Il colonnello col microfono all’orecchio mi volta la schiena seduto. Lo strappo indietro prendendolo alle spalle. Rompo il filo e consegno l’apparecchio al borghese che mi aveva seguito.
—Te lo regalo, via! E voialtri, tutti, giù, fuori!
In fondo alla camera vi sono due ungheresi sdraiati su due brande.
—Anche voi, veri o finti malati, vi farete curare all’Ospedale di Tolmezzo!
Quando ridiscendo giù, spingendo davanti a me gli ufficiali austriaci, la situazione in piazza è peggiorata. Arruffio di gesti e troppe voci tedesche altisonanti. Ghiandusso che avevo sguinzagliato nei vicoli mi dice:
—Signor tenente, in fondo al vicolo, in un gran cortile, più di mille uomini prendono il rancio. Non vogliono lasciarsi disarmare.
—Vedremo. Menghini, vieni avanti colla macchina. Locatelli, punta in fondo a quella via. Supplemento di fuoco. Tira in alto.
Ta ta ta ta ta ta ta.
—Basta! Basta! Voialtri continuate a disarmare, presto! Armi a destra, uomini a sinistra! Dell’ordine, per Dio, dell’orrrdine! Ghiandusso, prendi il tascapane coi petardi, e vieni.
In fondo alla viuzza sporgendoci su un muricciolo basso, vedo a venti metri sotto, in un immenso cortile un migliaio di bosniaci. Confusione intorno alle marmitte. Grida di ufficiali, ordini incomprensibili. Alcuni caricano i fucili. Io grido con voce tonante:
—Arrendetevi!
Silenzio. Centinaia di facce attonite che mi guardano. Pochi alzano le braccia. Ghiandusso dietro di me scaraventa una bomba nel mezzo del cortile.
Sgraa—graaang.
Una ventina di feriti, nessun morto, tutte le braccia si sono alzate con un lungo ruggito di belva.
—Aprite la porta, e fuori tutti!
I soldati carnici accorrono per questo nuovo disarmo. Ma un colpo di revolver vicinissimo mi fa voltare.
Ghiandusso ha sparato nella spalla del colonnello che non voleva mollare le briglie dei suoi due magnifici cavalli. Meravigliosa razza di quei due animali da guerra che scalpitano orgogliosamente cercando di strappare le briglie dalle mani di Ghiandusso.
Davanti alle scuole, Bosca mi dice:
—Non possiamo fermarci. Bisogna giungere al più presto a Stazione per la Carnia.
Giungono a tutta velocità le due blindate di Volpe e Sacco. Da un prato basso salgono vociando uomini disarmati.
—Praga! Praga! Boemia libera! Austria caput! Viva l’Italia!
In segno di devozione si strappano dal berretto i due bottoni di metallo e lo stemma imperiale.
Fuori di Amaro la strada corre dominando i prati e le boscaglie che costeggiano il torrente Fella. Siamo 4 blindate lanciate a tutta velocità. Ci raggiunge il capitano Raby che nella sua vetturetta scoperta e senza blindatura si mette alla testa della squadriglia. Appare spavaldamente intrepido e strafottente accanto al suo volantista. Tiene fra le mani, sulle ginocchia una gabbia di colombi viaggiatori.
Davanti a noi, a un chilometro, il ponte di Stazione per la Carnia. E’ certamente minato ma ce ne infischiamo. Dalle boscaglie dell’altra riva partono dei colpi di fucileria, sparsi, poi più fitti. Una, due mitragliatrici ci bersagliano. Entriamo sul ponte distanziandoci. Davanti alle case di Stazione per la Carnia sbuffano due locomotive. Si scorgono due treni interminabili, sovraccarichi. Tutto il bottino carnico di una armata di ladri. Una gioia acuta ci trafigge le carni, le lacera, quasi vorrebbe sventolare i brandelli della nostra carne patetica. Alt sul ponte. Puntiamo le nostre mitragliatrici giù contro le boscaglie che nascondono le mitragliatrici austriache.
Ta ta ta ta ta giaaaa ta ta ta ta ta giaaaa.
Sono bosniaci cocciuti non ancora convinti dell’irrimediabile sconfitta. Spariamo avanzando lentamente. Ad un tratto le due locomotive si mettono in moto.
Ta ta ta ta ta giaaaaa
giaaa giaaaa giaaaaa giaaaaaa
Ridono gli echi della valle. Ridono, ridono al vedere i piccoli macchinisti neri precipitarsi giù dalle due locomotive e nascondersi sotto le ruote.
Quando sbocchiamo fuori dal ponte fra le case di Stazione per la Carnia, il lato destro delle nostre blindate suona sotto una rude raffica di pallottole strimpellanti. E’ una mitragliatrice austriaca vicinissima, nascosta fra le erbacce. Le nostre rispondono ferocemente tempestando il greto.
Ta ta ta ta ta ta ta ta ta ta ta ta ta ta ta
Ridono, ridono, giocano, strillano e beffeggiano gli echi della valle in coro. Ridono di gioia sotto il sole, cerchio radioso che le nuvole bambine fanno correre a colpi di raggi nelle liete praterie azzurre del cielo.
Ta ta ta ta ta ta ta ta ta ta ta ta ta ta ta ta
Giaaa giaaaaa giaaaaaaaa
Ridono gli echi della valle nel vederci tutti scendere dalla blindata e correre come ragazzi prendendo a calci, a pugni, a schiaffi i bosniaci, bestioni che non vogliono mollare le loro mitragliatrici. Si arrendono come cani ringhiosi o meglio come professori passatisti idioti che cedono a malincuore i vecchi dizionari della gloria austriaca tramontata sotto i nostri calci futuristi.
Davanti a me sulla strada la vetturetta di Raby si ferma. Il capitano, dritto in piedi:
—Arrendetevi!
Si sente un vasto e profondo scalpiccio. La mia blindata corre per venti metri e posso contemplare la testa del grande Corpo d’Armata che s’avanza lentamente verso di noi.
Precedono a piedi, funerei, i generali di brigata, i colonnelli e i maggiori. Unico spavaldo un colonnello grassoccio, mani sui fianchi, gomiti in fuori, testa alta. Ondeggia sopra, avviluppante, l’immenso puzzo nauseoso acido e dolciastro degli eserciti austriaci. Puzzo di fogna, stiva, iodio, sudiciume, orina fermentata, latrine, becchi, e serraglio. Raby in piedi grida:
—Siete tutti prigionieri!
Ma gli ufficiali austriaci e ungheresi discutono fra di loro animatamente. Corriamo col revolver in pugno.
—Monsieur le capitaine, dice un generale alto, secco, magro, dal viso pallidissimo solcato da due lente lagrime. Nous avons le droit de passer et de continuer la route vers Chiusaforte. L’Armistice est signé.
—L’armistice n’est pas signé! risponde Raby con voce dura. Rendez-vous avec toutes vos troupes! Vos deux trains ne partiront pas!
—Pardon, monsieur le capitaine, il faut que je demande des ordres au commandant de notre corps d’armée.
—Quelle chance! grida Raby. Nous ferons prisonnier aussi le Commandant de Corps d’Armée!
Intanto la colonna giallo-verdastra puzzolente delle truppe austriache appoggiava sulla sinistra della strada per lasciar passare una automobile piena di ufficiali. Fra questi, il generale comandante del Corpo d’Armata, muscoloso e panciuto. La faccia tonda naturalmente olivastra era terrea, con una febbrilità di palpebre e d’occhi un po’ smarriti che rivelavano il crollo di un’anima militare.
—Ho l’ordine, signor generale, dice il capitano Raby, di fermare qui il vostro corpo d’armata. Siete tutti prigionieri. Quando avrò dato i miei ordini voi verrete con me in questa automobile al comando della prima Divisione di Cavalleria.
Venivano intanto dalla strada di Chiusaforte, in bande fitte, i prigionieri italiani che si erano liberati quando l’annunzio del crollo del Grappa aveva segnato il primo sgretolarsi dell’impero. Uno di questi prigionieri più affranto degli altri oscilla tragicamente a tre passi da me poi si abbatte sul naso, svenuto dalla stanchezza e dalla fame. Menghini si slancia e inginocchiato scuote quel povero corpo svenuto urlando:
—Guardate! Guardate come hanno conciato i nostri fratelli! Ecco! Ecco cosa hanno fatto della carne nostra!
