E andava innanzi così, alla ventura, come si va pur troppo in tante circostanze della vita, quando non siamo noi che scegliamo il sentiero o regoliamo i nostri passi, ma è la nostra passione, il caso, il destino. Pure, come gli era concesso dallo stato suo, andava abbastanza guardingo, e in certi casi perfino sospettoso. Egli sentiva istintivamente che all’effetto di quelle forze cieche non bisognasse aggiungere quello dei nostri piccoli errori, delle nostre facili dimenticanze, delle nostre naturali spensieratezze; perciò s’impensieriva di tutto, e almeno nelle cose minute, non potendo più nelle maggiori, nelle essenziali, voleva andar cauto. Di uno temeva, ad esempio, di uno dubitava, e quest’uno era il Feraudi, il contadino del Martinetto, il povero pastore che troppe volte gli accadeva di trovare sulla sua strada, o di veder da lontano, ma anche là in atto di guardare alla sfuggita, e certamente in condizione di notare quella assiduità di passeggiate al deserto. La gratitudine, a cui aveva accennato Gisella, era sicuramente una bella cosa, ma anche rara, molto rara nel mondo, come tutte le cose belle, e tale da non doverci fare un grande assegnamento.
Maurizio trovò il modo di combinare quell’uomo ad altre ore, da solo, e d’intrattenersi a ragionare con lui. Gli faceva larghe dimostrazioni di benevolenza, lo trattava con molta dimestichezza, quasi con amicizia, aiutando benissimo a colorire la cosa il ricordo di qualche servizio reso, e destramente conduceva il discorso sulla signora della Balma, affinchè quell’altro dovesse dirgliene tutto quello che ne pensava, ed egli, dal canto suo, potesse giustificare con qualche buona ragione quella frequenza d’incontri e di gite.
—Che bell’anima, la signora della Balma!—diceva Maurizio.—Come vuol bene a voialtri! Senza orgoglio, senza pregiudizi di sangue, non è vero? E semplice, poi! Par quasi una bambina. Come si diverte a correre per questi bei monti!
—Già,—rispondeva il Feraudi,—in questo è tutta la buon’anima di sua madre, la contessa Ippolita. Ma era più timida, la vecchia; non si fidava mica tanto; più in qua del Martinetto non si arrischiava mai, nelle sue passeggiate.
—Aveva ragione, perbacco;—ripigliava Maurizio, felice di aver condotta la conversazione a quel punto.—La montagna è sicura; non si ricorda che ci abbiano mai torto un capello ad anima nata; ma dopo tutto siamo vicini al confine; gente di fuori, d’una parte e dell’altra, disertori, pezzenti, non ne mancheranno di certo; un brutto incontro non sarebbe neanche impossibile. Ed è per questo che mi faccio un dovere di accompagnarla nelle sue escursioni, così lunghe e frequenti.
—Lei è savio, signor conte;—replicava il contadino;—e nessuno troverà da ridire intorno a queste precauzioni. Del resto, male non fare, paura non avere; ha ragione il proverbio.—
Questi discorsi calmavano e turbavano Maurizio: lo calmavano per un verso, lo turbavano per l’altro. Ed egli andava più guardingo che mai; voleva studiare, governare i suoi atti più che non avesse fatto fin allora. Per fortuna, dacchè era tornato a San Giorgio, non aveva avuto l’uso di farsi vedere in paese a diporto, salvo nei giorni di festa, e la sua mancanza non doveva esser notata come un fatto singolare, come un cambiamento improvviso di consuetudini. Uscendo sempre di casa dalla parte dei campi, non poteva neanche esser veduto dalle case più vicine al Castèu. Davanti al mulino non passava mai, e risaliva sempre e discendeva dall’Aiga facendo un giro assai largo. In casa, poi, inventava ogni giorno qualche pretesto di gite lontane sui monti, portando il fucile, come un gran cacciatore nel cospetto di Dio. Quel povero fucile riposava spesso appoggiato a qualche tronco d’albero, o contro i merli del torrione, dove non metteva paura di certo ai garruli abitatori della macchia. Ma egli così faceva per eccesso di precauzioni, volendo essere giustificato più che potesse delle sue lunghe escursioni agli occhi delle persone di casa.
Gisella era più forte, più serena, più franca. Di che cosa doveva ella temere? Usciva per i suoi malati, per suo diporto, per suo capriccio, e nelle sue gite non si era mai trovato niente a ridire. Non aveva fatto sempre così, anche da fanciulla, vivendo suo padre? Niente era mutato per lei, nè il casato, nè le consuetudini di vita. Si sentiva sempre la contessina dei tempi andati; tutti i servi della Balma l’avevano sempre veduta andare e tornare liberamente, scorrazzare a quel modo.
—Di che temete, Maurizio?—chiedeva ella, con la sua bell’aria di sicurezza, donde traspariva anche un lampo di celia amorevole.—Voi v’immaginate che tutti vogliano occuparsi dei fatti miei, e mi date più importanza che io non ho. Vi dispiace che parli così? Ebbene, diciamo che ne ho molta.... per te. Ma non per altri, sai, non per altri.—
Maurizio non voleva dir tutto. Le sue inquietudini si tenevano sempre a mezz’aria, vagavano di qua e di là, senza posarsi mai sopra un certo argomento. Ma se le sue parole non lo accennavano, il suo pensiero non sapeva allontanarsene, e negli occhi spaventati di Maurizio stava fissa una immagine molesta, l’immagine che lo rendeva cupo, che lo faceva fremere e tremar d’improvviso, anche negli impeti più caldi della passione. Non fremeva già, non tremava per sè; fremeva e tremava per la divina creatura, per l’amor suo così grande, così intenso, così vivo, e così minacciato di morte imminente, sospeso com’era ad un filo. Gli innamorati conoscono questi falsi equilibrii, e troppo spesso ne vivono. Del resto, c’è la sua voluttà anche in questo vivere di spasimi.
—Sapete,—disse un giorno Gisella, cogliendo a volo negli occhi di Maurizio uno di quei lampi che parevano illuminare di tetra luce il fondo del cuore,—sapete che alle volte, stando qui accanto a me, mi avete l’aria d’un condannato?
—E non lo sono io forse?—rispondeva egli sospirando.—So bene quel che mi aspetta. Non dovrò perdervi io, e tra poco, forse domani? Perdervi, sì; non sarà forse un perdervi, il vedervi appena qualche momento, e di rado, quando egli sarà ritornato?—
L’immagine prendeva un nome; dagli occhi passava alle labbra. Dal giorno che Maurizio aveva incontrata Gisella al Martinetto, ne erano passati almeno diciotto, e ancora un accenno a lui non gli era uscito di bocca. Ma il tempo stringeva; il ritorno temuto non incominciava a sentirsi nell’aria?
—Vero,—rispose Gisella,—non sarò più così libera. Triste cosa, amico mio, triste cosa!—soggiunse, traendo un profondo sospiro e reclinando la bionda testa sul petto di Maurizio.—Tu lo vedi, dunque? Bisognerà pensare al rimedio; ed io non ne vedo che uno.... ritornare alla Balma.—
A quella proposta improvvisa, Maurizio ebbe un sussulto per tutte le fibre.
—No, no;—diss’egli, tremante;—come sarebbe possibile?
—Nel modo più naturale;—rispose candidamente Gisella.—Egli vi scriverà, pregandovi di ritornare.
—No, alla Balma, no, mai.
—Perchè?—chiese Gisella, non intendendo quella ripugnanza.
—Perchè!... mi domandate il perchè? Ma egli.... egli ha dei diritti, dei diritti che il mondo riconosce per sacri. Dio mio!—esclamò il giovane, abbassando confuso la fronte.—Come oserei ritornare lassù, ora?... L’ospitalità.... la fiducia ch’egli mostrerebbe di avere in me.... C’è una legge, infine, una legge che io sento di avere violata.
