«Perdonatemi questa disgressione; essa non mira che a significarvi come l’atto creativo venne ancora a parermi necessario. Quest’atto io non ho da vederlo, io non ho da descriverlo, nel linguaggio necessariamente povero, colle immagini necessariamente inadeguate di tutti i sistemi conosciuti. Ho bisogno della legge, come gli stessi materialisti; ma con questa semplice differenza, che essi vogliono la materia intelligente, o capace d’intelligenza, che è infine tutt’uno, e poi suppongono la legge cieca, mentre io immagino cieca la materia e intelligente la legge. Dà noia la parola con cui i popoli primitivi dell’Asia espressero questa legge, ricorrendo all’immagine di ciò che risplende? Non vedo il perchè di questo sentimento, data la insufficienza del nostro linguaggio, che ad esprimere ogni specie d’idee è giunto per estensione progressiva d’immagini.
«Anche senza dir la parola, e riconoscendo il fatto della legge intelligente, io mi ero a grado a grado pacificato. Seguitavo a leggere, ammirando i dotti per davvero, sorridendo dei ciarlatani che tenevano la piazza. E un giorno i dotti mi confessarono (non a me soltanto, ma a quanti si pigliavano il disturbo di leggerli) che il sentimento del divino era un bisogno dell’essere umano; che nessuna scienza poteva fare astrazione da esso, considerarlo come una quantità trascurabile. Mi soggiunsero ancora che il mondo, com’è costituito, non può supporsi l’opera del caso, per un lato, ma neanche, per l’altro, di una intelligenza suprema, bensì di potenze secondarie, ancora assai lontane da quella. Dopo quanto io ne avevo veduto, di questo bel mondo, l’asserzione non mi pareva temeraria: intanto, l’ammissione di cause secondarie e imperfette, mi lasciava intravvedere anche nell’animo di quei dotti l’idea di una causa prima e perfetta. E dissi tra me: benedetti grand’uomini, che avete ripigliato dal bel principio il problema dell’universo, ma non per venire d’induzione in induzione, di deduzione in deduzione, alla dottrina del nulla!
«Anche per essi, adunque, pei Darwin, gli Spencer, gli Stuart Mill, esiste il divino, fuori della evoluzione storica e naturale dei nostri timori e delle nostre illusioni? anche per essi Dio è fuori della materia, comunque da noi poveramente pensato e sentito? Se è, perchè non si svela? Ma qui pensavo ancora dentro di me: perchè dovrebbe svelarsi? Se si svelasse, non cesserebbe ad un tratto l’indagine umana, e colla indagine la ragione istessa della vita? La ricerca dell’assoluto è il fine istesso dell’umanità. Dio è il bene, cioè la verità, la bellezza, la giustizia, la carità, il fonte e la foce dell’ideale, nella grande fiumana dell’universo, di cui non è dato a me conoscere che una minima parte; zolla bagnata, ciottolo travolto, giunco agitato, foglia strappata da un albero alla riva, e travolta dalla corrente, che importa? Il male, poi, il male è tutto ciò che non capisco; in ciò aveva ragione mia madre. Senza aver tanto studiato, la povera donna era già ferma là, dove giunge oggi, reduce da tante battaglie, la scienza degli uomini.
«In quest’altro studio di pacificazione son durato un pezzo, non domandando di più. Ogni viaggiatore ha sentito questo bisogno, di fermarsi un tratto, senza desiderio di giungere alla meta. Ma poi rinfrancato, ho detto a me stesso: perchè vorremmo esser noi fuori del tempo nostro? è lecito di ribellarsi all’ambiente della logica umana, o della storia dei nostri errori, che spesso ne tiene le veci? Se tutte le religioni non furono che passi verso la conoscenza, la moralità, la giustizia, la civiltà del genere umano, perchè rinnegherei la mia? Qui vi farò una confessione; ero proprio sul mare, quando m’avvenne di pensare così; ma il mare non era punto agitato, non prometteva burrasche; ero sano, ero forte, e non avevo l’animo disposto a paure. Guardando davanti a me, nelle diafane serenità dell’orizzonte, mi pareva di vedere qualche cosa che non era il colore dell’aria. Questo colore io sapevo bene come fosse dovuto alla presenza dell’idrogeno. Ma non apparteneva ai fenomeni dell’idrogeno, nè di altro corpo semplice o composto, l’effetto che si produceva in me dal guardare così, con gli occhi dell’anima, in quello sfondo vaporoso che piaceva tanto ai miei sensi.
«Così, per opera di una seconda vista, sentii l’invisibile, penetrai l’inconoscibile. Il mondo cammina, mi diceva la scienza. E cammini, rispondevo io; cammina anche la nave, e non mi toglie di veder sempre qualche cosa là dentro, davanti a me, in quell’orizzonte sempre lontano e presente ad un modo. Viaggiatori della immensità, andremo sempre, e non giungeremo forse mai. Nè io, attenendomi alla religione dei padri miei, penso d’essermi indugiato per via; non temo sopra tutto di dover perdere il treno. Mi dicono che la nostra religione ha delle parti invecchiate. Non so, e se penso che ella contenta dei cuori, nutre delle speranze e forma delle coscienze diritte, son quasi per credere che non sia vera la cosa. Allah (permettetemi questa scorribanda fra gli Arabi, che mi toglierà di parere irriverente, nella dimostrazione della mia tesi, alla religione dei padri miei) Allah è puro spirito, essere unico e sommo, la cui luce consola ancora dugento milioni di credenti, i più fervidi, forse, che il mondo conosca. Mi narrano che il suo profeta fosse un impostore, ed io lascio che narrino; ma dentro di me, se mi fermo a pensarci più che tanto, non credo che Maometto fosse un impostore. Un allucinato, chi sa? Iddio permette di queste allucinazioni; la cosa si può supporre possibile e naturale, come la scienza ammette, suppone e dà per certo che ad un dato momento una forma nuova si svolga da una forma anteriore. Maometto è dunque il frutto del miracolo, in cui si compie un mistero, pari a quello che fa in un dato periodo apparir l’uomo sulla faccia della terra, l’uomo che prima non c’era.
«Vi ho detto assai male tutto ciò che ho pensato. Voi intenderete, nella lucidità dell’anima vostra, come la pratica della filosofia materialistica mi abbia condotto a vedere la sua insufficienza; come una semplice religione filosofica, alla maniera del signor di Voltaire, mi sia parsa scortese per tutte le migliaia di creature intelligenti che intorno a me vivono e credono; come tutte le religioni positive esistenti mi siano parse altrettante incarnazioni del divino. Le consideravo anche progressive, come gradini della scala che mette l’umanità alle porte del cielo. Non offenderò, spero, le timorate coscienze cristiane, dicendo che la loro religione e mia, che è quella portata sulla terra dal figlio, non ha sbugiardata l’ebraica, promulgata dal padre, tra tuoni e lampi, sulla vetta del Sinai. Frattanto, la loro religione o la mia non ho da discrederla, per il fatto che altri ne aspetta una nuova, più chiara e più umana, con meno dogmi, con meno precetti.
«Ripensarla, considerarla per tutti i lati, fu in me l’opera di qualche anno; accettarla fu un punto. Di certo, il descrivervi quel punto non varrà molto a darvene ragione; pure, per contentarvi, ecco qua brevemente quel che mi avvenne. Ero a Milano, approfittando di una breve licenza; vivevo laggiù tra continui passatempi, senza pensieri, felice come può essere l’uomo giovane, sano, forte, padrone di tutte le sue facoltà, ricco abbastanza e senza desiderio di più. Passeggiavo una sera, per far l’ora di andare al teatro. Non so più da qual punto, seguitando il marciapiede, mi trovai nella via di San Celso; e là, da un portone aperto nella penombra del crepuscolo, mi venne un’ondata di musica, voci umane all’unisono, con accompagnamento d’organo. Non avevo immaginato che in quel punto, sulla stessa linea dei fabbricati, ci fosse una chiesa; niente me l’aveva annunziata, e fu istantaneo il moto dell’anima che mi fece entrare in quel luogo. La chiesa era buia; solamente nel fondo si distinguevano quattro o sei fiammelle di candelabri accesi sull’altar maggiore, più per dare indirizzo allo sguardo che per illuminare la gente raccolta a pregare. Seguendo il capriccio improvviso, ero entrato con passo risoluto; ma sùbito fui costretto ad inoltrarmi più lento e guardingo, poichè si era al buio, come vi ho detto, ed io temetti d’inciampare in qualche povera donna inginocchiata. Trovato il primo pilastro della navata, mi fermai, stetti a sentire. La folla, nascosta nell’ombra, cantava le litanie, prologo consueto alla benedizione serale.
«Quante volte non mi ero io ritrovato ad una scena simile, da ragazzo, e senza averne alcun senso particolare allo spirito! Là, invece, in quel punto, fu una dolcezza nuova per me. Mi piacevano le voci; mi piacquero le invocazioni rivolte alla gran madre degli uomini e degli angeli, così teneramente affettuose e così varie nella lor sequela monotona. Tante belle cose si dicevano a Maria; e coloro che le dicevano le pensavano; certamente le sentivano. Che consolazione per essi, che fossero egualmente sentite lassù, nel profondo de’ cieli! Infatti, perchè Dio, causa prima degli esseri, non dovrebbe sentirne le voci?
