Non hai tu un deputato?
Un parente cornuto
che ti venga in aiuto?
Non hai tu un ministro
o qualche altro ruffiano
che ti stenda la mano,
per levarti dal freddo
dal rischio e dal gel?
Se tu sapessi
quanti imboscati
dormono laggiù
di certo la trincea
lasceresti
pel bosco anche tu!

XV.

CAVALLERIA MEDIOEVALE
E BLINDATE FUTURISTE

Il ritmo del treno non riesce a uguagliare in celerità il battito del desiderio che l’idea dell’offensiva suscita in me. Che cosa si aspetta? Sento il momento venuto. L’ora tipica, unica col suo nodo di forze favorevoli penderà fra poco sul nostro capo. Gli eserciti francesi e inglesi al comando di Foch attaccano violentemente la Germania che cede, poco, ma cede. Il morale delle nostre truppe è forte, sereno, consolidato dalla grande vittoria del 15 giugno e dall’enorme propaganda, metodica, accanita. Bisogna dunque sferrare l’offensiva finale.

Non curandomi dei miei vicini di compartimento io mi tasto il petto, le cosce, le gambe come si palpa una granata prima di introdurla nel cannone. Mi sento bene. Non temo il lieve dolore al ginocchio sinistro che ogni autunno si ricorda di Plava.

Ferito da una grossa scheggia all’inguine, caduto sotto il pietrame e i sacchi a terra della batteria sfasciata, mi rialzai con la faccia bruciata e calandomi i calzoni inzuppati di sangue ammirai lo straordinario viola della mia coscia e del mio ginocchio pesto. Ora sono risanati.

Nella fattoria di Barchessa trovo i miei compagni a tavola sotto la lampada pacifica, che mangiano discutendo questioni di servizio e di faticosissime manovre con la cavalleria.

A tavola con noi un simpatico ufficiale di cavalleria: Franci di Pietralunga, raffinato, coraggioso ma sempre velato da una melanconia inspiegabile.

Io tento di concludere la discussione:

—E’ assurdo volere accordare il medio-evo della cavalleria col futurismo delle blindate! Salvo rari momenti la cavalleria è stata sempre fuori di posto in questa guerra. Assurdo l’impiego strategico per divisioni! Duemila cavalli offrono un bersaglio enorme. Se domani avremo da inseguire il nemico basterà un solo suo cannone ben puntato per fermare qualsiasi massa di cavalleria nostra. La cavalleria non può come la fanteria camminare ai fianchi della strada o nascondersi dietro gli argini o nei fossi. Un cavaliere è facilmente individualizzabile su una strada. Se poi il nemico è in rotta completa senza neppure un cannone per proteggere la sua fuga, si presenta il problema della velocità dei cavalli che naturalmente è mediocre a meno di ammazzarli la sera del primo inseguimento.

—La cavalleria, interrompe Raby, è stata nei due primi anni di guerra un bosco elegante. Come cavalleria, bene inteso, poichè appiedata diede innumerevoli eroi a Monfalcone e sull’Isonzo nel corpo dei bombardieri e in quello dei mitraglieri.

Franci scattò:

—Dimenticate le nostre gloriose cariche suicide in retroguardia dopo Caporetto.

—Le ho viste con questi occhi e non le dimentico, disse Raby. Ho visto eroismi sublimi, ma vani. Una sola delle mie blindate dal Tagliamento al Piave serviva più che 4 o 5 squadroni.

—Credi, caro Franci, dico io, le macchine di guerra, cannoni a tiro rapido, mitragliatrici, areoplani e auto-blindate hanno reso assurdo il Don Chisciottismo della cavalleria. E’ il passatismo che si difende. Non vuole morire, ma deve morire. Questa guerra ha esautorato il fucile, immaginiamoci se non esautora il cavallo. Il cavallo è un milionario, nato gran signore per non fare niente. L’altro giorno c’erano lì nei prati 250 cavalli. Bisognava vedere che bersaglio per l’artiglieria! Ora vedi, caro Franci, i comandi supremi della cavalleria italiana che erano tutti più o meno dei germanofili, sicuri che la loro cara Germania conservatrice e militarista avrebbe certamente vinto, sono oggi agitati, sbalorditi dalla piega degli avvenimenti. Vedendo crollare la Germania sognano archi di trionfo per il ritorno dell’esercito e vogliono ad ogni costo coprirsi di qualche prestigio.

Non disprezzano più le macchine veloci. Molti sono felici di pedalare. Gli squadroni sono pieni di biciclette e motociclette. Gli speroni si impigliano nei raggi di bicicletta, poco importa. Ora vogliono arrampicarsi sulle nostre auto-blindate. Hanno incorporato nella divisione di cavalleria biciclette, motociclette e auto-blindate. Ci metterebbero sopra, se potessero, soltanto ufficiali di cavalleria. Lascerebbero volentieri i cavalli nei depositi purchè si dica che la divisione di cavalleria ha forzato, sfondato, inseguito, accerchiato il nemico. Dimenticano che ciò non è facile senza ruote, stantuffi, pneumatici e benzina. Mi dispiace, caro Franci, di dichiararti che il bel cavaliere elegante e romantico non ha più ragione d’essere fuori degli album delle signorine. Finite le lance con banderuola blu! Oggi ci vogliono le nostre mitraglianti auto-blindate in velocità. Se lo Stato Maggiore italiano avesse avuto al principio della guerra questo senso pratico di adattamento agli uomini e alle cose e si fosse liberato dal concetto teutonico stupidamente importato con relativa meccanizzazione di tutti gli organi, avremmo forse evitato Caporetto. Ne risultò una continua falsa valutazione della responsabilità e un assurdo particolarismo burocratico. Tutto si riduceva a queste frasi lanciate da comando a comando:

«Non mi faccia difficoltà—Si arrangi—Ricevuto l’ordine aspettare il contrordine—Dare assicurazione».

Nulla di più assurdo della concezione aprioristica professionale, tedesca, secondo la quale il nemico deve prendere una tale o tal’altra decisione solo perchè questa si presenta come la più logica. Questa concezione elimina l’enorme valore guerresco dello spirito creatore. In una razza come la nostra, carica d’individui geniali, ingabbiare così burocraticamente lo spirito improvvisatore è stato un delitto. Abbiamo inoltre disprezzato per molto tempo il fattore umano nelle truppe logorando così, avvilendo, e anemizzando i reparti. La Germania ci aveva regalato la stupida teoria delle formazioni ammassate che conducono ad attacchi frontali con forze sempre insufficenti, urti ripetuti digradanti per intensità e senza veri effetti.

La battaglia moderna invece si riduce quasi sempre a una lotta sui fianchi. Vince colui che dispone di una riserva potente, pronta, non nelle lontane retrovie dietro il fronte, ma nelle retrovie immediate di una delle due ali. Questa riserva non deve esservi condotta nel momento grave della battaglia, ma molto tempo prima. Lo Stato Maggiore tedesco nella battaglia della Marna, settembre 1914, non ragionò così e fu sconfitto. Il centro del fronte ha pure bisogno di riserve, ma la massa delle riserve non deve mai essere disposta dietro il centro fintantochè esiste una possibilità di accerchiamento. In settembre-ottobre 1914 in Fiandra l’esercito tedesco tentò di avviluppare l’esercito francese. Questo comprendendo il pericolo allungò il suo fronte. L’esercito tedesco allungò ancora di più il suo, e la doppia corsa per avvilupparsi l’un l’altro il fianco finì al mare.

Questi concetti in parte anteriori alla guerra hanno assunto un valore speciale data la possibilità attuale di velocizzare il trasporto di truppe, il vettovagliamento, e il munizionamento.

Nella guerra futura però non si potranno equipaggiare milioni di uomini. Vi saranno piccoli eserciti di 100 mila uomini agguerriti e scelti, in azione dinamica davanti alla nazione che tutta lavorerà a produrre per loro.

Questi piccoli eserciti saranno costituiti di truppe celeri e specialmente di artiglieria d’assalto cioè tanks terrestri e tanks anfibie che colla solita striscia scabra o ventre di bruco supereranno boschi, colline, fiumi sorprendendo il nemico. Vi saranno inoltre areoplani-fantasmi carichi di bombe e senza piloti, guidati a distanza da un areoplano pastore. Areoplani fantasmi senza piloti che scoppieranno con le loro bombe, diretti anche da terra con una tastiera elettrica. Avremo dei siluranti aerei. Avremo un giorno la guerra elettrica.

Grideremo allora: «Finiamola coi vecchi esplosivi! Noi non sappiamo che fare, ormai, della ribellione dei gas imprigionati che sussultano rabbiosamente sotto i pesanti ginocchi dell’atmosfera!»

Vedo in sogno, sul confine di due popoli avanzarsi, dalle due parti, rotolando sui binari le enormi macchine pneumatiche—elefanti d’acciaio irti di proboscidi scintillanti puntate sul nemico.

Quei mostri bevitori d’aria sono guidati facilmente da macchinisti appollaiati su in alto, come cornacs, nelle loro cabine tutte a vetri. Le loro piccole figure sono arrotondate da una specie di scafandro che serve loro a fabbricare tutto l’ossigeno necessario per la respirazione.