—Maurizio! Maurizio!—gridò ella, spaventata, afferrandolo per le mani e costringendolo a guardarla negli occhi.—Ma no, che follia!—riprese tosto, sforzandosi di sorridere.—Perchè farmi paura così? La legge! la legge! Io ne conosco una; è quella dell’amore. Non lo credi tu, Maurizio, che questa legge vada innanzi a tutte le altre? Infine, ragioniamo; che cosa sono io per lui, se non una bambina, un ornamento della casa, una compagna della sua solitudine? e una compagna che non basta neanche a fargliela sentire un po’ meno, questa sua solitudine! Il suo cuore.... lo sai, dove lo ha egli il suo cuore? Nella testa, nella testa che gli ribolle sempre d’idee bellicose. Era un soldato, ed è rimasto un soldato; l’amor suo è il servizio, la disciplina, la manovra, la guerra. Vedi bene che t’inganni. Doveva restare otto giorni; ha scritto una lettera per prolungarsi la sua licenza; ed ecco, siamo quasi ai venti; potremo giungere ai trenta, ai quaranta. E perchè? per una serie di esperimenti importantissimi, che lo interessano tanto, laggiù, nel suo campo, nel suo poligono. Amico mio, è l’odor della polvere che inebria questi uomini. Che cosa vuoi che si faccia di me? Ed io, frattanto, io ho un cuore, non è vero? E te ne ho date le prove, Maurizio, di essere una buona bambina, che non ha voluto farvi disperare, come avrebbe fatto tanto volentieri una sciocca, una civetta, una donna cattiva. Vi ho detto: ti amo; non mi son fatta strappare la mia dolce confessione di bocca: e tu mi hai intesa, non è vero, mi hai bene intesa?—
Maurizio tentò di parlare. Quell’onda di passione, sollevata, ingrossata da tutti gl’inconscii sofismi del cuore, incominciava a soverchiarlo. Infine, egli amava quella donna, l’amava pazzamente; e non era colpa sua, ma di un perverso destino, se due uomini erano in lui, se ragione e sentimento cozzavano troppo spesso nell’anima sua, se quella, già usata a soccombere, voleva ad ogni costo farsi ascoltare, prima di oscurarsi e di spegnersi. Queste contradizioni sono frequenti nell’uomo moderno: la natura e il sangue, antichissime forze, comandano una cosa; il pensiero e la educazione morale ne persuadono, o ne intravvedono un’altra. Ma allora, non più: che cosa pretendeva da lui la ragione, se in tempo opportuno non aveva saputo parlare? Intendeva ella forse di ottenere alla legge del dovere una troppo tarda vittoria, che sarebbe stata un’ingiuria? e un’ingiuria a cui la delicatezza del sentimento e un’altra specie di educazione, la cavalleresca, non avrebbe mai consentito? Maurizio tentò di parlare: e le idee che gli si affollavano alla mente voleva esprimerle a lei, stringendola nelle sue braccia, bisbigliandole in sommesse parole all’orecchio della divina creatura. Son quelle che valgono, infatti, quelle che persuadono meglio.
Ma Gisella non volle ascoltarlo. Concitata dalla progressione del suo stesso ragionamento, voleva andar oltre, e non solamente a parole. Come mai una argomentazione così falsa, così contraria agli imprescrittibili diritti del cuore, si era affacciata tra i dubbî di Maurizio? Con quei dubbî era necessario di finirla una volta per sempre. Nel candore del suo peccato, trascinata da quell’impeto di passione che non sente più freno, si alzò, spiccandosi da lui, per andare verso la merlata del torrione, del dolce nido in cui erano raccolti; si affacciò, si spenzolò fuori con la testa e col petto, tanto che Maurizio atterrito si slanciò con le braccia tese per afferrarla. Gisella lo trattenne con un gesto, pur ritraendosi e volgendosi a lui sorridente; poi con un altro lo trasse accanto a sè, additandogli l’abisso che si schiudeva buio e rumoreggiante sotto i suoi occhi.
—Guarda!—gli disse solenne.—Guardate, Maurizio;—ripigliò, con uno dei suoi trapassi consueti dalla confidenza alla cerimonia,—guardate bene, ma bene, là dentro. C’è la natura in tutta la libera furia delle sue forze meravigliose. C’è il vuoto con tutte le sue paurose oscurità. Ma c’è ancora chi vuol leggere nel buio, chi vuol dettar legge alla natura. Ebbene voi che sapete tante cose, Maurizio, guardate, scrutate, indagate. Se c’è in quel buio altra cosa che il vostro amore ed il mio, se c’è una legge che li condanni, se c’è.... se ne siete ben certo.... gettiamoci nell’abisso, e puniamoci da per noi del nostro delitto, della nostra vergogna. Vi piace? a me piace.... Voi siete un uomo leale, ed io vi crederò ciecamente; la vostra parola sarà la mia legge.—
Maurizio fu per un istante affascinato; e istintivamente obbedendo, guardò nel vuoto. Rumoreggiava l’abisso, e nel tumulto assordante delle sue mille voci pareva chiamarlo.
Sì, c’era, la legge; c’erano anzi mille leggi, tutte derivate da quell’una, primitiva, ond’erano state mosse ad un cenno del creatore le forze cieche della natura. Anche quell’arco di sette colori vagamente disegnato a tenui gradazioni nell’aria, incurvato leggermente sul baratro, nello strato vaporoso dove migliaia e migliaia di gocce diffuse in sottilissima polvere d’acqua si offrivano in mobile superficie di prisma ai raggi del sole, anche quell’arco pareva una rappresentazione, lievissima, a mala pena sensibile, ma pur vera, innegabile, della eternità della legge. E non ci avevano veduto, gli uomini primitivi, il segno istesso della alleanza antichissima della natura con Dio, del conosciuto coll’inconoscibile? Attratto da quel ragionamento interiore, imperioso, prepotente, Maurizio levò gli occhi a guardare Gisella. Gisella guardava lui, con gli occhi fissi e le labbra tese, come per bere nelle prime parole di Maurizio la sentenza d’entrambi. Egli rabbrividì involontariamente, tremò tutto di aver forse indugiato troppo a rispondere.
—No, no,—diss’egli concitato,—no, no!—
E così gridando, l’afferrò per la vita, traendola a viva forza indietro, per modo ch’essa gli cadde resupina tra le braccia convulse.
—No, no;—ripeteva frattanto,—non guardare laggiù. Non sai che il vuoto attira, bambina? Anch’io sono stato sul punto di cedere. Gisella, Gisella, anima mia, vita mia, che è mai questo pazzo giuoco? Mi avete fatto paura. Ma è possibile, una follìa come la nostra? No, cara, no, adorata, non c’è niente laggiù; non ha leggi il vuoto. L’amore, hai ragione, l’amore è tutto. Non è l’anima del mondo, l’amore? E noi lo vorremmo sacrificare a quattro leggi umane, nate dal fatto materiale della occupazione della terra, e condotte di sofisma in sofisma a giustificare la servitù delle anime? lo vorremmo sacrificare a quattro leggi, che passano e mutano, oggi più spesso e più facilmente d’un tempo, tanto che noi medesimi le disfacciamo anche prima di vederle cadere in disuso per virtù di costumi? No, no, viviamo, Gisella, ed amiamo; il resto è nulla, nulla, davanti all’amore, a questa sublime visione dell’eternità, concessa alle creature da una misericordia suprema ed arcana.—
Gisella ascoltava, dolcemente cullata nelle braccia di lui da quella musica di voci interrotte e di sublimi follìe. Anch’ella, poi che tacque Maurizio, parlò; ed erano voci più sommesse, le sue, come versi di canzone mormorata tra la veglia ed il sonno.
—Vorrei essere.... sì, vorrei essere la serpicina che posava confidente la sua bella testina elegante tra le fauci ardenti d’amore del suo damo selvaggio; e così dolcemente stretta, dal mio caro spiraglio, vorrei ammiccare con la pupilla lucente di felicità al verde della macchia. Ma perchè Maurizio, il mio dolce e sapiente signore, ha una così ingiusta antipatia per il serpe? Lo so, è un animale troppo distante oramai dal tipo delle altre creature viventi; ma forse perchè egli è il più antico tra gli esseri. E striscia, il poveretto; striscia, perchè il mondo è freddo, freddo, troppo freddo al paragone dei suoi bei tempi. Ma allora, chi sa quante migliaia d’anni addietro, il sangue gli scorreva più caldo nelle vene; e il serpe andava più glorioso, con la testa eretta sul suo bel collo di cigno, e per tanti specchi quante erano le sue nitide squamme rinfrangeva in vivaci colori la bella luce di un sole più ardente. Egli era il signore del mondo, allora; oggi lo ha abbattuto la viltà delle cose. Le antiche leggende, trovandolo ancora padrone della terra, ne fecero il gran seduttore.... Seduttore!—ripeteva Gisella, sorridendo placidamente al vocabolo.—Bel signore di Vaussana, non siete un gran seduttore anche voi? Oh, senza volerlo, quasi senza saperlo.... Povero il mio Maurizio tanto caro!... Ma dimmi, dimmi ancora una volta che son io l’anima tua.—
Maurizio si era mosso in soprassalto. Anch’ella si scosse e rizzò la testa. Una voce si udiva, voce di canzone alta, squillante, di là dalla macchia dei nocciuoli. Ambedue riconobbero la voce del pastore, e sorrisero.
—Strano!—disse Maurizio.—Non l’ho mai sentito cantare.
—Tutti i pastori cantano, quando son soli;—rispose Gisella.—Ma per essere venuto da questa parte, dove non ci son prati da pascolo, bisognerà ch’egli abbia pensato di farsi sentire da qualcheduno.
—Per dare un avvertimento?—chiese Maurizio, turbato.
—Chi sa? la voce è da amico; l’avvertimento verrà certo in buon punto. Andiamo al Martinetto.—
Si alzarono, stringendosi amorosamente per la vita. I cardellini della macchia videro ancora, un bacio lungo ed intenso, ma non lo sentirono scoccare. Quando i due giovani uscirono dal folto dei rami, il cantore non era più là; ben si sentiva la sua voce dalla parte delle rovine, che certamente egli aveva già oltrepassate, per ritornarsene a casa.