«Tacque il canto monotono della folla: di là, dall’altar maggiore, si rispose con qualche oremus, con qualche versetto latino; poi due o tre forme incerte, timidamente luccicanti di riflessi metallici al fioco lume dei ceri si mossero, levando di mezzo a quei ceri un ostensorio; si udì un movimento simultaneo, per tutta la grande navata, di persone cadenti sulle ginocchia; si svegliarono da capo i gravi suoni dell’organo, e tutte le voci della moltitudine ascosa nell’ombra intuonarono il Tantum ergo, annunziante e celebrante il mistero dell’accostamento di Dio alla terra. Illusione anche questa? Se è un’illusione, diciamo pure che Iddio l’ha permessa. Ed egli è certamente là, dove, in quella miglior forma ch’ella ha saputo trovare, la creatura lo invoca. Tantum ergo sacramentum... Sì, il patto è consacrato, tra lui e la creatura; ed egli, il santo invisibile, è presente a tutti coloro che credono, che sperano, che confidano in lui. A quel punto, che da ragazzo mi lasciava così freddo, non d’altro desideroso che di sentire il Salutaris hostia, l’inno breve, il ritmo allegro della liberazione e della fuga, a quel punto mi sentii un rimescolo nel cuore, e le lagrime mi salirono agli occhi. Veneremur cernui, cantava la folla adorante; e a me si piegavano le gambe. Mi vergognai e volli star ritto; ma subito un altro sentimento mi prese, facendomi vergognare della mia stessa vergogna. Veneremur cernui, bisbigliava una voce dentro di me; Veneremur cernui balbettavano le mie labbra, all’unisono col canto della moltitudine. Ero caduto in ginocchio, e pregavo.
«In quella chiesa buia, combinata per caso sulla mia strada, in quell’ora di raccoglimento solenne, ho ritrovato Dio, l’ho rifatto in me, luce ed amore. Così ho creduto; così sono rimasto un credente. Dal dubbio alla fede, vi ho detto tutti i miei studi, le mie indagini, i miei errori e le mie sensazioni. La notte è alta, ma gli occhi vedono, come di pieno giorno; nessuna stanchezza nelle mie fibre, e una gioia profonda è diffusa in tutto il mio essere. Mi pare, scrivendo a voi, che un miracolo si compia; il miracolo di trasfonder me, la mia fede in chi amo».
Tre giorni erano passati, dopo che il signor di Vaussana aveva scritto e consegnato il suo passio alla contessa Gisella. Ed era anche, bisogna dirlo, una domenica d’autunno, bella, serena, ma fredda, per un certo vento di tramontana che incominciava ad annunziare la stagione più rigida, e spogliava frattanto del loro fogliame i poveri alberi della montagna; quelli, s’intende, che sogliono perderlo all’appressarsi dell’inverno, come i roveri e gli olmi, i frassini, i tigli e i nocciuoli. Ah, i nocciuoli, soprattutto, come son tristi, quando hanno perduta la bella gloria frondosa degli scudi smeraldini, non mostrando più che una scarna selva di negre aste intirizzite! Maurizio aveva già veduto chiazzarsi di rosso quel verde, poi volgere al giallo ed accartocciarsi qua e là, intorno al dolce nido dei giorni sereni, delle ore di cielo, dei fidati colloquii, al sordo fragore della vicina cascata; pensava già con terrore che di settimana in settimana sarebbero stati più infrequenti per Gisella i pretesti di muoversi da casa, e che presto egli avrebbe dovuto per un altro inverno rassegnarsi a non veder l’amata donna che nelle troppo raccolte e troppo vigilate conversazioni della Balma. L’amor suo, per verità, schietto e profondo com’era, non pativa d’insofferenze nè di egoismo; ma quante non erano le cose che bisognava tacere, alla Balma, o che, a mala pena accennate, non si potevano spiegare con la dovuta abbondanza di parole! Amore è chiacchierino, e soffre a non potersi espandere in frasi, a non potersi esprimere nella varietà infinita delle piccole dimostrazioni.
Comunque fosse di ciò, e per tempo cattivo che volesse fare, il signor di Vaussana non andava mai alla Balma se non per la strada del bosco. E la mattina di quella domenica, un po’ prima dell’usato, egli rifaceva la strada consueta, per portare al generale un fascicolo della Rivista marittima, di cui gli aveva parlato la sera innanzi, accennando a certi esperimenti di artiglieria navale.
Il conte Della Bourdigue era solo e accigliato; ma gli si spianarono ad un tratto le rughe alla vista di Maurizio, di quel Cireneo che voleva aiutarlo a portar la croce della sua noia. Gradì il libro, e si mise subito a sfogliarlo, dando una guardata allo scritto che Maurizio gli aveva accennato. Gisella, frattanto, non si vedeva, e niente lasciava sperare ch’ella dovesse da un momento all’altro apparire. Di certo, la contessa era fuori. L’assenza di una donna da casa non si conosce, per chiare e formali notizie; s’indovina, sto per dire che si sente nell’aria.
Pensava a ciò, per l’appunto, quando il generale gli scappò fuori con una di quelle domande che fanno balzare un uomo sulla seggiola, tanto arrivano improvvise, non lasciando il tempo di vedere se siano sciocche o profonde, se le abbia dettate la ingenuità, o la malizia.
—Sapete dirmi, Maurizio, che diavolo abbia preso mia moglie, di andare in chiesa, alla messa?—
Maurizio tremò, si confuse; per un istante non seppe più in che mondo si fosse.
—Io?—balbettava frattanto.—Veramente....
—Ma sì,—ripigliò il generale,—Gisella parla con voi di tante cose.... di poesia, d’arte, di storia, e che so io; può benissimo avervi detto qualche cosa, da cui si possa ricavare un costrutto, avere un’idea di questa novità.
—Voi la sentite come me, generale;—disse Maurizio.
—Non sempre,—replicò il vecchio, con un’altra scappata che fece fremere il suo interlocutore,—non sempre. So io, per esempio, i discorsi che può fare al Castèu, quando va a trovare la contessina vostra sorella? Infatti, vedete, oggi è andata laggiù. Se voi non aveste l’uso inveterato di capitare dalla montagna, vi sareste incontrato con lei al cancello, o per la gran via di San Giorgio.—
Soltanto allora Maurizio incominciò a respirare, e le sue labbra osarono atteggiarsi ad un mezzo sorriso.
—Vado da Albertina, mi ha detto;—proseguiva frattanto il generale.—Rinunzio alla colazione, per vedere la funzione della chiesa parrocchiale. Capirete, Maurizio.... Non sono un tiranno, e lascio che Gisella faccia in ogni cosa a modo suo. La gran rivoluzione non deve esser venuta per nulla tra le genti. Ma capirete, ripeto, che questa novità dell’andare in chiesa m’abbia molto maravigliato.
—Ho capito, ho capito;—disse Maurizio, facendo un sorriso intiero.—C’è il vescovo in visita pastorale, come dicono. Mia sorella avrà data la notizia alla contessa, e un po’ di curiosità.... Le signore, dopo tutto, son donne.
—E capisco ancor io;—riprese il generale, ridendo a sua volta di quel riso largo che faceva sollevare più minacciosi che mai sulle guance i suoi gran baffi bianchi dorati.—Davanti alla curiosità non ci son signore. Ma che sciocchezze! che cosa c’è da vedere di strano, in un vescovo? Purchè poi queste visite in chiesa non mi passino in uso!
—Lo credete, generale?
—Perchè no? Ci si va una volta, ci si va due, ci si prende il gusto dell’incenso, e non si sa dove si vada a finire, tra tante scimmiottate. Non amo i preti, lo sapete; e senza nessuna intenzione di farvi dispiacere....
—A me, generale?
—Eh sì, ne so pure qualche cosa. Ma bisogna che ogni uccello faccia il suo verso; e ci sono poi delle verità che un filosofo non può tenersi nel gozzo, senza rischio di sfiancarsi questa parte interessante di sè medesimo. La chiesa ha portato un gran guasto nei costumi, con la sua facilità di perdono, che sembra fatta a bella posta per invitare al peccato. Piaccia ad altri una certa scenetta dell’Evangelio, con la storiella della prima pietra; essa non piace a me niente affatto. A buon conto, io ho preso moglie sapendo in anticipazione che la donna, scelta da me, o dal caso, che è poi tutt’uno, non aveva il difetto di credere a tante scioccherie, e di prendere in certe dottrine pietose un’assicurazione contro la legge dei doveri umani.—
In ogni altra circostanza Maurizio avrebbe tenuto il campo e rimbeccate le argomentazioni del conte Ettore. Ma non era quello il momento di far guerra, ed egli si contentò di balbettare qualche frase, che nel fondo non diceva nulla di nulla; felice abbastanza che quella gran burrasca, a lui minacciata, si sciogliesse in un nembo di paroloni.