La potenzialità elettrica cosciente e raffinata di quegli uomini, sa utilizzare l’amicizia e la forza dei temporali, per vincere la stanchezza e il sonno.

Ad un tratto il più agile dei due eserciti ha bruscamente rarefatta l’atmosfera del suo avversario mediante la violenta aspirazione delle sue mille macchine pneumatiche.

Queste filano via, subito dopo, a destra e a sinistra, sui loro binari, per lasciar posto a delle locomotive armate di batterie elettriche. Eccole puntate come cannoni verso il confine. Degli uomini, ossia dei domatori di forze primordiali, regolano il tiro di quelle batterie che lanciano fra le dighe di un nuovo cielo irrespirabile e vuotato d’ogni materia, grandi grovigli di fulmini irritati.

Li vedete voltolarsi nell’azzurro, codesti nodi convulsivi di serpenti tonanti? Strangolano gli innumerevoli fumaiuoli branditi delle città operaie; infrangono le mascelle aperte dei porti; schiaffeggiano le cime bianche delle montagne, e spazzano il mare color di bile, il mare urlante, che s’incava e si rizza follemente per atterrare le città marittime. Venti esplosioni elettriche nel cielo, smisurato tubo di vetro pneumaticamente vuoto, hanno riassunti gli spasimi coraggiosi di due popoli rivali, coll’ampiezza e lo splendore delle formidabili scariche elettriche interplanetari.—

Il mio sogno di guerra suscitò un uragano di applausi. Intervenne pacatamente Raby:

—Oggi la nostra cavalleria medioevale può avere un impiego tattico. Ad ogni corpo d’armata uno squadrone per il servizio di arginamento nelle retrovie e per impedire alla fanteria di cedere. La cavalleria può servire, data la forza di coesione disciplinata che la caratterizza. Credo anche a dei colpi di mano isolati con plotoni lanciati che appiedandosi combattono coi ciclisti. I plotoni di cavalleria sono adatti al collegamento dei corpi d’armata. Nella fitta rete stradale rotta da canali e fossi del Veneto una divisione di cavalleria in massa diventa un elegante suicidio.

—D’altronde, concludo io, nulla di più assurdo che polemizzare contro la cavalleria oggi. E’ tardi per perfezionare. L’offensiva è ormai cotta a puntino, bisogna servirla in tavola. Sono convinto che è imminente.

—Macchè, macchè! gridano tutti, sei un illuso. Preparati a rimanere tutto l’inverno in questa palude.

—Scommetto ciò che volete... scommetto con te Raby che il 27 ottobre prossimo, anniversario di Caporetto, noi sferreremo una offensiva generale, formidabile. Sarà decisiva e vittoriosa. In novembre la guerra è finita.

Grida, fischi, schiamazzo.

—Scommetto una succolenta cena con donne eleganti al Cova di Milano.

—Accetto! risponde il capitano Raby, mi preparo alla tua bella cena con digiuno e castità.

Volpe si avvicina e sotto voce:

—Forse hai ragione. Mando subito un telegramma al mio agente di cambio a Genova. E’ il momento di comprare.

L’indomani sera ero invitato a pranzo dal generale Filippini comandante la prima divisione di cavalleria. Speravo di apprendere qualcosa di preciso, ma in realtà ero già convinto da una voce intima che non ammetteva discussione.

A tavola sono seduto in faccia al generale Grazioli comandante il corpo d’armata d’assalto. Ha sul petto un giardino multicolore di medaglie. Alto, elegante, viso lungo intelligente addolcito come da una sensualità soddisfatta, bell’uomo quarantenne d’aspetto giovanile.

Parlo a Grazioli degli arditi, esponendogli le loro inquietudini, la loro aspirazione sempre contrariata verso dei privilegi ai quali essi hanno diritto. Morale altissimo. Ma soffrono di non essere nettamente distinti dalla fanteria. Vogliono una disciplina elastica, un riposo assoluto quando sono nelle retrovie. Rifiutano le marce, le esercitazioni quotidiane e le corvées. Esigono di essere portati in autocarro sulla linea del fuoco. Concludo:

—Sono dei cavalli da corsa, che non vogliono prepararsi alla corsa fra le stanghe di una carrozzella.

Il generale Grazioli e il generale Filippini sorridono, e con tono militare mi espongono la loro volontà di disciplinare ad ogni costo gli arditi.

—Pensate, mi dice Grazioli, 200 arditi di Reggio Emilia sbandati dopo Caporetto, venuti dagli ospedali hanno lanciato alcuni mesi fa delle bombe in una stazione e l’hanno saccheggiata. Sentendosi troppo pigiati sul treno che li portava si sono arrampicati sul tetto dei vagoni. Viaggiarono così 50 Km. Si dovette fermare il treno prima di un tunnel per non massacrarli. Io credo che gli arditi vanno trattati come fanteria scelta. Tanto più che molti degli arditi attuali non sono mai stati al fuoco! Disciplina, disciplina, questa è la migliore garanzia del loro massimo rendimento nella offensiva futura.

—Quando, generale?

—Diaz è tornato da Parigi, dice Grazioli, senza avere ottenuto i 300 mila americani richiesti. Clemenceau Foch e Loyd George hanno risposto che per ora non era il caso d’impegnare nuove forze sul fronte italiano. Noi non abbiamo molti uomini, oggi. Il ministero d’altra parte esita a decretare l’operazione obbligatoria per gli erniosi, che ci darebbe cento mila uomini di più in un mese. La Francia à ottenuto così 350.000 uomini!

—Eppure, generale, questo è il momento di attaccare l’Austria.

—Vede, risponde Grazioli, se si potesse essere sicuri che la guerra finisse prima dell’inverno, noi potremmo impegnare tutto il nostro esercito in una offensiva finale conservando come riserva la sola classe del ’900. Cioè giuocare tutte le nostre carte. Ma se la guerra dovesse durare come è probabile, ancora un paio d’anni, la partita si convertirebbe in un fallimento.

—Ma, generale, chi non risica, non rosica!

Tornando alla fattoria di Barchessa, sono più che mai convinto che sferreranno la grande offensiva il 27 ottobre. Penso che dei generali di alto valore, come Grazioli, sono purtroppo isolati e resi insensibili da ciò che chiamo guerrismo o mestiere della guerra. Monotona abitudine del fronte da tenere senza colpi audaci, senza carte giuocate, nella speranza che la guerra finisca lentamente da sè. La guerra, invece, è l’unica cosa al mondo che non ammetta l’abitudine. Bisogna giocarla. Chi vince vince, chi perde perde, e buona notte, non ne parliamo più!

XVI.

LE VILLE NOSTALGICHE

Sulla strada Ferrara - Padova le nostalgiche ville venete nascondono la faccia nel fresco dei loro parchi tenebrosi voltando la schiena impaurita alla furente trepidante azzannante velocità degli automobili di guerra.

La villa De-Concilis ha tutte le eleganze settecentesche in questo atteggiamento tremante di bella coricata, un po’ sotto la strada, con la faccia tuffata nella tenerezza avviluppante del suo giardino intenso, pieno di passioni verdi-rossastre violacee che l’autunno punge di acredini tragiche. Teme nella schiena il rombo precipitoso e i blocchi sconquassati del rumore e i rotolanti globi del polverone solare.

Un brivido passa sull’acqua patetica delle vasche cosparsa di foglie che sembrano le bucce di molli cuori femminili trascinati via pei piccoli canali dalla corrente delle lagrime. Brividi, sospiri, febbrili contatti di foglie come di mani leggere in amore... Ma non è la solita brezza che anima il bosco sentimentale. L’atmosfera è turbata. Il silenzio non sa dove rifugiarsi poichè tremendi scossoni d’aria valangano giù dalla strada.

Sono, per un giorno, ospite della marchesa De Concilis buona e indulgente amica della mia amica Maria Baldini. Questa abita con suo marito in una villa vicina e verrà fra poco.

L’aspettiamo in giardino. La marchesa De Concilis elegantemente vestita di nero, seducente col suo languore carnoso e le sue curve delicate che non guastano la linea generale. Corto-vestita, nella sedia a dondolo, mostra per indolenza il polpaccio tornito che dalla caviglia affusolata e spiritosa sale sensualizzandosi con promesse-offerte di morbide-sode cosce affettuose. Intuisco e fiuto la forza sana del dorso quasi groppa di bella fattrice resistente.

Il viso pallido, d’un pallore giovane ma intriso di piacere. Gli occhi neri un po’ grossi di bel gatto angora che finge di sognare pur sorvegliando il canestro dei pesci. Deve essere ghiotta, tutta consacrata ai piaceri della tavola dopo una rinunzia semi-forzata quasi totale agli adulterii aspri turbolenti che bruciano. Il corpo s’appesantisce. Forse lo stomaco è un po’ stanco d’avere goduto tanti pranzi saporosi.

Ora, dopo la lauta colazione, la bellezza della marchesa è più languida.

Il viso vorrebbe disfarsi nella pace buia fresca del sonno.

