XXII.

FIUMI, CAMPANE, DONNE
E MITRAGLIATRICI INNAMORATE

—Ricordati, Ghiandusso, che l’interno della 74 deve essere pulito, scintillante, in ordine come il letto di una sposa.

—Guardi, signor tenente, sembra proprio il letto d’una sposa... ma la sposa non c’è!

—La sposa ci sarà, presto... E la vedrai dentro coricata, nuda, più bella di tutte le donne del mondo!

Ghiandusso sorride senza comprendere la mia frase sibillina, poi con voce materna:

—Per ora ho coricato dentro la Zazà che ha tanto freddo colla sua pancia grossa, grossa. Guardi come dorme sotto le coperte.

Alle sette, partenza in un brusio di voci contradittorie. Si dice che gli Austriaci giunti la sera prima sul torrente Arzino hanno durante la notte precipitosamente fatto marcia indietro per trincerarsi sul Meduna. Sono dunque a pochi chilometri! Tanto meglio! Tanto meglio! Li mitraglieremo sul Meduna. I nostri motori gareggiano coi pedali sportivi dei bersaglieri ciclisti sulla strada bianca che attraversa la brughiera deserta. Il sole che sale dietro noi ci imbriglia coi suoi raggi rossi. Il capitano Raby, esperto comandante di blindate, ha dato ordine di mantenere le dovute distanze fra le blindate. In terreno scoperto bisogna evitare di offrire un grosso bersaglio ad un possibile agguato di artiglieria. Da conoscitore di forze, quale io sono, penso che spesso gravissimi pericoli s’imboscano nelle ore di più spensierata sicurezza. Faccio chiudere sportelli e feritoie malgrado il caldo crescente per abituare gli uomini a sopportarlo in un eventuale combattimento. Mi volto per controllare attentamente la disposizione degli uomini, delle munizioni, la scorrevolezza della cupola girante. Menghini, al volante, attira la mia attenzione attraverso l’occhio orizzontale della blindata sotto la palpebra metallica alzata.

—Guardi, signor tenente, in fondo alla strada bianca, a un chilometro, il Meduna. C’è una folla. Donne, donne, una quantità di donne e bambini. Gli austriaci se la sono svignata.

Vocio confuso che cresce, cresce, cresce. Laggiù una marea bianca, rosea, rossa di donne vocianti che si accalcano. A destra, a sinistra ne giungono altre. Sentiamo che a 20, 30 chilometri in giro i casolari si sono vuotati. Le grida diventano fragorose nello spiralico polverone aizzato dalle gonne che spazzano la strada e dalle braccia che agitano fogliami. Entusiasmo sanguigno, allegrissimo, esasperato che suona sul metallo della blindata, penetra come un vino gazoso dalle feritoie. Apro lo sportello e cogli uomini a terra, presi nella risacca impetuosa della folla, spingiamo la blindata nell’acqua diaccia che corre distratta.

Vivaaaaaaa! Vivaaaaaaa! Vivaaaaaaaa!

Il sole partecipa come un baldanzoso burbero benefico alla festa clamorosa. Con una folle raggera di frecce aguzze affilatissime il sole accende le mille vesti colorate e i visi di rosso sudore lucente delle friulane e il drappeggio azzurro delle gonne nel gorgogliare dell’acqua corrente. Le popolane si alzano le gonne e le agganciano alla cintura. Godono i polpacci agili nella gelateria dell’acqua che moltiplica i suoi ssssss gggggg got got glu glu glu glu flav got ssss gggg flic flacpluf pluf plaf imitando e riassumendo rumori, suoni di bottiglie, sorgenti, cascate, arpeggi, camini invernali e il bisbigliar degli innamorati sotto le frasche ventose. Il guado è meno praticabile dei precedenti. La mia 74 s’immerge, quasi naviga. Abbiamo fasciato il motore. Ma il sole propaga su di noi una così maestosa ascensione di raggi sulla nostra testa con un così trepidante ardore sulle spalle, che le forze sono centuplicate. Molte donne speravano di salvare le loro gonne di lusso e le hanno su, su arrotolate come sipari di teatrini burattinai sulle ginocchia e sulla pancia. Ammiro i muscoli tesi sotto la carne rosea delle forti cosce di quelle che tirano la corda. Altre sono proiettate in avanti con sforzo atletico tirando con noi i parafanghi. E le bambine fragili hanno l’acqua al petto. La corda danza ad ogni impeto del motore che rrrrrruggendo, rrrrrrrrruggendo vuole disincagliarsi. Zazà guaisce, abbaia nuotando come un bariletto nell’acqua gelata perfida e cattiva che tira a sinistra. I bersaglieri che guadano in fila a destra e a sinistra depongono le biciclette e corrono ad aiutarci. Gioia gogliardica nello sventolio delle penne di gallo sugli elmetti tintinnanti contro i fucili i tascapani, fra il chiaccherio affannoso e le risate dell’acqua più donna delle donne che beffeggia e spumeggia perle, gorgheggi, zampilli in bocca e fra i capelli sciolti sulle natiche fuggenti fra i pizzicotti bersagliereschi.

—Tutti insieme, un ultimo sforzo! urlo io comandando la manovra con l’acqua alla pancia.

—Issaaa-ooh! Issaaa-ooh! Menghini, imballa il motore! Imballa! Imballa, per Dio!

Tre bambine capitombolano nell’acqua. La più piccola, dodicenne, scivola via travolta; ma un bersagliere si slancia e con una zampata la ripiglia e la solleva pel culo! E’ fuori sul greto: piange, ride, tra le pedate delle donne e dei soldati che su, su tirano finalmente fuori la mia 74. Vivaaaa! Vivaaaa!

Le rudi friulane ignorano la stanchezza; sono oramai centinaia, centinaia intorno alle blindate nere che guadano. Il sole, immaginoso pittore, si diverte a raddoppiare il rosso, il verde, il viola, lo scarlatto, il giallo canarino di quelle donne agili, rozze, quasi selvagge figlie del Meduna, sorelle di quelle acque selvagge e capricciose; ma felici di tradirle per salvare i forti motori metallici, aggressivi che le hanno innamorate. Strepitano di rabbia maschia i motori col tempestoso martellare degli stantuffi e gli scoppi dei brrronchi e il catarro prrrorompente in vapore, irritatissimi di dovere a delle donne e alle loro fragili liquide braccia, la liberazione. Comprendono a mala pena, i motori, che mitraglieri e bersaglieri non bastano; occorrono donne astute per vincere le astuzie femminili della ghiaia, maledetta donna femmina femminile che minaccia ogni slancio maschio rigido e veloce.

Il sole ha genialmente composto il quadro. Sulla lunga fascia azzurra d’acqua che lo attraversa orizzontalmente sei blindate nere, ognuna con la sua ghirlanda convulsa di donne colorate. Tra blindata e blindata perpendicolarmente sei arabeschi lunghi di biciclette, penne di gallo e fucili arruffati simili a lunghi reticolati in moto. La simmetria è rotta, nell’alto del quadro a destra, dalla vetturetta del capitano Raby, strano canotto nell’acqua verde.

A sinistra nel basso del quadro l’ultima blindata sembra un sottomarino emerso col suo chiosco-torretta. Vicino a questo un autocarro sembra un veliero capovolto.

Il quadro è anche sonoro poichè ecco la sua polifonia tocca l’apice di tutti gli acuti in un Vivaaaaaaaaaaaaaa!


Poi silenzio. Pochi minuti, le friulane, sedute sulla riva conquistata, si riposano contemplando. Appena la gioia pazza è sedata, di nuovo in macchina verso un suono strano gemente, umano e non umano, profondo e aereo, inesplicabile, venuto di lontano di sotto terra o dal cielo, il suono mi fruga nel petto, cerca, cerca, trova e mi pugnala il cuore di una dolcezza straziante acutissima... Sole! sole!

Sole! Sole! Sole! che galoppi nell’incalcolabilmente vasto e desolato letto del Meduna, gridami, spiegami, quale nuova polpa di gioia hai preparato davanti a noi, dietro l’altissima muraglia fulgente del cielo tuo?

Il mio motore si slancia. Sapere, sapere, vedere, conoscere. Abbiamo terrore di te, nuova Gioia! Vorremmo fuggirti, eppure già ti beviamo con le nostre orecchie assetate, liquida delizia sonora!

—Oh! nulla, nulla, o almeno poca cosa! mormora il cuore. E’ una piccola campana italiana che piange e ci saluta... umile dono della bella Italia liberata ai suoi liberatori!