—La via è dunque libera;—conchiuse Gisella.—Seguiamo il nostro pastore.—
Quando giunsero sull’aia dei Feraudi, il pastore era là, con l’aria di non pensare a loro. Si scambiarono poche parole tra Gisella e Biancolina, apparsa allora sull’uscio; poi il contadino, guardando lontano verso mezzogiorno, disse:
—Una carrozza laggiù, al principio del paese; si avvia verso la Balma.
—È lui, il generale;—soggiunse Gisella, volgendosi a Maurizio.—Grazie, Feraudi; non c’è tempo da perdere per andarlo a ricevere. Mi accompagnate un tratto, signor di Vaussana?—
Come fu di là dai due roveri, fuor dalla vista dei contadini del Martinetto, Gisella trasse il respiro più libero.
—Vedi, Maurizio? tutto va bene. Va’, ora; riceverai una lettera, va’.—
Maurizio era tornato al Castèu in uno stato di agitazione impossibile a descriversi. Passò in quella sua solitudine una cattiva giornata ed una pessima notte; nè migliore fu per lui il giorno seguente, nella ignoranza di ciò che accadeva alla Balma. Una cosa sapeva egli; che non vedeva Gisella, e che la montagna senza di lei era triste, il cielo buio, e cieco il futuro. Nel silenzio della sua stanza, dove egli stava di continuo con l’anima in soprassalto, come gli tornavano più chiari i dubbî, più forti i terrori, più aspri e più pungenti i rimorsi! Egli, infine, egli era il grande colpevole. Quella innocente creatura l’aveva travolta egli sull’orlo di un abisso, dove mal si reggevano ambedue: un passo ancora, un moto imprudente, ed era perduta. E forse le imprudenze non erano state già troppe? Non era l’amor loro sospeso ad un filo? il loro segreto in balìa d’un discorso incauto, d’una parola maligna, che invitasse ai sospetti? Questo pensiero lo faceva fremere; e questo pensiero gli ritornava ad ogni tratto, percuotendo con ritmica uniformità nella notte dell’anima sua, come la goccia d’acqua gemente dalla volta d’una spelonca percuote monotona, insistente, inesorabile, sulla concava superficie d’un masso.
La mattina del terzo giorno, mentre egli già più non sapeva in che mondo si fosse, gli fu portata una lettera. Non occorreva chiedere chi fosse stato il messaggero: la mano di scritto parlava chiaramente da sè. Maurizio aperse la busta con le mani convulse, lesse con occhi tremanti la lettera. Gisella scriveva:
«Signor Maurizio,
«Quello che ebbi il piacere di dirvi tanti giorni fa nel vostro Castèu, vi ripeto oggi col migliore inchiostro della Balma. Perchè non vi lasciate vedere quassù? Il generale, nostro signore e padrone, si maraviglia molto di non veder più il suo amico Sospello. Saprete pure ch’egli è ritornato alla sua residenza ier l’altro. Amitiés».
Seguiva il nome: «Gisella Matignon de la Bourdigue». E alla firma teneva dietro un poscritto, ma d’altra mano, più ruvida, più grossa, più densa d’inchiostro, come d’uomo avvezzo a non mettere che firme.
«Ma sì, mio buono, ma sì» diceva il poscritto. «Che diavolo v’ha preso di non dar passata ad eccessi di nervi, a sfoghi di malumore? Se ne avete anche voi, venite a metterli in comune. Bourdigue».
Che cos’era avvenuto alla Balma, perchè si scrivessero di queste lettere a lui? Niente di male, a buon conto; e Maurizio incominciò a metter fuori un sospiro di sollievo. Poi, diffidente com’era e amante di sofisticare su tutto, almanaccò un pezzo sul fatto che la lettera fosse scritta dalla contessa. Ma il poscritto del generale era là, e mostrava chiaramente che la lettera era stata scritta da lei sotto gli occhi del suo signore e padrone. Avesse rotto lei il ghiaccio, o lo avesse rotto lui, la conseguenza era una sola: che gli si facevano garbatamente delle scuse, che ogni nube era dissipata, e che egli poteva andare alla Balma. Ora, il poterci andare significava doverci andar sùbito.
Il tono gaio della lettera significava ancora che tutto procedeva benissimo alla Balma. Come sono avvedute le donne! come sanno l’arte di farsi intendere, anche quando non vi dicono nulla! A proposito d’arte, non c’era egli un po’ di finzione, un pochettino d'ipocrisia tra le linee, specie in quell’accenno ad una visita al Castèu? No, perchè quella visita c’era stata difatti, e in quella visita la contessa aveva detto cerimoniosamente al signor di Vaussana quello che più volte, nei confidenti colloquii della montagna, Gisella aveva fatto intendere e dato per sicuro a Maurizio. Dunque, niente ipocrisìa nella lettera, solamente accortezza. Che, forse, per non apparire ipocriti, s’ha egli a dire ogni cosa? Maurizio, frattanto, per quel cenno della visita di Gisella al Castèu, sapeva già come regolarsi alla Balma, quando avesse da incontrar la signora in presenza del generale. Come sono avvedute le donne!
Andato quel medesimo giorno, e con aria di sollecitudine che rendeva più bello il suo atto, fu accolto a braccia aperte. Le aspre discussioni erano dimenticate, e non era neanche il caso di farci la più lontana allusione. D’altra parte, la montagna aveva custodito il suo dolce segreto: il viso che accoglieva era sereno, l’occhio limpido, il labbro sorridente.
Maurizio non ricevette senza un po’ di vergogna quelle dimostrazioni di amicizia. V’hanno principii che non si offendono impunemente: la coscienza può sonnecchiare, non addormentarsi del tutto; ed anche quando è lento a venire il rimorso, la colpa si definisce da sè nel segreto dell’anima, si accusa in un vago senso di malessere nel profondo del cuore. Ma tanta gioia brillava sul volto di Gisella; tante faville d’oro si sprigionavano da quegli occhi d’indaco, che egli, superato il primo momento d’angustia, non volle vedere, seppe non vedere più altro. Se era tranquilla lei, perchè doveva esser da meno il signor di Vaussana? Se appariva così confidente lei, donna, perchè sarebbe stato egli, uomo, meno disposto a sommergere ogni molesto pensiero nella sensazione profonda di un amore, che era dopo tutto la sua vita, la sua felicità, la sua gloria?
Intendiamo che cosa sia questa gloria. Essa non è certamente la soddisfazione di un grosso egoismo, di una piccola vanità, di una ambizione volgare. È anche gloria, è gloria sopra tutto la luce viva di cui si cinge il gran sole, l’aureola di raggi onde s’intorniano le fronti dei beati, la cerchia profonda di teste adoranti e d’ali tese in estasi divina, onde l’arte ideale ha circondata la santità trionfante. Gloria è l’amore nella pienezza sublime delle sue contentezze, quando ha confuso due esseri che si sono lungamente cercati e intensamente voluti; due vite che si librano in alto, posando immobili in certe lor calme serene, pari a quelle dell’ora meridiana, quando sopra una medesima linea di mare si vedono posare due bianche vele latine; le quali, assai più che di far viaggio, sembrano compiacersi di gettare agli occhi del riguardante un lungo riflesso, immobile al par di loro, su quelle onde chete dove la luce si addormenta e il calore si spegne nella tonalità vaporosa del quadro. Dolce abbandono sul mar senza vento, con molta luce diffusa dall’alto e con molta pace dintorno: una luce che par così diafana, ma in cui l’occhio non vede; una pace che par tanto profonda, ma in cui l’intelletto non pensa.
Maurizio, per intanto, non pensava più che alla sua grande felicità. «Dio mio» diceva egli in cuor suo «se questo è un sogno, fate che duri, fate che io non mi svegli». Ma ascolta Iddio tutti i voti?
Il generale era grandemente mutato da quello di prima. Il recente viaggio gli aveva dato una scossa benefica al sangue. Aveva sentiti i tamburi, le musiche militari; si era tuffato nella prosa robusta della caserma, nella dolce poesia del gran rapporto, e ne era uscito rifatto come da un’altra fontana di gioventù. Gli esperimenti della polvere senza fumo lo avevano mandato in visibilio; gli avantreni di nuovo modello, il nuovo zaino della fanteria, il nuovo cannone dell’artiglieria di montagna, le nuove combinazioni chimiche in ite con cui l’amorosa umanità si prepara alle gioie della pace universale, lo avevano intenerito, ritemprato, rinvigorito, esaltato. In ogni ragunata dei vecchi compagni d’armi il gran verbo della patria era suonato ben alto. Bravi soldati, che l’abuso della filosofia non è ancor venuto a guastare! Ai pranzi solenni, ai punchs, agli absinthes, ai vini d’onore, si era parlato spesso e volentieri di rivincita, e il ringiovanito Bourdigue aveva promesso in parecchi brindisi che tutti i vecchi si sarebbero trovati al loro posto di combattimento. «Coûte que coûte!» soggiungeva. «Sono ancora saldo in sella. Vorranno ben darmi una brigata di mobiles! E per riguadagnare il perduto non si sarà mai in troppi».