Le guance di pesca succosa prendono nel sorriso accogliente ombre sfumate di placido ardore. Il sorriso si scioglie in tenerezza digestiva distrattamente erotica e materna. Ha il braccio sinistro abbandonato sui fianchi di sua figlia Gisella dodicenne, vivo ritratto suo più colorito, più ardente con languori irrequieti. Quella fresca miniatura lega la figura della marchesa al corpo del marchese De Concilis che continua virilmente le curve della moglie nelle sue guance un po’ flosce di seduttore maturo sensuale pigro e raffinato. Il marchese musicista mi parla d’una sua opera inedita, che darebbe se fosse energico, se non ci fosse la guerra, e se il bosco non avesse tante ombre snervanti.

Con le mani irrequiete la piccola Gisella abbottona e sbottona la fondina del mio revolver voltando i grandi occhi neri indagatori verso la strada ad ogni urlo di automobile che s’avvicina prima flautato quiii, quiii, quiiiiii implorante, esasperato demente... Eccolo. Eccolo. La macchina rapida invoca minaccia esige un varco, un varco ad ogni costo, presto; perchè il delirante spasimo della velocità guerresca non sia rallentato...

Con arrogante slancio danze baldanze da spaccamonti viene una seconda automobile. Tremano le foglie. Rompe l’aria una terza macchina. Petulante schiamazzare di fischi. Passano così, incalzandosi infilzandosi forse laggiù, 6 automobili diaboliche spazzole sulla stoffa della polvere arroventata. Il parco assalito geme e Gisella trema:

—Mi porti con lei in blindata. Sa, non ho paura.

—Povera piccola, mormora sonnecchiando la mamma; non ha più i suoi amici per giuocare. Ormai è grandicella, disprezza le bambole e si fa far la corte dagli ufficiali... Ma è piena di saggezza. Fa da sè il suo letto ogni mattina. Sa, Signor Marinetti, non abbiamo più quella brava cameriera. Siamo privi d’ogni comodità: niente burro e niente zucchero...

—Io non mi curo del burro, interrompe Gisella, nè dello zucchero! Voglio andare in blindata, alla battaglia, con Lei. Mi porti in blindata.

Sento che la tragedia del burro e dello zucchero opprime l’anima zuccherina e burrosa di tante belle dame veneziane come la marchesa De Concilis costretta a consumare ora tutte le riserve d’adipe nutritissimo delle floride braccia mammelle e cosce.

Il marchese si allontana con Gisella. Subito la Marchesa si sveglia per interrogarmi sulla nostra amica Maria che ritarda.

—Strana, la vostra passione! Maria è intelligente, anzi geniale, adorabile. Ma quel suo neutralismo è assurdo. Non capisco come possiate andare d’accordo voi due...

—Non è neutralista Maria!... Ma ama di contraddirmi, bizzarria e capricci... E’ anche influenzata da quello stupido marito odioso pedante vero professore di tedesco.

—Alle tre, mi mormora la marchesa, noi andiamo in automobile a Padova. Parte con me anche Gisella. Resterete solo con Maria tutto il pomeriggio. Sono o non sono una buona amica?

—Una amica eccezionale, unica! Vorrei ricambiarvi il favore. Non avete bisogno d’un confidente segreto?

—Oh no! sospira la marchesa abbandonandosi sulla sedia a dondolo. Per me, ogni poesia è finita.

La sua anima è già ripresa dall’incubo doloroso: zucchero, burro, burro, zucchero!

—Ecco Maria!

Saluti, baci, abbracci, chiaccherio.

—Ti lascio con Marinetti. Noi andiamo a Padova, torneremo presto.

Rimango solo con la mia amica ansante, febbrile. Ha dovuto fare in fretta, inventare mille bugie per liberarsi dal pedantissimo e professorale marito e dai suoi lunghi piagnistei sulla guerra. Maria Baldini è un bel tipo di falsa magra milanese fine nervosa pungente e smorfiosa. Viso asciutto, occhi azzurri vivissimi. Ma i fianchi rivelano una mollezza passionale e la bocca una praticità volitiva.

La villa è assolutamente deserta. Il giardiniere è in fondo al bosco. Nella camera da letto della marchesa, colla mia disinvoltura di guerra io abbraccio e svesto Maria.

E’ convulsa di desiderio, scossa da brividi felici, allegrissima, pur dichiarandomi insistentemente che è stanca di vivere.

—Credimi, credimi, sono stanca, stanca! (poi tra due baci lunghi avviticchiati). Neanche il mio piccolo Adolfo adorato mi attacca alla vita!... Tu solo, tu solo dài un sapore alla vita! Ma la vita con mio marito è insopportabile. Figurati, è diventato ardente, ora! Che orrore! Una volta almeno passava le giornate al Pedrocchi coi suoi amici germanofili... Sai, tutti contro la guerra quei professori!... Anch’io sono contro la guerra. Se non ci fosse la guerra saresti sempre con me a Padova. Invece, ora mi devo sorbire mio marito! Gliene faccio di tutti i colori. Certamente il mio contegno deve esasperarlo. Scenate terribili. E’ così pesante, minuzioso, meschino! Osservazioni miserabili su ogni cosa! E avaro, avaro, sino alla pazzia. Noi stiamo bene, lo sai. Ebbene, se la piglia colla guerra e mi rifiuta tutto. Bisogna che io gli dica: «Ma guarda il tuo vestito. Un professore non deve avere le scarpe rotte. Quando ti decidi a comprarne un paio? Risponde che costano caro. Poi fa le smorfie amorose. Dio, che schifo! Quando non posso proprio rifiutarmi gli dico: «Spicciati!» Oppure: «Dal momento che la cosa mi annoia voglio essere pagata per le mie prestazioni. Ti faccio un prezzo ridotto: 500 lire».

Maria ride, si agita, coricata sul letto, gesticola colle belle gambe nude tornite che lancia freneticamente da tutte le parti. E’ un temperamento isterico di bambina viziata, tutta bizzarrie, capricci, scatti nervosi incomprensibili e assurdità assolutamente pazze. Mi dice:

—Ti ho scritto ieri una lunga lettera, per finire tutto fra noi.

—Perchè?... Non capisco.

—Ho stracciato la lettera; non pensarci... Quando mio marito non sa cosa fare mi parla male del futurismo. Non sa nulla, ma ti odia. Crede che ci sia un semplice flirt fra di noi. Cioè, non vuole sapere. Ha il terrore di sapere. Scherza ironicamente su me e su te. Che pachiderma! Talvolta mi guarda negli occhi, paurosamente. Forse vede spuntare nel mio sguardo la possibilità d’una confessione e cambia discorso! Sa che sono capace di questi colpi di testa. L’altra mattina disapprovava la scelta del collegio per Adolfo. Lo trova costoso. In realtà è un collegio per bambini snob, con dei sistemi di educazione troppo chic, un collegio come direi puf puf... puf. Insisteva. Mi sono seccata, gli sono saltata addosso e craac colle due mani gli ho graffiato le guance. Tutto insanguinato! ah! ah! ah! Che ridere! Lui, il professore, così preoccupato della sua pelle. Subito panni freddi, compresse gelate!... Dopo le mie sfuriate però si calma, non mi secca più. E’ un uomo lento, ha bisogno di essere trattato male... Anche tu hai bisogno di essere trattato male. Se ti dicessi per esempio che io desidero la sconfitta dell’Italia cosa mi faresti?

Io la prendo, la stringo, la bacio, la stritolo. Implora pietà. Si abbandona all’amplesso e mi grida nello spasimo!

—Caro! Caro! Sarò buona! Sarò docile! Farò tutto quello che vuoi! Ho scherzato. Penso tutto ciò che vuoi. Amore! Amore!.... Amore! Viva la Guerra! Viva la guerraaa! Viva la guerraaaa!...

Quell’ora d’amore è stata così assorbente e intensa che non ci siamo accorti dell’uragano.

Fuori con Maria Baldini godo il crepuscolo limpido gioioso sulla campagna fresca e soddisfatta. Ogni verde di pianta e d’erba ha il suo tono preciso. A sinistra le voluttà dilatate brillanti dei giardini sotto le manate di viola porpora e d’oro che l’autunno il vento e il sole al tramonto rimescolano buffamente. A destra il canale Battaglia con un ritmo lento d’acqua verde ammonisce ironicamente la veemenza delle automobili militari e degli autocarri che si incrociano sulla strada come vampe di grossi calibri. Con ritmo lento il canale Battaglia ci accompagna sino al ponte. Un carabiniere. Tre carabinieri. Altri carabinieri qua e là vigilano quella villa dove abita il generale Diaz. La placida Villa Bondi dell’Orologio, facciata a colonnine, architettura piena di grazia e moine, parco folto e invitante all’amore, contiene il pensiero ordinato della nostra guerra mentre il canale Battaglia ha il ritmo sicuro della Nazione e la strada scaglia automobili, autocarri e motociclette verso il ponte, sotto un Caproni maestoso inghirlandato dal volo capriccioso di tre caccia.