Si alza furente; poi come preso dal delirio, tendendo i pugni ai prigionieri austriaci si scaglia e percuote nella faccia un maggiore austriaco. Questo non comprende, bestemmia, vuole difendersi, ma Menghini lo atterra mordendogli le braccia. Il groviglio rotea, strilla, contro la blindata dove la mia Zazà abbaia impaurita. Sopraggiungono i primi bersaglieri ciclisti a tutta velocità agitando gli elmetti piumati.
Scompiglio e marea fragorosa. Gli austriaci si sparpagliano. Zuffe, corpi che rotolano. Cacofonia di cento lingue diverse: italiana, tedesca, slovena, boema, russa, ungherese, ecc. Mi slancio col revolver in pugno fra quell’abbaiare di cani e riesco a fermare i nostri mitraglieri e bersaglieri inferociti.
Un motociclista infila come un proiettile il ponte e si ferma in mezzo a noi gridando:
Scoppio di urrà frenetici. Il mio cuore si rifiuta di accogliere questa gioia massacrante. Non è preparato a questo galoppo furente di notizie giganti. Faticosamente, dolorosamente, il mio cuore ingoia godendo ma sofffrendo come una gola lacerata. Sento gonfiarsi nel cielo un altro blocco di Felicità sovrumana. Blocco rotolante che precipita giù sui declivi delle nuvole per colpirmi in pieno petto. Ha un rumore battente come di mitragliatrice, ma allegro, allegro. Non è il ta ta ta ta micidiale, ma il top top top top delle grandi ispirate velocità. E’ una seconda motocicletta. La guida un sergente bersagliere, che rallenta, agitando col braccio sinistro il suo fez rosso, gli occhi schizzati fuori dall’entusiasmo:
—I nostri sono entrati a Trieste e a Trento!
Un impeto selvaggio mi scuote. Mi slancio, lo afferro pel braccio, e lo tengo fermo. Si ribella, quasi cade. Cado quasi con lui e la sua motocicletta.
—Se menti, ti brucio le cervella! gli urlo. Dimmi! Spiegami! Giurami! Che è vera, sicura, la notizia!
—Lo giuro, me lo ha ripetuto tre volte il generale in persona!
—Giura!
—Giuro.
—Su tua madre!
—Su mia madre.
Mi comprimo colle due mani il cuore che si gonfia, si gonfia dilatando, spaccando, le sue pareti che sono ora quelle enormi montagne, mentre la mia bocca spalancata beve, con trionfale voluttà lo smisurato fetore dei prigionieri austriaci, tutta l’infinita anima fetente dell’impero nemico sconfitto.
Ho uno strano viso feroce, violento, aggressivo ma i miei occhi sono pieni di lagrime di gioia. Le povere contadine sfinite di fame stanchezza che s’avanzano piegate sotto la gerla lungo il treno pieno del loro bestiame rubato, mi commuovono fino al singhiozzo e insieme arricchiscono le mie mani di artigli vendicativi. Vorrei baciare sul viso quelle povere vecchie italiane e poi stemperarmi sul pane le lagrime del generale austriaco vinto. Primitività stramba del mio temperamento vergine, selvaggio, schietto, elastico, pieno di barbarie crudele e di profonda umanità civilizzata. Temperamento che s’avventa, colpisce ma subito comprende perdona tutto, con alta bontà indulgente e serena.
Il disarmo incominciò. A sinistra si accatastavano i fucili, a destra le mitragliatrici. Nel centro i prigionieri austriaci abbrutiti, dondolanti nei loro cappottoni giallo-sporchi procedevano ordinandosi fra la spavalda e muscolosa giocondità dei bersaglieri ciclisti.
I prigionieri istintivamente ricercavano la loro antica disciplina, aspettando i comandi dei loro ufficiali che vinti conservavano ancora tutta la loro autorità tanto era ferrea la compagine del potente esercito che avevamo sfasciato.
Subito gli ufficiali austriaci trasmisero coi loro urli aspri di sciacalli l’ordine d’incanalarsi lungo le nostre automitragliatrici blindate e di infilare il ponte sul Fella per Amaro-Tolmezzo. Ma sopraggiungevano continuamente incontro a loro bersaglieri ciclisti a tutta velocità. Si vedevano girare laggiù sulla strada curva correndo verso di noi, e altri, altri ancora, lanciati come frecce alate di penne di gallo. La colonna dovette fermarsi. Un minuto di confusione: poi tre bersaglieri, abbandonando le biciclette, saltarono in sella su dei cavalli catturati, potenti bestie tutte ad archi di muscoli scattanti, e domandoli fra le forti ginocchia presero la testa e il comando della prima colonna marciante. Il primo, un siciliano dal viso rossastro polveroso di scugnizzo con occhiacci neri sotto il fez rosso moschetto ad armacollo. Sul suo grande cavallo bestemmiava: Accidenti! Cavallo irlandese e ungherese io non so! Ma i miei muscoli sono siciliani!
Anche i nostri soldati nomadi di Carnia comandavano colonne di prigionieri. Erano laceri e sporchi, ma tutti montavano senza sella cavalli stupendi.
Uno aveva una specie di turbante azzurro in testa e un grosso zaino da turista sulla schiena. Sembrava un generale turco. Sul fianco della strada le nostre blindate dominavano con le loro 18 mitragliatrici puntate tutta la divisione austriaca che si avanzava. Sss sss lento monotono stropiccìo di piedi stanchi. Zin zin tric gring zin di fucili che cadevano sulla catasta. «Fetente, vattenne, cammina! A cauci te faccio camminà, porcaccione!»
Cinquanta metri più giù davanti al Municipio nelle due automobili del comandante del Corpo d’Armata austriaco e del suo Stato Maggiore, gli ufficiali prigionieri seduti immobili guardavano con occhi che certo non vedevano. Intorno, i miei mitraglieri con moschetto e baionetta innestata montavano la guardia con facce ingenue di bambini intorno ad una enorme torta natalizia.
—Vuole che le faccia la barba? mi domanda un prigioniero in italiano, bruno, magrissimo e baffuto.
—Sì, ma a tutta velocità!
—Sarà servito. Sono napoletano, e primo parrucchiere. Sono anarchico, ma amo l’Italia.
—Non tagliarmi la faccia, perchè sono più rivoluzionario di te!
In un attimo, miracolosamente, la cassetta che egli portava sulle spalle partorì sapone, pennello, salviette e boccetta da profumo. Seduto su una mitragliatrice austriaca, constatai l’arte delicatissima di quella mano italiana.
—Che «salone» originale! disse il barbiere; è decorato a destra e a sinistra con montagne azzurre e ha un plafone che sembra il cielo di Napoli!
Quando ebbe finito, lo salutai con queste parole:
—Ora che da barbieri futuristi abbiamo rasoiate via la testa all’impero austro-ungarico, ti potrai permettere il lusso di fare la barba anarchicamente agli italiani.
—Contropelo?
—Sì, contropelo. Non dimenticare però di sciacquar loro il viso con l’acqua melodiosa del golfo di Napoli!
Il capitano Raby, che distribuisce ordini a destra e a sinistra, mi chiama.
—Marinetti! Marinetti! Siamo noi! Siamo noi che abbiamo catturato l’intero Corpo d’Armata! E’ una gloria nostra! E’ la gloria dell’ottava squadriglia! Vieni, vieni, ora mando il colombigramma al Comando Supremo!».
Seguiamo per alcuni metri il binario lungo il treno. Cataste di cucine da campo, mitragliatrici, fucili, stracci, paglia, sterco, carogne di cavalli. Nel fetore qua e là come cani randagi, delle montanare con gerla, sacchi e lanterne. Sono venute qui a frotte per riprendere la loro roba. Sono paurose. Ma si fanno audaci. Il loro numero aumenta. I vagoni saccheggiati, sventrati, bollono confusamente perdendo le budella.
Entro con Raby in un vicoletto. Fra due casupole troviamo la vetturetta. Sul sedile, una gabbia di legno bianco contiene i quattro colombi viaggiatori, che tubano.
Il sole tiepido di questo pomeriggio alleggerito da una brezza indolente e soddisfatta inebria i quattro colombi. Due, candidi. Uno col collo sfumato azzurro-viola. Il quarto brizzolato. Ma tutti avevano il caratteristico soprabecco bianco imbottito dei colombi viaggiatori.
Vuruvuru curru guruu guruu guruu.
Certo godevano i sottilissimi profumi muschiati e il gorgoglio di quel ruscello, ma non si illudevano. Sapevano certo di essere lontani dalla bella colombaia di Abano con le sue ampie scodelle piene di miglio e granoturco e i cestini per le covate, elegantemente sospesi e bene spaziati.
