Qu'il n'ait qu'un seul amour, l'amour du peuple; qu'un source de poésie, la souffrance du peuple; qu'une ambition, la délivrance du peuple!
Que tout privilège excite sa haine comme un vice. Que la vue de toute misère et de toute dégradation le trouble comme un remords.
Que pendant son sommeil, ces seuls mots soient murmurés par ses lèvres: l'avenir du peuple! Et que pendant le jour ces mêmes mots ne puissent être prononcés devant lui sans que sa poitrine frissonne, et que des larmes brulantes étincellent à ses regards.
Edouard Charton.
Il popolo! il popolo
Antico grido italiano.
Dalla meditazione severa sulle vicende dei quaranta anni trascorsi e sulle cagioni per le quali molti dei tentativi operati con animo generoso a pro della emancipazione de' popoli tornarono in nulla, emerge parmi, un fatto singolarissimo che giova anzi ogni altra cosa distruggere, perchè frappone un ostacolo grave ai disegni degli uomini liberi, ed è questo: che i più fra quanti combattono la tirannide politica, intellettuale e civile o non hanno o non manifestano un simbolo intero, una credenza coordinata. Distruggere, rovesciare il vecchio edifizio sociale; sperdere le reliquie del feudalismo; rompere i ceppi agli uomini d'una nazione—in questo concordano. Più oltre s'arrestano incerti, come se a quel termine avesse fine la loro missione. Procedono animosi com'Attila, nell'opera devastatrice: com'egli, davanti a Roma, s'arretrano paurosi davanti a ciò che dev'essere intento all'impresa, davanti alla parola che deve ridurre a formola le loro dottrine, a definizione i loro progetti. Non parlano di fondare, o se lo fanno, è linguaggio timido, misterioso, indeterminato per siffatto modo che varrebbe meglio tacersi. Scrivono libertà sulla loro bandiera. Libertà di che sorta? Come ordinata? Da quali principî dedotta?—I senatori Veneti facevano suonare alto quel nome; ma la loro libertà si stava confinata tra: a palace and a prison[63], tra i piombi e la bocca del leone.—I Genovesi l'aveano scritta sulle loro prigioni; e v'è tal contrada in Europa che ricorda in oggi la prigione dei Genovesi.—Bentinek l'affacciava agli Italiani del 1814 sullo stendardo Britannico, e gli Italiani sanno come il congresso di Vienna interpretasse quella parola. Non v'è usurpatore, tiranno o invasore straniero che non abbia cacciato innanzi a sè quel vocabolo a spianarsi la via del trono o della rapina.—È dunque necessario determinarne il senso e le applicazioni; e nol fanno. Paventano le divisioni, come se un dì o l'altro, compita l'opera di distruzione, queste non dovessero insorgere, e più tremende perchè non calcolate. Paventano l'accusa di dittatura, come se tra l'esprimere un'opinione e imporla colla forza non corresse un divario infinito. Paventano d'errare come se l'errare fosse delitto, come se non rimanesse sempre aperta una via d'ammenda all'errore, morendo in un angolo della patria per la volontà nazionale manifestata.
Noi non paventiamo l'accusa di fautori di divisioni, però che il nostro franco discorso può, come sovente dicemmo, chiarirle, ma non crearle, e d'altra parte, se noi a proporre un simbolo del futuro, vogliamo attendere che tutti consentano, meglio è ristarsi; dacchè i buoni ad affratellarsi con noi hanno bisogno di conoscerci quali siamo, i tristi non consentiranno mai; nè d'essi curiamo.—Non paventiamo d'errare, perchè, o il popolo sarà con noi, e la verità sta col popolo, o i nostri principj verranno respinti dal voto dei più, e noi curveremo riverenti la testa davanti alla maestà del voto nazionale.—All'accusa d'ambizione noi sdegneremmo rispondere. E però noi diremo il nostro simbolo liberamente, come liberamente lo concepimmo. Cercare la verità con animo spassionato e tranquillo; bandirla con entusiasmo e fiducia; e morire per essa, quando il sagrificio frutti utilmente: questo è il debito del cittadino alla patria, e non altro. Questo faremo. Apriamo un campo e vi convochiamo i nostri fratelli. Spieghiamo primi la nostra bandiera, però ch'essa è pura, incontaminata. Ognuno sollevi lealmente e generosamente la sua.—L'Italia darà giudicio, e al giudicio italiano nessuno vorrà o potrà ribellarsi.