Sento l’offensiva prossima. In Albania e in Macedonia gli Austriaci avevano 4 divisioni contro 2 e mezza dell’Intesa. Ora ne hanno 6 poichè ne hanno ritirato 2 dalla Romania. Non potendo facilmente fermarsi sulla linea di Nisch gli austriaci debbono formare una linea salda sul Danubio. Questa linea esige 20 divisioni per lo meno.

Stanno racimolandone 6 in Ucraina e ne ritirano 8 dal fronte Italiano. Fra pochi giorni vi saranno dunque circa 50 divisioni Austriache contro le nostre 50 divisioni.

XVII.

DUELLO FRA CAVIGLIA E LA PIOGGIA

—Su, Ghiandusso, non fare l’imbecille. Sei ubriaco da far schifo. Non ho bisogno di te in questo momento; farò io.

Ghiandusso si allontana barcollando, col sergente Locatelli. Hanno bevuto in due un’intera bottiglia di grappa rubata alla padrona della fattoria. La certezza dell’offensiva, la speranza di rivedere la sua bella terra friulana hanno sconvolto dalla gioia Ghiandusso. Ho dovuto fare la mia cassetta da me ed ora sto disponendo con cura i petardi nell’interno della mia 74, illuminato di luce elettrica.

Massimo ordine e massima comodità. Tutti i nastri di cartucce lucenti e precisi. Tutte le pistole di riserva per gli uomini e per me. Tutti i petardi. Passato il Piave, ci lanceremo alla punta estrema dell’esercito col pericolo di essere accerchiati e di cadere in imboscate. Se le mitragliatrici si incepperanno ce la caveremo coi petardi. Siano molti e tutti a posto. Ho concesso poco spazio al vestiario e alle vettovaglie. Non avremo tempo di cambiarci e le nostre bocche si arrangeranno alla meglio. Poche scatole di marmellata, ecco tutto. L’interno della mia blindata 74 mi appare lucente, ricco di riflessi dorati, modernissimo come l’interno d’una alcova per piaceri sani, giocondi e felici. Alcova d’acciaio per grandi amori futuristi.

Alba augurale del 15 ottobre. Partiamo dalla fattoria Barchessa. La nostra colonna di blindate e autocarri si ferma a Dolo. Locatelli calmo dorme in fondo dietro di me. Ghiandusso chiacchiera come una grondaia. Il vino e i liquori gli fanno male. Ha un piccolo viso raggomitolato, verdastro e gli occhi tristi.

Piove. Il cielo è una lugubre inondazione nella quale sembrano beccheggiare i barconi che passano alti sui vagoni interminabilmente. Un motociclista arriva con scoppi, balzi e scia schizzante. Si ferma per domandare la strada. Col suo gabbano grondante, sembra un palombaro. Dice:

—A Milano i neutralisti e i preti hanno cercato di fare la rivoluzione con un allarme di campane in piena notte annunciando l’armistizio e la pace. Speravano di salvare l’Austria. Non la salveranno. Ora tutto è a posto. A Mestre ci sono 86 milioni di cartucce per fucili e mitragliatrici.

Alle 5 del mattino sotto la pioggia torrenziale, alt a Sanbuchè. Secondo alt a Zero Bianco. Ripartiamo colla brigata Lupi di Toscana. Gli ufficiali raccontano: «Uno dei nostri soldati fu fatto prigioniero dagli austriaci. Cinque giorni dopo abbiamo visto arrivar giù sul Brenta una zattera con sopra un cadavere: era il prigioniero inchiodato. Inchiodato vivo, lo si capiva, poichè la faccia aveva le contrazioni tipiche degli annegati. Sul ventre una tela portava scritte queste parole: «Vi rendiamo il vostro lupo». E gli ufficiali concludono salutandoci: «Quelle vigliacche carogne la pagheranno!».

E vanno coi loro fanti che ridono sotto la pioggia. Il nostro fante è affiatato colla pioggia, glorioso impasto di grigio-verde bagnato bestemmie cicche, peli di barba, pidocchi, capelli polverosi, sguardi di buon cane, risata furba, verruche, sudore, fango, l’innamorata e piccirilli, signor tenente, l’ultima m’è nata... tengo la fotografia... e la pagnotta.

Filiamo avanti coi bersaglieri ciclisti. Sembrano scolari in vacanza, benchè pedalino in ordine perfetto. Correndo nella penombra dei villaggi chiudono fra due file di ruote veloci polli, anatre, oche. Il ciclista in testa le arrota, quello che segue si china e con la mano destra pesca la preda morta. Se il secondo non l’acchiappa, il terzo, il quarto, sempre con gesto distratto, ma rapidamente, la ghermisce e via, via così, con polli, anatre e oche che spariscono nel tascapane.

Il 24 ottobre arriviamo a Paese. Villaggio banale con alto campanile, osservatorio incolume sulla strada, la piazza e le case imbottite e rigurgitanti di truppe. Colloco la mia branda in una stanzuccia che ha nel centro dell’impiantito un gran buco e ne salgono nitriti impazienti di cavalli, fiati caldi che aggravano la temperatura di densa angoscia. Piove. Atmosfera d’uragano prossimo, lontano, errante. I cani soffiano e s’agitano nervosamente nel sonno. Tutte le forze del cielo e della terra sono tese. Nuove forze si aggiungono a quelle già concentrate. Rrrrrr di autocarri innumerevoli. Tatatata di motociclette. Crrrrrr sssssss di carreggio e truppe in marcia. Questa è veramente una notte che cammina.

La notte cammina con le sue migliaia, migliaia e migliaia di ruote, gomme, zoccoli, scarpe. La terra è pigiata, masticata dalle masse di volontà umane tutte personali, originalissime e pur guidate dai fili collegati alla centrale elettrica di un pensiero unico. Ho saputo che Caviglia ha il comando dell’8ª armata, forte imbrigliatore elettrico che guiderà gli italiani elettrizzati d’odio-vendetta-patriottismo al di là del Piave. Ho fiducia.

Rrrrr, di autocarri. Tatatata di motociclette. Crrrr sss di carreggio e truppe in marcia.

Si distingue ora fra questi rumori ormai diventati il tessuto stesso dell’atmosfera, un bombardamento continuo lontano. L’offensiva è già cominciata sul Grappa. Va bene, ma trova una resistenza strana. Tutti parlano dei segni evidenti di sfasciamento nell’interno dell’Austria, ma l’esercito è più che mai in piedi: costruzione antica, cementata da una disciplina feroce. Disciplina divinizzata. La disciplina per gli Austriaci è una religione. Ufficiali e comandi formano una casta sacra di sacerdoti della guerra. I soldati non si battono per l’Austria, ma per l’Imperatore capo dell’esercito, e si fanno ammazzare per la Dea Disciplina.

All’alba il fragore del bombardamento lontano cresce. La battaglia sul Grappa infuria. Mi alzo e guardo il cielo come si squadra un manometro. Non piove ma ha piovuto e ripioverà. Le nuvole imperano, dispongono, minacciano. Il Piave è già pieno e quegli otri di pioggia sospesi sul destino dell’Italia diventano tragici. Il capitano Raby mi ordina di recarmi da Caviglia perchè io possa ottenere ciò che noi desideriamo ansiosamente: passare il Piave in testa alla cavalleria.

Il capitano Raby è turbato. Stanotte al comando della divisione di cavalleria che ha per ufficio un autocarro fra le case bombardate Raby ha avuto come risposta alla sua domanda di ordini: «I ponti non portano che 30 quintali. Lei, capitano, tenga ferma la sua squadriglia, e m’incolonni il carreggio della divisione.»

Strabiliante, imbecille, disonorante. Parto subito. Le strade ingombre mi ritardano. Giungo verso le 6 alla villetta del comando dell’8ª armata.

Viavai di ufficiali, precisi, che in silenzio entrano, escono. Questo a cavallo. Quello in motocicletta. Altri in biciclette sguinzagliate a ventaglio. Pure a ventaglio si sentono partire le forze della volontà centrale per i fasci di fili telefonici meticolosamente sorvegliati e controllati dai guardafili che corrono per la campagna. Quando entro nel giardino della villa il cielo è tutto sgombro, limpido, fresco, propizio. Ma quella nuvolaglia, che copre il ribollimento di cannonate tuun tuun tuun tuun tuun sul Grappa a destra, non è fumo come speravo. Ecco si stacca dal Grappa, annerendosi, invadendo di nuovo il cielo con un programma di pioggia per questa notte. Ma c’è del vento nell’alto. Un vento patriottico che combatte le nuvole e forse le vincerà. Il cielo mutevole addensa le nuvole e poi le soffia via intenerendosi al tramonto sulla divina bellezza d’Italia in pericolo.

Giunge un motociclista grondante, infangatissimo. Riconosco un amico, tenente di collegamento. Viene dal Grappa. Mi racconta la mischia vittoriosa, accanitissima in una nebbia fitta. Dice che il comandante del 9º reparto d’assalto, maggiore Messe, ha fatto cose fantastiche.