Di tutte queste cose ragionava liberamente col signor di Vaussana, spesso dimenticando che parlava ad uno straniero. Maurizio stava a sentire, mostrando d’interessarsi al discorso, e, quando la nota della revanche squillava più alta, facendosi più piccino che poteva, quasi cercando, in quella specie di rannicchiamento morale, di far sparire l’immagine della propria nazionalità. Incominciava anch’egli ad esser vile, vile di quella tacita compiacenza, di quella spontanea complicità ond’è largo qualche volta anche un uomo di valore, verso chi è in casa sua il padrone, e non solamente il padrone della casa. Ascoltava, sorrideva, approvava, dando a quell’uomo la grata illusione di aver sempre davanti a sè il suo consenziente uditorio. Frattanto vedeva Gisella con la coda dell’occhio; e questo lo faceva restare immobile al fuoco di quella eloquenza soldatesca, che era poi tutti i giorni la stessa.
Gisella, pur troppo, non era sempre là a consolarlo delle sue lunghe fatiche; non istava più tanto ferma in salotto, nella sala del biliardo, o sui sedili della spianata. Gisella andava e veniva, aliando come una farfalla. Immensa gioia, vederla ricomparire ad ogni tanto, radiante apparizione di vermiglio e d’oro; ma qualche volta accadeva che la bellissima creatura lo lasciasse solo per ore ed ore, a tu per tu col generale concionante. S’intende che di quelle assenze sue, di quei sacrifizi di lui, lo compensava ad usura nei brevi momenti che poteva concedergli.
—Caro!—gli bisbigliava.—Come ho sofferto, a lasciarti, andando senza di te a vedere i figli di Biancolina! Ma ho pensato a te, sempre. Bella strada, che ho fatta tante volte con te! Domani, non è vero? alle undici; se dovessi ritardare dieci minuti, mezz’ora, non sarebbe colpa mia, lo puoi credere. Il nostro caro nido nel verde, dove soltanto ci pare di poter dimenticare ogni cosa!...
—Per troppo brevi momenti!—mormorava Maurizio, sospirando.
—Non son meglio che nulla? Pensate, bel cavaliere, che se mi aveste sempre al vostro fianco, verrebbe il giorno che vi.... No, no,—soggiungeva, lasciando in tronco la frase,—perdonami, ho detto per celia. Mi piace tanto di vederti fare quella cera lunga lunga! Sei bello, anche quando vai in collera. E ti amo tanto, Rizio, ti amo tanto!—
Rizio per lei, Maurizio per quell’altro, il signor di Vaussana era diventato l’amico necessario, il consigliere intimo, l’aiutante discreto di tutt’e due. Sì, certamente, di tutt’e due, senza che ci fosse modo o ragione di adombrarsene. Il generale, strano uomo e piuttosto disuguale d’umore, trattava sempre la moglie come una bambina. A certi momenti, Maurizio poteva figurarsi che quella divina creatura, posta tra lui e quell’uomo dal cieco destino, fosse per quell’uomo una nipote soltanto. E che discorsi curiosi gli toccava di sentire! discorsi che lo facevano fremere, tremare, impallidire, sudar freddo. Un giorno dovevano mettersi tutti e tre in viaggio, fare una corsa (una punta, diceva il generale) fino a Ventimiglia. Il tempo era bellissimo; si andava in vettura scoperta, come ad una passeggiata. La carrozza era già da un pezzo sulla spianata; da un quarto d’ora i cavalli facevano la ciambella sulla ghiaia, e la contessa, andata a mettersi il cappellino e a prendere la sua mantiglia, non si vedeva comparire. Gisella in quelle occasioni non era mai pronta; e il generale, che tante volte si spazientiva, tuonando contro la vanità delle donne allo specchio, era quel giorno di buon umore.
—Venite, Maurizio;—diss’egli ad un certo punto;—andiamo a vedere che cos’ha la nostra signora, che si fa tanto aspettare.—
La nostra signora! Per quella volta, davvero, Maurizio si sentì correre il sangue dal cuore alla testa, e sùbito dalla testa al cuore. Era diventato egli in viso come una brace, o come un cencio lavato? Non ne sapeva nulla; ma si spaventò ad ogni modo, pensando che il suo improvviso mutar di colore fosse notato da quel terribile uomo che era così spesso un fanciullo.
Un’altra volta era lei che nella sua cara ingenuità faceva anche peggio. Si mutava la disposizione dei mobili e la destinazione di una camera; si dovevano collocare certe tendine bianche con liste riportate di ricamo rosso, opera d’un inverno della contessa Gisella. Era un lavoro delicato, quello di mettere a posto le tendine nuove: ma era anche facile, non richiedeva un grande ingegno, nè una pratica speciale. Del resto, nell’arredamento del Castèu, e più particolarmente del quartierino di Maurizio, il padron di casa aveva voluto dirigere, far lui ogni cosa, cavandosene con molto onore, come diceva la contessa Gisella, con mediocre infamia, come diceva modestamente il signor di Vaussana. Così era avvenuto che per quel piccolo lavoro alla Balma, la perizia dell’amico necessario, del consigliere intimo, dell’aiutante discreto, fosse posta a contribuzione. Il generale aveva accolta con gioia quella occasione di far qualche cosa; e là, senza metter tempo in mezzo, si era incominciato una mattina a lavorare, non volendo manifattori nè servi ad aiutare. Due camere erano sottosopra, per arredarne una; si andava e si veniva, si spostavano sedie e canapè, si trascinavano tavole, si abbambinavano stipi, si appendevano quadri in isporto; finalmente si collocavano in opera quelle sacre tendine. Il generale ai piedi della scala doppia, tenendone con mano ferma gli staggi mastiettati; Maurizio lassù, appollaiato sugli ultimi piuoli, per far combaciare gli anelli del padiglione dorato coi becchi degli arpioni al muro; così, lavorando e sudando, dimenticavano l’ora della colazione.
—Ah, bravi!—aveva gridato la contessa, apparendo sulla soglia.—Bravi i miei uomini! così va bene.—
Altro che arrossire e impallidire a vicenda! Maurizio balenò sulla scala, e fu lì lì per cascar sulle braccia del suo compagno di fatica.
—Ma non vi pare che basti, per mezza giornata di lavoro?—ripigliava Gisella.—La zuppa è in tavola; i miei uomini l’hanno ben guadagnata.
—I vostri uomini, contessa,—rispose Maurizio, tratto da una forza arcana a ripigliare la frase che lo aveva fatto tremare,—meriterebbero piuttosto d’esser mandati a sfamarsi in cucina, tanto si trovano male in arnese.—
Il generale rideva. Quel discorso gli pareva certamente in carattere col lavoro che egli e il suo amico Maurizio facevano da tre ore. Ed era contento di passare per un manifattore. Gli uomini son sempre contenti, quando fanno qualche cosa che richieda sforzo di muscoli; hanno così l’illusione di maneggiar la leva di Archimede e di muovere il mondo.
Del resto, i giorni di buon umore non erano neppure tanto rari per il signor della Balma. Anche parecchi mesi dopo il viaggio di Francia, in cui si era, come diceva lui, rifatta la mano, il generale sapeva ridere e scherzare a certe ore del giorno; le ore piene, quando abbiamo chi ci ascolta, se vogliamo parlare, chi parla, se vogliamo tacere, chi si piega e si adatta a tutti i capricci dei nostri nervi invecchiati.
In quelle ore tutto andava bene; ed anche la bambina, con le sue moine, con le sue vanità di donna, pareva un’eccellente compagnia a quel vecchio brontolone.
—Che diavola!—diceva allora a Maurizio.—Fa quel che vuole. È il folletto della casa. Come starebbe bene alla testa della brigata.... o della divisione! Mah!—soggiungeva egli, con un sospirone da Mongibello in procinto di dar fuori;—ho fatto una grossa bestialità a lasciare il servizio. Anche voi, mio buono, anche voi!
—Anch’io;—ripeteva Maurizio, sforzandosi di trarre un sospiro a sua volta.
—Ah!—ripigliò il generale.—Se fossimo rimasti al nostro posto, anche mandando giù qualche amaro boccone, non dovremmo pregar nessuno per esser riammessi nei quadri; e il primo suono di tromba ci troverebbe in prima linea. Ma che diamine! ora che ci penso.... non saremmo mica insieme, amico Maurizio! Voi forse coi vostri amici Tedeschi....
—Non me ne parlate, generale!—diceva Maurizio, con aria di costernazione.—È orribile.
—Ah! lo riconoscete? lo sentite anche voi, che è orribile! Ma perchè, domando io, perchè venire a queste estremità?—
Maurizio lo sapeva benissimo, il perchè ed il percome; ma aveva preso il verso di dar ragione al suo interlocutore. Ora, tra i modi di dargli ragione c’era anche quello di non saper che rispondere; ed egli già si disponeva a tacere, sospirando da capo. Ma in quel punto gli passò un’idea per la mente; la colse al passo, come si afferra una tavola di salvezza.
