Ognun lo sa e ben ci conoscete
perchè l’allegria con noi portiam.
Un cuore ardente e gioventù abbiam,
un cuore ardente e gioventù,
se pur con le stampelle camminiam.
Chi siete?... Siamo la ganga
perchè amiam le bimbe, il vin
spumante e di Rapallo il mar!

I mutilati cantavano. Frusciaaare schiumaaare tubaaare delle onde colombe sulle tombe rapite ai cimiteri e rimorchiate dai profumi del mare.

Tre mutilati danzavano, cercando di aggraziare i gesti nascondendo fra i capelli delle dame i visi spaccati o cotti dalle esplosioni. Due altri, in uniforme elegante e accurata, mutilati d’una gamba all’inguine si rizzavano e sulle stampelle tentavano di cadenzare uno strano ritmo di nave rullante. Un alpino mi domanda scusa di passarci davanti danzando, poichè ogni volta la sua manica vuota sfiora il viso della signora seduta accanto a me. Questa è una signora milanese: grandi occhi chiari di bambina e bocca carnosa sempre ridente sotto pesanti capelli biondi che le imperlano la fronte di sudore. E’ buona, intelligente, piena d’imprecise indulgenze e facilità nei suoi flirt svariati. L’amai con passione 5 anni fa; poi la vita ci separò. Siamo molto amici. Le parlo da cuore a cuore e lei mi risponde con assoluta sincerità.

—Io adoro la danza, ma non ho mai avuto tanto piacere come nel danzare con quel tenente bersagliere dalla mascella d’argento. Io non mi capisco troppo: sono una civetta, forse qualcosa di peggio... ma tu mi capisci... Era così felice di stringermi fra le braccia. Siamo stati anche giù nel buio sulla riva. Ha tentato di baciarmi il seno, ho lasciato fare... Quando si è così poco vestite come siamo noi, signore, oggi, è molto facile cadere... Deve essere tanto infelice poveretto!...

... Da quando la guerra era scoppiata
Rapallo in silenzio qui dormiva,
ma tosto che la ganga è arrivata
il silenzio e la quiete qui spariva.
Chi siete?... Siamo la ganga
perchè amiamo i fiori, il cielo
azzurro e di Rapallo il mar.

Sono diventato l’amico d’un capitano alpino mutilato della gamba e coscia destra chiacchierone e gioviale. Questa sera certamente ha dimenticato ciò che ha perduto.

Gli dico che la mia bionda amica ha un capriccio per lui ed egli tendendomi il viso molto vicino mi sussurra con gioia visibile:

—Me ne sono accorto... Mentre eravamo giù insieme vicino all’acqua seduti ho preso la sua mano e l’ho portata sulla mia coscia metallica. Veramente ho notato un piccolo movimento come di scottatura che la sua bella mano ha avuto nel toccarla. Questo m’è capitato altre volte. Inconvenienti del nostro mestiere. Ah! Ah!... Io rimedio subito portando la mano della donna un po’ più su.

E rideva, rideva, con gioia infantile senza rancore per la guerra poichè gli aveva concesso questa notte di delizie. Poi riprese a cantare:

—Forza, orchestra!...

Quando noi passiamo ci guardate
e dite che siam pazzi tutti noi
ma le pazzie nostre perdonate,
perchè siam pazzi sì, ma un poco eroi.
Chi siete?... Siam gli sciancati
Chi siete?... Siam gli avariati,
perchè abbiam fatto l’Italia,
col sangue nostro e la gioventù.

La mia amica mi prende il braccio e mi sussurra:

—Vieni, andiamo giù.

—Farai soffrire il povero tenente.

—Non preoccuparti; tornerò da lui dopo. Ora voglio stare con te. Tu non sei un mutilato, ma mi fa un po’ paura vederti partire per il fronte. Non c’è più nulla fra di noi, ma io ti voglio sempre bene lo sai. E questa sera ho un desiderio pazzo, pazzo, pazzo che questa benedetta guerra finisca. Hai visto quei poveretti come sono conciati... Tu sai che sono una buona patriota, ma non capisco, non riesco ad ammettere, malgrado tutti i miei sforzi, la necessità di questa eterna, brutale carneficina.

Io chiusi la bocca della mia amica con un lungo bacio. Tanto più utile che prevedevo il lungo suo discorso contro la guerra e preferivo ascoltare quello più eloquente e più patetico che la luna prodigava ai suoi equipaggi lussuosi d’argento vivo remanti nei gorghi di perle:

—Abbandonati, anima,—cantava la Luna—sciogliti, dimentica, acquètati. Ho dei rosolii che dissolvono ogni collera, ogni ferocia; ho dei balsami che addormentano i rancori. Tutte le volte che ho voluto fermare la guerra m’è bastato colmare le trincee col latte benefico della mia luce e subito le sentinelle in vedetta hanno reclinato il capo invaso dal sonno e dal pessimismo tenerissimo, dimenticando le pattuglie nemiche in agguato. Le mitragliatrici avversarie non hanno avuto più per loro altro interesse che quello di un notturno apparecchio telegrafico o di cani abbaianti. Sono la dispensatrice del nichilismo perfetto, del dissolvimento totale e di tutti i soavi abbandoni alla deriva d’una qualche corrente molle di baci, alcool, pigrizie, o sogni. Io sola vincerò la guerra la notte in cui spegnerò con carezze troppo lente il sangue solare dell’uomo, costringendolo a disprezzare l’ultima attività aggressiva del coito per negare e sognare unicamente.

—Hai sentito, cara Amica, le argomentazioni della luna in favore della pace universale, eterna? Sono subordinate come le tue argomentazioni alla distruzione della vita. Alle origini lontane dell’umanità noi vediamo popoli accaniti offrire agli Dei cadaveri sanguinanti. Poi un Dio ebraico affamato anch’esso di carne umana. La terra nel suo viluppo d’atmosfere contiene delle forze dominatrici, intricatissime e difficilmente decifrabili che noi definiamo con parole inefficaci quali: primavera, gioventù, eroismo, volontà ascensionale delle razze, rivoluzione, curiosità scientifica, slancio del progresso, civiltà, record. Tutte queste Forze indubbiamente telluriche adorano il sangue umano, cioè la lotta, il bisogno di distruggersi vicendevolmente simboleggiato dalle onde schiumose del mare. Queste Forze dominano la maggioranza più viva dell’immenso formicaio umano. Maggioranza d’istinti selvaggi e implacabili, tutti più o meno sanguinarii.

La minoranza meno viva o stanca o vecchia o ferita ha creato le idee pure, i sentimenti puri, le vaste bontà, la soavissima pace, l’amore umano, ed altre astrazioni di dolcezza serena che varcando le montagne aspre dei desideri e le irte foreste delle ambizioni, dovrebbero finalmente pacificare tutte le razze imponendo loro un ritmo morbido come quello di questo golfo innamorato e fedele alla luna. La parte turbolenta e istintiva del formicaio umano è spesso affranta e disillusa del suo andare crudele e sanguinante. Si ferma ed ammira inebriata le soavi pigrizie affettuose che la minoranza saggia ha lanciato in cielo e che ormai navigano anch’esse imperiture sulla curva della Terra. Ma la sosta è breve, le Forze di voluttà aggressiva e di primavera crudele, incalzano di nuovo la maggioranza giovane e virile. Più furibondo che mai il ritmo di distruzione e di morte ricomincia, e se le contese piccole, minute non bastano, si afferrano a volo le vaste astrazioni di bontà e di pace per farne delle bandiere al nuovo massacro. Si scagliano le folle in guerra, massacrando gli uomini, per massacrare la guerra! Altri si slanciano su aeroplani a lungo perfezionati perchè possano varcare tutte le atmosfere e gareggiare con le stelle. Immagina, amica mia, qui in questo golfo quattro o cinque aviatori già pronti sui loro apparecchi dalle eliche rombanti per la grande gara. Immagina il loro dialogo.

—Dobbiamo, dice l’uno, assolutamente a costo della vita salire a 20 km. di altezza, vincere o morire, amici!

Poi a mezza voce al meccanico fedele:

—Hai bucato il serbatoio dell’altro aeroplano?

—Sì, risponde il meccanico con occhiata radiosa. Fra un’ora il vostro concorrente precipiterà in mare.

—Grazie, son sicuro di vincere, gli altri non mi fanno paura.