La contessa Gisella ritornò molto tardi dalla sua impresa ecclesiastica. Era contenta dei fatti suoi, e non mostrò di badar più che tanto al muso del generale, che all’arrivo di lei aveva creduto necessario di ridiventare più arcigno. Portava notizie della funzione, e le snocciolava allegramente al signor di Vaussana. Aveva veduto tutto, osservato tutto, con l’attenta curiosità di una bambina. Il vescovo l’aveva molto interessata, come era naturale che facesse, essendo un gran dignitario della chiesa, una specie di generale anche lui. Ma che brutto uomo! diceva lei; come poco somigliava all’idea che ella se ne era formata, di un gran signore, bellissimo d’aspetto, soave di modi, grave nel portamento, modesto nella sua dignità, che paresse sempre domandarvi perdono del vestir paonazzo e del portare la sua gran croce d’oro sul petto; di uomo, infine, il cui occhio non guardasse, ma involgesse, la cui bella mano mandasse benedizioni e carezze nell’aria! No, non le andava, quell’uomo, tanto diverso dall’ideale che ella si era fatto dei vescovi. Ed anche quel don Martino, arciprete di San Giorgio, che figura ridicola, affogato in quei suoi paramenti! Vestito della tonaca nera, restava ancor umile, all’altezza della sua povertà di spirito e della sua rusticità di maniere: con quel camice addosso, con quel lusso di piegoline e di ricami, con quella pianeta a fiorami colorati e a liste d’oro, la sua faccia nera e le sue mani vellose mostravano più forte il contrasto fra l’uomo e l’abito; pareva di vedere un orso vestito da festa, in uno spettacolo di fiera.
Il quadro, che la contessa Gisella andava così allegramente dipingendo, piacque moltissimo al signor generale. Giove, dopo tanto corrugamento di ciglia, si degnò di sorridere. E sorrideva anche Maurizio, vinto a suo mal grado dalla amenità di quella piccola caricatura. Ma il giorno dopo, quando ebbe modo di ritrovarsi un istante a quattr’occhi con la contessa Gisella, pensò di non doverle nascondere ciò che il generale aveva detto della sua impresa domenicale.
—Badate, egli ha riso; ma in fondo non vuole che andiate in chiesa.
—Il generale non comanda all’anima mia;—rispose Gisella,—ed io andrò in chiesa quante volte mi piacerà, per vedere in che modo si possa imitare il mio Rizio. Ma veramente, soggiunse ella sospirando,—incomincio a persuadermi che per sentire la presenza di Dio nelle chiese ci voglia un’anima predisposta. Tutte quelle puerilità di rappresentazione mi hanno offesa, ve lo confesso sinceramente. Ed anche voi, ditemi, come potete sentire la religione, con tutti quei preti?
—I preti sono uomini;—rispose placidamente Maurizio.—Non è la stessa cosa nella vita comune, a proposito della umanità, a cui dobbiamo amore e rispetto? Tra i nostri simili abbondano i rozzi, gl’ineducati, i bricconi: ma possono costoro farci pensar male di tutta la specie, dove sono tante anime buone, dove ho conosciuto dei gentiluomini che mi hanno amato senza secondi fini, non avendo bisogno della mia borsa, nè della mia protezione? Ed anche voi, adorata, pensateci; non vi è mai occorso di andare in una riunione, in una accademia, dove un uomo di povero aspetto, un brutto professore, vi dicesse delle cose belle e profonde? Avete voi pensato in quel momento che il professore fosse brutto, antipatico?
—Non lo avrei potuto, neanche volendolo;—rispose Gisella.—Se il professore brutto dice delle belle cose e profonde, i suoi occhi si accendono, la sua faccia si trasforma, la bellezza interiore vien tutta alla superficie.
—Avete ragione;—disse Maurizio.—Ho scelto male il mio esempio.
—No, niente male, amico mio; ma è per l’appunto il buon esempio che vi mette dalla parte del torto. I vostri preti potrebbero essere come quel tal professore, e non ci riescono. Parlano di Dio, ma a fior di labbro, con una cert’aria di essere in confidenza con lui, che non è fatta per dare un’idea conveniente della grandezza sua e della loro umiltà.
—Questi preti non sanno quel che fanno, ecco tutto;—replicò Maurizio.—Essi sono i preti falsi, che bisognerebbe detestare, se non fosse piuttosto il caso di compatirli. Costoro, del resto, mi lasciano freddo.
—Ti basta?—domandò la bella donna, figgendo i suoi grandi occhi fosforescenti negli occhi di lui.—Non sono essi i nemici della tua patria?
—E qui mi ribello, contro essi e contro chi li muove;—replicò Maurizio, animandosi.—Mi ribello, sentendo bene che Iddio non parla neanche per il labbro dei buoni. È veramente doloroso che una ragione umana, puramente umana, effetto di una cristallizzazione storica, metta i ministri della divinità in contrasto coll’idea della patria, da noi, mentre la rispettano e la coltivano altrove. Ma che farci? son uomini, vi ho detto, son uomini anch’essi. In basso ignoranti la più parte; nè credo che una tonsura basti a dare intelligenza e dottrina a chi non ebbe l’una e non è capace dell’altra, parendomi già molto se sono nella ignoranza virtuosi. Di questi io ne ho trovati parecchi, come il nostro don Martino, che è certamente un brav’uomo. In alto, poi, dove i preti leggono e studiano, dove le anime loro vedono più largo orizzonte, ne ho trovati di veramente insigni per dottrina e carattere. Anime buone, ragionando con me, non mi hanno potuto dire tutto ciò che sentivano dentro; ma io li ho capiti, e mi è bastato. Più alto ho visto ancora le ragioni umane, i pregiudizii storici, pesar troppo sul loro intelletto; ma ho pur veduto timori e diffidenze contro una società che nel suo laicizzarsi naturale trascorre un po’ troppo allegramente a negare, volendo mettere in ogni ordinamento civile i non ben digeriti e ancora discordi concetti di una minoranza scettica al posto di quella fede da cui la maggioranza del mondo civile tragge ancora un conforto all’anime e una norma sicura del vivere. Sentono che si vuol toglier di mezzo il loro Dio, e combattono; e non sarò io, soldato, che vorrò condannarli, pur riconoscendo che essi ricusano per eccesso di difesa ciò che farebbero egregiamente a concedere. È per esempio un gran male che essi credano necessario al papa il poter temporale; mentre questo potere non è del suo ministero, nè lo è stato mai, e la coscienza italiana, fin dagli albori della storia moderna, per bocca di grandi credenti ha protestato contr’esso. Ma se lo credono tanto necessario, perchè non lo dichiarano un dogma? Questo coraggio dovrebbero avere; ma voi vedrete che non lo avranno mai. Il giorno che facessero ciò, forse avverrebbe un miracolo, un miracolo che non immaginano neppur essi, credendone incapace la fibra italiana.—
Gisella era stata immobile, silenziosa, a sentire il suo ragionatore ostinato.
—Quanto discorrere per una semplice domanda di donna ignorante;—diss’ella, come le parve che egli avesse finito.—Rizio, non lo farò più; crederò ciecamente, in attesa di questo miracolo.
—Esso non avverrà,—rispose Maurizio,—e noi ci atterremo tranquillamente alla fede dei nostri padri. Iddio comunica con noi; egli troverà la via di salvezza, mentre illusi ministri suoi ci vorrebbero condurre alla perdizione, turbando le nostre coscienze, confondendo ciò che va dato a Dio con ciò che va dato a Cesare.—
La contessa Gisella andò altre volte in chiesa, quantunque don Martino, arciprete di San Giorgio, non le paresse il più bello tra i ministri di Dio. Il generale si seccava di quel capriccio, ritornante ogni domenica; ma non protestava più tanto forte. Maurizio frattanto raccomandava prudenza.
—Vedi?—le diceva.—Egli accuserà poi mia sorella Albertina di averti stregata, e se la prenderà con lei.
—Non andrà fino a quel punto;—rispondeva Gisella.—Ho ancor io una volontà, e non intendo di lasciarmi sopraffare dai suoi capricci. Lo conosci, del resto, come lo conosco io; egli è spesso di cattivo umore, perchè si annoia. Pure, le ragioni di non annoiarsi le avrebbe. Se ciò che egli possiede non è molto, perchè in gioventù ha molto sciupato, è molto ciò che possiedo io, e la cura dei nostri interessi potrebbe bastare ad occuparlo. Ma tutto è noioso per lui, quello che non è servizio militare. Perchè lo ha lasciato, il servizio? Gli uomini della caserma non dovrebbero uscirne mai, dalla loro caserma. Ah, ecco!—esclamò la contessa, ravvedendosi tosto, ad un gesto involontario di Maurizio.—Ora dicevo una sciocchezza. Devo al suo uscir di caserma il non esser uscita io da San Giorgio, dove un altro uscito di caserma mi doveva raggiungere, povero Rizio, tanto caro! Ma come è brutto, discorrere di cose volgari! la volgarità ci guasta le parole e le idee. Restiamo nelle nuvole, dove ci siamo conosciuti ed amati. È già triste abbastanza il pensare a questa grama stagione, che è venuta pur troppo. Abbiamo così poche occasioni di trovarci insieme! Scendendo in paese, legandomi un po’ più con quella cara Albertina, ho almeno la sorte di vederti più spesso, mio povero Rizio.—
Rizio lasciava fare, e l’unico suo lavoro alla Balma era di giustificare timidamente le visite della contessa al Castèu con la innocente curiosità delle funzioni di chiesa. Infine, non si trattava che di uno spasso. Quanti non sono i fedeli cristiani, che fanno così?
