La sera dopo sono nel salotto di Donna Maria Mazzoleni. Ho una grande stima e una viva simpatia per questa signora italiana che sa mirabilmente vestire d’ogni grazia e d’ogni eleganza una vita energica attivissima integralmente consacrata al patriottismo concreto e alla pratica filantropia. Spirito largo senza pregiudizi e con spiccate tendenze futuriste, Donna Maria Mazzoleni ha saputo fare del suo salotto il ritrovo delle persone più significative e più originali della capitale: diplomatici, poeti, artisti, musicisti, inventori, principi indiani, celebrità del teatro, inaspettatissimi prodotti umani dell’estremo oriente, ufficiali eroici, vincitori di record mondiali e bellissime signore.
Questa sera non vi trovo che Missiroli, il pallido esitante indeciso ma troppo intelligente farmacista d’ogni ideologia. Spirito tutto a trapani inutili, a spaghetti senza sugo, cuoco accuratissimo di insipide preziosissime salse spirituali. Una di quelle tipiche sibille a rovescio, come io chiamo, i numerosi culturali falsi profeti che sbagliando sempre nelle loro profezie diventano involontariamente degli ottimi indicatori del futuro. Basta credere esattamente al contrario di ciò che profetizzano: si coglie sempre nel segno.
Con mosse untuose da prelato Missiroli cerca d’inocularmi un po’ della sua ammirazione sconfinata per la Germania. Rifiuto brutalmente l’iniezione. Egli colla piacevolezza di un cataplasma mi dichiara:
—Avete torto di parlar male di Benedetto Croce poichè egli è il padre di tutte le vostre libertà futuriste.
Rispondo:
—Ho sempre avuto una profonda pietà per Benedetto Croce, malinconico carabiniere che predica la libertà rivoluzionaria.
Entrano la contessa e il conte Bosdari nostro ambasciatore ad Atene. Spingo a poco a poco la conversazione ad una precisa valutazione della Grecia.
Bosdari dice:
—Il popolo greco è un popolo antiguerresco. Voleva rimanere neutrale. E’ stato strappato alla neutralità da Venizelos. Ora l’esercito greco organizzato per forza dai francesi non vuole assolutamente battersi. Venizelos non ha un vero seguito, nè un vero partito. Non vi sono nazionalisti, nè patrioti in Grecia. Venizelos ha perduto il contatto del suo popolo perchè ha fatto la rivoluzione con le forze degli alleati, cioè con forze forestiere. L’entente devait le laisser pourrir dans sa neutralitè. E’ un popolo incurabilmente neutrale, pacifista, ma non germanofilo. Non ha mai creduto nella potenza della sua Regina tedesca. E’ un’oca. I famosi schiaffi e la famosa pugnalata della Regina al Re sono fiabe. Per molto tempo Venizelos non è riuscito, neanche coi denari, a trovare 50 individui che gridassero: morte a Costantino! Ma i francesi hanno una grande influenza ad Atene, una vera prepotenza, spadroneggiano.
Comprendo che Bosdari si è urtato profondamente con Venizelos. Bosdari ha un fondo d’incurabile germanofilia. Conclude:
—Ho fatto capire a Venizelos che l’unica potenza la cui amicizia può permettere alla Grecia di non essere la misera vassalla dell’Inghilterra e della Francia è l’Italia.
Donna Maria Mazzoleni che sa meglio di Madame di Sevigné dirigere il suo salotto intellettuale con varietà e contrasti interessanti mi prega di declamare le mie parole in libertà «Treno di soldati turchi ammalati».
Rompo con forza decisiva l’atmosfera di finezze diplomatiche. Vivo successo di declamatore. La conversazione è orientata ormai sulle demolizioni utilissime compiute dal movimento futurista e sulla rivoluzione pittorica creata da noi in tutto il mondo col predominio lirico, plastico del genio nostro. Altri invitati sopravvenuti raccontano le leggendarie cazzottature del teatro Costanzi, le burrascose esposizioni futuriste a New York a S. Francisco. Un attaché a l’ambasciata Cinese spiega l’influenza decisiva del pittore Boccioni sull’arte dell’estremo oriente. Si parla molto di una grande festa che il conte Primoli darà domani nel suo palazzo napoleonico in onore dei mutilati.
Vi partecipai colla marchesa Casati che mi presentò al famoso Loulou Primoli. Raffinatissimo, colto, intelligente, ma tragicamente passatista figlio di una Bonaparte, maestro d’ogni cortesia e d’ogni bizzarria erotico-sentimentale.
Salgo colla Marchesa per una scaletta piena di fiori e di statuette di Napoleone. Il guardaportone, personaggio dell’impero, saluta tutti e lascia passare tutti.
Siamo in casa del Passato. Passato vinto, indulgentissimo, disilluso e nostalgico. La scala sale girando con grazia e portando faticosamente la sua balaustra carica di stoffe rosso e oro. Infilata di camere rosso-oro. Vere cappelle asfissianti di fiori e di profumi artificiali. Fiori, fiori, falsi e naturali in scatole, scrigni, vasi e vassoi. Ritratti, ritrattini, ninnoli intimi preziosissimi, ricordi, album, fotografie d’ogni dimensione, autografi enormi come di giganti e flebili sbiadite calligrafie di regine morte. Tutte le cose sacre d’una vita sontuosa che preferisce il ricordo alla crudele realtà presente, tutto marcato dall’affetto e dal tempo messo in vetrina spudoratamente, con ostentazione quasi oscena. Ultima offensiva d’un passatismo disarmato che utilizza le sue fragili armi senza grazia alla rinfusa per fermare ad ogni costo il futurismo vittorioso e le sue velocità furenti. Questa sala contiene due pezzi di chiese distrutte, tre portantine pregne di profumi imperiali, due madonne di bronzo decapitate e una grande grata panciuta di vecchio legno dorato tolta dal coro di una chiesa di Siena.