E così gli aeroplani della grande gara ultra-terrestre si slanciano nel cielo ove ecco appare il Rabbi di Galilea col viso più tragicamente pallido di quello crocifisso sul Golgota. Gli occhi al cielo disperatamente guardano con bontà infinita e tremendo dolore il Padre dei padri, riassunto di forze cosmiche che ha l’implacabile e muto X rosso sul viso di tenebra azzurrina. Il Rabbi piange e dice:

—Padre, tu mi hai trasmesso il germe della divina bontà e dell’assoluto perdono e quello più prezioso ancora dello sconfinato amore, ma essi vogliono soltanto uccidersi o lacerarsi a lungo per meglio assaporare il sangue. E in nome della bontà ritornano al massacro—e non si riposano. La loro forza dà la morte. Il loro amore è sanguinante. Il bimbo nascituro insanguina la madre per scagliarsi verso la vita. La sua vergine sorella sarà domani insanguinata dal maschio che la primavera frusta con le sue belle flessuose verghe di profumi. Padre tu hai creato l’amore: e per l’amore si fanno guerra. Hai dato a loro il sogno della bontà, ma questa scoppia con straripamenti di lave guerriere come un vulcano. Se vuoi che l’amore eterno, puro, e la bontà serena e la pace di cuori intrecciati regnino finalmente, spacca, spacca la terra, distruggila senza pietà!

E il Rabbi alto nel cielo piange, mostrando con le due mani aperte come fiammeggiano le ferite degli uomini. Ma la luna grida al Rabbi con un lungo stridente gocciolìo di cristalli:

—No! no! Non spaccare la terra! E’ mia! la cullerò, l’assopirò, la svenerò deliziosamente. Sarà pallida come me, finalmente pacificata in una vasta, continua voluttà carnale!

Giù intanto sulla riva gli equipaggi della Luna si imbarcavano. I remi riprendevano il loro grave sonnolento fruscia-a-are, fruscia-a-a-are fruscia-a-a-a-are schiumare tubare nelle onde colombe sulle tombe rapite ai cimiteri e rimorchiate dai profumi del mare.

Sparvero ad uno ad uno ritirando su, su fino al cassero della Luna tutte le scie d’argento, i canotti bianchi, e le vaste reti di profumi pieni di pesci d’oro guizzanti.

La mia amica languiva al mio braccio, io avevo sonno; ma i mutilati riaccendevano con le stampelle alzate l’orchestrina di nervi e fibre che sull’alta terrazza miagolava, strillava, singhiozzava come mille gatti in groviglio d’amore.

Il tenente bersagliere correva dimenandosi e cantando:

—Un valzer pazzo, il più pazzo dei valzer, vogliamo! E’ troppo lento, questo! Sfondiamo il pianoforte!

Con un pugno rovesciò a terra il pianista e si mise a tempestare la tastiera con le mani e coi piedi. Sradicò con un calcio il pedale e si sforzava di scandire un valzer terrificante colpendo, di tanto in tanto i bemolli col suo mento d’argento. Gli ultimi saluti della Luna, ironici, mettevano fra lui e la tastiera una risata candida di fiume africano che cento elefanti bevessero con proboscidi d’argento russanti come canne d’organo.

—Bisogna che la Primavera scoppi nel pianoforte. Mi sento nel sangue, e anche voi, cari mutilati, vi sentite nel sangue una Primavera diabolica, mille primavere equatoriali. L’Africa mi divampa nelle gote e arroventa il mio mento! Se non fosse d’argento sarebbe già liquefatto!

I mutilati intorno danzavano tutti, tutti, alcuni sulle mani e sui piedi come orsi, altri sulle stampelle, altri in bilico su un piede. Altri si rincorrevano come belve nei cespugli.

Fuori sulla terrazza, uno più ebbro degli altri, sull’altalena, abbracciato con una donna seminuda volava volava inargentandosi in alto di luna tra i fogliami. Certo un soprannaturale sciampagna li esaltava. Anche le donne erano impazzite. Una vergine bellissima si spalancò così a pochi metri di distanza, fra due rosai, al desiderio feroce d’un alpino, che, mutilato delle due braccia, realmente le mangiava di baci il viso, imprimendole il suo amore fra le poppe coi colpi reiterati del suo petto.

Un’ora dopo sulla soglia del Casino paradisiaco io gridavo ai miei amici:

—Male molto male! Siamo realmente avvelenati, avvelenati di chiaro di luna. Occorre immediatamente una sana furente bevanda di Velocità. Cento strade succhiate! Andiamo a Chiavari a tutta, tutta, tutta velocità. Sarà meglio di una corsa, un tuffo.

—Ah! ah! gridano tutti, ci sono però i passaggi a livello, carri, carrette, cani e marmocchi.

—Macchè! Tutto dorme ancora, scavalcheremo ogni ostacolo, saremo una ventata di ferro, proiettili, folgori, non lasceremo respirare il pericolo, strozzeremo la morte nel suo letto e capriolandole sopra le pizzicheremo i piedi senza morire!

Tutti in macchina. La mia 74 in testa. Padroneggio elasticamente il volante. La mia 74 ne gode. Corre, corre con lunghi brividi. Ronza il carburatore felice. Le candele sono eccezionalmente pulite. Ritmo perfetto. Martelli deliranti di precisione gioiosa. Sento nel cambio di velocità gli ingranaggi amoreggiare come labbra. Unirsi. Volere. Scorrere. Scattare. Forza vellutata. Velluto in delirio. Dolce aggressività delle ruote. Pneumatici danzanti aerei. Gas addomesticati disciplinatissimi, pronti a tutto, perchè si corra, corra, corra, corra un correre di corrente modulatissima oliata ebra di correre, quasi liquida e pur metallica, leggera e non di meno prensile. Docile alla strada ma come un maschio che imponendo sembra subire il ritmo della femmina beata. E’ beata di ricevermi la strada che si sbianca nei brividi delle prime luci spasimi sotto le ombre massicce delle montagne lungo l’ampio sussurrare del mare pieno di giochi di gatti bianchi che miagolando rincorrono a zampate, spruzzi di baffi rimbalzanti nel refe argenteo rapito alle vele della Luna. Correre, correre tuffandosi nella vegetazione nerissima.

Trapaniamo forse la midolla nera della notte?

Balza fuori la mia macchina. Oliatissima morbida mia carezza nel grembo di questa valle. La luce cresce come se colasse fuori dal mio motore cuore arroventato.

Ecco un altro tuffo nella penultima galleria... Interminabile... Mi pare di essere nel collo ebro, premuto, scoppiante di una smisurata bottiglia d’alcool. Il mio motore tira bene, bene. Esce, esce, escirà, deve escire! Sto sturando la bottiglia della valle lunga e nera con la pressione dei miei pneumatici-pollici che non cedono. Il cavaturaccioli è fortissimo! Forza! forza! Viene. Forza! Ecco!

Scatta in alto, il tappo rosso, Sole! Tutta la campagna colli, valli, mare spumeggia di luce bionda. Corriamo, scorriamo schiumeggiamo anche noi inaffiatissimi di rosso oro vaporante nel buon odore del caucciù che sa di pane caldo. Divino spettacolo allietatore. Il sole che fu un istante il tappo allegro ora diventa l’enorme faccia tonda e gonfia del bevitore. Faccia calda di metallo in fusione con sale, iodio, bromo, congestionata e gioviale.

Il Sole ha un nuvolone nero fumante fra i denti e lascia cadere giù il mare come una colata verde schiumeggiante di bava. Forte riflusso delle sue risate fragorose fra i pomodori degli orti e nel sangue dei nostri cuori che vincono definitivamente in salute i pomi d’oro delle Esperidi idiotissime sconfitte.

IX.

IL DEPOSITO FA SCHIFO

Genova è in festa per l’American-day. Suono di trombe, folla, folla, folla. Balconi riboccanti, vasta primavera dilagante di toilettes femminili, scugnizzaglia sospesa sui capitelli.

S’avanzano gli inglesi. Elegantissimi. In testa un giovane tenente dandy con lo stick sotto il braccio. Furoreggia la banda Americana. Come un bambino gioca il capobanda issando in alto il lungo bastone d’argento. Più volte lo fa piroettare e intorno a sè lo mulina come per vestirsi di veloci ruote d’argento. Poi lo punta davanti imitando lo stantuffo. Il sole d’Italia squilla, scatta, rimbalza sulle trombe d’alluminio, si affanna a lucidare e abbellire quel popolo venuto attraverso l’oceano dal lontano pacifismo per fare anch’egli la guerra in nome della libertà minacciata. Il sole polemizza coi pacifisti anch’egli verniciando di giustizia vendicativa la primavera sanguigna dei Cow-boys.

Passano fra le due ali di popolo pigiato, variopinto che schizza bambini tra le maglie dei carabinieri. La strada è vuota.

Sono le Forze invisibili che la mantengono così vuota sotto la pioggia di fiori, fiori e cuori che cadono dai balconi.