—Ed è quello che più mi dispiace;—notava il generale, felicissimo di trovare un’opinione per via.—Cristiani per cristiani, meglio esser tali sul serio.—
Da un’altra parte Gisella diceva a Maurizio:
—Sono felice, tanto felice di credere come te, insieme con te. Sai, Rizio, che ho già avuto una visione?
—Una visione!—esclamò egli, sorridendo.—Così presto? Non sarà poi stato un sogno?
—Non so che cosa significhi la vostra distinzione;—rispose Gisella.—Sareste incredulo voi, ora? Il mio sogno è stato bello, se mai. Figuratevi che mi son ritrovata in un paese nuovo, un paese orientale, che riconoscevo benissimo, senza averlo veduto mai. Ero uscita dalla città per andare verso un bosco d’olivi, a pregare, sentendo nel mio cuore una gran tenerezza; allorquando, già presso al colmo di una collina, nella calda luce del tramonto, mi apparve un uomo, vestito d’una tunica rossa, con un mantello azzurro sulle spalle. Un uomo, vi ho detto; ma io bene sentivo che non era tale. Intorno alla sua bella testa, incoronata di capelli lunghi e fini, morbidamente ricadenti in ciocche dorate, splendeva mite un’aureola vaporosa: la barba di un bel biondo carico gli scendeva sul petto bianco di latte; gli occhi azzurri, sereni, guardavano pietosamente verso di me, dando un senso di bontà paterna alla bellezza di un angelico sorriso. Non mi parlò; ma la sua mano si alzava benedicendo, ed io mi sentii morire di gioia. Come era dolce quell’atto! come era buono lo sguardo! e quanto, nell’aspetto, aveva egli di voi!
—Ah, ecco,—disse Maurizio,—voi ora guastate la dolce visione. Non è così che bisogna immaginare il buon padre, la cui figura è oltre l’umano. Ma è sempre bello che l’abbiate veduta,—conchiuse,—e che ne abbiate sentita la poesia consolatrice.—
Anche il signor di Vaussana andava in chiesa: credente nell’anima, voleva mostrarsi tale in certi atti esteriori. Amava all’italiana antica; perciò volentieri glorificava la bellezza nel recinto d’un tempio, come avevano fatto l’Alighieri e il Petrarca, e al pari di quei due immortali sarebbe stato capace di un amore puramente ideale. Il destino aveva voluto altrimenti; ma egli nell’amor suo metteva sempre un senso di adorazione, in cui si smarriva quel non so che di pungente e di aspro che l’idea della colpa induce confusamente nell’amore più intenso.
Ah, quella colpa, non la espiava egli amaramente nel difetto della possessione piena ed intiera della donna adorata? Ma in tanta amarezza era più dolce qualche volta il pensare che egli, egli solo, aveva condotta quella divina creatura alla fede; che l’amor suo, svegliando in lei un senso più intimo della ragion delle cose, ne aveva per così dire compiuta la perfezione. Maurizio sinceramente pensava, non esser senza la fede creatura perfetta, come non è perfetta la pianta che non possa vestire i suoi rami di fiori. La bella pianta della Balma, fiorita in quella guisa di fede, guadagnava non pure agli occhi di lui, ma a quelli di tutto il paese, che vedeva un tal miracolo di bellezza sovrana mescolarsi nella modesta chiesa di San Giorgio alla umile turba dei fedeli preganti. Si era creduto da prima che la contessa Gisella fosse tenuta lontana dalle pratiche religiose per volontà del marito, a cui dava noia il fumo delle candele. Vedendola ogni domenica in chiesa, s’incominciò a pensar meno male dell’orso della Balma, che accennava a volersi ammansare; ma più si ammirò la contessa Albertina, la buona fata del Castèu, alla quale si attribuiva da tutti il prodigio.
Così andavano pianamente le cose, come l’acqua d’un fiume alla foce; e il signor generale, vedendo di mal occhio quella manìa religiosa della sua giovane metà, si adattava al fatto con più filosofia che non avesse mai mostrato di avere. Così giunsero le feste del Natale, che furono per Gisella una lieta novità, senza essere una troppo grave noia per il suo signore e padrone. Il Natale, dopo tutto, è una solennità dell’anno che non dispiace a nessuno, checchè si pensi in materia di fede. C’è l’uso antico della baldoria domestica, a cui non saprebbe sottrarsi lo spirito più scettico; e tiepidi credenti e caldi filosofi, facendosi imprestare dagli eruditi qualche notizia intorno alle storiche celebrazioni dell’anno nuovo presso tutti i popoli antichi e moderni del globo, trovano che in certe occasioni, specie quando fa molto freddo di fuori, si sta bene riuniti alla fiammata del ceppo tradizionale. In questo modo si mettono tutti d’accordo, nella più varia dissonanza di umori e d’idee che abbia mai turbata la pace di una famiglia. Le povere donne credenti sorridono meglio ai loro uomini, vedendoli così lieti, quasi contenti di sè medesimi, in quell’ora di domestico abbandono, e pensano e sperano che il giorno verrà anche per essi di accostarsi meglio a Dio. Non è forse vero che tutte le strade conducono a Roma?
Il gran camino padronale della Balma non aveva avuto da molti anni un ceppo così allegro. Cedendo alle istanze dei Matignon, i signori del Castèu erano andati a far Natale lassù, e così pure la notte del Capo d’anno. Per quella doppia solennità era anche venuto di Francia il capitano Dutolet. Il buon ragno non aveva parenti, e si era mostrato molto amabile venendo a spendere quei pochi giorni di libertà presso il suo antico capo squadrone. Non aveva per quella volta che una breve licenza; ma prometteva di averne una lunga per l’anno prossimo, se niente fosse venuto a guastare. Veramente, guastare non era il verbo adatto: ciò che poteva guastare il disegno di una pacifica gita a San Giorgio sarebbe stato accolto come un invito a nozze da lui, soldato francese anzi tutto. Ma di questo non ne diceva nulla, il buon ragno; aveva caldo l’amor patrio, ma silenzioso, e con quell’aria di Guglielmo il Taciturno lasciava credere di annoiarsi mortalmente per tutt’altra cagione.
—Prendete moglie, Dutolet;—gli aveva detto ad un certo punto il generale.
—Se fossi ricco, perchè no?—aveva risposto il capitano.
—Come?—esclamò la contessa Gisella.—C’è forse bisogno di esser ricchi?
—Sì, e molto ricchi;—rispose il buon ragno.—Come si potrebbe altrimenti coprir di diamanti la donna che si fosse scelta a compagna?—
Era un gentile pensiero; e la contessa Gisella, da buona figlia d’Eva, trovò che il capitano Dutolet ragionava benissimo. Così il buon ragno cansò quella sequela di argomentazioni che sogliono scaraventarsi in ogni società di ammogliati addosso agli scapoli impenitenti. Ma la contessa Gisella, che era stata assai lieta il giorno di Natale, non fu egualmente lieta nella notte del Capo d’anno, quando al brindisi solenne delle dodici il generale alzò il calice spumante del generoso liquore della vedova Cliquot, per bere alla felicità di Maurizio e della sua moglie futura. Era in uno strano periodo psicologico, il generale; voleva ad ogni costo combinar matrimonii. E Maurizio, come aveva risposto al brindisi? Male, assai male, balbettando rotte parole, quasi accettando l’augurio.
—Come fare altrimenti?—disse quel poveretto, appena ebbe modo di ritrovarsi a quattr’occhi con lei.—Dovevo io rispondergli che non gradivo il discorso? Dovevo, con la mia prontezza a respingere un augurio senza nessuna importanza, correre il rischio di mettergli un sospetto nell’anima? Ci pensate voi, anima mia, a quello che potrebbe succedere, se egli immaginasse....
—Non mi dir altro, Maurizio, non mi dir altro!—gridò ella, fremendo.—Tu hai ragione, hai ragione, hai sempre ragione. Ma ho sofferto tanto! Una pugnalata al cuore, in quel momento, mi sarebbe piaciuta di più. Ah, sento che l’anno incomincia male, assai male.
—Superstizioni, non vi pare?—mormorò egli, sforzandosi di sorridere.