Questa è una terra diversa, rude e selvaggia e rimbombante di fragori più forti che le tempeste del cielo. Alzarono tutti e quattro il becco guardandoci con gli occhietti umani cerchiati di rosa.
—Raby, sono pronti! Guarda, hanno tutti capito! Vogliono tutti essere scelti. Quello lì si chiama Bianchetto. Quello Lulù. Ecco Pagiolin! Scegli Pagiolin! E’ il più forte, il più intelligente.
Pagiolin si lasciò prendere, felice, con un vuruuuuu vuruuuuu vuruuuuu melodiosissimo, di mano bagnata che freghi un giunco. Tre battevano la testa contro il legno della gabbia con furia invidiosa. Ma Pagiolin era veramente degno della nostra scelta.
Coricato nella mano aperta di Raby, bianco, snello, vivacissimo, ringraziava coi dolci occhietti umani cerchiati di rosa e offriva con languore femminile quasi impudico le zampette rossicce semivestite di soffici calzoncini di piume.
Un dischetto d’alluminio col numero 11 matricola e il numero 22 colombaia brillava sulla zampetta sinistra. Lo presi nelle due mani anch’io, e una tenerezza acuta, dolce, amara, mi portava quasi le lacrime agli occhi nel sentire battere con ritmo rapido quel piccolissimo cuore di bell’uccello veneto già ebbro di portare per le vie del cielo la grande parola Vittoria.
Raby scrisse su un foglietto:
«Truppe celeri, Stazione per la Carnia, 8ª squadriglia autoblindate hanno occupato stazione. Fermato e catturato due treni, truppe e comando 34ª divisione austriaca.—Immenso bottino e comandante Corpo d’Armata austriaco prigioniero.
Capitano Raby».
Il capitano introdusse il piccolo foglio in un tubetto di mezzo centimetro di diametro, lo chiuse introdusse il tubetto in un altro munito di due branchette di alluminio. Pagiolin si lascia torcere le due branchette che ecco stringono la sua zampetta destra.
—Guarda... mi dice Raby, i muscoli forti delle ali. Con qualsiasi vento, 60 chilometri all’ora! Il dischetto bilancia bene il peso del tubetto!
Facciamo largo intorno a Raby che con forza slancia in alto il colombo.
—Viva Pagioliiiin! Addio Pagioliiiin!
Ma Pagiolin non s’innalza molto. Dà qualche colpo d’ala e si posa sopra un tetto. Bianco, saltella sulle tegole rosse girando la testa. Momento d’ansia, doloroso.
—Cosa fai, Pagiolin? Cosa fai? Cosa fai?
Accorrono i soldati con applausi, saluti consigli... Pagiolin leva il becco al cielo. Dieci secondi gli sono bastati a fiutare le correnti aeree. Con uno slancio improvviso si proietta in alto obliquamente. Sale, sale, sale, piccolissimo arruffio bianco, fiocco di neve nell’azzurro. Ora si libra a picco sul torrente Fella. Punta su Amaro, scompare.
Ma un altro invisibile colombo viaggiatore che batteva le ali nella gabbia del mio torace l’ha seguito con eguale velocità. Ora vola con lui fra due grandi cirri bianchi accecanti. Pagiolin non ama le nuvole. Hanno un insidioso monotono odore d’acqua schiava. Tutte quelle gocce condensate lo bagnano pericolosamente. Teme di appesantire le proprie ali, e non ha sete. Le nuvole gli ricordano quella brutta macchina moto-aratrice che gli appesta spesso la colombaia di Abano coi suoi sbuffi di vapore acqueo...
Senza contare i maledetti scherzi che fanno i raggi del sole nelle matasse delle nuvole! Sembrano forbicioni d’oro, brutti come quelli del giardiniere che tagliano i bei rami d’acacia fiorita sulla colombaia! Ogni volta che il giardiniere s’avvicinava con quel brutto ordigno la bella Vluruuum s’immalinconiva non tubava più. Pagiolin pensa a Vluruuum... Tra due ore! due ore e mezzo al massimo, quanti baci piccoli, piccoli, minuti, minuti e quanti smorfiosi strofinamenti di collo per togliersi l’un l’altro amorosamente gl’insettucci! E quante ciarle! Trionfo! Pagiolin potrà raccontare! Tutti gli amici della colombaia a becco aperto dimenticheranno le voluminooose, voluttuooose, vorticooose gare del loooro tubare. Anche i conigli, quei vili imboscati col loro culo a molla di lepri degenerate, abbasseranno le foglie candide dei loro orecchi tremando e ammirando.
Ma Pagiolin accelerando i suoi colpi d’ala si tuffa nell’ultimo globo d’argento filigranato del cirro. Non finisce mai, per Dio!... Gioia! Gioia! Finalmente può patinare col petto sull’azzurro levigato, invitante. Più nulla intorno. Può respirare e godere. Pagiolin punta il suo volo contro il Sole, favoloso colombo di fuoco, dal becco aperto nell’arruffio splendido delle sue smisurate penne d’oro. Gli rammenta Krukrù, colombo dell’equatore che aveva pure le penne a spirali, ma bianche. Morì un anno fa in colombaia il povero amico! Pagiolin gli voleva bene e l’inverno molte volte aveva lisciato e riscaldato col becco le povere penne freddolose. Nella luce sembravano d’argento.
Il Sole è però un colombo enorme le cui penne spiraliche d’oro potrebbero covare una montagna! Come risplendono, lunghe, lunghe! Bisogna salire, salire, salire ancora! Voglio vederle bene, vicino, vicino, sempre più vicino! Per sentire il loro rumore! Devono fare un delizioso rumore d’acqua nell’accarezzare quel nuvolone a destra. Oh! che brutto nuvolone! Sembra il fantoccio di stoppa di Peppino il figlio del giardiniere!
Volerò ancor più su. Ma cosa hanno mai le mie ali? Rabbia! Ho troppo caldo sotto le ali. Sono tutto bagnato. Su, su con forza! Ecco! Ecco il suono che volevo udire! E’ il sole che tuba. Che piacere sentirlo! Le sue lunghe penne spandono ora una dolcissima voluttà mescolata di rumori serici e liquidi che grondano l’uno sull’altro e si intrecciano con mille spasimi acuti.
—Oh! me ne intendo, me ne intendo, grida Pagiolin; io che sono il miglior cantore della colombaia. Col mio canto ho innamorato di me la bella Vluruuum. Che ridere! Bianchetto e Lulù non sanno cantare come me... Lo ha detto la moglie del colonnello, quella bella signora vestita di colori rumori fruscianti. E’ vestita anche lei di penne, ma morbide, morbide che il giardiniere chiama seta, velluto, pelliccia... Nel muoversi intorno alla colombaia la signora batteva le mani con gioia dicendo: «Pagiolin, Pagiolin, tu sei il primo cantore!» e mi regalò un miglio speciale! La sua veste di seta e velluto cantava come me e come il Sole. Il Sole però tuba più forte di noi!
Nell’entusiasmo Pagiolin raddoppiò il battito già celere delle sue ali, entrando nella polifonia solare. Strimpellavano con gesti immensamente circolari i Venti sui mille raggi del Sole come su corde tese incendiate dal lirismo.
Certo la vittoria aveva commosso il Sole! Il Sole, grande occhio attento di arpeggiatore seguiva sulle lunghe sue corde tese i galoppanti accordi i maliziosi pizzicati e le molli frange di vibrazioni sbocciate nel cielo. Il Sole si moltiplicava nell’ampio cielo orchestrale. Volubilmente si innalzavano delle nuvole, tortili come canne d’organo e mantici profondi nei quali il Sole comprimeva a forza di pedale i Venti globulosi. Questi diventavano soffii melodici e salivano salivano ad inaffiar di fantasia le infinite orecchie attente, invisibili, delle invisibili stelle. Il calore dei suoni era tale che le nuvolose canne d’organo s’incendiavano al passaggio d’ogni nota fondendosi qua e là per eccessiva ebrietà. Sopraggiunsero volando sciami di nuvolette rosse, snelle piene di trilli, rimbalzelli, giuochi, scherzi, schianti di cristalli coralli trallalera tralla la, come aeree serenate di chitarre, mandolini e spumanti bottiglie trallalera tralla là.
Milioni di bottiglie del più spumante Asti sonoro schizzavano, decapitate ma allegrissime sulla tavola imbandita del cielo, fra le ondate orchestrali dei raggi, lunghi archetti d’oro che spremevano giù nelle profonde cavate il terrificante cuore dolcissimo di Dio.