La portantina sussurra che le donne del tempo che fu sapevano meglio amare. Dalla grata panciuta cola come da una chiusa la cadenza morbida d’un canto chiesastico. Ma le due Madonne tendono sinistramente le mani vuote come per ridomandare ai rigattieri ebrei le loro teste probabilmente vendute a parte.
L’odore di muffa aggredisce le nari. Polvere, polvere. Bricabrac di cose vecchie, morte affastellate. Sembra la vendita all’asta di una reggia che l’ultimo erede reale offre per necessità ad un popolo rivoluzionario. Questo però non compera, invade, devasta e brucia. Infatti le stoffe rosse danno l’illusione delle fiamme e i profumi densi si inacidiscono fino all’acredine dell’odore di bruciato e di sangue.
Folla di signore. Dominano le cretine:
—Oh ma chère, chère, chère madame, quelle joie de vous revoir!
Tipica frenesia balorda e grottesca delle signore spalmate di falsa aristocrazia, orgogliose tacchinescamente di trovarsi in un salotto alla moda select unico. Tutte un po’ seccate di trovarsi così numerose. Sarebbero raggianti di potere compiangere molte amiche assenti. Ma non avrebbero allora il piacere di vedere il loro privilegio notato da molte.
La maschera di cera di Napoleone assiste impassibile a questa nuova ritirata di Waterloo.
Tutto in vetrina, anche i gloriosi mutilati da festeggiare. Sono seduti immobili nelle poltrone rosso e oro del grande salone. Visi rudi cotti e riplasmati dalle carezze ferree corrosive delle rose granate. Visi scabri, tipici come il Carso. Pezzi di sole ancora fumanti e vibranti. Ora sono un po’ pacificati, ma vi passa sopra il brivido di una irritazione. Perla il sudore su quella fronte. Sentono il peso insopportabile di quel lusso sfarzoso ammucchiato con boria. Nei loro occhi oscilla l’anima tra le preoccupazioni di denaro e il piacere inusitato dei ricchi omaggi mondani. Intorno accaparranti fastidiosi tutti i brusii mormorii delle donne che vorrebbero essere materne e invece urtano sbadatamente tutti gli spigoli doloranti di quelle sensibilità troncate.
Silenzio! silenzio! Il celebre Battistini canterà una canzone napoletana.
Vola con grazia lentamente poi si slancia patetica in alto la grande voce del cantante meraviglioso, un po’ sciupata, ma piena ancora di magie. Si gonfia, si arrotonda, cerca di spalancare l’angoscia appassionata del golfo di Napoli, rompendo e travolgendo pareti, stoffe, soffitti di oro fuor dal bricabrac passatista, per toccare le vivide, fresche, elettriche stelle d’Italia che brillavano certo nella battaglia su quei soldati come su dinamo instancabili dalle scosse micidiali. Gli applausi e le approvazioni sventagliano mille idiozie ma hanno il rumore della risacca notturna sui Faraglioni tetri, eroici di Capri.
Ora si aggira, in mezzo ai busti, statue, statuette, il Bonaparte padrone di casa e direttore di questo immane esibizionismo d’intimità napoleoniche. Cortesissimo, pieno di grazie delicate, ma tozzo, stanco, grosse spalle finite, tirate giù dall’enorme tight verde-blu scuro e il cravattone quadrettato grigio-perla e blu.
Loulou Primoli ringrazia i suoi invitati con molti sorrisi nella faccia rossa un po’ cotta dai liquori, baffi grigi, gote gonfie, cascanti, occhi scuri sagaci d’antiquario.
Esco colla Marchesa Casati, felice di rivedere all’aperto la mia amica futurista in un’altra serra calda che abbia per soffitto l’arco caldo azzurro del cielo romano.
Sono stanco di artifici e di snobismi esasperati. Bianca mi aspetta a Napoli!
Il giorno dopo alle due del pomeriggio appena entrato nello scompartimento soffocante sono preso da un’ansia inaspettata. Il treno è zeppo. Quasi tutti napoletani. Sono forse le loro voci cadenzate che mi spremono i nervi mutando completamente la mia sensibilità. Il mio cuore raddoppia i suoi battiti. Vorrei aprire la mia giubba grigio-verde per respirare, respirare il grande alito passionale del golfo. Ma è ancor lontano, molto lontano. Perchè non parte il treno? Sono pigiato sul mio sedile, ma non sento più nulla, tutto assorto nella visione interiore bruciante di Bianca. Dunque l’amo pazzamente? Forse. Sono strabiliato dalle bizzarrie della mia anima che porta con se in guerra ridendo e combattendo spensieratamente un amore sepolto, ma vivo ora scattante.
Il treno parte accelerando col suo ritmo il ritmo del mio cuore che s’avventa per frugare nei ricordi, precisare le sensazioni. Completamente isolato nel mio sogno, vedo Bianca, la sento!
Bionda, bionda, gracile, flessuosa con quei suoi occhi pieni d’oro verde, bellissimi occhi che ridono e bruciano sotto la capigliatura di scintille e polvere d’oro. Chissà se mi sarà possibile vederla un po’ a lungo a Napoli? Sua zia bisbetica e provinciale ha una franca antipatia per me. Ma Bianca saprà dovrà superare ogni difficoltà per vedermi!...