La vediamo. E’ una piccola campana da campaniletto di cappella boschiva. La dondola fra le mani con fatica una esile vecchia tutta bianca, vestita di nero. La piccola campana è tutta sporca di terra poichè fu dissotterrata, un’ora fa, da quelle stesse mani rugose. Sembra un vaso di fiori capovolto, ma ne fioriscono, fioriscono, tante piccole rose di suoni, piccole rose di tenerezza, invisibili ma penetranti e che si spandono: profumo di suono dell’azzurro inebriato. Ansimando, la mia macchina si ferma davanti alla vecchia, senza che Menghini al volante lo abbia voluto. Motore magnetizzato! A destra e a sinistra si svegliano timidamente piangendo altre campane, soavi, languide tremanti e sfinite dalla dolcezza. Accorrono, s’affrettano. Laggiù sotto quei castagni, la sento venire! La vedo! Questa è più grande ed è infilata in un ramo che due donne vestite d’azzurro portano, incespicando nelle zolle.

Din din daaan daaan din dan din dan. Intanto la vecchia dondola dondola la sua piccola campana. Ha un suono più limpido, più liquido, trasparente di cristallo e d’acqua.

Forse il metallo non fa che continuare il flebile tinnire delle lagrime che beve. Piange la vecchia dondolando la sua campana. Quasi cade, per stanchezza, trascinata giù dal peso ondeggiante e i capelli bianchi le coprono il viso pacificato. Non ci guarda. China sorveglia meravigliata i bei suoni melodiosi che le gocciano dal cuore. E’ lei, lei la prima, con la prima campana! Certo è fiera di sentire e vedere che tante tante compagne vengono da tutti i punti dell’orizzonte ruzzolando giù dalle colline e sgorgando dalle valli per suonare, e suonare, suonare senza fine e lagrimare, come le nuvole d’autunno che hanno troppo bevuto, come gli occhi che hanno troppo aspettato.

Din dan, din dan dan dan din din.

Tutte le campane sono ormai salvate. Questa più grande comincia con rintocchi lenti, quasi paurosi spandendo un tremolio sonoro; ma presto si fa animo. Dan! Certo quasi non crede alla realtà prodigiosa. E’ stata nascosta un anno sotto terra in fondo all’orto del prete con tre botti di buon vino spumante da quella furbacchiona della perpetua. Le pioggie hanno fatto trasudare le botti e la campana si è consolata, così, nelle buie notti opache, sotto terra. Ora è un po’ ebbra, le trema la voce.

E’ tutta abbagliata dal gran sole. Un’ora fa, un’ora fa con zappe e mani unghiute l’hanno dissepolta. Su, presto, ragazzi, forza! Tira su, tira, tira! E’ fuori, santa Madonna! Prendi la corda! Giovannino, monta sull’albero! A quel ramo grosso! Presto, fa presto, vengono gli italiani! Sono al fiume. No, no eccoli, eccoli, vengono in automobile, senti il rumore della macchina! Attacca, attacca forte!

Certo, si sentivano rombare i motori nostri e lo spavento di non essere in tempo affannava il ragazzino che con tutta la forza delle mani deboli stringeva i nodi. «Suona, suona, suona, per la Madonna!» gridavano sotto l’albero. E il ragazzino non riusciva, si disperava, quasi piangeva. Ma ad un tratto lanciandosi giù si appese colle mani al batacchio come un appiccato ed ora, su e giù, su e giù, buttando in alto le gambe; e le mani gli sanguinano lacerate, e finalmente suona, suona, suona.

Dan dan dan dan dan dan dan dan dan dan dan dan dan dan dan dan dan dan dan dan dan. Il parroco è sotto, pallido, con braccia cadute, le mani aperte la veste tutta infangata. Ci guarda con gli occhi fissi, inebetiti. Parroco sì, prete sì, ma Italiano. Un altro prete viene laggiù col pasto che crolla. Ogni tanto si ferma a riprendere fiato. Pietro, il suo campanaro trascina una grossa campana che tintinna sui ciottoli.

Sono vecchissimi tutti e due. Le donne vorrebbero aiutarlo, ma si rifiuta il campanaro e tra la folla che si apre vuol trascinarla lui, portarla lui fin sotto le ruote della blindata. Nell’ultimo sforzo alza la testa, mi guarda trasognato, poi cade bocconi e il cuore gli si spezza in singhiozzi atroci.

Dan dan dan dan dan dan dan.

Allora il vecchio prete si fa largo e alzando la mano che trema dice:

—Signor tenente, l’altra, la bella, la grande campana, non l’abbiamo potuta portare... Non è sotterrata, ma è così a fior di terra, davanti alla nostra chiesa. Su quella collina... vede? Non può vedere, ma la vedrà... Un anno fa il colonnello austriaco, quella canaglia, che Dio non gli perdoni, è venuto a prendermela coi soldati. Prima ho supplicato, poi ho detto a quelle anime dannate che non potevo, non potevo dargli la mia campana. Allora i soldati hanno sfondato la porta della chiesa e sono saliti sul campanile. Subito io chiamo tutti i contadini e le contadine, e tutti in ginocchio, e io gridavo; ho poca voce, signor tenente ma gridavo: «Se Dio c’è ancora sull’Italia, Dio non può permettere che la campana sia strappata! Non sarà, non sarà, non sarà strappata!» Urlavo, urlavo: «Non sarà, non sarà strappata!» Che brutto momento, signor tenente! I soldati ridevano e sghignazzavano dall’alto del campanile. Li vedo ancora che gridano in tedesco ai contadini di scansarsi. Tutti piangevano. Hanno rotto il muro, quelle canaglie, per staccarla. Poi giù, l’hanno buttata.... Che urlo e che fragore! La grande mia campana è caduta giù, ma era tanto pesante e c’era stata tanta pioggia, ed è entrata, entrata, dentro dentro nella terra. Non si vede quasi più. Ma ora viene il bello, signor tenente; e rido ora come allora non piangevo più. Gli austriaci coi buoi con le corde, con le leve, coi cavalli, cogli asini—ci avrebbero messo sotto anche tutti i porci delle famiglie loro che son porci—hanno tirato, tirato la mia campana per un giorno e una notte! Ma la mia campana non si è mossa più. Questa è l’altra, la più piccola. Gennaro falla sonare. Su, forza, ti aiuto io.

Intanto un bambino s’avanza verso di noi tirando colle due corde sulle spalle e intorno alle braccia un asinello e una vacca magrissimi. Vissero un anno murate vive, quelle due bestie, in una specie di nicchia, nutrite da quel bambino che penetrava di tanto in tanto per un buco. Non stanno troppo male. Guardano attonite la campagna e soffiano. Mentre un contadino attacca al loro collo due campanacci pesanti. Vorrei implorare pietà per l’asinello che certo non reggerà allo sforzo. Ma chi mai può sentire la stanchezza, ora? E le due povere bestie vengono avanti suonando suonando:

Dan - dan - dan - dan - dan - dan.

La polifonia delle campane che si moltiplicano prodigiosamente cresce, si gonfia fondendo insieme tutte le stranezze e tutti i languori nostalgici di quei suoni patetici.

Non sono più campane poichè sepolte, strappate dai loro campanili e vaganti nella campagna. Riscossa tragica della gioia generale. Esprimono col loro suono ogni brivido, ogni singhiozzo, ogni tormento, ogni angoscia tipica d’infiniti corpi umani contorti da spasimi diversi d’attesa, dolore, tortura disperazione speranza felicità.

XXIII.

MASSAGGIO DEL CORPO DIVINO
DELL’ITALIA

—In macchina, in macchina! grido ai miei soldati. Al volante, Menghini!

Guardo energicamente negli occhi bagnati di lacrime dei miei soldati. Hanno capito. Hanno capito. Poi ammonisco rudemente il mio cuore: «Hai avuto ragione di piangere, cuore mio, ma ormai sei inzuppato di lagrime come un fazzoletto d’addio. Basta! Non piangere più! Oggi è giorno di guerra! Abbiamo vinto, bisogna stravincere! Hai abbastanza subìto l’incantesimo sonoro. Non sono campane! Strappate dai campanili, sotterrate con furia gelosa, esse rinascano mutate! Sono i bronzi melodiosi del genio Italiano che non poteva subire manipolazione straniera. Conservarono sotterra il timbro profondo e l’ampia virtù suggestiva. E’ il genio della nostra razza che risuona ancora intorno a noi. E’ la forza creatrice italiana colla sua commovente elasticità di balzi armoniosi, le sue arrampicanti fioriture di note che sanno l’ampio anfiteatro di echi carnali del golfo di Napoli, e le cadenze flessuose delle colline toscane, e i burroni muggenti d’organo dei valloni abruzzesi. Non piangere! Canta, o mio cuore! Canta, batti, romba rotolando tutte le erre d’una furente velocità.

