Era intanto scoppiata, poco prima della mia liberazione, l'insurrezione del Centro (febbrajo 1831). Intesi in Genova che gli esuli Italiani si addensavano sulla frontiera confortati di larghe speranze e d'ajuti dal nuovo Governo di Francia. In una delle minori città di Piemonte, ignoto fra ignoti, io mi sarei veduto condannato a un'assoluta impotenza dalla vigilanza della polizia e imprigionato nuovamente al primo atto sospetto. Per queste ragioni scelsi l'esilio che mi dava libertà piena e ch'io allora fantasticava brevissimo. Lasciai la famiglia; dissi a mio padre, ch'io non doveva rivedere più mai, di star di buon animo e che la mia era assenza di giorni; e partii. Traversai la Savoja che la libertà moderata non aveva ancora fatta francese, e il Cenisio; e mi recai in Ginevra. Di là io doveva avviarmi a Parigi, e la sollecitudine materna m'avea dato compagno di viaggio uno zio che avea abitato per lunghi anni la Francia.
Andai a visitare Sismondi, lo storico delle nostre repubbliche, pel quale io avea commendatizia d'una amica sua, Bianca Milesi Moion. M'accolse più che cortese, e con lui la moglie Jessie Mackintosh scozzese. Sismondi lavorava allora intorno alla Storia di Francia. Era buono, singolarmente modesto, di modi semplici e affabili, italiano d'anima; e m'interrogò con ansia d'affetto sulle cose nostre. Mi parlò di Manzoni del quale ammirava oltre ogni sua cosa il Romanzo, e dei pochi i quali davano segno di vita intellettuale rinascente. Deplorava in noi le tendenze appartenenti tutte al XVIII secolo, ma le spiegava colla necessità della lotta. Le sue non n'erano emancipate quant'ei credeva; e la sua scienza non oltrepassava i limiti delle teorica dei Diritti e la conseguenza unica di questa teorica, la Libertà. E d'altra parte l'amicizia che lo stringeva ai capi della scuola dottrinaria d'allora, Cousin, Guizot, Villemain, annebbiava visibilmente i suoi giudizî sugli uomini e sulle cose. Nelle tendenze di quegli uomini dei quali nè egli nè io sospettavamo l'intento, nel culto esclusivo, frainteso, della libertà, e nelle condizioni della sua Svizzera egli avea succhiato il federalismo e lo predicava siccome ideale di reggimento politico ai molti esuli Italiani, segnatamente lombardi, che gli stavano intorno e pendevano dalle sue ispirazioni: non era fra essi chi sospettasse possibile e desiderabile l'Unità. M'introdusse, nel Cerchio di Lettura, a Pellegrino Rossi, il quale si limitò ad additarmi un tale seduto in un angolo e creduto spia. Non so quale indefinito senso di sconforto s'insignoriva di me vedendo dappresso quelli esuli ch'io aveva fino a quel giorno ammirati rappresentanti l'anima segreta d'Italia. La Francia era tutto per essi. La politica m'appariva nei loro discorsi come scienza, maneggio, calcolo diplomatico di transazioni opportune, non fede e moralità.
Mentre a ogni modo io m'accomiatava un giorno da Sismondi chiedendogli s'io poteva far cosa alcuna per lui in Parigi, un esule lombardo che avea sempre ascoltato attentamente i miei discorsi senza mover parola, mi chiamò in disparte e mi susurrò nell'orecchio che, s'io aveva desiderio d'azione, mi recassi in Lione e mi presentassi agli Italiani che troverei raccolti nel Caffè della Fenice. Lo guardai con vera riconoscenza, chiedendogli il nome. Era Giacomo Ciani, condannato a morte dall'Austria nel 1821.
In Lione, trovai fra i nostri una scintilla di vera vita. Predominava negli esuli che v'erano raccolti, e v'accorrevano ogni giorno, l'elemento militare. Trovai molti di quelli uomini ch'io aveva veduto dieci anni addietro errare, coll'ira della delusione sul volto, per le vie di Genova; e avevano d'allora in poi onorato il nome Italiano nell'armi difendendo la libertà Spagnuola o la Greca. Vidi Borso de' Carminati, ufficiale che nel 1821 s'era in Genova, in Piazza de' Banchi, cacciato fra il popolo irruente e i soldati ai quali era stato ordinato fuoco contr'esso, militare d'alte speranze, salito più tardi ai più alti gradi nelle guerre spagnuole, e che avrebbe levato grido di sè nelle nostre, se l'indole irritabile, incauta, intollerante d'ogni sopruso, non lo avesse travolto, per odio ad Espartero, in un tentativo indegno di lui che gli costò vita e fama: Carlo Bianco, che mi diventò amico e del quale riparlerò: un Voarino, ufficiale di cavalleria, un Tedeschi ed altri, piemontesi tutti, proscritti del 1821 e in mezzo ad una maggioranza costituzionale monarchica, non per fede ma perchè monarchica era la Francia, repubblicani. Erano accorsi per partecipare in una invasione che stava ordinandosi della Savoja da un Comitato, membri del quale ricordo il generale Regis, un Pisani, un Fechini. La spedizione contava da forse duemila italiani e un certo numero d'operai francesi. I mezzi abbondavano, però che la bandiera monarchica e la credenza che il Governo Francese spingesse al moto avevano raccolto esuli ricchi, patrizî, principi, uomini d'ogni colore, all'impresa. I preparativi si facevano pubblicamente: la bandiera tricolore Italiana s'intrecciava nel Caffè della Fenice, stanza del Comitato, alla bandiera Francese; i depositi d'armi erano noti a tutti: correvano comunicazioni continue tra il Comitato e il Prefetto di Lione.
Le stesse cose avevano luogo ad un tempo sulla frontiera Spagnuola. Luigi Filippo non era ancora stato riconosciuto dalle monarchie assolute: cercava d'esserlo; e agitava per atterrire e costringere. Come Cavour diceva, trent'anni dopo ai plenipotenziarî raccolti in Parigi: o riforme o rivoluzioni, la nuova monarchia di Francia diceva ai re titubanti: o accettazione dei Borboni secondogeniti o guerra di rivoluzione. I re accettarono e Luigi Filippo tradì. Era il terzo tradimento regio ch'io vedeva compirsi quasi sotto gli occhi miei nelle cose d'Italia: il primo era la vergognosa fuga del principe Carlo Alberto, carbonaro e cospiratore, al campo nemico: il secondo era quello di Francesco IV duca di Modena, il quale avea protetto la congiura tessuta in suo nome dal povero Ciro Menotti, poi, al momento dell'esecuzione, lo avea assalito coll'armi e tratto prigione fuggendo a Mantova, per poi impiccarlo quando l'Austria gli spianò le vie del ritorno.
Un giorno, mentr'io mi recava alla Fenice pieno l'animo di speranza per l'azione imminente, vidi la gente affollarsi a leggere uno stampato governativo affisso sulle cantonate. Era una dichiarazione severa contro il tentativo italiano, una intimazione di sciogliersi agli esuli e una minaccia brutale di visitare col rigore delle leggi penali chiunque s'attentasse di violare frontiere amiche e compromettere coi Governi la Francia. Il bando esciva dalla Prefettura. Trovai il Comitato atterrito: le bandiere sparite, l'armi sequestrate in parte, il vecchio generale Regis in pianto. Gli esuli imprecavano al tradimento e ai traditori: vendetta sterile di quanti in una impresa di patria fidano in altro che nelle proprie forze. Taluni ostinati, magnanimi nella fede che il re galantuomo Luigi Filippo non potesse deludere a quel modo le speranze degli uomini della libertà, insinuavano che il Governo avveduto non intendesse se non a levarli anzi tratto d'ogni sospetto di cooperazione, ma non pensasse a impedire. Mi avventurai a proporre che si sciogliesse il problema mandando un nucleo d'armati, quasi antiguardo della spedizione e frammischiandovi quanti più si potesse degli operai francesi, sulla via di Savoja; e fu fatto. Ma un drappello di cavalleria li raggiunse e li sciolse a forza: primi a ubbidire i francesi, ai quali l'ufficiale parlò di doveri verso il paese e della necessità di lasciare al Governo la cura delle imprese liberatrici. La spedizione era fatta impossibile. Cominciò la cacciata degli esuli. Parecchi furono condotti ammanettati fino a Calais, e imbarcati per l'Inghilterra.
Fra quel subuglio di fughe, d'imprigionamenti, minaccie e disperazioni, Borso mi rivelò ch'egli e pochi altri repubblicani partivano la stessa notte alla volta di Corsica, per di là raggiungere in armi l'insurrezione, che ancor durava, del Centro, e mi chiese s'io volessi seguirli. Accettai senz'altro. Celai la subita determinazione allo zio, lasciandogli poche linee pregandolo di tranquillarsi sul conto mio e a tacere per pochi giorni colla mia famiglia; e partii. Nella diligenza che ci portava a Marsiglia trovai Bianco, Voarino, Tedeschi, un Zuppi, se non erro, napoletano, e non so chi altri. Borso con tre o quattro compagni seguiva in altra vettura. Viaggiammo sempre senza quasi fermarci fino a Marsiglia: da Marsiglia a Tolone; e da Tolone sopra un legno mercantile napoletano, attraverso il mare più tempestoso ch'io abbia veduto mai, a Bastia. Là mi sentii nuovamente, con gioja di chi rimpatria, in Terra Italiana.