—Chi sa?—diss’ella, traendo un sospiro.—Non sono poi le compagne della fede? A me incominciano a venire con essa. Pensate infine che io sono una povera donna, con poca istruzione, con pochissime idee. Quando ne ho una in testa, il mio piccolo cervello è costretto a lavorar sempre su quella. Felice voi, Rizio, che sapete tante cose, voi che guardate più lontano e comprendete più largamente di me, trovando il punto giusto dove io mi smarrisco, dove io non vedo che contraddizioni e paure.—
Maurizio non meritava la lode di Gisella, e il punto giusto non lo trovava da un pezzo neppur lui. La contraddizione, brutta chimera, lo afferrava alla gola, ed egli si divincolava inutilmente nella stretta. Se credi al decalogo, perchè rubi? Se hai tanto squisito il senso della legge morale da volerne insegnare altrui la eterna sanzione, perchè inganni il tuo simile? perchè siedi col tradimento nel cuore alla mensa di chi fida così ciecamente nella tua probità? Ma a questi dilemmi, non bene formati ancora, egli chiudeva gli occhi della mente, quasi cercando nella sua cecità volontaria una ragione per non averli a combattere. Amava, e non voleva affrontare una pugna con la logica inflessibile, una pugna che sarebbe riuscita a danno dell’amor suo. Quella logica gli avrebbe comandato di rinunziare a Gisella; e questo era per lui l’impossibile. Un miracolo, ci sarebbe voluto, un miracolo, per levarlo di pena. Ma quale? Egli non osava neanche dirlo a sè stesso; e vili pensieri lampeggiavano sinistramente nell’ombra densa dell’anima sua.
Felice il generale, che negli ozi del suo castello aveva da combattere solamente la noia. Ognuno, si sa, crede la propria malattia più grave di quella degli altri, ed egli sinceramente si esagerava i mali di una noia, in onta alla quale passavano i giorni abbastanza rapidi, tra partite a biliardo o a picchetto, accessi di malumore e grasse risate. La volgarità del discorso faceva anche capolino fra la domestichezza dello consuetudini. Il signor di Vaussana, di tanto in tanto, per una ragione o per l’altra, interrompeva le visite. Quello dei viaggi brevi e frequenti era un artifizio, ben noto alla contessa, che non aveva neanche da soffrirne troppo; perchè Maurizio, il più delle volte, dopo avere annunziato una gita a Nizza, a Torino, a Genova o altrove, non si muoveva dal Castèu, dove ella trovava poi modo di scovarlo. Quei piccoli furti erano un segreto di più e certamente il meno grave tra tutti quelli che avessero da custodire. Frattanto, colle frequenti sparizioni dalla Balma, il signor Maurizio si confidava di addormentar meglio il castellano, sviarne l’attenzione, dissiparne i sospetti, se mai ne fossero nati. Su quei viaggi frequenti tornava spesso il generale, e con molta libertà di discorso, anche in presenza della moglie.
—Gran fioritura di camelie dev’essere a Montecarlo; non è vero, Vaussana? E c’è poi sempre quell’abbondanza di belles-de-nuit?
—Non sono stato a Montecarlo;—rispondeva Maurizio, schermendosi come poteva.—Vi ho pur detto, generale, che ho fatto una punta fino a Genova.
—Ritorno offensivo, dunque? E come sono ora le genovesi? sempre belle? Ai tempi della Crimea, quando ci sono passato io, erano tutte d’una bellezza incontrastabile, ma un pochettino massiccia. Mi dicono che ora ci sia un altro tipo, alto, flessuoso, con una tendenza spiccata al biondo, e dei languori orientali nell’occhio. Come le preferite voi, Vaussana? Fortunato briccone! godete il mondo, finchè vi dura la gioventù. Ma non abusate, mi raccomando; è insalubre. E credete a me, la miglior cosa che possiate fare, per calmare questa febbre, tanto pericolosa all’ultimo stadio, è ancora di prender moglie. Prendete moglie, Maurizio, prendete moglie.—
E lo canticchiava anche in musica, il suo ritornello, prendendo lo spunto da una canzonetta del Béranger.
La contessa, di solito, chinava gli occhi sul suo telaino da ricamo, aspettando che il generale la finisse con quelle sue libertà di discorso. Ma il generale prendeva un gusto matto a ribattere quel chiodo in presenza di lei, e chiudendo sempre il discorso col suo solito ritornello. Tanto che un giorno, seccata, la contessa alzò gli occhi e soggiunse, rivolgendosi a Maurizio:
—Ma sì, prendete moglie, signor di Vaussana.—
Maurizio rimase un po’ male, non intendendo il perchè di quell’altra esortazione. C’era egli bisogno che Gisella tenesse bordone al generale? Che cosa ne poteva lui, se quell’altro, abusando del suo diritto di padrone di casa, gli tornava sempre sul medesimo tasto?
—Me la trovino loro;—rispose egli a denti stretti.
—Oh bravo! e se la troveremo, la prenderete?
—Scelta da amici come voi, perchè no? avrà certamente tutte le virtù immaginabili.
—Ebbene, cercheremo;—disse Gisella.
—A Nizza, non è vero?—soggiunse il generale.—Mia moglie ha il desiderio di passare a Nizza gli ultimi giorni di carnevale; sarà una eccellente occasione per noi di cercare, e per voi di giudicare della scelta, senza perdita di tempo.
—Si va all’arma bianca!—conchiuse Maurizio, facendo bocca da ridere.
Ma in verità aveva voglia di tutt’altro; era lì lì per uscire de’ gangheri. Anche quel viaggio a Nizza ci voleva! Gisella ne aveva già accennato a Maurizio, come di uno svago da procurare a quell’eterno annoiato del signor generale; quanto a sè, non ci aveva nessun gusto, prevedendo la seccatura delle visite molte e della poca o nessuna libertà che avrebbe avuto di stare a discorrere col suo povero Rizio. Ma ci voleva pazienza, e bisognava fare di necessità virtù. Sì, tutto bene, salvo quell’idea pazza di cercar moglie a lui, che non voleva saperne.
Per fortuna, nel soggiorno di tre settimane a Nizza, non furono che falsi allarmi. Gli avevano domandato se la preferisse inglese, o americana, o russa, ed egli aveva risposto di non aver predilezioni in materia. Intanto, con quell’arte che le donne sanno tutte, ma che le donne innamorate conoscono a perfezione, la contessa Gisella causava ogni occasione di far conoscenze del suo sesso, oltre le poche necessariamente portate dalle relazioni mascoline del marito. Si vedevano mogli di generali, di colonnelli e di capisquadrone, tra le quali non c’era pericolo che avesse da scegliere il suo Maurizio, o per lui il signor generale. E questi, d’altra parte, sempre attorniato da vecchi troupiers, tutto ingolfato nelle sue conversazioni d’arte militare, di caserma o di piazza d’armi, non pensava più affatto ad ammogliare il signor di Vaussana. Nè poteva sperare che se ne incaricasse sua moglie, sempre circondata dal gaio sciame dei giovani capitani, degli aiutanti di campo e degli uffiziali d’ordinanza. La galanteria militare si esercitava intorno alla bellissima generala in visita, con quella amabile festività, con quella misura cavalleresca, che è propria dei francesi, e che è maravigliosamente aiutata da una lingua facile e snella, di forme ben definite, di frasi bell’e fatte, tra cui la stessa consuetudine ha tolta ogni importanza e lasciata tutta la sua grazia all’iperbole. Maurizio, nondimeno, si seccava un pochino che tutti fossero bien heureux come santi in paradiso, o enchantés come cavalieri nel castello di una fata, quando erano ammessi alla presenza di quella grande charmeuse, di quella femme divine, della contessa Gisella.
Il guaio era che parlando così avevano tutti ragione. Ed egli, anche gradito da tutti, trattato con quella deferenza di cui lo faceva degno il suo grado e la sua educazione, con quella cortesia cerimoniosa che era dovuta alla sua qualità di straniero, si sentiva a disagio, era sempre sulle spine. Vedeva ogni giorno Gisella, ma troppo diviso da lei, anche essendo vicino, e soffriva. Non già del brutto male, intendiamoci; perchè Maurizio conosceva la divina creatura, ne sentiva il pensiero costantemente fido, ne vedeva lampeggiar l’occhio azzurro sparso di faville d’oro, quando faceva un giro largo per giungere a lui e dargli il suo istante di felicità. Ma quanta bellezza ammirata, respirata, assorbita da troppi! ma quanta musica di parole sparsa a consolazione di troppi! Gisella era una regina, dovunque apparisse; amabile ad un modo con ogni età, con ogni grado, passava in mezzo a quella gloria di filetti d’oro e di rosso garance, come una bella dea serena e sorridente, maestosa e leggera, appagando tutti senza fermarsi a nessuno. Così debbono esser lieti i fiori di un giardino, quando passa aleggiando sulle aiuole una splendida farfalla, sempre in alto e sempre in moto, avendo l’aria di posarsi su tutti i calici, dischiusi a lei, odoranti per lei.
Qualche volta, passando accanto al signor di Vaussana, la divina creatura gli gittava una di quella frasi sommesse e brevi, ma calde di passione, che avevano virtù di rianimarlo, di esaltarlo, di fargli toccare i termini della beatitudine.