La risento nelle mie braccia come la prima volta in casa mia nel mio appartamento di Chiatamone 5 anni fa. Aveva un vestito leggerissimo, sembrava nuda. Io l’ubriacavo di poesia. In un attimo i miei baci travolsero ogni sua volontà. Scapigliata, languida, eccitatissima! Invocava un pettine per ravviarsi i capelli. Ricordo ancora di aver chiamato la mia cameriera Giulia che offrendomi il pettine mi spaventò col suo viso inferocito dalla gelosia.
Andammo a pranzare insieme. Pioveva. Bianca si abbandonava sul mio braccio felice della pioggia che ci isolava dal mondo. La marea d’una passione violenta mi portava sulle vette acute delle fantasie più suicide. Le dicevo:
—La mia vita è lì sulla tua bocca... tutta la vita in un tuo bacio!
Le proposi di partire per Sorrento. Non volle. Ma in carrozzella semi-aperta sentii che ogni sua difesa era vana. Tutte le forze della luce, dei profumi, dei suoni e dei rumori si coalizzano, impongono, esigono che ogni ritardo sia abolito. I baci nostri sono fitti, precipitati, affannosi. Sembrano incalzati dalla pioggia in una elettrica furia di vibrazioni. Scendiamo dalla carrozzella. Nel giardino le nudità pericolose troppo bianche delle statue sembrano uscite dal coito acre mordente schiaffeggiante di quel mare virile.
Convinco Bianca che docile viene dove voglio. Ansando come un ladro la guido per la mano nel buio della scala, poi nel buio appartamento, piego il suo corpo che trema sul letto nel buio, svestendola febbrilmente con le mie mani convulse che si sbagliano, strappano, strappano le ultime barriere davanti alla piena irruente della mia passione.
Bianca è quasi nuda. Non vuole la luce. Io esigo lo splendore illuminato di quel corpo ed eccolo finalmente tutto da baciare con mille elogi deliranti, carezze che frugano si arrampicano insistono divorano. Velocità d’incendio che nessuno potrà spegnere.
—Stiamo al buio, te ne prego...
Io rifaccio la luce. Ma lei implora:
—No! No! che scandalo! che scandalo! Sei cattivo! Caro, caro, mi piaci tanto! Mi piace il tuo temperamento impetuoso, ma Dio mio! non ti calmi mai! Fermati con questo tuo dinamismo!
Bianca ride.
Io rispondo:
—Dinamismo plastico!
Ridiamo insieme. Risate che sfumano nelle strette feroci dove le nostre anime si spremono.
—Ho paura, dice Bianca, penso che mi farai soffrire, terribilmente soffrire.
Si rituffa nell’incosciente abbandono, soffocando le sue grida sotto le ondate pesanti del piacere. Poi un tremito convulso l’assale. Mi ricordo che questo tremito non cessava più. Mormorava e implorava:
—Ho freddo, freddo, tanto freddo, riscaldami, amore!
Io la riprendo. Eccola beata, rapita, bambina. La sua anima alla deriva nuota come in una scia di bollore lunare. Con precisione ricordo i suoi piccoli strilli di spavento-pudore mentre girava cercando le sue vesti nella camera, nuda, minacciata dalla luce che io accendevo e spegnevo.
Mangiammo insieme delle frutta nella sala da pranzo, poi la ricondussi in carrozza alla casa della zia, senza pensare che non l’avrei riveduta per un anno. Che schianto! Per un anno la cercai senza ritrovarla, invocando il suo ritorno disperatamente. Il mistero di quella lontananza e di quel silenzio mi tormenta oggi più che mai.
Bianca non seppe non volle spiegarmi nulla, quando la rividi, un anno dopo. Mi parlò di un fidanzato. Compresi che non poteva essere sincera. Certo avrebbe aperto tutto il suo cuore se avesse potuto. Mi disse:
—Ho fretta questa sera. Domani mattina alle 10. Avremo tutta la giornata per noi.
Bianca è un’amante strana. In fondo la credo una innamorata dell’amore. Sensuale e cerebrale. Odia le ore d’amore rubate in fretta alla vita. Le piace organizzare bene le voluttà. Ha un corpo ideale d’amante predisposto a tutte le raffinatezze del piacere. Non lo dimenticherò mai. Ho bisogno di lei. Che occhi mutevoli! Occhi di carnevale! Era felice di questa immagine e l’accoglieva aprendo la sua bocca ardente come per mangiarsela fra i dentini bianchi... Sento, sento che se avessi qui Bianca con le sue labbra che si liquefanno fra le mie la soavità del nostro bacio sarebbe tale da fermare di colpo questo treno.
Dunque, sono innamorato come un pazzo di Bianca. Perchè, perchè non la prendo con me, strappandola alla sua vita ambigua di signorina che ha un amante, ne ebbe forse già due, sotto la sorveglianza balzana di parenti ostili, libera e prigioniera inesplicabilmente?
Bianca è capricciosa. Ogni volta che io ebbi il dono del suo amore la trovai diversa. Ricordo il nostro quarto convegno a Palermo. Sembrava ridiventata pura come una vergine. Per un nulla le vampe al viso. Mille pudori e la lunga difesa di ogni angolo del suo corpo. Poi dopo il primo amplesso riapparve la fragorosa luce dei suoi occhi di carnevale che ridevano offrendo la bocca come un fiume di delizia nel paradiso, la sua bocca nuda, aperta e inquietante. Una strana sensualità quasi oscena nel sorriso di quel viso roseo, ardente fra i capelli biondi, sparpagliamento di scintille sul guanciale.
Ricordo un’altra volta: Bianca benchè legata dalle abitudini signorili e sdegnose della sua vita semi-aristocratica, venne con me felice in un piccolo albergo da marinai piuttosto sporco. Unico albergo che non fosse pieno, in una città marittima. Era elegantissima, nasino al vento, quel nasino all’insù birichino e francese. Volle portare da sola la mia valigia fra i camerieri stupefatti, per dimostrarmi la forza dei suoi muscoli. Le dissi:
—Questa stanza è brutta, ma vale cento paradisi.