Le Forze impongono a tutti un’incosciente ammirazione per le virtù guerriere e per l’eroismo prossimo-sicuro di questi nuovi soldati aggiunti a tanti altri impiegati laggiù al nuovo mestiere indispensabile di cannoneggiare.

Gli americani hanno l’aria di soldati improvvisati. Passo elastico dei pelli rosse. Questi lottarono nel Far-West per la loro libera razza perseguitata. Quelli imitano in Europa la spavalda e scattante agilità cauta, vellutata dei pellirosse fra le liane e nelle alte erbe.

Seguiamo la sfilata degli americani ordinatissimi, visi radiosi. Zampilla dai loro passi un ritmo di Cake-walk. Poichè sono sensibilissimo e il mio cuore subisce i pizzicati della mia immaginazione visionaria, io vedo in sogno le grandi masse americane rimescolate da sentimenti europei nei vasi capaci delle ampie città lontane. Vedo le masse americane canalizzarsi verso i porti, riempire gli enormi trasporti e in questo Waterland che contiene 12.000 soldati, traversare le lunghe monotonie astratte meditanti dell’Atlantico, poi colare come un fiume nelle città italiane e su, su ramificarsi nei budelli delle trincee sotto crollanti soffitti di ferro nella battaglia delle nazioni.

Ho un singhiozzo alla gola nel partecipare lucido e cosciente col mio corpo di soldato e il mio cervello faro onnipresente a questa fusione storica nel crogiuolo europeo.

Nella arena vasta si svolgerà una finta battaglia. Al centro un cinematografista è seduto comodamente come un pascià vicino al suo apparecchio mentre tutti sono in piedi militarmente. Simbolo del falso genio-letterato tipo Romain-Rolland che guarda, controlla e merita una bomba d’areoplano. Un fotografo punta la sua macchina sotto la seta nera lucida come una groppa. Sembra un toro, corna puntate e zampe posteriori aperte. O semplicemente un dannoso o inutile critico di strategia militare.

Una compagnia di allievi caporali italiani entra nell’arena. Allineamento perfetto. Geometria di linee. Tutti i torsi all’indietro come per tirare una fune. Tutti i torsi in avanti come per slanciarsi. Si vede il bianco dei polsini muoversi insieme, a distanza uguali, le braccia remare nell’aria con parallelismo stupendo.

Dieee-tro-front! fulminei, senza oscillazione, torniti. Ripiegamenti sui tacchi a gradi, a gradi, che sembrano arpeggiati e modulati come una risacca dolce sulla ghiaia. Flessuosità del movimento che dà a tutta la compagnia una snellezza precisa di onda.

Zazà, eroica e molto umana, abbaia d’entusiasmo per dimostrare che tutti gli esseri vivi amano i ritmi marziali.

Una risacca d’applausi annuncia gli Americani. Entrano e si dispongono su tutto il diametro dell’arena. Si tolgono la giubba e incominciano una meravigliosa ginnastica con ondulazione di alte erbe sotto il vento e relativi morbidissimi solchi scavati che gradualmente si chiudono.

L’entusiasmo è ancora ufficioso. Il sole esige uno spettacolo di lotta ed ecco pesanti e colossali i nostri artiglieri di montagna al tiro della fune cogli Americani. Primo strappo d’assaggio. Secondo più deciso. Al terzo gli artiglieri d’un colpo sradicano gli americani radicati patriotticamente nel terreno.

Il prorompente grido di Viva l’Italia fa impazzire Zazà che abbaia alla feritoia della mia 74. La finta battaglia incomincia con cannoni da montagna, muli e compagnie di mitragliatrici ci chiudono la strada. Ma la squadriglia passa trionfante senza far male a nessuno sotto i grandi fragori, fragori, rrrombi, rrrombi, rrrombi delle finte cannonate dei forti genovesi.

In alto, il Sole, gattaccio d’angora dal pelo d’oro, si lecca i baffi d’oro pregustando l’immancabile massacro di gran parte di quei giovani muscolosi e sani che sanno ormai anch’essi verniciare i propri istinti sanguinarii con nuovi ideali.


Il 24 luglio la folla genovese si accalca sul piazzale di S. Benigno intorno alla nostra 8ª squadriglia di automitragliatrici blindate. Tutte infiorate. Ogni comandante di squadriglia è ritto in piedi a 3 metri di distanza dalla sua macchina. Sono stato incaricato dal colonnello di ringraziare con un discorso le signore genovesi che hanno organizzato la festa d’addio colmando di doni soldati e ufficiali partenti per il fronte. Meriggio infuocatissimo. Il porto di Genova è irto di raggi rimbalzanti poichè il sole infierisce sulle masse di carbone, pugnali brillanti.

I ventagli blu dell’alto mare non rinfrescano i nostri visi di bragia. L’esposizione di quadri e complessi plastici futuristi è stata accatastata alla rinfusa nel porto, col groviglio delle sue fasce coloratissime.

Flavia Steno parla in nome delle signore genovesi con sobria eloquenza, ma indugia troppo a descrivere le sofferenze eroiche e gli orrori della guerra che i miei soldati sono contenti di affrontare.

Il sole di lava comunica per invisibili tubature col mio cuore, vasi comunicanti. Il mio entusiasmo sale per raggiungere il livello dell’entusiasmo solare ed insieme porta su la sintesi luminosa dei problemi da risolvere.

Poichè le donne patriottiche d’Italia hanno il difetto di piagnucolare troppo, poichè le altre meno patriottiche si lamentano dei disagi imposti dalla guerra voglio parlare senza diplomazie alle donne Italiane, dimostrando che l’ambiente delle caserme e dei depositi è talmente asfissiante di cretinismo e vigliaccheria da mutare la trincea in paradiso.

Parlo con tono rovente nel silenzio radioso mentre le campane antiche sgonnellano su e giù come donne ubriache sull’altalena.

—Donne d’Italia, voi che sentite fervere nel sangue l’odio per il nemico ereditario da scopar via ad ogni costo, non compiangeteci. Noi, nuovi Italiani, ben più alti sereni eroici dei nostri avi, siamo allenatissimi alle sofferenze eroiche della guerra!... Dopo 20 giorni di vita rattrappita, grigia, strangolata e un po’ pidocchiosa di caserma siamo felici di partire. Compiangiamo gli imboscati che amano il Deposito, poichè noi, nuovi Italiani, dopo 3 anni e mezzo di guerra siamo senza stanchezza e pieni di ottimismo fisiologico e morale. Il Deposito sappiatelo, il Deposito ci fa schifo schifo, schifo!

Rumori, brusio, grande emozione nel gruppo degli ufficiali superiori.

—E voi donne, così dette Italiane, che piagnucolate sulla mancanza dello zucchero, non vi siete mai domandato nella vostra sconfinata cretineria se avete nella zucca il sale sufficiente per vivere? Ricordatevi che noi continuiamo e vinceremo questa guerra difendendo e salvando così non soltanto la libertà di pensiero e lo spirito del mondo, ma anche ogni elasticità e lo chic, al quale tenete tanto, dei vostri vestiti e delle vostre case contro il peso professorale, la goffaggine, la balordaggine grottesca dei tedeschi!... Ma indovino in voi più ghiottoneria che amore d’eleganza, tanto più che scocca l’ora di colazione. Per ringraziarvi dei vostri fiori, o pseudo-italiane, vi porteremo tornando dopo la vittoria qualcosa che farà tacere finalmente i vostri pianti sulla mancanza di burro... Vi porteremo del buon grasso di cadavere austriaco, per le vostre tartine!... Arrivederci.

Evidentemente un alto e glorioso destino era riservato alla nostra ottava squadriglia. Dopo la grande vittoria del Piave 15 giugno il Comando Supremo preparò con perizia e con metodo l’offensiva generale predisponendo particolarmente le truppe celeri che dovevano fulmineamente lanciarsi nella prima ferita grave del fronte nemico. Le blindate costituivano coi bersaglieri ciclisti e la cavalleria queste truppe celeri, ma le tradizioni militari davano d’altra parte una importanza enorme alla cavalleria e una importanza minima e discutibile alle blindate. Nei circoli militari si negava la resistenza della blindatura non soltanto alle scheggie di granata, ma anche al fuoco delle mitragliatrici. Una volta colpiti i pneumatici cosa poteva fare una autoblindata? Come utilizzarne la velocità in caso di strade rotte e di guadi?

Tutte queste obbiezioni pesavano su noi, mentre le Forze predisponevano tutto in favore della nostra tipica e personale vittoria veloce. Infatti il 25 luglio giunge l’ordine di caricare su un treno tutta l’8.ª squadriglia. Risparmiamo così ogni sciupio alle nostre macchine che simili alle celeri Fiat dei grandi circuiti devono giungere vicino al campo di battaglia in assoluta efficenza. Portata a destinazione la 8ª squadriglia sarà immediatamente sottoposta a una prova di allenamento in una serie di brevi manovre con cavallerie e bersaglieri ciclisti.