«Senza nostalgia, senza languori, senza abbandoni mistici, lontano dalle Madonne e dai campanili! Ricordati che nelle città, altre campane prostitute vorrebbero aizzare con falsi annunzi di pace prematura gl’interni salvatori dell’Austria passatista! Sia il tuo canto un martellare, preciso, rettilineo che scalando il cielo, su, su, colpisca le vetrate delle chiese perchè il cristallo infranto si sganasci anch’esso annunciando la nostra vittoria! Su, slanciati, mio cuore motore, su questa bella strada che taglia le più ricche, eleganti variopinte campagne della terra! Sono i capelli sparsi dell’Italia Divina! Noi ne conquistiamo il seno, le belle spalle, su su, verso le due braccia tornite, tanto tempo incatenate e la mano sinistra inanellata di mare: Trieste!... e la mano destra più rude e muscolosa: Trentino!»

O Italia, o femmina bellissima viva - morta - rinata, saggia - pazza, cento volte ferita e pur tutta risanata, Italia dalle mille prostituzioni subìte e dalle mille verginità stuprate ma rifiorite con più fascino di verde pensoso e di ombrie pudiche. Sono io, io il futurista che primo ti libero il petto baciandolo col mio delirante amore!

Cosmica fusione del mio corpo col tuo! Ti sento, ti sento, ti sento! Ti prrrrendo, ti prrrrrendo, ti prrrrrrrrendo! Sei grande, grande, lo so, e non ti posso tutta contemplare!

Eppure, senza sognare senza perdere la ragione, t’immagino tutta, ti vedo! Questa rosea carta geografica, che ho fra le mani, vibra, vibra, mentre io corro nella mia blindata. Vibra l’elegante forma rosea sulla carta! Non è più carta, diventa carnosa! Freme, respira, palpita e spalanca sempre più le braccia nella crescente e trasfigurante velocità del mio motore in sogno! L’impeto virilissimo di questo mio motore che è insieme cuore, sesso, genio ispirato e volontà artistica, entra in te, con rude delizia per te, per me, lo sento! Sono lo strapotente genio—sesso futurista della razza tua, il tuo maschio prediletto che ti ridà penetrandoti la rifecondante vibrazione!

Ah! se potessi avvilupparti tutta in un unico immenso bacio, sintesi ultima di tutti i baci che la tua bellezza florida ha suscitato nei padri, dei padri nostri e in quelli morti per te e nei 500 mila eroi dell’Isonzo, del Carso, del Piave.

Non sono pazzo! Nè allucinato! Creo, creo il tuo fantasma, la tua statua che non è di bronzo, nè di terra, ma umana, viva, di carne. E’ forse un pazzo, lo scultore geniale? Tale io sono, ispiratissimo, ma con lucido controllo tenace e sapienza di mezzi! Con questo bollore di sangue che ridipinse il mondo, con questa respirante carta geografica, e con una piccola lettera d’amore bagnata di sudore sotto la mia giubba, e forse di lagrime, poichè è la lettera di un’amante ideale, una italiana, che mi scrive il suo pazzo desiderio di cancellare Caporetto!... Con questo, con questo, io compio il miracolo!...

Sì, sì, Italia! Ho sotto la giubba una lettera d’amore! E’ lei che mi scrive! Una Italiana! Bellissima! Non la ricordi? E’ tua figlia. Ti somiglia. I suoi capelli hanno la morbida serica fluidità dei tuoi boschi. Pensa al più sognante declivio della tua più languida collina e ti sarà facile immaginare quelle guance tenere sensuali calde di pesca e magnolia. Soltanto certe curve dei tuoi fiumi ricordano un poco l’invito sinuoso delle sue labbra! La sua voce evoca il canto delle onde notturne nello stretto di Messina udito da un areoplano volante a 1000 metri. Lenti archetti di dolore su violoncello d’oro giocondo. Glauche chitarre di roccia con lunghi accordi d’acque che s’infrangono. Arpe elastiche di vento con pizzicati di lampi allegrissimi. E piangenti clarini smarriti in meandri di pazzie colorate.

Lei! Lei! Se cammina, ondeggia come un fumo lieve innamorato del cielo.

E’ tua figlia, o Italia! Le parole carezzevoli della letterina sua tremano sul mio petto, insorgono, susurrano, suonano. Sono le sue tenerezze che odo, ma anche le tue, le tue! Sei tu che rispondi ai miei baci, tu, Italia, che mi gridi con le sue parole: Amore, amore, amore!

La mia passione parla così nella velocità amorosa della mia blindata 74 che attraversa correndo i villaggi e le loro schiumanti ondate di grida, braccia, fiori, campane agitate.

—Vivaaaaaaa! Vivaaaaaaa! Dan dan dan.

Ti prendo, ti prendo, ti prendo, Italia! E sono geloso di te, geloso! Tutti ti amano, tutti ti amano, tutti ti vogliono! Io ti voglio per me! I miei soldati hanno strani visi pieghettati arsi da un forsennato desiderio di te! Sento l’acciaio di queste pareti bruciare di voluttà per te! L’occhio orizzontale di questa mia 74 d’acciaio già si muta nel delirio in una calda bocca dalle potenti labbra affamate di te! Stride e strilla tutta la mia blindata! Ha un tono quasi brutale! Non sa più contenere la sua follia per te!

—Sono io, son io che ti bacio! urrrla la mia blindata 74—Sono io che ti bacio! Io sono la bocca d’acciaio veloce che scivola sulle morbide colline del tuo seno, sulle ben tornite montagne delle tue spalle, baciandoti tutta, avidamente, con lussuria! Sono io che ti bevo e mangio tutta di baci minutissimi rapidissimi, Italia mia, donna-terra saporita, madre-amante, sorella-figlia, maestra d’ogni progresso e perfezione, poliamorosa - incestuosa, santa - infernale - divina!

In sogno ho ascoltato queste stridenti parole d’amore della mia blindata. Ma bruscamente morso dalla gelosia urlo:

—Via! Basta! non facciamo scherzi! Non ti permetto queste libertà! E’ mia, è mia, comprendi? E’ tutta mia, l’Italia bella! E’ da tempo, da tempo, da tempo che l’amo, d’un amore preciso - confuso, eterno - istantaneo! Profondo amore spiritualissimo, religioso! Un amore in ginocchio, prosternato e insieme un amore sensuale tutto morsi, baci graffi carezze rudi! Un amore che s’infittisce e s’insuccolenta, ghiotto, ghiotto nell’Italianissimo sugo d’un buon piatto di spaghetti alle vongole napoletano! Tu non sai cosa vuol dire assaporare con mille labbra l’Italia nel giallo risotto alla Milanese e nel polisaporico minestrone! Dopo lungo girovagare di lingua e di palato fra le plagiarie insipide culinarie estere, godere un piatto italiano! Ah, ah! Questo è un amore senza confine ed ha le smisurate minuziose e chilometriche voluttà del sole quando in Agosto possiede la Terra!...

Ed anche la girante oleosa carezza d’un battello a vapore che beatamente prende in giro colla sua scia l’isola di Capri, mammella della Terra, emersa dalla tenerezza lunare come da una serica camicia ideale!

Non bisticciamoci, mia cara 74! Non sei una bocca! Tu sei l’alcova d’acciaio veloce, creata per ricevere il corpo nudo della mia Italia nuda, che ora, con grazia, per i graziosissimi piedi trascino dentro, dentro, dentro di te! E’ già dentro, e fra le mie braccia!

I villaggi salutano il mio amore irruente, eloquente, e vittorioso.

—Vivaaaa! Vivaaaa! l’Italiaaaa! Dan dan dan. Han ragione quei villaggi di acclamare, elogiare la mia amante divina! Tanto bella così, assopita! Ma un po’ stanca per i troppi baci e le carezze accanite! Giovane, fresca, come prima della schiavitù. Languidamente ha concesso il suo corpo al massaggio sapiente della nostra offensiva. Abbiamo subito ottenuto la rimozione delle piccole rughe che deturpavano i suoi fianchi. Le nostre ruote ora premono come pollici veloci sulla sua pelle ancora un po’ insensibilizzata da un anno di nefasta cocaina. Il massaggio fu in un primo tempo feroce. A cannonate, sì, a cannonate praticammo nella palpebra destra istriana il taglio d’una piega sovrabbondante di tessuto, poi ricucimmo i margini della ferita con punti fitti e sottilissimi di spie.

L’Italia porterà gli occhiali affumicati per qualche anno, poi la cicatrice rossastra sopra e sotto la palpebra sparirà. Per affrettare, un colpo di pastello e di legislazione geniale. Intorno alla bocca che ha nome Piave vi fu gran fervore di lavoro. Con un bombardamento sul labbro superiore, Caviglia massaggiatore esperto, incise e asportò triangoli di tessuto carnoso nel punto di congiunzione tra il labbro e il naso: Vittorio Veneto. Questo massaggio non soltanto restaurò, ma abbellì. Fu così aumentata la potenza espressiva della bocca Piave.

