ne siamo accorti da un pezzo. Piovono alla direzione le lettere degli assidui, che si lagnano dello sfogo delle ire di quell'uomo fegatoso. Non potrebbe, lei, fargli intendere la ragione? Io glielo ho detto, ma il Carrani si crede infallibile e non mi ascolta. Lei, principe, con la sua autorità potrebbe ottenere quello che non ho ottenuto io.
Don Pio guardava Ubaldo senza rispondere.
—Dunque?—domandò Ubaldo.
—Faccia quello che vuole,—disse con aria irata il principe cercando il cappello per andarsene da quel luogo dove volevano costringerlo a operare, dove volevano imporgli delle seccature.
Fabio e Ubaldo scrollarono la testa e capirono che dal principe non potevano ottenere nessun appoggio morale, e volendo ad ogni costo proteggere la Stampa dalla influenza perniciosa del Carrani, perchè sul giornale fondavano le loro speranze d'avvenire, chiamarono il proto e gli dettero ordine che non accettasse più gli articoli dell'ex-ministro, senza farli passare per la redazione.
Quest'ordine, di cui il Carrani non tardò a accorgersi, produsse un uragano. Prima andò al giornale e fece una scena al Caruso e battè i pugni sulla scrivania e lo coprì di villanie. Ubaldo, che aveva il sangue gelato e sapeva sopportare ogni specie d'insulti quando aveva in mira un utile quasi certo, non rispose; affettò anzi una profonda indifferenza. Egli si contentava di dire di tanto in tanto:
—Si rivolga al principe; si lagni con lui.
Il Carrani se ne andò urlando, e dalla Camera scrisse subito una lettera di fuoco a don Pio, nella quale gl'ingiungeva di richiamare al dovere il redattore-capo e, nel caso non volesse chiedergli scusa, di licenziarlo.
Il principe ricevè la lettera, vide che era del Carrani, che era lunga, non la lesse e non vi rispose. Il giorno seguente altra lettera di fuoco, che ebbe la sorte della prima. Il Carrani scoppiava, non ne poteva più e cercava il principe ovunque per dirgli la sua.
Don Pio incontrandolo sulla gradinata di Montecitorio, gli andò incontro e gli disse:
—Ora mi rammento, mi avete scritto.
—Ve ne rammentate un po' tardi.
—Ho tante seccature, scusate.
—E che mi dite?—domandò il Carrani.
—Di che?—replico don Pio meravigliato.
—Ma, delle lagnanze che vi facevo nelle mie due lettere?
—Ora che mi rammento, non le ho lette quelle lettere, no, non le ho lette,—e fissava il Carrani con uno sguardo ebete.
Il Carrani a sua volta dopo aver guardato in faccia lungamente il principe; dopo aver veduto quello sguardo vuoto di pensiero, disse:
—Avete ragione, non c'è nulla da farci, lo stupido sono io,—e salì alla Camera a dire a chi non voleva saperlo, che don Pio della Marsiliana era rimbecillito, che doveva avere una paralisi progressiva del cervello, perchè non ragionava più.
Ed era così infatti. Il suo cervello, poco solidamente organizzato, non era fatto per resistere a tanti urti, a tanti pensieri incresciosi, e specialmente non era fatto per resistere alla persecuzione incessante, noiosa, meschina della principessa. Ora ella aveva scoperto in parte il vero, rispetto allo stato finanziario del marito, e alla persecuzione gelosa aggiungeva quella dell'interesse.
—Per quella donna ti sei rovinato e ci hai rovinati; meritava davvero il conto. Comincia dall'abbandonare il giornale e pentiti delle empietà commesse con quel mezzo.
Don Pio, invece di rispondere, fingeva di dormire. La Stampa non c'era bisogno che l'abbandonasse; l'aveva già abbandonata, e Ubaldo e il Rosati, incoraggiati da quel primo fatto del Carrani, non solo avevano cessato l'opposizione contro i due nuovi ministri reclutati nel loro partito, ma in certe questioni erano più benevoli col Gabinetto intiero e sognavano, sognavano tutti e due, alla caduta del vecchio Presidente del Consiglio affranto dagli anni e dai malanni, di far della Stampa l'organo ufficioso del nuovo presidente; ambizione quella comune a molti giornalisti illusi, i quali non sanno che il sussidio che ricevono per cantare sempre osanna non li compensa neppure della decima parte dei lettori che perdono. E così nell'amministrazione come nella direzione politica i due utilitari si erano ingeriti. Essi avevano licenziati diversi inutili corrispondenti, e lo scrittore letterario; avevano ristrette giudiziosamente le spese di telegrammi e non inserivano più nulla in cronaca senza esigere un alto compenso. Il giornale tirava 80,000 copie e poteva essere esigente.