—Credo,—diss’egli, timidamente,—che gli avvocati ci abbiano imbrogliate le carte.
—Gli avvocati? oh, sì, dite bene, gli avvocati. Gran brutta gente, gli avvocati, che con le loro ciarle vi fanno il buio di pien meriggio. Tra noi soldati ci saremmo intesi, amico Maurizio: questo a te, questo a me, donnant donnant, e tutti pari. Noi a Tunisi, senza Crumiri; voi a Tripoli, senza dir ai nè bai; noi in Egitto, e voi in Abissinia; noi a Metz e Strasburgo, voi a Trento e Trieste, che bel fatto! et pas plus malin que ça.—
Così l’uno tagliando dalla pezza e l’altro approvando del capo, l’uno dicendo Deo gratias e l’altro cum spiritu tuo, si faceva, di sopra ai trattati e in barba ai loro custodi, la gran pace dell’avvenire. E le cose andavano. Maurizio era diventato per quell’uomo un altro Dutolet, anzi meglio, perchè il Dutolet approvava tacendo, e Maurizio approvava parlando. I facili discorritori amano che qualche parola si metta in mezzo ai loro discorsi; almeno quando essi hanno la bontà di ricogliere il fiato. La politica del generale passava adunque senza contrasti. Per contro, e quasi per compenso, il generale cedeva sul capitolo della religione, non toccandone mai. Aveva torto; poteva sfogarsi oramai anche su quell’argomento, perchè Maurizio, com’era ridotto dalla sua condizione, lo avrebbe lasciato dire a sua posta.
Peccato che in mezzo a queste calme fossero ancor troppo frequenti i giorni di nervi! Il generale non era paziente per natura: non solo ogni contrarietà lo stizziva, il che può accadere a tutti; ma ogni lentezza, ogni più piccolo indugio, ogni inerzia naturale delle cose che lo circondavano, e che perciò dovevano dipendere da lui, lo faceva andare fuori dei gangheri. Avvezzo alle sonorità del comando, parlava troppo spesso con voce di tuono; e nel tuono della propria voce si eccitava, si riscaldava, s’infiammava sempre più, anche per cose da nulla. Nessuno toccava i libri della sua biblioteca; libri d’arte militare, annuarii, regolamenti, statistiche, a chi sarebbe mai venuto in mente di leggerli? Se qualche volta non si trovavano a posto, la colpa non poteva esser che sua. Ma no, non era sua, era di tutti, quando cercava e non trovava il fatto suo; e guai, allora, guai a tutti! era un diavoleto, un finimondo.
Degli abiti non era molto curante; abiti borghesi, robaccia! non meritavano di occuparsene troppo. Nella biancheria era più sofistico: quella toccava la pelle e poteva dar noia. Così, le sue camicie dovevano aver la salda e non averla, abbracciare il collo e non stringerlo, non farsi sentire per nessuna costura. Quando, per troppa salda di quelle, o per subitaneo ingrossamento delle corde del collo, si sentiva nulla nulla a disagio, ficcava due dita nel colletto, e crac! strappava senz’altro, bestemmiando la cameriera, che fuggiva nella sua camera a farsi il segno della croce. Se non trovava lì per lì le sue cigne, era un guaio dei grossi: peggio poi se, dopo averle trovate, e cercando di abbottonarle, gli mancava o gli ballava il bottone nella cintura dei calzoni; la cameriera poteva credere venuto l’anticristo.
—Ettore!—si provava a dirgli la contessa, a cui dispiacevano quelle scene, ma ancor più di sentir sgridare a torto le persone di servizio.—Sai bene che non è lei. Son io che mi prendo cura dei tuoi abiti! son io che faccio sempre queste cose.
—E non capisco perchè tu lo faccia;—ribatteva egli, inasprito.
È proprio dell’uomo il non capire certe cose, specie in materia di delicatezze domestiche. Era così l’altro Ettore? Verrebbe voglia di crederlo. Infatti, lui morto, la bella vedova passò a seconde nozze con Neottolemo, e in terze con Eleno.
A taluna di quelle scenate era presente il signor di Vaussana, che non ci poteva far niente. Gisella chinava la fronte, dopo aver guardato Maurizio, con aria di volergli dire: «Vedete? non son mica tutti come voi, che apprezzate tanto questa povera donna».
Un giorno ella capitò all’Aiga col volto acceso e gli occhi rossi. Maurizio non l’aspettava ancora, ed era lassù al dolce nido per la sua prudente consuetudine di andar sempre al ritrovo due o tre ore prima del tempo. E dell’ora insolita e della strana animazione del volto di lei, Maurizio si maravigliò grandemente.
—Ti dispiaccio forse?—diss’ella.
—Ecco una parola ben crudele,—osservò tristamente Maurizio.—L’ho io meritata, notando una novità d’orario nella vostra cara venuta? Voi siete alterata, Gisella; avete anche pianto. Che cosa è stato? Una delle solite sfuriate, oppure....
—No, non cercate altro;—interruppe Gisella.—Una delle solite, ma un po’ più brutta delle altre, poichè dalle parole è passato per la prima volta agli atti. E per una cosa da nulla, avendo torto su tutti i punti. Gli avevano portato il caffè tiepido, gran delitto! Ed egli lo voleva bollente, per questa volta, senza averlo detto prima, mentre ordinariamente si lagna che glielo portino troppo caldo, facendogli perdere il tempo a sorseggiarlo. E perchè io mi ero provata a calmarlo con una buona parola, sapete come mi ha risposto? Scaraventandomi la chicchera addosso. Che ve ne pare? Un bambino viziato non farebbe peggio del mio vecchio padrone. Non ho detto una parola, non ho fatto un gesto, ricevendo l’offesa villana, alla presenza del servitore; sono andata a levarmi la veste macchiata, ne ho indossata un’altra, ho preso il cappellino, mentre egli era là a far le volte del leone in gabbia sul pavimento dell’atrio.
—Prima della colazione!—notò Maurizio.—Che imprudenza!
—Ah sì, raccomandatemi ancora di esser prudente. Se egli è pazzo, ho da esser savia io, che sono dei Matignon come lui? La prenda poi come vuole; io non intendo più di esser trattata come una bambina, nè come una schiava. Dopo quella villania, poi! È la prima, e deve bastare. Guai se incomincio a passargli le sue brutalità. Perchè oramai si va di male in peggio; ed io non ne posso più, non ne posso più.—
Così dicendo, la bella scorrucciata si era seduta sul sedile di pietra e con ritmo convulso batteva il suo ombrellino sulle ginocchia. Maurizio si fece daccanto a lei, e le bisbigliò dolcemente all’orecchio:
—Sei tu che l’hai voluto, bambina!
—Io?—diss’ella, rizzando la testa.
—Così dicono tutti;—rispose Maurizio.
—Io....—ripigliò Gisella, con accento di amarezza.—Io, per vostra norma, non ho voluto nessuno. Me ne ricordo benissimo: non è storia di cent’anni fa. Non sapevo nulla di uomini, io; non avevo conosciuto che il mio babbo, un cuor d’oro, che mi lasciava fare a modo mio in ogni cosa. Morto lui, caddi in una tristezza profonda. Voi non sapete, Maurizio.... non potete immaginarvi, essendo un uomo, come sia triste per una fanciulla restar così senza padre e senza madre sulla terra. È la solitudine in mezzo alla folla, è la notte dell’anima nella luce del giorno. Mi avevano fatto un consiglio di famiglia, mi avevano dato un tutore. Era un gentiluomo, lo zio; mi pareva tale; dovevo essergli grata di un sacrifizio inaudito, che tutti dicevano aver egli fatto per me, chiedendo di esser messo in disponibilità, lasciando il servizio, interrompendo la carriera. Mi trattava come una bambina, sì, ma ancora con molto rispetto. E un giorno mi fecero dei discorsi molto strani, che non mi parvero orribili. Ma che cosa sapevo io del mondo? Mi pareva fin naturale che egli volesse dedicarsi a me, essermi compagno nella vita, tenermi luogo di padre. Così fui data a lui, a lui che tutti dicevano buono, che io credevo buono come lo dicevano tutti. Ma non lo è, non lo è, non lo è; ha lo spolvero della bontà; nel fondo non è che un soldataccio brutale. Una donna, per lui, non è che un servo, un dipendente: la tratta bene, alle sue ore, come tratterebbe il suo aiutante, il suo attendente, a certe ore del giorno: poi, quando ha le lune, grida, strepita, tempesta, che pare un ossesso. Ed anche quando non è di cattivo umore, che credete? che sia appena appena tollerabile? Ha il comando nel sangue, ama il comando in tutto, il comando che annoia e che irrita. Ha bisogno di una cosa che è lì sotto la mano? Gisella. E subito Gisella deve esser lì, trovar lei, qualche volta indovinare ciò ch’egli vuole. Si sveglia nella notte, e non può riprender sonno? Gisella. E bisogna svegliarsi. Io dormo volentieri, e sogno bene;—soggiunse ella, mettendo il primo sorriso nel suo triste discorso;—ma bisogna star su e correr da lui, per discorrere. Se almeno volesse, come i bambini, farsi raccontare qualche favola! Ma no, discorsi gravi, faccende di casa, delle quali si potrebbe ragionar meglio a giorno chiaro; più spesso si gira a parlare di vecchie malinconie; della vita militare, del servizio lasciato, della carriera interrotta. Oh, non tralascia allora di farmelo sentire, il gran sacrifizio che ha fatto! Perchè lo ha fatto? chi glielo ha domandato?