Tirammo a pulimento e riducemmo a forma rettilinea colline rincagnate. Colle mitragliatrici, fra poco, faremo abbondanti iniezioni per correggere le depressioni della linea frontale. Il piombo iniettato si trasformerà in tessuto connettivo. Livelleremo gli incavi e le depressioni morali del bel collo pieno di volontà. Tramuteremo il mento, un po’ molle, in mento pronunciato, volitivo audace insieme e piacevole. Ora la squadra ci aiuta cannoneggiando incisioni nelle regioni capellute sopra gli orecchi - golfi Adriatici.

Presto, presto, si spianino a cannonate le rughe frontali scavate dal dolore. Un colpo di lancetta qui, uno strofinamento di ruote là, e sarà compiuto il perfezionamento dei suoi connotati femminili. Voglio ridare al viso della mia Italia la tinta dei cieli di Sicilia. Già mi scivolano fra le mani gli aliti africani usi a fasciare i fianchi dell’Etna. Ho anche a mia disposizione questo morbido cielo, panno impregnato di soavità misteriose... Non sono forse io il padrone assoluto di questo universo diventato per me un prodigioso Istituto di bellezza? A 50 o 60 chilometri sulla mia destra posso prendere il mare, morbidissima spugna azzurra inzuppata di lozioni orientali. Ecco col mare-spugna azzurro cancello le lividure e le arsure del viso dell’Italia che riprende la freschezza saporosa della gioventù. Poi l’accarezzo con questo cielo di panno imbevuto d’Oriente illanguidito. Il viso si assopisce.

—Menghini, come va il motore?

—Senta, signor tenente; canta come un flauto. Tuvvvvvvvv Tuvvvvvv vrrrrrr vrrrrrrr.

Il motore aveva come me sete, sete, dopo tanta passione bruciante.

Fiuto la maestosa, freschissima bevanda saporosa d’azzurro: il Tagliamento! Se il ponte del Torrente Arzino è ancora in piedi saremo presto al Tagliamento. Presto, giù per le discese a zig-zag e nelle grandi S temerarie della strada, correva la mia 74 girando intorno alle colline sempre più aspre e rocciose che prendevano arie di montagne imprevedute con roccioni strapiombanti, svolte, svolte, e svolte.

Ad una spasmodica velocità, come il sangue corre nelle vene, correvamo nelle vene dell’Italia, su e giù per i suoi muscoli saldi. Era fuori di noi l’Italia, ed era anche nella blindata, addormentata fra le mie braccia, col suo placido respiro melodioso. Tuvvvvv Tuvvvv....

XXIV.

UN PARTO IN BLINDATA

In volata coi bersaglieri ciclisti che corrono a destra e a sinistra delle blindate sentiamo tutti che s’avvicina per noi l’ora di un urto violentissimo col nemico. Sentiamo che sull’Arzino e sul Tagliamento gli Austriaci ci sbarreranno la strada di Stazione per la Carnia, tentando così di impedire la cattura d’un’armata di circa 50.000 uomini e relativo carreggio cavalli e bestiame in marcia da Gemona verso il corridoio di Chiusaforte e Tarvis.

La partita è magnifica. Una frenetica passione sportiva ci invade. Il record da vincere è allettante. Siamo pronti a qualsiasi combattimento, ma preoccupati sopratutto di velocità. Evitare ad ogni costo qualsiasi fermata. I bersaglieri ciclisti vogliono quanto noi giungere ad ogni costo prima che i ponti siano fatti saltare. Non ci curiamo più delle spalancate acclamazioni di popolo accalcato nei villaggi.

—Vivaaaaaaa! Dan dan dan.

Abbiamo altro da fare che intenerirci. Il colonnello De Ambrosis che comanda l’intera colonna è in testa con la sua motocicletta, e dietro con noi i bersaglieri ciclisti tuffano in avanti sul manubrio le loro facce arroventate che brillano di sudore fra i globi rotolanti del polverone.

Per la strada che su e giù serpeggia fra colline boscose, roccioni e montagne formiamo uno strano treno impazzito in fiamme, che disprezzò i binari e i tunnel per sfrenato amore d’ogni bella curva italiana.

Siamo anche divenuti una fantastica macchina dell’anno 3000 composta d’un serpeggiante tubo mostruoso, forato da mille bocche fumanti e corrente sopra la sua infinita orologeria di ruote.

—Il Tagliamento! Il Tagliamento! Il Tagliamento!

Potente nome italiano ultra magnetico, tante volte bevuto in sogno dopo Caporetto. Ne vedo scintillare i nastri argentei nell’occhio orizzontale della blindata. Danzano quei nastri, diventano lettere d’argento svolazzanti, le lettere stesse di questa parola forte e sonora: Tagliamento.

Ad uno svolto rallentante cento voci di donna:

—Il ponte è rotto! il ponte è rotto! Gli Austriaci! Viva l’Italiaaa!

Tre secondi dopo Dzing dzaang dzing, la mia blindata suona sotto le prime pallottole. Mi volto per verificare la chiusura delle feritoie. I miei mitraglieri puntano con due mitragliatrici in cupola. Do l’ordine a Menghini di mettere il motore in seconda e di avanzare lentamente.

A destra e a sinistra i ciclisti sono tutti calati giù nei fossi, e riparandosi dietro le biciclette e i paracarri rispondono con una fucileria violenta alle mitragliatrici austriache. Siamo sulla curva della strada, fra le case di Flagonia spaziate sulla riva dell’Arzino. Il ponte è saltato. Ne vedo i due segmenti crollati giù nell’acqua fresca, argentea, azzurra, placida, che scorre col suo mormorio pacifico.

gggggg ssssss gggggg.

Breve pausa di silenzio. Feroci grandinano tempestano le mitragliatrici austriache. Due, quattro, sei. Sono almeno sei. Ci bersagliano dall’altra riva, che è montagnosa e ci domina.

ta-ta-ta-tatatatata tatatatata

giaaaaa giaaa giaaaa di echi

pic pac pam pam paac

giaaaa vuluit vrit vrit.

Il colonnello De Ambrosis ritto accanto alla sua motocicletta; bell’uomo forte, muscoloso, testa rude, con una serra multicolore di medaglie sul petto, alza il braccio sventolando la mano.

I suoi bersaglieri hanno capito. Agilmente si squagliano giù dalla strada per le scarpate cosicchè avanziamo soli noi sulla riva dell’Arzino. Autoblindate tutte chiuse ognuna con le due mitragliatrici che sputano fuoco rabbioso fuor dalla cupola fasciata di bianco, rosso, e verde.

Siamo sei piccoli forti neri d’acciaio, con vibranti, rombanti bronchi metallici e catarro inesauribile. La mia 74 è giunta davanti al ponte crollato. Vedo a cento metri sulla destra e sulla sinistra del ponte ricomparire i bersaglieri ciclisti che guadano in ordine sparso l’Arzino. Ognuno corre colla sua bicicletta a mano, per dieci, venti metri, poi si appiatta dietro un masso, nell’acqua e fa fuoco. Stupidamente le mitragliatrici austriache non si curano di loro, accanendosi tutte contro di noi, con ruvidissimi sventagliamenti e feroci spazzolate di proiettili sulle nostre blindature che tintinnano. Miagolii delle giunture. Nitriti dei parafanghi colpiti.

Infernale strimpellamento di note chiare, argentine. Questa, nota, però, sorda, si spacca. Ho la sensazione di essere in un enorme tamburo sudanese martellato da un magdi che chiami a raccolta cento tribù per una guerra sacra.

Ghiandusso mi porge gli occhiali d’acciaio paraschegge. Ma io li do a Menghini. Preferisco comandare cogli occhi nudi fissi nel grande occhio orizzontale della blindata. Vedo e controllo tutto. La strada intorno schizza polvere sotto la grandinata di ferro che prende di mira la mia 74.

Mi sembra di essere l’impiantito di una platea durante un veglione. Ho come una pressione di acqua sul capo. Sono forse in fondo al mare, palombaro preso a codate da squali di bronzo? Però, dentro, tutto procede con ordine perfetto. La mia mitragliatrice di cupola spara rubinettando i suoi bossoli vuoti contro il mio gomito destro. I nastri si seguono filando nelle mani sollevate di Ghiandusso. Ad un tratto, una mitragliatrice s’inceppa. Ripiglia. Poi, secondo inceppamento. Le mie due mitragliatrici tacciono. Approfitto della sosta per salire in cupola. Caccio la testa nella botola-osservatorio.

Dietro le case di Flagonia una folla di popolo segue coraggiosamente allo scoperto le sorti della lotta. Più lontano, sul bianco della strada, un galoppo di cavalli nel polverone dorato. E’ la nostra batteria a cavallo che giunge.

Danza di corpi grigio-verdi su groppe tumultuose, criniere al vento, scintillii e grondare di luce sulle ruote-raggiere. Con rapida manovra si ferma. Il primo cannone ha già puntato la sua volata lucente contro gli austriaci. Tutti gli uomini a terra dietro l’affusto.