Nelle circostanze presenti, la missione dell'uomo è doppia: abbattere uno stendardo e inalzarne un altro; spegnere un errore e rivelare una verità; struggere ed edificare. Chi dimezza l'opera, non intende la chiamata del secolo. Noi siamo in sul finire d'un'epoca critica, e sul cominciare d'una organica; al tramonto d'un ordinamento sociale, all'alba d'un altro, e dobbiamo rifletterne i primi raggi. Stiamo fra il passato e l'avvenire e a voler promuovere lo sviluppo della civiltà, ci conviene dalle rovine del primo cacciare le prime linee del secondo. Ci corre debito inviolabile, sciogliendo i ceppi all'umanità e restituendola al moto, illuminarle la via, e farle almeno intravvedere un intento politico al viaggio. Ci corre debito inviolabile, emancipando una razza, condurla almeno, come Mosè, in faccia alle terre promesse—quand'anche come Mosè, noi dovessimo salutarla da lungi e morire.—
Quella smania di struggere senza fondare, quel grido di morte lanciato al presente senza una voce che annunzi la vita dell'avvenire, quella incostanza di dottrine e di norme, che bene spesso ha meritato ai tentativi dei liberi la taccia di preparatori dell'anarchia, è contrassegno profondo ancora del secolo—secolo di transizione, di lotta, di guerra fra gli elementi che costituiscono la società. Nelle lettere, nella filosofia, nell'altre discipline, lontane dalla politica, ma che pure sono raggi dello stesso foco, espressioni varie d'un solo pensiero, noi vediamo riprodursi la stessa tendenza, o meglio la stessa assenza di tendenza distinta, quindi di concentramento agli sforzi individualmente tentati.—Il romanticismo in letteratura, lo scetticismo in filosofia hanno eretta una bandiera nera, senza nome, senza motto, senza carattere determinato che possa farne bandiera di moltitudine. Il primo ha rotto le porte della religione che i trattatisti, i professori, le accademie, e i pedanti avevano imposta agli ingegni, e schiudendo uno spazio infinito all'intelletto inceppato da secoli, ha gridato: sei libero, va come vuoi e fin dove puoi;—ed oggi, che l'intelletto lanciato a corsa sfrenata, s'è perduto nel misticismo o s'è cacciato nelle rovine de' bassi tempi, esclamano: l'intelletto ha bisogno di trattatisti, e accademie.—L'altro, sfrondando a un tempo superstizioni e credenze, confondendo le forme mutabili delle cose colla sostanza, struggendo—o tentandolo almeno—simbolo e idea, ha snudato i vizî delle credenze, e creduto abolirle; ha rovinato l'altare senza por mente al pensiero che fece di quell'altare un sacrario all'umanità: ha creato il vuoto intorno all'uomo, stimando costituirlo libero; poi, quando s'è avveduto che l'uomo brancolava in quel vuoto, e cercando un appoggio, e non trovandolo, ricadeva alle antiche credenze o a peggiori, lo scetticismo ha sorriso, crollando la testa ed esclamando: l'uomo è un ente debole; non v'è progresso, ma una vicenda eterna di generazioni progressive e di retrograde.
Il progresso esiste, esisteva esisterà, perchè è legge di Dio—nè tirannide civile o sacerdotale può romperla. La vicenda eterna è interpretazione meschina alla gran pagina della storia del mondo data da chi sostituisce nei suoi giudizî, la propria vita, la propria epoca, la propria nazione alla umanità: tronca il nodo, non lo discioglie. L'uomo individuo è debole: l'uomo collettivo è onnipotente sulla terra ch'ei calca, e l'Associazione moltiplica le sue forze a termine indefinito. Bensì la libertà è altra cosa che una protesta o una negazione contro ciò ch'esiste. La libertà è un ordinamento della facoltà umana all'intento voluto dalla natura; la libertà è una rivelazione di verità alle moltitudini; la libertà è il trionfo d'un principio passato dalle dottrine dei saggi all'approvazione, alla sanzione di tutti; nè senza un principio che vivifichi le forze motrici della società, senza una unità potente che le colleghi, le coordini e le concentri tutte a un sol fine, le rivoluzioni, ossia le conquiste d'un grado di sviluppo e di perfezionamento, riusciranno durevoli mai.—Ora, non è certamente nello scetticismo o nel materialismo del secolo XVIII, teorica fredda, negativa ed essenzialmente individuale, che noi rinverremo questa unità. Non si fonda, negando; e noi dal core, dagli studî storici, dalla osservazione dell'umana natura, dall'andamento delle società, abbiamo desunto, che siamo al limitare d'un'epoca, cioè al tempo in cui la crisi morale spinta agli ultimi termini annuncia una operazione radicale da compiersi nella società, la scoperta d'una nuova relazione fra gli esseri che la compongono, la rivelazione d'una legge organica:—che il carattere di differenza tra l'epoca della quale noi siamo le prime scolte, e l'epoca ora consunta, è che questa nuova dev'essere altamente sociale, laddove l'antica era individuale; l'opera dei grandi popoli laddove quella era dei grandi uomini, l'epoca d'ordinamento ai materiali e non altro:—che l'epoca dovendo somministrare un grado di sviluppo maggiore all'associazione civile, è necessaria l'esistenza e l'ammessione d'un principio, nella cui fede gli uomini possano riconoscersi, affratellarsi, associarsi:—che questo principio dovendo porsi a base della riforma sociale, dev'essere necessariamente ridotto ad assioma: e dimostrato una volta, sottrarsi all'incertezza e all'esame individuale che potrebbe, rivocandolo in dubbio ad ogni ora distruggere ogni stabilità di riforme:—che a rimanere inconcusso, è d'uopo rivesta aspetto di verità d'un ordine superiore, indistruttibile indipendente dai fatti, e immedesimato col sistema morale dell'universo:—che, da esso in fuori, tutto è mutabile e progressivo, perchè tutto è applicazione di questo principio; e il tempo svolgendo via via nuove relazioni tra gli esseri, amplia la sfera delle applicazioni:—e finalmente che questo principio, avendo a stabilire un vincolo d'associazione tra gli uomini, deve costituire per tutti un'eguaglianza di natura, di missione, d'intento. Altri vedrà qual sia questo principio ridotto ad espressione astratta nelle regioni filosofiche. Noi per ora, rintracciamone l'applicazione politica.
Il popolo—ecco il nostro principio; il principio sul quale deve poggiare tutto l'edificio politico; il popolo; grande unità che abbraccia ogni cosa, complesso di tutti i diritti di tutte le potenze, di tutte le volontà; arbitro, centro, legge viva del mondo.
