VII.

Venne la crisi di Francia e l'usurpazione del dicembre, provocata dalla falsa tattica che avvertiva il nemico d'una condanna a giorno determinato, senza togliergli i mezzi di prevenirla, e accettata codardamente dai più, per cagioni ch'io vedeva da lungo tempo operare a traviare e dissolvere la parte repubblicana, e che un Manifesto del Comitato Nazionale additò agli Italiani. La rivoluzione del 1848 aveva tradito il concetto europeo, che solo poteva procurarle consecrazione e trionfo. Guidate da uomini di poco cuore, di non largo intelletto e di meschina insistente ambizione, le sétte socialistiche avevano falsato, per entro a sistemi pomposi di forme, vuoti o assurdi nella sostanza, il vasto Pensiero Sociale che appartiene ai migliori di tutta Europa. Diseredati di sintesi e di aspirazione, servi a mezzo il secolo nostro di Bentham e dei materialisti dell'ultimo secolo, i più tra i Francesi avevano, con una falsa definizione della vita, la ricerca del benessere, insegnato al paese il culto della materia e soffocato il nobile istinto di sagrificio che ispirò le più belle pagine della storia di Francia. Un'analisi dissolvente e rissosa aveva ministrato a invidie meschine di più meschino dominio e logorando ad una ad una le migliori riputazioni, aveva rotta ogni unità del partito; la paura, esagerata ad arte, della dittatura di una idea, aveva preparato la dittatura della forza cieca; la foga demagogica di libertà che rifiuta ogni ordinamento, ogni associazione, ogni capo, non avea lasciato che individui e anarchia a fronte d'una fazione ordinata. Pareva che la Provvidenza avesse voluto insegnare praticamente all'Italia la necessità d'unificazione, d'ordinamento e di fiducia reciproca che noi andavamo predicando a tutti com'unica via di salute. E pareva, salendo in più alta sfera, che gl'italiani dovessero vedere patente, in quel fatto, la conferma di quello ch'io fin dal 1835 dichiarava a' Francesi ed a' nostri: che l'iniziativa della Francia in Europa era spenta, e che la via era aperta a ogni popolo per colmare il vuoto, davanti al quale l'Umanità s'arrestava pensosa ed incerta[55].

Per noi dunque, pel Partito Nazionale Italiano, quando non volesse smentire vilmente il linguaggio tenuto dal 1849 in poi, nulla era cangiato. La Francia non periva: espiava Roma; ma s'anche essa non avesse dovuto mai più risorgere, era debito del Partito il dire: Perisca la Francia: viva l'Europa! Due grandi quistioni s'agitavano infatti e s'agitano tuttavia in Europa: la questione sociale e la questione della Nazionalità. La Francia, che prima di noi seppe conquistarsi la più forte unità nazionale che sia; la Francia, libera di stranieri, poteva maturar dentro sè lentamente, attraverso una purificazione di dolori e di studî severi, l'esplicazione del problema sociale. Le Nazioni, oppresse, smembrate, negate dal Diritto Monarchico, contendevano per esistere. Spettava ad esse, alla loro Alleanza, l'iniziativa in Europa, perchè se la questione sociale può idealmente sciogliersi dai pensatori individui, nol può, nè lo potrà mai, praticamente, nella sfera dei fatti, se non quando, rifatta la carta d'Europa, un migliore e libero assetto conceda un'ampia scala alle applicazioni. E spettava, nell'Alleanza, l'iniziativa a quella tra le Nazioni che più delle altre avesse potenza di ferire il nemico al core; alla quale la tradizione storica insegnasse più che all'altre missione d'universalizzare la propria vita, e che raccogliesse fra tutte più larga messe di affetti, di simpatie e di fiducia in Europa. Era l'Italia. Sola l'Italia avea dentro sè la duplice rappresentanza dell'Autorità condannata, Papato ed Impero, Roma e Milano: sola potea levarsi e annunziare a un tratto all'Europa l'emancipazione dei corpi e delle anime, del Pensiero e dell'Azione. La vita d'Italia, nelle sue grandi epoche, fu sempre vita d'Europa: da Roma, dal Campidoglio e dal Vaticano, si svolge nel passato la storia dell'umana unificazione. Nè mai su terra d'Europa s'abbracciarono tanti affetti di riverenza, compianto e speranza, come su questa sacra terra Italiana, alla quale poeti, artisti, martiri del pensiero e del core, dimandano ricordi, ispirazioni e conforti. Pronti dunque a seguire lietamente la Francia, se mai, ridestata a un tratto, cacciasse la vergogna del bonapartismo da sè, attivi più che mai a secondare di ajuti la parte repubblicana, che in Parigi e altrove andava riordinandosi, fermammo tra noi di procedere innanzi nel lavoro italiano e di ripetere ai nostri: l'iniziativa europea può escir d'Italia come di Francia: s'altri non fa, fate voi. E fu la sostanza di quanto dicemmo in un Manifesto, escito due mesi o più dopo il 2 dicembre. Quel Manifesto rimane condanna inappellabile per chi, fra noi, si arretrò poi davanti a ogni concetto d'iniziativa italiana e disdice in oggi i compagni, i quali non hanno colpa, se non quella d'aver pensato quello che firmavano.

VIII.

Questa idea d'iniziativa italiana possibile, affacciata a ogni tanto da me agli uomini dell'interno, non era—e neppur dopo i mutamenti francesi—respinta teoricamente se non da pochi. Gli animi non s'erano affatto prostrati: parevano anzi, al cader della Francia, essersi ritemprati d'orgoglio italiano e di fede. Dalla sovversione della repubblica in Francia sino al finire dell'anno 1852, il lavoro preparatorio corse più ardito e più rapido, come di chi sente cresciuti gli obblighi. Da due punti d'Italia, ambi importanti, ebbi proposta di movimento immediato: da uno tra i due, con rimprovero al continuo indugiare e minaccia d'andar oltre, anche senza l'assenso del Comitato. Accusato io sempre, da chi afferma, inonestamente, ciò che non sa, di volere e promuovere azione a ogni patto, sconsigliai, pregando, insistendo perchè non si prorompesse in moti parziali prima d'essersi ottenuta certezza che sarebbero seguiti ove più importava, nel Lombardo-Veneto. Vivono, e liberi, gli uomini che proponevano e coi quali io discuteva le cagioni del mio rifiuto.

Senza l'azione iniziatrice o simultanea del Lombardo-Veneto, una insurrezione in Italia aveva ed avrà pur sempre pericoli centuplicati. E so che parecchi, pur d'accusare, accuseranno d'imprudenza queste mie parole, come s'io rivelassi al nemico i segreti del nostro campo: ma non ne curo: l'Austria non ha bisogno d'essere erudita da noi sull'importanza del Lombardo-Veneto, nè può crescer cautele o provvedimenti efficaci pel giorno in cui gli uomini di quella parte d'Italia vorranno intendere i loro obblighi e la loro potenza. Nel Lombardo-Veneto sta la chiave, il punto strategico dell'insurrezione italiana. Pel peso d'una tirannide efferata quanto l'Austriaca, per somma minore d'ostacoli, dacchè quella tirannide s'appoggia su forze nazionali per importanza militare di posizione, per materiale da guerra, ozioso in oggi e prezioso ad una impresa emancipatrice, Napoli dovrebbe, non v'ha dubbio, assumersi gli onori dell'iniziativa. Pur nondimeno—e dacchè, lo scrivo con dolore, Napoli sembra dimenticare la lunga splendida tradizione di martiri e di nobili tentativi ch'essa diede alla Patria comune—le migliori speranze del Paese accennano, siccome a Roma per l'idea, alle terre Lombarde per l'azione decisiva insurrezionale. Il nostro principale nemico è l'Austriaco: e il nemico s'assale dov'è, dove può ferirsi al core, per modo che non risorga. Napoleone marciava direttamente sulle Capitali: la tattica dell'insurrezione dev'esser la stessa; tentar la vittoria dove una vittoria prostra e dissolve le forze nemiche e trascina con sè i risultati più generali. Una, non dirò vittoria, ma battaglia vera sulla terra Lombarda, e l'insurrezione di tutta Italia, son cose identiche; e però s'anche la battaglia volgesse a sconfitta, la riserva della insurrezione avrebbe campo a ordinarsi nel centro e nel mezzogiorno: il nemico, indebolito, spossato dalla battaglia, collocato sopra un terreno vulcanico fumante e presto a riardere, mal potrebbe operare contr'essa. Ma una vittoria, tronca a un tratto dalla sua base la lunga linea, che il nemico spinge sino a Foligno e impedisce il concentramento: forse, se decisiva e compita in alcuni punti importanti, separa dalla loro vera primitiva base d'operazioni tutte quante le forze nemiche. Ma vittoria siffatta non s'ottiene se, come dissi, il moto non procede e non prorompe almeno simultaneo al sorgere dell'altre parti d'Italia. Ogni altro moto è annunzio all'Austriaco; e se gli è dato tempo per farsi forte sui punti strategici, per incatenare le città col terrore o, se occorre, prepararsi a sgombrarle e cingerle dal di fuori, la guerra Italiana potrà conquistare la Lombardia; l'insurrezione sarà impossibile o inefficace.