Sulle pariglie che ripartono il polverone s’innalza spiraleggiando, sino al sole che certamente comanda in persona la batteria. La sua tonda faccia di metallo in fusione tutta divorata dalla sua stessa bocca urla:

—Fooc!

Squarcia di vampa rossa-blu fra le case.

Spraang spraaang di granate sulle creste verdi. Un secondo pezzo è puntato. Le mie due mitragliatrici riprendono il loro ritmo di laminatoio. Tatatatatatatatatata.

—Fermate il fuoco!

Mi volto e fermo i miei mitraglieri, mentre nell’occhio orizzontale della blindata vedo uno spettacolo inatteso: Bianche sbocciano 2, 3, 4, 5, 6 bandiere nel verde dei boschi alti occupati dagli Austriaci. Il sole completa il tricolore. Mentre il nostro fuoco a malincuore rallenta e si spegne vedo fra i paracarri della strada sull’altra riva un tenente ungherese che s’avanza seguito da un trombettiere. Questo si ferma e voltato verso di noi, suona male tre lunghe note fesse. Dietro la tromba che scintilla un bandierone grottesco, lenzuolo bianco un po’ sporco attaccato a un lungo ramo, è portato da un caporal maggiore mingherlino in uniforme verde, che regge male il peso.

Noi ridiamo in blindata. Breve silenzio morbidamente spazzato dal fruscio delle acque. Ghiandusso grida:

—Signor tenente, la Zazà partorisce!

Emozione travolgente. Vocio e tumulto all’interno. Feritoie e sportello, tutto è aperto. Ed ecco fra le coperte, che Ghiandusso solleva maternamente, la mia piccola Zazà coricata sul dorso tutta tremante, cogli occhietti neri pieni di implorazioni, colla lingua fuori, palpita affannosamente. Tra le gambe aperte della povera bestia un grappoletto nero viscido si agita. Bosca che è entrato nella blindata vicino a me, dichiara con autorità:

—Lasciami fare: io me ne intendo.

Si rimbocca le maniche e lentamente, con maestria, afferra bene il grappolo vivo tirando fuori così a poco, a poco una piccola forma lurida, nera, molle, scivolosa di cagnolino che sembra fatto di liquerizia.

—Già morto! dice Bosca.

—E’ naturale! sentenzia Ghiandusso. Un padre austriaco non può mettere al mondo che dei cadaveri!

Poi accarezzando la testa dolorante della Zazà che trema a zampe aperte, come se volesse partorire ancora:

—Imparerai, puttanella, a far l’amore col nemico!

Fuori nella vampa del sole meridiano urla, schiamazza gesticola tutto il popolo di Flagonia. Tre donne mi si avventano contro:

—Signor tenente, non creda a quelle canaglie!

Intanto il tenente ungherese col trombettiere, il caporal maggiore e relativo bandierone di tela sporca, si sono arrampicati su per i rottami del ponte ed hanno raggiunto la nostra riva.

Il colonnello De Ambrosis e il capitano Raby bendano il tenente parlamentare e lo fanno salire nella nostra vetturetta. Il capitano Raby che prende il volante mi dice:

—E’ un trucco! Pretendono che l’armistizio sia già firmato. Io non ci credo! Vogliono guadagnar tempo e sfuggirci dalle mani. D’altra parte, capirai, De Ambrosis vuole rispettare le norme internazionali. Vado col parlamentare al Comando.

Mentre Raby fila in vetturetta, un borghese di Flagonia si precipita ai miei piedi:

—Le do mille franchi, signor tenente, mille franchi, se mi lascia ammazzare quel porco!

Io lo calmo con un gesto. Soldati, mitraglieri e bersaglieri si accalcano.

Sull’altra riva s’avanza un corteo pomposo, formato da un maggiore dagli ussari ungheresi, tre trombettieri e tre ussari tutti a cavallo. Le tre trombe marzialmente alzate a bere il sole, stonano 6 note sbilenche derise dagli sghignazzamenti meridionali degli echi e dalle furbe risatine gazose dell’acqua dell’Arzino. Scoppia intorno a me una fucileria di pernacchi napoletani.

Giunto in faccia a noi, sull’altra riva, il maggiore scende da cavallo, e inizia una serie di buffi equilibrismi giù per il segmento crollato del ponte, poi su, in bilico, lungo il parapetto dell’altro segmento. Appare sull’orlo della muratura. Si sforza di scavare col piede una base piana, poi rimane curvo protendendo la faccia magra, nervosa, verdastra, astuta, e appoggiandosi colle due mani sul bastone. Un vuoto di 20 metri lo separa da noi.

Un bersagliere napoletano grida:

—Bisogna buttarlo cape ’e sotto e piedi in cielo!

Il maggiore con cattiva pronuncia francese dice:

—Je suis herr major Paxis de Pakos... L’armistice a été déjà signé! J’ai reçu l’ordre par telephone.

Menghini che ha un’irrefrenabile allegria infantile trasforma le parole herr major in armaiol, e attacca il ritornello.

—E’ venuto l’armaiol, è venuto l’armaiol! Paxis de Pakos! Ah! Ah! Questo è infatti la pace delle pacche!

Lo faccio tacere e rispondo all’ungherese:

—Non crediamo ai vostri trucchi... Comprenez-vous l’Italien? L’armistice n’a pas encore été signé.

—Je vous donne ma parole.

—Vous n’avez jamais eu de parole! Ces drapeaux blancs sont un traquenard pour sauver le corps d’armée de Gemona. Mais nous vous prendrons tous comme dans une souricière.

Sull’altra riva appare un automobile. Ne scende un ufficiale di stato maggiore austriaco con pentolino celeste, che si accinge alle ormai aspettatissime e divertenti discese e salite in equilibrio sui segmenti crollati del ponte. Questo secondo ufficiale è molto vecchio e un po’ frollo. Incespica, ruzzola, si rialza, afferra le mosche per non cadere. Tutta la nostra riva crepita di risate e pernacchi.

Il vecchio ufficiale ha il viso congestionato, ansa, s’aggrappa, bestemmia in tedesco, perde il pentolino che ruzzola celeste nell’acqua blu. L’ilarità raddoppia nelle gallerie e anche in piccionaia sui tetti delle case di Flagonia, dove donne e bambini applaudono e fischiano. Ogni atmosfera di guerra è scomparsa: siamo veramente in un circo equestre.

Il maggiore Paxis de Pakos guarda anche lui i buffi esercizi del suo collega e quando questo si è rimesso sul capo il pentolino celeste grondante, frena a mala pena una risata.

Tutti i soldati urlano: «Austria caput, Austria caput! Austria caput!»

Il maggiore ungherese ne è convinto quanto noi, e il suo viso assume un’aria umile e melliflua nell’indicarmi con la mano una nostra motocicletta:

—Zer gutt... Bonne, cette machine!

—Tout ce que fait l’Italie, rispondo io con tutti i polmoni, est excellent! Nous autres Italiens nous faisons la guerre et les machines mieux que les autres! Aves-vous compris?

La nostra irritazione sale, con la notte gelata, verso le prime stelle che ironiche deridono la leggendaria buona fede credenzona italiana. Bestemmiando, bersaglieri e mitraglieri accendono i fuochi sulle due rive, a destra e a sinistra degli ungheresi che accendono anch’essi dei fuocherelli timidi. Il freddo notturno aumenta. Un bersagliere, tendendo il pugno, grida:

—Se, come è certo, si tratta di un semplice trucco, le sgozzo io quelle carogne!

Ma il colonnello De Ambrosis ha dato ordini severissimi: Non saranno toccati ma fatti prigionieri, appena saremo convinti della loro malafede. Ormai la vittoria è certa, completa, assoluta. Concederemo loro al massimo un’abbondante dose di calci nel sedere.

Nel cucinone di un casolare mi corico nel fieno fra Volpe e Lattes. Al centro un grande fuoco, con lingue smisurate e roteanti criniere di scintille. Lo circondano le corpulenze nere di bersaglieri e mitraglieri accoccolati, seduti o in piedi. Alcuni pietrificati dal sonno. Tortuosi sforzi di gambe gonfie di stanchezza che cercano di allungarsi.

Un bersagliere dorme con la testa fra le braccia incrociate sulla spalliera della seggiola. Non si sveglia benchè il suo polpaccio-gambale fumi abbrustolito dalle fiamme e i suoi scarponi siano cotti.

Facce di terracotta sull’ardore della vampa. Vetrificazione di occhi ebbri di fatica che si tuffano nell’al di là divino della pace prossima imminente. Facce rovesciate all’indietro come di nuotatori che facciano il morto nella corrente felice, sicura della vittoria.