Il popolo! il popolo!—E quando noi ci stringemmo alla sua bandiera, e dicemmo, fin dalle prime linee del nostro giornale: le rivoluzioni hanno da farsi dal popolo e pel popolo, non era affettazione di calcolo politico, o detto gittato a caso: era la nostra parola, tutta la nostra dottrina ridotta a formola, tutta la nostra scienza, tutta la nostra religione stretta in un solo principio: era l'affetto delle nostre anime, il segreto dei nostri pensieri e della nostra costanza, l'intento delle nostre veglie, il sogno delle nostre notti; perché noi siamo popolo, e la natura ci temprava a sentire tutte le gioje e i dolori del popolo. E quando noi guardiamo il popolo, com'è in oggi, passarci davanti nella divisa della miseria e dell'ilotismo politico, lacero, affamato, stentando a raccogliere dal sudore della sua fronte un pane che la opulenza gli getta innanzi insultandolo; o ravvolgersi immemore nei tumulti e nell'ebbrezza d'una gioja stupida, rissosa, feroce, e pensiamo: là su quei volti abbrutiti, sta pure la impronta di Dio, il segno d'una stessa missione—quando, alzandoci dalla realtà al concetto che vede il futuro, intravvediamo il popolo levarsi sublime, affratellato in una sola fede, in un solo patto d'eguaglianza e di amore, in un solo concetto di sviluppo progressivo, grande, forte, potente, bello di virtù patrie, non guasto dal lusso, non eccitato dalla miseria, solenne per la coscienza dei propri diritti e dei proprî doveri—il popolo della lega Lombarda, della Svizzera ai tempi di Tell, della federazione del 14 luglio, delle tre giornate—noi sentiamo battere il core d'un palpito che geme sul presente e superbisce sull'avvenire, e compiangiamo quegli uomini che avendo un popolo a ricreare, traviano dietro a un principe a una famiglia, a una classe sola. Quelli uomini ignorano il loro secolo, le rivoluzioni e il segreto che le perpetua. L'epoca degli individui s'è consumata con Napoleone. Dopo Napoleone e Lafayette non v'è regno di nomi possibile; forse Lafayette s'è inoltrato troppo nel secolo, per avere sul suo sepolcro la corona popolare com'ei l'ebbe vivendo. Oggi il culto s'è trasportato dagli uomini ai principî e i principî soli hanno potenza per sommovere le nazioni. Ai nomi il popolo è muto, nè una rivoluzione può sottrarsi al popolo senza fallire all'intento. Dove tutti gli elementi politici che stanno in una nazione non son calcolati e rappresentati in un mutamento, il tentativo morrà tra le mani di chi cerca compierlo; ed oggi l'elemento popolare è comparso; il popolo ha inalzato la sua bandiera.
La sua bandiera è inalzata.
Un tempo, il popolo non vivea d'una vita propria, ma dell'altrui. Era elemento di civiltà, quindi di rivoluzione, ma come stromento che aspettava chi l'adoperasse; materia nella quale il genio spirava l'anima sua. Spento il genio ricadea nell'inerzia. Le moltitudini conculcate fremevano talora d'un fremito, che annunziava il bisogno di un miglioramento; ma quel fremito si consumava nell'impotenza dei moti isolati e non governati dalla mente che crea la vittoria. Bensì, perchè la legge del progresso insisteva, sorgeva a tempo l'iniziatore: sorgeva un nome, Gracco, Mario, Spartaco, o altri—e il popolo si stringeva a quel nome, si cacciava sull'orme di quel rivelatore d'un dolore, d'un bisogno sociale; ma non durava attivo oltre l'interprete del suo pensiero e il pugnale patrizio uccideva Gracco e le pretese del popolo a un tempo: nè da quei rivolgimenti usciva forse vantaggio da uno in fuori, che il popolo s'esercitava all'azione. Mancava al popolo la coscienza de' suoi diritti. Il paganesimo, religione che affogava l'idea nel simbolo, riducendo ogni cosa al fisico, materializzava in certo modo anche l'io umano, confinandolo nel sentimento unico della patria: il suolo creava diritti e doveri: diritti e doveri di cittadino, non d'uomo, spirito d'indipendenza e d'onore, non di libertà, e di perfezionamento morale. Perchè la religione di patria è santissima, ma dove il sentimento della dignità individuale e la coscienza di diritti inerenti alla natura d'uomo non la governino, dove il cittadino non si convinca ch'egli deve dar lustro alla patria, non ritrarlo da essa—è religione che può far la patria potente non felice; bella di gloria davanti allo straniero, non libera. E però il popolo romano non progrediva con Roma: era venerato da lungi, e servo del patriziato, o dei tiranni al di dentro, e più negli ultimi tempi che non nei primi—più dopo, poi che una parola di rivelatore ebbe mormorato agli uomini: siete fratelli! e una religione spirituale manifestò all'uomo una parte di sè diversa, indipendente, indomabile dalla materia e dalla forza. Distrutta in principio la ineguaglianza delle caste, abolita la servitù, il primo passo verso l'associazione fu dato, la prima coscienza de' suoi diritti svelata al popolo—e allora dopo un lungo soggiorno nel cielo, quasi a far riconoscere i suoi diritti da Dio, il pensiero del popolo scese in cerca d'uno sviluppo nella società e la lotta incominciò. Allora l'altare fu santo, perchè il popolo conculcato vi ricercava un rifugio e una forza; il papato fu santo perché s'appoggiava al popolo, proteggendolo dall'aristocrazia signorile; perchè somministrava al popolo una potenza morale contro la potenza materiale della conquista e del feudalismo; perchè costituiva il centro visibile d'una associazione universale e il popolo contemplava con gioja il servo cinto della tiara, calcare col piede la testa d'un imperatore. Poi, quando il papato, compita la sua missione