—Ah, il nostro San Giorgio! Ancora pochi giorni, Rizio! Questo carnevale, che morte! Sorridi, via, grande bambino, che hai così dolce il sorriso! T’intendo, sai? è così tarda a giungere, la nostra buona quaresima!—
La quaresima ricondusse i nostri viaggiatori a San Giorgio. Il piccolo paese alpino era tutto in fermento per una di quelle novità che sogliono commuovere perfino i grandi, tra il carnevale e la pasqua. Senza esserne stato avvertito dalle trombe della fama, San Giorgio possedeva per quel periodo di penitenze, di digiuni e di esercizi spirituali, un quaresimalista insigne, un predicatore coi fiocchi. Come mai un tant’uomo si fosse persuaso di andare a pescare anime tra quei monti, in verità non si poteva immaginare; certamente bisognava conchiudere che per una volta tanto l’arciprete don Martino avesse avuto una grazia speciale dai suoi santi protettori. Fin dalla prima predica il nuovo quaresimalista, del quale, a vederlo, non si sarebbe dato un baiocco, aveva sbalordito il suo uditorio; alla seconda lo aveva incantato. E già si parlava di lui in tutte le case, come di una gran maraviglia; se ne discorreva in farmacia, se ne ragionava al casino di lettura; in ogni luogo, perfino nelle osterie, si facevano confronti fra lui e i predicatori degli anni passati; chi aveva viaggiato e sentito altri famosi oratori del pergamo, non dubitava d’asserire che quello era uomo da batterli tutti.
Non vecchio nè giovane, con poca barba biondiccia venata di peli bianchi, più macilento che magro, alto della persona ma curvo, quasi piegato in due quando attraversava la grande navata della chiesa per recarsi dalla sagrestia al suo pulpito, appariva tutt’altro quando si affacciava di lassù, alta la fronte, sfavillanti gli occhi, diritto il corpo come una spada. Era cappuccino; si chiamava padre Anselmo da Carsoli. Modesta figura di asceta, vestiva umilmente una tonaca spelacchiata, su cui non mancavano le toppe, larghe, lunghe, fatte più vistose dal colore più carico del panno, con le quali il vecchio abito si andava via via rinnovando a pezzi e bocconi. Camminando in istrada, così curvo delle spalle e sempre a capo basso, non guardava mai nè di qua nè di là, non vedeva nessuno, tranne i bambini, quando gliene passavano daccanto, dandogli una curiosa sbirciata di sotto in su. Ma anche senza vedere la gente, il cappuccino ne indovinava il saluto, e lo ricambiava con un gesto di benedizione, breve breve, come d’uomo che avesse fretta. Coi bambini, per altro, si fermava sempre un poco, due o tre minuti secondi, il tempo di aggiungere alla benedizione una carezza paterna, accompagnata da una crollatina di testa; come se in quel punto e a quella vista il pover uomo volesse cacciar dalla mente un doloroso ricordo.
Il giorno dopo la sua tornata in paese, Gisella aveva voluto andare al Castèu, per salutare Albertina. Accompagnata in quell’uffizio di cortesia dal generale, aveva incontrato sulla piazza il signor di Vaussana, che usciva allora allora dalla posta, con le sue lettere e i suoi giornali tra le mani. Era una piccola fortuna, di quelle che i piccoli paesi offrono più facilmente alle persone che si amano, e Maurizio l’aveva afferrata al volo, accompagnandosi ai signori Matignon: del resto, non si doveva egli far cammino insieme? Così, muovendo dalla piazza al Castèu, avevano veduto innanzi a loro il cappuccino, che, uscito allora dalla canonica, rasentava il muro per andare verso una viottola campestre, dietro la chiesa parrocchiale. Gisella riconobbe all’abito il predicatore, di cui quella stessa mattina le avevano già fatto un gran discorrere alla Balma tutte le sue persone di servizio. Andando ella innanzi ai due cavalieri, per la ristrettezza della strada, e passando lesta accanto al cappuccino, la bella signora non aveva creduto di potersi dispensare da un piccolo cenno di saluto, che andasse in pari tempo alla veste religiosa, all’età rispettabile e all’ingegno acclamato dell’uomo. Quell’altro aveva risposto con la sua benedizione frettolosa, chinando la testa anche più dell’usato; e pochi passi più in là, trovata la svolta del sentiero campestre, aveva scantonato prontamente, senza voltarsi neanche con la coda dell’occhio a guardare.
—Vedete che sudicioni!—disse il generale a Maurizio.—Neanche un paio di calze!
—È la regola, generale.
—Sarà; ma non è la decenza.
—Ettore!—mormorò la contessa, volgendo al marito un’occhiata di rimprovero.
—Ebbene, che cosa ho detto che non sia il vero?—replicò il generale.—Se non portano calze, non vadano almeno in ciabatte!
—Umiltà;—disse ancora timidamente Maurizio.
—Ah sì, parlatemi dell’umiltà dei frati!—gridò il conte Ettore.—Une bonne blague, celle-là!
Il cappuccino venne ancora in ballo, quando furono al Castèu, nel salotto della contessa Albertina. La signorina di Vaussana aveva già sentito due prediche, e n’era rimasta profondamente commossa. Era una donna intelligente, leggeva molto, pensava molto; il suo giudizio era dunque di gran peso. Il generale, del resto, essendo uomo di mondo, si arrese facilmente, e si tenne in corpo le celie che il tema gli chiamava alle labbra. Non fiatò neppure quando sua moglie dichiarò di voler seguire quel corso di prediche, contentandosi di promettere a sè stesso ch’egli non l’avrebbe imitata, e per quel primo giorno, in cui il capriccio religioso della sua metà lo coglieva fuori di casa, non sarebbe neanche rimasto sulla piazza della chiesa per aspettar le signore all’uscita.
Le signore, frattanto, seguitavano ad occuparsi del frate. Gisella raccontava di averlo veduto passare, mentre ella saliva verso il Castèu; ed Albertina soggiungeva qualche notizia intorno alle passeggiate di lui. Tutte le mattine, un’ora prima di salire al pulpito, se ne andava soletto per quel sentiero campestre dietro il coro della chiesa parrocchiale; s’inerpicava per la balza vicina, con la sveltezza di un giovinetto, e giunto lassù, dove il dorso granitico della montagna faceva un rialzo in forma di rozza colonna, si riposava una buona mezz’ora, contemplando, meditando, forse preparandosi nella preghiera alla predica della giornata.
—Vedetelo appunto lassù;—diceva Albertina, conducendo Gisella nel vano della finestra e indicando la montagna di contro.—Quel masso che sorge assottigliandosi come una cuspide di tempio gotico, si chiama la Pietra Aguzza. È là sotto, il padre Anselmo, seduto in contemplazione. Ecco, si muove; si è alzato; si dispone a scendere. Sarà ora anche per noi di andarcene in chiesa.—
Gisella sentì quel giorno il predicatore, e s’invogliò più che mai di ascoltarlo ancora. Erano veramente prediche maravigliose, quelle del padre Anselmo da Carsoli. Niente di politica spicciola, di quella che si vorrebbe gabellare per politica grande: niente pei diritti temporali del Papa, e niente contro la miscredenza del secolo: a farla breve, nessuno dei luoghi comuni, esercizi retorici e pistolotti della poco sacra eloquenza dei sacri oratori del giorno. Ragionava di Dio con una forma insolita, non strana, semplice, chiara, elevata, degna di lui, in quella misura che può esser degno di lui il povero linguaggio della creatura umana. Toccava spesso e volentieri della virtù che onora l’uomo accostandolo al cielo, ed aveva impeti di passione, accenti nuovi e profondi che penetravano al cuore. Parlava caldo, serrato, incalzante, a fiotti su fiotti, come il mare, quando cresce a tempesta; qualche volta avendone perfino impaccio alla lingua, che durava fatica a sprigionare la frase. Ma la frase, quando finalmente usciva formata, acquistava da quell’impedimento momentaneo una singolare efficacia, come acqua corrente che costretta in angusto passo gorgoglia, spumeggia, rimbalza, uscendo più limpida, più rumorosa, più viva. Si soffriva un istante con lui, sentendolo oppresso dalla irruenza del pensiero e della parola; ma quel soffrire volgeva tosto ad un senso di piacevole stupore, vedendogli prendere la rincorsa a quel modo. E pareva allora che per tenergli dietro dovesse mancare il tempo a pensare: ma si pensava pur sempre, anche senza averne coscienza, perchè tutte le sue parole, così rinvigorite dallo sforzo, restavano impresse, e tutti gli argomenti in quelle parole serrati andavano a fondo.
Oramai non si parlava più che di lui, a San Giorgio. Da quarant’anni, dicevano i vecchi, non si era sentito lassù un oratore di quella forza. Ed ancora, non potevano i vecchi ingannarsi, esagerando naturalmente i ricordi della loro gioventù? Evidentemente, un oratore di quella forza non doveva esserci stato mai, nè quaranta, nè cent’anni prima d’allora; altrimenti se ne sarebbe conservata un po’ meglio la fama, ne avrebbero parlato le istorie. E l’eco dell’entusiasmo di San Giorgio si ripercuoteva ogni giorno alla Balma, con gran noia del signor generale.