—Una nebbia che forse non si è mai vista neanche a Londra. Brutta lotta, quasi nel buio. Giorno e notte... tatatatatata. Si sentivano le mitragliatrici da tutte le parti... Gli arditi gridavano: Messe! Messe! Messe! Di qua, signor maggiore! Fiamme nere, a me! Giù, giù, con le bombe! Poi, via! Al galoppo, nella nebbia... Mettete le maschere, le maschere! tutti, le maschere! No! no! Nooo! è nebbia. Ad un tratto la nebbia si squarcia. Presto qui, una mitragliatrice! Una mitrigliatriiiiice! E un ardito arriva portandola sulle spalle... Ecco ecco, signor maggiore! L’ardito ansimante si butta colla pancia nel fango, e sopra la sua schiena la macchina rabbiosa sobbalza sparando. Tttatatatata. Gira, gira, a ventaglio. Gli austriaci cadevano, ma che noia quella nebbia, e che paura di colpire i nostri! Ad un tratto il tenente De Giovanni, un colosso, appare su un cocuzzolo a destra. La nebbia era diminuita e si vedeva le pallottole delle mitragliatrici austriache che facevano la barba al cocuzzolo... Aaaaaaaa! Il tenente De Giovanni cade fulminato. Quattro arditi si slanciano per portarlo giù. Tre sono uccisi. Il terzo vicino a me sputa un groomf! e cade. Tre li rimpiazzano. In quell’istante il reparto del maggiore Messe era come ingabbiato in un doppio fuoco di artiglieria. Fuoco di sbarramento sulle prime linee, fuoco di sbarramento dietro di noi. Accidenti! siamo ingabbiati. Tutti gridano: Messe! Messe! Messe! Il maggiore è dappertutto. Corre, si slancia, rianima, controlla ogni faccia nella nebbia fitta. Grida: qui, qui la mitragliatrice, non là! Non sparate lì, sono dei nostri! Sono dei nostri! Arruffio, confusione, velocità in tutti i sensi. Il reparto sembra diventato un corpo con mille braccia, mani, dita fra le matasse e i gomitoli di nebbia. Uomini ora appiattati, ora balzanti per riformar la linea, riconoscersi, strangolare i nuclei di nemici invadenti. Sopra di noi passavano dei veloci scenari di nebbia fittissima che svelavano nascondevano Grappa, Asolone, Col Moschin...

«Cretino!... non sparare! sono i nostri...!» «Lo so» risponde un tenente, «Signor maggiore, guardi sulla quota 3.000. E’ perduta»; poi grida «Aaaaiiii...» e cade con la coscia gonfiata come un pneumatico rosso da una palla esplosiva. Tatatatatata due arditi, la faccia nel fango, sussultano sotto due mitragliatrici ben puntate. Si sente, si capisce che gli austriaci sono lì che salgono. Ma non si vede a 20, a 10, a 3 metri. «Accidenti, urla Messe! Non sono Austriaci, sono i nostri! Cessate il fuoco!... I petardi! i petardi! qua i petardi! Tutti curvi col petardo nel pugno! Senza copiglia! Tenetelo alto! Non inciampate! Venite con me! Avanti! Ecco, quelle ombre sono assolutamente austriaci! Aspettate a tirare! A 30 metri! Aspettate! Gggiù! Patatamm traaac paaam paaaam.

«Messe non ha più petardi. Ora spara col moschetto. Un ardito vicino gli dà i caricatori notando i colpi precisi del maggiore: uno, due, tre quattro, cinque. Messe riceve, carica, spara, accoppa, puntando sul costone a 30 metri. Poi nebbia, nebbia, nebbia, geometria di forme nella nebbia. Non ci si vide più. Ma gli austriaci erano ributtati nella vallata».

Il tenente di collegamento ha narrato con un entusiasmo affannato mentre aspetta l’ordine di entrare da Caviglia. Si forma un crocchio di ufficiali. Tutti parlano di sua santità il Piave che dirige la battaglia. Il fiume è il polso del nostro destino. Il cannoneggiamento sul Grappa è accanitissimo. Ma la sicurezza regna intorno all’anima potente, fredda di Caviglia che si sente lì nella camera vicina. Il generale mi accoglie col suo sorriso bonario e passeggiando ascolta la mia richiesta poi dice con calma: «E’ naturale, le blindate in testa alla cavalleria, appena passato il Piave per l’inseguimento. Provvederò».

Segue un silenzio, dopo di che Caviglia la cui statura sembra altissima dominatrice come le cime gelate radiose e serene soggiunge:

—Tutti devono avere la mia sicurezza e il mio ottimismo. Il Piave non accenna a dimagrare. Mantiene da 24 ore la velocità di 2 metri e 50. Questo esclude passerelle e ponti... Ho consultato tutti i grafici del Piave, e mi sono detto: Da che mondo è mondo le piene del Piave in autunno non hanno mai durato più di 3 giorni. E’ mai possibile che proprio oggi, quando si gioca tutto l’avvenire dell’Italia, il Piave faccia lo scherzo di ingrossare oltre misura? Sento che ciò non è possibile. Ne sono sicuro. Gli austriaci d’altra parte offrono una resistenza formidabile sul Grappa. Vuol dire che non hanno capito il mio piano. Più resistono sul Grappa e meglio li prenderò tutti in trappola!

Fuori ritrovai il centro del cielo pulito benchè minacciato a destra dalla nuvolaglia.

Cielo di carta patinata lievemente azzurrina con sfumature e velature dorate. Orgogliosamente vi si slancia una squadriglia di aeroplani italiani. Sembra un forte, intenso e fortunoso sette di quadri che elastico viaggi verso l’asse di cuori rosso del Sole al tramonto. Si gioca volubilmente così nel cielo fra le mani disinvolte del vento la suprema partita dell’Italia. Spumeggiano d’oro tre nuvoloni ritti, perpendicolari, bottiglie di cosmico sciampagna già sturate che non potranno innaffiare che la vittoria nostra. Nelle mani folleggianti del vento italiano l’areoplanico sette di quadri vibra nero veloce preciso, geometrico.

Mangerà, deve mangiare il ricco asso di cuori. Sole al tramonto! Partita emozionante. Mille mille e mille facce al cielo. Altri areoplani Italiani fanno intorno ai giocatori maffie di valzer, moine e capriole, pattinano sul cielo levigatissimo, si preparano a beffeggiare, come usano, in tondo, la loro probabile vittima nemica.

Nel raggiungere a tutta velocità la mia squadriglia penso che l’audace volontà di vincere è una forza che si proietta fuori dai muscoli con slanci e potenza enormi. Ogni soldato oggi è carico di questa volontà, cosicchè si proietteranno questa notte e domani fuor da due o trecentomila corpi umani, più di trecentomila volontà capaci di plasmare, scopare, trasformare nuvole fiumi e masse nemiche. Queste volontà per raggiungere il loro slancio massimo non devono essere troppo fiduciose nè spavalde. Occorre una preparazione sommaria, poichè le lunghe preparazioni meticolose diventano in certo modo una poltrona profonda offerta alla Fortuna. Poltrona che la Fortuna brutalmente rifiuta.

Dopo pochi chilometri il cielo si è richiuso. Questa tragica realtà mi afferra alla gola. Penso alla calma meravigliosa di Caviglia e al suo piano che intuisco. Dopo aver gettato tutti i ponti, circa 70, lanciare 22 divisioni contro Vittorio Veneto, aprendosi poi a ventaglio a destra per far cadere tutta la difesa austriaca del Piave, e a sinistra per accerchiare il Grappa. Piano degno d’un uomo di genio, assolutamente originale poichè esclude imprevedutamente il vecchio piano tanto discusso e quasi irrealizzabile di sfondare il Grappa per poi traversare il Piave. Caviglia pensò: nè a sinistra, nè a destra; ma al centro dopo aver fatto una forte azione dimostrativa sul Grappa.

Il piano però esige la collaborazione del fiume, e purtroppo questo cielo nero è inesauribile. Sento la materia del mio cuore trasformarsi, metalizzarsi, in un ottimismo d’acciaio. Sopra vi oscilla la vecchia sensibilità lirica un po’ femminile troppo vibrante. La riconosco con dispetto nel commuovermi quasi alle lagrime al pensiero della straordinaria vittoria che potrebbe sfuggirci, mentre guardo un fox-terrier devotamente affannato dietro al cavallo del suo padrone capitano.

La mia squadriglia è ferma al bivio Povegliano-Nervesa. Al lume di una lanterna davanti ai soldati riuniti leggo l’ordine del giorno di Caviglia:

«Ai comandanti di corpo d’armata, agli ufficiali, alle truppe tutte dell’armata, sento il dovere di chiedere di mantenere il loro animo all’altezza della situazione.

«Tutto il popolo italiano guarda in questo momento a noi, cui sono affidate in quest’ora le sorti della Patria. La storia dell’Italia futura, forse per un secolo, dipenderà dalla fermezza e dal fervore di cui saranno capaci nelle prossime 24 ore gli animi nostri.

«L’ora delle supreme decisioni si approssima. Se noi avremo saputo mantenerci all’altezza di quest’ora, la fortuna e la gloria d’Italia saranno assicurati.