Non so che cosa abbiano fatto dell'isola, d'allora in poi, l'insistenza corruttrice francese e la colpevole noncuranza dei Governi d'Italia; ma nel 1831 l'Isola era Italiana davvero: Italiana non solamente per aere, natura e favella, ma per tendenze e spiriti generosi di patria. La Francia v'era accampata. Da Bastia e Ajaccio in fuori dove l'impiegatume era di chi lo pagava, ogni uomo si diceva d'Italia, seguiva con palpito i moti del centro e anelava ricongiungersi alla gran Madre. Il Centro dell'Isola, dov'io feci una breve corsa con Antonio Benci, toscano, collaboratore dell'Antologia e ricovratosi, per minaccia di persecuzioni, in Corsica, guardava unanime ai Francesi come a nemici. Quei ruvidi ma buonissimi montanari, armati quasi tutti, non parlavano che di recarsi a combattere nelle Romagne; e c'invocavano Capi. Leali, ospitali, indipendenti, gelosi oltremodo delle loro donne, avidi d'eguaglianza e sospettosi del forestiero per temenza di violata dignità, ma fraterni a chi stende loro la mano come d'uomo a uomo e non come d'incivilito a selvaggio, vendicativi ma generosamente e di fronte e avventurando nella vendetta la vita, quei Corsi del centro mi sono tuttavia un ricordo d'affetto e di speranza ch'essi non saranno sempre divelti da noi. La Carboneria, recatavi dai profughi napoletani, era allora dominatrice dell'Isola, e i popolani ne facevano quel che ogni uomo dovrebbe fare d'una associazione liberamente accettata, una specie di religione. Come alla vigilia d'una grande impresa, molti i quali avevano giurato vendetta l'un contro l'altro, si riconciliavano in essa. N'era capo venerato dagli isolani un Galotti, lo stesso che riconsegnato al tiranno di Napoli da Carlo X stava a rischio di morte, quando la rivoluzione di luglio lo rivendicò a libertà. Conobbi con lui La Cecilia ed altri proscritti del mezzogiorno d'Italia, convenuti da più punti nell'isola, pel disegno dei miei nuovi amici politici.
Ed era di recarsi, come dissi, nel Centro, ma capitanando una colonna di due o più migliaja di Corsi ch'erano ordinati e con armi. Mancava il danaro pel noleggio dei legni e per un lieve sussidio da lasciarsi alle famiglie povere degli isolani che doveano seguirci. E questo danaro ch'era stato, a quanto dicevano, sacramentalmente promesso da uomini legati a un Bonnardi prete patriota e affigliato di Buonarroti, non venne mai. Due dei nostri, Zuppi e un Vantini dell'Elba che fu poi fondatore di parecchi alberghi in Londra ed altrove, furono inviati al Governo Provvisorio di Bologna a offrirgli l'ajuto e chiedergli la somma indispensabile, e da quel Governo inetto che non fidava se non nella diplomazia e s'atterriva dell'armi ebbero risposta di stranieri barbari: chi vuole la libertà se la compri. D'indugio in indugio, l'intervento Austriaco riconquistò nella prima metà di marzo le terre insorte ai padroni. Sfumata ogni speranza d'azione e consunti i pochi mezzi ch'io aveva, lasciai la Corsica e mi condussi in Marsiglia dove mi richiamava, in nome della famiglia, lo zio.
E in Marsiglia ripigliai l'antico disegno di Savona, la fondazione della Giovine Italia. V'affluivano gli esuli da Parma, da Modena, dalle Romagne, oltrepassando il migliajo. Frammisto ad essi, conobbi in quell'anno i migliori, Nicola Fabrizi, Celeste Menotti fratello del povero Ciro, Angelo Usiglio, Giuseppe Lamberti, Gustavo Modena, L. A. Melegari, Giuditta Sidoli, donna rara per purezza e costanza di principii, e altri molti, giovani, ardenti, capaci e tutti convinti degli errori commessi e ch'io aveva in animo di distruggere. Erano elementi preziosi al lavoro, e taluni d'essi lo provarono all'Italia negli anni che seguirono. Ci affratellammo della saldissima tra le amicizie, che è quella santificata dall'unità d'un intento buono: amicizia che con alcuni, come con Nicola Fabrizi, vive anch'oggi carissima, con altri, come Lamberti, non fu interrotta se non dalla morte, con nessuno fu da me primo tradita. Abbozzai le norme dell'Associazione e trasmisi cenno delle mie intenzioni ai giovani amici di Genova e di Toscana.
Intanto nell'aprile di quell'anno, morto Carlo Felice, sottentrava re nei dominî Sardi il cospiratore del 1821, Carlo Alberto, e con lui fra i deboli che abbondavano ed abbondano, un'onda di speranze che la idea del cospiratore si tradurrebbe in azione dal re. Dimenticavano che la sua non era idea, ma solamente velleità d'ambizione, e che il pericolo di perdere la piccola corona lo ritrarrebbe dal tentare coll'ardire necessario la grande. Il sogno a ogni modo affascinava le menti, e mi fu risposto che la mia proposta era buona, ma riuscirebbe importuna e non troverebbe seguaci se non quando cadessero le illusioni sul nuovo re.
Da quelle risposte germogliò in me il pensiero di scrivere a Carlo Alberto per via di stampa.
Io non credeva allora nè credo in oggi che possa dalla Monarchia venir salute all'Italia, cioè all'Italia com'io la intendo e la intendevamo noi tutti pochi anni addietro: Una, libera, forte, indipendente da ogni supremazia straniera e morale e degna della propria missione. Nè il presente mi costringe finora a mutare avviso. La Monarchia Piemontese non avrebbe mai preso l'iniziativa del nostro moto, se l'uomo del 2 dicembre non le profferiva l'ajuto de' suoi eserciti e Garibaldi coi cinque sesti degli uomini di parte repubblicana non le profferivano cooperazione; or chi mai poteva prevedere cose siffatte? E nondimeno, la Monarchia Piemontese ci darà—se pur mai—una Italia smembrata di terre ch'erano, sono e saranno sue concesse, in compenso ai servigi resi, alla dominazione straniera e serva aggiogata della politica francese e disonorata per alleanze funeste col dispotismo e debole e corrotta in sul nascere e diseredata d'ogni missione e coi germi delle risse civili e delle autonomie provinciali risorti. Oggi e mentr'io scrivo il mal governo inerente all'istituzione monarchica prepara rapidamente una crisi di separatismo nel mezzogiorno d'Italia che s'era affacciato alla nuova vita ebbro d'Unità e del grande ideale di Roma. Ma se l'Unità Monarchica è oggi pregna di pericoli, era, quand'io deliberai di scrivere quella Lettera e per un uomo della tempra di Carlo Alberto, una assoluta impossibilità. Scrivendo a lui ciò ch'egli avrebbe dovuto trovare in sè per fare l'Italia io intendeva semplicemente scrivere all'Italia, ciò che gli mancava per farla. Mal dunque s'apposero gli uomini i quali si fecero più tardi un'arme di quello scritto sia per giustificare, coll'esempio altrui, sè stessi della diserzione dalla bandiera, sia per accusarmi d'incertezza o d'arrendevolezza soverchia nelle dottrine. Se non che a me importa poco oggimai dell'opinione degli uni o degli altri; e solamente per la stima ch'io serbo profonda all'ingegno suo e alla sua tenacità di propositi, mi dolse trovare fra gli ultimi Carlo Cattaneo[3].
A lui vorrei ricordare, senza rimprovero ma perch'ei non dimenticasse come la necessità sia talora padrona di tutti noi, ch'egli repubblicano come io sono e convinto che l'intervento monarchico avrebbe sviato l'insurrezione dal segno, abdicò nondimeno nel 1848 il potere—quando compito il trionfo con sole forze di popolo, egli era, per l'energica condotta del Comitato di guerra da lui presieduto, moralmente padrone dei combattenti lombardi—in mano d'uomini ch'ei pur disprezzava inetti e traditori anzi tratto del concetto della Nazione. Quanto a me individualmente—e sia detto una volta per sempre—la teoria politica che dice a un uomo bambolo in fascie: tu regnerai dall'alto, impeccabile sempre e inviolabile e solamente combattuto ne' tuoi Ministri, sullo sviluppo della vita d'una Nazione fidato in tutte le sue manifestazioni al principio d'elezione, mi pare più che errore, contradizione e follìa che condanna il popolo a retrocedere o agitarsi perennemente e periodicamente a nuove rivoluzioni. E sparirà, quando vinte la servilità e la paura che signoreggiano l'anime nostre, la democrazia, ch'oggi abbiam sulle labbra, entrata davvero nei nostri cuori c'insegnerà che l'onesto operajo non è da meno d'un discendente di dieci generazioni di re—quando il tocco di mano del secondo non ci parrà evento più rilevante nella nostra vita che non quello del primo—quando sapremo che lo Stato deve governarsi come si governa da ciascun di noi l'amministrazione delle faccende private, scegliendo, ovunque si trovino unite, probità e capacità intellettuale.
Scrissi la lettera al Re, e la lessi, prima di stamparla, a un solo fra gli Italiani coi quali era in contatto, Guglielmo Libri, scienziato illustre, capo in quell'anno d'una cospirazione contro il Gran Duca in Toscana, accusato, credo a torto, di tradimento, ma tratto più dopo, e mi duole il dirlo, dal materialismo che stava in cima alle sue dottrine e da un esagerato scetticismo su tutti uomini e su tutte cose, a tradire la dignità dell'anima e i doveri ch'egli, ingegno potente davvero, dovea compiere verso il paese. Il Libri lodò, ma cercò svolgermi dal pubblicare la Lettera, schierandomi innanzi, conseguenze inevitabili, l'esilio perpetuo, l'abbandono d'ogni cosa più cara, le delusioni che mi sarebbero compagne sulla via. E m'esortava a lasciare la politica militante e consacrarmi alla Storia.
Fui ribelle ai consigli e stampai.
Fu quello il mio primo scritto politico. Non serbo, e non meritavano d'essere serbate, alcune pagine ch'io aveva scritte prima in francese, col titolo la Notte di Rimini, maledizione alla Francia di Luigi Filippo, che il National pubblicò mutilate—(1861).
UN ITALIANO[4].
Se no, no!
Sire,
S'io vi credessi re volgare, d'anima inetta o tirannica, non v'indirizzerei la parola dell'uomo libero. I re di tal tempra non lasciano al cittadino che la scelta fra l'armi e il silenzio. Ma voi, Sire, non siete tale. La natura, creandovi al trono, v'ha creato anche ad alti concetti ed a forti pensieri; e l'Italia sa che voi avete di regio più che la porpora. I re volgari infamano il trono su cui si assidono, e voi, Sire, per rapirlo all'infamia, per distruggere la nube di maledizioni di che lo aggravano i secoli, per circondarlo d'amore, non avete forse bisogno che d'udire la verità; però, io ardisco dirvela, perchè voi solo degno estimo di udirla, e perchè nessuno tra quanti vi stanno attorno può dirvela intera. La verità non è linguaggio di cortigiano: non suona che sul labbro di chi nè spera, nè teme dell'altrui potenza.
Voi non giungete oscuro sul trono. E vi fu un momento in Italia, Sire, in cui gli schiavi guardarono in voi siccome in loro liberatore; un momento che il tempo v'aveva posto dinanzi, e che, afferrato, dovea fruttarvi la gloria di molti secoli. E vi fu un altro momento in cui le madri maledissero al vostro nome, e le migliaja vi salutarono traditore, perchè voi avevate divorata la speranza e seminato il terrore. Certo, furono momenti solenni, e voi ne serberete ancora gran tempo la memoria. Noi abbiamo cercato sul vostro volto i lineamenti del tiranno; e non v'erano; nè l'uomo che avea potuto formare un voto santo e sublime potea discendere a un tratto fino alla viltà della calcolata perfidia. Però abbiamo detto: nessuno fu traditore fuorchè il destino. Il principe lo intravide da lunge, e non volle affidare all'ostinazione la somma delle speranze italiane. Forse anche, l'alto animo suo rifuggì dall'idea che la calunnia potesse sfrondare il serto più immacolato, e mormorare: il principe congiurò la libertà della patria per anticiparsi d'alcuni anni quel trono che nessuno potea rapirgli.
Così dicemmo: ora vedremo, se c'ingannammo: vedremo se il re manterrà le promesse del principe.
Intanto le moltitudini non s'addentrano nelle intenzioni: afferrano l'apparenza delle cose, e insistono sulle prime credenze. Ora quel tempo è passato; ma le speranze, i rancori, i sospetti e le simpatie vivono tuttavia. Non v'è cuore in Italia, che non abbia battuto più rapido all'udirvi re. Non v'è occhio in Europa che non guardi ai vostri primi passi nella carriera che vi s'apre davanti.
Sire, è forza dirlo: questa carriera è difficile. Voi salite sul trono in un'epoca, della quale non saprei scorgere la più perigliosa pei troni negli annali del mondo.
Al di fuori, l'Europa divisa in due campi. Dappertutto il diritto e la forza, il moto e l'inerzia, la libertà e il dispotismo a contrasto. Dappertutto gli elementi del vecchio mondo, e quei d'un nuovo mondo serrati a battaglia ultima, disperata, tremenda. I popoli e i re han rinnegato i calcoli della prudenza: han gettata la spada nelle bilancie dell'umanità: han cacciata via la guaina. Quarant'anni addietro i re dominavano i popoli col solo terrore delle bajonette, e i popoli non guerreggiavano i re se non coll'armi del pensiero e della parola. Ora siamo a tempi nei quali la parola s'è fatta potenza, il pensiero e l'azione son uno, e le bajonette non valgono, se non son tinte di sangue. Da entrambe le parti è forza e immutabilità di proposito; ma i re combattono per conservare le usurpazioni puntellate dagli anni, i popoli combattono per rivendicare i diritti voluti dalla natura. Per gli uni stanno le arti politiche, le abitudini, la ferocia, e, per ora, gli eserciti. Per gli altri, l'entusiasmo, la coscienza, una costanza a tutta prova, la potenza delle memorie, dieci secoli di tormenti e la santità del martirio. I gabinetti diffidano l'uno dell'altro, i popoli si affidano ciecamente, perchè i primi vincola l'interesse, i secondi affratella la simpatia. Al fondo del quadro una guerra inevitabile, perchè tutti gli altri modi di controversia sono oggimai esauriti: universale, perchè ai popoli e ai re la causa è una sola: decisiva e d'estinzione, perchè guerra non d'uomini ma di principî.
Al di dentro un fremito sordo, un'agitazione indistinta, un disagio in tutte le classi, perchè la miseria dei molti non è che velata dalla opulenza dei pochi; e i pochi si stanno anch'essi diffidenti del presente, e incerti dell'avvenire. Le intraprese commerciali s'arrestano davanti a un orizzonte che muta ad ogni istante: il commercio marittimo vuol pace al di dentro, e securità al di fuori, e noi non abbiamo certezza nè dell'una nè dell'altra. Quindi le sorgenti della circolazione e della vita sociale interrotte, come la circolazione del sangue si aggela per terrore nei corpi umani; quindi una forte tendenza a mutamenti, perchè ogni mutamento cova sempre l'idea del meglio, e ai popoli, come agl'individui, l'incertezza è morte continua: stato violento da cui conviene uscire a qualunque patto. Tra noi, come tra gli altri, l'ardore di nuove cose s'appoggia su bisogni innegabili; l'aspettazione è rinforzata dalle antiche promesse. E le promesse son dimenticate da' principi, non mai dai popoli. Poi la potenza degli esempî, le fresche speranze, i rancori novissimi, e l'ira, stan presso a ridurre il desiderio all'azione.
Per circostanze sì fatte, voi salite sul trono; sopra un trono che nè prestigi di gloria, nè memorie solenni fanno venerato o temuto; sopra un trono composto di due metà ostili l'una all'altra congiunte a forza, e tendenti pur sempre a separazione.
Che farete voi, Sire?
Volete voi essere uno dei mille? Volete che il vostro nome passi fra i molti che ogni secolo consacra all'esecrazione o al disprezzo?
Due vie vi si affacciano. Due vie fra le quali i re si dibattono da quarant'anni. Due sistemi tra i quali oscilla tuttavia il dispotismo, rappresentati da gran tempo in Europa da due potenze di primo rango, l'Austria e la Francia, e che nel Piemonte importano anche oggidì l'alleanza coll'una o coll'altra.
La prima è la via del terrore.
Terrore, Sire! Il vostro cuore l'ha già rinnegato. La è carriera di delitto e di sangue; nè voi vorrete farvi il tormentatore dei vostri sudditi. Dio vi ha posto al sommo grado della scala sociale, vi ha cacciato al vertice della piramide. I milioni stanno d'intorno a voi, invocandovi padre, liberatore. E voi! voi darete ferri? porrete il carnefice accanto al trono? inalzerete la mannaja tra il presente e l'avvenire, e ricaccerete l'umanità nel passato?
Sire! l'umanità non si respinge col palco e la scure. L'umanità si arresta un istante, tanto che basti a pesare il sangue versato, poi divora i satelliti, il tiranno e i carnefici.
Pure talvolta, nell'uomo che si mette per sì fatta via, i cortigiani nutrono una speranza che il solo apparato del terrore basti a soffocare i germi della resistenza: mostratevi forte, dicono, e gli altri saranno vili.
Sire! Un tempo, quando l'ignoranza e la superstizione incatenavan le menti e nessuno guardava al passato o nell'avvenire, e la causa dei popoli non contava trionfi, il terrore agli occhi del volgo valeva potenza. Ora, ognuno sa che il terrore, eretto in sistema, è una prova di debolezza; un riflesso di paura, che rode l'anima a chi lo spiega; una necessità di uomo disperatamente perduto, che non ha se non quest'una via di dubbia salute. Oggimai la minaccia non basta. È d'uopo essere e mostrarsi scellerato; vivere e morire tiranno, porsi la benda sugli occhi, e inoltrarsi rotando la sciabola a destra e a sinistra. È d'uopo cacciar la maschera d'uomo e tuffarsi nel sangue.
Sire, farete voi questo? e facendolo, riescirete? e per quanto? E' vi son uomini, Sire, che han giurato di non riposarsi che nel sepolcro, o nella vittoria. Li spegnerete voi tutti? Soffocherete colle bajonette i moti popolari, ch'essi vi susciteranno?
Sire! il voto di Nerone tradiva l'impotenza della tirannide. Il sangue vuol sangue. Ogni vittima frutta il vendicatore. Mozzerete dieci, venti, cinquanta teste; insorgeranno a migliaja: l'idra della vendetta non si spegne nei popoli, come negl'individui; e il ferro del congiurato non è mai sì tremendo, come quando è aguzzato sulla pietra sepolcrale del martire.
O tenterete ridurli all'impotenza coll'arte? Dura e difficile impresa. Or comprate la plebe coll'oro, la milizia coi gradi. Cacciate i delatori nelle famiglie; addormentate col lusso e la corruttela le classi agiate dei cittadini; tenete viva la dissenzione fra l'uomo d'arme e l'uomo del popolo; esplorate i moti, le parole e i gesti; ma indefessamente, senza rallentare un istante, senza arrestarvi d'un passo davanti all'ombra dei traditi, perchè dove un minuto conceda agli schiavi d'intendersi, voi siete perduto. Ma, e l'anime di ferro che non riconoscono despota abbastanza potente per atterrirle, nè abbastanza ricco per comprarle; l'anime che non respirano se non un'idea, che non si vendono se non alla morte, non sono esse? Pochissime, è vero; pur sono, e consacrate dalla sciagura ad una santa missione, e tremende d'influenza e di forza, perchè la vera energia è magnetismo sulle moltitudini. Le bajonette che oggi si appuntano al loro petto, domani si ritorcono al vostro; nè dovete obliare che, sotto l'assisa del soldato, battono cuori di figlio, di fratello, d'amico. Pur conterrete le masse, struggerete le rivoluzioni nei loro principî! Ma, Sire! è parola dura a udirsi, e durissima a pronunciarsi da chi abborre, il delitto. Pure soffrite ch'io la pronunci questa parola: chi vi salverà dal pugnale?—Deludete anche questo; siate immortale, Sire! e la esecrazione delle generazioni? e la infamia ne' secoli? Chi vi salverà dal pugnale dell'anima? Le censure, le proscrizioni, gli esilî? Ma il mondo è troppo vasto perchè non rimanga un angolo allo scrittore; ma nè potenza di tirannide, nè viltà di servaggio, può spegnere la memoria, o sotterrar sotto le ruine del presente la voce dell'avvenire. Il senato mandava al rogo le storie di Cremuzio Cordo, e la grand'anima di Tacito raccoglieva da quelle fiamme la scintilla che fe' viva ne' suoi annali l'infamia dei tiranni di Roma. O è essa l'infamia un peso divenuto così leggiero per la testa dei re, che non degnino di metterla a calcolo?
La seconda via che i cortigiani vi proporranno è quella delle concessioni.
Mutamenti nelle amministrazioni, riduzioni economiche, miglioramenti nei codici, distruzioni d'alcuni abusi, allentamento di freno; una riforma, insomma, lenta, temperata, insensibile; ma senza guarentigia d'istituzioni, senza patto fondamentale, senza dichiarazioni politiche, senza una parola che riconosca nella nazione un diritto, una sovranità, una potenza.
Così voi non vi appoggiate sopra alcun dei partiti che dividono la nazione, nè sopra i tristi che speculano sul re tiranno, nè sui buoni che invocano il re cittadino. Così voi vi inimicate il Tedesco senza riconciliarvi l'Italiano. Così voi mostrate che non avete nè l'energia del delitto, nè la coscienza della virtù.
Sire! non basta: voi differite forse di alcuni momenti la vostra ruina, ma la fate più certa, isolandovi.
E vi conviene, seguendo cotesta via, conciliare a un tempo colla illimitata potenza del trono i diritti del popolo e le pretese dell'aristocrazia, perchè voi avete bisogno del concorso di tutte le volontà, e un solo de' grandi elementi sociali non può mancarvi all'impresa, che non vi si attraversi nemico. Vi conviene trovar mezzo di far rivivere la confidenza nei governati senza dar pegni di stabilità. Vi conviene procedere per mezzo a minuzie infinite, a interminabili particolari, a ostacoli speciali e di mille generi senza poter ricorrere a regole generali, e pur costretto a spendervi tanta somma di attenzione e di forze, che basterebbe a gettar le basi d'un edifizio immortale. Vi conviene far guerra minuta, eterna, individuale, a molti abusi introdotti nelle amministrazioni, e nei modi governativi, e rinascenti sempre sotto altre forme, senza troncarli tutti, e d'un colpo, alla sorgente. Vi conviene illudere i popoli a stimarsi liberi senza fondar libertà, far sentire gli effetti senza dar vigore di legge alle cause, sciogliere insomma il problema difficile di appoggiarsi sovra tutte quante le molle sociali, di giovarsi d'ognuna d'esse, di concentrarle a uno scopo senza che alcuna preponderi un sol momento sull'altra, senza che alcuna acquisti attività per sè stessa, e coscienza di attività.
E tutto questo perchè? perchè un incidente non preveduto, una imprudenza, un grido proferito da un'anima fervida e intraprendente vi sconvolga l'edifizio, che avrete penosamente inalzato? perchè un colpo di fucile tirato imprudentemente sul Reno o sull'Alpi, rovini i vostri progetti, precipitando le cose e gli uomini a circostanze violenti, a condizioni di rapidità incalcolabile? Sire, il tempo mancò a Bonaparte. Chi può afferrare il tempo ed imporgli: Tien dietro a me? Questa vostra, Sire, è opera di pace; e v'è potenza umana o divina in Europa, che possa oggimai decretar pace d'un anno, d'un mese, d'un giorno solo?
Sire, non vi lasciate illudere dai cortigiani. Essi vi dipingeranno lo stato queto al di dentro, sicuro al di fuori. Essi mentono al re; voi passeggiate sopra un vulcano. Guardatevi intorno; scendete nel vostro cuore. Voi non potete fidar nel presente; voi siete incerto dell'avvenire. Voi avete a temer di tutto e da tutti; non avete speranza che in voi medesimo; non potete aver salute che in una forza fisica e morale dipendente dall'opinione.
Or, come conquisterete voi l'opinione? Come farete a non conculcare il popolo inalzando d'un grado l'aristocrazia, e a non irritare l'orgoglio dell'aristocrazia mescolando il popolo ne' suoi ranghi, e ne' suoi favori? Come farete a sradicare gli abusi, e a non crearvi nemici implacabili tutti coloro, e son molti, che ingrassano negli abusi? Sperate compensar l'odio loro coll'amore delle moltitudini?—Gli amori delle moltitudini sono brevi e mutabili, quando non poggian sopra qualche cosa di determinato e di certo, che vegli perenne alla loro tutela, che parli ai loro sensi ogni giorno. Le moltitudini vi applaudiranno un momento, e nel secondo grideranno contro di voi, perchè in fatto di riforme, l'universale ha nome di sapiente giustizia, il particolare ha nome e carattere di arbitrario; perchè i mutamenti, le riduzioni, le destituzioni d'impiegati prevaricatori che sotto libere leggi arridono al popolo, assumono apparenza di parzialità e di capriccio ogni qual volta mancano al popolo le sole vie di verificazione, norme certe invariabili di giudizio a' casi particolari, e pubblicità di processo.
Sire, i governi camminano sui principî, non sulle eccezioni.
Non v'è esistenza senza un modo certo d'esistenza. Non v'è sistema durevole, se non poggia sopra una serie d'idee ordinate, e vincolate l'una all'altra, atte a ridursi a dichiarazione. In altri termini, i governi un tempo posavano sopra una volontà disordinata, ajutata da una cieca potenza; ora vivono di logica.
Sapete voi qual suffragio otterrete? E' v'è una gente in Italia, come in ogni contrada, che non sa, nè cura di libertà consacrata da istituzioni. Una gente fredda, calcolatrice e paurosa, per avarizia, di ogni rapido mutamento, che ama sovra ogni altra cosa la pace, fosse anche pace di cimitero. Ne avrete il voto alla timida e lenta carriera che forse imprendete. Ma, Sire, è voto che non pesa, nella bilancia dello Stato; voto sterile, nudo, impotente all'azione. È classe inerte per calcolo e per abitudine; non ha dottrine e non s'adopera a sostenerle; non compie rivoluzioni, ma non le strugge, non contende con esse. Voi ne avrete lodi e adulazioni, finchè le lodi non fruttan pericoli; ma nè sacrifici nè devozione a fronte di una potenza contraria. Una bandiera che sventoli all'aure, un grido che intimi: pronunciate: chi non è meco è contro di me; e questa gente si ritrarrà dall'arena ad aspettare il nome che la fortuna saluterà vincitore.
Sire! da gente sì fatta non pende il destino della cosa pubblica. Il nerbo della società, l'azione, l'opera, la potenza vera sta altrove; nel genio che pensa e dirige, nella gioventù che interpreta il pensiero e lo commette all'azione, nella plebe che rovina gli ostacoli che si attraversano.
Il genio, Sire, è scintilla di Dio, indipendente e fecondo com'esso; nè si vende, nè si stringe a individui, ma provvede alle razze, e interpreta la natura. La gioventù è bollente per istinto, irrequieta per abbondanza di vita, costante ne' propositi per vigore di sensazioni, sprezzatrice della morte per difetto di calcolo. La plebe è tumultuante per abito, malcontenta per miseria, onnipotente per numero.
Or, genio, gioventù e plebe stanno contro di voi; non s'acquetano a poche concessioni, dono d'uomo, a cui niuna legge vieta rivocarlo il dì dopo; non s'appagano di riforme che fruttano ricchezza o potenza all'individuo che le promuove; bensì voglion riforme che fruttino tutto alla nazione e null'altro che amore a chi le propone. Vogliono riconoscimento dei diritti dell'umanità manomessi ad arbitrio per tanti secoli; vogliono uno stato ordinato per essi e con essi; uno stato la cui forma corrisponda ai bisogni ed ai voti sviluppati dal tempo; vogliono leggi, vogliono libertà. Il genio ne ha letto da gran tempo il precetto nella natura delle cose e nei principj di universale progresso sviluppati nella storia coi fatti; la gioventù nel proprio cuore, nella coscienza di facoltà che la tirannide condanna a giacersi inoperose, nella maestà degli esempli, sulla tomba dei padri: la plebe nella parola dei buoni, nelle memorie, nell'istinto potente che la suscita a moto, nella propria tristissima condizione, e in certo suo intimo senso, davanti a cui impallidisce sovente l'intelletto del savio.
Vogliono libertà, indipendenza ed unione. Poichè il grido del 1789 ha rotto il sonno dei popoli, hanno ricercato i titoli co' quali potevano presentarsi alla grande famiglia europea, e non hanno trovato che ceppi; divisi, oppressi, smembrati, non han nome nè patria; hanno inteso lo straniero a chiamarli iloti delle nazioni, l'uomo libero a esclamare visitando le loro contrade: non è che polvere! Han bevuto intero il calice amaro della schiavitù; han giurato di non ricominciarlo.
Vogliono libertà, indipendenza ed unione; e le avranno, perchè han fermo di averle. Dieci secoli di servaggio pesavano sulle lor teste e non han disperato. Han guardato indietro ne' tempi che furono, hanno rimescolata la polvere delle sepolture, e ne hanno dissotterrato memorie di grandezza da lungo tempo obliate, memorie d'antiche imprese, di leghe terribili, alle quali non mancò che costanza. I bandi di Giovanni d'Austria e di Nugent, le bandiere di Bentink, 1809 e 1814, insegnarono ad essi il sentimento della loro potenza. Poi il cannone di Parigi, di Brusselle e di Varsavia ha mostrato che questa è potenza invincibile. Ora ad un popolo che ha fede e potenza che cosa manca per rigenerarsi fuorchè l'occasione?
E pensate voi che poche concessioni addormentino i popoli, o non piuttosto ch'esse svelino la debolezza dei dominatori? Pensate che rimovano per lungo tempo quell'occasione o non piuttosto l'affrettino? Siete cinto da tutte parti di paesi italiani, che anelano al momento di ritentare le vie fallite una volta per inesperienza di cose, per tradimento straniero; e sperate che manchino occasioni? Ponete che essi afferrino il tempo; e, o le armi tedesche non verranno a combatterli e il contatto di terre libere sommoverà i vostri sudditi, o verranno, e chi vi assicura che i fratelli contempleranno inerti due volte la ruina de' loro fratelli?
Sire! le vostre forze si logoreranno in una lunga e penosa guerra contro la vostra situazione, ma non farete retrocedere il secolo, non ispegnerete un partito, che niuna cosa al mondo può spegnere. Trascinandovi tra l'odio e l'entusiasmo, procederete in mezzo all'universale freddezza, nojoso agli uni come riformatore imprudente, sospetto agli altri come perfidamente politico; e gli uni e gli altri vi accuseranno di debolezza; accusa mortale ai re, che non posson vivere se non di potenza o d'amore. Ogni concessione dà campo all'opre, speranza di meglio, coscienza delle proprie forze e del proprio diritto. Il popolo si avvezza a vedersi esaudito, e le espressioni dei bisogni e dei desiderî si fa più imperiosa ogni giorno. Intanto gli uomini della libertà spiano le circostanze, profittano d'ogni errore, di ogni incertezza a screditarvi nelle moltitudini e trarvi a partiti estremi. Lasciateli fare, voi siete perduto. Opponetevi, siete tiranno, e tiranno tanto più increscioso ed esoso, quanto più le prime concessioni presagivano ai cittadini moderazione. A qualunque via vi atteniate vi concitate addosso l'ira o il disprezzo, perchè non potete concedere più che non vorreste senza debolezza, nè retrocedere senza delitto; perchè o vi abbandonate al torrente, o smarrite lo scopo senza neppur raccogliere il merito dell'iniziativa; o tentate arrestarlo, e Dio ha dato il moto alle cose, ma nè Dio stesso potrebbe forse sospenderlo. Davanti alle esigenze e ai pericoli, nella impossibilità di adottare determinazioni energiche e decisive, voi siete forzato a ordinare una lotta coperta contro l'opere vostre, contro le speranze suscitate da voi; ritorre coll'arte ciò che avete dato con vigore di volontà; contendere le conseguenze dei principî sanciti tacitamente ne' primi giorni del regno vostro. Ed è sistema in cui ricaddero necessariamente i re ogni qual volta non seppero esser tiranni, nè liberatori; ma fruttò sciagure irreparabili a tutti, esilio ad alcuni;—a due il patibolo.
E allora, quando minacciato da ogni parte e spaventato dall'isolamento, in cui v'ha messo una politica incerta, vorrete salvarvi e null'altro, cercherete voi un rifugio nell'ajuto straniero? Invocherete le baionette tedesche a puntellarvi il trono vacillante? Fatelo: giurate sommessione ad un nemico che avete sul principio sprezzato; fatevi schiavo dell'estero; ma badate, Sire! non tutte le provincie italiane son prive di mezzi per difendersi dalle aggressioni, come le popolazioni della Romagna; non tutte le occasioni troveranno il popolo inerte, e sviato da' preparativi di guerra per fede cieca in un principio che i governi han mille volte violato; badate che i popoli imparano più da una sconfitta, che non i re dal trionfo; badate che quando la lotta è da nazioni ad eserciti, due vittorie non bastano al assicurare la terza.
O forse cercherete una condizione di vita ne' trattati che avrete stretti colla Francia? Sire, un'ora crea i patti, un'ora li rompe, dacchè fra i calcoli diplomatici e le risultanze, fra i trattati e la loro durata si è frapposto gigante l'arbitrio d'un terzo elemento sociale, che giacque inerte per molti secoli, contro il quale le alleanze, le convenzioni hanno perduta ogni realità di vigore. Stringetevi a lega cogli uomini che governano oggi la Francia; chi vi assicura che l'intervento popolare non rovescierà quegli uomini, e la vostra sicurezza con essi? Credete voi che i cadaveri di diecimila martiri non abbiano a servire che a sorreggere lo sgabello di sette ministri? Il ministro Perier, Sire, ha stretto un patto coll'infamia, non coll'eternità. Ma la nazione francese non ha segnato quel patto; la nazione francese ha suggellato col proprio sangue l'alleanza de' popoli. Iddio creò in sei giorni l'universo fisico; la Francia in tre ha creato l'universo morale. Come Dio, essa si è riposata e riposa, perchè l'immensa azione esaurisce per un tempo le forze; ma credete voi che il leone sia spento perchè non n'udite il ruggito? Attendete un mese e l'udrete: attendete un anno, e le associazioni che or passano inosservate avranno generata la grande federazione nazionale; le società popolari che or procedono mute, formeranno la montagna del secolo decimonono; la Francia avrà avuto il suo 10 agosto. La rivoluzione francese, Sire, non è che incominciata. Dal terrore, e da Napoleone in fuori, la rivoluzione del 1830 è destinata a riprodurre, su basi più larghe, tutti i periodi di quella del 1789.
Sire! a voler vivere una vita potente e sicura, voi dovete edificare, anzichè sul presente, sull'avvenire; e l'avvenire è prima d'ogni altra cosa la guerra. Or sapete voi che cos'è per la Francia la guerra? È guerra di propaganda, guerra altamente rivoluzionaria, guerra europea, lunga, feroce; guerra dei due principî che da secoli si contendono l'universo; non v'è guerra possibile per la Francia ove non sia nazionale, ove non s'appoggi alle passioni delle moltitudini, ove non si alimenti d'uno slancio comunicato ai trentadue milioni che la compongono. Non v'è slancio possibile per la Francia se non si rinnovellano gli uomini, i sistemi e le cose; se non si commuove la gioventù con la gloria, e il popolo con una vasta idea d'incremento e d'utile gigantesco. Ma la gloria de' giovani sta nel grido che i loro padri bandirono al mondo: guerra ai re! libertà e pace ai popoli! E l'incremento che può sommuovere la nazione è riposto nella fratellanza colle nazioni confinanti, nell'unità d'interessi collocata su basi perpetue, nel predominio politico consecrato dalla vittoria e dalla riconoscenza dei beneficî prestati. Quindi la necessità di chiamare il popolo e la gioventù ad una parte più attiva nella somma delle cose; quindi inevitabilmente un ritorno, se non alle forme, almeno allo spirito repubblicano. E quando, spinti dall'impulso di diffusione inerente allo spirito repubblicano, costretti dal prepotente interesse di guerra, gli eserciti francesi varcheranno l'Alpi ed il Reno; quando lo stendardo tricolore s'affaccierà alle vostre contrade promettendo rapida e intera quella libertà che voi avrete lasciato intravvedere soltanto da lungi, che farete voi, Sire? Darete voi allora come dono regale ciò che i popoli insorti potranno ritorvi coll'armi? O condurrete gli schiavi a combatter co' popoli, colla Francia, col secolo? Sire, guardate al 1798; e la libertà era allora in Italia opinione d'individui; ora è passione di moltitudini; la libertà sorgeva nuova a tutti, incognita a molti, sospetta a quanti, nati, educati sotto condizioni contrarie, aborrivano da un mutamento, a cui non potevano nè sapevano partecipare: ora è sospiro di mezzo secolo, idea famigliare, cresciuta, radicata negli animi per studî, per educazione paterna, e memorie dei primi anni, pensiero rinfiammato dalla vendetta, santificato dal martirio di mille forti, dal gemito di mille madri.
Riassumete, Sire! voi siete a tale, che il sistema del terrore vi uccide, dichiarandovi infame; ed il sistema delle concessioni v'uccide, svelandovi debole; siete a tale, che non potete durare esecrato, nè cader grande.
Sire! sono queste le sole vie che vi avanzano? Siete voi tale da non poter mietere che l'odio o il disprezzo?
E' v'ha una terza via, Sire, che conduce alla vera potenza e alla immortalità della gloria. V'ha un terzo alleato più sicuro e più forte per voi che non sono l'Austria e la Francia. E v'ha una corona più brillante e sublime che non è quella del Piemonte, una corona che non aspetta se non l'uomo abbastanza ardito per concepire il pensiero di cingerla, abbastanza fermo per consecrarsi tutto alla esecuzione di siffatto pensiero, abbastanza virtuoso per non insozzarne lo splendore con intenzioni di bassa tirannide.
Sire! non avete mai cacciato uno sguardo, uno di quegli sguardi d'aquila che rivelano un mondo, su questa Italia, bella del sorriso della natura, incoronata da venti secoli di memorie sublimi, patria del genio, potente per mezzi infiniti, ai quali non manca che unione, ricinta di tali difese che un forte volere e pochi petti animosi basterebbero a proteggerla dall'insulto straniero? E non avete mai detto: la è creata a grandi destini? non avete contemplato mai quel popolo che la ricopre, splendido tuttavia malgrado l'ombra che il servaggio stende sulla sua testa, grande per istinto di vita, per luce d'intelletto, per energia di passioni, feroci o stolte, poichè i tempi contendono l'altre, ma che sono pur elementi dai quali si creano le nazioni; grande davvero, poichè la sciagura non ha potuto abbatterlo e togliergli la speranza? Non v'è sorto dentro un pensiero: traggi, come Dio dal caos, un mondo da questi elementi dispersi; riunisci le membra sparte e pronuncia: È mia tutta e felice; tu sarai grande siccome è Dio creatore e venti milioni d'uomini esclameranno: Dio è nel cielo e Carlo Alberto sulla terra?
Sire! voi la nutriste cotesta idea; il sangue vi fermentò nelle vene quando essa vi si affacciò raggiante di vaste speranze e di gloria; voi divoraste i sonni di molte notti dietro a quell'unica idea; voi vi faceste cospiratore per essa. E badate a non arrossirne, Sire! Non v'è carriera più santa al mondo di quella del cospiratore che si costituisce vindice dell'umanità, interprete delle leggi eterne della natura. I tempi allora furono avversi; ma perchè dieci anni e una corona precaria avrebbero distrutto il pensiero della vostra gioventù, il sogno delle vostre notti? Dieci anni e una corona avrebbero ricacciata nel fango l'anima che passeggiava sui re dell'Europa? Onta a voi! La posterità perdona ogni cosa a un re fuorchè la viltà; e che cosa è l'uomo che può esser grande e non è? Quel concetto, Sire, è pur sempre il maggior titolo, l'unico forse che voi abbiate alla stima degli uomini italiani; e voi rinneghereste la parte che aveste in esso? Tutta l'Italia non sarebbe che illusa? E mentre ognuno crede che Carlo Alberto ambisce d'essere da più degli altri uomini, non avrebbe egli ambito che pochi anni di trono prima del tempo? Per Dio, Sire, che i dominatori de' popoli abbiano ad esser diseredati dalla natura di tutte quante le generose passioni? Che un cuore di re non abbia a battere mai per quanto fa battere i cuori delle migliaja? Che il sole d'Italia non abbia a fecondare di affetti magnanimi che petti di cittadini! Che i tiranni stranieri abbiano soli accarezzata per secoli quest'idea e l'accarezzino tuttavia, un principe italiano non mai!
Sire! se veramente l'anima vostra è morta a' forti pensieri, se non avete, regnando, altro scopo che di trascinarvi nel cerchio meschino de' re che vi han preceduto, se avete anima di vassallo, allora rimanetevi: curvate il collo sotto il bastone tedesco e siate tiranno; ma tiranno vero, perchè un sol passo che accenniate di muovere al di là dell'orma segnata, vi fa nemica quell'Austria che voi temete. L'Austriaco diffida di voi; ma cacciategli ai piedi dieci, venti teste di vittime; aggravate le catene sugli altri; pagategli colla sommissione illimitata il disprezzo di che dieci anni addietro vi abbeverò! Forse il tiranno d'Italia dimenticherà che avete congiurato contro di lui: forse concederà che gli serbiate per alcuni anni la conquista, ch'ei medita dal 1814 in poi.
Che se leggendo queste parole, vi trascorre l'anima a quei momenti, nei quali osaste guardare oltre la signoria di un feudo tedesco; se vi sentite sorger dentro una voce che grida: tu eri nato a qualche cosa di grande; oh! seguitela quella voce; è la voce del genio; è la voce del tempo che v'offre il suo braccio a salire di secolo in secolo alla eternità; è la voce di tutta Italia, che non aspetta se non una parola, una sola parola, per farsi vostra.
Proferitela questa parola!
L'Austria vi minaccia i dominî, minaccia Italia intera colle pretese, colle congiure e cogli eserciti accumulati; a ingojarvi essa non attende che un'occasione.
La Francia vi minaccia coll'energia delle moltitudini, colla diffusione dei principî, coll'azione delle sue società, colla necessità prepotente che, spingendola un dì o l'altro alla guerra, la caccierà nel bivio o di perire o di eccitare i popoli alle insurrezioni, ed appoggiarle coll'armi.
L'Italia vi minaccia col furore di libertà che la investe, col grido delle infinite vittime, coll'ira delle promesse tradite, colle associazioni segrete che han due volte tentata la libertà della patria, che proseguono all'ombra, che nessuna forza può spegnere.
Sire! respingete l'Austria,—lasciate addietro la Francia,—stringetevi a lega l'Italia.
Ponetevi alla testa della nazione e scrivete sulla vostra bandiera: Unione, Libertà, Indipendenza! Proclamate la santità del pensiero! Dichiaratevi vindice, interprete de' diritti popolari, rigeneratore di tutta l'Italia. Liberate l'Italia dai barbari! Edificate l'avvenire! Date il vostro nome ad un secolo! Incominciate un'era da voi: siate il Napoleone della libertà italiana! L'umanità tutta intera ha pronunciato: i re non mi appartengono; la storia ha consecrato questa sentenza coi fatti. Date una mentita alla storia e all'umanità: costringetela a scrivere sotto i nomi di Washington, e di Kosciusko, nati cittadini: v'è un nome più grande di questi; vi fu un trono eretto da venti milioni di uomini liberi che scrissero sulla base: A Carlo Alberto, nato re, l'Italia rinata per lui!
Sire! La impresa può riescir gigantesca per uomini che non conoscono calcolo se non di forze numeriche, per uomini che, a mutar gl'imperi, non sanno altra via, che quella di negoziati e d'ambascerie. È via di trionfo sicuro, se voi sapete comprendere tutta intera la posizione vostra, convincervi fortemente d'esser consecrato ad un'alta missione, procedere per determinazioni franche, decise ed energiche. L'opinione, Sire, è potenza che equilibra tutte le altre. Le grandi cose non si compiono coi protocolli, bensì indovinando il proprio secolo. Il segreto della potenza è nella volontà. Scegliete una via, che concordi col pensiero della nazione, mantenetevi in quella inalterabilmente; siate fermo e cogliete il tempo: voi avete la vittoria in pugno.
I Polacchi, Sire, hanno insegnato al mondo la potenza d'un popolo che combatte per l'esistenza politica e la libertà. Suscitate l'entusiasmo, e anche i sudditi vostri diverranno Polacchi. Cacciate il guanto all'Austriaco, e il nome d'Italia nel campo: quel vecchio nome d'Italia farà prodigi. Fate un appello a quanto di generoso e di grande è nella contrada. Una gioventù ardente, animosa, sollecitata da due passioni onnipotenti, l'odio e la gloria, non vive da gran tempo che in un solo pensiero, non anela che al momento di tradurlo in azione: chiamatela all'armi. Ponete i cittadini a custodia delle città, delle campagne, delle vostre fortezze. Liberato in tal guisa l'esercito, dategli il moto. Riunite intorno a voi tutti coloro che il suffragio pubblico ha proclamati grandi d'intelletto, forti di coraggio; incontaminati d'avarizia e di basse ambizioni. Ispirate la confidenza nelle moltitudini, rimovendo ogni dubbiezza intorno alle vostre intenzioni, e invocando l'ajuto di tutti gli uomini liberi.
Gli uomini liberi, Sire, in Italia son molti; hanno pur potenza, confessatelo, di farvi tremare sul trono; hanno potenza di rovesciare tutti quei troni che non s'appoggiano sulle bajonette straniere. Caddero, Sire, ma voi sapete il perchè: caddero traditi, venduti, perchè lottavano coi governi, e combattevano coll'armi de' generosi, e colla innocenza della virtù, mentre i governi pugnavano coll'oro, colle seduzioni, colla perfidia, coll'arti inique del delitto nascosto. Caddero perchè mancanti di capi che reggessero coll'influenza d'un nome l'impresa, e la facessero legittima agli occhi del volgo. Or che sarebbe quando tutti gli ostacoli si mostrassero calcolati ed aperti, quando essi non avessero a contrastar col potere, bensì a riunirsi con esso? Che sarebbe quando tutti vi si annodassero intorno, quando tutti usassero la loro influenza a pro vostro, quando tutti vi cacciassero ai piedi le loro vite per pagarvi del beneficio d'aver creata un'idea sublime, d'aver somministrato all'universo un nuovo tipo di grandezza, la virtù sul trono? Sire! a quel patto noi ci annoderemo d'intorno a voi: noi vi profferiremo le nostre vite: noi condurremo sotto le vostre bandiere i piccoli Stati d'Italia. Dipingeremo ai nostri fratelli i vantaggi che nascono dall'unione: provocheremo le sottoscrizioni nazionali, i doni patriotici: predicheremo la parola che crea gli eserciti, e, dissotterrate le ossa de' padri scannati dallo straniero, condurremo le masse alla guerra contro i barbari come a una santa crociata. Uniteci, Sire, e noi vinceremo, perocchè noi siam di quel popolo, che Bonaparte ricusava di unire perchè lo temeva conquistatore di Francia e d'Europa.
Questo faremo; ma voi, Sire, non ci mancate all'impresa: nel sapere scegliere il momento è riposta la somma delle cose; ed ora è il momento: ora che la Russia spossata da una lotta sanguinosa, travagliata negli eserciti dalle opinioni e da' morbi, screditata in faccia all'Europa, ha d'uopo rifarsi col riposo e riordinarsi:—ora che la Prussia è agitata da terrori di sommosse all'interno, e costretta a serbar le sue forze per una guerra che un colpo di fucile belgico può rompere da un momento all'altro:—ora che l'Inghilterra è condannata all'inerzia, finchè non sia consumata la gran lite della potenza popolana e della feudale aristocrazia. E la nazione francese è per voi. Or che temete? Il Tedesco? gridategli guerra: ardite guardar da vicino questo colosso, composto di parti eterogenee, minato in Galizia, nella Ungheria, nella Boemia, nel Tirolo, nella Germania; e che non è forte se non dell'inerzia, e perchè altri è debole. Gridategli guerra e assalite: l'assalitore ha immenso vantaggio sul suo nemico. Una voce ai vostri, una voce alla Lombardia, e avanzatevi rapidamente. Là nella terra lombarda hanno a decidersi i fati dell'Italia, ed i vostri: nella terra lombarda, che non aspetta se non un reggimento ed una bandiera per levarsi in massa: nella terra lombarda che divorerà i suoi nemici come a' tempi di Federigo e triplicherà il vostro esercito! Ma siate forte e deciso: rinnegate i calcoli diplomatici, gl'intrighi de' gabinetti, le frodi dei patti. La salute per voi sta sulla punta della vostra spada. Snudatela e cacciatene la guaina. Fate un patto colla morte e l'avrete fatto colla vittoria.
Sire! e' m'è forza il ripeterlo: Se voi non fate, altri faranno e senza voi, e contro voi. Non vi lasciate illudere dal plauso popolare che ha salutato il primo giorno del vostro regno: risalite alle sorgenti di questo plauso, interrogate il pensiero delle moltitudini: quel plauso è sorto, perchè, salutandovi, salutavano la speranza, perchè il vostro nome ricordava l'uomo del 1821: deludete l'aspettazione; il fremito del furore sottentrerà ad una gioja che non guarda se non al futuro. Oggimai la causa del dispotismo è perduta in Europa. La civiltà è troppo oltre, perchè l'insania di pochi individui possa farla retrocedere. I re della lega lo intendono, ma son troppo in fondo per poter risalire. Essi lottano disperatamente col secolo e il secolo li affogherà. Han detto: chi nacque tiranno, morrà tiranno: e sia: vissero paurosi e colpevoli, morranno esecrati e rejetti. Ma voi, Sire, siete vergine di delitto regale: siete degno ancora d'interpretare il voto del secolo. Davanti al voto del secolo che la grand'anima sua intravedeva, impallidiva Napoleone quando il diciotto brumajo lo costituiva in contrasto colla libertà nella sala de' Cinquecento. Fu l'unica volta che Napoleone impallidì: ma pochi anni dopo, egli commentava dolorosamente nell'isola di Sant'Elena quel pallore, proferendo le memorande parole: j'ai heurté les idées du siècle, et j'ai tout perdu.
Sire! per quanto v'è di più sacro, fate senno di quelle parole. Volete voi morir tutto e vilmente? La fama ha narrato che nel 1821 uno schiavo tedesco insultò al principe Carlo Alberto fuggiasco, salutandolo re d'Italia. Quell'onta, Sire, vuol sangue. Spargetelo in nome di Dio, e lo scherno amaro ripiombi sulla testa de' nostri oppressori. Prendete quella corona: essa è vostra, purchè vogliate.
Attendete le solenni promesse.—Conquistate l'amore de' milioni. Tra l'inno de' forti e dei liberi, e il gemito degli schiavi, scegliete il primo. Liberate l'Italia dai barbari e vivete eterno!
Afferrate il momento.
Un altro momento, e non sarete più in tempo. Rammentate la lettera di Flores-Estrada a re Ferdinando; rammentate quella di Potter a Guglielmo di Nassau!
Sire! io v'ho detto la verità. Gli uomini liberi aspettano la vostra risposta nei fatti. Qualunque essa sia, tenete fermo che la posterità proclamerà in voi—il Primo tra gli uomini, o l'Ultimo de' Tiranni Italiani.—Scegliete! (1831).
Un Italiano.
La lettera, pubblicata in Marsiglia, entrò in Italia in piccolo numero d'esemplari indirizzati, dacchè io non aveva allora altri modi, in via epistolare e per posta a uomini ch'io non conosceva se non di nome, in diverse città dello Stato Sardo. La violazione delle lettere non v'era ancora, come fu poi, ridotta a sistema. Ma tre o quattro ristampe clandestine la diffusero poco dopo per ogni dove. Il re l'ebbe e la lesse. Non andò molto che una Circolare governativa spedita a tutte le autorità di frontiera dava i miei connotati, perchè, s'io mai tentassi introdurmi, fossi imprigionato senz'altro. S'avveravano le previsioni del Libri.
Lo scritto intanto era accolto dai giovani con favore, indizio ch'io parlando dichiaratamente d'Unità di Patria trovava un'eco nell'anime incerte, inconscie fin allora delle loro tendenze ingenite. Raccolsi quell'indizio con vera gioja. Era il primo conforto ad osare. L'Unità, comechè presentita di secolo in secolo da taluni fra i nostri Grandi, era, era sul campo della politica pratica, ciò che gli uomini battezzano, sorridendo, del nome utopia. Nessuno la sospettava possibile. La parte più illuminata della vecchia emigrazione era universalmente federalista. Nè credo che da Melchiorre Gioja in fuori in un libriccino dimenticato, un solo degli scrittori politici sorti in Italia nel periodo dell'invasione francese contemplasse l'unità politica della patria comune. Miravano a una lega di Stati. E d'altra parte la questione di libertà preoccupava più assai le menti che non quella della Nazione. Or dove mai può essere libertà dove la forza non l'assecura? E da qual principio può scendere un'associazione di liberi se non dai diritti dell'individuo o dal principio d'una comune missione fidata da Dio a tutti quanti i figli d'una stessa terra? A me la dottrina dei diritti, dottrina americana, inglese, francese del XVIII secolo, pareva fin d'allora metà del problema, e impotente tanto a fondare Governo vero quanto a promovere l'Educazione progressiva dei Popoli.
Le illusioni fondate su Carlo Alberto sfumavano rapidamente davanti a' primi suoi atti. E' non aveva neppure decretato il richiamo degli esuli che avevano giurato con lui, molti de' quali erano stati trascinati nella congiura del 1821 dal solo suo nome e parecchi gli erano stati ajutanti, compagni, amici. Ripensai, interrogai prima di decidere. Carlo Bianco, col quale io viveva allora in Marsiglia, mi comunicò l'esistenza d'una società segreta capitanata da lui sotto l'alta direzione di Buonarroti chiamata degli Apofasimèni. Era un ordinamento militare complesso di simbolismo, giuramenti e gradi molteplici che uccidevano colla disciplina l'entusiasmo del core, sorgente d'ogni grande impresa; e mancava inoltre d'un principio morale predominante. Ora, io non concepiva una Associazione se non come educatrice a un tempo e insurrezionale. L'armonia fra il pensiero e l'azione signoreggiava in me ogni concetto. E finalmente i moti del Centro erano, nel mio modo di vedere, un colpo mortale alla supposta vitalità dell'Associazione. O gli Apofasimèni, io diceva a Bianco, si frammisero ad essi, e sono a quest'ora esuli, dispersi o noti; o si tennero in disparte, ed è prova che non erano forti. Più dopo, conobbi alcuni dei capi, un Berardi, parmi, di Bagnacavallo tra gli altri: erano inetti o, come quest'ultimo, spie.
L'esistenza o no d'altra società non era del resto cagione di dubbiezze per me: m'era chiaro che dopo una disfatta come quella dell'insurrezione del Centro d'Italia, non esisteva possibilità di successo se non per un lavoro rifatto di pianta con elementi non noti e giovani. Ma si trattava di ben altro. Si trattava di tentar d'avviare l'educazione morale d'un popolo: si trattava di cercare non solamente che l'Italia fosse, ma che sorgesse grande, forte, degna delle sue glorie passate e colla coscienza della sua missione futura. E tutte le mie convinzioni erano diametralmente opposte alle tendenze predominanti. L'Italia era materialista, machiavellizzante, credente nella iniziativa francese, tendente a emanciparsi e migliorare le proprie condizioni nei diversi suoi Stati più che a ricomporsi in Nazione, poco curante dei principî supremi e presta ad accettare ogni forma di reggimento, ogni ajuto, ogni uomo che promettesse sottrarla ai suoi patimenti immediati. Io credeva, allora più per istinti che per dottrina, che il problema dell'oggi fosse problema religioso e tutti gli altri gli fossero secondi. Ciò ch'altri chiamava teorica di Machiavelli non era per me che Storia e Storia d'un periodo di corruttela e decadimento che bisognava sotterrar col passato. Mi fremeva dentro il pensiero dell'iniziativa Italiana e a ogni modo io sentiva che non si risorge senza fede in sè, e che quindi bisognava prima d'ogni altra cosa distruggere la servile soggezione all'influenza francese. E per questo era mestieri mover guerra all'idolatria degli interessi immediati e sostituirle il culto dei principî, del Giusto, del Vero, e convincer l'Italia che il sagrificio e la costanza nel sagrificio erano le sole vie per le quali conseguirebbe, quando che fosse, vittoria.
La Carboneria—traduco qui alcune pagine[5] ch'io scrissi per gli Inglesi nel 1839, perchè compendiano lo idee che mi s'affaccendavano nella mente allora e mi determinarono a fondare la Giovine Italia—la Carboneria m'appariva come una vasta associazione liberale, nel senso attribuito a quel vocabolo in Francia sotto la monarchia di Luigi XVIII e di Carlo X, efficace a diffondere lo spirito d'emancipazione, ma condannata dall'assenza d'una fede positiva, determinata a mancare di quella potente unità, senza la quale riesce impossibile il trionfo pratico d'ogni difficile impresa. Sorta, in sul maturarsi della caduta d'una gigantesca ma tirannica unità, l'unità napoleonica, tra i frammenti d'un mondo, tra giovani speranze e vecchie pretese a contrasto, tra presentimenti tuttavia mal definiti di popolo opposto ai ricordi d'un passato che i Governi si preparavano a dissotterrare, la Carboneria aveva portato l'impronta di tutti quei diversi elementi e si era affacciata in dubbia attitudine nel crepuscolo diffuso in quel periodo di crisi su tutta Europa. La protezione regia incontrata al suo nascere e finchè s'era sperato in essa uno stromento di guerra contro la Francia Imperiale, aveva più sempre contribuito a comunicare all'Istituzione quella incertezza di moti che sviava gli animi dalla vera idea nazionale[6]. Vero è ch'essa aveva, tradita, respinto poi quel giogo da sè; ma serbando inconscia taluna fra le antiche abitudini e segnatamente una fatale tendenza a cercar capi nell'alte sfere sociali e a considerare la rigenerazione Italiana come parte più degli ordini superiori che non del popolo, principale operatore delle grandi rivoluzioni. Ed era errore vitale, inevitabile bensì ad ogni consorteria politica alla quale manchi una salda religiosa credenza in un vasto e fecondo principio, bandiera suprema su tutti eventi. Or siffatto principio mancava alla Carboneria. Essa non aveva per arme che una semplice negazione: chiamava gli uomini a rovesciare, non insegnava il come s'inalzerebbe sulle rovine dell'antico il nuovo edifizio. Esaminando il problema, i Capi dell'Ordine avevano trovati tutti gli Italiani concordi sulla questione d'Indipendenza, non su quella dell'Unità Nazionale o sul modo d'intendere la Libertà. Impauriti dalle difficoltà e incapaci di scegliere risolutamente tra i diversi partiti, s'appigliarono a una via di mezzo e scrissero sulla bandiera Indipendenza e Libertà; di definire il come dovesse intendersi e provocarsi la Libertà non curarono: il paese, dicevano—e il paese era per essi nell'alte classi della società—deciderebbe più tardi. La parola unione fu similmente sostituita alla parola Unità, e il campo lasciato aperto ad ogni possibile ipotesi. D'eguaglianza non facevano motto o richiesti ne parlavano con modi sì incerti che ogni uomo poteva a seconda delle proprie tendenze interpretarla politica, civile, o semplicemente cristiana. Così senza porgere soddisfacimento ai dubbî che agitavano le menti, senza dire a quei ch'essa chiamava a combattere quale programma potrebbero offrire al popolo che doveva secondarli, la Carboneria s'era data ad affratellare. E aveva trovato in tutte le classi copia d'adepti, perchè in tutte era copia di malcontenti ai quali non si chiedeva se non di prepararsi a distruggere la condizione di cose esistenti e perchè il profondo mistero ond'erano ravvolti i menomi Atti della Setta affascinava la fantasia oltremodo mobile degli Italiani. Il presentimento delle esigenze di quella moltitudine d'affratellati ripartiti fra le spire della intricata molteplice gerarchia suggeriva l'adozione di numerosi, strani, incomprensibili simboli che celassero il vuoto delle dottrine; poi l'ingiunzione d'una cieca obbedienza ai cenni di capi invisibili. Ma era difesa contro quelle esigenze, più che mezzo d'azione; e però l'esecuzione delle prescrizioni procedeva fiacca e a rilento. La severità della disciplina era men di fatti che di parole.
La forza numerica della Società aveva a ogni modo raggiunto un grado di potenza ignoto a quante altre associazioni vennero dopo. Ma la Carboneria non aveva saputo trarne partito. Diffusa nel popolo, non aveva fede in esso: non lo cercava per condurlo dirittamente all'azione, ma per attirare con quell'apparato di forze gli uomini d'alto rango nei quali solamente essa riponeva fiducia. L'ardore dei giovani affratellati che sognavano patria, repubblica, guerra e gloria davanti all'Europa era fidato alla direzione d'uomini vecchi d'anni, imbevuti dell'idea dell'Impero, freddi, minuziosi, diseredati d'avvenire e di fede, che lo ammorzavano invece di suscitarlo. Più dopo, quando il numero gigantesco degli affigliati e la impossibilità di serbare più a lungo il segreto la convinsero che bisognava operare la Carboneria, aveva sentito il bisogno d'una unità più potente, e non sapendo trovarla in un principio, s'era data a cercarla in un uomo, in un principe. Ed era stata la sua rovina.