—E così,—diceva egli alla contessa, vedendola ritornare sul mezzogiorno a casa,—lo avete sentito, il grand’uomo?
—Ma sì,—rispondeva ella,—ed è veramente grande; lo riconoscono tutti, a San Giorgio, anche i liberi pensatori.
—Ah!—sclamò il generale, inarcando le ciglia.—Ci sono dunque dei liberi pensatori, a San Giorgio? E che pensano?
—Quel che vi ho detto, per lo meno;—disse Gisella.—Fin là ci saranno potuti arrivare.
—Mi fate venir voglia di sentirlo;—conchiuse egli, ghignando.
E saputo che alle prediche di padre Anselmo assisteva anche il medico condotto, che passava per una testa forte, per una specie di Cabanis ridotto alle proporzioni mandamentali, andò la mattina seguente anche lui a vedere l’ottava maraviglia. Non si avventurò nella grande navata, per altro; si fermò poco lontano da un uscio laterale, nascosto dietro un pilastro.
Padre Anselmo, quel giorno, aveva predicato sulla scienza, sulla vera scienza che eleva lo spirito fortificandolo, che conduce a Dio, come la fede, come la speranza, come la carità. Quella era forse la trattazione più moderna ch’egli avesse fatta fin allora a San Giorgio. Ordinariamente il frate parlava di virtù, di pietà, dei doveri del cristiano, della dolcezza che si prova nel seguire la legge. Quel giorno, elevato il tono, parve anche più forte del solito. Ma non così la pensava il suo novo ascoltatore, che torse le labbra, annoiato.—Se questo è il pezzo più forte,—pensava, egli nel ritornarsene alla Balma,—gran debolezza vuol essere il restante.—
La sera, in conversazione, si parlò del predicatore; e il signor di Vaussana domandò al generale che opinione se ne fosse formata.
—Non me ne parlate;—rispose egli, facendo una spallucciata delle solite.—È uno sciocco. Parole, parole, parole! E neanche armato come dovrebbe, per sostenere la sua tesi spallata! Non sa citare che autori di cinquant’anni fa. Lo avete sentito? Gli è parso di far molto, combattendo il Lamarck. Ben altri sono oggi gli atleti con cui dovrebbe provarsi. Vincere il Lamarck, bella forza! E poi, che vittoria è la sua? Nessuno gli risponde, ed egli resta padrone del campo. Sapete che cosa mi fa ricordare? Quel predicatore che argomentava contro il protestantesimo.—
Qui il signor generale ingrossava la voce, per rifare il discorso del personaggio aneddotico allora allora evocato:
—«Venite voi Lutero, voi Calvino e voi Melantone; venite davanti al mio tribunale di giustizia ad esporre le vostre perverse dottrine. E che?... non venite?... Dunque avete torto. Ed ecco o signori, vittoriosamente combattute le dottrine degli empi. Non osano presentarsi, arrossiscono, tremano, si nascondono. Ma contro il sole della verità non valgono ripari; quel sole li cerca, li scova, dovunque si nascondano, li abbaglia, li accieca».—
E rideva, il signor generale, rideva comodamente per tre. Gisella taceva; Maurizio si provò a dire qualche cosa.
—Certo, questa maniera di combattere la scienza moderna pare insufficiente anche a me. Ma il nostro cappuccino, ne converrete, è più forte di così. Infine, gli evoluzionisti moderni non hanno fatto che ripigliare l’ipotesi del Lamarck: combattendo lui, si combattono gli altri. E poi, lasciamo stare la tesi scientifica: bisogna sentire il quaresimalista ogni giorno. È spesso elevatissimo. Qualche volta mi pare che pigli ad imprestito dai grandi maestri: dal Bossuet, per esempio, e dal Massillon; ma bisogna riconoscere che ci mette anche del suo.
—Sarà il brutto, allora.
—Non sempre, generale, non sempre. Ci ha il tenero, di suo, ci ha il semplice, che va all’anima. Vi confesserò che non è un’aquila; l’aspetto sarebbe piuttosto d’un barbagianni;—soggiunse Maurizio, temperando la sua lode con una celia, che doveva rabbonirgli il suo interlocutore;—ma gli possiamo render giustizia dicendo che è un predicatore dei buoni; e se non giustifica l’entusiasmo dei miei concittadini, certamente lo spiega.
Questo giudizio mezzo e mezzo poteva contentare il generale; ma non era fatto per piacere a Gisella.
—Perchè lo trovi brutto? come fai a trovarlo brutto?—diss’ella a Maurizio, appena ebbe modo di restar sola un istante con lui.—Sai che in certi momenti è bello, anzi bellissimo? Sicuro, di una bellezza morale che gli si diffonde dall’anima;—soggiunse la cara donna, notando un senso di pena che contraeva in quel punto le labbra di Rizio.—Quando egli si scalda nel suo ragionamento, non hai osservato come gli scintillano gli occhi? come una vampata di sangue gli corre per le guance scarne, facendole parere di rosa? Si direbbe che in quel momento Dio scende in lui e lo trasfigura. E vuoi credere? Quando egli si commuove più fortemente, e la voce gli trema, e le lagrime gli brillano sulle palpebre, io mi volto verso l’altar maggiore e guardo il crocifisso, aspettandomi sempre di vedergli schiodare una mano e stendere il braccio per benedire quell’uomo, che lo esalta con tanto fervore, facendolo intender così bene alle turbe.
—Via! via!—disse Maurizio.
—E così, proprio così;—riprese Gisella.—E non mi hai detto tu un giorno che un brutto professore, quando parla bene, animandosi un poco, diventa bello per il suo uditorio?—
Maurizio incominciava a pensare di aver detto troppe cose. E scritte, poi! sopra tutto le scritte gli pesavano sull’anima.
—Un po’ di misura, bella mia, un po’ di misura!—le bisbigliò con accento di esortazione paterna, vedendola più che mai infervorata nella sua passione religiosa.
—Misura! misura!—replicava Gisella.—Si è tanto felici di credere! E si avrà dunque da credere per metà? Come potete voi raccomandare una cosa simile?—
Cinque o sei giorni dopo, il quaresimalista aveva fatto una predica sulle mogli; con una grazia, povero frate, con una delicatezza, che non si sarebbe potuta aspettare da lui. L’abito suo, veramente, lo doveva far credere più pratico d’altro santuario che non fosse quello, abbastanza turbato, della famiglia moderna. Enunciato il suo tema, aveva fatto un’esposizione sommaria del dovere, secondo la condizione sociale. Il dovere, questa obbedienza alla legge, si mostrava, così agevole nella semplicità della sua dipintura, che non s’intendeva più come mai si potesse venirci meno. Di quella obbligazione morale il predicatore aveva indicato l’adempimento nell’esercizio di tutte le virtù: e le virtù, così dure a praticarsi, apparivano belle e facili, perchè governate e promosse da un senso di rispetto a noi medesimi, che è rispetto alla creatura di Dio, a questo vas electionis della sua grazia. Vaso d’elezione non era stato solamente l’Apostolo. Quello era l’esempio, nella famiglia cristiana; ognuno poteva seguirlo, ognuno accostarvisi. Bella cosa esser puri davanti alla legge umana, non sospettabili nella presenza del mondo; bellissima esser puri davanti a noi medesimi, essendo la coscienza il buon giudice umano che precorre ed annunzia il gran giudice eterno. In quella guisa che al finire del giorno l’uomo è tanto più contento di sè quanto più sente di aver lavorato, così nella grande giornata dell’esistenza niente vale la contentezza interiore dell’avere operato il bene; e niente, dov’essa manchi, può tenerne le veci. Rispettarsi, sentirsi degno di questo rispetto, è benefizio singolare per tutti, singolarissimo per la donna, a cui spesso non basta il pentirsi, quando abbia fallito, perchè essa nella pubblica estimazione cade sempre più in basso dell’uomo. Triste cosa è questa, che i nostri costumi hanno portata, di non poter riacquistare la grazia degli uomini, avendo pur riacquistata la grazia di Dio; ma c’è compenso ancora, nella iniquità del giudizio, e un privilegio maraviglioso corrisponde al danno. L’uomo virtuoso, l’uomo che osserva la legge, si riconosce onesto; della donna virtuosa, insospettata e insospettabile, si dice comunemente: è una santa.
