Un'ultima inchiesta; leggete questa lettera a quanti più potete fra i vostri amici prima di abbruciarla.
I tre scritti: Il Partito d'azione, Del dovere d'agire, e Centro d'azione[58] rivelano abbastanza chiaro a quale trasformazione del Partito io mirassi. Da un lato, io vedeva sorgere in seno alla borghesia letterata, quei vizî di pedanteria dottrinante, di dissenso tra il pensiero e l'azione d'inerzia che sostituisce la fiducia paziente nella forza degli eventi al compimento del Dovere, fatale a tutte le nazioni e cagione visibile di decadimento alla Francia; e bisognava cercare il rimedio nell'azione di un nuovo elemento, vergine di sistemi e ricco di buoni e ineducati istinti, l'elemento popolare. Dall'altro, l'idea Nazionale era oggimai sufficientemente diffusa: mancava l'attitudine, la tendenza a fare. Or non s'educa all'azione se non coll'azione, coll'esempio, coll'ira, colla coscienza della debolezza del nemico che si tradisce nelle continue paure, negli esagerati sospetti, nelle ingiuste immoderate repressioni suggerite dalla perenne minaccia. Entrai su quella via premeditatamente, risolutamente. E lo dico, perchè i miei fratelli di patria mi giudichino, lo sapeva che mi porrei sull'anima nuovi e gravi dolori ma non rimorsi. I popoli non si ritemprano se non con forti fatti, pericoli intrepidamente affrontati e patimenti virilmente durati.
E un'altra ragione, verificata in seguito da una serie di fatti e nondimeno inavvertita da quanti mi giudicarono, mi spronava su quella via. La Monarchia ricominciava a desiderare, ad agitarsi, a tentare timidamente, pur con insistenza fuori e dentro il terreno, per vedere se vi fosse modo d'ampliarsi. Cominciavano i turpi amoreggiamenti alla Francia Imperiale, ed era facile antivedere l'alleanza che li avrebbe, presto o tardi conchiusi. Ora il concetto accarezzato da Luigi Napoleone era di federalismo per noi, di unità fortemente accentrata e facilmente dominatrice, per la Francia. Nè gli uomini della Monarchia piemontese oltrepassavano quel concetto: i suoi più potenti ingegni parlavano apertamente di leghe regie; e alla turba volgare e al monarca, volgo egli pure, sarebbe bastato il cenno del Dittatore Francese. Io vedeva crescente il pericolo e non vedeva certi i rimedî: la mia fede, non nel futuro dell'Italia, ma nella generazione, alla quale io parlava, s'era illanguidita: il materialismo la signoreggiava, più assai ch'io non aveva creduto; e il materialismo doveva guidarla—e la guidò pur troppo—al culto della forza, dei primi successi, dell'opportunità sostituita all'adorazione dell'Ideale. Il concetto della Monarchia sarebbe stato, per poco ch'essa facesse, seguito. Bisognava dunque impaurirla, sospenderle sul capo la spada di Damocle, farla credere nella necessità di andare innanzi a seconda degli istinti del paese, o perire: e per questo bisognava ordinare la minoranza che mi seguiva, a protesta e minaccia continua in nome dell'Unità repubblicana: o riescivamo in uno dei tentativi ad afferrare il ciuffo della fortuna, a cogliere un momento propizio e fecondo d'entusiasmo popolare e potevamo conquistare Unità e a un tempo Repubblica:—o gli Italiani non erano maturi per emanciparsi in nome d'un principio senza cooperazione di re e avremmo, accennando continuamente a fare, costretto la monarchia ad andare oltre i termini prestabiliti, a darci almeno l'Unità Nazionale.
Taluni fra i nostri m'accusarono, più dopo, d'aver deviato, ammettendo ne' miei calcoli che si potesse trarre partito dalle opere della Monarchia. Gli scritti coi quali io chiamava il Partito a trasformarsi sistematicamente in Partito d'Azione non parlano di Monarchia ed escludono quindi il rimprovero. Ma quanto alle ipotesi della mente, esse furono purtroppo giustificate dai fatti. L'iniziativa fu presa, coll'ajuto dello straniero, dalla Monarchia: i repubblicani non ne furono capaci. Se quanti allora ciarlavano di repubblica avessero dato opera a ordinarsi, a disciplinarsi, a raccogliere mezzi, ad armarsi per fare, noi non avremmo forse oggi sulla fronte della povera Italia le vergogne di Nizza, di Lissa e Custoza e della perenne soggezione all'influenza straniera. E s'oggi non si sfogassero in proteste indecorose e derise, ma seguissero, severamente deliberati, le norme pratiche che fruttano potenza a un Partito, noi potremmo cancellare speditamente quelle vergogne, nè a me toccherebbe di struggere i miei ultimi giorni nel dolore, supremo per chi ama davvero, di vedere ciò che più s'ama inferiore alla propria missione. Se non che è più facile rimproverare che fare.
Io credo d'avere, con quel metodo d'agitazione, contribuito a costringere, non foss'altro, e dacchè i repubblicani non seppero ordinarsi e fare, la Monarchia sulla via, non voluta dell'Unità Nazionale; nè vedo, pur disprezzandola più sempre trascinata non da fede, ma da paura, perchè m'increscerebbe. Saremmo noi, riordinati federalmente, più vicini alla conquista del nostro ideale?
I monarchici intanto iniziavano dal canto loro un nuovo stadio di attività con una perfidia.
Ho accennato al nembo di rimproveri e d'accuse che si rovesciò da ogni lato su me dopo il 6 febbrajo: rimproveri e accuse tanto più feroci, quanto più io sembrava sprezzarli e persistere. Al disciogliersi del Comitato Nazionale e alla condanna che taluni fra i suoi membri s'affrettarono a proferire contro di me, tenne dietro un generale dissolvimento. Per più mesi io non ebbi, fuorchè da popolani, una sola lettera che trattasse di cose italiane. Ogni lavoro s'era sospeso o sottratto alla mia direzione. In Roma, soltanto, l'Associazione serbava meco l'antico contatto: l'uomo, singolare per ingegno, per intrepida fede repubblicana, per potenza di logica e antiveggenza del futuro, che la dirigeva, non era tale da mutar giudizio e condotta per un tentativo fallito. E Roma, era punto siffattamente importante, ch'era necessario rapirmelo, o condannarsi a vedere ravvivarsi a poco a poco la mia influenza sui lavori del Partito in Italia.
Un agente di parte monarchica fu spedito da Torino a Roma a tentar l'impresa. Giovandosi dell'opinione largamente diffusa, ch'io fossi politicamente un uomo perduto, si disse a parecchi dei nostri che la Monarchia si preparava alacremente a operar per l'Italia—ch'io era stato fin allora, colle mie improntitudini repubblicane, ostacolo a' suoi disegni—che importava quindi staccarsi da me, provato incapace dagli ultimi fatti, e unirsi fraternamente al Piemonte—che la unione delle forze determinerebbe, quasi immediata, l'azione—che ogni uomo potrebbe serbare intatte le proprie idee, ma che si trattava d'unirsi oggi per vincere, poi il paese deciderebbe del proprio avvenire. E le proposte furono accolte: primo a cedere un giovane che, ordinatore supremo nei primi due anni dell'Associazione, poi segretario del Direttore nella sua corrispondenza con me, possedeva nomi, cifre segreti e meritata influenza.
Raccolti a deputazione, i dissidenti dall'antico programma fecero proposta solenne al Direttore perchè, adottando il nuovo, decretasse fusione dell'Associazione colla parte monarchica e sostituisse alla formula unitaria repubblicana le parole: Indipendenza e Unione. Il Direttore diede formale rifiuto.
Cominciò allora contro di lui una guerra sulla quale io trasvolo. I mezzi di corrispondenza colle provincie gli furono interrotti: il contatto coi nuclei esistenti in Roma gli fu seminato di difficoltà e di pericoli: condannato, com'egli era, a vivere in un nascondiglio, ei si trovò a un tratto quasi isolato. Accuse d'ogni genere lo assalirono: fu detto che ei ricusava l'azione, ch'ei negava per ambizione di dittatura la sovranità del paese; ch'ei tradiva, per intolleranza e cieca riverenza a questioni di parole e di mere forme, il fine del lavoro; ch'egli ingannava l'Associazione parlandole in nome di un Partito che s'era chiarito impotente e di un uomo, che s'era chiarito incapace; furono di lui dette cose peggiori e bassamente sleali. Il direttore durò imperturbabile, irremovibile.
Una notte ei fu preso, e furono presi nelle loro case quanti membri o impiegati della gerarchia dell'Associazione persistevano fedeli al programma repubblicano: dal primo fino all'ultimo, il postiere Trabalza. Non accuso uno o altro individuo, ma è fatto, ammesso a quei giorni da tutta Roma e chiarito dal carattere, dai modi e dalla simultaneità delle scoperte, che la lista dei nomi fu trasmessa al Governo Pontificio dagli agenti monarchici legati coi dissidenti.
Parecchi fra gli imprigionati in quella notte gemono tuttavia—benchè nati in paesi che fanno parte del Regno Italiano—nelle carceri del Papa; vergogna eterna del Governo Italiano che non esige, forse perchè sono amici miei e repubblicani, la liberazione: vergogna degli Italiani, che li dimenticano.