Bosca entra:

—Bisogna assolutamente vegliare, Marinetti! Raccontaci una tua avventura originale, ma veramente originale!

—Preferisco raccontarvi un’avventura del mio amico Fiordalisi. Un bel tipo, Fiordalisi! Sempre allegro. Sottotenente effettivo, venuto della bassa forza. Ha ricevuto al primo passaggio dell’Isonzo a Plava nel 1915 una palla che gli ha attraversato il collo e spaccato la mascella. Ha sul labbro inferiore una grossa, tonda protuberanza che gli permette, dice lui, di baciar meglio le donne. In realtà le bacia con la sua ferita. Sensazione interessante per una donna patriota e sensuale. Quella bizzarra protuberanza gli serve a trasformare la sua bocca in una vera orchestra. Imita a meraviglia animali, insetti, fucileria, bombardamento. Un vero numero da caffè concerto e un ottimo declamatore di parole in libertà! Suo padre, colonnello dei carabinieri, si distinse nella lotta contro i briganti e specialmente contro Musolino. Forte razza avventurosa; ma il figlio supera il padre. Dai venti ai ventiquattro anni ha girato tutto il mondo con suo fratello, facendo mille mestieri; dal decoratore in cemento al dilettante questurino. Rimase mezzo morto per tre giorni a Odessa dopo una terribile bastonatura. E’ un attaccabrighe simpaticissimo. Anche un magnifico narratore. Peccato che non sia qui: ve la racconterebbe stupendamente la sua buffa avventura in Russia! Dunque Fiordalisi era l’amante fortunato di una bella signora russa che lo riceveva ogni notte nella sua casa di campagna a parecchi chilometri dalla città. Una strana casa di campagna, enorme, con innumerevoli camere e corridoi pieni di mobili d’ogni specie e d’ogni stile senza ragione estetica, nè utilità apparente. Date le continue assenze del marito panciuto e ubriacone, Fiordalisi ci passava anche le giornate bighellonando e curiosando di camera in camera, perdendosi talvolta nel labirinto dei corridoi senza spiegarsi perchè i numerosi amici che venivano a trovare la signora si accalcassero sempre nella camera da letto, unica camera abitata e dotata di illuminazione. Una notte, poco prima dell’alba vocio e trambusto nel cortile:

«—Mon mari!... Mon mari! grida la signora, cache-toi! vite!

«Fiordalisi nudo non trova nella camera che una tenda troppo corta e si nasconde dietro di essa. Il marito entra sbuffando, spingendo avanti con passi rapidi il suo gran ventre, come una prua, apre un baule come per scegliere delle armi, discute violentemente colla moglie, la respinge con un pugno e si mette a frugare nella camera. Poi si ferma, sembra convinto, si sdraia in una poltrona e accende un sigaro. Fiordalisi sospeso sulla punta dei piedi per nascondersi meglio sotto la tenda troppo corta, era anche disposto a rimanere così tutta la notte. Disgraziatamente la donna sapendo l’amante in quella dura condizione e vedendo il marito sprofondato in poltrona, comincia a seccare quest’ultimo per indurlo a mettersi a letto. Il marito rifiuta, discute, poi d’un tratto insospettito ricomincia a frugare. Fiordalisi scoperto si slancia nel corridoio. Terribile inseguimento tragicomico e pericoloso per le stanze buie. Il marito era armato di una vecchia scimitarra che completava operettisticamente lo strano palamidone imbottito che gli serviva di giacca e cappotto. Ad ogni svolta Fiordalisi caccia contro la pancia dell’inseguitore un mobile preso a caso con relativi ninnoli, cristalli, vasi e vasetti crollanti. Corsa di ostacoli con frastuono infernale. Dietro al marito ansava la moglie scarmigliata, in camicia, con pianti, singhiozzi e braccia in convulsione. Fiordalisi, però, ricorda che quelle manifestazioni, pur nell’ansia della fuga gli apparivano strane, poco sincere, certo affettate. Ma la scimitarra minaccia ed egli fugge, fugge con salti acrobatici.

«—Avevo, dice Fiordalisi, una stanza di vantaggio.

«Stamattina, inseguendo gli austriaci, ho pensato che essi hanno una stanza di vantaggio e mi è venuta in mente l’avventura di Fiordalisi. Bisogna domani costringerli a saltare dalla finestra. Fece così Fiordalisi quando si vide perduto e cadde per fortuna su un pergolato. Era nudo, si scorticò tutto il corpo e rimase quasi infilzato. Ma dopo un attimo, alzò la testa e vide con sbalordimento alla finestra il marito, che guardandolo con faccia rasserenata e gioviale sentenziava:

«—Ces amoureux sont de vrais sauvages! Pas civilisés du tout! De véritable cannibales. Si je continue a me souler chaque soir, ils finiront par me manger toute ma femme! Ah! ah!...

«Fiordalisi si lasciò scivolar giù dal pergolato. Trovò in una stalla un palamidone del genere di quello del marito, imbottito e sudicio come quello, e se la svignò. Questa è una storia simbolica, amici. Accidenti ai ritardi! Appena il capitano tornerà, bisogna subito saltare addosso agli austriaci prima che se la svignino come Fiordalisi!»

XXV.

UN ESERCITO IN TRAPPOLA

Il capitano Raby è tornato irritatissimo. Alla Divisione non si parla affatto di armistizio; ordine di continuare l’inseguimento senza tregua. Col tenente Bosca e il capitano, al lume delle torce nell’acqua gelatissima, cerchiamo un guado praticabile. Il letto dell’Arzino è pieno di bombe a mano, migliaia e migliaia buttate via dai reparti austriaci fuggenti. Prima di spingere le blindate nell’acqua bisogna fare una scarpata nella riva opposta che è scoscesa. Tutti all’opera con zappe e badili. Notte accanita, ma faticosissima al lume incerto delle torce, rallegrata soltanto da una gara esilarante di bestemmie formidabili contro la slealtà austriaca e la dabbenaggine italiana poichè di giorno si lavora meglio e si fa presto. Ai primissimi pallori del cielo siamo tutti tesi sulle corde. Sentiamo che laggiù un giorno eletto stira le lunghe braccia di luce, un giorno che incoronerà tutti gli eroismi. La corrente è forte, ma i motori moltiplicano i poderosi colpi di reni e le ruote non si incagliano. Tutto procede con precisione miracolosa. Nell’uscire dall’acqua sento piangere Zazà nella blindata, mi volto temendo che la povera bestiola si slanci fuori, inciampo e cado sul naso. La mia mano ha afferrato una strana forma morbida e villosa che stupisce il mio tatto. La stringo e rimettendomi in piedi la osservo.

Il sole si spacca all’orizzonte come un uovo di prestigiatore giapponese e subito la brezza con dita agilissime ne fa scorrere fuori cento nastri di seta rosei - rossi - verdi - viola - argentei- bianchissimi che salgono verso lo zenit impadiglionando il paesaggio. La magia di quest’aurora mi preoccupa. Temo una allucinazione dei miei occhi che fissano attentamente la strana erba molliccia che ho fra le mani. Ha un colore quasi dorato. Non è un vegetale. E’ una cosa umana, quasi viva. Orrore! Ho realmente dei capelli fra le mani. Una intera capigliatura di donna, strappata, certamente strappata! Questo è il cuoio capelluto, un po’ di cuoio capelluto, insanguinato!

—Amici! Amici! Guardate l’infamia commessa da quei bruti! Certo dei Croati! Nel fango della riva vi deve essere anche la testa della povera donna italiana che ha pagato così gli sputi e i morsi coi quali si sarà rifiutata alle voglie di uno di quei porci! Soldati! mitraglieri! e voi bersaglieri ciclisti! Sia bandita per oggi ancora ogni bontà umanitaria! Ogni capello strappato di questa donna italiana sia ferocemente pagato! pagato! Avanti! in macchina, contro le carogne!

Cara! cara! cara! Questa dolce parola italiana mi sale naturalmente alle labbra nel bere il respiro amoroso della campagna riposseduta. Ebbrezza di godere sempre meglio il corpo dell’Italia, molleggiando sulle tarantelle gli strambotti i mottetti i crescendo e le cadenze ampie della mia blindata sempre più musicale. Godo la grande musica della velocità col suo intreccio armonioso di ritmi insolenti, dolci, caparbi cocciuti infantili casti e lussuriosi mentre assaporo con fame crescente la buona marmellata che estraggo dal barattolo colla punta del mio pugnale.

Ad ogni svolto della strada ci assale un vocio di popolo festante. Questo però è più violento dei precedenti. Inneggia all’Italia strepitando, ma vi scorgo molte braccia tese col pugno chiuso verso quelle pattuglie austriache che laggiù sotto gli alberi bersagliano la mia blindatura d’una raffica tintinnante di pallottole. Entriamo nella vera rivolta della Carnia che già povera fu tutta derubata, spogliata, dissanguata dagli austriaci in ritirata. Mille sentimenti e sensazioni si incrociano contemporaneamente nella mia coscienza.