Qui con ardito trapasso veniva a dipingere le ansietà, i terrori, i rimorsi che accompagnano la colpa. Quante corde vibravano a quelli strappi di una mano maestra! No, la colpa, no, mai; è brutta, la colpa, è malsana; porta con sè, per primo guaio, il dover arrossire davanti al mondo, e peggio, davanti a sè medesimi. Per la donna colpevole, prostrata nella polvere di contro ai suoi lapidatori, Iddio ha detto: «chiunque di voi è senza peccato scagli la prima pietra». Quella pietra, gli uomini non possono scagliarla più; gli uomini non debbono punir quella donna, degni di punizione essi medesimi; gli uomini non debbono disprezzarla, di tante colpe macchiati, mentre uno spirito puro la compiange. Ma ella è pur sempre a terra, ed egli solo può rialzarla. Finchè egli non abbia detto: «va, non peccar più», non isperi di sollevare la fronte. Da lui rialzata, redenta da lui, si consoli: ma pensi che la turba, se non lapida più, giudica ancora; la turba è sempre là, astiosa ed arcigna, nel fondo della scena, e i farisei ne governano l’animo, i farisei, stirpe non morta ancora, che solo ha mutato di nome. E chieda a Dio di soffrire, di soffrir sempre, per espiare il suo fallo; ringrazî il cielo di una sofferenza, che quanto è più grande e più lunga, tanto più vale a deterger le colpe. Nè chieda di soffrir meno la donna che visse casta e virtuosa; pensi che la coscienza della propria impeccabilità può facilmente tramutarsi in orgoglio. Noi spesso non cerchiamo di vedere; ma Dio vede e sa quanto sia di peccato in noi, che per soverchio di sicurezza non facciamo buona guardia alle anime nostre. Certo, è soffrire orrendo, per una donna, e può parerle intollerabile, l’obbedienza di tutti i giorni, di tutte le ore; ma è prova solenne, argomento di purificazione continua, quel suo viver legata ad un uomo il più delle volte ruvido, vano, capriccioso, volgare, che non intende e non sa quanto ella valga, ma che qualche volta può essere mutato, migliorato, trasformato da lei. Che vittoria, allora, e come fa lieto il sofferto martirio! E poi, che è ciò che aspettiamo noi dal dovere compiuto? Se la vita è battaglia, sian terse le spade; nè vi paia fatica di farle brillare. Più splende quella che è più fine di tempra, e della fatica durata è gran conforto la gloria. Esser pure è già un premio; farvi belle dell’anima a Dio, è conveniente lusinga. Anche un poeta pagano lo ha detto: «piacciono i casti pensieri lassù; con casto animo vieni, con pure mani attingi alla fonte». Sentite la bellezza della virtù, che consola; e non orgoglio vi dia, ma nobile alterezza; e vi veneri il mondo, non potendovi mordere; e l’ossequio suo non sia minore di quello dei vostri figliuoli, a cui giovano le esortazioni, ma più ancora gli esempi.
Come aveva sofferto Maurizio, quel giorno! Gli pareva che ad ogni istante il frate dovesse uscire dalla tesi generale, figurare dei casi, proferire dei nomi; che ad ogni istante dovesse dare in qualche sfuriata, da offendere, da turbare, da commuovere troppo visibilmente qualche povera ascoltatrice. Ma no, niente; quel diavolo d’un sant’uomo non era mai stato tanto riguardoso come allora; non aveva neanche usata la volgarità di chiamar le cose coi loro brutti nomi, che è vizio dei quaresimalisti, anche valenti. La sua orazione era tutta misura e grazia, grazia e misura, e senza aver fatta la menoma concessione al gusto mondano. Anche l’argomento del rispetto di sè, che poteva essere derivato da un concetto pagano della virtù, come diventava cristiano nella necessità di fare della creatura un tempio, un altare, un vaso degno di Dio, e di educare non pure onestamente ma ancora candidamente la prole! «Non offendete colla impurità della lingua l’orecchio innocente del bambino; bella massima;—diceva il frate,—ma quasi inutile esortazione in una famiglia civile. Qual è infatti quella madre così sciocca o malvagia, che non abbia in mente e non osservi il precetto? Ma è necessario altresì che del fanciullo non si offenda la vista con la scena di un viver domestico poco lodevole, brutta scena che spesso è commedia corruttrice, e qualche volta si muta in orribil tragedia. E poi, che giova nascondere molto e con ogni cura al fanciullo, se egli, passando sua madre per via, vede a lei rivolto insieme col saluto il sogghigno, e dietro a lei ode gittata la parola di spregio? Ah, meglio allora, mille volte meglio non aver bambini! Ma pensate allora, pensate essere ancora una grazia la sterilità, per la misera donna che ha dimenticata la legge divina, la legge umana e sè stessa».
Neanche qui il frate foggiava casi particolari; non usciva neppur qui dalla tesi generale. Ma era pericolosa, la tesi; e Maurizio fremeva, pensando esser là tra gli ascoltanti qualche misera donna, la quale, ritornando a casa, non avrebbe trovato bambini ad attendere la sua carezza materna. Fremeva, mentre tutti gli ascoltanti pendevano dalle labbra del monaco, e gli pareva che ogni sguardo momentaneamente sviato di quella moltitudine attenta, girando per caso dalla parte sua, fosse diretto a lui, proprio a lui, come una interrogazione, come un rimprovero. Intollerabile supplizio! E non osò, per tutto il tempo che durò quella predica, volger neanche la faccia da un certo lato della chiesa. Poi, a mala pena ebbe fine il supplizio, scappò fuori senza guardarsi dattorno, tagliò la piazza per la linea più breve, andando verso il Castèu, senza aspettare la solita occasione di salutare Gisella, che usciva sempre in compagnia di Albertina.
Quella sera, non bene rinfrancato, ma desideroso di non far novità, si avviò alla Balma. Trovò il generale solo nel vestibolo, occupato a dare una scorsa ai giornali.
—Ma sapete,—gli gridò questi ex abrupto, levandosi gli occhiali e deponendo sulla tavola il foglio che aveva tra mani,—ma sapete che il vostro predicatore è un fiero campione!
—C’eravate?—disse Maurizio, rabbrividendo.
—No; per sentirlo m’è bastata una volta. Ma quasi quasi mi riconcilio con lui. Ha parlato del dovere in un modo che mi va. Queste vi parranno contradizioni;—soggiunse il generale, ridendo.—Ma anche senza andarsi ad affumicare là dentro, si può sapere che cosa c’è stato detto. Gisella mi ha recitata tutta la predica. A sentirla, si sarebbe creduto che la sapesse a memoria.—
Com’era andata? Al signor di Vaussana parve quella una follìa, una grande follìa. Ed era certamente tale, e la contessa, commettendola, aveva obbedito ad uno di quegli impulsi ciechi, contro i quali non è forza di volontà, nè lume di ragione che tenga. Scossa, turbata al pari di lui, se non forse di più, Gisella aveva ritrovato a mala pena quel tanto di forza che l’aiutasse a ritornare a casa, con aspetto di persona tranquilla. Per altro, a mezzo il viale dei tigli, aveva dovuto sedersi, non potendone più. Come le era venuto fatto di trascinarsi fin là? Il suo cuore batteva, batteva con una violenza da far temere che volesse ad ogni tratto spezzarsi; tanto che gliene veniva un senso di dolciume smaccato e nauseabondo alla gola. In uno sforzo supremo era riuscita a padroneggiarsi. Aveva pensato che fosse quella una crisi per l’anima sua; se felice poi o disgraziata, non voleva cercare. Dio lo vuole, aveva gridato a sè stessa, come i primi crociati di Cristo; e una gran forza era succeduta a quel momento d’angoscia indicibile. Alzatasi di scatto dal sedile di pietra, aveva fatto in pochi minuti il restante della salita, trovando sulla spianata del cancello il marito che passeggiava aspettandola; e davanti a lui aveva voluto fare la brava. Egli stesso la metteva al punto, chiedendogli col suo piglio beffardo quali altre scioccherie avesse spacciate quel giorno il grand’uomo. Scioccherie? C’era ben altro; un trattato di alta morale; ne giudicasse lui, che rideva. E lì, l’uno dopo l’altro, aveva snocciolati tutti gli argomenti, provando un gusto aspro, mettendo una cura ostinata, feroce, un vero accanimento, a tormentarsi l’anima riferendo tutto il discorso, perfino con le stesse parole del frate. Il generale aveva continuato a ridere per due o tre minuti; effetto di mare lungo, che non ha avuto ancor tempo di quetarsi; poi si era fatto serio, a grado a grado prestando maggiore attenzione; e si vedeva che gli argomenti gli andavano, e non meno le frasi ond’erano rivestiti, perchè li accompagnava con cenni del capo e con ringhî in cadenza. Egli doveva egualmente ammirare la relatrice, trovando ch’ella possedeva un bel tesoro di memoria, un tesoro del quale egli non si era mai avveduto. E neppure lei sapeva come ciò le accadesse. Le parole del frate le erano certamente caduta sul cervello, come gocce di piombo liquefatto, facendovi impronta e presa ad un tempo.
Ma quello sforzo l’aveva anche esaurita. A pranzo niente le andava; si era contentata di assaggiare; e finito il pranzo aveva trovato un pretesto per ritirarsi nelle sue camere, non aspettando Maurizio alla solita ora delle visite serali. Cosa da nulla, diceva il generale al signor di Vaussana, poi che questi ebbe domandato della contessa, e manifestato il suo vivo rammarico di saperla indisposta.