Queste riforme che il principe sanciva con la sua indifferenza e il suo silenzio destarono il malcontento fra gl'impiegati d'amministrazione; alcuni se ne andarono, altri furono licenziati, e anche l'amministrazione, che Fabio prese sotto la sua speciale sorveglianza, non fu più così numerosa e così disordinata, e La Stampa potè farsi da sè largamente le spese e farle ai suoi vice-proprietari.
Per altro ogni volta che c'era da far fronte a una scadenza, l'intendente del principe vuotava la cassa del giornale, e quel giorno Fabio e Ubaldo erano di pessimo umore, poichè non sapevano come fare a dividere le due amministrazioni. Essi non tenevano conto dei capitali inghiottiti dal giornale e si credevano defraudati quando casa Urbani ricorreva alla Stampa, per riparare momentaneamente allo sfacelo cui andava incontro inesorabilmente.
Un giorno, verso la metà di luglio, una notizia molto grave giunse dalla Marsiliana al palazzo Urbani e la portò un buttero trafelato.
Quattrocento lavoranti del canale emissario si erano ammutinati chiedendo la paga, che si negava loro da più settimane, e armati di pale e di vanghe marciavano su Roma, per venir da sè a domandare al principe la loro mercede.
La duchessa, tornando di fuori, aveva veduto il buttero scender da cavallo e parlare concitato col portinaio, mentre scoteva il cappello bagnato di sudore. Ella lo interrogò e seppe che il buttero era inviato dall'intendente e chiedeva di essere ammesso dal principe. Con poche parole, senza eccitamento, quel villano le fece un quadro spaventoso della situazione.
—Aspettate, riferirò io,—diss'ella, e salì.
Il principe era nel suo salottino e sfogliava La Vie Parisienne; donna Camilla lavorava alla rozza coperta per i poveri.
La duchessa ansante narrò il fatto e fissando il figlio gli domandò:
—Ma dimmi, non lo sapevi che i tuoi operai non erano pagati; dimmi, siamo a questo?
Egli non rispose e prendendo sul tavolinetto basso, che aveva accanto, un mucchio di carte le mise sotto gli occhi trecentomila lire in cambiali, che erano state respinte allo sconto dalla Banca Nazionale, e due avvisi di cambiali per una somma complessiva di dugentomila lire che scadevano il giorno dopo.
—Come farai?—gli domandò la madre.
—E che so io?
—E stai così inerte a guardare le figurine della Vie Parisienne e lasci che il tuo, il nostro nome sia schernito da tutti, e lasci che a Roma si veda la banda armata dei lavoranti, che viene a chiederti il pane: il pane, capisci, di cui ha bisogno per saziare la fame?—disse la duchessa.
—Ma che cosa devo fare?
-Non c'è nulla in cassa?—domandò donna Teresa al figlio.
—C'erano alcune migliaia di lire, ma avevo perduto iersera al Circolo della Caccia e ho pagato.
—E gl'istituti di credito?
—Negano; li ho tutti sfruttati come principe della Marsiliana e come proprietario di giornale.
—E gli amici? Perchè non scrivi a don Tommasino Lavriani; ha dieci milioni a conto corrente da Rothschild, se vuole ti può aiutare. Un principe romano, quando ha commesso delle pazzie, ha l'obbligo di rimediarvi e se gli piace di buttarsi nelle imprese non può fallire come mio speculatore, che non ha nulla da perdere, nulla. Pio, scotiti, opera.
E vedendo che il principe continuava a sfogliare il giornale illustrato, la duchessa gli mise una mano sulla spalla e gli disse:
—Pio, pensa.
Nel parlare al figlio, nel contemplare quella rovina, la duchessa, aveva una intonazione di rimprovero nella voce, ma nel cuore ella era piena d'indulgenza, per quel figlio idolatrato e sperava con quel mezzo di scoterlo. Ella peraltro s'illudeva sullo stato mentale del principe e gli chiedeva l'impossibile. Un solo nome, una sola persona avrebbero avuto la potenza di rendergli la vita, e se la duchessa, invece di spronarlo a rimediare allo sfacelo del suo patrimonio, avesse invocato quel nome, avesse detto a don Pio: "Va', parti, cerca la donna che ami perdutamente", egli avrebbe capito, sarebbe partito e avrebbe trovato Maria; ma costringere la sua mente a pensare, il suo cervello a cercare il mezzo per uscire da quel labirinto intricatissimo di affari in cui era entrato sventatamente, come un bambino, senza riflettere alla possibilità di un giorno di sventura, era cosa che don Pio non poteva fare. Per mostrarsi compiacente verso la duchessa, don Pio scrisse peraltro a don Tommasino Lavriani, suo amico d'infanzia, pregandolo a prestargli mezzo milione.