—Capisco,—disse Maurizio,—è nel fondo un grande egoista.
—Sì, dite bene, un grande egoista. Amico mio, son pure infelice. Che vita sarebbe la mia, se non avessi il tuo amore? È il mio rifugio tanto caro. E come sono corsa a te, l’hai veduto? come ti ho sùbito indovinato! come ti ho sùbito accolto! È stata una buona stella che ti ha ricondotto quassù, alla terra dei tuoi padri. Se tu avessi tardato, o Rizio, se tu avessi tardato ancora a giungere in questo deserto, in questo orribile deserto, credo che ci sarei diventata tisica, e mi avrebbero presto seppellita laggiù, come una santa, nel piccolo chiostro di San Giorgio. E le avrei fatte meravigliar bene della mia compagnia, le povere sante dei Matignon.... se pure è vero che di là possiamo ancora maravigliarci di nulla.
—Già! la mia bella incredula;—notò Maurizio, con un placido sorriso.—Ma come fai a non credere?
—Dimmi tu come si fa a credere,—rispose Gisella.
—Pensando.... pensando molto;—diss’egli.
—Se bastasse il pensare!—esclamò la bella creatura, sospirando.—Ho pensato già tanto, io! Vorrei pure averla, una fede. Perchè questa vita è assai dura, e da qualche tempo incomincia a diventarmi intollerabile.
—Da qualche tempo!—ripetè Maurizio, con accento di tristezza.—Dunque.... per me?
—Ebbene, sì, per te. Pensi tu che non sia doloroso non potermi rifugiar sempre in te? Soffro, amico mio, paragonando questi brevi momenti alle lunghe ore del mio martirio quotidiano. Ah, sono ben lunghe, e il compenso di questo martirio bisognerebbe pure ottenerlo di là. Averne la speranza e la fede, che fortuna! Ma non posso; credo che mi manchi la.... come si dice?
—Non lo dire, e non lo far dire da me;—rispose Maurizio, vedendo che Gisella si era recato l’indice alla fronte.—Coloro che vogliono collocare le facoltà dell’anima in altrettanti punti più o meno rilevati della testa, saranno poi tirati a conchiudere che la loro testa è imperfetta, se le manchi il ricettacolo dell’ideale. Pensa, senti e credi; vedrai allora che, credendo in qualche cosa, non si è, a peggio andare, niente più sciocchi di loro.
—Voi ne parlate molto facilmente, Maurizio; ma non può creder chi vuole, solamente pensando e sentendo. Voi ci avevate.... non dirò già quella brutta cosa che vi dispiace tanto, ma almeno la strada fatta, l’indirizzo della vostra prima infanzia. Non è così? Hai dette le tue orazioni da bambino, ed io non le ho dette; te ne sei ricordato da giovane, ed io non ho avuto niente da ricordare; poi, più tardi, sul mare, in mezzo ai pericoli della tempesta....
—No, no,—interruppe Maurizio,—queste belle labbra non dicano di queste brutte cose, che non sono vere, che non sono state tali, almeno per me. Non fu il pericolo, quello che mi ha richiamato alla fede: non fu l’abitudine, quella che me l’ha instillata nell’anima.
—Allora, volete voi dirmi come andò?
—Sarebbe un troppo lungo discorso;—rispose Maurizio.—E voi, ora, mia dolce creatura, ritornerete a casa.... per farmi piacere. Vedi?—soggiunse stringendola fra le sue braccia,—ti mando via. Ma tu sai bene che ti terrei tanto volentieri?
—Sì, amico mio; non dubito già io di voi, come voi dubitate qualche volta di me. So bene che ho fatto un colpo di testa. Ci voleva, sai? e non ne sono pentita. Ma è forse meglio ritornare un po’ prima. Vedi tu, Rizio, come credo.... in te? Ma ancora voglio credere in ciò che tu credi. Convincimi, persuadimi, e sentirò che mi ami tanto, tanto, da non potersi immaginare, nè desiderare di più.
—Ahimè, quali patti!—esclamò Maurizio.—E se con tutta la miglior volontà del mondo, la mia eloquenza non fosse da tanto? Poi, avremo mai tempo per discorrere a lungo, per raccontarti.... come andò? Sono cose dell’anima, e il dirle brevemente è difficile.
—Scrivile, allora.
—Scriverle? Sarei lungo, più ancora che a dirle.
—Tanto meglio!—gridò Gisella, battendo le palme.—Sarò più a lungo con te.... nelle tristi ore che non ci posso essere. Voglio sapere come hai creduto tu, Rizio, voglio saperlo bene. Sai quanto è che ci penso, e non osavo domandartelo? Rizio è l’amor mio, il conforto, il rifugio e la vita. Perchè mai, uniti in tutte le altre, in una cosa sola siamo come stranieri? Voglio essere più in lui, più in lui, tutta in lui, col suo modo di pensare, di sentire, di essere.—
Maurizio posò sulla fronte della divina creatura un bacio solenne.
—Sia;—diss’egli poscia;—scriverò.—
E ridottosi a casa, non era stato a pensarci troppo lungamente. Non aveva infatti da scrivere per la stampa, per farsi giudicare da qualche migliaio di lettori; scriveva per lei, per l’adorata creatura. La fretta avrebbe dimostrato il suo buon desiderio di obbedirla; le stesse imperfezioni della forma, avrebbero fatto fede della sua sincerità. Il giorno seguente, alla Balma, mentre il generale passeggiava sulla spianata dando istruzioni al fattore, Gisella riceveva da Maurizio un piccolo involto di carte. Non era una lettera, ma a dirittura un quaderno.
—Scusate, ho fatto un passio;—diss’egli.—Mi è mancato il tempo d’essere breve. Ho incominciato a scrivere iersera alle undici; non ho finito che stamane all’alba. Del resto,—soggiunse,—spero bene che non vorrete leggere tutto in una volta, ma sorseggiare, centellinare questa povera prosa.
—No, no,—rispose Gisella,—voglio legger tutto d’un fiato. A centellinare ci sarà sempre tempo, e non tralascerò certamente di farlo. Povero il mio Rizio! una notte bianca! E quest’oggi, poi, un’altra condanna!
—Che sarebbe?
—Che troverete modo di andarvene prima del solito.
—Perchè, non lo intendete? perchè voglio stare più a lungo da sola a solo con te.—
Era adorabile, mandandolo via a quel modo. Maurizio trovò per l’appunto il modo di far più breve la visita, portando via il generale, col pretesto di una piccola passeggiata in paese. La contessa fu sola, come voleva, per leggere il passio del signor di Vaussana. Ed eccolo qua, come ella lo lesse, incominciando dal titolo: «Dal dubbio alla fede».
«Ricordando la educazione religiosa della mia infanzia (così scriveva Maurizio a Gisella) avevate in parte ragione. Sicuramente, ho dette da bambino le mie orazioni. Le dicevo anche molto volentieri, perchè me le faceva dire mia madre, recitandole insieme con me. Oggi ancora sento lei in certe inflessioni di voce, in certe pause che io metto nel mormorarle tra me; e questo me le rende più sacre, dal giorno che le ho ritrovate nella mia memoria, dopo tanti e tanti anni d’oblio volontario.
«Le avevo imparate senza sforzo. La mia educazione religiosa non fu punto pesante. In casa nostra si era religiosi, certamente, e di questo può esservi specchio la mia buona sorella Albertina; ma non si appendevano santi e madonne a tutte le pareti, e non c’era l’uso di recitare il rosario ogni sera, per dimenticare nella eterna ripetizione il significato delle preghiere, o per addormentarci al ritmo uniforme dei nostri borbottamenti frettolosi. Le nostre orazioni erano brevi, e tutte latine. La mamma ce le aveva spiegate alla grossa, ma ce le faceva sempre dire in latino. A me, che un giorno le avevo osservato come il latino non si usasse più, la buona mamma aveva risposto:
«—Appunto perchè non è più una lingua parlata tra gli uomini, dev’essere la lingua in cui si parli a Dio.
«—Ma se io non la intendo!