Mi rispose spensieratamente:
—Somiglia a una camera d’albergo di Alessandria d’Egitto.
Sapevo che Bianca aveva già molto viaggiato con sua zia in Oriente. Più volte mi aveva parlato di Costantinopoli. Nondimeno la sua allusione ad un albergo simile a quello che ci ospitava mi turbò, quasi mi fece male.
Quel giorno a letto più nitidamente mi si conficcò nel mio spirito questa verità spaventosa! Bianca aveva due anime. Mi offriva la prima ingenua, fresca, fremente, pudica, tutta in lacrime e confusioni soavi; poi al secondo amplesso mi spalancava una seconda anima di lussuria gogliardica, ironica quasi clownesca, un’anima da caffè concerto di secondo ordine. Diceva con mille scatti buffi:
—Mi piacciono, mi piacciono i tuoi baci sulla schiena, ma non li voglio... Per carità non toccarmi il puff... Il mio puff è scemo, resterà scemo, non capisce nulla... In quanto a lei, lei! Elle est très délurée... Lei è pazza, pazza da legare. Colpa tua! Ora è pazza!... Veramente pazza!
Allora Bianca diventava frenetica, moltiplicava i suoi baci e le sue carezze rivelando di tanto in tanto una sapienza sensuale da cortigiana. Diceva con voce puerile:
—Queste sono le rotelle del carrettino!
Poi facendomi ammirare il suo ventre perfetto e, con un dito sull’ombelico, soggiungeva:
—Questa è la piccola buca delle lettere tutte per me.
Su quel vasto letto, in quella brutta camera d’albergo si esercitava la pressione del porto tutto catrame, fumo, carbone, antenne, sole accecante ruvidissimo nelle alberature, polvere salata, scricchiolio di ruote, carri, carrucole, peso dei cavalli monumentali e dei carriaggi sul selciato di bragia, treni di piombo ripiombanti sulle rotaie e odori furenti.
Ero torturato, inquieto. Ma il mio petto si sfasciò dalla delizia quando Bianca mi ridonò la sua prima anima infantile, vergine, con queste parole:
—Ed ora stiamo buoni. Voglio soltanto che tu mi mangi un po’ la boccuccia.
Nello scendere dal treno a Napoli io constatai che una lotta si era scatenata fra il mio cervello volitivo pieno di idee di guerra e di prossima offensiva e il mio cuore tremante, vinto, liquefatto, napoletano. Irritatissimo, sconvolto, con le lagrime in gola, traballavo nella carrozzella traballante pei vicoli notturni.
Napoli nei primi anni di guerra, fu sempre sfacciatamente illuminata negozi e caffè. Ora imitava finalmente le altre città mascherandosi di azzurro per paura di un secondo bombardamento di aeroplani. Per difendersi e nascondersi i napoletani hanno riempito le strade di piccole lune graziose copiate sulla grande loro luna speciale.
Piccole lune da strada! Piccole lune quasi tascabili! Questa arrotonda una fresca volta di grottazzurra di Capri. Vi tremano sotto liquide turchesi e gioielli d’acqua.
In quest’altra piccola luna da strada scintilla il fondo abisso del mare con palombaro e lampadina elettrica fra guizzi fulminei di pesci. Ma la giocondità rossa bianca napoletana schizza fuori dalle botteghe radendo il selciato. Una giocondità tutta a risate represse, occhiate, sghignazzamenti, baci veloci, strette di mani incandescenti, gomitate d’oro, luci schiacciate, spremute fra i battenti delle porte sulle soglie nei buchi del marciapiede.
L’allegria napoletana cede un poco, ma non troppo, alla severità della guerra. E’ ottimista il vasto golfo carnale, indulgente e distratto. Sa che dopo i malefici iettatori aerei con relativo sterco esplodente ritornerà la pace pei soldati vittoriosi carichi di passione da spandere in canti larghi tali da colmare tutti i pozzi del terrore materno.
Così io penso che nel mio cuore la guerra di ferro e fango saprà vincere la dolce e velenosa guerra dell’amore. Molleggia la mia anima in carrozzella per le strade spaccate forse dalla passione. Quanti buchi affettuosi! Il mio spirito virile somiglia al mio cocchiere che tira ferocemente, tira a strappi brutali il cavallo sfiancato fuor dai binari. Ma il cavallo sfiancato come il mio cuore va dove vuole, a destra, a sinistra, resistendo alla mano violentissima che lo strappa. Non m’ispira pietà quel cavallo, tanto è di caucciù indifferente sotto le frustate tremende in testa, atroci.
Il selciato è più che napoletano, svaccato. Il cocchiere accanito sradica fuor dai binari il cavallo, sturacciolando la carrozzella che balza come un fa bemol fuori dalle righe musicali. Arpeggio violento strappato nelle corde tese delle strade notturne, molli di languore erotico, arpe coricate degli abbandoni carnali.
Povera carrozzella dell’amore e del canto nostalgico che con schianti e singhiozzi si strappa dai binari ferrei della vita di guerra.
Il cocchiere bestemmia:
—Accidenti! Fetente!
In realtà dove vanno a finire le ruote del mio cuore, lo sa il Padre Eterno!
Ma i vicoli splendono sgargianti infischiandosi degli areoplani. All’imbocco di questo vicolo il viscido argento profuso dei pesci fuor dalle casseforti sfasciate del mare. Più su, tutti i fatti di sangue dei pomodori e dei cocomeri. Venti passi più innanzi crollati giù e dormenti tre rosei volumi di grassi bambini pneumatici da réclame. A destra in vetrina la morbida materna bontà cedevole delle mozzarelle troppo femminili che godono il proprio fresco immacolato candore.