Il 26 luglio io monto col capitano Raby e coi tenenti Bosca, Paccagnella, sulla mia auto-blindata 74 caricata su vagone aperto nella stazione di S. Albania nel porto di Genova. Tutte le auto-blindate caricate sono infioratissime. Folle di donne bambine alle balaustre del passeggiatoio. Piovono fiori. Sventolio di bandiere. Squilli di trombe. Ma non è la solita partenza per il fronte. Ci sentiamo veramente l’anima di meccanici e volantisti intorno ai motori terrestri o aerei destinati a vincere un record pericoloso, decisivo. Quando però la locomotiva fischia e il lungo treno sovraccarico di macchine da guerra irte di mitragliatrici si mette in moto l’infantile, chiassosa, patetica sensibilità popolare della partenza per il fronte accende fulmineamente tutti. In equilibrio fra i 2 taglia-fili della mia 74 io divento in tutto simile ai miei soldati e lancio a gara manate di cuore alle ragazze che sbocciano fitte ai balconi.

Prima fermata lunga a Sampierdarena, sull’alto viadotto ferroviario fra gli applausi delle finestre affollate e dei panni colorati sospesi alle corde. Tocco quasi con la punta delle dita la punta delle dita appassionate di due sorelline che mi mandano baci con nome e indirizzo. Sono brune. Capelli pesanti come i giardini liguri. Occhi che riassumono i languidi spasimi del Mediterraneo notturno. Labbra ardenti come le montagne di Sicilia coronate di boschi incendiati nei tramonti d’agosto. Denti bianchissimi e precisi come le casette strette tutte in fila bianca in fondo alle rade italiane quando si giunge sopra una nave veloce all’alba. Le due sorelle si chiamano Augusta e Vittoria. Mando loro i miei baci, ma vorrei berle poichè le sento fresche, colorate, ardenti e salate come due sorsi del mio Mediterraneo.

La mia anima futurista attraverso mille balzi elastici ha raggiunto la sua più divertente e sana trasfigurazione. E’ diventata l’anima d’una recluta di 20 anni.

X.

VITA DA COW-BOYS

—Per Iddio! Aspettare ecco la vera angoscia di questa guerra! Aspettare gli ordini, aspettare le manovre, aspettare l’offensiva. Ora siamo a riposo in una brutta fattoria perduta nell’immensa pianura paludosa... Per quanto tempo? Aspettare non vuol dire riposarsi. Se fossi a Milano o a Roma farei almeno dell’utile propaganda. Qui non si fa nulla. Per fortuna il nostro cuoco è veramente meraviglioso!

Parlo ai miei compagni dell’8ª squadriglia, tra monumentali paste asciutte sanguigne sotto la lampada fumosa assalita da tutte le farfalle di una afosa sera di agosto.

—Io, dice il tenente Volpe, rimpiango la mia caccia e la mia pesca.

Volpe è un ligure magro, asciutto, quarantenne, agente di cambio e viveur, furbissimo, pratico. Ma si sente che al denaro e alle donne preferisce in realtà il piacere originario della sua razza.

—L’ultima mia pesca, che bellezza! Con tre amici in un guscio bene equilibrato. Al largo di Genova calma perfetta... Una luna enorme che sembrava una torta... Otto rematori con dei remi lunghi, lunghi. Acciughe, acciughe, acciughe; a manate, a palate. Tonnellate di acciughe. La barca era tutta piena di argento. Otto tonnellate, 9 mila lire! Affondavamo quasi sotto il peso. Il bordo sorpassava l’acqua di 10 centimetri. Attenti! non imbarchiamo acqua per carità!... Ma a me piace anche la caccia. Andavo ogni anno sul valico del Turchino. Uccelli d’ogni specie. All’alba si vedevano venir su col vento di tramontana... Sono lenti, sembrano tirare il carretto per superare il valico.—Passano a un metro dalla testa.—Non bisogna tirare quando vengono su. E’ questione di calma: tu li lasci passare, poi ti volti e pam, pam, una botta nel culo. Te li vedi venir giù, a due a due. Se tiri prima che siano passati, quelli che seguono scappano via.

Il tenente Sacco ragazzone forte pieno di orgoglio infantile, figlio di papà. Viene dal corpo degli automobilisti. Vuol passare per un conoscitore di donne. Fiero di aver goduto qualche libertà e qualche cocotte. Attacca ironicamente il tenente Lattes israelita pallido, occhiali, poca salute, intelligente tipo di lavoratore, sensualissimo, goloso, furbo, mellifluo, un po’ strisciante.

—L’amico Lattes, dice Sacco, rimpiange il suo imboscamento di un anno al comando supremo.

—Taci! tu hai fatto la guerra molto meno di me. Ti dai delle arie da viveur per due o tre prostitute dei Portici Po...

—Io non sono stato giolittiano e neutralista come te, e leccapiedi di tutti i professori germanofili. Dove eri nelle giornate di maggio?

—E tu, dove eri?

—Io, risponde Sacco, era ancora un ragazzo, ma almeno mi divertivo con fior di mezzi.

Risata generale. L’espressione fior di mezzi suscita una ilarità irrefrenabile. Il tenente Paccagnella, effettivo, bel ragazzo snello, elegante, viene dal corpo dei mitraglieri, già ferito due volte. Un po’ effeminato nelle mosse. Interrompe annunciando che fra due giorni cominceranno le manovre con la 1ª divisione di cavalleria e i bersaglieri ciclisti per prepararsi alla grande offensiva prossima.

Il capitano Raby a capo-tavola ride ironicamente. Ventisei anni, grassoccio, tende alla pinguedine. Mangia poco ma ne soffre perchè ghiotto. Faccia quadrata, grassa, piccoli occhi; tipo di turco.

Se avesse il fez! Pigro, molle, dorme molto, intelligentissimo, però. Nasconde evidentemente delle riserve di energia preziosa. Ha inventato un motore a scoppio senza cambio molto semplificato. Grande memoria, sa quasi tutto. Crede fermamente nella teosofia, vuole spiegare tutto colla gradazione teosofica delle vite. Ufficiale effettivo di cavalleria. Dice:

—Io non credo assolutamente nella cavalleria come truppa celere, utile. Non credo nelle tanks data la canalizzazione del Veneto. Ho comandato per due anni le autoblindate, a Gorizia e durante la ritirata, e ci credo. Se potremo slanciarci avanti coi bersaglieri ciclisti faremo cose grandi. Tutto al più qualche plotone di cavalleria per collegamento fuori dalle strade. Possono evitare gli accerchiamenti.

Il piccolo Bosca entra nella sala brandendo una bottiglia di moscato.

—Altro che cavalleria! ci vogliono donne, donne per prepararci!

E’ dimagratissimo dagli innumerevoli infortunii sul lavoro erotico. Corpo esile fragilissimo, ma grande forza nervosa e volontà. Intelligente, pratico, attivo, coraggioso e assetato di cocotte.

Il capitano annuncia:

—Domani andremo alla messa di Bevadoro per valutare il bel sesso dei dintorni.

Sigarette e sigari in bocca usciamo tutti nella calda notte d’estate che si sprofonda incalcolabilmente su l’incalcolabilmente vasta pianura.
cra cra cra cra cra cra cra cra cra cra cra cra

Polifonia oceanica di rumori, scatti, tonfi. Rane. Rospi. Officina filanda di scricchioliii organizzati cra cra cra cra cra cra cra cra cra cra cra cra.

Tutti i rospi della terra lavorano al tornio 3 miliardi di granate nere per bombardare di nero tradimento-terrore-ironia la troppo bianca lirica spasimante luna fiduciosa che nasce a sinistra. Dietro di noi la fattoria massa nera calda fende col suo tetto-prua il dilagaaante fresco oceano lunare di rumori odori argentei fieri acri.

Sssssssssssssssssiiiiilenzio lunare.

La luna soffia a gote bianche piene nel suo megafono di raso bianco per imporre il ssssssssiiilenzio. Taaaaaci! Vieeeeeni! La notte è attentissima a tutti i rumori. Alziamo la testa e incensiamo colle nostre sigarette la via lattea.

Via lattea, muta rivolta di caratteri tipografici. Polvere di rumori già uditi... pinpinpinpindipingere... punpunpunpungere. Punteggiatura. Ritmo di telegrafo Morse. Stelle parole telegrafate d’amore o di guerra: 200.000 uomini di riserva!... Presto! ad ogni costo! chiudere il varco del fronte... e del cuore che muore!