Contro quella diserzione dalla bandiera, io pubblicai, con altri, la seguente protesta:
«I sottoscritti, Italiani di Roma e provincia, informati del mutamento reazionario che, per opera di pochi e in contradizione alle tendenze del Popolo, ha preteso rovesciare recentemente la Direzione Centrale dell'Associazione Nazionale, per sostituirvi un Comitato, il cui primo atto è un atto d'ateismo politico, un passo retrogrado verso i nemici della bandiera inalzata nel 1849 in Roma, e un tradimento del patto solenne stretto fra gli uomini dell'Associazione Romana e il Partito Nazionale.
«Dichiarano:
«che la deviazione dal principio Repubblicano, come bandiera di redenzione futura Italiana, colpa grave in ogni parte del territorio Italiano, è infamia e vergogna in Roma:
«che questa deviazione tradisce Roma, alla quale rapisce l'iniziativa morale, ch'è suo dovere e diritto nella Nazione; tradisce l'Italia che guardava a Roma come depositaria della tradizione repubblicana; tradisce l'Azione che non può escire se non da una bandiera di popolo:
«che il fare retrocedere il Partito Nazionale sino alla politica senza nome del 1848, dopo che i fatti hanno dato a quella politica una nota incancellabile d'infamia colla cessione di Milano e col tradimento di Novara, è opera di manifesta ignoranza, o di mala fede:
«che la bandiera repubblicana non rappresenta un interesse particolare in Italia, ma l'interesse, la missione, l'avvenire e l'unità della Nazione, mentre la bandiera che porta scritta l'unica parola d'Indipendenza, bandiera regia senza coraggio di dirsi tale, non rappresenta se non federalismo, interessi dinastici, discordia tra il fine e i mezzi, e quindi impotenza assoluta a combattere e vincere:
«Protestano in conseguenza contro il mutamento tentato, contro l'inganno fatto a un Popolo, che meritò l'ammirazione dell'Europa combattendo per la Repubblica; contro ogni atto emanato o che emanerà dal Comitato fusionista novellamente istallato; e lasciando che la responsabilità dello scandalo d'un'apparente discordi e ricada su chi lo promosse, si assumono di far noto al popolo di Roma e Provincie l'inganno e la delusione di cui è vittima in oggi.
«Aprile 1853.
«G. Mazzini.»
Qui finiscono le note autobiografiche di Giuseppe Mazzini, comprese nei primi otto volumi delle Opere, e che riunite insieme in questo libro ci danno a grandi tratti una storia delle eroiche lotte, dei dolori ineffabili che ebbe a sostenere il grande Apostolo d'Unità e di Libertà.
Seguono quindi gli scritti politici più importanti, disposti per ordine cronologico.
Un principe—et des consèquences—
voilà tout.—
Convention Nationale.
Ma gli uomini pigliano certe vie del mezzo che sono dannosissime, perchè non sanno essere nè tutti buoni, nè tutti cattivi.—
Machiavelli.—Discorsi.—
Trattando delle cagioni, che tornavano in nulla i tentativi di libertà nell'Italia—dei vizî che contrastarono al concetto rigeneratore di farsi via tra gli ostacoli, noi siamo ad un bivio tremendo.
O noi parliamo parole alte, libere, franche—parliamo coll'occhio all'Italia, la mano sul core, e la mente al futuro—parliamo, come detta la carità della patria, senza por mente ad uomini o pregiudizî, snudando l'anima agli oppressori, ai vili, agli inetti, flagellando le colpe e gli errori ovunque si manifestino—e un grido si leva dagli uomini del passato contro ai giovani, che s'inoltrano nella carriera, ignoti alle genti, senza prestigio di fama, senza potenza di clientela, soli con Dio, e la coscienza d'una missione: voi violate l'eredità dei padri, perdete la sapienza degli avi; voi usurpate un mandato, che il popolo non v'affida esclusivamente; voi cacciate l'ambizione di novatore frammezzo ai vostri fratelli!
O noi rinneghiamo ispirazioni, studii ed affetti per una illusione di universale concordia—ci soffermiamo nella predicazione di principii nudi, teorici, astratti, senza discendere all'applicazione, senza mostrare nella storia dei tempi trascorsi le violazioni di questi principii—erriamo intorno all'albero della scienza, senz'attentarci di appressarvi una mano, lamentiamo una malattia esistente nel corpo sociale senza ardire di rimovere il velo che la nasconde e dire: là è la piaga!—e gl'Italiani indurano nell'abitudine degli errori; e gli elementi non mutano, i tentativi insistono sulla stessa tendenza, le generazioni agitano, non frangono le loro catene; e lo straniero ci rampogna inerti nel progresso comune, c'insulta colla pietà del potente al fiacco, si curva sulle sepolture dei nostri grandi, e esclama: ecco la polvere dell'Italia!—
O sospetti, o colpevoli—condannati al silenzio o alla guerra—esosi agli uomini che parteggiano per le vecchie dottrine, o traditori alla patria che le provava fino ad oggi inefficaci e funeste.—
La Patria anzi tutto.—Noi parliamo tra i sepolcri dei padri e le fôsse dei nostri martiri—e le nostre parole hanno ad essere forti, pure, incontaminate da lusinga e da odio, solenni come i ricordi dei padri, come la protesta che i nostri fratelli fecero dal palco ai loro concittadini.—
La Patria anzi tutto.—E chi siam noi perchè abbiamo a calcolare i nostri discorsi dalle conseguenze personali? L'epoca degli individui è sfumata. Siamo all'era dei principii: siamo all'era che pose quel grido in bocca ai lancieri Polacchi: Periscano i lancieri, e la Polonia si salvi!—e che monta alla patria se le nostre parole avessero anche a fruttarci una guerra che il nostro core vorrebbe fuggire? Gli uomini passano. La posterità sperde il garrito delle fazioni; ma i principii rimangono:—e guai all'uomo, che tenta una impresa generosa e s'arresta davanti alle conseguenze quali esse siano!
Una idea—e l'esecuzione: ecco la vita, la vera vita per noi: una idea generosa, spirata dalla potenza che creava l'uomo ad essere grande, lampo della primitiva ragione, quando l'anima giovine, vergine di pregiudizî, di vanità e di meschine paure, s'affaccia ai campi dell'avvenire che l'angiolo dell'entusiasmo illumina d'un raggio immortale—ed una esecuzione costante, assidua, ostinata, sviluppata in tutte le fasi dell'esistenza, nelle menome azioni, come nei rari momenti che vagliono un'epoca, in un'epistola famigliare come in un volume di meditazioni, nei segreti della cospirazione come nella pubblica testimonianza del palco. A questi patti s'è grande—a questi patti si promuove la causa santa—e del resto avvenga che può, perchè l'uomo il quale si slancia nella crociata dell'umanità senz'aver dato un addio ai calcoli, ai conforti, a tutte quante le gioje della vita, non ha missione. Chi scrive codeste linee ha disperato—tranne un affetto—della vita contemplata individualmente—e per questo ei si sente più forte nella predicazione del pensiero rigeneratore. In politica non v'è che un sistema d'azione stabilmente efficace: il sistema che matura i principî, sceglie l'intento, medita i mezzi, poi si pone in moto senza deviare a dritta o a sinistra, facendo gradino degli ostacoli, non rifiutando le conseguenze logiche dei principî, e guardando innanzi.—La verità è una sola. L'eclettismo applicato alla scienza d'ordinamento sociale ha prodotta una dottrina che l'Europa dei popoli infama, e rinega; e la stolta pretesa di voler conciliare elementi che cozzano per natura, ha rovinate a quest'ora più sorti di popoli, che non l'armi aperte, o le insidie della tirannide. Oggimai, s'è giunti a tanta incertezza di sistemi e di vie, che le moltitudini, affaticate pur sempre dal desiderio del meglio, si stanno inerti, aspettando che i loro istitutori s'intendano fra di loro.
Applichiamo queste idee all'Italia.
Le opinioni, le dottrine, i partiti sono in Italia ed altrove. Noi non li creammo: guardammo e la esistenza loro ci balzò davanti, come un fatto incontrastabile, e prepotente sui fati della nostra rigenerazione.
Ora, che vie ci s'affacciano a superarne gli ostacoli?
Noi abbiamo lungamente pensato al modo; abbiamo cercato una via di fusione, un mezzo d'accordo tra chi insiste sulle antiche idee e chi sente fremersi dentro le nuove.—Questa via non v'era: i popoli s'erano illusi di averla trovata, ed hanno scontato quella illusione con tanto pianto e con tanto sangue, che oggimai il volere ricrearla può dimostrare forse bontà di cuore, non senno politico; nè le illusioni, sfumate una volta, si ricreano mai. Il moto è in noi, sovra noi, intorno a noi; e dove gli uni s'abbandonano al moto, e gli altri s'industriano a costringerlo in un cerchio determinato, non v'ha transazione possibile. O innanzi, o addietro! L'anello intermedio fra la inerzia e il moto, fra la vita e la morte, è il segreto di Dio.