Bisogna bene passar la sera in un caffè concerto. Non potrò vedere Bianca prima di domani mattina. Nello schiamazzo luminoso della sala Umberto, canta una donna in gonnellino vermiglio, pallido visetto che suda sotto ciocche nerissime, pesanti. Occhiate di liquirizia. La canzone trascina voci e anime di spettatori.
A tutte le frasi sagge e interessate della madre il ritornello risponde con un’ondata grave, triste, ostinata, religiosa:
Sono preso anch’io dall’ondata e canto con tutto il pubblico come un canotto preso fra i ghiacci veloci di quelle buone bibite napoletane che la mia gola bocca bruciata, beve remando colla lingua. Dormo male con incubi e sobbalzi all’albergo S. Lucia. All’alba di nuovo in carrozza con un mio piano d’uomo geloso e sentimentale.
Sei e mezza. Fa fresco. La mia carrozzella è ferma in agguato. Vedo la porta di Bianca senza pericolo d’essere veduto.
Viene fuori la sferica mammelluta portinaia a vuotare le immondizie nel carretto dello spazzino.
Bianca sta al pianterreno: a tre metri dalla sua finestra una cassetta postale. Due bambini corpicini sparpagliati, gambe nude, passano toccando tutto. Si fermano estatici dinanzi a un fanale dipinto di fresco, verde. Lo toccano. Il portinaio di Bianca viene fuori a sbattere il tappeto dell’entrata, scopa la soglia, lucida gli ottoni della porta.
—Fra cinque minuti mi sporcherò, pensa l’ottone luccicando sotto le mani.
Bianca è in letto, dietro quelle griglie. Respira. La mia forza preme. La sua tentacola nelle coltri del sonno. E’ molto presto. Aspettiamo.
Tre bambine povere vanno a scuola, in nero, un fiocco rosso sui capelli. Si fermano. Si raccontano.
Una bambina dodicenne elegante in azzurro, bionda, precede a passi rapidi concisi di dovere—tac tac tac—la cameriera vecchia, rullante, sbrindellona, ciabatte.
La bambina sbuffa:
—Auf! che tartaruga, la Maria! lo dirò a mammà.
Un bambino di 6 anni fa trascinare il peso delle sue gambe da una giovane cameriera bruna che corre per non perdere l’appuntamento coll’amante. Ogni tanto la cameriera si tira su la giarrettiera.
E’ ancora presto. Molto tempo da aspettare.
Din din din campanello di chiesa. Rrrrrr di automobile catarroso in questa rimessa. Ne esce il meccanico, gabbano grasso, lurido, nerastro. Frescolino venato di tepori. Penso che quella cassetta postale comunica forse col letto di Bianca. Dal letto Bianca può impostare. Se da fuori io imposto una lettera, questa cadrà forse nel suo letto!...
Cip cip cip di uccelli. Un raggio duro lungo di sole si slancia giù dal cornicione di una casa, picchia il selciato e lo apre: calce e oro accecante.
La frusta del mio vetturino oscilla tra il mio naso e le griglie chiuse di Bianca che io fisso.
Il cocchiere gira intorno alla carrozzella, calmando il cavallo impaziente coi suoi: eheee eheee.
La targa di marmo che porta il nome della strada sembra chiudere colla forza di un suggello la via la casa e la vita-amore di Bianca.
Penso che nella penombra calda sudata della sua camera da letto ora entra la cameriera col cioccolatte. Calore, sudore, odore vanigliato acidulo fra i seni di Bianca. Si sente la bocca arida, si ravvia i capelli, domanda:
—La posta.
—Grazie.
Fuori strada in pendenza. Tutte le strade si inchinano sotto il peso del calore per versare gente giù nel Golfo. Strade che si tuffano nell’acqua fresca della sua voce che ricordo:
—Sono piccini, piccini, piccini i miei seni.
Il sole salta a piè pari giù dal cornicione con tutti i suoi pendagli e fiocchi di fuoco pesante. Piomba nella strada precisando burocraticamente le ombre.
Due postini con nella mano alzata un grosso pacco di dolori piaceri angosce. Ciriguée-guée di cancello che s’apre. Peso del sole sulla strada. Peso delle lettere nelle mani dei postini. Cameriere e portinaie corrono intorno ai due postini abbeveratoi che tengono alte chiuse le mani-rubinetti. Tac tac tac pac pac pac di passi.
Aspettiamo ancora, mentre il calore dilata sforza la strada. Attività delle mosche sulla groppa del cavallo, sventagliamento della coda autonoma.
La vita ancora triste tentennante si rinfranca a poco a poco. La strada che era vuota, vergine, sola sonnolenta e floscia, aveva dimenticato i passi umani.
Ora si svincola freme, scatta, si irrigidisce sotto le vite-passi che la pungono di volontà-speranza.
In quella finestra aperta una cameriera scopa, scopa, scopa da circa un’ora. Gran Dio come hanno sporcato la casa: la risporcheranno.
Un operaio porta un water-closet di porcellana al fianco. Una serva porta un pezzo di campagna verde sulla testa. Un altra ha fra le braccia un pezzo di battaglia sanguinosa e un pezzo di delitto rosso in una carta gialla. Un vecchio passa oscillando, calvo, sudato sotto un enorme vaso di palme, Oriente, viaggio.
Ad un tratto il sole mi trapana il cranio con un consiglio!
—Cosa fai, cretino? cosa aspetti? cosa sorvegli? Dà una mancia al portinaio e entra.