La notte è attentissima a tutti i rumori. Bau bau bau della passione folle asmatica. Chi è chi è che abbaia? Quel cane o il mio cuore? Irto erotismo che abbaia verso la vulva soave colma di latte tenerezza, la luna. Bau bau. Hoooo pau pau pauraaa di non averti sotto le labbraaaa in questa notte spaventosamente vuotata dalla tua assenzaa.

L’abbaiare del cane sveglia in alto a sinistra la costellazione dello Scorpione, smisurato dinamismo inchiodato. Lo Scorpione spara le sue stelle di punta che sembrano rumori di guerra: pan! in alto. Ta-pum! più giù. Poi pan! Ta-pum! in fondo all’orizzonte.

Ti ti ti ti ti ti ti ti ti d’insetti.

I volumi degli alberi setacci di rumori si sfasciano sotto la pasta dei rumori. Catalogare tuttiiii rumori presto, presto impacchettarli e spedirli a volo ai lontaniiisssimi silenzi affamati di rumori.

Il cielo nero è un orecchio infinito circonvoluto, circoncanalato, contatore di rumori. 3 miliardi, 6 miliardi, 9 miliardi di rumori!

Le acque veggenti copiano, copiano, azzurri copialettere della notte attentissima.

La costellazione dello Scorpione è una muta fucileria di stelle, sparate contro il lontano ma prossimo Sole. Ma se ne infiiiiischia laggiù la locomotiva di quel treno di guerra che corre stringendo nella sua pancia sotto le sue mani di grasso fumo il rovente Sole imbavagliato che urla lunghe griiiida rosse disperatissssssime e trionfali di fuuuuufufuoooocooo.


La chiesa di Bevadoro puzza come una stalla ed è piena di contadine che hanno un odore forte, belle vesti a colori. Alcune zoccolanti. Altre fruscianti in calze di seta e scarpini.

Siamo seduti sul primo banco. Don Luca, prete di Bevadoro, rude sessantenne, abbronzato, ha due piccoli ragazzini di otto anni che servono la messa. Sembrano ammaestrati. Don Luca fa un cenno e il primo ragazzino gli solleva la tonaca nera. Subito l’altro ragazzino tira fuori dalla tasca della sotto-tonaca un vasto fazzoletto giallo e lo pone nelle mani aperte del prete. Queste soffiano tre volte rumorosamente un gran naso rossastro poi si ricongiungono. Il fazzoletto ripreso automaticamente dalle mani alzate del secondo ragazzino sparisce nella tasca. Allora il primo ragazzino lascia ricadere la tonaca. Don Luca comincia:

—Dunque oggi vi parlerò dell’Immacolata Concezione... Taci, Giuseppino, fa silenzio! (rivolgendosi a un moccioso). Come vi dissi nella predica precedente, i profeti avevano annunciato che una vergine di Galilea... Mariettin! sì, sì, te. E’ una vergogna venire in chiesa così scollata per eccitare i soldati! (rivolgendosi a una ragazza che arrossisce, Don Luca scende fra i banchi e le tira l’orlo della camicietta). Sei una sgualdrina! Dunque i profeti avevano annunciato che una vergine di Galilea sarebbe stata scelta come sposa da Giuseppe il falegname, e divenuta madre pur rimanendo immacolata, avrebbe dato la luce al divino bambino Gesù. Ora è in Paradiso. Come la vostra vacca nella stalla è circondata da tante mosche, così la Beata Vergine è circondata da tanti angeli nel paradiso. Tantum eeergooo! Silenzio!... Quest’anno ha tempestato. Non verrò a raccogliere l’uva nelle case. Quelli che vogliono portarmela vengano coi canestri nella canonica. Sacrameeeentuuum!

Don Luca fa poi un primo giro di questua tra i banchi della chiesa. Ma davanti al primo banco tira con ostentazione dal portamonete due soldi e li fa cadere rumorosamente nel piatto.

Fuori, un vecchio contadino che ara un campo mi dice:

—Eravamo 14 uomini in famiglia prima della guerra, e coltivavamo 83 campi. Oggi tutti gli uomini in guerra e poche donne qui.

Poi riprende a pungolare due vacche e 6 buoi aggiogati che tirano l’aratro.

—Valaa Furboon. Haa le vacchee! Rombon canaiaa. Bigioo valaaa. Vaacheee vaacooon ve beee.

Una contadinella quattordicenne ma già forte, muscolosa impugna le stanghe dell’aratro pesando sopra col busto in avanti. E’ graziosa. Con civetteria mi guarda voltando la testa all’indietro. Mette in rilievo le natiche e mostra con scatti abili delle belle gambe nude e rudi cuoiate dal sole. Le domando perchè le due vacche sono aggiogate in testa. Mi risponde:

—Per segnà la strada.

Fffuuu fffuuu fffuuu fffuuu dei fiati bovini

Tlin trac tin tin tliiiin di catene e gioghi.

Sono coricato in un solco; intorno a me corrono, battagliano i tre cani della squadriglia: Zazà, Nick e Kim. Kim è un foxterrier bastardo con muso da levriero dolce, stupido incoscente, ragazzaccio. Vuole fare tutto, andare da per tutto, velocissimo ma senza coraggio. Nick puro Ruffterrier tipo di uomo sanguigno ambizioso e prepotente, avventuroso, rissoso, indipendente. Poche idee. Pochi odii violentissimi. E’ un po’ pazzo. Fa una maffia elegante di balzi arcuati, pomposi, inutili su delle alte erbe imaginarie. Morde tutto. Insegue anitre, oche, galline, mosche e farfalle. Si tuffa in tutte le pozzanghere; poi si ricorda ad un tratto di Zazà e le fa una corte spudorata, brutale. Zazà si dà delle arie di cacciatrice di topi. Scava buchi e fruga in fondo per cercarvi delle talpe, corre velocissima ma si stanca presto. Fa la cura delle erbe. Golosa, intelligentissima e artista.

Quando scoppia una rissa tra il suo adoratore Nick e il grosso bracco della fattoria, Zazà si sdraia per assistere. Spesso abbaia per annunciare a Nick il bracco nemico e aizzarli.

Kim ama anche lui Zazà, si slancia e la rovescia. Zazà rotola sotto, poi scatta e morde Kim che fugge, ritorna. Addosso a Zazà che rotola regolarmente. Nick disprezza Kim. Ma se il bracco assale Kim, Nick con spavalderia di uomo atletico, interviene feroce.

Monotonia, monotonia del sole operaio che cuoce i germi delle viti, sguinzaglia i tafani sulle groppe dei buoi, accende pruriti nella carne di quella contadinella, arroventa il dinamismo giocondo dei tre cani e gonfia il mio petto d’un’ansia soffocante di amore e di guerra. Vita da cow-boy. La nostra fattoria di Barchessa immobile, sola come una nave sul mare infinito delle pianure. Tutto il giorno senza giubba, piedi nudi nei fossi pieni di lucci, anatre, oche. Lucertoliamo al sole.

A schiena nuda sento ramificarsi sulla mia pelle il cervello di Fabre formicolante d’insetti attivissimi in guerra. Intorno, le pianure vastissime, aperte, senza alberi partono a grande velocità lontaaano verso le radici del Grappa che si copre talvolta di nuvole e ribolle di cannonate ovattate. Questo è certo un bombardamento più feroce di tutti i precedenti. Ogni sera il Grappa si incorona di vampe convulse.

All’alba erro nell’immensa pianura semi-allagata.

Nick, Kim, e Zazà mi accompagnano. Sono divertentissimi. Ma Nick sempre più innamorato di Zazà diventa insopportabile. Quel bellissimo cane tutto muscoli scattanti è, come tutti i cani di razza, un mediocre assalitore di femmine. Tenta, tenta, ritenta. Zazà si presta con mille grazie e abilità impudiche. Nick non riesce. Lingua fuori, esasperatissimo, continua anche lontano da Zazà il movimento convulso della schiena. Io lo sollevo ogni tanto per la piccola coda dura come per un manico e lo tuffo nei fossi per rinfrescarlo. C’è invece un altro pretendente di Zazà, sempre in agguato a 50, 100 metri in giro davanti una siepe o nell’erba. Piccolo cagnolino bastardissimo nero con enormi orecchie da vampiro. Ghiandusso che lo ha dichiarato austriaco lo rincorre a pietrate. L’odiato pretendente sparisce ma 5 minuti dopo eccolo a pochi metri incollato a Zazà. Tutti addosso. Guaiti, lacerazione, fuga.

L’altro giorno avevo Zazà al guinzaglio. Sicuro, non sorvegliavo. Ad un tratto doppio peso al guinzaglio. E’ lui, incollatissimo. Devo piantargli il piede sul muso per sturacciolar via la mia cagnetta. Evidentemente il piccolo bastardo è un amatore fulmineo.