Oggi, i popoli hanno sete di logica; e tra molte opinioni inconciliabilmente discordi, io non veggo che una via sola: consecrarsi alla migliore—inalzarne la bandiera—e spingersi innanzi. Là è il progresso! Là è la vittoria!
Così abbiamo detto—e faremo.
Pace e fratellanza a chiunque saluta la bandiera del secolo; a chiunque adotta i principî del secolo.—Gli altri ripeteranno per qualche tempo ancora la insulsa accusa che ci chiama seminatori di discordia: accusa simile a quella che i tiranni infliggono ai buoni, rampognandoli violatori dell'ordine—come se l'ordine potesse esser mai il riposo nell'errore: come se a fondare una concordia potente fosse altra via dal trionfo del vero in fuori. I vizî e le colpe della gente che beve con noi un raggio dello stesso sole, hanno a circondarsi, dicono, di silenzio: paventano l'insulto dello straniero. Lo straniero?—Rammenti che noi fummo grandi e temuti, quando il mondo era barbaro, rammenti che la sua civiltà è opera nostra, la nostra abbiezione opera sua—e arrossisca—però che lo scherno gli ripiomberebbe sul core amaro come un rimorso!—Ma a noi la carità della patria non acciechi il lume della mente. Le vanità puerili, le adulazioni accademiche, le cantilene de' letterati di corte, e il pazzo entusiasmo di quei tanti amatori della patria, che s'inginocchiano davanti ai simulacri dei nostri grandi, senza oprare a farsi grandi com'essi, hanno partorito lunghi sonni e codardi all'Italia—e non altro. L'adorazione al genio dei trapassati, e a quello che spande il suo raggio sulla faccia della terra patria, è bella veramente, quando chi si prostra è tale da potere posarsi eretto davanti alla generazione che gli brulica intorno. Ma i nomi, le memorie, le grande imagini, se non sono applicate alla vita, e migliorate, ed emulate, sono come quell'armi che stanno attaccate alle pareti delle sale: arrugginiscono se non le adopri. Noi non parliamo certo a chi siede tra le rovine e inalza l'inno di disperazione; però che si tratta di confortar gli uomini a osare, anzichè travolgerli nella inerzia. La patria, come la donna amata, può non essere talora stimata: vilipesa non mai! E noi, questa patria caduta, questa bella giacente, noi la circondiamo di tanto affetto, che la vita intera e la morte non varranno a svelarne la menoma parte. Forse, s'essa fosse fiorente di bellezza e di gloria, noi l'ameremmo d'un affetto men caldo e santo: ma non si torna a vita lo scheletro, incoronandolo di rose—nè quelle dive anime incontaminate di Catone e di Tacito adonestavano le colpe de' loro concittadini, ma le flagellavano a sangue. Che se l'orgoglio insuperbisse a taluno nel petto, è grande, ben più che illudersi sulla patria il dire: la patria è caduta e noi la faremo risorgere.
Noi insistiamo sovente sul nostro simbolo di progresso e d'indipendenza, anche a rischio di vederci accusati d'audacia, perchè l'uomo senza credenza non è veramente uomo, e colui che l'ha e non s'attenta bandirla, è men ch'uomo—perchè pur troppo v'è una gente che alla menoma reticenza sospetta prave intenzioni, una gente il cui studio è quello di introdurre un lembo della loro veste macchiata, sotto la toga candida, incontaminata dell'apostolo della verità—perchè infine noi esponiamo le nostre credenze come il programma delle azioni future. Siamo ai tempi nei quali le opinioni hanno ad essere decise ed aperte, nei quali ad ogni uno che si presenti per ottenere la cittadinanza dell'uomo libero corre debito di portare in fronte una dichiarazione de' suoi principii, perchè giovino alla condanna se mai i fatti della vita contrastassero un giorno ai principî enunciati. Noi facciamo questa dichiarazione. Noi la facciamo fidenti, perchè siam giovani e vergini di passato, abbiamo il core puro, le mani pure, la mente pura, e non abbiamo speranza di meglio, di gloria, di trionfo, di lode che nell'avvenire.—Gl'Italiani giudicheranno i nostri atti.
I tentativi di rivoluzione italiana tornarono fino a quest'oggi in nulla. Perchè?—Siam noi codardi tutti? Mancano elementi rivoluzionari? O veramente il mal esito de' moti italiani era dipendente dalla direzione che le fazioni diedero a questi moti?
Lo straniero scelga, se vuole, la prima causa. Noi, Italiani, adopriamoci a rintracciar la seconda.
Noi non siamo codardi. I popoli non sono codardi mai, quando l'impulso che li move è potente—noi men ch'altri—e l'Europa lo sa.
Gli elementi di rivoluzione non mancano all'Italia. Quando un popolo diviso in mille frazioni, guasto dalle abitudini del servaggio, ricinto di spie, oppresso dalle bajonette straniere, divorato per secoli dall'ire municipali, stretto fra la cieca forza del principato e le insidie sacerdotali, senza insegnamento, senza stampa, senz'armi, senza vincoli di fratellanza fuorchè nell'odio e in un pensiero di vendetta, trova pur modo di sorgere tre volte in dieci anni—e il nemico interno sfuma davanti alla potenza di un voto espresso, senza un colpo di fucile, senza un grido d'opposizione, senza una voce che sorga a difendere la causa della tirannide: quando in dieci giorni la bandiera italiana sventola sopra venti città, e gli uomini della libertà invocano confidenti i comizî popolari per concertare le opportune riforme: quando nè persecuzioni, nè sventure, nè delusioni, nè morti possono spegnere il pensiero rivoluzionario—e le prigioni sono piene—e i cannoni s'appuntano contro al popolo—e i dominatori tremano d'una congiura ad ogni romore notturno—compiangete quel popolo che le circostanze condannano ancora all'inerzia, ma non lo calunniate: v'è una scintilla di vita in quel popolo, che un dì o l'altro porrà moto a un incendio: v'è una potenza in quel pensiero intimo di libertà, educato con tanto amore e tanta energia di costanza, in quel voto che cinquecento anni di silenzio non hanno potuto sperdere—che il Genio potrebbe trarne miracoli—ma il Genio solo;—e dov'è il Genio che abbia governati fin qui i tentativi italiani? Dov'è tra quei che stettero al maneggio delle cose nostre, l'ingegno che abbia indovinato il segreto di quei tentativi?
Le moltitudini non mancano alla libertà in Italia, nè altrove. Nei due terzi dell'Europa, le moltitudini han fin d'ora un istinto del bene che può bastare a rigenerarle; soltanto esse non possono esserne interpreti ancora, e abbisognano d'uomini che s'assumano di ridurre i loro sentimenti a sistema politico, che concentrino in una giusta direzione quanti elementi s'agitano incerti e indefiniti negli animi non educati.—Quand'altro non fosse, le moltitudini soffrono, le moltitudini sono oppresse, conculcate dall'aristocrazia, immiserite dai dazî, dalle imposte e dalle dogane, dissanguate dai frati ai quali l'altre classi son già sottratte. Le moltitudini hanno dunque bisogno di mutamento: v'anelano, e lo accetteranno qualunque volta sia loro proposto. Tutto sta nel guidarle; nel convincerle che i mutamenti torneranno loro efficaci; nel persuaderle, che in esse è potenza sufficiente per ottenerli.
Intanto le rivoluzioni italiane hanno presentato finora un aspetto singolare all'osservatore. Nei loro principî furono brillanti, unanimi, confidenti, audacemente intraprese, prosperamente operate: poi, dati i primi passi, languirono, si mostrarono incerte, paurose; e le moltitudini si stettero inerti, indifferenti, sfiduciate dell'avvenire—sorsero come stelle: svanirono come fuochi di cimitero. Simili a quelle creature che nascono bellissime di forme e d'espressioni, ma col germe della distruzione già sviluppato, colla condanna del destino sulla fronte, e delle quali tu diresti ammirandole: morranno prima d'avere raggiunto il fiore della giovinezza—le rivoluzioni italiane ti s'affacciano belle e pure nel concetto primo, ma inceppate, sviate, o soffermate a mezzo il cammino da un ostacolo prepotente che tutti indovinano, pochi hanno espresso liberamente.
D'onde procede l'ostacolo?
Noi lo diremo francamente: mancarono i capi; mancarono i pochi a dirigere i molti; mancarono gli uomini forti di fede e di sagrificio, che afferrassero intero il concetto fremente nelle moltitudini, che intendessero a un tratto le conseguenze; che, bollenti di tutte le generose passioni, le concentrassero tutte in una sola, quella della vittoria; che calcolassero tutti gli elementi diffusi, trovassero la parola di vita e d'ordine per tutti; che guardassero innanzi, non addietro; che si cacciassero tra il popolo e gli ostacoli, colla rassegnazione di uomini condannati ad essere vittime dell'uno o degli altri; che scrivessero sulla loro bandiera: riuscire o morire,—e attenessero la promessa. Siffatti uomini mancarono ai tentativi: nè giova indagarne la causa—ma quando sorgeranno e Dio li caccierà fra le turbe, l'Italia rinata darà solenne mentita a quanti l'accusano di codardia, o la vilipendono ineguale al disegno.