«—Mettici tutta l’anima, e t’intenderà lui; non basta forse?—
«Io ero già a cinque o sei anni un feroce curioso. Perchè questo? perchè quest’altro? d’ogni cosa volevo saper la ragione. Mia madre, con una pazienza maravigliosa, mi spiegava le cose come poteva, e fin dove giungeva la sua istruzione, o il suo raziocinio; poi mi diceva: «perchè Dio ha voluto così»; e questa era la ragione ultima, a cui non mi era lecito ribattere. Un giorno la misi in un grave impiccio, la povera donna, coi miei terribili perchè. A proposito di un infelice che avevamo incontrato per via, mentre egli si trascinava a stento nella polvere con due moncherini di gambe, stendendo a noi due moncherini di braccia, la ragione ultima di mia madre cozzò contro una mia irriverente ma non vana osservazione:—Ma dunque è Dio che vuole il male?—
«—Queste—rispose ella stringendosi nelle spalle—son cose che io non arrivo ad intendere. So che tutto è ordine, nel mondo; so che c’è il giorno e la notte, quello illuminato dal sole, questa dalla luna e dalle stelle; so ancora che ci sono dei giorni nuvolosi e delle notti burrascose. Per ora non mi domandare di più; tua madre del resto è una povera donna senza istruzione.—
«Non era vero. Mia madre aveva letto molto, leggeva ancora, quando poteva. Un giorno la sentii dire che se tutti gli uomini cessassero di leggere, si perderebbe la scrittura, come si perde una lingua, quando tutti coloro che la parlano son morti. E soggiungeva che se tutti operassero il bene, il male si estinguerebbe, sparirebbe da sè. Questo è un sogno; ma i sogni non son tutti da mettere in canzone. Perchè non vagheggiarli, quando son belli e fanno bene allo spirito? Che santa educatrice è stata mia madre! Peccato che ci abbia lasciato così presto! Quando ella si addormentò per sempre, io e mia sorella fummo ben tristi. Mia sorella è triste ancora, lo avete notato? Sorride poco, e sempre a fior di labbra. Ebbene, ciò data dal giorno che nostra madre è morta. Quanto a me, non so; molto allegro non sono mai stato. Ma allora avevo otto anni, e mi mandarono subito in collegio; forse per distrarmi, forse per non lasciarmi perdere il frutto della educazione materna.
«Anche in collegio avevo la religione, e più che in casa nostra, anzi troppo di più; la qual cosa incominciò presto a seccarmi. Il buon Dio delle mie orazioni infantili si andava rivestendo di misteri, di dogmi e di formule. Ogni mattina, prima della scuola, avevamo la messa; ma che messa? un messone. Quel prete Risso, che veniva a dircela ogni giorno in congregazione, ci spendeva sempre da quaranta a quarantacinque minuti. Se il prefetto, passeggiante di continuo in mezzo alla corsìa, non ci avesse avuto sempre gli occhi addosso, che sbadigli sarebbero stati! E che risate, quando vedevamo il celebrante far segni ad un personaggio invisibile, borbottando certe parole che nel messale non erano scritte! Si era sparsa la voce che egli vedesse il diavolo, un diavolo tentatore, che veniva a distrarlo fin là; donde i suoi gesti per discacciarlo, e la frase che accompagnava quei gesti, una frase che voleva dirgli: va via. Alle domeniche, poi, avevamo nel mattino l’ufficio della Vergine; più tardi i vespri, e da ultimo la benedizione in chiesa. Nell’ufficio mi piacevano abbastanza le lezioni, in cui facevano le loro prove i cantori; nei vespri un inno, che era poi l’ultimo, e si cantava con un ritmo più frettoloso; nella benedizione mi era, per lo stesso motivo, graditissimo il Salutaris hostia.
«Dopo tutto, quelle eterne funzioni, di congregazione o di chiesa, ci rubavano il tempo destinato alle ricreazioni, agli intervalli dello studio. Volevamo andare a passeggio, per respirar l’aria buona, e ci tenevano chiusi, al fumo delle candele, per cantare un Cœli enarrant, bellissimo, ma che non valeva certamente quelle opere. Non parlo dei quaresimali, degli esercizi, delle feste comandate e non comandate, che si seguivano con troppa frequenza. La confessione era un fastidio grande; la preparazione alla confessione un fastidio anche maggiore. Era così necessario a noi rompere le lezioni e lo studio con larghe boccate d’aria, e i nostri custodi parevano moltiplicare a bella posta le occasioni per tenerci rinchiusi fra quattro mura. Il nostro spirito aveva bisogno di una religione poetica, ed essi ce la rendevano sempre più irta di pratiche minute, di astruserie, di terrori.
«Una bella luce d’aurora in quel buio fu per me la lettura del Genio del Cristianesimo, dei Martiri, dell’Atala, tre libri dello Chateaubriand; permesso il primo, quasi raccomandato; gli altri due letti un po’ di straforo. Quel cristianesimo io lo intendevo, lo sentivo, lo amavo. E amavo anche il rettore del collegio, uomo venerabile per dottrina, amabile per graziosa bontà, senza tabacco sparso sulla tonaca, che Iddio lo benedica. Un’altra mia grande simpatia era il vescovo della diocesi, che veniva qualche volta a visitarci, e che noi vedevamo ogni giorno andando a passeggio. Ho sempre negli occhi quel vescovo, un gran signore torinese, bellissimo di aspetto, soave di modi, grave nel portamento, modesto nella sua dignità, che pareva sempre domandarvi perdono del vestir paonazzo e del portare la sua gran croce d’oro sul petto. L’occhio di quell’uomo non guardava, involgeva; la sua bella mano benedicente mandava carezze nell’aria.
«Con tutto ciò, non intendevo ancor Dio. Per non ismarrirmi fra tante novità, mi rifacevo a quello della mamma; un Dio tutto misericordie, tutto dolcezze, nella sua essenza invisibile, ma profondamente sentita nel cuore. Anche la Madonna era bella, e l’amavo, con la sua veste azzurra e fluente, col suo velo bianco, tempestato di stelle; ma non mi piaceva più tanto, quando la facevano vedere con sette pugnali piantati nel cuore, o con degli scapolari, dei rosarii, penzoloni dal braccio, o con certe pesanti corone messe in bilico sulla testa. Cristo crocifisso, che avrebbe dovuto commuoverli, a forza di mostrarmelo in quell’atteggiamento di spasimo, me lo avevano fatto parere meno doloroso alla vista. Ma niente piacevole me lo avevano reso, dipingendolo col petto aperto e col cuore in mostra; un cuore rubicondo, inghirlandato di rose bianche, abuso d’iconografia capricciosa, sdolcinatura da conventi di monache. Scrivo queste cose come mi vengono alla penna, senza neanche curarmi di ordinarle, di aggraziarle; che forse allora avrei l’aria di metterci una intenzione d’irriverenza; intenzione che è ben lontana dall’animo mio, mentre cerco di esprimervi il mio pensiero, come si andava svolgendo, e allontanando sempre più dalla fede.
«Nel collegio di marina, dove andai dopo finiti gli studi del ginnasio, c’era ancora la religione; ma una religione più asciutta, più rigida, più smilza; pratica di regolamento e non più. Per dirne bene o male, come educazione, bisognerebbe che avessi avuto solamente quella. Chi sa? forse mi sarebbe bastata, e sarebbe anche riuscita più salda, potendo aggiungerci qualche cosa del mio, colmar le lacune con la religione della mamma; fors’anche m’inganno, immaginandolo. Nel fatto, non ne so nulla: ero in un periodo della mia vita, che, senza discredere ancora apertamente, non credevo già più, nè per virtù d’amore, nè per forza di terrore. L’adolescenza è così. Leggevo molto, divoravo tutto quello che mi era stato proibito da prima, tutto quello che non avrei potuto neanche trovare, stando nell’antico collegio. Non so come, mi capitò allora per le mani il Byron col suo Caino, quindi il Goethe col suo Fausto; i due libri che più fortemente abbiano operato nell’anima mia. Curioso! nè oggi saprei più dire in che modo o perchè, questi due drammi, l’uno scaturito dal vecchio e l’altro dal nuovo Testamento, mi ridestarono tutti i dubbî più gravi, me ne fecero corpo, se così è lecito di dire, nell’anima.
«Frattanto la vita mi chiamava, la gran vita, la multiforme vita, con tutte le sue voci possenti, con tutte le sue aspre curiosità. Ufficiale di marina, libero del mio pensiero se non della persona mia, non credetti più a nulla. Avevo letto in quel mezzo il Volney, quello delle Rovine, e il mio passato intellettuale era anch’esso una rovina: lessi ancora le Origini di tutti i culti del Dupuis, e vidi anche meglio esser principio e fonte di ogni credenza umana il maraviglioso complesso dei miti astronomici. Si fece allora nel mio spirito una gran luce, ed anche una gran pace. Capii finalmente il senso arcano di tutte le religioni, e vidi come la nostra forma secondaria dal sabeismo siriaco, attraverso il culto naturalistico di Adonai, fosse rampollata anch’essa dal mito solare. Nello zodiaco egiziano e nel caldeo avevo anche trovati i segni della Vergine e del Serpente, principii di una favola nuova; così nelle mostruose teogonie dello Zendavesta, nella guerra del principio della luce e del principio delle tenebre, avevo scoperto Dio e il Demonio, il bene e il male ad un tempo. E tutto avendo in questa guisa capito, pensavo spesso alla mamma.