Mentre le mie scarpe ruminano, brucano e masticano l’erba rasa, penso che tutti gli erranti pastori e cow-boys delle pianure americane portano nel loro corpo rimpicciolito dall’opprimente avviluppante Infinito, una minuscola rosicchiante ossessione oscena o una miserabile rapacità finanziaria. Essi non godono come me la vasta fusione dell’idea di spazio e dell’idea di tempo fra il sciiivff sciaaff dei piedi nella terra molle e pantanosa. L’abitudine delle vaste respiranti, dilatate, pianure toglie loro ogni curiosità e ogni amore per i cieli, le nuvole, le stelle e le polifonie degli insetti. Io che noto tutto, valuto, catalogo ogni sensazione letterariamente, mi sento naufragare a poco a poco nell’incoscienza dei pastori erranti.


Ma il capitano Raby mi sorprende in una di queste meditazioni e mi invita ad accompagnarlo a Padova, dove si reca a vedere un suo compagno morente all’ospedale. Ecco la divina velocità, maestra d’ogni energia e d’ogni lirismo, furente inaffiatoio di varietà sorprendenti. Mezz’ora dopo entriamo all’ospedale. Atmosfera tragica e storia ancor più tragica di questo giovanissimo ufficiale di cavalleria che prese la sifilide a Pinerolo, si curò col 606. Apparentemente guarito tornò a Pinerolo, vi prese una blenorragia.

—E’ entrato pochi giorni fa all’ospedale, mi dice il capitano Raby. Ha delle febbri misteriose, dimagra. Avant’ieri l’ho trovato con un braccio al collo. Mi raccontò che nell’agitare il termometro si era rovesciato completamente il pollice contro l’avambraccio.

Entriamo nella sala. Il maggiore medico ci dice in fretta:

—E’ morto stanotte. Ha le ossa disfatte e disgregate dal 606.

Ci avviciniamo al cadavere. Non si può resistere dal fetore. Dal naso esce una materia verdastra e delle grandi bolle che scoppiano emanando un odore di putrefazione avanzata. Il maggiore dice gravemente:

—L’uomo ha trovato due sole medicine: il chinino per la malaria e il mercurio per la sifilide. Gli antichi greci, persiani, indiani, cinesi frizionavano il corpo sifilitico con una pomata mercurale. Abbiamo fatto pochi progressi. I giovani in genere non resistono al 606, le loro ossa sono troppo fragili, si sfasciano, vedete.


26 agosto, sveglia dolorosa alle due del mattino.

Incominceranno all’alba le grandi manovre tra il Bacchiglione e il Brenta per prepararci all’avanzata tra Piave e Tagliamento. Saremo coi bersaglieri ciclisti in testa al primo corpo d’armata d’assalto sotto il comando del generale Grazioli. Ore tre, in macchina. Lotta tra la luna quasi piena che investe gli alberi coricandone le ombre lunghissime e i fanali delle blindate. Queste squassano, sfasciano sventolano le loro ombre nerissime geometriche. La campagna si gonfia di pulsazioni scoppianti di motociclette. Freddo. L’interno delle auto-blindate che diventa un forno al sole è, questa notte, una gelatiera. Un side-car con fanale bianchissimo che ci sorpassa sembra un pezzo di vita intima invernale strappata a un castello da un vento pazzo. Fantastica fuga d’una poltrona con relativo sedentario, le gambe prese nella coperta, davanti al fuoco del camino.

Le truppe si concentrano in un immenso prato di monte Galdella, orlato di squadroni di cavalleria. Si indovinano i cavalli sotto gli alberi. Fiati, fiati di fieno, sterco, piscio, acri ammoniacati mordenti. Agitazioni di groppe e code sventaglianti. Nel buio sfilano le colonne di cavalleria. Ci accodiamo alla terza. Il corpo d’armata d’assalto ha il compito di rastrellare il terreno conquistato da noi e stabilire le prime linee difensive.

Corteo lentissimo. Davanti a noi i cavalleggeri al trotto si fermano e mandano pattuglie in avanscoperta. Ci fermiamo, poi lentamente avanti. Caldo nauseante di olio bruciato nella mia blindata chiusa. Il rumore del motore con nota d’organo ostinata mi dà sonno. Apro lo sportello per non dormire. Una strada di campagna ci beve nel folto dei suoi fogliami. Ingombro di batterie da montagna someggiate con muli. Un reparto d’assalto fez neri. Arditi che sembrano scolaretti in ricreazione. Scapigliamento disciplinato. Si addensano, precipitano la marcia. Passo più che bersaglieresco. Violenti, velocissimi con maffia gloriosa. Penso all’assurdità delle manovre, cretine in tempo di pace poichè comandate da ufficiali invecchiati in caserma e imbelli; cretine in tempo di guerra poichè gli ufficiali che le comandano sono quasi tutti feriti e perciò svogliati dall’assenza del personaggio più importante: il signor Pericolo.

Siamo di punta coi bersaglieri ciclisti in contatto silenzioso col nemico. Un razzo enorme sfascia il suo fuoco nel cielo. Sono gli arditi che indicano al comando il punto estremo conquistato. Giunge a cavallo un maggiore affannato. Con voce rotta dall’emozione dice al generale:

—Vi è un tiro di artiglieria infernale sulla nostra destra. Minaccia di accerchiamento. Bisogna ripiegare. Ritirata.

Le sue parole spaventate (da chi?) e i suoi gesti tragici sono di una comicità sublime in questo silenzio quasi assoluto che trasuda il bisbiglio degli uccelli negli alberi soffocati dal caldo quasi torrido di questa aurora d’agosto. Penso che se i reparti d’assalto colla cavalleria e le blindate s’infischiassero eroicamente di questo tiro d’artiglieria infernale non ci sarebbe proprio bisogno di ritirarsi. Tutto dunque dipende dall’accoglienza che noi faremo al signor Pericolo. Le manovre servono soltanto a stabilire qualche servizio logistico e a distribuire medaglie!

Ore tre del pomeriggio. Riprendo la manovra nella mia blindata tropicale. Innumerevoli errori. Il generale temeva quel punto fosse battuto dall’artiglieria. Non è così. Vi sono solo delle mitragliatrici. Due maggiori dichiarano che le mitragliatrici sono 12. Invece sono due. Constato una volta di più che la nostra razza è legata alla improvvisazione e alla realtà. Non crede negli esami preparatorii, non ama le finte, risolve tutto quando l’esame finale è decisivo.

Vado avanti colla mia blindata e un plotone di cavalleggeri appiedati, baionetta inastata. Mi seguono curvi in fila, defilandosi dietro la mia blindata che rincula con la poppa armata di tre mitragliatrici. In fondo la strada è sbarrata da 2 mitragliatrici coperte di fogliame. Un giudice di campo mi dichiara che non posso fare nulla. Io punto colle due mitragliatrici le due avversarie.

Un capitano dei bersaglieri ciclisti insorge.

—Guardi che le mie due mitragliatrici sono puntate e la strada è sbarrata.

Rispondo:

—Le mie sono puntate e blindate. E’ mezz’ora che io inseguo i suoi bersaglieri. Lei non ha avuto il tempo di fare lavori di sbarramento. Del resto mentre io la mitragliavo i miei uomini hanno tolto tutti gli sbarramenti.

—Non è possibile.

—Il giudice di campo deciderà.

A 50 metri da noi, altro dialogo tra due reparti avversari.

—Lei con le sue mitragliatrici è fuori uso.

—Io considero prigioniera la sua sezione.

—Se vuole, si accomodi, signor capitano!

Mi consolo dell’ironia scoraggiante e del caldo tropicale con l’ammirare una giovine mugnaia in rosa ritta sulla chiusa d’un mulino con un orinale azzurro nella mano destra. Beve estatica il tapaplum tapaplum di 3 cavalieri che galoppano sotto il ta-ta-ta-ta di una mitragliatrice innocua, a salve.

Ssssssssssss della limpida vasta gomma di acqua convessa dell’affioratore. Gonfia gelatina trasparente che contiene tutto il sapore dorato dell’agosto. Cristallo mobile che porta l’immagine precisa della mia blindata.

Rrrrrrr d’areoplano in cielo. Un fascio di sole fuor delle nuvole investe una bandiera azzurra alla finestra d’un cascinale.

Passa un cavaliere con una bandiera rossa e bianca nello stivalone.

Davanti, il prato è una fusione di smeraldi. Quattro bambini pastori. Si chiamano forse Rosa Italia, Ninette France, Nik Wilson, John Bull. Sorvegliano 2 groppe enormi cubiche: un toro cieco che si chiama certamente Berlino, una vacca elegante magrissima che si chiama senza dubbio Vienna.