E badate, o Italiani, che la questione è decisiva per voi. Però che se non mancarono i capi, mancarono le moltitudini: mancarono e mancano gli elementi di rigenerazione. A questo bivio siam tratti: abbiamo a scegliere tra l'errore dei pochi e l'impotenza de' molti: abbiamo a rinegare le speranze in un vicino avvenire o la venerazione nei capi che ci guidarono. Per noi, la scelta non è dubbia: gli altri che ripongono l'onore del nome italiano nell'adonestare le colpe italiane, vedano se giovi meglio alla patria il sagrificio dei pochi colpevoli, o l'anatema gittato a un'intera nazione.
Mancarono i capi. Mancarono prima d'animo, poi di scienza politica: prima di fede in sè, nelle moltitudini che reggevano, nella santa bandiera che inalberavano; poi di consiglio rivoluzionario, di spirito logico e del segreto che suscita i milioni di difensori a una causa.—E noi accenneremo successivamente dove e perchè mancassero; e come non s'intendessero nè i mezzi, nè l'intento d'una rivoluzione. Ai popoli si parla efficacemente in due modi: colla virtù dell'esempio, e colla utilità del fine proposto; trascinandoli coll'entusiasmo, o seducendoli coll'avvenire.—E parleremo in principio della mancanza di animo negli uomini che tennero il freno delle cose nostre, perchè l'animo è prima condizione del fare—perchè dove quello manchi o non sia deliberato abbastanza, è follia mettersi a grandi imprese—perchè il vero beneficio d'una rivoluzione deve affacciarsi al popolo con certezza fin dai primi giorni del moto, ma non può, generalmente parlando, svilupparsi che al secondo stadio della rivoluzione, quando essa è già santificata dalla vittoria.—A fare, conviene prima d'ogni altra cosa esser forti.
Del difetto d'energia nei guidatori delle nostre rivoluzioni, degli errori che s'accumularono, della incertezza, delle contraddizioni ch'emergono ad ogni passo dalla storia dei fatti trascorsi, fu detto da molti. Un fremito d'ira generosa si levò nell'anime veramente Italiane al vedere, come per colpa dei pochi l'Italia cadde nel gemito della paura anzichè nel ruggito del lione ferito. Come accadesse, come avvenisse ch'uomini puri nelle intenzioni, amatori del nome italiano e consecrati fin dai primi anni alla carriera politica, si lasciassero travolgere a tanta debolezza da commettere i destini della loro patria a una illusione di tutela straniera anzichè all'armi e al consiglio de' forti, non fu detto mai, ch'io mi sappia. Forse, quando i buoni fremevano la parola del dispetto e della rampogna, le piaghe erano troppo recenti, perchè il raziocinio potesse frammettersi alla passione, e perchè riuscisse di risalire per mezzo agli errori alla sorgente d'onde partivano. Fu guerra di particolarità, di minuzie, di fatti isolati; fu grido d'uomini ai quali la prepotenza degli eventi struggeva l'ultima delle speranze che fan bella la vita, e non lasciava che l'ultimo appello della creatura al cielo, la maledizione agli uomini ed alle cose.—Esce a ogni modo da quelle accuse un senso di sconforto, una disperazione dell'avvenire, che può ridurre l'anime nuove e incerte alla inerzia e le forti e deliberate a vivere d'una vita propria, intima, individuale, a ricoverarsi nella solitudine e nel concentramento dalla fallacia dei progetti e dal sorriso dei tristi. Oggi, è urgente di ritrarre quell'anime dall'isolamento in cui giacciono, di rinfiammarle alla costanza dell'opere, di riconfortarle ad osare, mostrando come nessuna fatalità pesi sopra di noi, ma il solo errore degli uomini, e non invincibile, non inevitabile da chi riassuma in poche massime le vicende passate a trarne insegnamento al futuro. Ora—e per somma ventura—quegli uomini, ch'ebbero un istante le sorti italiane nelle mani, son fatti uomini del passato; quei nomi son retaggio dei posteri, e noi possiamo favellarne senz'ira ed amore; possiamo esaminare più sedatamente qual violazione di principio trascinasse la rovina dei tentativi italiani. Un tentativo fallito si riduce quasi sempre ad un principio violato.
Nelle rivoluzioni più che in ogni altra cosa l'armonia è condizione essenziale del moto. Quando esiste disparità, sconnessione, disarmonia tra gli elementi e la tendenza che ad essi s'imprime, tra chi dirige e chi segue, non v'è speranza.
Gli uomini nati a governare e compiere le rivoluzioni son quei che stanno interpreti delle generazioni contemporanee, miniatura del loro secolo; che riassumono in sè i voti segreti, le passioni, le tendenze, i bisogni delle moltitudini; che si collocano innanzi d'un passo alle genti che seguono, ma come centro in cui vanno a metter capo tutti gli elementi esistenti, tutte le fila ordinate all'intento. Indovinare il pensiero generatore della rivoluzione, e assumerlo proprio, fecondarlo, svilupparlo, e guidarlo al trionfo—tale è il primo ufficio di chi dirige le rivoluzioni. Senza quello si cade tra via scherniti o infami, per impotenza o per tradimento.
Ora, furono essi tali i capi delle nostre rivoluzioni?
No; non furono.
Vediamo l'ultima rivoluzione dell'Italia centrale.
Noi lo dichiariamo: noi la togliamo ad esempio, non perchè gli errori notati v'appajano più manifesti che altrove; nè perchè a noi piaccia diffondere un biasimo non meritato sui nostri fratelli delle Romagne. Noi li amiamo come Italiani: noi li veneriamo come quei che sorsero mentre noi giacevamo; come quei che diedero all'Italia e alla Europa un esempio d'opinione popolare e concorde; come quei che pajono incaricati di affacciare ai popoli una continua protesta in nome nostro contro la tirannide che ci conculca.—I moti del 1820, e 21, furono predominati dagli stessi errori, errori, come dicemmo, più dell'epoca che degli uomini. Vero è che l'epoca ora è mutata, e gli stessi moti dell'Italia centrale lo provano; però l'anacronismo politico, commesso da chi resse que' moti, sgorga più evidente dall'ultime vicende che dalle prime. Poi le piaghe sanguinano tuttavia—e noi scriviamo coll'ultimo gemito di Ciro Menotti, e coll'eco dei fucili di Rimini nell'orecchio.
La rivoluzione dell'Italia centrale presenta distinte due classi d'uomini: i molti insorti, e i pochi moderatori dell'insurrezione.
Che volevano gl'insorti?
Chiedetelo al pensiero che ordinava quei moti—chiedetelo al grido levato dai primi a insorgere in tutte le terre che afferravano spontanee il concetto di vita—chiedetelo al palpito di tutti i cori, al fremito generoso che invase la intera Penisola, quando narrarono i colpi di fucile tratti dalla casa Menotti, all'ardore che fece correre all'armi la gioventù di Bologna quando il vento recò ad essa l'eco del cannone di Modena—all'entusiasmo della gioventù parmigiana non avvertita, non coordinata, non commossa dalle congiure—alle stampe, ai bandi, ai colori adottati, ai viaggiatori che corsero da un punto all'altro per affratellare le varie contrade, alla bandiera che sventolò tra quei moti. Quella bandiera fu la bandiera italiana—quei colori erano i nazionali italiani—quelle prime voci erano voci di patria, di fratellanza, di lega italiana—quel fremito, quel tumulto, quel moto era il voto dei forti, serbato intatto per quaranta anni di sciagure e di persecuzioni; concentrato allora intorno ad un nome—al vecchio nome d'Italia, a quel nome immenso di memorie, di gloria, di solenne sventura, che i secoli di muto servaggio non avevano potuto spegnere, e che mormorato all'orecchio era trapassato di padre in figlio, come il nome del temuto nella lunga cattività degli Ebrei. Volevano l'unità, l'indipendenza, la libertà della Italia; volevano una patria; volevano un nome, col quale potessero presentarsi al congresso futuro de' popoli liberi, e che cacciato sulla bilancia Europea promovesse d'un passo la civiltà. Però la gioventù insorta non s'arretrava davanti a ostacoli di lunga guerra, o di disagi d'ogni genere; chiedeva la gioventù Bolognese fin dal secondo giorno del movimento d'invader la Toscana; chiedevano i nazionali di Reggio e Modena di conquistare Massa e Carrara alla libertà; chiedevano più tardi le guardie civiche condotte dal Zucchi di movere per la strada del Furlo al regno di Napoli; però che ogni uomo a' quei giorni—tranne chi reggeva—sentiva profondamente che si trattava d'una causa italiana, non Bolognese, o Modenese: ogni uomo—tranne quei del governo—sentiva ch'era venuto tempo per gl'Italiani di manifestare alla nazione e all'Europa con qualche atto solenne il loro concetto, il principio che li guidava, la intenzione in che s'erano mossi—del reato non curavano. Quel primo momento di rivoluzione, di manifestazione generosa è sì bello, bello di sacrificio individuale, di speranza infinita e d'audacia Titanica, che può scontarsi colla morte in campo, o sul palco: nè gl'insorti pensavano allora doverlo, per la inerzia di pochi, scontar col ludibrio.
Con siffatti elementi, con questa tendenza del popolo insorto, quali erano i doveri degli uomini che il voto dei più, il caso e le circostanze elessero a capi?