«—Povera mamma!—dicevo fra me.—Ella è stata felice nella sua fede. Ma non sarebbe stata egualmente felice nel pieno possesso della scienza? La scienza è luce; la fede non è che una nebbia, adombrante la luce. La vita è fine a sè stessa; un bel fine che noi guastiamo, facendone il mezzo, l’avviamento ad un sogno.—
«Mi parlavate del mare, del mare misterioso e terribile, che può rifare credenti gli spiriti. No, non è il mare che fa ciò, almeno nella più parte dei casi. Il mare è un abisso, ma un abisso che si misura; le sue profondità non hanno più nulla d’ignoto; le sue collere sono fenomeni preveduti; le tempeste hanno una legge; i flutti son coni vorticosi, che vengono, sollecitati da conosciute pressioni a rompere le loro punte rovesciate sul declivio delle coste; la scienza ha svelati tutti i segreti del mare. Perseo, protetto dall’egida di Minerva, la dea della sapienza, ha troncato il capo di Medusa, quantunque avviluppato di tortuosi sofismi. Anch’essa, la povera Medusa dei mari, finisce male come la sua maggior sorella dei deserti di Libia; rigettata alla spiaggia, perde la iridescenza perlacea dei suoi sette colori, mostrando la sostanza viscida di cui era composta.
«Così il mare non ebbe terrori per me, non avendo segreti. Neanche il pericolo ha potuto mai ridarmi ai sogni dall’infanzia, rifacendomi più vile, o più perspicace. Nato tardi, non ho avuta la sorte di assistere, di partecipare ad una grande giornata navale; il mio coraggio ho dovuto provarlo in piccoli scontri, che offrivano pure la lor parte di pericolo per me, come nelle grandi occasioni. No, vi dico, pieno di salute e di forza, animato da un’alta coscienza di me, infiammato da un caldo sentimento di sdegno, non ho mai misurato il pericolo. Nessun timore ha potuto ricondurmi alla fede antica; vi dirò di più, non ha potuto neanche accostarmi a quel mezzo termine del Dio filosofico, tenue tessuto di ragionamenti, pallida forma ondeggiante ad un soffio, oscuro compromesso tra il raziocinio moderno e la consuetudine antica, che sempre risente un pochino della concessione stracca, della transazione di due sistemi, della combinazione di due opposti elementi.
«Frattanto, io volevo conoscere. Conoscendo sempre più, volevo ricostrurre un sistema, una spiegazione adeguata dell’universo, almeno almeno della vita umana, come buon principio ad intendere il resto. I miei vecchi distruttori non mi bastavano più; scelsi via via i più recenti interpetri dei miti antichissimi, i più dotti di storia e di filologia comparata, i più felici ricostruttori delle lingue perdute. Costoro mi distrussero senza fatica il gran mito astronomico, riconoscendone un altro più vecchio, il mito naturale. Andai più oltre, e ne trovai di più sottili, che al mito naturale ne facevano precedere un altro, nel culto del morto che non deve morire del tutto: donde nei due fatti umani, dell’amor della vita nel morente e dell’amore del morto nei superstiti, si vedeva compiuto il mistero della religione primitiva. Ma questa, che ci mostra l’umanità bambina affrontata all’enimma dell’ignoto, non era ancora la soluzione del problema. Ebbi ricorso allora ai filosofi nuovi, che mi rivelarono la materia incosciente, la quale, combinandosi per caso in certe guise, acquista la coscienza di sè. Mi parve un assurdo, come la spontanea formazione degli organismi. Assurdo fin che vorrete, mi rispondevano, ma assurdo necessario; altrimenti non si spiega nulla. Bel modo di convincere! Credere una cosa anche assurda, non è forse un po’ troppo? Tanto faceva starcene con sant’Agostino, che aveva già detto mille seicent’anni fa qualche cosa di simile. Se pure è stato lui, e non Tertulliano.
«Nondimeno, poichè era necessario, mi acquietai. Facciamo cammino, dicevo tra me; la ragione assoluta non è ancor chiara; vediamo la relativa. Quanto ho letto e meditato, nelle lunghe navigazioni e nelle eterne crociere! Ho studiato tutto, col vivo, ardente desiderio di credere nella scienza. Qui almeno siamo sul sodo, pensavo; è qui l’esperienza che rende conto di sè. Che bella cosa, ad esempio, intendere l’evoluzione degli esseri attraverso la selezione e la battaglia per l’esistenza! Il passaggio possibile da specie a specie non mi spaventava più come una difficoltà insormontabile, poichè i miei filosofi avevano distrutto e rimandato tra i ferravecchi il concetto artificiale della specie. E tutto procedeva allora benissimo: l’uomo mi appariva una forma più perfetta, nata per selezione, uscita per lenta evoluzione da una forma meno perfetta. Tutte le forme viventi avevano seguito questo procedimento; dalla cellula primitiva fino al cervello di Dante, continuando a svolgersi, alcune progredendo, altre restando indietro, per variar di fortune, per azione di ambienti. Certo, non tutto era chiaro, nel nuovo sistema; la prova dei fatti offriva molte lacune. Avendo dubitato della religione, avevo pure il diritto di dubitare della scienza, pensandola insufficiente a scioglier l’enimma della vita. Ma ancor dicevo tra me: pazienza e non disperiamo; la scienza non pretende di spiegar tutto d’un colpo; va a passi lenti, ma sicuri; aspettiamo che arrivi. Infatti, tutti i rami dello scibile progredivano a vista d’occhio; progrediscono ancora; non si tratta più della scienza, come ai tempi antichi: si tratta di molte scienze, che fanno cammino da sè, ognuna coi mezzi suoi, vedendo il suo proprio orizzonte. Aspettiamo dunque, aspettiamo che arrivino. Ma no; ci sono i frettolosi. Tutto è evoluzione, nel mondo. In nome della evoluzione, escono fuori tutti i ciarlatani di piazza. Carlo Darwin diceva ancora: aspettate. Ma che aspettare? gridano essi; tutto è trovato; niente è nel mondo di più elevato, niente è in noi di più nobile, che non abbia la sua chiara, umilissima origine materiale.
«Adagio, con l’umilissima. Donde il seme del divino, che io porto in me? Adagio, col ritrovamento del tutto. Come va che le vostre scienze, tutte sicure del fatto loro, quando vengono a riscontrarsi l’una nell’altra, cozzano maledettamente? Vediamo un esempio, incominciando da ciò che si ammette in astronomia. Una gran nebulosa si è formata; nuotando, vagando, ruotando nello spazio, s’è foggiata in zone, in globi concentrici, in anelli; gli anelli si sono spezzati, raggomitolati in globi minori, in pianeti, nuotando, vagando, ruotando ancora intorno a quel centro. Perchè? Per le leggi stesse della materia. Le leggi? ma che leggi, se tutto ciò era avvenuto per caso? Qual legge ha potuto dire alla materia sorda ed inerte di muoversi, e di muoversi a cerchio? Se mi dite che ha dovuto obbedire ad altri impulsi, non avrete fatto altro che allontanare la difficoltà, e noi dovremo ripigliare la disputa per un sistema maggiore da cui il nostro dipende, e così via, all’infinito.
«Intanto, la matematica vien fuori colla legge delle probabilità, davanti a cui la evoluzione, per trarre un frutto qualsiasi dall’incontro di due organismi in qualche modo riproducibili, suppone migliaia di secoli perchè il fatto si avveri; migliaia di migliaia ne suppone per l’adattarsi di un semplice organo a nuovi bisogni ed uffici; migliaia di migliaia perchè lo stesso bisogno, lo stesso ufficio si sia potuto fissare. E poi, che cos’è questo ufficio? che cos’è questo bisogno? come può nascere, se non c’era? È un elemento che non apparteneva al problema; come si è ficcato egli in mezzo? Come è supponibile che l’elefante allunghi la sua proboscide, e la giraffa il suo collo, per raggiungere il cibo, se questi allungamenti han bisogno di secoli, e il cibo era il bisogno dell’ora presente? Come immaginare che possa formarsi la camera oscura dell’occhio, tanto delicato e complicato ordinamento di materia, per i bisogni di una visione di cui l’organismo vivente non aveva l’idea, e non avendo l’idea non poteva avere il bisogno?
«Ma che si parla di organismi superiori? Solo perchè una cellula primitiva si sdoppî, e lo sdoppiamento diventi legge di vita, occorrono miriadi di secoli. Andiamo più su, e dovremo ancora porre che un fermento chimico si muti in organico; e qui la supposizione batte alle porte ferrate dell’impossibile. E le rompesse ancora; l’astronomia, la fisica e la chimica celeste sarebbero sempre là, per negare al sole tutti i miliardi di miliardi di secoli che sarebbero necessarii alla evoluzione, per far riuscire una mezza dozzina delle sue combinazioni primitive, rudimentali.