Mascelle: bruuc bruuc bruucroff bruucroff.

Fiati: fuu fuu.

Code incensieri e code ventagli contro le mosche

Turutuum turutuum di cannonate sul Grappa.

Tuf tuf tuf tuf tuf della mia autoblindata.

Tuf—tuff—tuff della lavandaia che sbatte e sciacqua quei panni forse bende insanguinate nel fosso d’oro blu.

Blu blu blu blu blu di tacchine berlinesi e romantiche.

Plaaff plaaff di sterco di vaaacca vaaacca.

Valaaa bireee vekiii moreee.

Bruuc bruucrof.

Zzzzzzz di mosconi tedeschi che tornano zzzzzz insistono zzzzz pungono metodici, filosofici. I 4 bambini pastori giuocano colla palla di caucciù solare che rimbalza sul prato verde.

John!... Wilson!... France!... Italiaaaa!...!


Da tre giorni l’intiera 8ª squadriglia si esercita al tiro della mitragliatrice. Mentre crediamo poco nella collaborazione della cavalleria in caso di celere offensiva abbiamo grande fiducia nelle nostre auto-blindate. Si lavora energicamente sotto il sole tropicale che trasforma la mia 74 in una vera scatola di cottura.

Ricordo di aver per il primo nella mia Battaglia di Tripoli paragonato la mitragliatrice a una donna seducentissima perfida capricciosa e crudele con la sua lucente cintura di cartucce. Trovo ora che l’immagine è precisa specialmente se si tratta di caratterizzare queste nostre mitragliatrici S. Etienne vendute dalla Francia all’Italia, più parigine e più femminili di ogni altra mitragliatrice, più passionali e più perfide. La mitragliatrice S. Etienne è un’arma perfetta, ma esige cure tali da stancare qualsiasi amante devoto. Sarebbe docile e continua, se ben fissata sul candeliere in terra. Ma soffre di affacciarsi alle finestre troppo strette della blindata. Non ama gli scossoni polverosi della velocità, esige una oliatura leggerissima, dirò meglio una toilette da Istituto di bellezza. Altrimenti si inceppa, mastica le cartucce invece di spararle e si ingombra lo stomaco colla polvere.

Brutto affare sentirsi accerchiati mentre la S. Etienne ha le bizze. Il mio sergente ha svestito interamente una delle due S. Etienne in cupola. L’aiuto, seconda cameriera affaccendata intorno al corpo della dama che andrà al ballo. Eccola rivestita. Spara; poi di nuovo si inceppa. Il mio sergente bestemmia:

—Accidenti, ora fa la matta! Questa stupida non ama l’olio!

Si soffoca nella mia blindata. Salto fuori per respirare pensando a un’altra donna che fa la matta nella sua ultima lettera. Si chiama Bianca, è bionda, fiorentina, sensuale, sta a Palermo, spera di incontrarmi a Napoli. L’ho amata, ma la sua natura bizzarra piena di svolte misteriose, sincerità e snobismi, calcoli e generosità assolute, mi esaspera specialmente ora in questo periodo della mia vita di guerra, inadatto alle complicazioni e ai diabolismi erotico-sentimentali. Sarei contento di non rivederla più. E’ una mitragliatrice graziosa, precisa, ma turbolenta e piena d’inceppamenti. D’altra parte, come incontrarla ora? Mi scrive una lettera assurda ponendomi l’ultimatum. Vedersi a Napoli o non vedersi più!

Il capitano Raby mi batte sulla spalla con queste parole inaspettate:

—Non posso andare ora in licenza, se vuoi andarci tu, puoi partire fra due ore.

Scatto di gioia e accetto. Questa gioia mi irrita. Sento che il fascino della mitragliatrice lontana mi domina, ma dico con tono strafottente:

—Caro Raby, grazie. Parto perchè non temo le mitragliatrici.

XI.

LA MARCHESA CASATI
E I BALLI FUTURISTI

In treno riepilogo le cose da sbrigare nella mia licenza: gruppi di giovanissimi futuristi da visitare, propaganda da intensificare, prima rappresentazione dei balli futuristi di Depero ecc. ecc. Dominano nella mia fantasticheria sonnolenta le figure di due donne: Maria, amica affettuosa e intelligente purtroppo influenzata da un marito professore germanofilo. La vedrò a Roma. E Bianca che amo un poco, molto, non so, desidero, odio, strangolerei o trascurerei, vedremo.

Mi ero proposto 4 anni fa di eliminare durante la guerra qualsiasi amore importante. Non tanto per gelosia, quanto per portare al fronte un’anima serena, spensierata e gogliardica. Vi sono riuscito a metà.

Nel compartimento vi sono molte donne. Il mio istinto le valuta. Una è coricabilissima, l’altra è coricabile, la terza è traversabile quando si ha molto freddo e molta noia nei nervi.

Davanti a me, la moglie un po’ volgare, ma bella bionda, sensuale un po’ cocottesca di un venditore di formaggi milanese. Seduto vicino, un tenente aviatore romano chiacchierone, gioviale, scherza invita tutti a dividere il suo cestino poi mangia parlando colla signora milanese:

—Stamattina, ho volato su Peschiera. Fui attaccato da un cacciatore austriaco. Subito l’ho contrattaccato, ma non ho potuto sbatterlo giù. Aveva un motore più forte del mio. Nel cielo di Torbole me ne sono venuti due addosso, di cacciatori austriaci. Ho dovuto tagliar la corda. Mi avevano forato le due ali come due setacci. Alle sette ero sulla piazza di Peschiera. Vedevo gli uomini sulla piazza...

—Oh! conosco bene Peschiera! risponde la signora milanese con una assoluta indifferenza per l’eroismo aviatorio. E’ una bella cittadina... Non butti via quel cestino. Servono molto i cestini per spedir la roba. In tempo di guerra tutto è buono...

La mia ironia assapora questo urto violento tra il cretinismo di una donna mediocre e la verbosità di un eroe nato per fare l’impiegato e proiettato in alto nelle battaglie aeree dalla guerra, questa miracolosa trasformatrice di valori umani.

A Bologna cambio treno. Nello scompartimento altro paesaggio umano:

Alla mia destra e davanti a me due commercianti ricchi fornitori di guerra.

Fingendo di sonnecchiare li ascolto.

Quello di faccia calvo, pancione dice:

—Che sole, al lido d’Albaro! Ci si sta bene. Come a Napoli. Pesce fresco. Abbiamo passato io e mia moglie una giornata divina.

La moglie che gli sta vicino, grassa impellicciata, quarantenne, vecchia luna, approva col vasto seno.

—Se un affare mi va bene, mi prenderò in affitto una villa per l’inverno prossimo. Non capisco come si possa, quando si può, preferire di passare l’inverno nel fetido nebbione milanese. Ora c’è molto lavoro. Io quest’anno per il lavoro non ho fatto la campagna.

Penso che per questi imboscati il fronte temibile è Milano con la nebbia per nemico.

Senza rancore, continuo ad ascoltare.

Il mio vicino di sinistra altro tipo di fornitore di guerra, trentenne, magro, racconta con solennità:

—Siamo stati su, in montagna, sopra Pontedecimo. Una signorina americana colla sua brava licenza di carrozza pubblica ci ha portato dappertutto. Come guidava bene! Abbiamo scovato così su, su, in un piccolo villaggio del burro in quantità! Ne ho un pezzo nella valigia. A proposito, tu non sai che il bel Luigi è morto! Non si sa più nulla di lui. Abbiamo fatto tutto per sapere se era prigioniero. E’ certamente morto. Se avesse voluto! Dopo la prima medaglia ha voluto partire ancora! Già non è stato mai un giovane capace e serio. Faceva il bel giovane. Eleganza e donne! Suo fratello sì, che ha guadagnato dei soldi! Sua sorella è stata veramente fortunata, ha sposato un milionario!

Il primo fornitore risponde malinconicamente come parlando a se stesso:

—Io ho 4 vagoni di caolino fermi a Modane. Dall’Inghilterra! Cosa vuoi, nella mia fabbrica di porcellana tutto carbone, esclusivamente carbone! Noi non abbiamo come voi aria compressa e ventilatori. Per raggiungere certe calorie tutto carbone. Senza di che si cuoce lì bene e male là. Colla porcellana è così!

Il secondo fornitore:

—E’ un anno che io aspetto 80.000 lampadine elettriche dall’Olanda!... Sono 35 anni che lavoro con Bianchi. Ci si sta bene, un personale d’oro.