«E’ necessario che stanotte tutti i ponti siano novamente gettati. E’ necessario che il maggior numero possibile di unità passino sulla sponda sinistra del fiume. E’ necessario infine che le truppe che si trovano oltre Piave, attacchino violentemente, tendano con ogni ardore al raggiungimento degli obbiettivi prefissi.

«E’ l’Italia che l’ordina. Noi dobbiamo ubbidire.»

I soldati non applaudono. Rimangono seri, ma ansiosissimi. Che cosa si aspetta? Sappiamo che dovremo passare il Piave alle Grave di Papadopoli. Perchè dunque rimanere vicino a Nervesa? La pioggia è cessata. Il vento il divino vento favorevole sale con sbuffi impetuosi impacchettando le nuvole e cacciandole alla rinfusa verso il mare. Vento benedetto che noi salutiamo con baci e deliziosi tremiti nella gola!

Pronto e sagace, il sole lancia raggi dovunque, moltiplicando gli specchi rossi dei vetri, rimbalzando biondo sui volumi della vegetazione, preoccupatissimo di rischiarare tutto, pulire e ripulire ogni cosa. Non si deve forse tutti marciare al più presto, con ordine aggressivo? Sole affaccendato che vuole liberare le ruote dei cannoni dal fango, oliare le mitragliatrici e i fucili, trasformarsi in benzina nei carburatori, cuori bollenti aggiunti agli altri bollentissimi.

Più della metà dei ponti buttati questa notte resistono. Quelli delle Grave di Papadopoli cioè i nostri sono stati travolti. Ma questa sera saranno in piedi. Ce lo annunciano con occhi giocondi soddisfatti e fieri i pontieri che ritornano dal Piave. Pontieri colossi che i gabbani antipritici blu rendono quasi monumentali. Camminano oscillando, come marinai disabituati dalla terra ferma. Hanno sotto il braccio la pagnotta spaccata, masticano avidamente e gli occhi ridono con orgoglio ingenuo infantile. Tutti li circondano. Sembrano corridori dopo una gara difficile vinta. Passo pesante. Portano il peso dell’immane sforzo compiuto nel buio gelato crivellato dalle mitragliatrici, fra i lacci, le tenaglie della corrente lugubre che voleva scardinare, strappare, sbottigliare i pali, travolgere le botti.

—Le barche, dice uno, ballavano come scodelle nelle mani di un ubriaco. Il Piave era ubriaco, pazzo, questa notte. Ma ora è vinto; cede. Abbiamo lavorato bene, questa notte. Tutto passa davanti a Nervesa. Al ponte della Priula, quelle carogne resistono.

E i pontieri si allontanano trascinando i piedoni mostruosi.

Il cannoneggiamento è un rombo continuo. E noi che facciamo? Con questa tortura lacerante dolce, amara, nella gola, ci sentiamo simili ai mendicanti invernali ai vetri di una ricca trattoria quando all’ora del pranzo fervono tintinnano le gioconde stoviglie e filano i piatti fumanti. Fossimo sulla tavola anche noi! Anche come cibi esplosivi fra le mani dell’ultimo cameriere! O in cucina nella vampa dei fornelli! S’avanza una prima colonna di prigionieri austriaci. Poi tre feriti nostri. Uno di loro, ardito, napoletano, fatto prigioniero riuscì a liberarsi. Racconta in napoletano la mischia clownesca, grottesca, a cazzotti, calci, lazzi, burle.

—Sono passato sulla prima passerella. Poi fra le erbacce nel fango sono scivolato in un buco!... Bombe a mano da tutte le parti. Strisciavo. Ho perso il pugnale. In tre mi hanno preso alle spalle. Io gridavo: fetenti! fetenti! fetenti! Mentre mi portavano via. Attraverso la pioggia i proiettili dei nostri 75 fischiavano come i siluri nel golfo di Napoli: Ptoo! fiiiisc... Pto! Pto! Pto! fiiii. D’un colpo un mio compagno di Napoli ha tirato un petardo in mezzo a noi. Le carogne che mi tenevano sono morte, io ferito alla faccia. Non è grave. Mi sembrava di essere a Santa Lucia quando le femmine fanno le liti e ci sono li fuochi artificiali.

I nostri Draken-ballon si sono spostati. Si annoiavano nella camera della Patria. Ora splendono e parlano in alto come enormi pappagalli gialli nel sole sulla finestra aperta del Piave.

Piomba l’ordine di partire per le Grave di Papadopoli. In tre minuti tutto a posto, tutto in ordine. Sentiamo la gioia liquida circolare nelle vene.

Ma la lentezza sulle strade ingombre di soldati in marcia ci esaspera. Stare al volante colla cura dovuta al motore e alla strada e sentire in sè mille anime sconosciute svincolarsi, premere fra le coste del petto per slanciarsi in avanti! Cala la notte sotto un cielo limpido, ma gelato. Ad ogni chilometro, alt, ingombro. Scendiamo e mentre le mani nostre tese sul fuoco si slegano, sentiamo premere sulle nostre schiene un alito misterioso e rovente, l’alito fortunoso della Patria che ci spinge con milioni di volontà italiane al di là del fiume. Sono volontà Italiane che da tutti i punti della penisola si slanciano affollandosi ed ora cantano, urlano nelle boscaglie fluviali. Sono anch’esse ansiose di varcare le acque. L’alito possente della Patria tessuto di milioni di anime lontane venute dalla Sardegna, dalla Sicilia, dall’Egitto, dall’Argentina, dal Brasile rinvigorisce ora le mitragliatrici che sul greto si moltiplicano intrecciando i loro brillanti arpeggi ta ta ta ta ta ta. Rimbalzante fluidissima scorrevolezza di centomila pianoforti sotto dita di pianisti, forse quei pianisti italiani cinquantenni che a Rio Janeiro o a Buenos-Aires suonano, suonano in concerti patriottici con passione e genio, facendo sparare mille armonie come noi spariamo contro la riva nemica (pianoforte da sfondare!) di questo Piave che si dà delle arie di Fiume Americano.

Il comando della cavalleria ha deciso di non lasciarci in testa. Ce ne accorgiamo da molti ordini e contrordini. Si dice che i primi ponti sono deboli, non sopporteranno il peso delle blindate. Vado ad accertarmene col capitano Raby a piedi, curvi nell’intrico fangoso delle erbe. L’alba, pallida e fredda, si spacca qua e là in blocchi rosei d’aurora come colpita dal cannoneggiamento della 3ª armata che alla nostra destra incomincia a buttare i suoi ponti. Il fiume ha qui circa tre chilometri di larghezza. Noi dobbiamo seguire però un nastro tortuoso di strada per traversarlo. Circa 8 chilometri di ghiaia, guadi a fondo solido e ponti. Il Piave sembra qui un immenso estuario.

Tenendoci curvi poichè il fogliame delle piante è su di noi falciato dalle pallottole, interroghiamo un sergente del genio che nell’acqua regola gli Issaa-ooh! Issaa-ooh! dei pontieri intorno alla capra.

Tata tuum tata tuum di cannonate.

Scraabraaaang di bombarde.

Ta ta ta ta ta ta di mitragliatrici.

Iauu iau iau di schegge lontane e di pallottole.

Issaa-ooh! Issaa-ooh!

Passa un farfallone d’acciaio da mezzo chilo a venti centimetri dal mio naso.

Visitiamo, palpiamo il ponte che lega il primo guado colla prima isola boschiva e pantanosa. Sotto fruscia, stride incalza e galoppa l’acqua fulgente. I languidi ruscelli pacifici e melodici sono diventati corde metalliche violente per legare, strappare i piedi dei ponti.

Issaa-ooh! Issaa-ooh! Ultime ostilità del fiume che vuole colle trecce tumultuose delle sue acque trattenere i passi audaci dell’Amante che scavalca il suo letto.

Il sergente del genio intelligente, afferma che il ponte è solido. Una granata approva con scoppio brutale, schiamazzante.

Il ponte scricchiola, geeeme piegando le sue tavole sotto il peso della mia 74. Siamo tutti appiedati, mentre il mio volantista guida con cautela.

Ora grave. A destra a sinistra a cinquanta cento metri Biii... Graang! Biiiii Graang-graang! vvv. Ho avuto stanotte un presentimento di morte.

Nel buio con calma ho regalata la mia vita di grande poeta a questa divina parola: Italia, che merita oggi la vita di mille mille poeti altissimi. Ora ricordo la formola di equitazione: per saltare un ostacolo a cavallo bisogna gettare il cuore al di là dell’ostacolo. D’un colpo, lancio il mio cuore sulla altra riva.

Subito vedo in sogno la Fortuna inclinare sempre più il piano da Padova al Montello perchè le masse di forze italiane scorrano giù nel Piave e si rovescino sull’altra riva schiacciandola.

Raby da due giorni liberato dal suo guscio molle di placidità orientale si è rivelato un comandante energico, espertissimo, tenace. Dopo ogni ponte, il guado è un problema da risolvere.

Questi primi guadi del Piave sono facili e si corre poi, per dei tratti, con prudenza su un ponte, indi cento sforzi nell’acqua, poi di nuovo via correndo tutti intorno alla blindata giocondi come per un parto riuscito. Davanti a noi nelle isole tutte a ciuffi di piante fluviali si sparpaglia la fucileria. La retroguardia austriaca snidata come una abbondante selvaggina che non voglia abbandonare i suoi covi. Ecco la riva! L’altra riva del Piave tanto sognata, desiderata, invocata, abbracciata dalle nostre anime! Alla mia destra due trincee ci bersagliano. Voluit, voluit, di pallottole sul capo. Graang! Questa pallottola si è schiacciata sulla blindata. Primo collaudo. La blindatura Ansaldo tanto discussa resiste.

A destra passano con noi i bersaglieri ciclisti del colonnello De-Ambrosis. Sparano con la bicicletta appoggiata al fianco e cantano: Addio mia bella addio... Nostalgia dinamica e marziale di quella, canzone trascinata ma che trascina, svolazzante e smarrita, ma imperiosa. Strana miscela di sentimentalismo e di audacia virile. Zaino di melanconia che il soldato meridionale porta con disinvoltura spensierata in marcia verso il pericolo ignoto. Il ricordo della donna pungola le nuove audacie.

Cos’è questo vocio lamentoso che si trascina vicino alla trincea ora deserta?...

Braccia alzate! Donne e bambini! Sono italiani di Campodolcino. Arruffio di gesti e camiciole femminili intorno ad una colonna di prigionieri. Sporchi, in brandelli, col berretto a tre bottoni. Questo porta lo stemma imperiale. Gioia acuta di calcare la trincea vuotata.

Abbiamo passato il Piave. La prima blindata corre sulla strada di Campodolcino.

Fo fo fo fo fo dei nostri 260 che passano nell’aria.

A destra lontano, verso Vittorio Veneto infuria la battaglia. Giunge l’ordine di inseguire e travolgere la retroguardia che si sta trincerando a Bibano di Sotto. Alt, colazione sommaria. La terra già cotta dal sole è piena di cadaveri che puzzano.

—Austria official, dice un prigioniero; Austria comanda, io non volere tirare.

I suoi occhi implorano. Dividiamo un pollo con lui, e restiamo quasi senza, noi, poichè, bisogna farne parte a due macilenti borghesi italiani.

—Avevo un fratello nelle munizioni a Milano; l’altro sul Piave nell’artiglieria da campagna. Uno fabbricava i proiettili, l’altro me li lanciava ed io li ricevevo!

Sintesi della guerra sul Piave.

Presto, in macchina, e avanti! Cimadolcino è tutta bombardata, deserta. Un plotone di cavalleria che l’attraversa con noi unisce i suoi nitriti e lo scalpitare degli zoccoli ai rombi dei motori e allo stridore delle blindature. Polifonia che fa vibrare le case in rovina tutte smobiliate, squartate, slabbrate, disossate. Gli austriaci hanno portato via tutte le travi. Fortunatamente i muli di queste salmerie di bersaglieri sono carichi di legna. Strappiamo qua e là dei cartelli: Nach Fezzo, Nach Cimetta, Nach Codognè. Il nostro entusiasmo pieno di scatti, si irrita di non essere ancora in testa a tutti. Sulla strada procediamo tra bersaglieri ciclisti che corrono corrono rischiando d’essere arrotati ogni momento. Abbiamo alla destra un battaglione di scozzesi con le cucine fumanti, a sinistra una batteria da 75 italiana. Accanitamente vogliamo sprizzar fuori dalla calca. Arruffio, gesticolazione, bestemmie di conducenti. Largo! Largo! Largo! Piega a destra, cretino! C’è posto, lasciami passare! Non si può! Voglio passare, per Dio! Ti sbatto nel fosso!

Nitriti di cavalli, groppe che fumano sudatissime, ottoni brillanti delle bardature inglesi. Il sole fa divampare le facce che rosse si mescolano alle bandiere agitate dai borghesi. Due, tre bandiere, una folla di bandiere sventola su questa bassa terrazza. Le donne si piegano giù dai balconcini, visi convulsi in lagrime. Parlano, parlano, chiamano, consigliano. Fanno gesti convulsi verso quella linea di olmi in fondo a quel campo dove ecco pam, pam, pam scoppia la fucileria.

Il capitano Raby bestemmia nella vetturetta:

—Fuori, fuori di qui, per Dio! Non curarti dei parafanghi, spacca, e fuori!

Sobbalzi, urtoni. Un mulo cade. Un ciclista nel fosso. Sfondiamo una cucina scozzese. Ne schizzan fuori brodo e vapore sulla groppa di un mulo che calcia. Gli scozzesi ridono, ma noi siamo liberi. A grande velocità, le blindate, a 300 metri l’una dall’altra. Tutto a posto, eccettuato un parafango rotto. Il mio motore va bene. Flauteggia: Tuuuvvv, Tuuuvvv, Tuuuvvv.

Villaggi deserti. Abbandono. Desolazione. Gli Austriaci si sono squagliati. Sorpassiamo una pattuglia di cavalleria. Il tenente mi dice:

—La linea Austriaca è al di là di Bibano di Sotto, 2 chilometri davanti a Sacile.

A destra e a sinistra i campi hanno innumerevoli buchi; sembrano aver subito dal bombardamento nostro una preparazione ad una fitta piantagione d’alberi. I cadaveri qua e là dormono come strani giardinieri stanchi dall’eccessivo zappare. E’ quasi buio sotto il cielo rannuvolato quando giungiamo alle prime case di Bibano di Sotto. Rovine. Silenzio assoluto. Malgrado gli ordini severi io ho tenuto sempre lo sportello sinistro della blindata aperto, la gamba penzoloni fuori, appoggiata sul predellino. Ho in mano il revolver, ma lo stringo macchinalmente tanto l’atmosfera di questo Piave vittoriosamente varcato è piena di fortuna strafottente.

Perchè abbaia tanto la mia Zazà col muso fuori dal finestrino? E’ una cagnetta intelligente, intuitiva, talvolta profetica. Le bestie sono spesso in contatto colle forze più di noi. Ma io non ascolto Zazà. Ho fame e so che a Bibano ci fermeremo per aspettare l’autocarro dei viveri.

Ta ta ta ta ta ta. Scossa. Stupore. Siamo caduti in un agguato. Però, niente paura. Da due finestre della piazza vampano e sparano due mitragliatrici austriache. Non c’è tempo nè modo di rispondere efficacemente colle nostre mitragliatrici. Mentre il sergente Locatelli ne punta una in cupola, noi ci slanciamo fuori. Moschetti, pistole e tascapane pieno di petardi. «Lì! Lì! quella finestra a pian terreno!» urla Ghiandusso. Io la punto col moschetto e sparo. I miei amici fanno altrettanto. Cinque minuti di fucileria a 20 metri dalla finestra. Noi riparati dietro un enorme autocarro austriaco rovesciato. La finestra si spegne e tace. Ci precipitiamo dentro. Tre sloveni che alzano le braccia e 2 bosniaci feriti. Trasciniamo fuori il tutto e li consegnamo ai bersaglieri ciclisti che sopraggiungono. Alt. Riposo. Abbiamo un solo ferito. Autocarro dei viveri. Mangiamo.

XVIII.

LA VITTORIA

—Chi vuol venire con me in esplorazione notturna?» domanda il capitano Raby.

—Pronti! Seconda sezione!—rispondiamo io e il tenente Bosca.

Il capitano sale nella blindata di Bosca e parte. Io perdo un minuto a bere un po’ di caffè che mi versa il cuoco Caroli dall’alto dell’autocarro dei viveri. Poi in macchina. Il motore non prende. Parto con un piccolo ritardo. Ma ho lo stomaco a posto. Ho messo al volante Fatutto. Eccellente meccanico e volantista, ma cade dal sonno. Sono ormai tre notti che non si dorme. Corriamo. Comprendo che il pericolo questa notte è eccezionale, poichè di pattuglia ci si va a piedi e non a tutta velocità senza lumi sugli arabeschi di una strada sconosciuta. Questa è certamente la prima esplorazione di blindate in pattuglia notturna. Sbarro gli occhi sul nastro perlaceo della strada crepuscolare che l’ombra degli alberi sfrangia deforma e corrompe. Ad un tratto non vedo più la macchia nera della blindata che mi precede. Sono le nove. La strada gira ad arco. Il volantista non lo prevede, ed ecco a destra giù la mia macchina piega. Accidenti! Sempre più nel fosso giù, giù. Rovesciamo! Catastrofe! Griiing, Griiing, griiing craacraaac di rami. Plaaaf di fango.

La mia 74 si è coricata nel fosso. Non è profondo per fortuna. Saremmo ridotti in marmellata! Benchè imbottite di cartucce, cassette, mitragliatrici e spigoli d’ogni genere, le blindate nel rovesciarsi salvano spesso ciò che contengono.

Con voce fredda tagliente raccomando la calma perchè gli uomini uscendo salvino se si può l’ordine interno. Vana illusione. Tutti i nastri di cartucce, casse, cassette sono crollati. Una lacerazione non profonda sul cranio. Il mitragliere Salis ha la faccia insanguinata. Ferite non gravi. Ci penseremo dopo. Si tratta di rimettere sulle ruote la 74. Spero, spero, spero che il motore non abbia danni seri. Buio. Lancio un uomo sulla strada per avvertire la blindata di Bosca. Certo si sarà accorta di non essere più seguita e si ferma. I miei uomini intanto svegliano le poche case abitate di Bibano. Candele accese alle finestre. Le donne sono le più leste. Una contadina arriva correndo. Interroga, colla voce rotta d’angoscia. Ho acceso una torcia: la contadina è giovane, bella ma d’un pallore affamato. Le regalo una scatola di conserva.

—Va subito a chiamare tuo padre, tuo fratello, tutti gli uomini. Ho bisogno di leve, rami di albero; niente zappe. Le abbiamo!

Accendiamo altre torce senza curarci della fucileria austriaca che brontola sulla destra, molto lontano. Sono senza dubbio le retroguardie austriache che cedono alla terza armata sul Piave verso Fagarè. Tutti al lavoro. Bisogna scavare l’orlo della strada per sollevare la blindata su terreno piano. Zin-zin-zin di zappe febbrili accanite. In un’ora tutto deve essere finito. Menghini visita il motore e grida dalla gioia:

—E’ sano, è sano, è completamente sano!

Arriva il capitano, bestemmia contro Fatutto che certo dormiva al volante. Poi distribuisce il lavoro zappando anche lui.

Contadini e contadine con leve e rami d’alberi.

Io riordino il materiale sparso. Sulla destra la fucileria austriaca rumoreggia. Spengiamo due torce. Si lavora quasi a lume di naso. Con le leve e colle binde la mia 74 si solleva lentamente. E’ tutta fangosa, ma intatta. Mi ricordo finalmente della mia ferita. Fasciato, ho l’aria di avere una infiammazione ai denti. Non posso sopportare l’elmetto. Tutti dicono: Se tu avessi avuto l’elmetto sarebbe stato meglio.

—Tutto a posto?

—Tutto a posto.

All’improvviso la blindata del tenente Cenami che mi segue a 100 metri di distanza s’incendia. Alt. Il suo motore è in fiamme. Subito, tutti allo spegnimento. Sbatacchiamento arruffio, di panni, braccia, coperte, mani che lavorano sul fuoco che guizza, si scatena, si rizza, agonizza, divampa, sparisce, torna, scoppia, lingueggia su tutti i punti. Soffocato non muore; rosso, viola, blu rinasce. Accidenti! non gettate terra sul motore! Iratissimo il capitano, perde la calma. L’attendente di Bosca un pugliese forte e audace che si chiama Siciliano e sembra un vero Arabo si è coricato sotto il motore. Il fuoco è domato.

Sembra il destino di questa pattuglia di blindate di avanzare con fragori e incendi. Certo, gli austriaci ci hanno scorto. Rallentiamo. Devono essere molto vicino. Una luce. Si veglia in quella fattoria. Una contadina quarantenne gioviale dice:

—Mezz’ora fa sono passati due battaglioni austriaci! La loro trincea è a 500 metri.

Si spegne tutto, aspettando le altre blindate. Nel buio la donna parla:

—Non ho nulla da darvi, cari figlioli di Dio. Niente vino, niente polenta. Hanno portato via tutto. Ieri qui, c’è stato una grande confusione. Due divisioni boeme si sono ammutinate. Lì fuori, andate a vedere, sotto gli alberi ci sono due boemi impiccati.

Fuori, con un cerino acceso, scopriamo i due corpi sospesi. Tipico arricciamento delle braccia sotto la corda rallentata un poco. Uno ha la testa volta all’insù verso il fogliame e gli occhi aperti ma senza la solita ferocia spaventata. Sembrano guardare distrattamente degli uccelli. I due impiccati portano sul petto una tabella che denuncia in tedesco il loro tradimento. Rientriamo.

—I germanici sono i più prepotenti, continua la donna nel buio. Quando un germanico dà un ceffone a un debole se questo lo riceve senza renderlo ne riceverà due, tre, quattro, senza fine. Se invece questo risponde con due ceffoni al primo, il germanico li piglia e se ne va. Il Germanico non rispetta che la forza violenta. Molti prigionieri nostri fuggivano dai germanici per farsi fare prigionieri dagli austriaci. Gli ungheresi sono però i più crudeli. In fondo, tutti predoni e briganti. Un esercito di ladri. Hanno portato via tutto, tutto!

Quando ripartiamo fa ancora buio. Lentamente, cercando di diminuire il rumore dei motori. Ma gli austriaci vegliano e subito la fucileria scoppia. Siamo bersagliati da una casa, tutta vampe nelle sue finestre e nel folto del suo giardino. La mia blindata risponde per la prima colla mitragliatrice in cupola:

—Con calma, adagio! Locatelli, punta bene una delle finestre.

Ta ta ta ta ta ta     ta ta ta ta ta ta     ta ta ta ta ta.

—Hanno un cannoncino! Punta bene, Locatelli! Guarda la strada. Fatutto! Come va il motore?

—Bene, signor Tenente.

A sessanta metri dalla casa. La blindata di Bosca, venti metri dietro la mia, spara anch’essa con due mitragliatrici. Ciò mi dispiace perchè siamo troppo vicini, e offriamo un grande bersaglio. Le nostre tre mitragliatrici funzionano puntate su 3 finestre diverse che agonizzano. Ammutolite.

Gli austriaci sparano ancora dal folto del giardino.

Raby grida:

—Giù tutti! Cessate il fuoco! Coi moschetti! Prendi i petardi! Tutti insieme dentro il giardino!

Mi slancio. Nello scavalcare il muricciolo sento bestemmiare Siciliano che tempesta col calcio del moschetto due austriaci in un boschetto. Si arrendono. Siciliano viene avanti spingendoli a pugni e a calci.

—Ne ho acciuffati due. Gli altri si sono squagliati.

Nella cucina bolle un infernale cazzottio fra le ombre nere e le boccacce rosse del focolare. Fragore di pentole. Una trentina di prigionieri con una mitragliatrice. Entrano nel giardino pattuglie d’arditi fez neri, scamiciati, con altri prigionieri.

Incolonniamo le prede e le rimandiamo indietro. Intanto la fucileria si accende a ventaglio colle prime luci dell’alba che scioglie gli incubi dei prati.

Partiamo veloci, lasciando sulla sinistra un battaglione di fanteria che conquista un grande prato in fondo al quale una cortina d’alberi sputa maledettamente pallottole. E’ l’ala dell’esercito austriaco che si ripiega per difendere Vittorio Veneto. Accanita. Ora si aggiungono tre mitragliatrici che rallentano l’avanzata della nostra fanteria. Noi filiamo sulla strada, per girare al largo di questa estrema difesa, e giungere in Vittorio Veneto.

Due ore dopo vi entriamo con venti autocarri rigurgitanti di arditi fez neri. Impetuoso scamiciamento, fucili branditi da braccia pazze, bocche squarciate dal canto, lazzi feroci di gioia barbarica nel polverone incandescente, fiocchi neri al vento, bandiere nere che spazzano gli alberi sotto il sole che pomposamente si spacca in cannonate arroventando l’aria. Beviamo nella corsa un simun africano saporito di allegria infantile. La polvere calda sulle labbra è lo zucchero della vittoria. Rimbalzano in aria i cuori nostri gareggiando in splendore, furore e rotondità trionfali con le nuvole tronfie e ricche d’oro che vorrebbero certo metallizzarsi per combattere anch’esse e schiacciare il nemico. Belle nuvole di Vittorio Veneto, gonfiate da tutti gli aliti italiani dove eravate, donde venute? Vi lodo di aver perduto nel vento le belle curve flessuose femminili per assumere soltanto le forme aggressive impennate e gli spigoli infilzanti!

Questa nuvola a destra soffia getti di lava d’oro fra i suoi mille baffi accecanti, il suo irto pelame variegato e la sua coda altissima di tigre d’argento. Altre nuvole come spazzole di bragia rigovernano accanitamente quel nuvolone-cavallo dalle troppe zampe correnti come i primi cavalli dinamici dei pittori futuristi. Un’altra nuvoletta agile di nickel fila, fila verso il mare come una torpediniera grondante di liquido azzurro per raggiungere forse la squadra italiana. Sul mare, sul mare, certo, anche sul mare, ora l’Italia vince. Ma sulla testa un’altra bella nuvola di vittoria. Mi sporgo fuori dalla blindata per ammirarla. E’ un cerchio, un grande cerchio d’oro massiccio dipinto di rozzi pomi vermigli. Degna corona del vincitore Caviglia che, scopati i vecchi piani strategici, seppe mediante le sue spie volanti in aeroplano sui notturni accampamenti, scoprire il punto debole del nemico e colpirlo nell’immenso scacchiere, mortalmente. L’esercito Austriaco ferito nella saldatura delle due sue armate del Grappa e del Piave, cade a pezzi. Pezzi potenti, armatissimi, ancora disciplinati, che cercano di sfuggire agli inevitabili accerchiamenti.