Il consiglio è ascoltato.
Alle 5 del pomeriggio io stringevo finalmente fra le braccia una prodigiosa felicità che mi riempiva la gola di dolci singhiozzi. Bianca era mia, mia, assolutamente mia come non era stata mai.
Dopo due ore di amore forsennato, atroce, lacerante, disperato, scendiamo languidi stanchi felici nella strada affocata per portare le nostre anime al mare che ha i lenti balsami le filosofiche brezze persuasive i lunghi sorrisi d’oro ridente e prezioso. Ondeggiamo nella carrozzella a Mergellina. Sera calda, gonfia di tutti gli odori agrodolci leziosi delle alghe. L’aria ha una tenerezza di carne sana spalmata di salsedine. Il promontorio di Posillipo sembra oscillare sulle sue palafitte di riflessi. Bevo nella bocca molle viva instancabile di Bianca tutto l’ardore contenuto il languore mortale e gli abbandoni del golfo profumato che si sdraia nella notte smisuratamente affettuosa, dove i soffi del vento si sollevano come coltri sudate.
Il mare azzurro tremante sospiroso, lecca la strada con mille appetiti minuti, mille fissità di luci, e mille luci scivolanti affaccendate.
Al largo la lastra del Golfo sembra un viso di donna estenuato, pallidissimo che aspetta, invoca esige, esige, la delizia suprema.
Sono esausto. Parlo a Bianca e il cuore mi crolla giù di rinuncia e sciolgo tutti i nodi della volontà, offro tutto me stesso alla vittoria dell’amore assoluto. Un demonio assurdo mi costringe ad avvilirmi, annientarmi. Forse ho troppo sofferto della pienezza esuberante di forze e della rigidità costrittrice. A Bianca regalo rutta la mia vita, l’amore l’amore!
Sono sincero?
Una voce interna urla: no! Ma è una voce che non riconosco, estranea, troppo simile a quella di quel venditore di cocomeri che vende nella ironia bianca dell’acetilene grandi cuori spaccati e freschi. Inesplicabilmente Bianca rifiuta con tono reciso. Sembra divenuta la mia stessa coscienza energica. Travasamento d’anime. Bianca è il futurista. Io sono il passatista sentimentale dai nervi lacerati che si aggrappa vuole la continuità, l’eternità, l’assoluto del cuore!
Bianca dice:
—Non ci vedremo forse mai più. Io sposerò lui. Vuoi sapere il suo nome? Si chiama Leone Paris, figlio dell’avvocato Paris. Trent’anni. E’ stato il mio primo amante. Tu sei il secondo.
—Perchè ti sei data a lui?
—Era appena arrivato dal Benadir. Dopo molte imprese audaci. Non l’ho mai amato, ma è buono. Era ammalato. I medici non speravano di salvarlo. Sono stata per lui come una sorella. Per me ha voluto guarire. Si è curato con una energia straordinaria. Io seguivo ogni giorno questo suo sforzo verso la vita. Ogni giorno egli esigeva qualcosa di più da me...
—Così senza amore sei stata sua?
—Ho creduto che quell’affetto sarebbe diventato amore. Ciò non avvenne.
—Ed ora?
—Ora egli sa tutto, accetta tutto, sa di te senza sapere il tuo nome. Mi vuole sposare.
—E tu?
—Io sento che quello è il mio destino. Egli mi ama in modo assoluto. Quando gli ho detto che corsi il rischio di avere un bambino da te, mi disse: Perchè non l’hai voluto? Lo avrei fatto mio!...
Bianca è una donna intelligente che ha il culto maniaco delle eleganze morali. Strano tipo di donna involontariamente futurista, essa perfeziona e conserva preziosamente il valore eccezionale, tipico della nostra avventura. Vuole che questa rimanga la meravigliosa avventura della sua vita. Io, invece, sono la preda dell’assurdo.
Ho trovato in Bianca una bella amante ardente lirica, disinteressatissima, generosa e fugace e mi accanisco a volere trasformarla in una moglie!
Con frasi rotte dai singhiozzi parlo, parlo, a Bianca per convincerla, strapparla alla sua decisione. Bianca rifiuta:
—Mi vuoi tutta per te, per sempre. Pazzia! Te ne pentiresti. Non voglio sacrifizi!
Io mi esalto all’idea magnetizzante di averla averla sempre, sempre, tutte le notti della mia vita e mi inebrio del pericolo che vedo nettamente in una sua possibile accettazione.
Non sono sincero. Sono sull’orlo di una spaventosa sincerità.
Bianca mi mormora commossa:
—Credi, credi, ti pentiresti più tardi. Non voglio. Rifiuto. Il tuo temperamento ha un destino tumultuoso, violento irto di contrasti e di fragori che non amo. Tu sai che io sono stanca, stanca della vita. Voglio la calma, il riposo, tutto il riposo, tutto il riposo pei miei poveri nervi massacrati. Egli è buono, mi ama, mi accetta come sono.
La voce di Bianca mi fa impazzire dando subitamente un sapore diabolico alla sua carne ricordata ai suoi baci alle sue carezze che mi stringono ancora spiralicamente. La guardo e il mio cuore si slancia assetato verso la sua dolcezza. Come vivrò senza la presenza di quel sorriso? Il velluto di quella pelle! Quelle tenere gote tessute di gioia solare! I suoi occhi, come dimenticarli? Sento, sento che quella piccola lingua scorrente sulle labbra arse può dare la felicità.
Affannosa ascensione su, su, di angoscia in angoscia fino al delirante singhiozzo amaro, fino allo straripamento delle lagrime più dolci, nel lago altissimo di quell’amore in cui vorrei annegarmi, annegarmi annegarmi!