—Dio! Dio! Dio! Dio! gridava Pagiolin. Dio è luce! Dio è musica! Dio è profumo! Sono a mille metri a picco su quella vasta ferita terrestre. Cosa è mai? Cosa è mai? Certo le folgori hanno squarciato così la terra! I fulmini nemici del Sole! Ma il Sole oggi stravince. Sono l’amico del Sole! Ma più in alto del Sole c’è Dio, ed io voglio navigare nel suo respiro sublime!
Con allegria pazza due volte, tre volte, quattro volte Pagiolin capriolò abbandonando le ali come un nuotatore nell’onda e nella schiuma del canto. Poi giù a capo fitto nel suono più denso. Le sue ali sfioravano le lunghe corde d’oro tese dai raggi solari. Ruzzolò giù. Era troppo ebbro e il sudore gli scorreva sugli attacchi delle ali.
—Come mai ho dimenticato la mia santa missione? Mezz’ora perduta! Impenitente bambino che sono! Ma il tubetto è ben saldo e anche il dischetto. Giù! Giù! Bisogna scendere, scendere. Che fresco! Che fresco!
Per alcuni minuti Pagiolin seguì una impetuosa corrente gelatissima, che con ritmo uguale lo trascinava. Ora rideva della sua paura di poc’anzi. Ad ali aperte filava con crescente velocità cercando a destra e a sinistra col becco la decifrabile varietà degli odori.
—Questo è odor di menta selvaggia. Questo è il timo asprigno. Oh! che buon odore di resina. Saporito, questo viluppo di moscerini agonizzanti! Mangiamo. Bisogna pur rinfrancarsi lo stomaco, in viaggio.
Ad un tratto la corrente gelata modificò il suo ritmo equilibrato! Ora tumultua, schizza, cicloneggia, spalanca dei buchi come botole traditrici. Pagiolin riprende a volare con tutta la forza delle sue ali. Sente una pressione contraria. Vento duro a scatti che lo soffoca. Deve più volte chiudere il becco. «Accidenti! Ho perduto quel branco volante di moscerini saporitissimi!».
La corrente contraria che s’insinua nell’immensa corrente gelata che egli segue lo assale con tanti odori salati, diversi per forma e intensità. Ovuli giranti di odori amarissimi. Un odore oblungo e trasparente di iodio. Un gomitolo irto di ammoniaca. Un blocco massiccio di bromo. E miliardi di aghi di sale luccicante e buoni da ingoiare. La salubre spruzzaglia delle onde del mare, laggiù, alla foce del Tagliamento.
Pagiolin non esita più. A destra, a destra, con raddoppiata frenesia di ali, vince rimbalzato, rimbalzante, vince travolto e resistente, la grande corrente gelata. Questa decresce sugli orli, cede, cede. Pagiolin è fuori. Schizzando via si slancia in una atmosfera quieta come una morbida amaca smisurata. L’aria è dolce come il respiro di Vluuruuum quando gli dorme vicino, col suo vuuruuuum, vuuruuum... Pagiolin vuole riguadagnare il tempo perduto. Egli sa che l’aria stagna queta e senza bizzarrie di correnti sopra i boschi, poichè i fogliami pompano i capricci dell’aria. Sente a destra l’odore acido bruciaticcio delle brughiere e piega a sinistra abbassandosi. Non vuole stancarsi a lottare con quelle insensate cavallerie di venti che devastano le brughiere.
A sinistra giù giù, ecco dove bisogna volare! Su quei fogliami dove l’aria è immobile e più giù ancora su quegli orti dove l’aria è un letto di piume. Quel fresco odore di insalata e i filamenti di profumo di quel giardino pieno di rose, e quel rimescolio d’odori cotti che con rumore di stoviglie grasse sale da quel villaggio. Non è sgradevole quella acredine di fieno, anzi eccitante! Pagiolin la beve, a becco aperto, nel rasentare a precipitosa velocità i ciuffi d’erba che ornano un nero campanile. Fuori dalla gonna sventolante della prima campana calcia un tumulto di bronzo acciabattante, che spaventa Pagiolin. Spavento misto di curiosità. Ecco un altro campanile. Via, via, via, con folle entusiasmo Pagiolin lo aggredisce quasi si schiaccia sopra. Affascinante batacchio. Gamba perduta di danzatrice pazza. Battito diventato proiettile fuor dal cuore sonante.
Pagiolin è troppo ebbro. S’irrita, smania di non poter riprendere la sua calma precisa di volatore lampo.
—Mi hanno chiamato colombo-lampo! Sei un treno lampo, diceva la moglie del colonnello. Presto li rivedrò, i treni, e li sorpasserò!.
Un’altra corrente pure gelata taglia purtroppo la strada a Pagiolin. Ma, furbo, sente che è meno alta della prima e su, su, Pagiolin la scavalca con disinvoltura per ripiombare due minuti dopo nella quiete solenne dell’atmosfera. In realtà è una quiete compressa tra pericolose agitazioni. Pagiolin ricorda, prevede, intuisce che altre correnti gelatissime lo aspettano. Non vuole perder tempo in continue scalate: decide di salire a duemila metri per poi dare la sua massima velocità senza scosse, deviazioni, nè saliscendi. Si sente bene. I muscoli delle sue ali hanno un ritmo forte, uguale, scattante e i suoi nervi ripercuotono fino all’orlo estremo delle penne la sua precisa volontà timoniera. Nel salire Pagiolin che non conosce indecisioni nota distrattamente che l’atmosfera si condensa invece di alleggerirsi. Una lieve nebbia senza importanza, pensa, sarà presto attraversata. Sale, sale per un quarto d’ora. La sua velocità è grande e il suo umore sereno, ma l’oscurarsi dell’aria lo incomincia a preoccupare. Dove mai è andato il sole? Ah! vedo, là a sinistra! Come è scialbo! Sembra quel focherello di legna verde che i soldati accendevano d’inverno a tre metri dalla colombaia, a forza di polmoni, soffiando lagrimando e bestemmiando.
—Accidenti! grida Pagiolin, il Sole si è spento! Lo prevedevo. A furia di coprirmelo con tutta questa nebbiaccia l’hanno soffocato! Nebbiaccia infame!... Macchè nebbia! Sono in un nuvolone di pioggia!
Pagiolin scivola giù dieci metri poi risale nel grigio e nel nero. Accelera i colpi d’ala. Ad un tratto sente sotto di sè un gorgo che lo pompa, e da destra a sinistra, sente cento mille mille mille zanne di pioggia e un mitragliamento di grandine. Pagiolin non perde la calma. Fiuta, e decide di salire ancora. Una battaglia ferocissima di vento lo fa traballare. Uno, due, tre capriole vertiginose, poi Pagiolin si tuffa nel vento più potente che ha vinto gli altri venti, imponendo il suo ritmo di smisurato serpente fluido fra cento serpentelli rischizzati via e sgominati.
Non è il caso di lottare. Pagiolin si abbandona colle ali chiuse come un proiettile, in questo vento che irrigidisce la sua corrente. Profondissima volata di un cannone senza pareti che spara continuamente.
Fu così che Pagiolin proiettile vivo fu lanciato in mezz’ora nel cielo di Venezia. Grigio, ombra carbonosa e spaccamenti sulfurei di cielo, e lunghissime colonne isteriche di fuoco che salgono, scendono solcano e subitamente crollano sull’invisibile calma del mare. Ad ogni minuto, Pagiolin che ha tenuto fino ad ora le ali chiuse, tenta gli spessori del vento con una cauta mossa dell’ala destra. A poco a poco, gli spessori rallentano la stretta. Si slabbrano davanti dei piccoli varchi di azzurro. Pagiolin vorrebbe raggiungere il sereno, ma teme di smarrirsi sul mare. E’ tardi! E’ tardi!
A mille metri, in alto, davanti a sè, Pagiolin vede una macchia nera che gli viene incontro rapidamente. Ingigantisce, ingigantisce. Non è un nuvolone, non è uno spessore d’aria. Sembra quella strana costruzione di originalissima colombaia di tela su palafitte piena di uomini nudi che egli aveva ammirato in un’alba famosa sulla costa di Pola dove aveva viaggiato nascosto e talvolta al balcone della tasca d’una spia italiana! Ma come diavolo ora volava quella strana colombaia di tela? Pagiolin la osserva a cento metri su di sè. Non è una colombaia di tela! E’ una di quelle gigantesche aquile di ferro e tela tante volte contemplate ad Abano quando si slanciavano in alto, portando uomini imbottiti di penne che poi lasciavano cadere degli sterchi neri scoppianti.