e rinnegata la propria origine, fornicò coi tiranni, il popolo fu ghibellino, cercò gli antipapi, plaudì ai tentativi delle riforme. In tutta quell'epoca che si stende dalla parola di Cristo alla grande riforma nella quale ruppe l'antica unità, e alla rivoluzione francese nella quale creò la propria, il popolo visse d'una vita composta della sua e dell'altrui—ma visse. Troppo debole ancora per inoltrarsi da sè s'appoggiò ora ad una, ora ad un'altra forza speciale. Si strinse in Francia alla monarchia per distruggere l'elemento aristocratico ch'esso aveva già combattuto all'ombra delle abbazie e della stola sacerdotale. Si raccolse intorno ai baroni nell'Inghilterra, dove l'elemento signorile feudale preponderava, per restringere il principio monarchico. S'ordinò a comune in Italia; guerreggiò nelle Spagne sotto la bandiera degli Stati; si valse del commercio a costituirsi in associazione di città libere nella Germania. Sorse, giacque, risorse; ma sempre conquistandosi qualche frazione d'esistenza politica, sempre invadendo ad una ad una le molle sociali, sempre ampliando la propria sfera d'azione e minando la potenza di casta, sia lanciando una minaccia di distruzione colla jacquerie, e l'altre insurrezioni delle campagne, sia transigendo col potere a fortificarsi d'una carta, d'un diploma di borghese, d'un privilegio d'elezione nelle città. La storia dello sviluppo progressivo dell'elemento popolare attraverso diciotto secoli di vicende e di guerre, manca tuttavia e chi la imprendesse farebbe salire d'un altro grado la umanità, riducendo alla espressione più semplice l'enigma europeo e rivelando il segreto della lotta che tenne fino ad oggi divise le generazioni, e le terrà finchè gli uomini della libertà s'ostineranno a traviare, per sistemi di transazione e per conciliazioni impossibili dalla vera linea politica. La guerra tra gl'individui e l'universale tra il sistema frazionario e l'unitario, tra il privilegio ed il popolo, ecco l'anima di tutte le rivoluzioni, la formola della storia di diciotto secoli. Dominio e servaggio, patriziato e plebeismo, aristocrazia e popolo, feudalismo e cattolicismo nei primi tempi della Chiesa, cattolicismo e protestantismo negli ultimi, dispotismo e liberalismo, torna tutt'uno. Sono aspetti diversi della grande contesa, espressioni variate dei due principî che si contendono ancora il dominio dell'universo: popolo e privilegio. Ma il privilegio è agli ultimi aneliti nell'Europa; il popolo ha seguito sempre il suo movimento ascendente, finchè trovato un simbolo nella Convenzione, si posò eretto davanti al suo Creatore, e riconoscendone solennemente l'esistenza, ne derivò come Mosè, la tavola de' suoi diritti e della sua legge e ridusse l'universo a due termini: Dio e il popolo.
Dio—e il popolo; ecco il programma dell'avvenire.
Dio—e il popolo; questo è pure il nostro, e lo sosterremo con quanto ardore un convincimento radicato può dare.
È tempo di scendere nelle viscere della questione sociale. È tempo di predicare agli uomini che tentano la libertà della patria, che i loro sforzi hanno non solamente ad essere rivolti all'utile del popolo—in questo tutti concordano,—ma che devono proclamarlo altamente e dirigersi francamente all'intento; che il tempo delle paure è passato; che il popolo è sorto, e che senz'esso non avranno vittoria. È tempo di dire e ripetere a tutti: in Lione, in Parigi, in Bristol, in Londra, il popolo ha parlato; di mezzo alle barricate, e tra gl'incendî il suo grido v'ha rivelato la sua potenza a fare e distruggere: non dimenticate quel grido. Se non avete anima per affratellarvi alle moltitudini, nè intelletto per indovinarne il segreto, nè scienza per adoprarle utilmente; se non vi sentite potenti ad eccitarle e a dirigerle, ritraetevi; quando le sorti saranno mature per una rivoluzione, sorgerà il popolo e la compierà. Ma se vi sentite ispirati alla santa missione; se volete iniziarlo a un grado di progresso; se sperate diminuire la somma de' guai che accompagnano una rivoluzione, e trarlo all'intento senza gravi perturbazioni, senza spogliazioni, senza inutili carnificine, non dimenticate quel grido; non condannate all'inerzia le moltitudini frementi; non v'illudete ad oprare per esse; non fidate a una classe sola la grand'opera d'una rigenerazione nazionale. Se convertite una rivoluzione in guerra di classi, rovinerete; o non durerete senza violenze inaudite, senza fama d'usurpatori, senza accuse di novella tirannide. Le moltitudini sole possono sottrarvi alle necessità del terrore, delle proscrizioni, dell'arbitrario. Le moltitudini sole possono santificare col loro intervento i vostri atti; perchè sospetti ed accuse sfumano davanti al loro solenne consenso. Ma badate a non chiamarle nell'arena, quando, esaurite le forze, non vi rimane speranza che in esse, perchè allora non avrete più via di dirigerle; badate che il vostro appello ad esse sia la chiamata del forte, non il gemito della paura: badate che il vostro grido percota il loro intelletto, come un richiamo, la loro memoria, come una promessa d'avvenire infallibile, come una parola d'alta fiducia in voi, in esse, e nella vittoria. Così vincerete.—In altro modo non avrete che la tristissima soddisfazione d'aver durato per alcun tempo una lotta, senza efficacia d'intento—la maledizione di tutti coloro che sperando nei vostri sforzi vedranno ricadere le cose a eguali sorti, o peggiori—poi, gli onori del patibolo, la vergogna della disfatta, e una parola di diffidenza mormorata dai vostri, sul vostro sepolcro.