Rompere, rompere ad ogni costo gli ultimi nodi della sua volontà! Mi umilierei, mi distruggerei con una gioia infinita. Ormai il mio cervello non sorveglia più il mio cuore. Ho perso ogni controllo. Sono un suicida ebbro di morire.
Bianca rifiuta. Decisione irrevocabile. Il lunatico demonio che s’è impadronito delle nostre forze sentimentali vuole che Bianca rifiuti assurdamente un dono assoluto in nome di alcune vane suscettibilità e inutili fierezze, o semplicemente perchè la logica sia una volta di più bandita dagli affetti umani.
A mezzanotte ci lasciammo con un lunghissimo tenerissimo bacio sulla soglia della casa della zia.
All’alba riparto per Roma e Firenze.
Mi addormentai. Risvegliandomi nella stazione di Roma vidi e sentii il mio cuore come un panno bagnato di lagrime torto fra le mani brutali da una lavandaia sudanese muscolosissima. Cuore gualcito, ma lavato, pulitissimo. Cuore fresco di bucato.
All’Hôtel Baglioni di Firenze trovo un telegramma di Maria che rimanda a più tardi il nostro incontro forse fra 15 giorni a Padova. Me ne rallegro e a zonzo cogli amici inasprisco la mia volontà di prossima offensiva al fronte nel tepore vile della città cosmopolita, antiguerresca.
Però Firenze migliora. Gli alberghi di Lung’Arno trasformati in ospedale, sono ridiventati italiani. Da quegli eleganti piccoli giardini invernali la lingua italiana era quasi esclusa. Cubava, rotolava la goffaggine ia - ia - teutonica. Motoreggiavano tutte le rrrrrr snobistiche di Parigi Londra New York. Le bocche Americane mangiavano parole inglesi masticandole meccanicamente con mascelle quadrate d’acciaio. Steli pallidi di Misses piegavano bisbigliando parolette cretine sotto il vento della moda ammirativa, e la borghesia della città seguiva quel ritmo accentuando beceramente i toni e le forme. Oggi vedo ai balconi soleggiati degli alberghi i feriti italiani in camici bianchi e grigi che godono nell’aspettare il colpo di cannone meridiano della colazione, lontano dalle corvées.
Tum Tum... Dilatazione lieta di questo rumore sfaccendato e in vacanza. Subito le campane sbrodolano il loro piombo fuso sull’Arno giallo sporco. L’Arno! lenta corrente di sudiciume dei secoli, patina liquida di tutte le facciate delle case scolorite come vecchi quadri male incorniciati in un cielo da museo.
Inerzia. Atmosfera svogliata. La rompe un groviglio di miagolii di gatti che a gomitoli balzanti si precipitano fra le mie gambe.
Solita caccia quotidiana intorno alle trattorie. La polizia sequestrò ieri venti grossi gatti già pelati e pronti per la padella. I neutralisti bestemmiano contro la guerra che costringe a mangiare in tal guisa. Io compiango con l’anima di Baudelaire i poveri gatti che soli sanno dinamizzare con risse e amori diabolici i pederastici chiari di luna dell’Arno. Le campane di Firenze hanno le monotonie e le insistenze balorde che caratterizzano lo stile di Benedetto Croce e di Romain Rolland. Scodellano in giro suoni, rumori, dondondondondon vecchie idee sciupate, nostalgie e latte e miele sentimentale sull’immane bricabrac di case, chiese polverose affastellate alla rinfusa e scopate tutte sull’altra riva dell’Arno perchè questa sia tutta pulita per i forestieri in estasi, ignoranti, ma compratori. In fondo, verso le Cascine, i camini delle officine fumano, fumano distrattamente con spiraliche sciarpe d’ozio oblioso infischiandosi, infischiandosi degli operai che chiamano e della guerra che esige munizioni.
Ma alle due del pomeriggio seguo un fiume di folla che mi conduce al parco di Boboli.
Grande festa patriottica. Nell’anfiteatro sulle gradinate a semicerchio Veneri, Apolli e urne bianchissime spiccano sulle alte muraglie verdi di bossi e lauri.
Agitazione di ventagli, cappelli di paglia, vestiti bianchi e rosa, ombrellini verdi, viola, rossi, sotto il sole ardente impressionista. Una faccia spunta dietro la nicchia di una Venere cantando:
Vorrei essere Tirteo...
E’ quella Venere forse che canta con la mano sul sesso per accentuare il sentimento.
Grande pastorale in costume con coro campestre.
A sinistra nel folto del viale che sale verso il parco alto, molti carabinieri ritti come in agguato sembrano pronti ad acciuffare una massa rossa che canta nel verde, massa troppo rivoluzionaria di coristi camuffati da soldati francesi.
Corteo simbolico. Una Italia in manto rosa con stella sulla testa. Scende cantando:
Maggio sei bello, ma Firenze è assai più bella.
Si slanciano giù furiosamente i teutoni, con pelli di tigre, elmetti alati, tridenti e lance:
Siam i re dei barbari
In mezzo a loro Attila e la Germania in rosso sangue di bue col chiodo in testa.
Risponde l’Italia cantando parole assurde sul tema:
T’amo come il fulgor del creato
Duetto dell’Italia e della Germania.
Vicino a me una bambina dice:
—Guarda che occhiacci fa la Germania!
Si avanza grottesca la Repubblica Francese con fantaccini in pantaloni rossi. Marsigliese.
Segue l’Inghilterra con molti scozzesi. I gonnellini quadrettati divertono le donne che però preferiscono questa carica di bersaglieri piume al vento, e la sciabola sguainata del suo capitano. Questo, rosso apoplettico, ha un diverbio fiero con Attila quasi impaurito.