Pagiolin ha molto meditato, e finalmente compreso la bontà di quelle aquile benigne che non uccidevano i colombi, ma uccidevano per amor di libertà aerea, quelle brutte gabbie d’uomini che sono le città.
Ora egli sente che quest’aquila di ferro e tela che vola lassù ha forse bisogno di lui. Strani questi uccelli, pensa Pagiolin, hanno ali larghe dieci metri, ma non hanno il fiuto decifratore di odori contradditorii. Non possono distinguere l’odore che rivela la curva di una costa a duemila metri di distanza, dall’odore che indica lo spessore di un vento e tante altre cose che egli sa. La loro ampiezza d’ali esaspera la superbia dei venti che se le abbrancano, le squartano. Sono aquile bonaccione e i venti sono pessimi. Non possono quelle aquile di ferro e tela diventare come lui docili proiettili, schizzar fuori dalle mani dei venti se per caso distratti rallentano la stretta.
Pagiolin accelerando convulsivamente il battito delle sue ali si slancia e sfiora con ghirlande di volo la grande aquila nera, che ora barcolla, mostruosamente fra gli spintoni e le zampate dei venti. Ha le due ali lacerate tutte a brandelli fumosi, come la baracca incendiata che bruciò tutta la notte vicino alla colombaia di Abano. L’aquila di ferro e tela arranca e si sforza di equilibrarsi con disperati colpi di reni. Sembra perduta. Gli uomini che porta sul dorso sono affaccendati nell’accarezzare il suo cuore di gas esplosivi. Cuore frenetico che a furia di battere ora s’infiamma di viola e blu. Cuore virulento che ha forato la carne e le ossa della schiena e schizza fuori, vampe e fruste di scintille.
Come soccorrerla? Fra poco certamente il cuore appiccherà il fuoco alle ali.
Pagiolin vola a destra, a sinistra, sotto, sopra pazzamente sfiorando gli uomini che lavorano, intrico nero di braccia sul dorso sobbalzante. «Mi vedranno! Finiranno col vedermi! Se la bufera non sbraitasse tanto forte, gemerei, griderei nelle orecchie di quegli uomini. Non mi sentono, ma mi vedranno! Gioia! gioia! gioia!!! Mi vedono, sento che mi vedono! Ora mi seguiranno. Io so il varco. Di quì, di quì, venite!». Pagiolin si precipita contento di sentire dietro di sè la grande aquila ferita col suo cuore in fiamme: «Viene, viene dietro di me! Ecco il varco, giù giù! Con me, a capofitto!» Fuori dalle tenaglie del vento e dal nebbione! Fumo grigio-perla, azzurro, azzurro, azzurro. A sinistra, l’immensa pelle fremente del mare in allegria dorata sotto le lunghissime dita del sole tramontante che gioviale si diverte a farle un innumerevole solletico.
A destra, la generosità sparpagliata d’acque verdi azzurre che il Piave regala al mare. Giù, scendiamo. Pagiolin si volta di distanza in distanza per constatare che la grande aquila ormai equilibrata ha ripreso il battito regolare del suo cuore con le sue due ali eroiche, torce spente con lunghissime scie di fumo.
Come un cane fedele guida un cieco, Pagiolin ha guidato l’aquila di ferro e tela accecata dalla bufera. Ora volano insieme a trecento metri sopra i lavori febbrili d’un ponte ferroviario sul Piave. Pagiolin vede le grandi gabbie di ferro che partoriranno i pilastri. S’accendono le lunghe lame azzurro-violette dei proiettori che tagliano geometricamente la notte. Sembrano raggi solari nelle vetrate di una cattedrale rovesciata.
Pagiolin sa le insidie delle luci e crede soltanto agli odori. Vede le forme agili dei lavoratori bollire in oro caldo sui due bracci di ferro tesi del ponte rotto. Ma preferisce studiare gli odori di sterco e di legno bruciato che salgono da quel vasto braciere formato da mille fuochi, ognuno orlato di facce e mani di terracotta. Accampamento di prigionieri. L’aria s’imbruna rapidamente. Presto, presto, poichè la notte sarà molto gelata. Un altro accampamento, più fitto, di fuochi. Ogni metro un fuoco fra le rovine caricaturali delle case sventrate. Pagiolin ha capito. Piega a sinistra moltiplicando la sua attenzione perchè ogni battito delle sue ali sia efficace. E’ gonfio di gioia. Porta l’annunzio della vittoria totale dell’Italia e insieme l’onore d’aver salvato una grande aquila di ferro e tela.
Quei fuochi, quei piccoli fuochi, diversi da ogni altro fuoco! Pagiolin li riconosce. Sono le lanterne cieche dei carabinieri che vegliano al controllo di Abano. Secondo controllo. Altre lanterne cieche con piccoli annaffiatoi di luce gialla. Finalmente il Comando Supremo. L’immensa casa è illuminatissima. Trecento occhi di bragia. L’officina centrale della guerra lavora. Sembra a Pagiolin la colombaia incendiata che aveva abbandonata un anno prima a Udine, quando c’era tanta confusione di Comandi, e non c’era mezzo di fare un volo utile. Ora tutto procede bene. Una folata di odori fedeli affettuosi lo investe. Il suo odore, l’odore di Vluuruuum! Divina miscela di odori zuccherini, freschi-caldi, quasi una polvere di pelurie odorose e di sterchi cotti dal sole e volatilizzati. Una emozione spasmodica spreme il cuore di Pagiolin mentre spalanca il becco per bere a larghi sorsi i moscerini saporiti che salgono dalle gore predilette. Guarda, guarda e vede un’ombra nera muscolosa in una finestra accesa. La quadratura di spalle rudi e maschie del capo di tutti gli uomini che il giardiniere chiama: Badoglio. Pagiolin lo ammira chino su una grande carta rossa, blu, rosa, illuminata. Sopra quella carta misteriosa vi sono delle forme simili a quelle che fanno gli sterchi di Pagiolin cadendo sull’impiantito della colombaia, quando appollaiato in alto gode il tepido rosmarinato pomeriggio, liberandosi il ventre dal peso soverchio.
Al di là del palazzo del Comando, Pagiolin per gioia e per dovere, fece strepitare le sue ali. Tutti dovevano vederlo, applaudirlo. E’ lui! E’ lui che porta l’annunzio celeste! E’ lui il colombo fortunato fra tutti i colombi! Ha osato, lottato, conosciuto, vinto tutto. Sa tutto. Potrà raccontare tutto! E si precipita giù nel profumo dei profumi adorati della sua colombaia.
Grande frullo frullo frullo d’ali. Rimescolio, balzi e traslochi di pennuti. Si sveglia la bella Vluuruuum e si slancia al cancelletto. Tra i fili metallici, i due beccucci innamorati si incontrano, si sfiorano, sfiorano, sfiorano, sfiorano. Pagiolin è un maschio fiero, quasi un veterano del cielo. Pochi baci gli bastano, e tendendo il becco tuba, tuba, tuba, tuba, con eloquenza morbida, gorgogliante, vellutata, rumorosa, ruvida, voluttuoosa, vorticoosa e insieme rorida di lagrimette eroiche felici.
—O mia Vluuruuuum faremo all’amore stanotte. Prima ti debbo raccontare. In quanto a voialtri, ali rammollite, imboscati senza fiato nè fiuto nè frullo, finite il vostro strepito! Voglio il silenzio. Un silenzio assoluto. Ho visto, ho visto grandi cose. Ho visto i grandi italiani come gattacci imprigionare in una trappola di montagne mille le mille e mille e mille e cento volte mille brutti topacci austriaci che avevano rubato tutto il formaggio...
Ma la stanchezza lo vinse. Quando, dieci minuti dopo, una mano venne ad accarezzarlo e tirandolo fuori dalla colombaia lo rivoltò, lo rovesciò per liberare la sua zampetta destra dal tubetto pieno di vittoria, Pagiolin sonnecchiava.
Non fece all’amore quella notte, era troppo stanco; e la sua fedele Vluuruuuum si accontentò di vegliare il suo sonno quieto, ma di quando in quando scosso da un sogno convulso e angoscioso. Pagiolin sognava la tragedia della grande aquila di ferro e tela salvata dalla ferocia dei venti.