Sono motivi spirituali e materiali che sorpassano nelle loro combinazioni ogni polifonia vagneriana, raggiungono un’eccezionale simultaneità futurista.

Sento simultaneamente:

1.—Gli arpeggi delle pallottole sulla blindatura sonante.

2.—La gioia di assaporare una buona marmellata, pescandola col pugnale nel barattolo.

3.—I singhiozzi repressi che mi strappa questa radiosa Italia calpestata.

4.—La gioia della vittoria che dal mio cuore rimbalza negli occhi pieni di lagrime dei popolani che ci salutano al passaggio.

5.—I tonfi d’amore fraterno che il loro vocio angosciato fa nel mio sangue.

6.—L’odio-vendetta della mia mano sinistra che impugna il revolver.

7.—La strada che i miei occhi d’automobilista studiano minutamente.

8.—Tutti i rumori del motore che martella preciso, felice.

9.—Il volante nelle mani di Menghini.

10.—Il gelo delle mie gambe inzuppate dall’ultimo guado.

11.—La febbre assolutamente sportiva di giungere prima degli altri italiani e prima che gli austriaci se la svignino. Record!

A Trasadis riceviamo, Bosca ed io, l’ordine di lanciarci soli alla massima velocità verso Tolmezzo prima che il ponte sul Tagliamento sia fatto saltare. La piazza di Alesso è tutta ingombra di bersaglieri ciclisti. Sono uomini e biciclette tutti sdraiati a terra affranti, sfiniti dalla corsa sovramuscolare. Vorrei elogiare cantare i battiti burrascosi di quei cuori giovanili, l’ansare di quei polmoni, il respiro di quelle bocche bruciate e nutrite di polvere e il sudore grondante di quelle facce smaniose. Ci guardano con invidia, quasi con ira. Il colonnello De Ambrosis con lo sguardo malinconico, e la voce dura ci grida:

—Una sezione di blindate, soltanto, a tutta velocità!

Vedo molti bersaglieri ciclisti, mordersi a sangue le dita. Speravano di vincere la gara. Altri avranno la preda, magnifica. Alcuni si alzano. Un tenente bersagliere parla concitatamente a De Ambrosis. I suoi occhi implorano, e mentre con elastico colpo di reni la mia blindata riparte, vedo il tenente bersagliere slanciarsi fra le biciclette e urlare:

—Primo plotone; con me, via!

Tremenda festa di muscoli esasperati dalla gioia per l’ultimo sforzo degli sforzi al di là di ogni forza umana. Durante i primi minuti i bersaglieri ciclisti a destra e a sinistra tengono testa alla mia velocità. Ma la strada si precipita giù e la vediamo a 100 metri inerpicarsi polverosa nel sole. I ciclisti sono diventati proiettili. Debbono con lo slancio di una valanga acquistare nelle discese l’impeto per aggredire le salite. Piombano infatti giù quasi rischizzando poi scopati su da quella riserva di velocità. Tutti su... su... su... ci siamo! E le facce roventi dei bersaglieri si placano bevendo a larghi sorsi il vento inebriante della nuova discesa.

Divina strada che scende con molle arabesco, si tuffa nel verde, inoculandosi!

Siamo il sangue tonante rivoluzionario e sportivo d’Italia, che scorre scorre giù nelle intricatissime arterie della montagna Carnica!

—Somplago! Somplago! grida Menghini. Conosco quel paese!

Menghini è raggiante. Le sue mani al volante sono contratte dall’emozione.

—Fa attenzione, Menghini! C’è benzina? Per carità, non possiamo più permetterci delle fermate. Via, via!

Entriamo in Somplago come una pugnalata di velocità. Il paesello è come spento, chiuso inchiavardato dal terrore, e cacciato sotto delle coltri di pericolo e di morte. Presto, presto, correre, correre virare, scansare. Quel carretto abbandonato! Quel pietrone! Quel cumulo di ghiaia! Gli ostacoli sono innumerevoli. Agilità anguillesca della mia blindata 74 che sfiora tutto senza agganciare. Io prego, supplico, imploro il motore perchè collabori senza posa. Basterebbe un po’ di grasso e un po’ di polvere di più! Ma il motore è fedele, pronto, obbediente e la sua quarta velocità è veramente alata, aerea, come se il vento prestasse alle ruote infiniti trampolini imbottiti di nuvole. Le 4 gomme sono sane, con gonfiezza utile, ma il loro ardore equatoriale s’è liberato qua e là della tela che a brandelli rumoreggia lugubremente contro i parafanghi. Rumore minaccioso poichè i brandelli delle gomme di dietro sbattono e sbandierano convulsivamente. La mia 74 sembra una donna che corra nella sua vestaglia svolazzante.

Due uomini gesticolanti sulla strada a 100 metri, non si scansano. Rallentiamo.

Sono due tenenti alpini, due di quei numerosi italiani sfuggiti alla cattura nella rotta di Caporetto e che vissero nelle caverne di queste montagne come belve e come briganti in guerriglia.

—Presto! mi gridano. Il ponte è in piedi ma lo faranno saltare fra pochi minuti! E’ già minato! A Tolmezzo ci sono due battaglioni austriaci che prendono il caffè.

—Lo berremo noi! risponde Menghini. Qui sono in casa mia, conosco anche i ciottoli.

Come un vincitore di circuiti, magistralmente Menghini prende le svolte pericolose senza rallentare. Le aggredisce con delle girate di volante audacissime, che si immensificano nel mio sogno come quelle dei volantisti celesti nel guidare i pianeti alle svolte immense e sfolgoranti della via Lattea. Non ha forse l’ampiezza maestosa della Via Lattea questo letto del Tagliamento che svolge davanti a noi i suoi meandri d’argento vivo, e le ramificazioni cerebrali dei suoi filoni azzurri-verdi? Correre, correre, correre! Gioia di correre come ragazzi su questo alto, spettacoloso balcone che la strada prolunga strapiombando a 50 m. d’altezza sul letto piatto immenso e le sue lunghe acque verdi coricate e i solchi caldi delle acque fuggite.

Occhieggiano le acque sonnolente e camminano come in sogno placidamente, mentre l’ansia esaspera, accende morde le mie ruote assetate di polvere, morde morde di rabbia bruciante la gomma arroventata, stringe strozza la collera dei gas irti dal desiderio. La strada tortuosa dinoccolata, fa 2 o 3 moine coi suoi ventagli di polvere accecante e ci svela finalmente il ponte di Tolmezzo. Menghini urla, urla:

—Il ponte è in piedi! Il ponte è in piedi! Il ponte è in piedi!

Sembra quasi impazzito. Le sue mani scuotono rabbiosamente il volante come per sradicarlo. L’afferro per il braccio, rudemente:

—Menghini! Menghini! Calmati! Non perdere la testa. Il momento è grave. Il ponte è minato. Bisogna traversarlo nel minor tempo possibile. Ti senti sicuro del motore?

—Sì, signor tenente.

Siamo a 100 metri dal ponte che slancia elegantemente le sue arcate attraverso il fiume. I miei occhi distinguono perfettamente dei grovigli di fili lungo il parapetto e delle botti legate sui capitelli dei piloni. Ma la grazia italiana di quegli archi, che non possono tradire noi italiani, mi riempie di ottimismo. Con un atto di fede potente entriamo sul ponte. Menghini dà tutta la benzina. Apro completamente l’occhio orizzontale di prua alzando la palpebra metallica. A destra, giù, nel letto del fiume, fra le erbacce, dei cappottoni grigi che fuggono.

Il meriggio ci soffia in faccia un vento infuocato e insieme un urlio delirante. Sono i nostri soldati di Carnia scesi giù dal loro nascondiglio montano. Lunghe barbacce, vestiti a brandelli, ceffi di briganti. Quasi tutti armati. Mi fermo in mezzo a loro, a 50 metri al di là del ponte.

—Viva l’Italia! Signor tenente, ci sono molti austriaci sotto quelle tettoie! Ma i due reggimenti e il comando debbono essere in Amaro a quest’ora. Se fa presto li raggiungerà sulla strada.

Intanto il mio sergente fa funzionare una mitragliatrice di cupola contro le tettoie in fondo al prato a destra della strada. Gli austriaci rispondono con qualche fucilata poi si vedono fuggire verso il greto del fiume.

—Signor tenente, veniamo con lei ad Amaro!

—No, amici! Alcuni vadano alla caccia di quelle canaglie. Se si rivoltano io li mitraglio da qui. Voialtri, una ventina bastano, restate alla guardia del ponte.

Tutta Tolmezzo si svegliava. Gridio confuso, infiniti richiami, porte sbattute. I balconi traboccano di donne e bambini. Sembra un popolo che si dissotterra. Prati e praterie trasudano popolo.