Noi italiani, più ch'altri, abbiamo bisogno d'avere le moltitudini con noi, perchè nessun popolo forse ha più ostacoli da superare—nè giova il dissimularli.—Abbiamo nemici al di dentro, pochi a dir vero, ma potenti di ordinamento, d'oro, e d'insidie. Abbiamo un esercito straniero, padrone di posizioni munite, di città primarie, di molte delle nostre fortezze, e superbo delle passate vittorie. Abbiamo le divisioni provinciali, che i molti secoli di sciagura comune hanno potuto logorare, ma non distruggere. Abbiamo, e questa è piaga mortale, la mancanza di fede in noi e nelle forze nostre, sicchè molti tra gl'italiani si stimano impotenti a fare e guardano oggi ancora allo straniero, come se dallo straniero potessero aver altro mai che nuove delusioni, nuovi ceppi, e nuovi tormenti. Abbiamo la inesperienza nell'arti di guerra, la innata diffidenza dei capi, e il perenne sospetto dei tradimenti, cresciuto in noi dagli eventi. E non pertanto a tutto questo porremo rimedio, se noi vorremo davvero. Non v'è ostacolo vero per ventisei milioni d'uomini che vogliano insorgere e combattere per la patria. I pochi nemici dell'interno, potenti all'astuzie, ma vili—e abbiamo fatti—al pericolo, o sfumeranno davanti al nostro primo grido di guerra, o li conterremo col terrore. Vinceremo lo straniero colla unità del moto, e con un genere di guerra insolita, forte di tutti i mezzi, diffusa su tutti i punti, varia, inesauribile, e tale che nè venti disfatte possono spegnerla, nè stagione od altro può imporle tregua, nè truppa disciplinata e avvezza alla battaglia campale può sostenerla gran tempo senza disordinarsi, senza sfiduciarsi, e perire. La scelta avveduta scemerà la diffidenza nei capi; e quanto ai tradimenti, è tradito chi vuole. Quando i capi sapranno d'avere la morte a fianco, e l'infamia alle spalle; quando la viltà sarà punita come la perfidia; e il libero linguaggio ch'or taluni riprovano, avrà tolto a' codardi e agl'infami la speranza di divorare il prezzo del tradimento nel silenzio comune, non tradiranno—o pochissimi. Ma per questo ci è forza avere le moltitudini; è forza, che il nostro vessillo sia vessillo di popolo; è forza presentarsi in campo colla maggiore potenza possibile; perchè abbiamo a compiere grandi cose, e soli tra i popoli, dalla Germania in fuori, abbiamo a conquistarci l'unità, l'indipendenza, la libertà. Ora, noi dobbiamo vincere, e rapidamente.—Prima legge d'ogni rivoluzione è quella di non creare la necessità d'una seconda rivoluzione.
Ma per avere compagno all'opera le moltitudini, per suscitarle dalla inerzia che le occupa, quali vie s'affacciano al forte che tenti l'emancipazione della sua contrada?—Il popolo ha fatto il callo al suo giogo; il servaggio ha stampato profondo il suo solco sulla fronte del popolo, e la polvere di cinque secoli posa sulla sua bandiera. Dov'è la voce così potente che valga a rompere il sonno ai giacenti da secoli, e dire efficacemente: levatevi?—Dov'è il soffio che possa sperdere quella polvere, e restituire la vivezza degli antichi colori al vecchio stendardo del popolo?
Il popolo?—Ah! Se voi non lo aveste chiamato mille volte a risorgere, e mille deluso; se egli fosse vergine di passato; se una santa parola non gli fosse troppo sovente suonata parola di derisione; se la libertà ch'egli vedeva scritta sulle vostre insegne, ch'egli udiva con ansia d'aspettazione suonare alto da' vostri seggi, nei vostri consessi, non fosse stata per lui come il frutto del lago Asfaltide, bei colori al di fuori, cenere dentro; se quando egli fidava salire d'un grado nella scala sociale, non avesse trovato una nuova aristocrazia al luogo della rovesciata, il privilegio dell'oro sottentrato a quello del sangue; se, quando egli sperava migliorare di condizione e togliersi di dosso i cenci della miseria, egli non avesse trovato i nomi soli mutati, non già le cose; s'egli non vi avesse udito teorici di pretesa, legislatori meschini, contendere d'una interpretazione di legge, d'una formalità politica, mentr'egli, il popolo, chiedeva pane e un diritto di rappresentanza; se finalmente egli avesse trovato in voi una scintilla dei grandi riformatori, la virtù del martirio per la fede che annunciavate, io vi direi: chiamatelo! Mormorate alle generazioni la parola di libertà, la parola dell'avvenire; e le generazioni verranno alla vostra chiamata; e voi vedrete il popolo levarsi, rompere il sonno e le abitudini della inerzia, scuotere i cinque secoli di servaggio come il lione la sua criniera, e innoltrarsi gigante: però che il popolo, come il Nettuno Omerico, ha potenza per correre in tre passi la carriera rivoluzionaria; e i popoli si rinnovano alla parola di libertà, come gl'individui all'amore. Io vi direi: nessun popolo, chiamato a sorgere pei suoi diritti, ha rifiutato: nessun popolo—tranne forse il Portoghese oggidì, e la chiamata è di re, nè ispira fiducia.—Ma in oggi, conviene pur dirlo, la esperienza di tante rivoluzioni che non hanno fruttato miglioramenti alle moltitudini, ha insegnato al popolo la diffidenza. E però, dove dieci anni addietro bastava chiamarlo, in oggi è necessario convincerlo; dove un nome, una idea bastavano a creargli speranze, in oggi è d'uopo esporgli apertamente l'utile materiale che deve indurlo all'azione. Questi frutti escivano dai sistemi praticati dalla fazione dottrinaria francese. Vegliamo almeno a sottrarre i tentativi futuri italiani alla influenza della fazione dottrinaria italiana.
Una opinione generata dal desiderio non calcolato di raccogliere tutti i voti, tutte le sentenze intorno a un sol punto, vorrebbe levare il grido di Giulio II, gridar guerra al barbaro!..... e tacer dell'altro.—Nessuno rifiuterà, dicono, di sorgere alla chiamata contro l'Austriaco. Gli uomini s'affratellano volentieri nell'odio. Non inalzate bandiera speciale. Lasciate al futuro le questioni intorno alla forma del reggimento che avremo a scegliere. Non usurpate i diritti del popolo. Il popolo, liberata la terra patria, deciderà.
Il consiglio move da gente ch'ama veramente l'Italia, e si slancerebbe forse tra' primi alla santa crociata. Però, noi lo esponemmo, e lo combatteremo, rispettandolo.