Il quattro novembre al tramonto, sulla strada di Chiusaforte, nella mia blindata ferma prua che divideva il nerastro filosofico puzzolente fiume di prigionieri austriaci.
Vinto il nemico tanto giustamente odiato, mi sento vuoto vuoto e disoccupato e m’addormento sul volante, straricco di vittoria, fra un’immensa straccioneria di eserciti disfatti. Beato. Con lagrime dolcissime fra le ciglia. La mia fame sognò un’elegantissima tovaglia, infinita serica fuga di morbidi perlacei riflessi che fluttuavano. Ed era, uscito fuor dalla passione del tramonto e dai suoi laminatoi, il mare siciliano metallo lucidissimo che cullava elasticamente undici vulcani-isole dal fumo distratto. Sognavo.
Presto dentro più presto più dentro un’acuta parola girante: Vittorrrria, mi trapanò il cranio e via pel cielo volando scavalcò il mare e rimbombò nei capaci polmoni ovoidali dello Stromboli Stromboli Stromboli. Sognavo.
Una gioia bollente fece saltare il tappo di lava del secondo vulcano. Schizzò altissimo il suo getto di fuoco spumante. Il terzo vulcano sputò obliquamente sul mare cento luminarie di bragia a ventaglio, mille regate di diavoli, e ripescò tutte le sirene morte, galvanizzandole. Eccole, guizzano, occhieggiano, baciano, uccidono. Altalena di buio luce... buio... luce... Chi è che urrrla? Perchè piaaaaangi così?
Vulcani alcoolizzati o gigantesche bottiglie di delirio?
Il quarto vulcano sturato schizzò risate d’oro, smorfie di porpora e spiralici lunghissimi ironici smeraldi. Il quinto vulcano pareva una rosea spremuta di belle donne nude e di immense arance cigliate che guardavano. Sognavo.
Tutti quei vulcani—isole—bottiglie—cuori spararono il loro fuoco d’allegria furente con ampio frastuono di tappi e rintocchi contro il sole pallido sordo astemio morente che annega.
L’undecimo vulcano lanciò allora la sua colonna di fiamma a ventidue chilometri di altezza. Quando quando... quando vi giunse, piegò il suo pennacchio vermiglio e questo fece il giro della terra e lo seguivo in sogno mentre velava e svelava quelle tonde natiche veloci tatuate di continenti e mari.
Mi sveglio di soprassalto.
—Chi mi graffia il viso? Chi, chi?
Ghiandusso che montava la guardia in torno alla mia blindata si avvicina:
—Signor tenente, nessuno, nessuno. Lei ha fatto un brutto sogno.
—Anzi un sogno bellissimo! Ma ad un tratto mi sono sentito graffiare il viso. Ho dormito molto?
—Due ore, signor tenente, sono già passati diecimila prigionieri austriaci, tre brigate... La Zazà ha morsicato la gamba di un colonnello ungherese. Ora dorme dietro di lei. L’ho messa dentro perchè mordeva le gambe ai prigionieri. E’ diventata un po’ cattiva dopo il parto. Sa, signor tenente, come discutono fra di loro il cane tedesco e il cane italiano? Il cane italiano domanda: «Cosa hai in bocca?». Il cane tedesco: «Flaaaasc». Per pronunciare questa parola spalanca la bocca e lascia cadere la carne. Il cane italiano si precipita e abbranca la carne. Allora il cane tedesco: «Cosa hai in bocca?». Il cane italiano risponde coi denti stretti sulla carne che non molla: «Carrrrrrne!»
—Non è così, Ghiandusso, credo che il cane italiano tenga i denti stretti per respirare il meno possibile il puzzo terribile del cane tedesco.
Fuori: un tramonto di nuvole vermiglie lacerate come pezzi enormi e brandelli di carne macellata. A destra e a sinistra della mia blindata, che teneva il centro della strada, il fiume monotono, grigio, giallo-sporco e verde verminoso dei prigionieri spandeva un puzzo mordente esasperante fatto di mille puzzi diversi ugualmente nauseanti e insopportabili.
Visi scialbi, gualciti, spremuti con piccoli occhi celesti smarriti. Facce gonfie come nutrite di fango con gote cascanti. Facce plasmate di bile. Baffi gialli che schizzano fuori dai visi scheletrici. Bestiame umano masticato dall’uragano. Occhi vitrei che fissano senza vedere. Lerciume ondeggiante di cappottoni curvi come verniciati di sterco e piscio. Sembra veramente un fantastico fiume di putredine, spessa quasi solida, oppresso da un affastellamento di stracci luridi, e misteriosamente spinto da un’invisibile corrente che lo conduce verso lo spiraglio-gorgo di una cloaca capace.
Vi sarà poi in Italia una cloaca adatta a ricevere quel triste fiume? Il sole rosso lancia dalle brecce delle nuvole brandelli di carne su quel bollore di schiene.
Per un istante mi sforzo di distinguere con nari eroiche gli odori. Cavolo fradicio, piaga putrefatta, alga morta, piedi sporchi, vello di montone, piscio di gatto, cancrena polmonare, muffa, sterco, orina, vecchie bende insanguinate, ghetto, stiva, caserma.
Ma rissano fra di loro quei puzzi. Ora gli sterpi, i rovi e le baionette degli odori ammoniacali infilzano, lacerano, e squartano dei vasti flaccidi tondi puzzi zuccherini, simili a pance di carogne galleggianti. Sopra di loro grandinano lunghi odori proiettili che colpiscono direttamente lo stomaco e lo rovesciano. Poi domina una languida risacca di odori dolciastri che colmano ogni poro della pelle di nausea funerea e di morte. Ricordo involontariamente il puzzo tipico di cadavere-sterco-fango delle trincee della Vertoiba. Ma questo che ora mi invade è un ben più terribile puzzo impregnato di morte, ma vivo, attivo, insinuantissimo. Vuole dominare, inondare di se la profonda valle del Fella e soffocare le fresche respirazioni verdi, sane del Tagliamento.
Povere valli prostituite! Tutte le innumerevoli bocche vegetali use a fiatare nel tramonto profumi di timo e menta selvaggia sono imbavagliate! Tutti i pini coi loro incensieri di resina naufragano asfissiati nella marea di torridi puzzi avviticchianti feroci, granulosi che agganciandosi e spumando salgono, salgono ad insozzare le cime! Queste esasperate dall’orrore sembrano centuplicare la loro splendida bellezza di smisurati corpi, vivi, nudi, rosati dal sole. Non ammettono, rifiutano il tragico fiume d’immondizie umane che assale i loro fianchi. Emergono cime nevose, tornite, gonfie di salute e desiderio come belle poppe di donna con in alto il bottone di rosa montana del capezzolo offerto ad un vento maschio selvaggio tutto muscoli in velocità.
Ma questo non viene ancora.
Agli innumerevoli puzzi catalogati si aggiunge quello irto d’aghi dei pidocchi. La pelle del cielo bianca si contrae schifiltosamente con un primo prurito di stelle.
Potrò io difendermi nella mia blindata immersa come un’isola nel fiume di corpi e odori saturi di morte?
Scivolando dentro per le feritoie, penetrano gli abiti. Il grigio-verde della mia giubba ne è già inzuppato. Salgono nelle mie nari ad avvelenarmi il sangue e ad offuscarmi il cervello: le belle parole della vittoria si smembrano in un’atmosfera cerebrale d’incubo. I miei pensieri hanno il viscido colore giallo sporco-nerastro di quei cappottoni curvi che passano, passano senza fine. Ventimila prigionieri sono già passati. Ne passeranno altri trentamila. Penso che lo smisurato cadavere dell’Austria spiaghi fuori dalla sua pancia sfondata un gigantesco e terrifico budellame che per la valle della Carnia inonderà la divina penisola nostra.
Il mio cervello allucinato non riconosce più il bel sole italiano della vittoria, volante corridore nella ruota d’oro che formano le sue gambe accese moltiplicate dalla velocità!
Vedo laggiù sul Tagliamento un sole straniero e odioso: brutta faccia tonda alcolizzata e smargiassa che nei dentoni d’oro falso prominenti, e i labbroni tabaccosi, si sforza di riassumere tutta l’insolenza l’infatuazione, la megalomania, l’impudenza sanguinaria e il guittismo balordo dell’impero austro-ungarico defunto.