Per queste ragioni; spronato da quelle proposte; spronato anche da frequenti disegni ed annunzi dei repubblicani francesi, annunzi ch'io doveva—e questo pure mi venne apposto da molti—quasi per ufficio di scolta e senza che s'avesse diritto di farmene mallevadore, trasmettere ai nostri; io mi diedi a esplorare più attento la Lombardia.

L'odio all'Austriaco e il desiderio d'emancipazione v'erano universali; ma quanto ai modi, alle speranze, al tempo, le opinioni variavano. V'erano i millenari della fazione regia, beati di calcoli innocenti sulla venuta del messia di Piemonte: pochi e nulli; invisi al popolo, che serba vive le memorie del 1848. V'erano i letterati dal progresso omiopatico, contenti di produrre di tempo in tempo, mozzato dalla censura, un articolo di gazzetta, sviati da qualche scritto di settarî francesi, socialisti pazienti, proudhonisti sommessi, tronfi di vedersi a stampa, e rassegnati alla parte più misera ch'io mi sappia, quella di pedanti sotto il bastone: pochissimi e ignoti al popolo. Ma al di sopra di queste e d'altre minute frazioni, vivevano, fremevano, italiani e repubblicani, i giovani d'ogni classe, maggioranza assoluta in paese, stretta nelle tendenze generali alla nostra fede, e senza speranza fuorchè nella rivoluzione d'Italia e d'Europa. Molti bensì tra loro, i più forse, si mostravano titubanti, tentennanti sul come: consentivano nel fine, si dichiaravano incerti, sfiduciati sui mezzi: non mancava ad essi il core, mancava l'intelletto della rivoluzione.

Dichiaro io qui, prima d'andar oltre—e desidero che questa mia dichiarazione non sia dimenticata fuorchè dagli uomini di malafede, gazzettieri dell'Opinione e siffatti, dai quali è bello l'essere calunniati—ch'io non alludo a una classe intera, come non alludo a una sola città. Del vizio ch'io noto son tocche Ancona, Bologna, Firenze come Milano, e non esclusivamente le classi che chiamano medie, ma frazioni importanti di tutte classi, dal patriziato fino agli uomini che vivono col lavoro delle loro braccia. Ventura somma è per noi che non s'agitino in Italia, come in Francia o in Inghilterra, odii o distinzioni di classi, e che un governo Nazionale possa, quando che sia, provvedere ai diritti del povero, e sciogliere quetamente i più ardui problemi sociali, senza trapassare tutto quel trambusto, pregno di sangue e risse civili, che sotto nome usurpato di socialismo minaccia oltr'Alpi di convertire la santa dottrina d'associazione in rapina, e la nostra fede di libero progresso e d'amore in tirannide d'egoismo ordinario. La comune oppressione ha generato fratellanza comune: il prete cattolico e il pensatore, il proprietario e il popolano hanno segnato col loro sangue sul palco un patto, che l'anime hanno raccolto e che manterranno nei giorni di redenzione. Ma da tutte le classi, e segnatamente dov'è mezza scienza, s'è formata, dopo il 1849, una setta di giovani, vecchi a venticinque anni, e scettici pur colle sacre parole della fede italiana sul labbro, che hanno smarrito tra i sofismi di un raziocinio di terza sfera ogni potenza d'intuizione e intisichito l'entusiasmo tra le anatomie d'una analisi, senza lume di sintesi che la diriga: li diresti i primi cristiani intesi a fondare il mondo novello colla triste dialettica dei Greci del Basso Impero. Io mi trovava innanzi, dopo i dottrinarî monarchici del 1848, i dottrinari repubblicani. Dovea, dopo i tanti, toccarmi il dolore senza nome di veder morta in quattro anni nella vita dell'anima mezza una generazione di giovani amici, che avevano dalle barricate Lombarde, dalle lagune Venete, dai bastioni di Roma, bandito all'Europa, tra il plauso e le speranze dei popoli, che l'Italia aveva finalmente riconquistato la coscienza delle proprie forze.

Erano popolo allora; avean fede in esso, potenza sovr'esso e vincevano. Da quei momenti di ispirazione, di comunione coll'avvenire d'Italia, di suprema unità tra le facoltà della mente e del core, è scesa l'aureola che incorona a parecchi tra loro la fronte, che additava ai nostri affetti i migliori tra gli apostoli della Patria, e che rende oggi più intenso il nostro dolore. Oggi, il guardo semispento, il sorriso arido dell'incredulo, le braccia pendenti a sconforto, accusano la mente adombrata di formole, la vita smembrata, illanguidita fra piccoli sistemi e piccoli calcoli, e la fiamma dei forti pensieri, la fiamma che illumina e crea, spenta o vicina a spegnersi sotto influenze estranee, spregevoli; forse, per molti, sotto il freddo alito inavvertito dell'egoismo. Prima loro piaga è l'orgoglio; non l'orgoglio che a me, incanutito, rigonfia l'anima giovane tuttavia, l'orgoglio del nome e dell'avvenire italiano, l'orgoglio del guanto gittato solennemente da noi a quanti s'adoprano a tenerlo prostrato nel fango, ma l'orgogliuzzo dell'io, l'orgogliuzzo saccente, cresciuto su qualche pagina di Jomini o di Machiavelli; l'orgogliuzzo che, senza attentarsi di guidare, s'irrita all'idea di seguire, che arrossisce, quasi côlto in fallo, quando il core s'è sollevato, memore a una parola d'entusiasmo e di fede; che rinnega le grandi speranze e le ispirazioni d'azione mormorate al loro orecchio dal Dio dell'Italia, quando l'anima loro era vergine, più potente d'intuizione e migliore che oggi non è. Seconda piaga è l'inaridirsi in una atmosfera artificiale di libri e d'uomini, morti senza scendere a ritemprarsi tra il popolo sul quale lo istinto non allacciato da erudizioni, e l'amore e l'odio versano più gran parte di verità che non sul gabinetto del letterato. Non lo studiano, non lo conoscono, e ne diffidano. E mi dicevano ch'io m'esagerava le tendenze e le capacità delle moltitudini, alle quali, senza eccitamento di eventi stranieri e insurrezioni di mezza Europa, sarebbe stato impossibile persuadere d'entrar nella lotta.

Interrogai, non per convincermi, ma per convincerli, le moltitudini.

Non dirò il come; e ognuno intende il perchè. Ma affermo solennemente e come s'io parlassi a Dio stesso, che dal popolo, esplorato interrogato in tutte le frazioni che lo compongono, non escì che una sola risposta: azione, azione immediata: date chi guidi, agiremo tutti. Non chiedevano di Francia o d'altro; non numeravano l'armi; un ferro, dicevano, ci darà un fucile. La tradizione delle Cinque giornate vive venerata ed intatta nel petto dei popolani e la coscienza delle forze italiane con essa. Un patto di patria vendetta annoda senza forme, in un solo concetto, in una sola speranza, tutta una popolazione. L'Austria può spegnere infamemente a sua posta: se i consiglieri dell'imperatore non trovano modo di verificargli il voto che faceva Nerone, il vulcano eromperà un dì o l'altro a sotterrargli carnefici, battaglioni ed Impero. E potrei citare, per onore al popolo e documento di progresso operato in esso, prove di segreti fidati a centinaja, e tuttavia inviolati, più eloquenti che non tutte le prove d'ardire e coraggio indomato date dai pochi che agirono.

Questi ragguagli furono dati da me e da altri alla classe d'uomini, dei quali io parlava poc'anzi, e che dovrebbero esser guida nell'impresa patria alla inesperienza dei popolani. E allora, dacchè quella prima obbiezione spariva, sorsero, delusione amarissima a me che stimava ed amava quegli uomini come legione sacra nel nostro campo, dubbiezze d'ogni maniera, opposizioni che tradivano una codardia morale strana in chi aveva affrontato e affronterebbe anche oggi, non v'ha dubbio, la morte in una posizione o sopra una barricata, purch'altri avesse iniziato la guerra. Dicevano le condizioni politiche d'Europa avverse; numeravano i gabinetti ostili all'emancipazione d'Italia: registravano i reggimenti austriaci, prussiani, russi; e chiedevano dov'erano i nostri. Dei popoli dimenticavano perfin l'esistenza, delle questioni che pendono tremende fra i gabinetti non sapevano o non curavano; degli elementi di dissolvimento, esistenti innegabilmente in seno dell'esercito austriaco, non tenevan conto; della rapidità colla quale si erano pochi anni addietro ordinate forze in Italia, ovunque i capi avevano voluto ordinarle, non ricordavano cosa alcuna. Il problema posto per essi era una piccola minoranza d'uomini iniziatori di lotta sul terreno lombardo, l'Europa dei popoli immobile, e tutte le forze alleate del dispotismo, anzi della monarchia, dall'altro lato. Posto a quel modo, il problema era senz'altro deciso: se non che, il porlo a quel modo e dichiarare ch'essi non conoscevano addentro nè l'Italia, nè l'Europa dei popoli, nè quella dei re, tornava tutt'uno. Ammettevano, i più tra loro, la possibilità dell'insurrezione; s'arretravano, atterriti, davanti alla guerra che seguirebbe. Potevano, e non volevano. Il popolo sentiva di potere e voleva.

Il popolo si era commosso alle inchieste: commosso tanto più, quanto più era stato fino allora negletto. Il popolo, illuso anch'esso, non potea credere che gli uomini, i quali avevano da molti anni rifatto l'alfierianismo, ripetuto classicamente all'Italia gli acerbi rimproveri tradizionali nei nostri poeti da Dante fino a Leopardi, e predicato con me la necessità d'aver fede in sè, di liberarsi con armi proprie e di non guardare per ajuti oltre i nostri confini, potessero ritrarsi quando appunto gl'Italiani accennavano d'aver raccolto e di voler ridurre ad atto l'insegnamento. E si apprestava a combattere da sè, certo d'essere, dopo poche ore, seguito. Ed io pure era certo di questo. Ma posta una volta in chiaro la determinazione dei popolani, non dovevano quegli uomini fortificarla ora, priva d'ajuto, di consiglio o di direzione?

Sperammo che lo avrebbero fatto. Sperammo che ad essi non sarebbe bastato l'animo di starsi freddi spettatori dei preparativi del loro popolo, d'assistere come in un gioco, al trarre dei primi dadi, per vedere quanto corressero avverse o propizie le probabilità. L'altrui esitanza non mutava, a ogni modo, gli obblighi nostri; e, determinato dagli ultimi avvisi, lasciai Londra e toccai la frontiera d'Italia. Aurelio Saffi era partito già prima, ed altri dei nostri. Mattia Montecchi dissentiva allora da ogni tentativo, e rimase. Ad altri esuli, che partecipavano al nostro lavoro, non feci motto partendo, sì perch'io m'era fatto legge inviolabile di segreto con tutti, e sì, perch'io durava tuttavia incerto sulle ultime e irrevocabili decisioni.

E l'ultime irrevocabili decisioni furono prese in tempo così poco lontano dai fatti, ch'io, s'anche avessi voluto, non avrei avuto agio di avvertire, di consultare o convincere chi rimaneva. E questo io noto per l'Agostini. Usai del suo nome, il quale, come di segretario, non scemava nè cresceva gran fatto valore al proclama, perchè io l'aveva lasciato farneticante, al cospetto di tutti i nostri, per l'azione pochi giorni prima ch'io mi partissi, e stimai dargli prova d'amicizia e pegno d'onore firmando per lui. Duolmi il dover pensare che, se il tentativo avesse sortito buon esito, egli avrebbe raccolto grato quel pegno e ringraziato me della fede riposta in lui.

Scrivo quando gli uomini dell'interno potrebbero, s'io non parlassi il vero, smentirmi; scrivo agli Italiani che mi sanno, qualunque sia la loro opinione sul conto mio, ardito e sprezzatore quanto basta per dire, se fosse, mossero arrendendosi a un cenno mio: e aggiungo che s'io mai potessi falsare i fatti e cedere all'impulso di disdegno e di sfida generato nell'animo mio dal sozzo inveire che fu fatto contro di me, mi sentirei affascinato a dire quelle parole. Ma mi parrebbe di menomare l'importanza del tentativo e di sottrarre parte di lode ad un popolo ch'io ammiro, compiangendo chi non lo fa. Le decisioni furono prese all'interno: spontanee, e da uomini i quali credevano che la determinazione fatta irrevocabile bastasse, come dissi, a trascinar sull'arena i buoni dubbiosi. Più dopo, era tardi: il popolo era in fermento e disse: faremo da noi. M'era noto il disegno, e braccia di popolani bastavano a compirlo. Nondimeno, scrivendo e parlando, il mio linguaggio fu sempre, sino agli ultimi, questo: vi sentite tali da eseguire il disegno? siete convinti, colla mano sul core, di poter convertire la prima battaglia in vittoria? potete darci in una il frutto delle Cinque giornate? fate e non temete la guerra. Se vi sentite mal fermi, se vi stanno contro forti probabilità, arretratevi: sappiate soffrire ancora. Quando ebbi risposta: facciamo, non vidi che un solo dovere; ajutare—e ajutai. Diedi quella parte d'opera che mi fu chiesta: scrissi un proclama che domandavano: provvidi perchè il moto, appena si mostrasse forte, fosse seguito altrove. E rifarò, dove occorra, le stesse cose. Altri, tra miei colleghi, fece lo stesso: e rifarebbe, è conforto il dirlo, occorrendo.

Perchè non fu eseguito il disegno, confessato certo nell'esito anche da chi dissentiva? Perchè una sola frazione di popolo oprò, mentre l'altre non si mostrarono? Nessuno, spero, tra gli onesti si aspetta ch'io, per compiacere a gazzettieri di corte, o di ciambellani in aspettativa, tradisca segreti che involgono vite e speranze future. Basta a me, al mio collega e a quanti fra gli esuli si adoperarono con noi, l'aver dichiarato, senza timore d'essere smentiti da quei che all'interno guidavano, che noi seguimmo e non provocammo, che diemmo ajuti, e non cenni a chi volea fare; che per noi si fece ciò che ci parve fosse debito nostro, e non s'impose ad altri di fare il loro. Bastino, a provare la vastità del disegno, la moltitudine d'elementi che s'agitavano in seno al popolo milanese e i pericoli che l'Austria corse, i terrori e le incertezze dell'Austria, le querele congiurate di tutte le monarchie, gli audaci fatti compiti dai pochi in Milano, l'attitudine tuttavia minacciosa dei popolani. E bastino a provare, per gli animi spassionati, il vero di quello ch'io prediceva sugli effetti inevitabili d'una prima vittoria italiana, le nuove, registrate di giorno in giorno dalle gazzette e dai decreti dei Generali Austriaci, sull'attitudine dei paesi stranieri, il fremito dell'Ungheria, della Transilvania, de' paesi Germanici, gli stati d'assedio e le proscrizioni. Or penda sul capo al nemico la spada di Damocle. Ei sa che sta in mani italiane troncare il crine che la sostiene. Noi non abbiamo più ostacolo d'impotenza; ma soltanto una falsa funesta idea preconcetta, che un generoso impulso di core o la mente illuminata da più severe meditazioni può distrugger domani.

IX.

Il tentativo di Milano ha intanto, comunque strozzato in sul nascere, provato due cose: ha provato all'Europa che il silenzio della Lombardia era silenzio, non di chi giace rassegnatamente assonnato, ma di chi odia cupamente e tanto, da non poter esprimere l'odio se non coll'azione: ha provato all'Italia che il fremito d'emancipazione è sceso alle moltitudini e che i popolani assaliranno, sprezzando il nemico coi ferri aguzzati delle loro officine, qualunque volta agli uomini intellettualmente educati, parrà di dire: eccoci con voi, sorgete! Da oggi in poi non sarà più concesso ad alcuno di mascherare il rifiuto sotto pretesti d'impotenza o di freddezza nel popolo: bisognerà dire: non vogliamo perchè siamo, fisicamente o moralmente, codardi.

E un altro vantaggio ha reso quel tentativo alla causa nazionale italiana: ha smascherato, per qualunque non è stipendiato, o imbecille, mi contenterò di dire, la nullità, l'assoluta impotenza della parte regia in Piemonte. L'insegnamento non è nuovo per noi. L'impotenza del Piemonte regio a vincere m'era nota fin da quando io antivedeva e predicava in Milano, nell'Italia del Popolo, le vergogne della guerra del 1848; e più dopo, poco prima della rotta di Novara, io gridava a' miei concittadini, nei Ricordi ai Giovani: «se ritenterete la guerra sotto quella povera insegna, sarà guerra perduta.» E la tattica del Piemonte regio m'era pur nota d'antico. Io aveva provato ne' miei Cenni e Documenti sulla guerra regia, come quella malaugurata campagna fosse stata impresa, non per vincere, ma per impedire ogni via alla repubblica, e conquistare un precedente alla monarchia per ogni caso futuro di vittoria altrui. Io sapeva come la seconda guerra fosse stata intimata per tema che Roma repubblicana covasse—e lo covava difatti—il disegno di ricominciare entro l'anno l'impresa per conto d'una migliore bandiera. E d'allora in poi tattica tradizionale e invariabile della parte monarchica era stata di far credere in disegni occulti di guerra e d'indipendenza per sottrarre elementi all'iniziativa repubblicana e impedirla; e a un tempo di tenersi pronta a confiscare a profitto proprio un moto, che prorompesse vittoriosamente per opera d'altri; librarsi tra i due partiti tanto da raccogliere, senza rischio proprio anteriore, l'eredità di qualunque tra i due soccombesse, il favore o i dominî attuali dell'Austria. Ond'io, ad uomini della Camera piemontese ed altri arcadi della politica, che m'interrogavano, e sembravano in buona fede sperare nella loro monarchia per la cacciata dell'Austria, andava dicendo a ogni tratto: «io non nutro le vostre speranze; ma voi che v'ostinate a credere l'armi della monarchia vostra essenziali alla liberazione del paese, perchè non entrate al lavoro con noi? La vostra monarchia non si moverà, se pur mai, che dopo consumata una vittoria di popolo sulle barricate.» Pur duravano illusi. Ma oggi, dopo gli atti nefandi usati con italiani, accusati non d'altro che d'aver voluto, tentato, desiderato—anzi per taluni neppur quest'ultima colpa è reale—giovare all'emancipazione della Lombardia: poi che vedemmo perquisiti, imprigionati, ammanettati come malfattori e deportati in America giovani, sospettati d'aver cospirato contro l'Austria: noi abbiamo diritto di dire ai regi: «rimanetevi ormai sulla via nella quale siete entrati: non è men trista dell'antica, ma è più leale. Non cercate illudere con promesse e speranze, prima falsate che date, i deboli che vi credono forti: non alimentate colla stampa o nel segreto un odio, che trattate come delitto quando intende a svelarsi. A voi, volendo pur essere piemontesi e non italiani bastava disarmare, impedire quei che, varcando la vostra frontiera, correvano in ajuto ai loro fratelli. Il furore di persecuzione spiegato contro uomini emigrati sulla vostra terra, perchè a voi piacque abbandonar Milano nel 1848, v'accusa ligi dell'Austria o tremanti dell'Austria: tristi o codardi. Nel primo caso, noi non possiamo aspettarci che tradimenti da voi; nel secondo, chi mai può sperare iniziativa di guerra da un governo che, per terrore d'essere assalito, accetta disonorarsi, dando alla prigione e all'esilio quei che l'Austria non può dare al patibolo?»

Da questo dilemma, presentato e senza confutazione possibile, sgorgarono tutte le contumelie e calunnie versate, come bava di serpente irritato, sul mio nome, su' miei fatti, sulle mie intenzioni dall'Opinione, dalla Gazzetta del Popolo e da tutta la stampa regia o aristocratica del Piemonte. A una stampa, che di fronte a una protesta ardita di popolo schiavo contro l'oppressore straniero, può farsi per un mese austriaca di vitupero contro uomini creduti eccitatori di quella protesta, non ho che dire. I ragionamenti non giovano; non giova ripetere ad essa il consiglio di Foscolo: imparate a rispettarvi da voi, affinchè, s'altri v'opprime, non vi disprezzi. Serve chi paga: oggi la monarchia di Savoja, domani il Bonaparte, e il dì dopo noi, se pagassimo: calunnia sapendo di calunniare; e basti il suo ripetere a ogni tanto, pur sapendo che la corrispondenza pubblica dei Bandiera, prova il contrario, ch'io spinsi quei due prodi a morire, appunto come le gazzette stipendiate di Francia ripetono a ogni tanto, pur sapendo che due giudizî solenni di tribunali e la dichiarazione d'un Ministro inglese m'esonerano, ch'io firmai la condanna a morte di due profughi, spie. Seguano adunque i gazzettieri intrepidi nel mestiere che scelsero; e solamente accettino il mio consiglio di riconsigliarsi a ogni tanto coi loro padroni per vedere se l'assalire continuamente d'ingiurie villane un uomo dichiarato, ogni anno almeno una volta nelle loro colonne, morto e sepolto nell'opinione e abbandonato da tutti e deriso, non guasti per avventura il nobile intento che si propongono.

X.

D'alcune accuse gittatemi talora contro da altri, forse più ingannati che tristi, e accettate troppo facilmente anche da uomini di parte nostra: accuse d'imprudenza, quando dei molti viaggiatori da me spediti in diverse parti non uno capitò male, nè le polizie vantano una lettera mia in loro mani, nè un amico mi fu vicino che non mi rimproverasse una soverchia tendenza al segreto—accuse di inavvedutezza nella scelta d'agenti come Partesotti, quando il Partesotti, scelto all'interno, non ebbe mai una linea mia, e il suo carteggio, che ho tutto presso di me, lo mostra ridotto a celarsi in un sotto-tetto di Parigi e imposturare viaggi favolosi e favolose conversazioni in Londra con me, per buscarsi qualche centinajo di franchi dalla polizia Austriaca—ed altre consimili—non so se non gioverebbe scolparmi; ma non è mio stile. Feci, da quando fondai la Giovine Italia, due promesse a me stesso: ch'io non manderei a stampa una sola linea di politica senza il mio nome, e ch'io, avverso più o meno a tutti i governi che esistono, concederei, senza farne caso, ai governi e agli agenti loro d'essermi ostili e di calunniarmi; agli altri di male interpretare, senza irritarmi, un'attività che vive, forzatamente e senza colpa mia, nel segreto. Mantenni la doppia promessa; e i più, spero, ricorderanno, che delle accuse avventate alla mia vita in questi venti anni da governi e governucci, da scrittori malati di vanità offesa, da birri libellisti e romanzieri infelici, da commissariucci di polizie fallite senza speranza, e da gazzettieri pagati o in candidatura di paga, tutti irritati del vedermi sempre lo stesso e disperati d'atterrirmi o comprarmi, io potrei fare una serie interminabile di volumi, mentr'essi delle mie difese non potrebbero far tre pagine. Ma protesterò, per debito non tanto a me, quanto a tutti gli onesti che furono o saranno tormentati santamente d'una santa idea e incontrarono o incontreranno la stessa calunnia, contro una sola: ed è quella d'ambizione personale e d'aspirazione a esercitare una dittatura qualunque. E a questa accusa, tristissima fra le tristi, diede occasione il sistema logico d'insurrezione ch'io ho accennato alcune pagine addietro.

Tristissima fra le tristi: perchè se a un uomo non è concesso tra voi di sostenere un'opinione politica agitata da secoli, senza ch'altri gli dica: tu intendi a farti di quell'opinione sgabello al potere—o di predicarvi che l'epoca matura nuove credenze trasformatrici e purificatrici delle vecchie, senza che gli si susurri all'orecchio: tu aspiri ad essere rivelatore e pontefice—meglio è dichiararvi addirittura fautori del voto d'ostracismo, che il contadino dava ad Aristide, perchè gli era noja l'udirlo salutato del nome di giusto, e decretare la cicuta ad ogni Socrate che s'attenti annunziarvi un Dio ignoto; e gemo pensando al pianto e al sangue versato, nelle età che furono, per questa invida, ingiusta, funestissima diffidenza. A me l'accusa villana fu gittata prima dai meno liberi d'animo tra gli esuli, da uomini prontissimi a piegare il collo a tutte le esigenze di paesi servi a soggiacere, sommessi alla dittatura dell'ultimo commissariuccio di polizia straniera o domestica; poi da taluni—ed erano gli ambiziosissimi—tra i socialisti settarî francesi, ai quali io aveva osato dire, a rischio di essere battezzato retrogrado, che le loro sètte, le loro utopie ineseguibili, e il materialismo d'interessi, al quale essi pure avevano educato le moltitudini, avevano perduto la Francia. Quei miseri s'atteggiavano a puritani gelosi d'ogni influenza unificatrice e sospettosi d'ogni mia parola, che suonasse accordo, ordinamento, unità di disegno e di direzione, mentre i loro fratelli soggiacevano alla dittatura della forca e del bastone tedesco in Italia, alla dittatura d'un avventuriere e d'una soldatesca briaca nella patria francese. Io mi stringea nelle spalle senza rispondere. Dittatura a che prò? per dominare sovr'uomini quali essi sono?

Non lo credevano. Speravano e sanno ch'io, nato di popolo senza tradizione di nome illustre, senza ricchezze per comprare satelliti e scribacchiatori, senza prestigio di milizia, senza capacità d'adulare, non riescirei, s'anco io fossi dissennato e tristo ad un tempo, a far correre rischi alla libertà in un popolo, la Dio mercè, non corrotto e dove l'individuo serba più che altrove tendenze vigorose all'indipendenza. E sapevano, che s'anche io lo potessi, non lo vorrei. Dai sogni colpevoli e stolidi di ambizione di potere, se per ventura io avessi avuto successo ne' miei tentativi, m'assicuravano, non foss'altro, le abitudini parche della mia vita, l'animo altero, sdegnoso di lode e non curante di biasimo, se non quando biasimo o lode mi vengono dalle creature—e son poche—che io amo d'amore; e una certa prepotente disposizione all'antagonismo non colle moltitudini che, tratte in azione, sono migliori di noi letterati, ma al plauso e agli omaggi delle moltitudini. Ho sempre potuto guardare addentro nell'anima mia senza arrossire: la serbai da giovine pura di vanità meschine e di basso egoismo, ed oggi, solcata come è di lunghi dolori e benedetta di qualche nobile affetto, s'io volessi farla scendere a sfera più bassa che non è quella dell'idea emancipatrice dove visse finora, non m'obbedirebbe.

Ben mi freme nell'anima, fin da quando, imprigionato in Savona, io meditai di sostituire una nuova associazione al vecchio carbonarismo, una ambizione, un orgoglio: l'orgoglio ch'io desunsi dai ricordi del nostro passato e dai presentimenti del nostro avvenire; l'orgoglio di Roma; l'ambizione di veder la mia patria sorgere, gigante in fasce, dal sepolcro, ove giace da secoli, e posarsi, grande a un tratto di pensiero e d'azione, e a guisa d'angelo iniziatore, tra quel sepolcro scoperchiato e l'avvenire delle nazioni. Era l'ambizione di quei che morirono in Roma; e parmi strano che non tormenti l'anima di quanti, pronti allora a imitarli, ne raccoglievano il pensiero e l'esempio; ed oggi sono, ho vergogna e dolore in dirlo, servi ostinati della iniziativa francese.

XI.

Dell'iniziativa francese. Perchè, non vale il negarlo: gli uomini ai quali io alludo, e che leggeranno queste mie pagine, gli uomini che assentono plaudenti alle nostre parole di patria, d'indipendenza, di fede in noi stessi, e si staccano, biasimando, da noi ogni qual volta noi cerchiamo tradurle in atto, non credono nell'iniziativa della parte monarchica piemontese; non s'aggiogherebbero a tentativi bonapartisti; non credo pongano sì basso l'onore italiano da pretendere che la sola città di Vienna, o l'Ungheria, ricinta di nemici da ogni lato e incalzata dal Russo, s'assumano d'iniziare ciò ch'essi non osano: in che dunque sperano, se non nella iniziativa francese? Nessuno di loro ama la Francia; taluni, esagerando, la sprezzano; io li ho uditi inveire, prima e dopo il 1849, contro l'antico prestigio esercitato dalla Francia sugli animi: e nondimeno ne invocano l'iniziativa: incatenano a' suoi fati i fati della nazione: cancellano di fronte all'Italia ogni segno di spontaneità: negano a venticinque milioni d'uomini potenza di emanciparsi da centomila soldati stranieri. Con dottrina siffatta, non rimane che a tacere d'Italia per sempre, e ad arrossire ogni qual volta s'incontri uno Spagnuolo o un Greco per via.

L'iniziativa francese, io lo dico, giustificato ad ogni tanto dai fatti, da ormai vent'anni, è un errore storico e un fantasma politico evocato dall'altrui codardia. A nessun popolo, da quello infuori di questa nostra sciaguratissima Italia—sciaguratissima dacchè i migliori tra' suoi figli non sanno intenderne la storia, la potenza e la vocazione—è dato di riassumere un'Epoca e iniziarne un'altra. La Francia, grande per questo, e veneranda a noi tutti, compendiò colla sua Rivoluzione il lavoro intellettuale di diciotto secoli: consecrò per sempre in faccia a tutte tirannidi l'emancipazione dell'individuo: tradusse nella sfera politica le conquiste di libertà e d'eguaglianza, elaborate nella sfera religiosa del dogma cristiano. Non basta? Perchè pretendete che essa sciolga per voi anche il problema dell'associazione, dell'alleanza fra le nazioni della nuova Carta d'Europa? Essa potrebbe forse, se non ostasse la legge provvidenziale guidatrice dell'Umanità, fondare, trasfondendo la sua coscienza, la sua individualità in tutti noi, una Monarchia Europea; ma l'associazione, l'alleanza fraterna, non possono fondarsi che sull'armonia, sull'eguaglianza inviolabile delle coscienze nazionali; e la coscienza che siete Nazione, il segno che può darvi rango nell'alleanza, il battesimo della vostra individualità collettiva, non possono escire, non possono rivelarsi all'Europa, fuorchè dalla vostra insurrezione spontanea, da un atto solenne della vostra sovranità davanti agli uomini e a Dio. L'iniziativa francese s'è spenta con Napoleone, come l'iniziativa dell'antica Grecia si spense con Alessandro, come l'iniziativa dell'antica Roma si spense con Cesare. Dal 1815 in poi, la Francia si trascina ne' suoi moti lungo la periferìa d'un cerchio, che non varcherà se non per opera nostra e dell'altre nazioni europee. La Francia studia, raccolta, raggomitolata in sè stessa, i termini del problema sociale applicati alle relazioni degli individui che la compongono; il terreno per una più larga applicazione deve conquistarsi da noi[56].

Voi potete contemplare il passato fino al punto in cui l'occhio abbagliato vi fantastichi l'avvenire; ma voi non potrete far sì che sorga. Avrete in Francia moti, insurrezioni, rivoluzioni; ma questi moti, inevitabili dov'è com'oggi, un governo sprezzato, questi moti che una vostra insurrezione determinerebbe e che, fecondati dall'iniziativa delle nazioni, s'affratellerebbero nell'idea comune e romperebbero per la Francia quel cerchio fatale, non vi daranno, prorompendo primi, quel che cercate. Aveste patria e libertà dalla rivoluzione francese del 1830? Le aveste dalla repubblica del 1848? L'iniziativa francese vi darebbe, o miseri, non la libera patria, ma l'impulso alla monarchia che, impotente a fare da per sè, è vigile a preoccuparvi la via; e la diplomazia europea consigliera ai vostri principi di concessioni e di leghe: e la guerra regia sostituita alla nazionale; e le sue vergognose, inevitabili, fatali disfatte. Oggi, se volete rimanere padroni del vostro moto, della vostra guerra, del vostro intento, v'occorre, e v'incombe di mover da voi. Voi non potete—e Dio v'ispiri d'intendere l'incoraggiamento di questa parola—esser liberi che essendo grandi.

Grandi, intendo, di coscienza spontanea: grandi d'intuizione: grandi di quel coraggio morale, che dilegua i fantasmi addensativi intorno dalla falsa scienza dei tattici, dai sofismi de' paurosi, dai calcoli volgari d'un inetto materialismo, dalle diffidenze nudrite di vanità, di machiavellismo scimiottante e d'una anarchia insinuata dall'estero. Perchè, dato il moto, non v'occorrerà d'esser grandi, ma di esser uomini.

Io intendo i pericoli dell'insurrezione; e nondimeno i più tra i nostri sanno che possono superarsi—non intendo i pericoli, quanto all'esito ultimo della guerra, e m'è inconcepibile come uomini di mente e di core ricusino in Italia l'oggi per paura del poi. Hanno studiato, essi che s'affaccendano in cerca di scienza rivoluzionaria, nei libri delle guerre regolari le pagine del loro Jomini sulle guerre nazionali?[57] Hanno meditato sulla guerra della penisola Iberica scritta, non dirò da Torreno, ma dai generali francesi? Hanno pensato che l'esercito nemico s'assottiglia lungo una linea di quasi quattrocento miglia al di qua dell'Alpi? che delle tre zone tenute dall'occupazione, due sono inevitabilmente perdute fin da principio pel nemico, la terza, invasa tutta, tranne pochi punti—e lo fu nel 1848—dall'insurrezione, può essere conquista di due provvedimenti e di poche rapide marcie? Hanno calcolato, sulla cifra dell'aggio che segue la carta dello Stato, la condizione delle finanze Austriache, sostenute unicamente nei quattro ultimi anni da sequestri, contribuzioni straordinarie, imprestiti volontari o forzati, e alle quali l'insurrezione troncherebbe a un tratto queste sorgenti di vita? Hanno sottomesso, come noi, all'analisi quell'esercito nemico, composto di elementi eterogenei e diffidenti l'uno dell'altro, potente nell'inerzia, incapace di resistere ordinato e compatto a una battaglia perduta? Prevedono tutta quanta l'azione di dissolvimento che eserciterà su milizie, nelle quali l'ufficiale d'una nazionalità comanda il soldato d'un'altra, l'elemento ungarese, nostro, e l'Austria lo sa, al primo urto potente che lo affidi di non essere abbandonato senza scampo alla vendetta de' suoi padroni? È un solo tra loro che non abbia scritto o non dica a sè stesso, pensando al 1848, ah! se chi dirigeva la guerra avesse voluto vincere o lasciarci vincere! Molti hanno combattuto, vincendo, contro truppe regolari austriache e francesi, con giovani volontari, educati soldati tra una zuffa e l'altra. Conoscono tutti, come noi, le forze considerevoli, gl'infiniti mezzi di guerra, che possono trarsi dal paese contro un nemico che non ha terreno per sè se non quello su cui accampa. Non hanno più dubbio sulle tendenze del nostro popolo. E nondimeno, dubitano, indugiano, aspettano l'impulso iniziatore di Francia. Oh come deve il governo austriaco, conscio com'è della propria debolezza, il governo austriaco che ha tremato davanti ai pugnali di poche centinaja di popolani, sorridere dei nostri uomini di guerra e della nostra inerzia!

L'insurrezione italiana, nelle condizioni attuali dell'Impero, trascina con sè inevitabilmente l'insurrezione dell'Ungheria: l'insurrezione d'Italia e d'Ungheria trascinano inevitabile l'insurrezione del popolo in Vienna: l'insurrezione d'Italia, d'Ungheria e di Vienna, trascinano inevitabile l'insurrezione di mezza Germania, il fermento dell'altra metà. Non seguirebbero gli altri popoli? non seguirebbe la Francia? L'iniziativa d'Italia è l'iniziativa delle nazioni: il 1848 rifatto su più larga scala e con popoli affratellati. La nostra insurrezione è oggimai il solo fatto difficile da compiersi: la guerra è un mero problema di direzione.

Chi non sente il vero di queste linee ch'io scrivo, non intende le condizioni d'Europa, dell'Italia e dell'Austria. Chi sente quel vero e non opera, non proferisca il santo nome di Patria: ei non l'ha e non la merita. Giaccia tacendo; e non lamenti sì che lo odano gli stranieri; nulla è più esoso del guaito dell'uomo che può rompere, volendo, le sue catene.

XII.

Il Comitato Nazionale è disciolto. L'ultima sua parola fu un grido d'azione, quei che posero il loro nome appiedi di quello scritto, non potrebbero oggimai che ripetere ai loro concittadini la stessa parola.

E perchè rimarremmo? per registrare al compianto degli stranieri i nomi dei nostri migliori imprigionati, torturati, strozzati? per dir loro che in Italia i nostri amici si impiccano nelle prigioni come Pezzotti, o tentano di segarsi la gola come Rossetti, per non soggiacere ai pericoli d'un lento martirio? per ricordare ad ogni tanto alla Europa che sulla terra ove, quattro anni addietro, bastò sorgere per vincere; sulla terra dove Roma, Venezia, Brescia, Bologna, Ancona, Messina suscitarono combattendo il plauso dei popoli, oggi l'austriaco governa, come tra un branco di giumenti, adoperando il bastone, adoperandolo sopra uomini e donne? e udirci dire: che! non avete braccia? non avete core? non sentite prepotente sopra ogni altra cosa il bisogno di unirvi tutti in uno sforzo supremo di lotta feroce invincibile? O rimarremmo per congiurare oziosamente, instancabili e senza scopo? Ah! la congiura, apostolato nelle catacombe, è cosa santa, checchè dicano gli appestati d'egoismo e gli stolti, dove la libera parola è vietata e alle idee rispondono le bajonette; ond'io accettai altero questo nome frainteso e proscritto di cospiratore. Ma oggi, solcato il terreno per ogni dove di elementi nostri e sceso il fremito dell'Italia futura al core delle moltitudini, ogni cospirazione che non tenda all'azione diretta, immediata, è delitto. L'Italia è matura: bisogna fare. S'è decretato che vittime siano; muojano almeno all'aperto, nella gioja della lotta e coll'armi in pugno.

Il Comitato è disciolto. Io mi separo per sempre—e Dio sa con qual dolore io lo dica, dacchè tra quelli dai quali io mi svelgo conto amici di quindici o di dieci anni—dalla cospirazione officiale, dal lavoro ozioso, indefinito, e nondimeno origine di persecuzioni, prigioni e patiboli ai buoni, dagli uomini che non sono abbastanza freddi e calcolatori per rassegnarsi ai codardi conforti della schiavitù, nè abbastanza devoti e sapientemente audaci per intendere ch'essi hanno la salute della patria in pugno. Due partiti soli io riconosco oggi in Italia: il partito passivo, partito di tiepidi con qualunque nome si chiamino, partito d'uomini che aspettano la libertà dalla Francia, dalle ambizioni monarchiche, da guerre ipotetiche, da smembramenti in Oriente, da cagioni insomma estrinseche alla terra nostra; e il Partito D'azione, partito d'uomini che intendono a conquistarsi la libertà in nome e colle forze della Nazione; partito d'italiani che credono in Dio, sorgente prima di doveri e di diritti, e hanno fede nel Popolo, potenza viva e continua per interpretarli e compirli; partito d'iniziatori che sentono venuta l'ora e sanno che l'Italia è matura a levarsi e vincere per sè e per altrui. Gli uomini di questo partito intendano che il 6 febbrajo ha cominciato la serie delle proteste armate e, ispirandosi a Roma, la continuino ovunque possono: essi m'avranno sempre—e lo sanno. Dei tiepidi giova ch'io possa, emancipato da tutti i riguardi e indipendenti da vincoli, essere di tempo in tempo censore libero e smascheratore: giova che io possa dire all'Italia che mentre fra i popolani ho trovato uomini pronti ad assalire con pugnali un esercito, io non ho potuto trovare fra i loro ricchi un sol uomo a cui affetto di patria o ambizione di fama, abbia persuaso di farsi banchiere al Partito e di porre mezza la sua fortuna pel trionfo della bandiera:—che, tra i loro intelletti, ho trovato dissenso perenne tra il pensiero e l'azione, servilità meschina a sofismi, sistemi e fondatori di sêtte straniere, e vanità meschinissime davanti ai loro connazionali:—che ad essi al loro appartarsi da ogni generoso disegno, al loro dissolvere collo sconforto, coll'inerzia, col biasimo sistematico, qualunque impresa tenda a troncar la questione, spetta—e non a noi—il rimorso delle vittime che, di mese in mese, di settimana in settimana, vanno e andranno, pur troppo, facendosi:—che due mesi d'accordo, di vita e comunione fraterna, di nobile sagrificio e d'abdicazione delle vanità, dei rancori, delle gelosie individuali davanti all'unità indispensabile di direzione e d'intento, potrebbero, se volessero, imporre fine a vittime, tormenti e vergogne e far dell'Italia un tempio di libertà a' suoi figli e alle nazioni d'Europa.

Dai traviati giovani di Milano io m'accomiatai colla seguente lettera ch'io inserisco come saggio di molte simili ch'io scrissi in quel tempo. Era indirizzata al Visconti Venosta, che non rispose:

5 aprile 1853.

Non v'atterrite d'una mia lettera; è l'ultima che avrete da me. In alcune pagine stampate or ora, e che probabilmente vi giungeranno, ho detto che mi separava dalla cospirazione ufficiale—e con questo nome io intendo voi, gli amici vostri, i vostri in Genova e altrove. Ma questa separazione cova per me tanto dolore, che sento il bisogno di dirvelo. Voi siete uno di quelli, ai quali io guardava, anni sono, con vero affetto, come a quelli che—io sperava—avevano più inteso il culto della patria italiana e avrebbero più logicamente dedotte conseguenze pratiche di questo culto. Non so se a voi e agli amici vostri, pochi anni cresciuti, dolcezza di vita, sofismi di mezzi ingegni, o altro abbiano intorpidito gli affetti, come vi hanno fatto infedeli ai sogni dei vostri primi anni. A me, venticinque anni di stenti e di delusioni, non hanno potuto togliere l'interna vitalità dell'affetto: però, vi scrivo un'ultima volta; e Dio voglia, non per me, ma per essi, che non abbiate fra gli amici vostri chi sorrida, come a debolezza, a questo senso che mi costringe a scrivervi.

Quando noi c'intendevamo, molti anni sono, in una predicazione di idee, che volevano dire azione—quando ci emancipavamo alteramente da ogni cieca influenza di idee straniere, per rifarci italiani—quando, facendo la critica delle insurrezioni passate, rimproveravamo ai capi di non aver avuto fede nel popolo, e al popolo di non aver sentito la propria potenza—quando m'applaudivate per questo linguaggio—quando mi davate eccitamenti a stringere, in nome della nuova vivente Italia, fratellanza con altri popoli qual era la mente vostra? Quella di avervi così usurpata fama di progressista? di piantare scuola innocente di contemplatori, di confortarvi i sonni della coscienza, paga di sentirsi inoltrata teoricamente? Era una menzogna? una millanteria? un'aristocrazia intellettuale? Per me era la vita, una religione, un'unità di pensiero e d'azione, un'impresa d'emancipazione patria che noi giuravamo. Eravamo uomini che, nudriti di tradizioni, di presentimenti, commossi d'ira santa, di vergogna, d'orgoglio italiano, di dignità d'anime offese, dicevamo l'uno all'altro: «Noi ci affratelliamo per far quello che la Spagna ha fatto, che la Grecia ha fatto, che l'America ha fatto, che tutte le nazioni schiave hanno fatto: conquistarci con idee nostre, con armi nostre, con sacrificî nostri la patria.»—Io prendeva la cosa sul serio e vi dedicava la vita. Ma voi, voi giovani lombardi allora, ora uomini, avete serbato, serbate oggi, fede al concetto? Noi, partito, noi più inoltrati, più santamente devoti—lo dicevamo almeno—non abbiamo mai osato prendere l'iniziativa. Cospiratori eterni, oggi per introdurre libri, il dì dopo per organizzare, il terzo per opposizioni passive, abbiamo cacciato nei giovani idee e furore di patria, per poi assistere muti alle loro persecuzioni, al loro supplizio. Abbiamo fatta propaganda nel popolo e propaganda d'odio e di aspirazioni nazionali, per poi dirgli: «ora rassegnati e aspetta la Francia.»—Abbiamo magnificato il nostro paese, le nostre piaghe, il nostro fremer di schiavi all'estero, perchè poi l'estero meravigliasse dell'udire i servi frementi, predicatori, sotto il bastone, d'inerzia sistematica e di rassegnazione codarda, a ricevere, quando che sia, libertà da altri. Abbiamo rese inevitabili le agitazioni, le congiure, le sommosse, le associazioni, per poi dichiararle impotenti a renderle tali, separandoci dagli altri. Abbiamo insomma offerto la decima di sangue di tormenti, d'esilî, di sconforti morali supremi all'austriaco, che pur avevamo giurato di cacciare dal paese.

E questo era inevitabile per un periodo dell'impresa. Eravamo pochi a principio. Bisognava educare; e se sulla via dell'educazione dovevamo seminar martiri, esuli e patiboli, era dolore tremendo, ma che accettavamo per giungere al fine. Ma ora?—Ora abbiamo il popolo con noi. Chi dice il contrario, chi affetta dubitarne, mente scientemente. Il popolo di Milano ha cacciato l'austriaco in cinque giorni, mentre Cattaneo pronunziava la sera prima ch'era impossibile. Il popolo s'è battuto con furore in Brescia. Il popolo s'è battuto, solo, due volte in Bologna. Il popolo ha rivelato miracoli di pazienza eroica in Venezia. Il popolo ha redento Roma. Il popolo, dovunque s'è voluto averlo, è venuto. Dovunque si vorrà averlo, verrà. Voi, nel fondo del vostro cuore, non ne dubitate, Emilio; non ne dubitano i vostri amici. Non è tra voi chi possa di buona fede dirmi che, se voi tutti, nostri un tempo, assentivate all'azione popolare alcuni giorni prima del 6 febbrajo, tutto il popolo non scendeva. I capi popolo che non fecero il loro dovere, che non eseguirono le concertate sorprese, che titubarono il 6, si sentivano soli, col dissenso dei migliori della loro città con un forestiero per capo.

E non è tra voi chi non sappia, che se Milano, non dirò vinceva, ma combatteva due giorni, la Lombardia tutta era in fiamme. E non è tra voi chi non senta che la Lombardia in fiamme, era il centro d'Italia in fiamme; era la Sicilia: era il regno posto fra due insurrezioni: era Genova, era il Piemonte in agitazione. Era il 1848. Direte che nel 1848 si cadde? Non mi direte questo: voi stessi avete dimostrato venti volte perchè si cadde; voi stessi siete convinti che, se il Governo provvisorio fosse stato composto di uomini capaci, devoti e nostri, non cadeva. Se in Roma, io, salito al potere, senza uno scudo, nè un fucile, tanto da dover discutere la prima notte se si dovesse o no ricusare l'ufficio, ho potuto trovar modo di resistere due mesi alla invasione, voi non potete dubitare che miglior bandiera e migliori uomini non compissero l'impresa in Lombardia, dove il popolo generalmente parlando, è migliore che non era il romano allora.

E voi avete a fronte una forza seminata di ungaresi; e sapete che son nostri; nostri il primo giorno che l'insurrezione si mostrerà forte. Voi non potete negarlo. Voi potete convincervene quando volete. Gli ungaresi sono, come i nostri, guardati, confinati, traslocati, fucilati. Gli ungaresi vi davano la caserma loro, se i nostri si presentavano ed agivano. Gli ungaresi, non potendo altro, disertano—e me ne piange il cuore—sul cordone che guarda la Svizzera. E quest'elemento prezioso, decisivo, disorganizzatore delle forze nemiche, non vi basta.

Avete una condizione d'Europa, che v'assicura non poter aver luogo una vittoria italiana senza eco d'insurrezione al di fuori. Avete letto, studiato le relazioni e le misure governative dopo il 6? Le scoperte di Komorn? Gli arresti di Berlino? Le misure prese in più punti in Germania?

Voi non vedete impossibile l'insurrezione. Voi non potete credere che l'Austria possa sostenere la guerra senz'essere assalita nell'interno e smembrata. Quali obiezioni avete dunque all'azione?

Voi dovete intendere ciò che io non poteva pubblicar prima. Dato il moto lombardo, la zona d'occupazione, che si stende da Bologna in su, è perduta per gli austriaci coll'insurrezione della città, che è primo punto di concentramento alla linea. I distaccamenti avventurati nelle Romagne sono perduti. E il concentramento delle forze, che sono in Toscana e più in su, è impossibile pure. Noi non abbiamo che ad essere padroni della Lunigiana; e lo eravamo e lo saremo qualunque volta l'insurrezione lombarda sarà un fatto accertato. Rimangono le forze attualmente in Lombardia, rotte dall'insurrezione minate dagli ungheresi, ai quali terrebbero dietro altri elementi. Date moto all'insurrezione al nord: in Como, Lecco, Bergamo, Brescia, Valtellina: abbiate una sorpresa che tronchi le comunicazioni del quadrilatero col lago, col Tirolo; accentrate queste forze dell'insurrezione delle parti che ho nominate nel Tirolo italiano: date la mano con quest'operazione al Friuli e al Cadore, fremente d'agire, e ditemi dov'è la guerra dell'Austria. L'Austria in Italia dev'essere girata, tagliata dalla sua base nei primi dieci giorni dell'insurrezione.

E mentre il governo dell'insurrezione farebbe questo—e verificherebbe facilmente pensieri che io maturo da anni: mentre l'insurrezione della parte superiore dello stato romano si rovescerebbe, non curando altro, su Napoli, gli ungaresi rivoltati, disertati, ordinati sotto Kossuth e Klapka—il povero Klapka era meco febbricitante di speranza tutta la giornata del 6—darebbero il segnale al loro paese e con un'operazione ardita, ma verificabile, svierebbero la guerra da noi.

Emilio, io concedo a voi tutti di discutere l'insurrezione. E perchè quella è impresa seria e base d'ogni altra, io ho voluto provarvi che il popolo, se chiamato da voi, è pronto a fare. Ho voluto suggerirvi il come si possa, per sorpresa, scemare i sacrificî e impossessarsi di materiale. Voi sapete che queste sorprese sono possibili e possono, occorrendo, prepararsene altre diverse. Ma non concedo a voi, non concedo ai vostri amici, parecchi dei quali sono militari, di dirmi: «Noi non potremo vincere la guerra.»—Non v'è—lasciate che ve lo dica—che un'assoluta inferiorità di intelletto che possa ispirare negazione siffatta—o la paura dell'egoismo.—

Perchè la Lombardia e non un'altra parte d'Italia? E debbo sentire questa parola da voi; da lombardi? Ho accennato le ragioni nell'opuscolo che avete. Ma se io fossi lombardo non vorrei averle richieste. Per dio! avete il nemico d'Italia in casa, e vorreste che Napoli agisse? Potete annientare il nemico d'Italia in un subito e chiedete perchè lo fareste? Roma andrà altera di dovere per benefizio del mondo rovesciare la rappresentanza dell'autorità spirituale usurpata; non dovrebbe la Lombardia andare altera di poter vibrare un colpo mortale all'autorità temporale? Siete diventati proudhoniani di tanto che una pagina storica—non parlo del dovere—non possa più scuotervi a meritarla?

L'insurrezione di qualunque altra parte d'Italia che precedesse quella di Lombardia, la renderebbe, o impossibile, o assai meno decisiva: ma se anche ciò non fosse, io vi direi sempre:—«l'Austria è tra voi, a voi tocca l'onore dell'iniziativa.»—

Oh sventura a voi, che intendete, ma non sentite più le cose ch'io vi dico! Sventura a noi tutti che dobbiamo trovare negli uomini del marzo la freddezza, il piccolo machiavellismo dei corrotti di Francia! Oh, i miei sogni perduti, Emilio! E mi sentiva così santamente orgoglioso in quei giorni, quand'io poteva ripetere a me e agli stranieri:—«Hanno imparato la loro forza; l'Italia è rinata!»—

D'allora in poi io non v'intendo più: cadrei scettico e disperato pensando alla pazienza sovrumana da voi sostituita alla fiamma di patria che avevate comune con me. E credo oramai che non amiate più, che fosse in voi tutti bollore di sangue giovanile, di riazione, di ambizione, di gloria, non adorazione dell'idea, non culto d'Italia. Avete veduto scannare gli amici vostri più cari: avete veduto impiccare, fucilare a dozzine: avete veduto bastonare uomini e donne in Milano; avete esuli vostri a migliaja, avete veduto cose che solleverebbero iloti e negri. E tuttavia non avete smarrito il sangue freddo un istante; non vi siete, se credevate alla vostra impotenza, travolti nella demenza o nel suicidio! No, voi leggete, discutete—mentre i croati bastonano—punti di sistemi stranieri; passeggiate tranquillamente. Amate! sì ma badate a istillare prudenza e tiepidezza d'affetto patrio nel cuore della donna che amate: il croato punisce col bastone le imprudenze femminili!

Io ho la morte nel cuore, Emilio, scrivendovi. Le codardie, le bassezze, il gelo che m'è toccato vedere e palpare in questi ultimi mesi hanno superato quello ch'io, nei momenti più neri, poteva idearmi. Uomini, come... disdirmi l'amicizia, perchè io diceva—«verifichiamo se il popolo vuole agire,»—uomini come... farsi denunziatore dei miei amici: uomini, come Maestri, scrivermi che bisognava far libri: uomini come Manin e Montanelli, rallegrarsi della disfatta perchè ucciderebbe la mia influenza: uomini, come voi, rimanervi freddi, assiderati, immobili di mezzo al fremito del popolo vostro, e vagheggiare l'iniziativa francese! E, devo pur dirlo, gelosiucce meschine, vanità meschinissime, diffidenze colpevoli, a rodere, di mezzo a voi, il mio nome, che non è se non una bandiera caduta, domani, la mia influenza che, prima della lotta, avreste dovuto usare come un mezzo di forza, le mie idee che non sono se non quelle predicate un tempo da tutti voi. E che temevate da me? Io non ho che la febbre d'Italia, l'amore d'Italia, l'ingegno d'Italia. Io vi portava un vincolo di simpatie straniere, un vincolo con importanti elementi, un po' di fascino esercitato sui giovani d'azione. Non potevate giovarvene, e spegnermi, annientarmi il dì dopo? Non avreste avuto un rimprovero da me, com'è vero ch'io esisto! Ho il tarlo nel cuore; non posso più gioire, e la vita mi pesa dacchè io non stimo più i meglio educati fra gli uomini del mio paese. E in Italia io non ho più che sepolture. E all'estero non ho più core di parlare dei nostri patimenti: le ciglia s'inarcano e mi sento dire: «Come fate a sopportar tanto? il popolo è visibilmente con voi: ajutatevi dunque, o soffrite muti.»

Voi avete la salute del paese in pugno: se un giorno mai v'accorgeste della triste parte che fate in Europa, e volete far opera degna, pensate a me; a quel tanto d'ajuto ch'io posso portarvi; ditemi:—«Siate con noi il tal giorno»—io vi sarò. Se persistete nella vergognosa apatia, Dio vi perdoni, io non lo posso. Ma non v'irriterò più con lettere, dirò il vero agli ignoti. Addio.

G. Mazzini.