Dapprima,—e i nostri lettori oggimai lo sanno, ma giova ripeterlo,—la unione di tutti i pareri, di tutte le opinioni, di tutte le credenze in un solo intento, sta per noi, come utopia seducente, ma pericolosa. Se la impresa che noi tentiamo fosse impresa di distruzione e non altro, la concordia non riescirebbe difficile: ma l'epoca, la missione di fondazione si concentra così strettamente alla prima, che noi non possiamo disgiungerle. Le antiche rivoluzioni fallirono in questo, che ordite a raunare i voti, comunque discordi, in un solo concetto generale e non abbastanza determinato, riescono potenti alla prima operazione, inette a compiere la seconda. I cospiratori raccolsero in un voto di rovina ogni sorta d'uomini; non interrogarono che volessero, ma soltanto che non volessero; commisero il resto al tempo.—Insorsero, e facilmente, però che vincevano in numero; ma il dì dopo, quand'era più urgente lo stringersi, gl'insorti apparivano divisi in più campi.—Le forze imponenti a principio, si smembravano in mille simboli, in mille sistemi d'ordinamento civile; perchè l'insurrezione avea, struggendo il nemico comune, restituito ad ognuno la indipendenza; e ogni uomo si sentiva forte a inalzare la bandiera, che gli studî, le passioni e il calcolo gli suggerivano. Però riescivano inefficaci a resistere, e cadevano: con quanta vergogna d'Italia noi possiamo sentirlo nel core, o leggerlo sulla fronte dello straniero! Ma noi v'abbiamo imparato a non calcolare di troppo la importanza delle unioni che aggregano elementi eterogenei per via di programmi insignificanti o d'un breve entusiasmo. V'abbiamo imparato che non v'è bacio Lamourette pei partiti che dividono una nazione; e che potenti, possono spegnersi, non confondersi; deboli, si confondono, ma facendosi, e mostrandosi forti,—e in politica, quel partito è più forte che rappresenta non la più alta cifra, ma la più alta e intera concordia di volontà. Però noi vogliamo non unire, ma unirci; non consumare gli sforzi e il tempo a conciliare cose di diversa natura, ma stringere a falange serrata gli uomini che professano le nostre credenze. A questi, diffusi e isolati fin qui, abbiamo detto e diciamo: giovani o canuti, forti di braccio o di senno, siate con noi; rannodatevi alla nostra bandiera. Agli altri: rimanetevi: voi non potete essere con noi; ma concentratevi, e non ci accusate d'usurpazione: perchè o i più risponderanno alla nostra chiamata, e il diritto sarà con noi: o rimarremo minorità, e noi non attireremo sulle teste dei nostri concittadini la maledizione delle risse civili.
Ma quando avremo cacciato in Italia il grido di: guerra al barbaro; quando l'altra faccia del nostro stendardo non presenterà una parola di diritto, di rigenerazione, di miglioramento civile e materiale alle moltitudini, le moltitudini saranno con noi?—Non posiamo le basi dell'avvenire sopra illusioni. Le nazioni in oggi non si levano per una bandiera di guerra. Le nazioni non sorgono che per un principio. Gemono oppresse, immiserite, conculcate dalla tirannide, e contro alla tirannide si leveranno: ma la tirannide è tremenda, cittadina o straniera. A noi, potenti d'odio e d'amore, educati dagli studî, dai monumenti e dalle pagine storiche all'orgoglio della sventura, può stringere l'anima di più vergogna, e commoverla del fremito italiano, il sapere che chi ci opprime parla una parola non nostra, e che la sciabola, suonante oggi sulle tombe dei nostri padri è sciabola di straniero—ma le moltitudini intendono il grido di libertà più che quello d'indipendenza. Poi, l'assisa Austriaca splende abborrita agli occhi dell'Italiano di Lombardia, perchè le messi, gli uomini, l'oro lombardo trapassano nei granai, negli eserciti, nelle casse dell'Austria: ma gl'Italiani del Piemonte, del Genovesato, di Napoli, della Toscana, non sentono direttamente questo giogo sul collo. Il bastone di Metternich governa i tirannetti italiani; ma è segreto di gabinetto, e le moltitudini non s'addentrano nei gabinetti. Il pensiero del popolo erra fremente sulle piazze delle città, per le vie, nei tugurî, lungo i solchi delle campagne; non varca,—o di rado—oltre alle frontiere. Il barbaro per l'uomo del popolo è l'esattore, che gl'impone un tributo sulla luce ch'egli saluta, sull'aura ch'egli respira; il barbaro è il doganiere che gl'inceppa il traffico; il barbaro è l'uomo che viola, insultando, la sua libertà individuale; il barbaro è la spia, che lo veglia nei luoghi dov'ei tende obliare l'alta miseria che lo circonda! Là, nelle mille angherie, nelle vessazioni infinite, nell'insulto perenne d'un insolente potere, d'una esosa aristocrazia, stanno i guai delle moltitudini: di là avete a trarre quel grido che può farle sorgere. Gridate all'orecchio del popolo: la tassa prediale v'assorbe la sesta parte o la quinta dell'entrata—le gabelle imposte alle polveri, ai tabacchi, allo zucchero, ed altri generi coloniali, agguagliano la metà del valore—il prezzo del sale, genere di prima necessità, v'è rincarito di tanto che nè potete distribuirne al bestiame, nè talora potete usarne pur voi medesimi—la necessità d'adoprare pei menomi atti, per le menome contrattazioni, la carta soggetta al bollo v'è sorgente continua di spesa—i vostri figli sono strappati alle madri, e cacciati nei ranghi di soldati, che v'appunteranno al petto le bajonette, sol che il vostro gemito si faccia potente per salire al trono del tiranno che vi sta sopra; nè v'è speranza per essi di promoversi nelle patrie battaglie a condizione onorevole. Dite al popolo, per te non v'è dritto,—non rappresentanza,—non ufficio—non magistrato speciale—non amore,—non simpatia: v'è pianto, e miseria: v'è oppressione civile, politica, sacerdotale: v'è tirannide del principe, scherno dei subalterni, insulto di soldatesca, prepotenza di privilegio, d'opulenza—perpetuità di servaggio, palco e scure se t'attenti di romperlo senza vincere!—Poi mormorategli le grandi memorie de' Vespri, di Masaniello, di Legnano, del 1746: narrategli le battaglie di Parigi, di Bruxelles, di Varsavia: narrategli le barricate, le picche, le falci.—Ditegli: sta in te l'imitare quelli atti; sorgi gigante nella tua potenza: Dio è con te: Dio sta cogli oppressi! Quando vedrete passare sopra quei volti un pensiero di vita, quando udrete levarsi, come un vento sul mare, il fremito popolare—allora—ma allora soltanto, slanciatevi alla sua testa, stendete la mano alla terra Lombarda: là stanno gli uomini, che perpetuano il vostro servaggio: stendetela all'Alpi: là stanno i vostri confini:—e mandate il grido di fuori il Barbaro: guerra all'Austriaco!—Il popolo vi seguirà.