I doveri de' capi—noi lo dicemmo—emergono dal voto, dalla tendenza predominante le moltitudini; stanno scritti nella bandiera adottata dalle moltitudini. Ogni rivoluzione è la manifestazione, la espressione pubblica d'un bisogno, d'un sentimento, d'una idea; e quando un popolo insorge, la scelta dei capi costituisce un contratto tacito fra quel popolo ed essi. Il primo, eleggendo, dice ai secondi: noi ci levammo per rivendicare un diritto usurpato o violato; ci levammo per ottenere un miglioramento di condizione che i governi ci vietano; ci levammo perchè noi, maturi per salire d'un passo nella carriera del progresso, eravamo pure inceppati e costretti alla inerzia da una prepotenza d'ostacoli materiali. Ora, insegnateci la via; noi la ignoriamo; ma eccovi braccia e mezzi; traetene il maggior partito a guidarci dove noi vogliamo: vi seguiremo attraverso i pericoli.—I secondi, accettando, rispondono: noi sacrificheremo ogni cosa allo sviluppo di cotesta idea; noi poniamo vita, senno, consiglio dove voi ponete le sostanze e la vita. Seguiteci con fiducia, però che dovunque, tra i pericoli inevitabili, vedrete ondeggiare la nostra insegna, voi sarete certi, ch'ivi è la via che avete trascelta.—Queste condizioni a noi pajono intervenire più solennemente tra la nazione e i suoi capi, che non se fossero proferite a parole; perchè dove il mandato sgorga dalle circostanze e dal voto pubblico è più santo che non sarebbe uscendo da formole; nè i popoli manifestano mai così solenni i loro voti, come quando li manifestano colle azioni. Non giova illudersi; chi fraintende quel voto può meritare compianto—ma qual nome serba la patria a chi, intendendolo, lo delude, e inganna deliberatamente le migliaja che glie ne fidano lo sviluppo?
A quei che stettero primi nella rivoluzione dell'Italia centrale—a quei che convalidarono col silenzio e colla inerzia le loro dottrine—a quei che in oggi si assumono le difese dei loro atti, e maledicono alla gioventù perchè non li venera muta, noi abbiamo il diritto di chiedere:
Volevate voi dirigere la rivoluzione all'intento voluto dalle moltitudini, che la operavano?
Allora—dovevate costituirvi rivoluzionarî davvero: cacciare un grido all'Italia, e lanciarvi innanzi. Dovevate prefiggere ad ogni atto della vostra esistenza politica il pensiero d'indipendenza, d'unità, e di libertà che fremeva nel petto ai vostri concittadini; dovevate procedere con franchezza, e con energia alle conseguenze dei principî rigeneratori. Allora—v'era mestieri calcolare le difficoltà della vostra situazione, e affrontarle anche a rischio di soccombere davanti ad esse; v'era mestieri meditare le leggi fondamentali d'ogni rivoluzione, e subirne le conseguenze e l'azione; v'era mestieri, se fatti non potevate, cacciar principî sull'arena italiana; lasciare un alto insegnamento ai posteri, se le sorti ci contendevano un miglioramento materiale, positivo: educarli, se liberarli non v'era dato. Allora—vi correva debito sacro di definire davanti all'Europa la tendenza, il carattere dei moti Italiani; debito di tentare tutte le vie per le quali una rivoluzione può conquistar la vittoria; debito di ritemprare con forti esempli l'anime incodardite negli anni lunghi di servitù, di cacciare un guanto ai nostri nemici, ch'essi dovessero tremare di raccogliere, di lasciare almeno alla crescente generazione—s'altro non era concesso—il programma della rivoluzione avvenire. Gli elementi stavano dinanzi a voi; Dio, padre della libertà, li aveva creati per voi, se sapevate o volevate usarne. L'entusiasmo, il coraggio, ed il genio—tre angioli di vita a un popolo decaduto: tre scintille di potenza immortale: tre raggi che brillarono di bellissima luce mentre il bujo della paura vi si stendeva intorno all'anima sconfortata—erano con voi e per voi, purchè aveste cercato suscitarli col sacrificio e coll'audacia dei generosi; purchè aveste saputo evocarli colla fede e col martirio, purchè non aveste isterilita ogni vostra potenza colla funesta parola: l'Italia è morta. L'Italia morta? Oh! v'è una vita in questa Italia caduta, che non conosce la morte!—L'Italia morta? Oh! se di mezzo a voi un uomo si fosse levato; se quest'uomo, trascorrendo con occhio d'aquila tutti gli elementi di lotta esistenti in Italia, avesse inteso il partito che potea trarsene; s'egli avesse sentito la vastità del ministero che le circostanze gli davano; s'egli avesse detto a sè stesso: a questo punto, non vi hanno riguardi, non v'è autorità, non v'è legalità, non v'è che un dovere: tentare la salute della patria; il mandato a fare non emana in siffatti momenti da un congresso, o da una commissione provvisoriamente governativa, ma dalla legge suprema della necessità, dal suffragio dei proprî fratelli, dalla coscienza delle proprie forze e della propria virtù; se quest'uomo avesse fatto un appello alla nazione, avesse diffuso una gioventù bollente sulle terre vicine, sui monti, nelle campagne, avesse detto ai giovani: siate grandi! alle moltitudini: siate con noi, però che noi veniamo a togliervi allo stento ed alla miseria; ai giacenti: sorgete! levatevi in arme! noi veniamo a vincere o morire con voi!—che non avrebbe egli fatto della gioventù? di quella gioventù, che sfiduciata da mille delusioni, abbandonata e tradita, resa inerte dalla diffidenza, dai sospetti, dal difetto di ordini, trovò pur modo di salvare l'onore italiano, e di protestare a Firenzuola, a Novi, a Rimini, che dove fosse stata unione, confidenza, ed energia di condottieri sapienti, la potenza del nome italiano sarebbe stata?—Forse, se un linguaggio e un contegno decisivo s'assumevano dagli uomini ai quali erano fidate le sorti della patria; se una parola solenne bandiva che l'Italia Centrale era sorta per tutti, ch'essa avrebbe combattuto per tutti, o sarebbe caduta vittima per tutti; se un fatto—un fatto solo, ma grande, ma potente, ma tremendo d'una volontà disperata, e compiuto al cominciar della lotta dai rappresentanti il pensiero italiano, avesse scosso le menti, forse strappavamo alla mano del tempo l'ora della risurrezione, forse il grido di guerra a morte sorto di mezzo alle barricate cittadine, o la maledizione al barbaro cacciata dai canuti morenti tra le rovine d'una città, rompeva il letargo dei secoli, suscitava alla vendetta i milioni incerti fra la speranza e la tema; però che la virtù d'un esempio è infinita, e dai rottami di Missolungi sorse la Grecia.—O fors'anche, quei primi forti perivano, e soli; ma si salvava l'onore, si struggevano le insulse accuse che ci vengono dallo straniero, le infamie che suonarono dall'alto della tribuna francese sulla bocca di Thiers e Guizot non erano proferite; e si gittava tra le rovine italiane un principio che avrebbe fruttato miracoli nell'avvenire, un principio essenziale, inevitabile,—perchè, davvero, o Italiani, senza simili fatti, senza quei sagrifici, non sarete liberi mai.
E voi, condottieri delle rivoluzioni passate, che avete voi fatto?
Che avete voi fatto del popolo, della gioventù, dell'idea rivoluzionaria, de' principii che ne dominano lo sviluppo, dell'Italia e della missione, ch'essa v'aveva fidata?
Nulla! Avete sprecate o neglette lo forze che vi s'accumulavano intorno; avete scavato un sepolcro a tutte le più belle speranze; avete creato la morte. Ora l'adorate divinità prepotente!
Avevate una parola, che proferita al popolo, potea suscitarlo all'opre del braccio. Era la parola onnipotente; la parola della quale si valsero per legge di cose tutti i grandi che vollero dominare o trascinare all'azione le moltitudini; la parola che creava i quattordici eserciti della Convenzione, e più tardi, benchè convertita in delusione, la potenza di Napoleone; la parola che Dio scrisse nella prima pagina del libro della creazione, il core.—L'avete voi detta? Avete voi gittato in mezzo alle turbe quel nome magico, che annunciando all'uomo la propria dignità, crea dallo schiavo l'eroe, quella parola d'eguaglianza, che Cristo aveva pronunciata diciannove secoli addietro, e che in un mondo corrotto, anarchico, egoista, incredulo, lacerato dai barbari aveva pur bastato a fondare una religione? Avete voi detto al popolo: noi veniamo ad emanciparvi; veniamo a stringere il patto d'amore; veniamo a porre un termine alle vostre miserie?—No, avete tremato del popolo; del popolo senza del quale non farete mai nulla; del popolo, primo elemento delle rivoluzioni. Perchè, noi lo abbiam detto e lo diremo finchè prevalga, le rivoluzioni hanno ad esser fatte pel popolo e dal popolo; nè finattantochè le rivoluzioni saranno, come ai nostri giorni, retaggio e monopolio d'una sola classe sociale e si ridurranno alla sostituzione d'un'aristocrazia ad un'altra, avremo salute mai. Ma voi, dimenticando che una riforma sociale è viziata ne' suoi principî, se non comprenda e non rappresenti gl'interessi e i bisogni di tutte le classi; dimenticando che a trionfare avevate bisogno di braccia, e che ad averle è necessario animarle d'una idea di potenza, di fratellanza, e d'ammiglioramento, poneste mente a comprimere il popolo, e frenarlo nell'istinto del bene che lo agitava, e vietargli la lotta. Però il popolo vi lasciò soli; stette inerte a contemplare lo spettacolo d'una contesa, alla quale non era chiamato.—Un grado di progresso nella grande fusione sociale, nell'equilibrio possibile, ecco l'intento delle moltitudini. L'idea è nulla per esse, dove non sia scesa all'applicazione; e d'onde trapelò nei vostri atti, nella vostra carriera questo desiderio d'applicazione?—Io scorro i vostri mille decreti; dov'è un decreto, che proclami solennemente il principio della sovranità del popolo, sorgente di tutti i poteri? Dov'è un decreto che ordini l'esercizio del principio d'elezione, vastamente inteso e applicato? Dove un decreto, che dica al popolo: armatevi, e che provveda ad armarlo? Dov'è un atto solo in cui il popolo abbia schiusa, col suo intervento, davanti a sè la carriera della insurrezione?