Quel sole ha posato le sue mani molli, effeminate, piene di anelli rubati, su quell’isoletta del Tagliamento. Strana isoletta camuffata. Con le lussureggianti ondulazioni della sua capigliatura di vigne arricciate, pettinate, impomatate disposte con troppa cura in piani successivi, come una parrucca dai mille brilli grigi-azzurri-argentei, e piccoli infiniti rubacuori. Quella isoletta riassume tutta la grazia vana e passatista di Vienna.
Il mio spirito, affondando nelle allucinazioni fra le due colate di corpi e puzzi avvelenanti, teme la pazzia. Dove sono i Venti italiani e le loro furenti scope salutari? Un dolce fiato inodoro mi risponde. Sento che un Vento italiano si è insinuato nella valle. Ecco addenta il piedestallo di nuvole color sterco insanguinato del sole! Si slancia lassù, in quella pineta. Gli scatti e le cadenze flessuose del suo corpo che si scrolla nella sua giacca attillata di nuvolette rosa rivelano la sua nobile gioventù. Ora s’affretta a rimescolare quei fogliami. Li scuote brutalmente per liberarli, dai puzzi vischiosi e con un gesto vasto fa sbattere, sbattere tutte le finestre di Stazione per la Carnia. Poi parla, parla, ingiuria, fischia, sputa. Ritto in piedi, impreca contro il cielo e chiama alla riscossa tutti i Veneti fratelli. Meraviglioso Vento-oratore!
—Dove siete, infingardi? Venite! Venite!
Agitando il suo corpo che si frangia di rabbia e i suoi capelli tentacolari, il Vento parla con voce tonante alle lontane tribune delle prime stelle e si sgola per insolentire la pigrizia paurosa. Il Vento scande scande scande ogni sillaba con violenti colpi di pugno sui tetti delle case come su un pulpito. Ad un tratto si slancia contro il sole e lo rovescia giù dal suo trono di nuvole. A calci a pedate, correndo e remando nel cielo il Vento scopa, azzanna, impacchetta, ammucchia, scaccia, insacca, calpesta le matasse di odori in rissa che rischizzano, s’arrampicano, si rintanano nelle vallate e nei burroni. Intanto con un vasto muggito che cresce, cresce, cresce e scoppia accorrono giù dai monti e dalle fonde valli altri Venti alla riscossa.
Questo sospira sospira sospira e fischia nella stretta di due roccioni per passare ad ogni costo. E’ troppo voluminoso: porta addosso una girandola di enormi polmoni gonfi d’ira compressa. Si accanisce e fiiiiischia. Sospira sospira sospira poi con uno schiaaanto d’alberi e fogliame precipita inondando di sè a ventaglio tutta la vallata. Sotto, il tetro fiume di prigionieri increspa paurosamente la sua superficie di cappotti e berretti fuligginosi. Io rialzo la testa dal volante e fiato fiato finalmente. I Venti giungono in ritardo, ma la loro fretta è vertiginosa. Pulire, pulire, pulire tutto, scuotere, sconvolgere, disinfettare. Ma non basta. Occorre inebriare al più presto la vallata di mille profumi perchè la mia blindata 74 diventi un’isola profumata sul fiume lurido dei prigionieri.
Un Vento gagliardo è lassù in cima alla montagna che chiama chiama con spiraliche sciarpe di mani altri Venti che lontano gonfiano a gara le loro pance, otri, e zampogna melodiose di tutti i profumi di rose, viole, acace, ginestre, gardenie, caprifoglio italiani, rapiti ai giardini pensili sul mare di Liguria.
Altri insaccano i voluttuosi profumi di tiglio dei sobborghi di Milano. Dovunque ferve il lavoro. Via, non perdere tempo, gonfia quell’otre di tutti gli odori salati, salubri, verde-azzurri di questo piccolo golfo di Zoagli! Tu, riempi fino all’orlo, tieni ben chiuso, porta in alto e su a tutta velocità corri a profumare la Carnia appestata!
Tre Venti smaniano, intanto, nello stretto di Messina. Sono forti e le loro invisibili propaggini muscolose sono capaci in pochi minuti di rianimare di fresco aereo velluto l’intera Sicilia carbonizzata dall’ardore d’agosto.
Ora in fondo a questo corridoio marino, i tre Venti affondano le dita nel mare e tutte grondanti le fanno scorrere, scorrere, sui giardini di Messina e su quelli odorosissimi di Siracusa perchè siano impregnate del profumo lieve danzante punzecchiante dolcissimo dei limoni, degli aranci e dei mandarini. Quei tre Venti siciliani passano nelle alte vigne fronzolute di Capri inebriandosi di fantasia rossa, poi sul promontorio polposo di Posillipo per aggiungere negli otri, pance e zampogne loro, delle erranti svenevoli mandolinate. Via a galoppo, su, su, a 70 Km. all’ora, saltando a piè pari la schiena dell’Appennino, aromatizzandosi i piedi pattinatori sulle pinete resinose, s’avventano sopra il Veneto e piombano nella valle della Fella. Ma l’Italia è vasta e tutti i vegetali d’ogni provincia vicina e lontana debbono dare il loro contributo.
Nell’oasi di Tripoli sonnolenta si alza con fatica un Simun assopito. Forte Vento africano non servo, ma innamorato dell’Italia. E’ stanco di due lunghi viaggi nel deserto, ma una tromba bersaglieresca l’ha svegliato questa mattina. Sa, il Simun, che negli orti ombrosi e nei prati di orzo erba medica e lattuga, che egli ha sempre rispettato, dormono dei profumi biondi, pepati e zuccherini che l’Europa non ha. Sa il Simun che le ombrie sui pozzi orlati d’asinelli, hanno dei tiepidi profumi vanigliati che l’Europa non ha.
Si scuote, e d’un balzo in piedi, vibrante burbero benefico invita piante erbe tronchi e fogliami, a spremersi d’ogni essenza. Tutta l’oasi è in tumulto. I cammelli rallentano il loro ruminare e il loro gorgogliare catarroso di grondaia, sussultano, tremano. Il cammelliere dritto alzando le braccia implora pace dal Vento che giocondamente gonfia il suo barracano come una vela, e in testa il burnus come il fiocco sul bompresso.
Ma il Simun non è contento di questi casti profumi rapiti alla capigliatura dell’oasi. Non è forse l’imperatore assoluto dell’Africa? Con un salto di montagna terremotata, rosso irto accecante scavalca la grande Sirte e in Cirenaica lungamente strofina il suo corpo ossuto e scricchiolante d’ascaro immenso in altre oasi più fitte più umide più fertili. Il Nilo l’attira con la sua vasta coltura di profumi oliati e fermentati in verdi ombre sotto soffitti spessi di banani, e pieni di gaggie. Percorre tutto il Nilo riempiendo di profumi i tre mila otri che suonano fragorosamente sulle sue spalle scattanti. Entra nel lugubre caldo foltore d’oro torrido intrecciatissimo e compresso della sua Abissinia amata. Sono mesi e mesi che non piove, e la mirra balsamica suda fuor dalla corteccia un umore inebriante e languidissimo. Questo, questo ci vuole, pensa il Simun, perchè la prima notte dei vincitori Italiani in Carnia sia simile alle notti di Allah! Subito vuota alcuni otri di profumi mediocri e con fiati lunghi accarezzando per un’ora trecento mila arbusti di mirra balsamica accumula e costringe in mille trecce strette le ondulanti capigliature del profumo assolvente.
Il Simun non è sazio ancora. Scavalca il mar Rosso e raggiunge un altipiano d’Asia dove brucano in pace cento mandre di cervi muschiati. Con boati di gioia sradicante il Simun li assale. Crollo schianto e sfasciamento di quei boschi di corna. Il Simun li caccia alla rinfusa in una valle, poi sopra, come in un tino coi vasti piedi chilometrici, li vendemmia.
Dagli addomi schiacciati schizza lo strano burro rosso-bruno. Ride, ride, il Simun, nella carneficina poichè sa la potenza quasi indistruttibile di questo profumo divino. Un granello solo basterà a inebriare 2 milioni di metri cubi d’atmosfera notturna!
Stracarico di profumi asiatici e africani, il Simun ritorna. In alto, in alto vola sopra il mare perchè i potenti spruzzatori salati dalle onde non deformino le essenze purissime che egli porta rinchiuse nei suoi polmoni, otri pance e zampogne. La sua velocità supera quella d’ogni altro Vento, tanto l’orgoglio d’essere il primo profumatore dell’Italia vittoriosa lo esalta.