E v'è una parola che il popolo intende dovunque, e più in Italia che altrove, una parola che suona alle moltitudini una definizione dei loro diritti, una scienza politica intera in compendio, un programma di libere istituzioni. Il popolo ha fede in essa, perchè egli in quella parola intravvede un pegno di miglioramento e d'influenza—perchè il suono stesso della parola parla di lui, perchè egli rammenta confusamente che s'ebbe mai potenza e prosperità, le dovette a quella parola scritta sulla bandiera che lo guidava. I secoli hanno potuto rapirgli la coscienza delle sue forze, il sentimento de' suoi dritti, tutto; non l'affetto a quella parola, unica forse che possa trarlo dal fango d'inerzia ov'ei giace per sollevarlo a prodigi d'azione.
Quella parola è—repubblica.—
Repubblica—ossia cosa pubblica: governo della nazione tenuto dalla nazione stessa: governo sociale: governo retto dalle leggi, che siano veramente la espressione della volontà generale.
Repubblica—ossia quel governo, in cui la sovranità della nazione è principio riconosciuto, predominante ogni atto, centro e sorgente di tutti i poteri, unità dello stato—in cui tutti gli interessi son rappresentati secondo la loro potenza numerica—in cui il privilegio è rinnegato dalla legge e l'unica norma delle pene e de' premî sta nelle azioni—in cui non esiste una classe, un individuo che manchi del necessario—in cui le tasse, i tributi, i gravami, gl'inceppamenti alle arti, all'industria, al commercio son ridotti al minimo termine possibile; perchè le spese, le esigenze e il numero dei governanti e dell'amministrazione sono ridotti al maggior grado possibile d'economia—in cui la tendenza delle istituzioni è volta principalmente al meglio della classe più numerosa e più povera—in cui il principio d'associazione è più sviluppato—in cui una nuova via indefinita è schiusa al progresso colla diffusione generale dell'insegnamento e colla distruzione d'ogni elemento stazionario, d'ogni genere di immobilità—in cui finalmente, la società intera, forte, tranquilla, felice, pacifica e solennemente concorde, sta sulla terra come in un tempio eretto alla virtù, alla libertà, alla civiltà progressiva, alle leggi che governano il mondo morale, sulla cui faccia possa scolpirsi a Dio, il popolo!
Questo nome di repubblica, che noi pronunciamo con tanta franchezza, è terrore a molti, i quali non s'attenterebbero di proferirlo, se prima non avessero esaurito tutte l'arti di perifrasi e circonlocuzioni, che il linguaggio somministra a chi scrive. Perchè? Nol sappiamo. Si stanno tremanti del nome, non della cosa. Se a ognuno d'essi s'affacciassero, senza tradurle in un solo vocabolo, le condizioni di reggimento, che noi abbiamo pur ora accennate, pochissimi rifiuterebbero consentire: ma s'arretrano paurosi davanti alle imagini d'un terrore, che accompagnò negli anni addietro non la repubblica, ma un tentativo di repubblica, una guerra repubblicana—davanti ai simboli d'un tempo che non è più, che per noi non fu mai, nè sarà—davanti a rimedî di leggi agrarie, di proscrizioni, di rapine di proprietà famigliari, d'usurpazioni subìte e di violenze, che se nell'anarchia delle prime crisi, alcuni affacciarono al popolo, son oggi provate inefficaci, crudeli ed ingiuste. E a noi, se il pregiudizio che s'adopera ad annettere a quella parola un significato non suo, sembrasse non che impossibile a togliersi, radicato almeno negli animi e diffuso ai più, non s'affaccerebbe un solo momento l'idea d'insistere su quella parola, di far battaglia per nomi: e sagrificheremmo alla concordia dei nostri quel grido, benchè l'anima ci sorrida dentro all'udirlo soltanto, benchè quello fosse il grido dei nostri padri, benchè quella bandiera ci splenda innanzi come la bandiera dei secoli avvenire, incoronata d'una grandezza antica che non morrà, e bella d'un pensiero d'emancipazione per tutti, d'amore e di fratellanza, che ci è vita, anima, conforto, religione. Ma quelle false interpretazioni non pajono potenti e diffuse, se non perchè la paura le esagera e la insidia de' nostri oppressori le ingigantisce. Guardando alla Francia, un gran fatto ci balza innanzi, un popolo levato in armi che, rovinata la tirannide d'un solo, non s'induce ad accettare un nuovo signore se non veggendo l'uomo stimato simbolo di repubblica, affratellarsi col nuovo dominatore, se non ascoltando una promessa solenne, che il trono sarebbe stato circondato d'istituzioni repubblicane. Or crederemo quella fosse concessione fatta dal popolo ai pochi trafficatori della sua vittoria, o non piuttosto dagli uomini della dottrina a un popolo fremente repubblica nel suo segreto e non bisognoso d'altro che d'una opposizione imprudente e d'un Mirabeau repubblicano per correre a quella forma di reggimento? E in Francia son pur vive le immagini del terrore, vivi i figli dei proscritti del 93, vive le memorie atroci di Lione, d'Arras, di Nantes—e tutte quelle ferocie tornate in nulla, suggeriscono la diffidenza