Avevate una gioventù calda, ardita, impaziente d'azione, dalla quale potevate, sapendo, trarre una potenza invincibile; però che la gioventù è santa; la gioventù anela al sagrificio puro, e per premio, una speranza che le conforti il sospiro ultimo, una parola di lode.—Che avete voi fatto per essa? Quali sorgenti d'entusiasmo avete schiuso a quell'anime giovenili, che volano al grande collo slancio? Quali generose passioni avete tentato dirigere all'intento sociale?—Nessuna. L'anime giovanili s'erano infiammate al sole della novella Civiltà, s'erano levate sublimi alle idee di patria comune, di fratellanza italiana, di gloria europea, d'emulazione coi loro fratelli di Francia, di Brusselle, di Varsavia—e voi sfrondaste quelle idee fin dalle prime mosse, impiccoliste quell'anime nelle angustie d'una sommessione cieca ed inerte; le intorpidiste colla diplomazia; le fiaccaste colla diffidenza e colla paura. La gioventù fremea guerra,—e voi non che attentarvi pur di bandirla, non osaste intravvederne la necessità; non osaste mirarla in faccia un solo momento senza tremare; cacciaste nei vostri primi discorsi, ad agghiacciarle il sangue bollente, una parola di pace, di pace obbrobriosa, e impossibile. E mentre le grida dei giovani; commossi al pericolo dei loro fratelli di Modena e Reggio, vi richiedevano d'armi, di capi, e d'un cenno per volare a soccorrerli, voi mandavate la infame parola: le circostanze dei modenesi non sono le nostre[59]; rinnegavate l'Italia e i vostri fratelli decretando si togliessero l'armi, e si rinviasse nell'interno qualunque estero s'introducesse nello stato, però che nessuno de' vostri dovea prender parte alle querele dei vicini; e queste parole uscivano da labbra italiane, si parlavano ad Italiani, e gli esteri erano Italiani, favellavano un linguaggio italiano, e la bandiera che l'Austriaco calpestava coi piedi era italiana!!!—Sperda il tempo quella parola, e verrà giorno in cui le nostre generazioni ricuseranno di crederla. Ma in oggi, a chi non prepone all'utile della patria una illusione di meschino amor proprio, giova farla suonare alto, sì che l'Italia arrossisca d'averla intesa e sofferta! Giova ripeterla a snudare la piaga che dannava a morte una rivoluzione nata sotto bellissimi auspicî; giova dirla, perchè lo straniero impari a conoscere come furono tradite da pochi capi le più care speranze d'un popolo condannato finora a starsi errante tra la infamia dei gabinetti e la codardia de' suoi condottieri! Furono visti i settecento Modenesi di Zucchi attraversare Bologna disarmati e dimessi, in sembianza di prigionieri. I cittadini piangevano a tanta viltà; il ministro della guerra era Armandi, e dava quest'ordine mentre gli Austriaci avevano già oltrepassato il confine Bolognese; rotto il non-intervento a Modena, a Reggio, a Parma, a Ferrara; e tutto quel giorno (20 marzo), non fu dato un ordine ai cittadini armati raccolti ai quartieri; e fu pubblicato solamente un manifesto, in cui s'esortavano i cittadini non a preparare le barricate, ma a starsene tranquilli nelle proprie case; e s'affermava la guardia nazionale essere istituita a mantenere non la indipendenza della nazione, ma il buon ordine, e non altro; e fu sussurrato ai padri, ai capi di famiglia o di negozio, ai giovani stessi di non abbandonar la città per raccogliersi in Ancona; e chi facea queste cose, prometteva sarebbe stato l'ultimo a partirsi, poi si partiva primo, la sera, e secretamente!—Nè gli estremi pericoli sono scusa a siffatto procedere, però che nessun pericolo scusa dalla viltà, nè d'altra parte quelle codardie furono generate dalle incertezze degli ultimi momenti d'una rivoluzione caduta, ma furono effetto d'un sistema; del sistema che noi combattiamo; del sistema che parve adottato a infiacchire e sperdere la potenza d'ogni elemento rivoluzionario.—Nove dì prima di quel giorno, invasa Ferrara dagli Austriaci, e sostituita al Comitato Governativo una reggenza a nome del Papa per opera di Flaminio Baratelli, infamissimo tra gli uomini, usciva un bando del Governo Provvisorio bolognese, che parrebbe dettato dall'Austria, se le firme non fossero, a difendere e giustificare quella infrazione al patto del non-intervento; a coonestare per via di sofismi e d'arguzie forensi quell'atto di guerra aperta; a frenare l'impeto dei cittadini, che correvano all'armi, colle allegazioni del trattato di Vienna, colle esortazioni alla inerzia, colle promesse di pace[60]. E Ferrara aveva sette deputati a Bologna, e la unione e la libertà s'erano decretate solennemente!—Or credevano essi gli uomini del governo alle proprie parole o fingevano? Certo i posteri male potranno discernere se in quelli atti predominasse la viltà, o la ignoranza.—E nei primi giorni della insurrezione, quando urgeva dilatare l'incendio per ogni dove, e fomentare lo slancio, le prime voci che gli uomini influenti predicavano ai giovani armati erano voci di moderazione; e il primo giuramento che fu fatto prestare in pubblica piazza fu quello di: siate moderati; come se vi fosse moderazione possibile prima della vittoria; come se vi fosse altro giuramento in rivoluzione da quello in fuori d'essere, e farsi forti!
Con siffatti modi si voleva animare la gioventù! Con siffatti modi si pretendeva giovare alla rivoluzione italiana nascente!
Ed oggi v'è chi assume la difesa di quei ciechi decreti! V'è chi dimanda quasi schernendo perchè, se la gioventù fremeva avversa a siffatte cose, non si levò nello sdegno a ricacciar nella polvere i pochi che ne tradivano il voto!
Perchè?
Oh! io la so, io la so quella storia di sensazioni amarissime per le quali il giovine del secolo XIX trapassò sì veloce dall'entusiasmo alla indifferenza, dai conforti della speranza alle angoscie della delusione, dal grido di guerra al destino, alla fredda bestemmia del disperato!—Da prima uno slancio indefinibile, senza limiti, un delirio di gioja, un anelito alla lotta, una fiducia nella vittoria—e quando la prima voce di libertà si diffonde per le città, quando il primo stendardo patrio sventola sulle torri, un'adorazione a quella voce, a quello stendardo, un rinegamento, un oblìo totale di tutto ciò ch'è individuale, per impalmare le destre, e correre alle armi! Allora i primi che si mostrano rivestiti d'una missione sono venerati e seguiti colla stessa fede che meriterebbero dopo averla compiuta. La gioventù s'annoda, si stringe intorno ad essi, ad attendere il cenno, le norme per moversi. Poi, quando la lentezza, o la incapacità incominciano a mostrarsi nell'opere di quei duci, quando la espressione del voto pubblico esce travisata, indebolita, o velata, una incertezza di giudicio, una esitazione funesta, una speranza che gli arcani della profonda politica imperino quelle mosse timide, e inadequate all'intento. Poi, il sospetto, il freddo mortale sospetto insorge; la gioventù intende confusamente, che non v'è il potente alla testa; la gioventù freme ma tacitamente, però che il ribellarsi, il tumultuare, il cacciarsi innanzi da sè le frutterebbe taccia d'ambiziosa, d'irrequieta, d'incontentabile. La libertà s'affaccia ad essa così pura, così santa, che il grido della rivolta pare contaminarla. Intanto lo spirito pubblico si deprime; la diffidenza si stende; le voci di tradimento serpeggiano nelle moltitudini; i partiti si formano; e il nemico innoltra, profittando d'ogni cosa.—Poi, quando il momento della crisi è giunto, l'anatema ai capi s'innalza potente, ma è tardi; il precipizio è aperto, la rovina è inevitabile. Spento il coraggio, che dà la vittoria, rimarrebbe ai giovani il sagrifizio. Ma il sagrifizio per chi? Per nulla? Per quei che hanno minato, distrutto l'opera generosa? E senza speranza d'esito favorevole?—Allora un freddo s'apprende al core; allora un senso di stanchezza, di sconforto, di misantropia, s'insignorisce della facoltà; allora vien la bestemmia, la sterile, disperata bestemmia. Ecco anime perdute! Maledizione a chi le ha perdute! Maledizione a chi non seppe trarne cosa alcuna a pro della umanità!