Scoppia la battaglia. Pastori, pastorelle, soldati francesi inglesi, italiani inseguono verso l’alto parco i teutoni fugati in disordine. Ma un tripode stretto da fucili, baionette e tricolore fuma incenso e promette pace. Si svolge un corteo di vestali subito cancellato da un battaglione americano di cow-boys, e pellirosse marziali. Il popolino toscano non trattiene più la sua gratitudine per l’aiuto americano.
Dopo il corteo delle città invase o irredente Udine, Trento, Trieste, la marcia dell’Aida accompagna l’entrata solenne su cavallo bianco della Pace con un ramo d’olivo in mano.
Il pasticcio frenetico dei simboli e delle musiche d’ogni tempo e d’ogni popolo ingigantisce. L’agitazione delle bandiere e lo svolazzamento dei manti trasformati in scope veloci, mi dà la sensazione d’una tragicomica rivolta di palcoscenici napoletani o d’uno sciopero violento a mezza opera al Teatro San Carlo.
Penso che quel grande futurista che si chiama Petrolini demolitore d’ogni romanticismo ha voluto prendere definitivamente a calci la storia e la vecchia retorica con una sintesi futurista di neutralismo fiorentino, + gentilezza floreale toscana + ossessione della pace + ammirazione servile pei forestieri ricchi, + amore estivo per la campagna + cretinismo congenito degli organizzatori di feste.
Giungo a Milano a mezzanotte. Sciopero di carrozze. Sul piazzale, nella luce azzurra delle lampade velate crocchi di soldati e di prostitute vocianti affaccendate nei contratti erotici. Inquietudine delle notti di guerra in città, tempestate dai galoppi della lussuria e dell’alcool sui letti divorati e vomitati spensieratamente!...
Consegno la mia valigia a uno strano facchino improvvisato. E’ un gobbetto con ambiguità pederastiche e un’inesauribile chiacchera di beghina.
Dice con smorfie e risucchi di saliva pieni di orrore e ripugnanza schifiltosa:
—Dio mio, Dio mio, tutte quelle donnasse! quelle porcasse! Povera Milano! Stanno lì ogni sera... Tutta la notte a fare réclame coi soldati! E’ una indecenza! Povera Milano non si riconosce più...! E i profughi, che disgrassia... Date indumenti, date indumenti! Lo so, lo so, sono povera gente. Ma, date indumenti, date indumenti! Sono restato a piedi io e senza scarpe!
Il gobbetto che mi segue portando la valigia mi racconta che è figlio di un portinaio di Via Cerva. Per colpa dei profughi vive in un ripostiglio, quasi di mendicità; porta gli abiti del padrone di casa. Di notte fa il facchino. Certo ha due, tre altri mestieri meno confessabili. Ad un tratto si ferma con un bizzarrissimo lustrascarpe vestito da sportman stivaloni, berretto e cane lupo a guinzaglio. Il gobbetto mi spiega poi che quel lustrascarpe è spagnuolo e fa l’usuraio dei cantanti in Galleria. Originale flora mostruosa di questa tropicale fermentazione di guerra.
A Milano, confido la mia sicurezza nella vittoria prossima, grandiosa, all’amico Notari, geniale patriota, instancabile, fattivo. Con lui assisto a una assemblea interventista. Piccolo teatro gremito. Sono sul palcoscenico. Il signor Del Crema, viso paonazzo grondante di sudore, spinge affannosamente alla ribalta la sua eloquenza e la sua pancia, botti spaccate che schizzano, tuonano, sputacchiano, inaffiano rosso. I suoi paroloni-piedoni pigiano l’uva dell’assemblea. Come, dove salvarsi? Vedo mani sul viso, parafanghi. Braccia alzate come parafulmini. Tutti i cappelli delle signore abbassati, paralumi. Beato chi aveva davanti un più alto spettatore, paravento. Una donna fuggì, gonna svolazzante, paracadute. Ma urtò contro un uomo pietrificato dal sonno, paracarro!
Vorrei chiacchierare col pittore Rosai. Si è calato giù sotto la ribalta.
Del Crema continua. Pancia, eloquenza non formano più che un unico pallone gonfio, gonfio, gonfio che sta per esplodere:
—Violenza, violenza! violenza! Bisogna colpire, colpire, colpire!
Invisibile, ma pronto Rosai colpisce l’ultima parola in pieno con un potente:
tum—tum
della grancassa. Ilarità fragorosa. Grandine, valanga di risate. Del Crema sembra ferito in pieno nel tamburo della propria pancia.
Io crollo a terra corpo e gambe in convulsione di allegria. Del Crema bestemmia, sbuffa, si arrabbia, non può ripigliare il suo discorso.
Entra nella sala una folla di donne politiche. Acclamazione, vocio. Perchè mai son tutte brutte le donne che frequentano le assemblee? Tutte tragicamente incoricabili, tenaci consigliere di castità.
La loro eloquenza ha lo sviluppo epidemico del colera e della peste. Una donna stridula impreca contro le signore disfattiste e germanofile ma è subito interrotta da un uragano di altre voci stridule e mani fragili unghiute. Cento colli allungati di galline per raggiungere una mano alta piena di grano:
—Fuori i nomi! fuori i nomi! fuori i nomi!
Pollaio esasperato dalla mancanza di galli... I galli imboscati non sono galli.
Torno al fronte pensando senza rancore che gli imboscati sono utili non fosse altro per dar risalto alla bellezza dei combattenti.
Nella tradotta m’addormentai al ritmo di questa canzone che dei fanti in un compartimento vicino trascinavano con voce di sonno alcoolizzato: