Nella città di Vittorio Veneto c’è festa e battaglia. Canti di gioia, fucileria rabbiosa, facce in lagrime, pioggia di fiori, inseguimenti al galoppo nei giardini e su per le scale, pugilati e strangolamenti di difensori nei fossati. La città ci riceve a finestre spalancate. Quel balcone rigurgita di donne. Le grida prolungano le capigliature. Capriole di scugnizzi nel fango, fra le pazze motociclette che scimmiottano aizzano le mitragliatrici.
Grondano le facce degli arditi che s’arrampicano sulle terrazze. E anche sui tegoli rossi dei tetti. Colle corde tirano su una mitragliatrice. Puntata. Contro quel quartiere laggiù dove i bosniaci resistono. Entro in una vasta piazza colla mia 74. Tutte le donne scarmigliate intorno alle ruote. «Accidenti alle donne! Via! Via! Sarete colpite!» Ma poco importa! Se ne infischia questa giovane che spara col moschetto da un portone contro il fondo del cortile.
Spara, poi si slancia dentro. Tumulto grigio verde. Braccia nude e capelli al vento. La gioconda chiacchiera veneta pettegola colla mia mitragliatrice che bersaglia un caseggiato zeppo di bosniaci e prostitute austriache. Vittorio Veneto ne conteneva circa un migliaio, di quelle donne d’ogni classe camuffate da Crocerossine, felici di servire a tutti gli usi e istinti dell’esercito austriaco pur di mangiare, ciò che era diventato difficile in Austria. Avevano collaborato coi soldati nelle ciniche requisizioni ed erano odiatissime.
«Quelle vacche, quelle vacche! bisogna massacrarle! Mi dia un fucile per carità, signor tenente, mi dia un fucile! Ci vado io e le sgozzo, le sgozzo!»
—Perchè un borghese spari così sui soldati, bisogna che sia inferocito dalla vendetta! sentenzia Ghiandusso.
Altre donne accorrono, mi baciano le mani, mi stringono i fianchi, tentano di portarmi via il revolver. Delle bionde sedicenni gracili e gentili sembrano forsennate.
La Vendetta, Forza gigantesca irta di baionette, pugnali, spilloni, unghie di donne, rotola nell’aria tiepida profumata dei giardini.
La Vendetta, Forza elementare cocciuta sintetica, nutrita da milioni di rancori covati. Il padre maltrattato e schiaffeggiato. La sorella incinta buttata giù dal letto per rubarne le lenzuola. Il vecchio beffeggiato. La vacca, l’unica vacca rimasta per il latte ai bambini, rubata. Il colonnello austriaco che baciò per forza mia sorella! Bisognava cedere e subire quel corpo schifoso perchè la mamma non morisse di fame. E i buoi, il rame, la biancheria, tutto rubato. I mobili, tutti portati via da quei ladri, ladri, ladri! La Vendetta rotola nel cielo con i volumi mostruosi di quelle nuvole irte di raggi acutissimi brucianti, che penetrano nelle ossa, facendone sprizzare lagrime di fuoco.
Ricordo, ricordo che in me, nei miei soldati e in tutte le facce nere polverose degli arditi la Vendetta penetrava, imbeveva di sè ogni fibra, scatenava i muscoli, unghiava le labbra, gli occhi le orecchie.
Vento caldo di ferocia era l’alito diabolico di questa divinità tremenda: la Vendetta! Vendicare un anno di soprusi, saccheggi, prepotenze e crudeltà! E quei famosi bollettini spavaldi e imbecilli dello Stato Maggiore germanico dopo Caporetto! Come dimenticarli? Sentivo, sentivo, in me gli insulti atroci alla mia razza bella, intelligente, lirica, geniale, pronta a tutte le generosità, bontà, cortesie, e così mal ripagata da quei bruti smargiassi! Bruciano, bruciano ancora le ingiurie di quella soldatesca ingorda e balorda. In nome di quale giustizia mille volte più che divina posso io dimenticare? Io non sono San Francesco. Sono un futurista italiano, più umano d’ogni essere umano, e civilizzatissimo. Ma la bestia immonda, merita la lezione, una spaventosa definitiva lezione. Nel cielo di Vittorio Veneto rotola la Vendetta coi suoi abbacinanti volumi di nuvole tonde irte di raggi acutissimi. Viaggia con lei un’altra Forza vestita di sciarpe eleganti di nuvole rosee che schioccano ed è la divina Allegria italianissima, con morbide frange di dolcezza. Questa spensierata vorrebbe avvolgere rinfrescare l’impetuoso corpo aereo tropicale della Vendetta. Con mille moine delle sue carezze e sorrisi, frange di piume volubili, la Forza dell’Allegria spruzza di rosa le ombrie tiepide dei giardini, risveglia i sapori delle frutta autunnali e cuoce i profumi dei nascituri fiori primaverili che le fanciulle porteranno nei capelli obliosi, coi fidanzati, quando la guerra sarà dimenticata e il nemico perdonato poichè vinto. Ma la Vendetta urge, preme dall’alto, urlando con le mille bocche delle donne:
—Massacrarle, massacrarle bisogna! Quelle puttane!... Erano tutte d’accordo con loro! D’accordo con quelle canaglie! Volevano che andassimo a letto col colonnello! Dov’è il colonnello? dov’è il colonnello Sweiger? Se lo trovo, gli mangio il cuore! Sì, signor Tenente, glielo mangio io!
Intanto si sentiva dovunque come la respirazione vasta di un mare, ed era la respirazione della Vittoria che invadeva le strade colmando ogni essere vivo, uomo, donna, fanciulli, altrettanti vasi capaci straripanti in lagrime e risate di gioia. Tutti vi si abbandonavano, tutti. Ma per brevi istanti, poichè la Forza della Vendetta ritorna, implacabile, affamata! La vedo, la sento piombare in un gorgo di donne con un grido, una parola. Il gorgo diventa frenetico. A calci a pugni le false crocerossine Austriache sono trascinate in mezzo alla piazza.
Sinistro tafferuglio. Le donne vogliono strappare agli arditi la preda. Un colosso bosniaco crolla, la faccia revolverata: orrenda spugna rossa.
La fucileria cede, cede alla periferia della città. I comandi prendono il sopravvento. Io libero i bosniaci prigionieri, faccio sgombrare la piazza e di nuovo in blindata per le strade della città. Continua nel mio cuore il tumulto d’una rissa dolorosa fra due mie anime.
L’anima umana sensibile e visionaria che tutto comprende, prevede immagina, perdona, riassume in uno spasimo d’angoscia tutti i dolori dei vinti, discernendo fra le colpe dei capi e le brutalità meccaniche dei greggi, lotta ora furiosamente contro la seconda Anima selvaggia sanguigna, negra sorella della ferocia generale, e legata alla massacrante Vendetta aerea. Questa non è ancora sazia!
Giù nel quartiere di Serravalle vociare e confusione. Gli arditi si precipitano in un portone. Li raggiungiamo troppo tardi.
Quando entro tre bosniaci sono a terra sventrati. Non mi pento d’essere arrivato in ritardo poichè vedo nello loro tre mani destre tre enormi mazze ferrate.
—Buon giorno, Marinetti, mi dice il colonnello Trivulzio, con la pipa in bocca. Non compiangete quelle belve e guardate!
Lo seguo in un camerone dove contro il muro sono attaccate in bell’ordine migliaia e migliaia di mazze ferrate.
—Vi sono altre tre camere piene come questa. Basta per ora. Usciamo! V’invito a colazione. Prenderemo il caffè in una strana famiglia mezzo austriaca, tutta smorfie e baci per noi. Divertentissimo. Venite.
A tavola i bollettini di guerra stupefacenti e i giornali colmi di vittorie passano di mano in mano sulla pasta asciutta. L’appetito lotta col cuore ebbro che sotto i tonfi delle notizie gioiose vorrebbe schizzare lagrime e singhiozzi felici. Cinquantamila prigionieri, 300 cannoni. Il colonnello Trivulzio annunzia:
—L’intero sistema difensivo del Grappa è caduto nelle nostre mani!
Uragano d’applausi. Un bersagliere ciclista scaraventa dalla gioia tutta la sua pastasciutta fumante in faccia del suo compagno. Questo ridendo calmo sornione, ingolla due bicchieroni di vino, poi ne riempie un terzo e pluff! doccia di rosso il suo assalitore.
—Io non mangio più, non ho più fame, dice Trivulzio; sono pieno come un otre di gioia pesante... Ho avuto le due gioie sognate! Prima: vendicare Caporetto. Seconda: finire malgrado la mia età la guerra, godendo la vittoria con l’animo d’un giovane! Andiamo a prendere il caffè al primo piano. Fra mezz’ora ordine di partenza.
Tutti in fila entriamo dalla signora Lucatich. Un tenente, bersagliere ciclista, ha portato con sè un piatto di carne che divora camminando. La padrona di casa, donnone biondastro, dal corpo liquefatto, straripante, ossequia in buon italiano. Ci presenta sua figlia, magrolina, bionda, slavata. Parla anch’essa molto bene in italiano correggendo così il carattere tedesco dell’interno: quattro oleografie di Siglinde, Sigmund, Sigfrid e Drago, Ondine ecc., a tinte rosse, azzurre, verdi, violente, stonate, antipatiche.
La signora Lucatich che versa in giro il caffè, ci minaccia colle sbrodolanti mammelle. Poi apre il pianoforte a coda. Subito un capitano dei bersaglieri s’impadronisce della tastiera come il canto si impadronisce della marina napoletana. Nerissima capigliatura impennata, pizzo nero, faccia di bersagliere di Lamarmora in una stampa del ’48. Il capitano canta: Me ne vogl’ì in America...
Il lamento nostalgico, patetico, lacerato della sua bella voce meridionale dilaga. Naufragano un istante le anime nostre irte e gli angoli duri dei nostri temperamenti.
Nella melodia soave, ironica, carezzevole, la voce si sviluppa delicatamente sale e s’intenerisce morendo, poi con vellutate violenze si scaglia in ondate impetuose su, su fino a delle note fulve, calde, sorridenti. L’eleganza imperiosa e maschia della voce domina, determina e precisa la passione. L’immaginazione nostra evoca il golfo napoletano nella sua carnalità lunare che completando la facile melodia forma un alto elastico vivo capolavoro del genio italiano.
Ma uno grida:
—Basta col sentimento! Suonami una cosa allegrissima pazza.
La signora Lucatich si avvicina al piano forte, vorrebbe consigliare. Il capitano scatena l’introduzione del Barbiere di Siviglia. Gioia generale. Io spacco una sedia, rovesciandomi indietro di scatto. Tutti in piedi, giro tondo intorno alla tavola. Pigliamo nel vortice la cameriera che abbracciata, palpata e rischizzante di braccia in braccia, mi mormora accennando alla padrona:
—Se la intendeva cogli austriaci!
Ma un accordo funereo e grave mi attira al pianoforte.
—Che cosa suona, signorina?
—Beethoven... Beethoven è più grande di Rossini.
Un urlo selvaggio.
—Ma cosa ne sa lei? Cosa ne sa lei? Rossini è smisurato! Abbasso Beethoven! Beethoven è morto quattro anni fa! Rinascerà se vorremo fra quindici giorni. Ora è ancora sepolto e Wagner pure con suo fratello Von Kluk, suo cugino Hindenburg e Ludendorf cretino quanto quel Sigfrid che è sulla parete. E lei, signorina, si convinca che l’Austria è morta e che non si festeggiano gli Italiani suonando Beethoven. Con tutto il rispetto che ho sempre dato al bel sesso, le dichiaro che lei è una cretina! Noi italiani di Vittorio Veneto possiamo finalmente strafotterci di Sigmund di Sigfrid e anche del Drago germanico! Così!
Strappai quattro quadri e sfondandoli a pedate li infilai sulla testa a quattro amici. Poi tutti giù per la scala dirigendo l’orchestra e cantando il «buona sera... buona sera...» del Barbiere di Siviglia.
L’ordine di partenza non venne. Il colonnello Trivulzio dovette sedare energicamente un principio di tumulto fra gli arditi che accalcati nelle strette gole di Serravalle erano impazienti di partire, battersi, inseguire. Gridavano al tradimento, si dichiaravano sacrificati ad altri reparti privilegiati.
Rimasi solo coll’amico capitano Franci di Pietralunga, incontrato la mattina e di cui constatavo una volta di più lo strano mutismo e l’ancor più strana melanconia. Lo strinsi di domande:
—Tu non sai, mi rispose dopo un po’ d’esitazione; la mia vita passata... Dolley è partita; sparita non si sa dove!... Qui a un chilometro da Vittorio c’è la nostra villa... Vi abbiamo vissuto tre anni, felici, felici d’amore, come in paradiso. La villa deve essere tutta devastata. Vorrei andare a vederla; ma non solo. Sono troppo triste. Vuoi accompagnarmi? In mezz’ora andiamo e torniamo.
La cosa non mi sorrideva, ma vidi due lagrime negli occhi di Franci e accettai.
C’informiamo. Siamo in libertà sino alle nove di sera. Via, a passo rapido, quasi di corsa.
—Questo sentiero è più breve, dice Franci. Quante volte l’ho percorso con lei... Ora è tutto allagato, ci infangheremo. Mi secca per te.
—Non importa, avanti, presto!... Dimmi, Franci, raccontami, quando ti lasciò?
—Dopo Caporetto è andata a Firenze. Mi ha scritto una lettera, l’ultima sua lettera, poi più nulla, nulla, nulla. Ho interrogato tutti i suoi parenti quando fui in licenza. Mi risposero vagamente che era partita per Londra. Ti ricordi l’ultima volta che sei venuto a trovarci? Avete parlato di Londra insieme tutto il tempo! Ecco la villa... Eccola!
Attraversiamo dei vigneti sconvolti e pestati dalle cannonate. Tra gli alberi, la facciata della villetta elegante appare quasi intatta, bianca, colle sue finestre aperte che bevono golosamente i raggi obliqui scarlatti del sole. Il muro del giardino è qua o là affumicato da cucine di soldati scomparse.
—Qui, mi hanno detto, sono stati accampati molto tempo i bosniaci.
I due battenti del cancello, scardinati, crollati l’uno sull’altro, pendono obliqui in fuori. Entriamo da una breccia del muro. Penombra verde, appestata da un odore acido e dolciastro di sterco, piscio di cavalli, legno bruciato. Franci mi prende la mano e me la stringe forte. Lo guardo: ha gli occhi gonfi di lagrime, ma si irrigidisce. Buchi di cannonate, gomitoli di sterpi, liane, rovi. Rotaie profonde di autocarri, matasse di reticolato e immondizie. La villa è realmente quasi intatta. Ha una ferita leggera di granata. Ne palpo le schegge cadute a terra. Il muro ha resistito. La porta è ingombra di rottami. Saltiamo dentro dalla finestra.
—Questa è la camera da letto, dice Franci, aggrappandosi a una poltrona.
Io avanzo nella penombra esplorando. Nel centro, quelle canaglie di bosniaci hanno fatto un fuoco con tutti i libri della libreria. Odore di cuoio cotto e di cavolo marcio: nauseante.
—Anche lì hanno acceso il fuoco, nel mezzo del tappeto persiano. Questa macchia sembra sangue, forse è vino. In cantina v’era molto champagne. L’impiantito è sfondato. Qui hanno vomitato sul letto! Porci! E’ un vero lago di fango, vino. Dio che orrore! Una vera cloaca!... Strano! Hanno rispettato l’armonium!
Mentre io esploro così ad alta voce questo luogo divenuto infame, Franci ha trovato in un armadio una piccola lampada a petrolio.
—Bizzarrie dei saccheggi! Come diavolo non hanno scovato questa lampada! dice Franci e l’accende.
Io apro l’armonium e appoggio le mani sulla tastiera provando il pedale. L’accordo funebre, tremante, lento, sfinito sale inondando il silenzio d’una amarezza disperata. Al terzo accordo mi fermo, poichè sento il mio amico singhiozzare dietro di me. Vado a sedermi vicino a lui e gli batto sulla spalla per confortarlo:
—Su coraggio, devi dimenticare, vieni via è meglio per te.
—Non posso dimenticarla, non posso. Vedi, malgrado il fetore, l’orrore di questa camera, io la sento qui, lì dietro. Dolley è nella villa! Verrà, verrà! Viene! Ecco il suo passo leggero, scivola con quelle piccole babbucce comprate insieme a Costantinopoli. Aveva una vestaglia di seta grigio-perla e le babbucce con tante perline... La sento. La vedo quasi. Se mi fermassi qui tutta la notte mi apparirebbe. Ne sono sicuro! Oh come piangerebbe a vedere tutti i suoi cari volumi bruciati! Lei così intelligente, fine! Ah! quei suoi profondi occhi! Talvolta... un po’ pazzi! Avevano d’un tratto dei riflessi duri. Un attimo. Ma l’azzurro si bagnava subito e ridevano, ridevano. Eppure mi amava, mi amava! Ha fatto mille pazzie per venirmi a trovare al fronte. Che lacerazione, i nostri distacchi! Ed ora finito, finito, per sempre finito! Dov’è dove è andata! Dove? Dove? Dove? Almeno sapere! Sapere qualche cosa. Chi ama? Con chi è?
La lampada si affievoliva, ma Franci non voleva alzarsi. Bruscamente preso dall’irruenza dei singhiozzi si mise a graffiarsi le mani con ferocia. La fatica di questi giorni di battaglia e il dolore scoppiato frustavano i nervi di quel povero corpo dilaniato. Non badai alle sue mani che annaspavano nell’aria. Afferrarono il tavolino che reggeva la lampada. Questa crollò, divampando. Il fuoco scivola col petrolio incendiando un ammasso di stracci. Il fuoco corre, si arrampica crepitando. Franci resta immobile, seduto. Io rimango pure immobile, seduto. Quando fu certo che il fuoco non si sarebbe più spento Franci mi disse:
—Ora andiamo!
Gli strinsi la mano e lo seguii dicendo:
—Sono d’accordo coi bosniaci e con te.
Annotta. Appena scavalcato il muricciolo vediamo un ufficiale a cavallo sul sentiero buio.
—Lo conosci? mi dice Franci.
—No. Ad ogni modo ci ha visti uscire dalla villa. Questo è seccante.
Noi fermi sull’attenti. E’ un generale. Dall’alto del suo cavallo ci interroga con furia brutale:
—Cosa facevano là dentro? Perchè si sono allontanati dai loro reparti? Non è il momento di curiosare nelle ville! Ignorano certamente il loro dovere di ufficiali! Se tutti gli ufficiali fanno come loro si perdono le battaglie! Vadano! Vadano! Vadano per Dio! Vadano presto ai loro accampamenti!
E il generale si allontanò dopo questa valanga di parole che non mi aveva concesso la minima risposta. Io rido fragorosamente. Franci irritato si meraviglia della serenità colla quale ho ascoltato quell’alto berretto insolente e maleducato.
—Evidentemente, caro Franci, tu ignori la meravigliosa teoria del giaguaro inventata da me. Tutti l’applicano efficacemente. La mia teoria del giaguaro è ormai popolare. Ti potrà essere utile. Te la spiego in due parole. Ogni volta che ti capita addosso uno di codesti burbanzosi superiori nevrastenici e rabbiosi, guardati bene dall’ascoltare le insolenze, minacce e bestiali interrogazioni sue. Fermo sull’attenti, osserva scientificamente il suo grugno inferocito e cerca di catalogare la belva fra le belve più pericolose di un serraglio. Silenziosamente o rivolgi a te stesso un discorso di questo genere: Bene! bene! Una vera fortuna, potere ammirare da vicino e senza gabbia il celebre Giaguaro del Bengala! Ah! non sapevo, questo giaguaro divora dunque diciotto ufficiali al giorno e sessantacinque soldati. Si nutre così in tempo di guerra. Dorme poco. Tre ore gli bastano per digerire tanta carne umana. In tempo di pace, mangia a colazione i suoi tre figli, sua zia, e anche sua moglie. Ma questa è assolutamente indigesta! Non la mastica mai abbastanza, cosicchè le ossa non assimilate della moglie gli schizzano fuori dalla fronte. Vedo, vedo, ciò gli serve d’altronde a tener su il berretto. Caro Franci, se applicherai sistematicamente la mia teoria del giaguaro, non ti farai mai del cattivo sangue.
Alle nove di sera si parte da Vittorio Veneto. Il comando non ha preveduto l’allagamento di una strada di campagna e c’incolonniamo, cavalleria e blindate, in un vero pantano. Nel buio ad un bivio, mi sento chiamare. Sporgendomi dalla mia blindata riconosco Franci a cavallo in testa al suo squadrone. Alto, elegante, muscoloso. Indovino più che vedo nel buio la sua faccia volta in alto che forse cerca fra le stelle quelle perdute per sempre.
—Buona sera, Marinetti! La strada che prendiamo rasenta la villetta.
Ci avviammo, ma dopo un chilometro eravamo impantanati fra filari di vigneti, rovine di case e campi allagati. Tutti i cavalieri appiedati, guidando per mano i cavalli che affondavano continuamente nella pece saponacea del terreno. Urti e scossoni infiniti, bestemmie, comandi non ascoltati, ingiurie, gomitate, calci di muli. Un cavallo s’impenna e resta preso colle zampe in un reticolato. Un mulo non si districa più dai filari. Un altro è crollato giù nel fosso profondo. Beve. Si gonfia d’acqua. Una corda! Occorrono delle corde per tirarlo fuori! Io supplico il capitano Raby di fermare la nostra squadriglia. Le ruote della mia blindata sono incastrate nella mota.
Rrrrrr di motore, tin zin zan zang di casse di cotture.... «Accidenti, fetente, mascalzone! Metti una corda sotto la pancia al mulo! Chi è quel porco che ci ha cacciati in quest’inferno? Sarà una carogna imboscata!».
Giù bestemmie nel flic-flac delle pozzanghere. Tutto si pigia, si urta, urla, capitombola e ingiuria nella notte buia che vuol perfezionare l’impantanamento con una sua pioggerella lenta lenta. S’inzuppa così di lagrime nere la villa piena di fascino tragico. Questo pantano forse non è che povera carne tumefatta intorno a quella ferita dolorante. Le blindate sono ferme, invischiate. A cento metri il lume di una fattoria. La svegliamo con grandi urli. Nell’impossibilità assoluta di ricevere e domandare ordini, il capitano decide di aspettare l’alba. I miei amici, temendo i pidocchi, dormono in blindata.
Io sono affranto e sfidando gli insetti accetto una strana ospitalità nel granaio della fattoria trasformato in dormitorio. Sembra quasi la camera nuziale di un sultano. Diciannove materassi occupano tutto l’impiantito. Sui diciotto occupati, diciotto donne, d’ogni età e d’ogni calibro. Nella penombra le vocine giovanili mi invitano.
—C’è un letto, uno solo, un materasso per lei, tenente! Siamo in diciotto donne; se non ha paura, venga pure!
Mi coricai. Ricominciava l’impantanamento, ma questo allegrissimo. Nessuno poteva dormire. Troppe pulci. Chiamiamole pulci! Troppi aliti. Non tutti primaverili! E c’erano i buoni profumi della carne giovane, ma anche alcuni puzzi che mi pugnalavano le nari di tanto in tanto. Molta allegria e i rubinetti della chiacchiera veneta tutti aperti. Una mi raccontava naso a naso tutte le canagliate austriache senza dimenticarne una. Forse mi addormentai per mezz’ora, due o tre volte. Mi scoteva, dovevo ascoltarla. Alla mia destra c’era una bella ragazzotta alquanto polputa. Indago. Esploro, ride. Incomincia il gioco del solletico. Nel buio le donne anziane sbuffano, discutono, complottano contro di me; ma le giovani mi difendono. Se qualcuna si ribella, le altre in coro: «Lascialo fare, lascialo fare, siamo tutti italiani! Evviva l’Italia!». Ad un tratto tre moraliste si slanciano su di me e tra il serio e il buffo mi tirano per le gambe. Tentano d’imbavagliarmi con un cuscino. Sarei disposto a far la fine di Desdemona, ma puzza troppo il cuscino. Mi libero con un pugno che disgraziatamente finisce in un occhio a un marmocchio.
Balzo in piedi, sveglio i compagni che dormono ognuno sul suo volante e subito con sforzo nel rombo bronchiale catarroso dei motori inferociti ci svincoliamo dal pantano. Via, via a grande velocità verso Polcenigo. La cavalleria non potrà così presto disimpegnarsi. Saremo soli, primi, anzi primissimi, nell’inseguimento dell’ala sinistra austriaca che si ripiega sul Tagliamento.
Menghini è al volante: muscoloso, ventenne, veneto begli occhi scuri intelligenti, faccia entusiasta di bambinone innamorato della vita. Adora le donne e il vino senza cedere loro nulla d’importante. Scherza sempre ma ripiglia a volo la sua allegria e le sue burle spensierate per identificarsi col volante e col motore, fusione perfetta. Mi piace perchè armato d’istinti sicurissimi. Guida come si nuota, coi suoi nervi ramificati e vibranti su tutta la superficie della macchina. Sa che la corazza della ruota di destra passerà esattamente a due centimetri da quel carro.
Menghini questa mattina è loquacissimo; la gioia della vittoria gonfia di calore inebriante il suo corpo giovanile. Lo ascolterei volentieri, ma temo gli straripamenti della sua immaginazione. Dobbiamo combattere ancora. Perciò calma e poche parole. Seduto alla sua sinistra, colla schiena presa nella cinghia-spalliera, mi sporgo di tanto in tanto dallo sportello di sinistra aperto per spiare l’alba che s’affretta.
Si leva il vento, non piove più.
Sprizzano qua e là le prime luci bianche quasi rosee, vorrebbero essere rosse, come le risatine frenate d’una educanda che indovina nel discorso severo della suora notturna l’immancabile annuncio del perdono e della dorata ricreazione ventosa. Vaste, morbide, fresche letizie di luci sugli orti e sui prati come guance d’angeli in Paradiso sognate dai dannati sotto i trapani dell’inferno.
Tengo la gamba destra allungata sull’invisibile acceleratore delle velocità spirituali, la gamba sinistra fuori dallo sportello di sinistra, piegata sul predellino.
I bersaglieri ciclisti del colonnello De Ambrosis ci raggiungono pedalando a destra e a sinistra.
Il cielo lavato sembra abbia pareti di maiolica. Il vento con gomitate e rabbuffi spazza via all’orizzonte l’ultima nuvola rossa-nera-avvinazzata poi passando leviga la vallata davanti a noi, purissima conca di smalto verde. Vasca tiepida per raffinatissimi piaceri di carni ignude.
Una voce di donna sale da un prato e dondola sopra di noi, morbida amaca. A sinistra rombi di cannonate lanciate a cavallo dei lontani monti trentini. A destra il profilo di una collina intrisa di sole s’immerletta di cavalleria.
Lentezza ieratica, estetismo professorale, solennità assurda di quel corteo medioevale che sembra cerchi dei castelli antichi. Uno svolto della strada mi permette di riconoscere il primo squadrone che scende seguendo la cresta di una seconda collina, in un quadro di Carpaccio. Rasenteremo fra poco il primo plotone. Ecco Franci! O almeno mi pare. Sì, è lui! Profilo elegante di bel cavaliere sul suo alto, magro irlandese da guerra. Ha la testa piegata indietro. Guarda il cielo. Offre, forse, la faccia disperata a una possibile palla pacificatrice. Sparisce. Quel corteo medioevale di cavalieri persiste nella mia mente come un gran fregio scultoreo sul frontone di un tempio, s’impolvera come un quadro nella penombra di un museo poi crolla al rombo della mia macchina futurista.
Ridono le cento e cento ruote veloci dei bersaglieri ciclisti. Grandi domeniche sportive delle democrazie, scodellate fuori dalla città in ciclismi violenti accaniti nutriti di polvere-sudore! Gioia popolare dell’aria aperta e dei polveroni solari fuori dalle città-prigioni-officine-caserme, lanciata ora verso litri di vino rosso da spaccare sulla testa del Cecchino bettoliere sotto pergole di granate esplodenti!
Furia schiamazzante di contadini romagnoli in biciclette all’assalto del prete pidocchio nero insradicabile da sradicare dal materasso delle città! Le osterie che sventagliavano nei crepuscoli le canzoni lunghissime trascinate, ubriache e ubriacanti di malinconia, sono spente. Questa più grande, un tempo affollatissima, porta come insegna il motto Invidia e crepa. Ha perduto il ritmo ansante del gioco della morra.
Cinq du sett vott tri
Ma si consola col: «Primo pezzo! fuoc!» della batteria che spara nel suo orto scaraventando a 6 mila metri zuffe di acciaio avvinazzato.
Il polverone è un eccitante lirico. I rasoi del vento gelato mi fanno la barba. La mia blindata canta i record mondiali dei motori + il lavoro di mille operai + ingegneri e ufficiali improvvisatori geniali + Perrone Ansaldo e Fiat in lotta + la gloria di Nazzaro velocità onnipresente + superiorità del genio italiano + praticità italiana + futurismo italiano.
—Ho verificato tutto, mi dice il sergente Locatelli dietro di me. Gli scaffali-nastri in ordine, sembrano una libreria. Nastri lucenti cassette di petardi tutto a posto. La cupola girevole funziona bene. Non un centimetro di spazio perduto. Il telo-tenda cinghiato nel fortino di poppa non ingombra.
Voltato a metà, controllo nastri, serbatoio, caricatori, ogni cosa amata, ogni cosa preziosa con l’affetto che mi lega a questa stupenda e veloce alcova d’acciaio.
Attraverso l’occhio orizzontale della macchina sotto la palpebra metallica un po’ alzata vedo sventolare sul cofano, a prua, il gagliardetto triangolare tricolore e il suo motto d’oro «Vincere o morire» scintillante nel primo raggio di sole. Zazà che dormiva in uno scaffale-nastri si sveglia.
Sporgendomi dallo sportello di sinistra guardo dietro di me la sua piccola testa intelligente che abbaia bevendo il verde-roseo vento della corsa nell’aurora. Ghiandusso in piedi sul serbatoio di benzina ha cacciato la testa nella botola osservatorio della cupola e grida:
—Come è bella l’Italia, signor tenente!
—E’ la prima volta che la vedi?
Valli, vallate, campi arati e praterie, tutto intorno a noi si imbeve di sole con una avidità verginale, s’imbeve d’un ardore italiano che certo sembra nuovo alla carne dell’uomo piena di tenebre schiave e alla fibra dei vegetali che non amano dare succhi allo straniero.
—Ascolti il motore come va bene, dice Menghini.
Rumore puro ritmato perfetto. E’ quasi un canto. Languido, languido vellutato, un po’ lamentoso per estrema dolcezza, quando il motore fa da freno in discesa. Ora si sale. Ne gioisce il motore e al suo rumore aggiunge flauti, clariiini, violiiini. Poi nitriiiti, nitriiiti di tutti i cavalli scalpitanti che contiene. L’armonia si completa col cigolio di tutte le costole d’acciaio. Vibrano, le giunture metalliche. Pare sul rrrrombo del motore il festante cicicicigolio di mille passeri giulivi che la blindatura imprigioni come una gabbia volante. Quei passeri d’acciaio vogliono gareggiare coi passeri sbarazzini che godono il verde della campagna intorno! Eppure ora non decifro più le origini di questo rumore confuso che certo ha per base il rumore del motore, tanto si è arricchito d’altri suoni ed è divenuto umano. Ampio rumore febbrile, dilagante, flebile e aspro che ora s’avventa, c’investe come una ondata.
—Polcenigo! grida Ghiandusso... tutti i borghesi corrono nella campagna, verso di noi! Donne, bambini... Quante donne!
Vivaaaa! Italiaaaaaa! Vivaaaaa!
Aaaaaaa!
Sento un tuffo di gioia brutale nel cuore che mi rimbalza in gola. Via, fèrmati, cuore mio, se non sei un cuore di donna! Il cuore sotto la morsa della volontà cede ma subito piange silenziosamente, quasi muore in un vasto lago di pianto.
Come frenare questa gioia cara tiepida soave che mi punge gli occhi? Gioia intrisa di pietà e di angoscia!
Vivaaaaaa! Italiaaaaa!
—Attento, Menghini, sorveglia la strada, non arrotare i bambini, per carità!
Ad ogni angolo di villaggio una folla colorata rorida di allegria solare. Braccia nude al cielo, fazzoletti al vento della corsa e fiori che sfiorano la blindata. Polcenigo, Castello d’Aviano e Villetta sono preziose miniature di villaggi disposti sopra una serie di colline verdi, basse, flessuose. La strada che li attraversa tutti va su e giù con grazia disinvolta, curve molli persuasive seguendo le ondulazioni musicali del paesaggio. La strada bianca ondeggia e freme come un immenso albero caduto sotto il peso dei suoi villaggi appollaiati a destra e a sinistra sui rami.
Vivaaa! Italiaaaaaa!
Siamo i primi italiani che liberano Villetta. La sorpresa è grande. La notizia rimbalza di casolare in casolare lontano lontano chilometri e chilometri collo scatto lungo infilzante dei primi raggi di questo sole. Corrono a perdifiato contadini e contadine. Mille grida tra i fienili e abbaiare di cani furenti come per una caccia. Corrono le vecchie. Quel mendicante con stampelle sembra un pellicano veloce. Pietà, pietà per quella vecchia trascinata a forza come un sacco dalla figlia scarmigliata che urla. Finestre sbatacchiate. Sono loro! Sono gli italiani! E giù per le scale. Ruzzoloni e ressa sulla soglia.
Vivaaa! Italiaaa! Benedeeeetti!
Dobbiamo rallentare. Tutta la popolazione è addosso. Passione passione che ci soffia sul viso come un forno acceso. Siepe di contadine, intrico di braccia alzate, mani striscianti sulla blindata e unghie che la graffiano con delirio affettuoso.
Bevo questo entusiasmo tragico e selvaggio. Cuore mio, fèrmati, se non sei un cuore di donna!
Io grido, forzando la voce per dominare il fragore:
—Grazie, grazie! Viva l’Italia! Abbiamo fretta, lasciateci passare!
Ma la messe gioconda di braccia e facce impetuose non cede, s’infittisce, vorrebbe fermarci, abbracciare, strangolare d’amore la blindata. I miei occhi pieni di lagrime che non riesco a domare ammirano per la prima volta il fantastico Giardino delle Gioie. Tutte le gioie della Terra e del Paradiso: Gioia di quella faccia di vecchio con le sue rughe finalmente distese, riposate stirate come dal massaggio di una contentezza assoluta. Gioia di quegli occhi verdi di bambina sedicenne che beve, beve colla bocca e sui denti brillanti la pioggia continua delle lagrime. Gioia della madre che mescola il suo pianto al pianto del suo pupo rosso. Anch’esso sgrana gli occhi davanti al dolce sovrumano, sognato nella culla della fame invernale. Gioia di quella faccia maschia che si apre ancora tutta tôrta, spremuta dalle mani dell’accanita nera Lavandaia! E i cani ispirati che si arrampicano a leccarmi le mani. Zazà si slancia con invidia e li morde. E quel vecchio dal viso come venuto di lontano, dissepolto. Mi guarda dal fondo nebbioso del suo anno di dolore che attendeva. Ha le spalle affrante cadute giù, le braccia aperte come le madonne, le mani morte sorto il peso della gioia di piombo!
Cristo, Rabbi vestito di miracoli e di pazzia benefica, Tu che hai mutato in vino l’acqua delle giarre e moltiplicato i pani e i pesci nel convito dell’amico tuo, Cristo, Cristo, tu che hai bevuto a larghi sorsi la gratitudine delle folli guarite, guarda guarda il giardino stupendo delle Gioie sovrumane che abbiamo creato! Certo tu c’invidii, noi liberatori di città! Devi, devi invidiarci! Sento che devi invidiarci!
Hai mai veduto simile fioritura di gioia?
Non l’acqua, ma il fiele, il fango e la bile avevamo, e tutto mutiamo in roseti! Per noi, con noi, il Sole liquefa i suoi raggi in sovrabbondanti capigliature di liquido fuoco sulle campagne beate. Tonde reti di raggi. Guizzano, si slanciano, mille corridori felici: corrono, corrono incontro a noi, Erba felice che si mescola di gioia ai capelli ricciuti dei bimbi nei capitomboli d’oro. Capelli foglie mani palpebre di gioia! Agili arbusti vibranti come quella bambina pazza di gioia alla terrazza. E ciglia lunghe imbrillantate dalla linfa d’amore che sale dal centro della terra a dissetare le città arse dal Dolore:
—Largo, largo, vi prego lasciateci passare, lasciateci passare, abbiamo fretta di prendere quelle canaglie!
—Sì, sì signor tenente, ma vi potete fermare.
Si sono trincerati sull’altra sponda del Cellina. Sono partiti di qui ieri sera... Sono sul Cellina, li ha visti mio marito.
Menghini fa rombare il motore e si apre un varco. Via, via a tutta velocità fra le penne di gallo e le facce scintillanti di sudore dei bersaglieri ciclisti che ci hanno raggiunto. Rrrrombi, rrrombi burbanzosi dei motori fra il zin zin zin zin delle biciclette tascapani e baionette sbatacchiate.
—Massacrateli, massacrateli tutti, grida una donna coi pugni tesi.
—Vivaaaaaa Italiaaaa!
Fuori dal paese sui globi rotolanti del polverone dorato una visione ci magnetizza. E’ una chiesuola, un’umile chiesuola sopra un poggio che domina la strada, ma è bagnata d’una luce spiritica estatica, lunare e solare insieme, una luce d’eclisse o di terremoto. Realmente vediamo, vediamo realmente la chiesuola presentare le armi con tutte le croci e tutte le lapidi del suo piccolo cimitero arrampicate in fila lungo il muricciolo, metalli arruginiti e marmi antichi, così raggianti di gioia al sole da sembrare nuovi e un po’ ebbri di sfarzosa novità!
Aviano ci ha sentiti venire e prima ancora di scorgere laggiù il profilo del campanile e delle case sghimbesce vediamo la strada coprirsi del suo popolo accorrente.
—Benedeeeetti! Benedeeeetti gl’Italiaaaani! gl’Italiaaaani!
Entriamo nel paese in un frastuono assordante quasi sospesi sulle ondate del popolo. Il capitano Raby mi sorpassa facendosi largo colla sua vetturetta e col braccio alzato ordina di fermarci. Rifornirsi di benzina e ripulire i motori. Io scendo. Preso, trascinato via dalla folla agitata affannosa che non dà tregua, insiste, vuole, interroga, racconta, racconta, racconta. Le donne mi opprimono.
—Hanno portato via tutto tutto, tutto! Le campane! anche i parafulmini! e dicevano: Abbiamo comprato tutto il Friuli e tutto il Veneto dai vostri Generali. Non vi lasceremo che gli occhi per piangere... Oh! gli ultimi 3 giorni, signor tenente, che strazio!... Gli ufficiali hanno ordinato ai soldati di portare via tutto. Requisizioni di giorno e di notte. Sì, anche la notte. Hanno puntato la baionetta sul cuore di mia mamma! Hanno preso tutto rame, bestiame, grano, urlavano: O ghent o caput! o denaro o morte! Muss, muss vuol dire: per forza! Noi li chiamiamo muss quelle canaglie... Se sapesse! un anno, un anno... Fingere ogni giorno, per non morire! Ma dentro c’era l’odio, quanto odio, signor tenente! Il prete è stato buono con noi. Aveva molto coraggio. Io gli dicevo in confessione: Sono colpevole di avere molto odiato. E lui: «Chi hai odiato?» Rispondevo: «Gli austriaci» «Oh allora» mi diceva don Luigi, «allora è inutile che continui la confessione, sei perdonata di tutti gli altri peccati...» Quelle canaglie volevano prendere le ragazze. Hanno tentato, i primi giorni. Un pomeriggio i prati tutti intorno erano pieni di urli di donne violentate!
—Sì al sole, al sole, ho visto io, dice un vecchio balbettante.—Uno teneva le gambe aperte della ragazza e l’altro si metteva sopra. Ma mia figlia non l’hanno toccata. Ringrazio la Madonna. Gli ha strappato coi denti un baffo, a quel porco che l’abbracciava... Per un mese il colonnello mi ha rifiutato la sporca razione di grano e di pane nero!
—Sono io, io che gli ho portato via il baffo coi denti! Erano tanto brutti, tutti. Colle lenzuola rubate facevano vestiti bianchi per ufficiali... Colle lenzuola di grossa tela ruvida facevano le scarpe! Sembravano Arlecchini! E le donne, le loro donne, li aiutavano nelle requisizioni. Tutte puttane con la fascia d’infermiera. Ce ne sono ancora tre!
—No, sono sei, bisogna massacrarle! Le pianterò gli spilloni negli occhi. Dicono che sono triestine, ma sono slave o austriache, bestiacce!
E’ una forte friulana bruna che parla così, grandi occhi azzurri nel viso sensuale infuocato dall’ira. Mi tira per il braccio. Sono in un fiume di popolo esasperato, pieno di rancori che scoppiano in moralismi esagerati. Intuisco anche basse invidie camuffate di patriottismo e sento l’urgenza d’incivilire, frenare questa massa pericolosa.
—Ecco la casa di una di quelle puttane!
Mi volto di scatto e con un gesto rude impongo alla folla delle donne di fermarsi. Riesco a contenerle sulla soglia ed entro col tenente Cenami chiudendo dietro di me la porta.
Al primo piano in un cucinone pulito troviamo una slava piangente impaurita che si precipita ai miei piedi. La rialzo e battendole sulla spalla dolcemente la tranquillizzo. Viso banale, pallidissimo, piccoli occhi celesti e capelli biondo sporco, tirati sulla nuca. E’ di Lubiana. Ha una camicetta di velluto a righe gialle e nere, grembiule nero e gonna verde. Mi racconta in cattivo italiano che è stata dimenticata ad Aviano dal fidanzato ufficiale austriaco.
Le domando che cosa succeda a Lubiana. Mi risponde che a Lubiana si odiano gli Ungheresi, ma non si amano neanche i Serbi.
Nel cucinone entra un’altra donna che spiava dalla camera vicina. Si precipita anch’essa a baciarmi le mani, in ginocchio. E’ una falsa magra, agile, audace, bocca carnosa, bellissimi denti, grandi occhi neri lucenti. Corpo senza pudore, sessualità insolente, il caratteristico marchio del bordello, malgrado l’accuratezza seria del vestito.
—Io sono friulana, signor tenente, sono italiana. Nel paese dicono che sono slava, non è vero. Mio nonno era di Aviano. Ho ospitato questa povera diavola, per carità.
—Non è vero, non è vero, urla la folla nella strada. Non ascolti, signor tenente. Sono puttane, tutte e due! Bisogna massacrarle, sventrarle!
—Non credo che tu sia friulana. Tu sei senza dubbio o ungherese o austriaca. Parli troppo male l’italiano. Ad ogni modo niente paura, noi non siamo dei barbari come i tuoi fratelli.
Esco sul balconcino e mi sporgo verso la folla che ormai è diventata enorme. Tutti urlano, gridano, agitano le braccia, tendono i pugni, si mordono le dita. Risento e rivedo nel cielo sfolgorante le tonde forme di nuvole d’oro massiccio irte di raggi della spaventosa Forza cosmica, la Vendetta.
—No! no! italiani, non gridate morte! La morte ha già lavorato abbastanza! Gridate Vittoria! Non è degno di un popolo civile come il nostro, il massacrare delle donne!
—Non sono donne; puttane, puttane, puttane! A morte! Morte! urla la folla.—Sono venute con gli austriaci a rubare tutto nelle case nostre. Facevano la spia! Spie! Ci hanno sputato sul viso, hanno sputato sul nome d’Italia!
—Lo so, lo so. Sono convinto che sono delle luride prostitute. Siete italiani e perciò non potete mentire! Ma come italiani non saprete certo colpire dei vinti. Sono femmine cioè deboli e senza difesa! Noi ufficiali italiani, non rubiamo il mestiere agli austriaci. Queste due austriache scontano oggi le loro colpe nel vedere la nostra bandiera sventolare su Aviano e nell’apprendere da me, da questa bocca e da questi polmoni, l’irrimediabile sconfitta dell’Austria. L’esercito dei loro fratelli, padri, sposi o amanti è stato da noi sconfitto per sempre. Italiani! Noi ufficiali che abbiamo avuto l’onore di entrare per primi in Aviano, vi ordiniamo di non toccare un solo capello di queste due donne. Andate, e festeggiate con canti di gioia la liberazione di Aviano.
Un urlo feroce salutò il mio discorso. Ma gli applausi scroscianti dei bersaglieri ciclisti e dei miei soldati si propagarono, e lentamente, con gesti minacciosi e borbottamenti, la folla si staccò ringhiando, dalla piccola casa mentre io consegnavo le due donne atterrite e spettrali a due bersaglieri ciclisti nerboruti.
—Conducetele indietro con gli altri prigionieri austriaci. Se la folla le tocca, io vi denuncio al Tribunale di guerra. Capito?
Quel salvataggio mi costò un cicchetto dal mio capitano che mi cercava.
—Vieni con me.
Partiamo in bicicletta. Il capitano mi annuncia che la 12ª squadriglia è stata massacrata a cannonate a 3 chilometri da qui, nella brughiera di Santa Foca. L’angoscia accelera la nostra corsa. Vasta pianura sconfinata, senza alberi. Desolatissimo paesaggio spagnuolo. Quando giungiamo a S. Foca non troviamo nessuno da soccorrere. I contadini stanno seppellendo i cadaveri in tre vaste fosse. I feriti sono già stati trasportati in autocarro. Oltrepassiamo un sipario di alberelli fronzuti e vediamo le tre blindate piegate sul fianco destro sull’orlo destro della strada, in fila, a 20 metri l’una dall’altra. Tutte e tre sventrate. La terza incendiata. Ha dei colori rossicci e canarino. Il cofano sembra masticato da mascelle titaniche. Fuma ancora. Odore di panno cotto nell’olio e di carne arrostita. Comprendiamo l’errore del comandante che in un terreno scoperto non ha distanziato le blindate in marcia offrendo così un facile bersaglio al fuoco d’infilata dei cannoni mascherati dal sipario d’alberi di Santa Foca.
Nulla da fare. Uno sguardo affettuoso alle fosse, e raggiungiamo pedalando l’8ª squadriglia sull’ultimo tronco di strada che scende nella ghiaia del Cellina.
Letto smisurato di fiume torrentizio con tre filoni d’acqua. Non siamo più in Italia, neanche in Spagna, forse in America. Desolazione, monotonia di linee tristi. Dune africane. Alla nostra destra gli alti pali telegrafici, soli segni di civiltà, misurano con precisione nel deserto del letto asciutto le distanze nebbiose. La loro geometria metallica da disegno d’ingegneria taglia le piumose sofficità delle lontananze grige, affamatissime di sprofondarsi ancor più lontano, calamitando i nostri pensieri e i nostri sguardi. Non scorgo nulla sull’altra riva.
Sulla nostra appare l’automobile del Conte di Torino comandante della cavalleria. Snellezza elegante aristocratica. Dentoni gialli di vecchio cavallo di razza, sorriso ironico nelle gote di viveur.
—E’ impossibile, capitano. Vede? il mio autocarro arenato. Se non passano gli autocarri vuoti come vuol fare lei a passare con le blindate?
Noi passeremo lo stesso, lo sento. Il Conte di Torino non ha la mia sensibilità divinatrice. Questa guerra cominciata col lento rosicchiare d’un terreno conquistato a palmo a palmo tenendo ogni metro con la lunghezza di un cadavere, deve finire per un prevedibile capriccio delle Forze in una velocità aggressiva di 10 giorni. Le Forze della Fortuna amano sorprendere, rovesciare tutte le previsioni, distruggendo ogni logica. Bisogna come me dare una fede ottimistica illimitata e un credito assoluto alla Fortuna. Questa vuole ad un tratto avere tutto l’infinito da respirare, per riempire tutto di prodigio.
Davanti a questo guado che non può fermarci sento la Fortuna in alto respirare, respirare a pieni polmoni. Vuole la Fortuna divertirsi con una generosità di doni sempre più stupefacente.
Se l’Italia si è insanguinata la bocca e i denti nell’addentare il Carso, dura pagnotta, ora riceverà nella bocca aperta tutti i pani enormi e bianchi e divini del suo sogno. Cuore mio, apriti, apriti per ricevere la smisurata gioia.
Lo potrai?
—Ci sono! ci sono! Trincerati sulla cresta! mi dice un tenente dei bersaglieri ciclisti che iniziano il passaggio del primo filone d’acqua.
Molti bersaglieri muscolosamente portano in alto, sulla testa, la bicicletta. Alla nostra sinistra il ponte della ferrovia è spaccato in due pezzi crollati giù neri nel secondo filo d’acqua azzurro. Il primo guado è difficile. Ho l’acqua alla pancia mentre spingo il culo della mia blindata che si siede ogni tanto, ringhia con tutta la rabbia del motore, si disimpantana per sei metri, poi di nuovo si siede. Ma la liberiamo. Salto dentro e si corre per un chilometro serpeggiante di strada sabbiosa nel letto infinito del Cellina.
Ogni blindata coi suoi uomini che la reggono nello sforzo, coll’acqua ai ginocchi o alla pancia, col viso grondante sudore e i piedi gelati. A destra e a sinistra due lunghi cortei di bersaglieri ciclisti in fila indiana. Strani arabeschi molli formati di innumerevoli ruote e arruffii di penne di gallo sul letto ghiaioso grigiastro del fiume. Quei due lunghi formicolii di bersaglieri evocano l’esercito di Napoleone sul letto gelato della Beresina nelle celebri stampe.
Top, top, top, top. Il crik! No! no! la binda! Presto un pezzo di legno. Ora colla corda, un nodo forte. Issaaa oooh. Issaaa oooh! State dietro alla macchina. Forza alla corda! Tien fermo il legno sotto la binda! Imballa il motore, per Dio, imballa! Rrrr forza! Rrrrrrr Fooorza! Personalità del motore, umano, patriottico che vuole, vuole vincere la resistenza aggrapparsi, sollevarsi fuori dalle rotaie di fango saponaceo. Il motore suda sbuffa. Fumo acre del suo sudore. Rrrrr Rrrrrrr.
Fra le gambe gelate il morbido serico sssss frusciare dell’acqua coi glugluglu got gatt glan.
—Un badile! No! no! la pala! Togli le pietre dal parafango sotto la ruota! Rrrrr! Accidenti non vuol venire! Su forza, un gran sforzo insieme!
Subitamente pam pam pam scoppia la fucileria sulla cresta a 300 metri. I primi bersaglieri sono già appiattati e sparano dietro le loro biciclette coricate mentre i due cortei d’altri elmetti piumati e biciclette continuano con calma a passare.
—Forza, ragazzi! Forza che andiamo su a mitragliarli. Niente paura. Tirano male, troppo alto!
Le trecce dell’acqua sembrano cavi metallici. Strappano le mie gambe gelate. Sento sulle ginocchia le zampine tremanti gelatissime della mia Zazà che ritta mi implora di prenderla in braccio. Me la metto come un pacco sotto il braccio sinistro meentre la mia blindata con un gran colpo di reni balza rrrrombando, rrrrombando fuori dall’acqua. Tutta fangosa; ma la cupola porta superbamente il fascione tricolore coi lunghi becchi irritati delle due mitragliatrici che si muovono a fiutare il nemico.
—Tutti in macchina presto! e pronti a sparare!
A 100 metri la mia prima mitragliatrice spara, screstando colle sue pallottole l’orlo della trincea in collina, tutta vampe, scoppi e pennacchietti di polvere e fumo. A destra al di là degli Austriaci un grande aaaaa! Sono i bersaglieri che li prendono alle spalle. Mi volto di scatto e fermo Locatelli che spara. Ta ta ta ta ta ta.—Feeerma!—Gli echi ampi e golosi del letto smisurato giocano a palla volubilmente col rumore della fucileria che ingoiano e sputano liquefacendo gli ultimi pim pam pam pac pam. Una colonna di prigionieri scende incontro a noi e ritraversa il fiume. La salutiamo in coro con un ilare: Austria caput, Austria caput! Poi ci slanciamo sulla strada. A una svolta da una parte e dall’altra della strada due grandi roghi di fieno incendiato con spirali altissime di scintille salgono su, su ad arrostire le nuvole rosse scorticate vive come agnelli, infilzate dai lunghissimi schidoni del zingaresco sole al tramonto.
—Via, via Menghini, dentro, tra le fiamme!
Entriamo in Maniago sotto un arco di fiamme. Tutte le facce ne sono riverberate.
Vivaaaaa Italiaaaaaa!
A Maniago passeremo la notte.
Chiaccherio, saluti, abbracci, fiori. Tutte le famiglie vogliono ospitarci. Pranzeremo in casa del Sindaco. Poi finiremo la serata in un’altra famiglia piena di ragazze vispe e loquaci d’una giocondità affettuosa avviticchiante.
Si mangia bene, dal Sindaco. Patriota intelligente, forte, solenne, sessantenne. Faccia italiana con baffoni grigi, occhi neri. La sua bella figliola agile moretta occhi furbi vivacissimi collaborò col padre sindaco, per difendere il popolo, nutrirlo, incoraggiarlo. Dirigeva La casa, turlupinando i comandi austriaci. Dopo pranzo si gioca a tombola. La figlia si chiama Assunta Siega Riz. Mi racconta colla melodiosa verbosità friulana le mille astuzie e gli sforzi muscolari per sotterrare, nascondere in campagna e nelle grotte ogni cosa preziosa. Ha salvato quasi tutto. Aiutava le famiglie amiche a murare le porte delle cantine e delle stalle e a rientrarvi ogni tanto per nutrire alla meglio asini e buoi. Acrobatismi pericolosi, prima colle gambe nude fino alla pancia, poi le spalle e finalmente la testa.
Assunta Riz racconta:
—Malgrado le requisizioni feroci, io ero stranamente contenta, in questi ultimi giorni. Vedevo gli ufficiali austriaci salire sul campanile e restarvi delle lunghe ore a spiare l’orizzonte. Quando il generale Boroevic partì fui sicura della vittoria. Ma l’anno passato dopo Caporetto, che orrore! I germanici imposero a tutti i bambini dai 6 ai 10 anni di andare ogni giorno a fare la ginnastica in una palestra! Bella idea, una ginnastica obbligatoria per bambini affamati! Ma c’è di più. Tutte le donne furono costrette a cantare in una messa solenne in onore della imperatrice Zita! Volevano imporre ai preti di cantare una messa perchè Dio aveva liberato questa terra dagli italiani! I preti rifiutarono e furono tutti internati. Alcuni spogliati e denudati dovettero pulire le scarpe agli ufficiali! I bosniaci erano gli esecutori di queste canagliate. Poi vennero gli austriaci. Banda di ladri e di speculatori militarizzati. E che ubriaconi, tutti! Ho visto io sei soldati annegati nel vino di una cantina inondata. Sventravano le botti a baionettate. Facevano carezze ai bambini per strappare il segreto dei nascondigli. Ma i nostri bambini fuggivano gridando come gatti. Che differenza fra la ritirata di Caporetto e quella degli Austriaci! Gli Italiani se ne sono andati buttando via tutto come gran signori, mentre gli Austriaci hanno rubato tutto, partendo, come ladri e pezzenti!
—Oh gli ufficiali si trattavano bene! I bosniaci, da veri bestioni, erano i più sacrificati e pativano la fame. Facevano una polenta coi bachi da seta. Un giorno divorarono tutte le candele di una chiesa!
—Io ho fatto il mio dovere. Ho nascosto tutto ed ho aiutato tutti a nascondere. Il nostro buon parroco aveva dato un’eccellente parola d’ordine: Obbedite, odiate, nascondete. Potevano ben venire con le calamite a frugare per scoprire il rame sepolto! Che ridere alla messa cantata in onore di Re Carlo! Gli ufficiali avevano uniformi bianche fatte di lenzuola rubate. L’altare era ornato di frasche verdi. Verde pure la croce tutta costruita di frasche. In giro, le truppe vestite di bianco. Nel centro, intorno all’altare, le nostre coperte da letto rosse. Noi ridevamo, durante la messa, ci pareva di essere in un’immensa bandiera tricolore. Ad un tratto un rumore nell’aria: tre areoplani italiani tricolori! Che spettacolo. Gli ufficiali austriaci hanno una grande paura degli aeroplani nostri. Gridavano fuggendo: «Come! come! tutto organizzato! Questo è tradimento!»
Mentre Assunta parla esaltandosi, le bottiglie sante dissepolte sparano e spumeggiano. Tutti bevono dimenticando gli austriaci. Un rettangolo sul muro meno polveroso ricorda un divano rubato. Io bevo poco. Ghiandusso oscilla beato. Devo quasi sostenerlo quando andiamo a finire la serata in casa della famiglia Martini.
Tutta illuminata in fondo a quell’orto buio. Vi bollono le danze con grida, canti e bicchieri rotti. I miei compagni mi hanno preceduto con gli ufficiali bersaglieri. Tutta la casa è invasa dalla nostra forza vittoriosa. La razza ha urgente bisogno di riprendere contatto con la razza. Aderire, aderire l’uno all’altra. Il giardino è pieno di bisbigli. Amplessi nel buio. Ogni amplesso è un punto chirurgico dato con frenesia per saldare le labbra dell’immensa ferita. Ah! ah! Bisogna che presto questo punto della carne della Patria si ricongiunga con quest’altro punto corrispondente della stessa carne. Io balzo su una tavola perchè l’eloquenza illumini acceleri perfezioni la grande voluttà.
—Quante belle donne in questa casa! quante belle Italiane! Siamo pazzi d’amore per voi! La nostra forza virile e i nostri baci sono tutti per voi! O bellezze italiane, labbra della ferita aperta che dobbiamo chiudere a forza di baci! La vecchia morale è morta! I preti hanno sempre torto poichè sono amici degli Austriaci! Il prete di Maniago è un buon italiano, lo so, egli vi perdonerà al confessionale. Ogni bacio che darete questa sera a un italiano vi procurerà un secolo di gioia, di più, in Paradiso! Amen.
Intorno a me dieci tappi di bottiglie di vino spumante trattenuti coi pollici saltano salutando il mio «Amen» con un incrocio di getti rossi biondi.
Innaffiano anche il soffitto docciando le capigliature delle ragazze che ridono pizzicate sprizzando fra le braccia grigio-verdi. Arterie e cuori che schizzano entusiasmo. Bottiglie vive, che gareggiano in scoppi di tappi scappanti. Il vino occhieggia con brilli strani nei bicchieri.
Finalmente ecco la notte delle notti, la notte che mantiene tutte le promesse di mille giorni neri e non può finire, e continuerà in mille altre notti di gioia spensierata! Tutti i cataplasmi sono strappati dal petto. Abbasso la morale e il pudore! Le donne mature sono più allegre delle giovani. I vecchi fanno il girotondo intorno a un fiasco vuoto. Sopraggiunge il farmacista, un mattacchione dal naso adunco, che canta con voce tenorile. Ha in mano una bottiglia.
—Non toccate, è veleno, tutto per me!
E beve a garganella. La nonna panciona e mammelluta gioviale e molle di ricordi amorosi presiede alla distribuzione della gioia. In cantina, sì, in cantina esige che il suo seggiolone sia trasportato.
A forza di braccia, si deve portare anche lei e introdurla in cantina per una breccia poichè la porta è ancora murata. La nonna ride con solennità. Le pare di essere un generale ferito che rimane sul campo di battaglia a comandare l’artiglieria delle bottiglie. Sessantenne e cogli occhi neri sempre un po’ brilli. Alla sua età passare un anno intero asciutto! Finalmente! Il barcone troppo a lungo in secco potrà navigare in un oceano di ebrietà.
Ora insediata nel suo seggiolone tiene le cosce larghe perchè la pancia non le mandi in bocca le mammelle. Queste non di meno formano una tavola orizzontale, e vien voglia di deporvi le bottiglie che ella aspetta con le mani aperte. Le palpa, le osserva. Questa è piena di fantasia, bottiglia generosa e senza perfidia. Quest’altra sbarazzina, ma affettuosa, è la bambina preferita. «Non lasciatele cascare, per carità». E le segue con sguardo materno quando spariscono portate a braccia su per la scala.
Sopra, nel cucinone, il nonno, a capotavola fra un esercito di bicchieri. Penso a un ammiraglio sulla tolda. E’ tutto rosso, e il vino già bevuto ride nei piccoli occhi tutti scintille come alle fessure di una botte. Ha bevuto, beve, vuol bere ancora, con l’ansia di chi non ha mai bevuto. La forza del vino sale, sale a dilatargli il petto come la sua prateria ripresa agli Austriaci. La forza del vino drappeggia di luce e popola rumorosamente nel suo cervello le lontane belle città italiane, piazze, fontane, caserme e trattorie che aveva ubriacato di mille pazzie quando era soldato, anche lui, a far la guerra. Poi con Garibaldi; e la camicia del condottiero gli sventola rossa nel sogno tra le vampe rosse del vino.
—Mi sento, dice il nonno quasi ebbro, mi sento la Primavera e la Gioventù nelle vene. Sento mille servitori pronti ad aprire, aprire tutte le sale nella mia testa, nel mio ventre e tanti giardini profumati che scrollano via l’inverno e mutano mille vesti verdi e azzurre. Strani questi giardini! Provano e riprovano delle vesti di lusso di mille colori. Certo per una Domenica in Paradiso! Ma la Domenica è venuta, e sono in Paradiso! Debbo ballare, anch’io debbo ballare, ballare! Ma non si può ballare con una pancia come la mia. Questo anno di digiuno, non l’ha quasi intaccata! Quando vennero gli Austriaci, io dissi ai miei figlioli: «Ora ci sarà la fame. Ma niente paura! La nonna ed io abbiamo addosso delle abbondanti riserve di lardo. Non morremo nè dimagreremo. In quanto a voi, provvederò io e vi sfamerò colla mia carne, facendo il conte Ugolino a rovescio!»
Ride il nonno annusando come un bracco il buon odore di fritto che cuoce nel camino accanto alla polenta che si muove gialla monumentale nel pentolone.
—Sembra la pancia della comare Maria. Ora partorirà un nuovo figlio alla Patria! Un figlio di polenta! Sarà un imboscato!
Intanto i soldati scuotono e pigiano la danza come l’uva. Ne sprizzi se Dio vuole altro vino!
Le ragazze hanno consegnato le belle poppe ai soldati che le palleggiano, fra le braccia, ballando. Ormai si abbandonano nella danza con ritmo oblioso d’onde felici che ritornano e battono languidamente contro roccioni amici.
Questi cominciano a subire il vino e si muovono con cautela per paura di ruzzolare. I meno brilli scompaiono nel corridoio. Andirivieni, miscele, bisticci, risate, risatine, risatone, pizzicati, trilli e capitomboli, sganasciamenti nel buio.
Ressa, ressa, poichè si gioca a rimpiattino. «Nascondi tu che nascondo io!» «Non pizzicarmi così, mi fai male!» «Dammi la bocca!» «Scopri questo che ti svelerò il meglio!» «Ti dico di no, di no, ma il sì mi brilla negli occhi, lo vedi. Qui, qui è più buio».
Un contadino, quarantenne, scherza, balla con Ghiandusso. Questo si libera ogni tanto dalla stretta e lo scaraventa a terra per celia. La moglie dell’uomo interviene. Ghiandusso abbraccia la moglie, poi le versa un bicchiere di vino nel seno.
—Ma sì, ma sì! dice il marito: ti permetto di baciarla, non sono geloso. La gelosia non esiste fra Italiani! Avete capito?... La gelosiiia non esiste fra italiani! Mia moglie è tua, anzi nostra! Piace a lei, piace a me! Baciala. Sono forse becco, io? Macchè! Eravamo tutti becchi! Ora siamo tutti amanti fortunati! Balliamo tutti, stretti, stretti, stretti!
Dietro ad ogni porta nella penombra, tumultuava l’amore. Così si ricongiungono con ardore bruciante sublime e divino le carni della Patria!
Avevo ballato anch’io con una bella ragazza gracile, il cui pallore e gli occhi neri, grandi un po’ febbrili sotto il peso della capigliatura castana, mi piacevano. La ritrovai nella baraonda verso l’una di notte. Mi stringe la mano dicendomi: «Vieni con me». La seguo nel corridoio su per una scaletta fino al terzo piano dentro la sua camera da letto. Ansante, ma con movimenti decisi, come seguendo una sua volontà irremovibile, chiude dietro di me la porta a chiave. Ci si vede poco.
Intuisco e fiuto il letto fra le luci palpitanti del lumicino ad olio di una Madonna rosea-blu.
—Mi chiamo Graziella, mi piaci, baciami. Baciami tanto, tanto, tanto! Ho sentito tanto parlare di te, sai! Da una mia amica che sta a Roma. Sei un grande poeta, un uomo celebre! Come farò io a piacerti?
Poi buttandomi le braccia al collo mi strinse forte e subito il suo pianto si ruppe con singhiozzi laceranti, dolorosi, atroci che non finivano più.
—Vieni! mi sussurrò, e mi guidò per la mano verso il letto, nel buio.
—Sono pura, sai, pura, come la mamma mi ha fatta. Ma una di quelle canaglie...
Non potè continuare tanto i singhiozzi la soffocavano:
—Ma una di quelle canaglie ha tentato una notte di prendermi. Era alloggiato in casa! S’era nascosto nel vano della finestra. Entrai in camera senza accorgermi di nulla e mi svestii. Quando fui in camicia quel porco mi venne addosso. Non è riuscito a prendermi, no! Ma mi ha sporcata, sporcata, sporcata!... Io gli ho addentato la guancia! Allora si è fermato. Sanguinava. Bestemmiò in tedesco e mi diede un pugno tremendo, qui. Guarda!
Graziella si scoprì il seno, singhiozzando.
Io non vidi bene, ma sentii sotto le dita una tumefazione sul bel seno eretto morbido e ben tornito.
—Vieni, amore! Sono tua! Lavami, lavami, con tutti i tuoi baci! Lavami tutta! Voglio che tu mi lavi tutta con la tua cara bocca italiana!
Si svestì tutta, mi prese fra le braccia senza ritrosie.
Non aveva nessuna gradazione nell’offerta della sua nudità. Una volontà cocciuta governava la sua passione d’amore purificatore.
—Sono tutta per te! Se ti piace... Ho deciso così, in quella notte infame. Giurai alla Madonna che mi sarei data al primo Italiano vincitore che mi fosse piaciuto.
Senza fine la baciai, la baciai, mentre Graziella implorava come in sogno con una voce monotona quasi meccanica piangendo felice.
—Lavami, lavami, lavami, amore, lavami!
La camera si gonfiò di delirio e di fantasia. Navigava in cielo, forse rapita dalla corrente della via Lattea. Notte illimitata, ebbra di sublime. Notte fuori dallo spazio e dal tempo.
Il corpo di Graziella era morbido, elegante, snello, e rovente. Vibrava graziosamente sotto le carezze, moltiplicando i suoi profumi di terra felice d’essere riconquistata. Era veramente il dono della Vittoria.
Non avevo amore per Graziella, ma una frenesia di spirito e di nervi travolgente, tenerissima.
Mi accinsi alle più meravigliose voluttà con tutte le delicatezze e insieme uno strano impeto brutale e anche un allucinante slancio artistico fatto di preziosità stilistiche e di cadenze musicali.
—Lavami, lavami, amore!
Fui un fabbro impazzito e un maniaco cesellatore. Ero fuori d’ogni legge sociale umana o divina come un gallo contento con la gallina ideale del pollaio mio.