Io lo chiedo ai giovani italiani. Quanti fra loro non hanno subìto la progressione di questi pensieri? Quanti fra loro non sentirono un palpito nell'anima, non balzarono di gioja generosa all'idea del pericolo? Chi è tra loro che non salutasse colla fede dell'avvenire il mattino, il fresco mattino, vegliato al sorgere sovra una rupe, colla bandiera al vento, la vedetta in distanza, un pensiero alla donna del suo core, e una palla pel primo soldato austriaco? Chi non ha inebbriato l'anima di questa poesia—poesia d'azione, di vita, di moto in tutte le facoltà, libera, piena, potente—poesia del secolo—poesia i cui primi raggi incoronano la zolla che ricopre l'ossa di Koerner, i secondi strisciarono sul fucile del Klefta e posano sul sepolcro di Botzaris, i terzi scherzeranno, io lo spero, intorno al berretto del giovine italiano sui gioghi dell'Apennino?—Ma come oprare, come tradurre in azione questa poesia dell'anima, dove tutto è paura, dove si combatte colla diplomazia non coll'armi, dove ogni pensiero virile è maledetto col nome d'audacia, dove mancano ordini, norme, esempli, materiali di guerra, incoraggiamenti; dove finalmente gl'individui che rappresentano quel voto d'una nazione che aspira a ringiovanirsi lo rinegano al primo apparire d'una bajonetta nemica?
Uomini delle rivoluzioni passate! Che volevate voi dunque quando assumeste l'ufficio di guidare le moltitudini, di dirigere l'insurrezione a un intento?—Noi torniamo a questa dimanda perchè è la sola che ponga la questione nel vero aspetto; la sola, che stabilisca un criterio per giudicare del passato utilmente per l'avvenire.—Se il voto nazionale, popolare, imponeva una condotta interamente diversa da quella che voi teneste; se non avete fatto cosa alcuna per verificare, per condurre ad effetto quel voto—che volevate voi dunque? Qual era l'intento che v'animava? il simbolo che dirigeva i vostri atti? la credenza politica che recavate sul seggio rivoluzionario?
Odo dire da taluni: le cose Italiane vanno trattate con maturità: nessuno è da più dei proprî destini, e i destini italiani non sono finora quei della Francia o degli altri popoli Europei che si costituiscono a nazione. Leggo scritto da un uomo che tenne nell'ultime vicende un ministero, anima della rivoluzione: la riunione d'Italia non sarà mai che una brillante utopia (e queste parole noi le registriamo quaddentro, perchè in esse sta il segreto delle passate sciagure, e perchè i giovani, che sentono come noi sentiamo, si rinfiammino a smentirle): dobbiamo adunque limitare i nostri sforzi al miglioramento delle nostre istituzioni... nei diversi stati che la compongono. Il solo voto, il cui compimento possa sperarsi in questo momento, è quello di vedere sparire la divisione assurda e meschina della parte centrale, e d'ottenere la riunione di queste frazioni in un solo stato valente a sostenersi da sè[61].—Così scrive in Parigi, coll'idioma francese, e davanti all'Europa il ministro della guerra delle provincie insorte nel 1831, perchè l'Europa esclami: con siffatti uomini poteva aver esito prospero la rivoluzione italiana?—E nè egli, nè quanti giudicano com'egli giudica, intendono l'Italia, e come tra noi il bisogno di unità sia oggimai più fortemente sentito che non quello di libertà, dacchè per esser libera una gente ha necessità d'esistere come nazione. Ma a lui, e a quanti in criterio politico gli somigliano, la gioventù italiana insorta nel 1831 ha diritto di dire: «Perchè avete accettato l'ufficio a che noi vi ponemmo? Perchè con un pensiero diametralmente opposto a quello di cui noi chiedevamo lo sviluppo, avete pure assunto la nostra assisa, inframmettendovi alle cose nostre? Se non avevate energia o concetto rivoluzionario, dovevate almeno serbare intatta la buona fede. E quando noi vi fidammo l'incarico di condurre la impresa italiana, perchè non rivelaste il vostro sospetto? Perchè le parole che oggi scrivete a giustificarvi anche a spese dell'utile nazionale, non le avete proferite allora, che potevano fruttare utilmente alla patria? O avevate allora sagrificata la vostra opinione alla universale, avevate determinato di tentare le sorti italiane e vedere se mai quella ch'oggi dite utopia fosse una verità—e perchè opraste vilmente? Perchè rifiutaste i mezzi che vi s'offrivano? Perchè chiudeste la via di Roma a quei che il buon senso politico aveva spinto a quella volta? Perchè vietaste l'organizzazione delle milizie che il figlio del conte di San-Leu progettava, e ve ne vantate? Perchè diceste al barone di Stoelting, che non chiedevate se non pace ed amicizia all'Austria, e ve ne vantate? Perchè impediste alla gioventù di promovere una rivoluzione nella Toscana, e ve ne vantate?—O avete falsato il giuramento tacito che prendeste, assumendovi la direzione del moto; avete sostituito il concetto proprio al concetto della nazione; avete tradito il mandato che vi s'era imposto—e allora tacete; non aumentate i vostri torti, scrivendo; non vi paragonate a Kosciusko, e ricordatevi che Kosciusko fu trovato sul campo delle patrie battaglie trafitto dalle palle nemiche!»
Altri furono di buona fede. Amavano la patria, amavano l'unità italiana, senza la quale non v'è libertà, ma tremarono—e il tremare in rivoluzione è delitto. Come gli antichi, deificarono la paura; ma gli antichi rivolgevano la faccia del simulacro al nemico, essi gli ergevano un altare nel proprio core. Travolta la mente dalle vecchie norme, non intravvidero salute che nelle diplomazie—lo dissero almeno.—Senz'attentarsi di fare la più piccola prova delle forze italiane, disperarono d'esse, e disperano. Furono incerti, esitanti dai primi passi; non ebbero virtù d'animo forte e sprezzatore d'ogni pericolo per lanciarsi a corpo morto nella carriera del sacrificio, nè logica di spirito rivoluzionario per intendere come l'efficacia d'ogni diplomazia posi sulla forza e sull'armi. Pregarono e piansero: fu questa diplomazia? Gli Austriaci invadeano il Modenese—ed essi rinegavano i Modenesi. Gli Austriaci s'impossessavano di Ferrara—ed essi mandavano bandi a giustificare gli Austriaci. Gli Austriaci violavano il confine bolognese—ed essi fuggivano. Era questa diplomazia? Credevano essi che l'Austria si fermasse alle porte della loro città? Ideavano che una scintilla di libertà potesse sorgere e mantenersi in qualunque parte d'Italia, senza che l'Austria accorresse a spegnerla? Insurrezione e guerra coll'Austriaco sono una cosa per noi, perchè la libertà trapassa muri e ripari, e l'Austria, consapevole della potenza dell'esempio, non può nè deve appagarsi della promessa di non estendere la rivoluzione oltre certi confini. O fidavano nella Francia? Fidavano sul principio del non-intervento? Nelle parole di Lafayette?—Ma la Francia non poteva scender nel campo che a guerra incominciata, ed essi non volevano romperla, non raunavan forze e materiali per sostenerla un sol giorno—ma il non-intervento (parola infame in bocca degl'insorti, però che la idea del non-intervento valendo soltanto tra paesi stranieri, riconosceva, applicata a noi, la legittimità dei governi, che ci dividono) violato già dalla Francia nelle cose del Belgio, non poteva allegarsi efficacemente davvero se non in quanto l'intervento austriaco s'opponesse alla volontà nazionale; ed essi comprimendo qualunque manifestazione di questa volontà si tentasse dai nostri, non movendo un passo per dichiararla coi fatti, ajutavano i sofisti dottrinari a rivocarla in dubbio—ma Lafayette aveva detto: italiani, meritate la libertà, e la francia vi assisterà; ed essi a meritarla, decretavano toghe, facevano editti sul bollo delle carte da gioco, mutavano professori d'università, col barbaro a venti passi. Era questa diplomazia?