Nella mia blindata lo sento venire. Tutti i Venti italiani che hanno sparso già con armoniosa delicatezza centomila profumi italiani sui declivi e sui boschi e nei burroni e nelle viuzze dei villaggi e in ogni casa come un vaso, sanno che un prodigioso Vento sconosciuto sta per giungere con nuove ricchezze delizianti. Si aggirano i Venti italiani perfezionando la disposizione dei profumi, e quelli tondi come ovi, e quelli in forma di amaca e quelli che gemono di dolcezza come divani innamorati, e quelli che saltano come ginnasti su trapezi volanti, e le bisce i mazzi le capigliature i drappeggi di profumo.
Due venti si sono inerpicati e sospesi alle costellazioni, e spalmano così di essenze l’intera volta stellare perchè il palazzo della notte sia tutto profumato e nel centro sia profumatissima la mia blindata: camera nuziale. I Venti italiani sono perplessi poichè il gran mago dei profumi tarda. Lui, lui solo potrà idealizzare con essenze speciali le acque del Fella che languide e melodiose si preparano a diventare il bagno della divina bella notturna. L’aria trema febbrile, sinuosa spasimante con lunghi bisbigli. I Venti sono ammutoliti immobili. Aspettano.
Undici minuti d’attesa angosciosa... Poi un fragor di cannonate che schiantino schiantino cento città di bronzo cristallo e colonne di giada.
Valanga giù dal cielo quasi a picco il Simun e riempie la valle della Fella d’un traballio innumerevole d’otri squassati - duri - molli - rigidi - negri - luminosi soffici dentati come crani di poeti cozzanti nelle ampie saccocce volanti di Dio.
Il Simun colmò la valle di profumi e volò via.
Le acque del Fella si offuscarono un attimo, poi rischiarandosi come lunghe vasche tranquille cullarono di nuovo le stelle.
Allora la mia voce rotta da singhiozzi cantò:
—Vieeeeni! Vieeeeni! Italia mia! Vieeeeni Amooore! Italia, forma perfetta, ardore sovrumano, voluttà grazia, eleganza, poesia, incendiante passione, ventaglio piumato di sguardi e carezze, sintesi di tutti gli ideali arabeschi del canto, riassunto d’ogni dolcezza femminile, madre - sorella - amante - figlia, tenerezza sommergente, snello ottimismo audace, cascata di luce, rada beata sulle coste del Paradiso, ideale corpo plasmato di nuvole onde spume sogni, forza che si frange in soavità fragilità per rinascere più forte.
Vieeeni, tutti i tuoi nervi tutti i tuoi muscoli pronti sotto la tua pelle bianca, rosea che odora di caprifoglio, ciclami, gaggie! Pelle divina dell’Italia lambita dai mari di seta e sospiri! Ramificazioni di vigne e di vene che sono bizzarre fontane di fantasia!
Italia, sei la più bella! Tutti lo sanno, e ti invidiano. Molti ti odiano, ma tu non li temi e verrai lo sento in questa mia alcova d’acciaio profumata ma insidiata da una doppia corrente di luride forze nere, puzzolenti e bieche. Queste non potranno mai sommergere la mia isoletta, poichè è sradicata, galleggia, su tutte le navigazioni e tutte le velocità. Quando tu sarai qui dentro, nelle mie braccia, potrai abbandonare i tuoi capelli ai forti dinamici Venti italiani che te li profumeranno delicatamente. E tu godraai fra le mie braccia la mia passione fatta di mille passioni. Vieni!... Vieeeeni! Vieeeeni!
La mia preghiera è esaudita. Mentre visito con lo sguardo zelante l’interno della piccola alcova d’acciaio sento la tiepida passione lattea del suo corpo. Ecco il suo profumo di caprifoglio, ciclami, gaggie! Ecco sulla feritoia aperta, la luna... Non è la luna! E’ il suo ventre bianco, liscio di verginità incorruttibile, eppure così sensuale.
—Vieeeeni! Vieeeeni! Amoooore! Scendi, entra!
Così l’Italia, amore fatto di mille amori, entrò abbandonandosi con morbidi scatti fra le mie braccia. La prendo, la stringo e i miei baci affannosi la svestono per meglio goderla. Urlo di tutti i miei pori felici. Esitazione, terrore delle mie labbra che non possono, non potranno forse inebriare tutta, tutta la sua carne e raggiungere tutte le sue fibre e in fondo in fondo cogliere il fiore dello spasimo assoluto.
Ma il mio cuore vampante centuplica battendo le sue furenti calorie per incendiare tutto in me, muscoli, vene, nervi, tendini, fibre, visceri, pensieri, sogni e meati capillari. Bruciare, bruciare, ardere, arroventarmi liquefarmi in un lago torrente mare Oceano di lava appassionata! Cingerla così del mio conflagrante amore liquefatto!
Sì, sì, diventerò un oceano di lava, più vasto e più cocente degli oceani di fuoco rabbioso che l’Etna e il Vesuvio mal contengono sotto montagne pesanti! Il mio oceano d’amore fumante sarà libero, libero, libero! Ogni capriccio sarà concesso! Ogni sanguinaria carezza potrà sollazzarsi in libertà! Torrido, torrido per te o Italia! Ma quell’oceano di lava prodigiosamente sotto i ventagli della mia poesia si addolcirà trasformandosi in un purissimo mare ingenuo tutto imperlato di tenerezza e gratitudine lagrimanti.
—Sei felice, sei felice?... Guarda, ho sospeso la tua veste di trasparenze fluviali sul rullo dei nastri di cartucce perchè veli di mansuetudine la volontà di luce tagliente della lampadina elettrica. La notte sarà fredda: ho posto nel cruscotto un elmetto austriaco pieno di bragia. L’ardore della bella vittoria tua riscalderà i tuoi piedini che gareggiando in corsa con le code delle comete si sono un poco gelati. Ho fatto puntare le due mitragliatrici della cupola contro le ultime stelle dell’ironia e del pessimismo. Ma sdraiati! Sdraiati! Sdraiati, e riposa in pace. Ho steso sotto i tuoi bei fianchi tre pellicce di generali austriaci. A destra e a sinistra potrai scegliere in quegli scaffali pieni di nastri di destini la più bella fra le molte collane e cinture di cartucce che nelle tue dita si trasformano in preziosi ori - argenti - smalti cesellati. Vengono dalla fabbrica francese di Saint-Etienne. Furono foggiati per adornare la morte dei tuoi nemici, ma le tue dita più sapienti delle onde dell’oceano Indiano riceselleranno quei nastri di cartucce trasformandoli in monili per la tua bellezza in amore... Ti piacciono, ti piacciono i miei baci, lo sento! Vieni! Vieni! Vieni! Entrami nel cuore, o Italia! Godi, godi, godi, amore mio. Sento l’anima tua più intima che dal fondo mi chiama, vuole tendermi le braccia, ma non può, è troppo giù giù, nello imperscrutabile mistero degli amori sovrumani. Dal fondo la tua anima implora una stretta, una piccola stretta delle mie mani! Mi tuffo, affondo nella tua carne per toccarle, toccarle quelle tue piccole mani bianche, tremanti! Ti tendo le mie! Sono vicine, vicine alle tue. Un torrente di baci ancora ancora! Perchè più non vi sia ostacolo al mio slancio. Ora quasi le tocco, le piccole mani della tua anima... le tocco... le ho toccate. Un attimo, ancora ancora! Un altra stretta... Felicità, felicità, felicità!... Ogni segreto rivelato. So finalmente perchè ti ho tanto amata! So perchè si può morire, e rimorire e rimorire cento, mille, un milione di volte per te!
Ora dorme fra le mie braccia la bella innamorata col suo sorriso di rosa bianca che tremi estatica tra brezza e raggi all’alba nei giardini. Nel cruscotto sotto i suoi piedini bianchi, langue e agonizza la bragia rossa di crudeltà guerresca nell’elmetto austriaco.
Sull’Italia e su me riposanti veglia la dura volontà futurista della lampadina elettrica. E’ irritata di sentirsi avvolta nella veste di notturne trasparenze obliose.
Fuori scorre il fiume monotono di bestiami sanguinari balordi e cocciuti, ormai vinti e domati con la loro anima puzzolente in dissoluzione. Anima che vorrebbe ancora ammorbare con lingue vendicative l’indulgente e generosa respirazione umana del nostro divino amore nella nostra alcova di acciaio. Ma quell’anima irta di mille tanfi bestiali non penetra più...
In alto sui monti vegliano i Venti, i grandi Venti italiani strapotenti e profumanti distributori di Libertà spirituale, fantasie interplanetarie e assoluta bontà umana.