Gli spavaldi e briganteschi soldati di Carnia improvvisano una violenta fucileria al cielo per festeggiarmi. Le donne accarezzano, abbracciano la mia 74. Sono accecate dalla gioia.

—Viva il nostro liberatore! Viva il liberatore di Tolmezzo! Viva l’Italia! Veniamo con lei ad Amaro! Gli Austriaci sono partiti 2 ore fa! Hanno detto che si sarebbero trincerati ad Amaro!...

A pochi metri scoppia un tumulto inesplicabile intorno a tre donne vestite di bianco.

Crollano ai miei piedi abbracciandomi le ginocchia.

—Signor tenente, ci salvi, ci salvi! Lei lo può dire, non siamo slave, non siamo austriache, siamo triestine! Quante sofferenze! Tutto un anno di torture!

Non ho tempo da perdere. Salto in macchina e mi apro la strada con la mia blindata nella folla vorticosa.

—Largo, largo, ci lascino passare!

Una vecchia è caduta davanti a noi e Menghini deve con scatto pronto virare per non arrotarla. Poi via per la strada d’Amaro sotto le alte, voluminose forze concentrate del Monte Festa. A un chilometro piombiamo su una colonna di carreggio.

—Giù Ghiandusso con me! Prendi due bombe e revolver. Tu, Locatelli, pronto alla mitragliatrice!

Poi di corsa con Ghiandusso verso il sergente ungherese che segue l’ultimo carro.

—Tutti giù! Arrendetevi! Volta i cavalli e indietro!

Il sergente, esita un attimo poi cede. Tutti gli uomini del carreggio sono disarmati.

—Indietro! grido. Via! Troverete a Tolmezzo la colonna di prigionieri.

Faccio fiutare al sergente il mio revolver e la mia bomba a mano, poi salto in blindata. Ho il corpo quasi tutto fuori dallo sportello aperto, il revolver in pugno. La strada sale e scende. Le prime case di Amaro. Sorpresa: una mitragliatrice spara da un bosco alto sulla destra! Contro chi spara, quella mitragliatrice austriaca? Non è austriaca. Vedo correr giù gli ormai famigliari nostri nomadi di Carnia. Urlano:

—Amaro è piena di austriaci, sono più di quattromila! Veniamo con voi! Abbiamo una mitragliatrice sulla montagna. Ora la portano giù!

Sulla prima piazzetta la mia blindata si ferma presa da una folla irruente. Non si muove più, come una nave stretta dai ghiacci. L’immagine mi è suggerita dalle enormi masse di crisantemi che le donne portano fra le braccia. Bocche squarciate dalla ressa delle parole. Bocche che balbettano incretinite. Mani che graffiano macchinalmente le vesti, mani alzate di vecchi che mi benedicono. Torrente di folla gioiosa che si gonfia fra le casette fragili. Sembrano beccheggiare le casette tanto pesano a prua e a poppa i balconi sovraccarichi di edera umana.

Verso il Sole, punto matematico del problema di guerra risolto, salgono le spirali delle respirazioni sibilanti e della polvere dorata. Salgono i coni dell’entusiasmo lanciati su steli invisibili dai nostri cuori fontanieri. Cozzano insieme le sfere volanti delle voci e i triangoli dei gridi fra le geometrie ubriache dei tetti che si sfasciano dalla gioia.

Un uomo cinquantenne dal viso rossastro, baffuto mi abbraccia per forza spiaccicandomi sulla bocca un bacio che non riesco a scansare. Dice con voce rotta:

—Ero alla finestra... quando ad un tratto ho visto arrivare la sua macchina sulla strada. Sono caduto in ginocchio, ho alzato le mani al cielo e ho gridato: L’Italia è qui! L’Italia è qui, Dio cane!

Cammino a fianco della blindata che avanza lentamente verso la piazza principale. Ho il revolver nella mano sinistra; e la mano destra nel tascapane pieno di bombe.

—Grazie, grazie, ma fate largo, largo!

Le donne non ascoltano e rovesciano fasci e fasci di crisantemi sulle ruote, sul motore.

—Basta! basta! Questi sono fiori di morte. Oggi è giorno di vita. Scansatevi, allontanatevi!

Confusione indescrivibile, rimescolio di pentola bollente. A pugni apro un varco alla mia blindata che si ferma nella piazza centrale.

—Là, a quel primo piano hanno preparato la mensa degli ufficiali, mi dice un borghese. Vi si affaccia un maggiore ungherese, strepitando giù ordini incomprensibili.

—Locatelli, punta quella finestra, fuoco!

Ta ta ta ta ta gring grang di vetri rotti crollanti.

—Vieni con me, Ghiandusso! Guardami le spalle! E tu, Locatelli, fa fuoco contro quelle finestre.

Mi slancio verso la porta dalla quale escono in tumulto molti ufficiali.

—Giù le armi, arrendetevi!

Il primo, un tenente, è agile, muscoloso, ma pallidissimo. Gli strappo la baionetta-pugnale dalla guaina che porta al fianco. Al secondo che si avanza minaccioso scarico un tremendo pugno nello stomaco. Lo prendo per il colletto colla mano sinistra, mentre la mia destra strappa la baionetta-pugnale che nel gesto dal basso in alto sfiora la sua bocca che trema. Potrebbero sgozzarci. Siamo 14 uomini con 6 mitragliatrici in mezzo a 4 mila nemici con circa 50 mitragliatrici. Ma le nostre Autoblindate terrorizzano. Portiamo sul viso la schiacciante spavalderia della vittoria e i nostri occhi sono degli invincibili proiettori di forze.

Il mio compagno tenente Bosca con la sua blindata va in fondo al paese. Rimango solo fra il tumulto degli ufficiali che non vogliono lasciarsi disarmare. Il colonnello ungherese discute con un maggiore austriaco. Balzo fra di loro. Tolgo la baionetta-pugnale al maggiore e il revolver al colonnello. Rimangono impietriti.

—Via le donne, per Dio!... Menghini, Locatelli, Ghiandusso, cosa fate? Basta coi fiori e con le donne!... Salis, gira intorno alla blindata, sorveglia le gomme, e scarta le donne!... Locatelli! Gira la torretta, punta le due mitragliatrici di cupola verso l’ingresso del paese! Ghiandusso, va su a quel primo piano, apri tutte le porte, fruga bene e caccia giù tutti gli ufficiali che troverai!

Poi mi rivolgo ai soldati carnici.

—Su, disarmate quegli uomini!... Le armi a destra! Gli uomini a sinistra!... Se quelle carogne si muovono, sparate!

Il colonnello ungherese disarmato, si presenta a me, con solennità. Atletico, sessantenne, enormi baffi uncinanti.

—Prego, signor tenente... dove è il vostro colonnello?

—Qui sono io l’unico comandante italiano. Non fatemi perdere del tempo. Siete sconfitti. Arrendetevi senza tante chiacchere. Siamo seguiti da grandi forze che saranno qui fra pochi minuti. Altre blindate, cavalleria e bersaglieri ciclisti.

—Prego, prego. Io credo che ora è firmato armistizio.

—Non credo alle vostre parole. L’armistizio non è firmato. Ho l’ordine di farvi tutti prigionieri.

Interviene il maggiore, grassoccio, gesti melliflui, fronte bassa, viso porcino.

—Je vous prie, monsieur le lieutenent.

—Ne m’embetez pas! Vous êtes des voleurs, des canailles, des cochons! Si je vous abandonnais à la population de Amaro, vous seriez tous égorgés! Vous leurs avez tout volé! Quand on n’a pas d’argent, on ne fait pas la guerre! Vous avez compris? Quand on n’a pas d’argent, on ne fait pas la guerre!

Una donna mi tira per la giubba urlandomi freneticamente sulla mano che bacia:

—Coppèli, Coppèli! Signor Tenente, mi lasci uccidere quella canaglia del colonnello! stupratore! Mia figlia, mia figlia!

Io scarto la donna e col dito nel naso al colonnello:

—Vous êtes un lâche, un bandit, vous aussi, monsieur le major! Vous ne savez que mentir et voler! Vos faux parlementaires nous ont couté 30 bersaglieri! Vite, finissez! Tout le monde doit être désarmé, dans une demi-heure.

Ma sento che nell’allontanarsi col maggiore il colonnello pronuncia la parola «téléphone».

—Signor tenente, mi dice un borghese, ora il colonnello va su nella camera della gendarmeria a telefonare a Stazione per la Carnia. Là a quel primo piano.

—Fatutto, prendi il moschetto, baionetta innestata. Sali e taglia il telefono!

Fatutto sale per la scala di legno. Ma in alto vi sono degli ufficiali che discutono impedendogli di passare. In quattro balzi raggiungo Fatutto spingendo tutti dentro a pugni.