Ma se un uomo fra quei che reggevano fosse sorto e avesse parlato agl'Italiani queste parole:
«Non fidate nello straniero; la libertà non è veramente ottenuta, se non la conquistano i cittadini col proprio sangue; nè lo straniero scenderà a versare il suo sangue sulle vostre campagne, se non quando paventerà in voi un nemico potente o vedrà in voi un potente ausiliario. La libertà isterilisce rapidamente quando è commessa a mani d'esteri. Se volete essere ajutati, mostratevi forti; cominciate per cancellare la macchia di viltà che v'appongono; invocate il rispetto de' dritti o la simpatia de' popoli coll'arme al braccio. La diplomazia s'appoggia sulla minaccia: non v'è diplomazia per chi fugge: ma uomini e Dei soccorrono al forte.—In rivoluzione, l'arrestarsi prima d'aver toccato lo scopo, è colpa gravissima. Proclamate l'intento sociale della rivoluzione; enunciatelo al popolo; chiamate le moltitudini all'opra. L'onnipotenza sta nelle moltitudini: convincetele che voi non oprate se non a migliorare il loro destino; scrivete sulla vostra bandiera: eguaglianza e libertà da un lato, dall'altro: Dio è con voi; fate della rivoluzione una religione; una idea generale che affratelli gli uomini nella coscienza d'un destino comune e il martirio: ecco i due elementi eterni d'ogni religione. Predicate la prima, slanciatevi sublimi verso il secondo; cacciate la gioventù alla testa delle moltitudini insorte: voi non sapete gli arcani di potenza nascosti in quei cori giovanili; non sapete la influenza magica che la voce dei giovani esercita sulle turbe: voi troverete nella gioventù una folla d'apostoli alla nuova religione. Ma la gioventù vive di moto, ingigantisce nell'entusiasmo e nella fede. Consecratela coll'altezza d'una missione; rinfiammatela colla emulazione e colla lode; diffondete ne' suoi ranghi la parola di foco; la parola dell'ispirazione; parlate ad essi di patria, di gloria, di potenza, di grandi memorie—poi rovesciate moltitudini e gioventù sull'Austriaco; bandite la crociata addosso al barbaro che divora l'oro italiano, che beve il sangue italiano, che profana le memorie italiane, che sfronda colla sua sciabola i cedri dei nostri terreni, che contamina l'aure del nostro cielo, che ci toglie vita, patria, nome, gloria, intelletto e sostanze—e assalite primi. Le rivoluzioni, generalmente parlando, non si difendono che assalendo. Insurrezione e guerra sono sinonimi e poichè non potete sfuggirla, rompetela primi: rompetela in modo che non lasci via di pace o di tregua; snudate la spada e cacciate via la guaina; ma badate se non è guerra d'eccidio, se non è guerra rivoluzionaria, guerra disperata, cittadina, popolare, energica, forte di tutti i mezzi che la natura somministra allo schiavo dal cannone al pugnale, cadrete e vilmente! Badate che dove il tamburo non s'accompagni del suono delle campane a stormo, dove il fatto campale non alterni colla barricata, cadrete! Badate che dove non calcoliate esattamente le vostre forze, dove non adottiate un metodo di guerra speciale, dove presumiate troppo o troppo poco di voi, cadrete! volgetevi ai monti: là sono le speranze della libertà; là stanno le vostre difese insuperabili eterne, sol che vogliate; di là scendete, dilagatevi nelle varie contrade italiane; gittate in mezzo ai vostri fratelli un brano di bandiera Italiana, un grido di risurrezione: avrete un eco per ogni dove, perchè dapertutto è dolore, oppressione, anelito alla libertà santa.—Fate questo; poi, se il secolo vi contrasta il passo, se la prepotenza degli umani destini v'affoga, allora... allora libate a giove liberatore e morite. Avrete almeno morendo il conforto di non aver tradito voi stessi, d'aver lasciato una scuola che i posteri imiteranno, d'aver versato un sangue che frutterà un giorno o l'altro—ma inevitabilmente—il vendicatore.»
L'uomo che avesse parlato queste parole, sarebbe stato l'eletto del popolo; quell'uomo avrebbe mutato forse le sorti italiane.
Perchè chi può calcolare l'influenza d'un fatto generoso, d'una mossa rapida, d'un esempio virile davvero? Chi può calcolare le conseguenze d'una incursione nella Toscana? Chi può prevedere i risultati d'un assalto dato a Massa di Carrara, invocato—e il Governo Provvisorio modenese lo sa—da inviati della Liguria?—Forse il Piemonte sorgeva; forse gli Abruzzi tornavano alle prove antiche; forse, sedotto dalle nuove d'una resistenza ostinata ed eroica, il popolo francese trascinava i suoi governanti a partito più leale e più nobile. Ma dove nessuno ordinava la resistenza; dove il terrore sedeva nel consiglio, accanto ai ministri, sul seggio del Presidente; dove i governi rivoluzionarî capitolavano prima d'aver tratto un colpo solo di cannone; quali speranze potevano concepire le moltitudini e che slancio esigere nell'Italia? Quella capitolazione fu l'ultimo atto d'una carriera di codardie; pose il suggello alle colpe. Fu fatta quando la nuova del fatto di Rimini non era giunta ancora all'orecchio di chi segnava e tutte le forze—quali pur fossero—erano, nell'opinione del governo, intatte. Fu fatta, quando i poteri di chi segnava erano nulli, e la somma delle cose era rimessa nelle mani di tre uomini, atti a reggere l'impresa senza viltà. Fu fatta dietro un'esposizione incompleta e inesatta dei generali Armandi e Busi: e i componenti il governo tremavano della non accettazione e mandavano agli inviati «d'adoperarsi possibilmente affinchè fossero stipulate le convenzioni di salvezza che ognuno conosce: lasciando però al loro prudente arbitrio di adottare quelle deliberazioni che nella somma urgenza delle cose credessero all'uopo opportune[62]» cioè, a chi ben vede d'arrendersi a discrezione, ove le condizioni proposte fossero rifiutate. Importava agli uomini del governo d'arrendersi, non il come. E se a chi magnifica in oggi la sapienza e il patriottismo di quella Capitolazione si mostrassero le lettere scritte pochi dì dopo da taluno ai Cardinali, a implorare dalla sacra Porpora il perdono e l'oblìo delle colpe asterse (dal Benvenuti) non gli rimarrebbe che un fremito d'ira per la immensa paura de' pochi preposti. Colpe! Oh sì! ve ne hanno; ma non v'è amnistia, o bacio di Porpora che possa astergerle; nè l'Italia dimenticherà facilmente.
Leviamoci da cotesto fango. Parliamo all'Italia, parliamo alla gioventù che fremeva e freme e nella quale stanno riposte le più care speranze italiane. Confortiamo nei pensieri dell'avvenire, e nella coscienza d'aver parlato utilmente alla patria, l'anima stanca d'errare tra le rovine d'un passato doloroso, con un ufficio che non concede di scrivere una sillaba senza gemito. Ora il nostro ufficio è compiuto. Stendiamo una pagina di dimenticanza tra il passato e noi. Noi l'avremmo stesa assai prima, se non corresse debito incancellabile a ogni uomo che ama la patria anzi ogni altra cosa, di segnare i precipizî ove caddero i primi, perchè non vi rovinino i secondi; e di esercitare tutta la severità del giudicio sovra gli uomini che assumono la direzione della cosa pubblica, onde astringerli a dritto sentiero.
Giovani miei concittadini! Se in voi è proposito deliberato e tenace di risurrezione, la voce del giovine come voi, che si sente acceso delle stesse vostre passioni, che v'ama come la speranza del secolo, che intravvede un avvenire di gloria per voi, che veglia questo vostro avvenire, quest'aurora della vostra emancipazione, coll'affetto d'una madre all'infante, che sente balzarsi il core d'una gioja insolita ogni qual volta intende un bel fatto vostro, che non vive se non in un concetto vostro tutto, che darebbe la vita per accrescervi lode, che la darà quando sorgerà il gran momento—la sua parola nulla per sè, fiacca, debole e impotente ad esprimere le passioni generose che gli fremono dentro, dovrebbe pure infiammarvi ad oprare! Non vi avvilite, perchè i primi tentativi fallirono: nulla è perduto, se il coraggio non è perduto. Ponete una mano sul cuore: lo sentirete battere di potenza. Siate dunque potenti.—Vogliate, e farete. Rannodatevi a noi; riconcentratevi alla bandiera che noi inalziamo: essa è vostra questa bandiera; e se noi l'inalziamo primi, non è che un beneficio—il solo beneficio—che ci concede l'esilio. Rannodatevi a noi, finchè il caso ci dà di bandire l'espressione del concetto, che vi si agita nel petto: poi quando voi saluterete il momento che vi schiuderà la via delle azioni, allora sorgete e calpestatela: inalzatene una più bella e più vasta e calpestate la nostra—calpestatela, perchè avete un grado di progresso a salire; perchè noi non siamo tristi, ma voi avete ad essere migliori; perchè infine ne abbiam bisogno a smentire le accuse che forse ci movono, a provare che noi non aspiravamo a cosa alcuna individuale.—Ora i nostri ammaestramenti possono esservi utili: l'unità di principî e di direzione può esservi necessaria. Allora, l'unità sarà ben altrimenti potente: allora dovrete farla sorgere voi. Guarderete d'intorno a voi e nei nostri ranghi: gli eletti di Dio alla rigenerazione vi si riveleranno nell'attrito delle circostanze e dei casi. Dove scorgerete religione di pochi ma fecondi principî—esattezza di conseguenze logicamente dedotte e intrepidamente applicate—potenza di sagrificio illimitato—intelletto ed entusiasmo—e tanta solennità di manifestazione di opinioni da non poter retrocedere senza infamia e rovina totale, là sceglierete. Là stanno i vostri capi: là nella scelta accurata, sta la salute dell'Italia e la vostra.