Mi addormento mescolando nel mio sogno il personale d’oro veramente tutto d’oro massiccio fantasticamente aggredito da 80.000 lampadine elettriche che gli scoppiano sulla testa. Traverso in sogno la fabbrica di porcellana con le pazze calorie equatoriali. Valico montagne di burro e mi sveglio a Roma nell’oro ricco, rovente, dorato di un sole pacifista di burro sontuoso.

Nella folla scorgo il poeta Mario Carli, capitano degli arditi ferito, ora direttore di Roma Futurista. Ecco Balla, veloce, paglietta con nastro a colori dinamici, cravatta di celluloide tricolore.

Abbracci. Entusiasmo. Sopraggiunge un gruppo schiamazzante di giovanissimi futuristi quattordicenni tutti affannati dalla speranza di partire presto volontari, tutti irti d’odio contro le isradicabili spie, il governo languido ecc...

All’Hotel Flora, una lettera di Bianca che mi aspetta a Napoli e una di Maria che mi aspetta a Firenze.

La sera vado dalla Marchesa Casati che desidera essere accompagnata da me alla prima rappresentazione dei balli futuristi di Depero.

La Marchesa Casati è uno dei nostri più originali prodotti nazionali. Questa milanese geniale ha saputo per due anni di seguito battere clamorosamente in eleganza eccentrica e in sbalorditiva creazione di bizzarrie e snobismi tutto ciò che di più originale, elegante, eccentrico snobistico conteneva Parigi.

Essa rimane la prova vivente che l’Italia se vuole può domani vincere anche il primato della moda Parigina. La Marchesa Casati è inoltre appassionata conoscitrice d’arte futurista, la difende e l’impone nella società romana. Sono meriti importanti che io particolarmente apprezzavo mentre l’Italia si valorizzava integralmente al fronte.

Suono al cancello della sua villa in via Piemonte. Il campanello fa subito accendere laggiù in fondo al giardino buio il lampadario della scala esterna. Paaak. Ripercussione magica in un ambiente predisposto agli stupori. La porta s’apre: servo negro bello in frak elegantissimo. Nell’atrio un odore chiesastico. Forse incenso? No. Piante marine. Profumo dolce, acre, selvatico che accentua la bianchezza carnale d’una statua mutilata nella penombra. Sono nella biblioteca a fondo oro vecchio: le lampade non rischiarano che i tappeti. Questi imbavagliano le voci del palazzo. Entra il servo negro. Mi tende un vassoio con due cok-tails. Se fossi vagneriano penserei ai due filtri d’Isotta. Prendo il mio, bevo: cok-tail eccellente, non troppo forte, fantasioso, tonico.

Ho nel sangue un ritmo africano sincopato e la ribalta accecante d’un caffè concerto.

Il negro scompare con l’altro cok-tail, secondo filtro per Lei!

Pausa. L’atmosfera ha delle intenzioni speciali. La turbo camminando su e giù. I miei scarponi enormi con speroni sono felici di stonare fra le delicatezze sornione delle luci striscianti.

Con un lampo-slancio entra Swift il levriere bianco che veloce si corica in tondo nella poltrona bianca, profonda. Ritmo freddo polare di calme astrazioni filosofiche. Swift sembra un cordame bianco per frenare le probabili vele di questa casa che naviga nel sogno.

Swift sembra anche un salvagente bianco.

Una larga cadenza musicale di profumi e fruscii annunzia il terzo ritmo: la bella Marchesa!

Saggia pazzia danzante aerea. La sua mano stesa. La sua voce chiara. Giovialità. Allegrezza d’alba primaverile. La prima impressione di naturalezza infantile centuplica i valori estetici della figura alta, agile, tagliente e pur flessuosa, inguainata e pure libera nel mantello di Paquin crespo di Cina nero con bordo infiorato di oro vecchio.

Non le vedo il viso poichè le lampade illuminano soltanto i tappeti.

La Marchesa apre un poco il mantello per offrire alla luce i suoi pantaloni turchi Calot in broccato oro vecchio orlati di pizzi veneziani. Ripete più volte il gesto di tirar sul seno una fascia d’oro vecchio che conduce giù i miei sguardi agli scarpini turchi oro vecchio con fibbia nera e tacchi alti madreperlacei. Ma le due mani che portano e sembrano rincorrere ciascuna due perle enormi sfiorano la parete e fanno scaturire altre luci da altre lampade cosicchè appare la faccia pallida e felina, una faccia di tigre sbiancata da un chiaro di luna intrepido.

Grandi occhi neri, lenti che fissano un punto poi un altro con le pause di un proiettore. Ricordo il proiettore italiano che dal monte Corada fissava dopo il lungo nostro bombardamento le trincee austriache del Kuk travolte, sfondate, impaurite nell’attesa del nostro assalto. Qui l’assalto è dato dai cavalloni convulsi rossi dei capelli che le incorniciano la faccia.

Ma la Marchesa non vuole dar l’assalto a nessuno. Ride, scherza, parla d’arte e della rappresentazione dei balli futuristi che andremo a vedere. La voce fresca e senza trucchi musicali contrasta col dilagare a ruota, a spirali, a volute degli sguardi muti. Questi sono pure sguardi naturalissimi, non vogliono nulla, nè fingono nulla, ma le occhiaie vaste e fonde contengono una involontaria magia di cerchi azzurri che si svolgono all’infinito.

Certamente quegli sguardi potrebbero essere fatali ad un inesperto navigatore di mari femminili. Essi sprofonderebbero intorno le pareti per creare la penombra verdastra carica d’insetti lussuriosi e veleni profumati delle foreste native. La marchesa è una milanese bella intelligente e immaginosa che ha saputo crearsi un’atmosfera equatoriale, selvaggia, dolce e truce tragicallegrissima. Sudan imbellettato in automobile.

La bocca è bella, prominente, ma poco civile. Mascelle graziose ma forti, da belva onesta. Le dimostro che nessuna donna ha mai avuto una distanza così grande fra le nari apertissime, mobili e le labbra. Risponde con una risatina a scatti, assolutamente inadatta al senso delle parole:

—Conoscete il mio pappagallo dell’equatore che si chiama Bra-cadabrà?

Nell’angolo buio un arabesco bianco, giallo, verde appollaiato stride:

—Bracadabrà, Bracadabrà, Bracadabrà.

Il grido del pappagallo lega i colori delle sue penne al rosso dei capelli della marchesa al nero degli occhi e delle nari, al rosso sangue della bocca e alla cravatta di celluloide bianca, rossa, verde dell’amico Balla che entra cantando:

—Bracadabrà, Bracadabrà.

Prima d’uscire la marchesa s’infila al dito mignolo uno strano anello che bilancia sospeso a tre catenelle un microscopico incensiere con un granello d’incenso fumante. Traversiamo una sala popolata da tre assiemi plastici di Boccioni in rissa con dei dinamismi violacei di Russolo e dei cicloni gialli di Balla.

Usciamo. L’automobile è veloce. Roma notturna: ruderi presi a rasoiate bianche dalle lampade elettriche.

La sala del Teatro dei Piccoli contiene molte russe agitate, zazzere pittoriche, occhiali passatisti di professori, signore romane magnetizzate dai titoli e dal cosmopolitismo, futuristi impazienti, veleni critici in bottiglia con la relativa testa da morto sopra, tutto il neutralismo elegante che si infischia della guerra continuando a mendicare un sorriso e un invito dalla principessa tale, dalla duchessa tal altra. Balordaggine snobistica, falsa intellettualità, smorfie pro e contro il futurismo.

Sono seduto fra la marchesa Casati e la principessa di Bassiano, americana gioviale semplice e intelligente.

Il pittore Besnard, illustre passatista, contende alla marchesa Casati una parte della curiosità bisbigliante.

Il quadro dei selvaggi enormi fantocci di legno a colori e forme sintetiche impone il silenzio. Aurora africana con balzi di colori. I mormorii di stupore fanno pensare alla musica degli insetti sulle paludi tropicali. Si soffoca dal caldo. Questo è accentuato da un’enorme selvaggia rossa che s’avanza sulla scena. Ha un petto-ventre quadrato che subitamente spalanca due sportelli e partorisce una piccola marionetta.

I bambini nella sala schiamazzano dalla gioia. Interrogo i figli della signora Giordana. Rispondono con entusiasmo che quelle marionette sono le più belle, le più vere, le più vive. Ora danzano incalzate dalla musica futurista di Malipiero, stramba, rude, originalissima. Il conte di S. Martino che mi stringe la mano calorosamente dichiara ad alta voce:

—Il vostro Depero ha molto ingegno. Non dimenticate, Marinetti, che io sono un futurista della prima ora, non rimorchiato. Ho assistito a tutte le vostre manifestazioni e ho sempre pensato che l’ingegno originale è tutto nel vostro gruppo futurista.