nell'efficacia del simbolo, nel cui nome si commettevano—e da oltre a trent'anni, i nemici delle pubbliche libertà e la genìa de' giornalisti venduti e i rinnegati—che pur son tanti—per cupidigia d'imperio, s'adoprano a ingigantire quei fatti al popolo, a convincerlo che carneficine, usurpazioni e repubblica sono una cosa; a falsare la verità della storia, che insegna a discernere gli eccessi dei subalterni dai rimedî dolorosi, ma necessarî, adottati dalla Convenzione a salvaguardare la indipendenza del territorio, e liberarsi dalle interne congiure, dalle insidie coperte, che preti e nobili ordivano coll'oro inglese, dagli assalti dell'emigrazione insistente sulle frontiere, e dagli eserciti stranieri impossessati di piazze forti, e inoltrati sul suolo di Francia.—Ma in Italia, dov'è il terrore che abbia accompagnato i pochi anni di moto repubblicano? Dove sono le stragi o le devastazioni che abbiano contaminato le idee di reggimento popolare? Le poche grida che potevano racchiudere la minaccia, isolate e non seguite da effetto, stanno raccolte e poste in tutta luce, ampliate a fantasmi nelle pagine di taluni, che hanno prostituito la loro potenza a calunniare le moltitudini, a fraudare i più santi concetti, a piangere sulle rovine d'un'aristocrazia, che fondava il suo potere sulle delazioni, sulla corruttela e sui piombi, e che giunta l'ora della prova non seppe nè cedere da saggia, nè morire da forte. Il popolo non sa quelle pagine: il popolo sa che la sua condizione migliorava progressivamente colle istituzioni repubblicane: che il suo nome non era allora nome di scherno; che la sua bandiera era potente e temuta. Il popolo sa che, l'Italia non conosce proscrizioni se non regali, le antiche di Napoli, le moderne di Piemonte e di Lombardia, le novissime dell'Italia centrale, ordinate dal Canosa e dal Duca, e le atrocissime di Cesena e Forlì, commesse nel nome del Papa, dagli sgherri del Papa, colla benedizione del Papa.—Noi intanto abbiamo bisogno del popolo—e il tempo stringe, più forse ch'altri non crede—e al popolo non basta un grido di distruzione, o una parola indeterminata, però che i popoli non si fanno nomadi in politica, non mutano governo, come gli Arabi del deserto mutan di tende. Or, chiamandolo all'armi, perchè, se abbiamo un grido che gli è famigliare, un grido che gl'ispira fiducia che lo commove a un'idea di potenza, che gli dimostra direttamente l'intento del moto, perchè rinnegheremo quel grido santo che Genova, Firenze, le città Toscane, le città Lombarde conoscono, che consacra Roma, malgrado le infamie de' Papi, che Bologna, e le città della Romagna hanno nell'ultima insurrezione inalzato?
Il popolo, il popolo!—E quando noi cacceremo quel grido—quando agitandogli sugli occhi il suo vecchio stendardo repubblicano, noi ci slanceremo alla sua testa, e incontreremo le prime palle austriache, credete voi che il popolo non affronterà le seconde? Quando spiegheremo dinanzi a lui, come un programma dell'avvenire, la dichiarazione dei suoi diritti, la tavola dei vantaggi che le libere istituzioni gli frutteranno: quando gli diremo i primi, i più urgenti miglioramenti, e per sicurezza degli altri porremo le nostre teste, dicendogli: «tu devi esser libero, non tiranno: là è l'austriaco, l'unico ostacolo allo sviluppo ordinato e progressivo delle tue facoltà: per te e pe' tuoi figli libera il suolo de' padri tuoi; nel nome di Dio e della patria, sorgi e sii grande, terribile nella battaglia, moderato dopo la vittoria:» credete voi che il popolo contaminerà col delitto la sua solenne risurrezione, che il sangue fraterno consacrerà all'infamia i primi suoi passi, ch'egli vorrà far retrocedere, divorandola in germe, la rivoluzione?—Date al popolo il moto, e abbandonatelo a sè; le suggestioni de' suoi nemici, le abitudini del servaggio, gli eccitamenti della lunga miseria lo trarranno in braccio alla prima fazione che vorrà impadronirsene. Ma siate voi quella: non vi ritraete, non lo sfiduciate colla freddezza, non rifiutate guidarla per codarde paure, o vanità di virtù inoperose: mescolatevi con esso, assumetevi una influenza, una potenza di direzione, che, senza questo, cadrà in mani perverse: morite con esso, e il popolo vi seguirà come voi vorrete. Ricordate Parigi, ricordate Lione, ricordate le moltitudini di Londra poi che il ministero Gray cesse il governo dello stato a Wellington. Quale eccesso contaminò la sua causa?—Ah! la gemma della sua corona splende d'una luce più pura che non la vostra, uomini che chiamaste a insorgere il popolo, per chiamarlo barbaro tre giorni dopo!
Ma a tutti gli uomini, i quali sospettassero, nel simbolo che noi predichiamo, prave intenzioni: a tutti gli uomini che ci attribuissero passioni di sangue o anelito di guerre civili, noi qui diciamo solennemente, ed ogni sillaba che noi scriviamo giovi a condannarci nell'avvenire, se i fatti non converranno colle parole: «noi non siamo feroci: uscimmo da una madre, ed amiamo. Ma non siamo deboli: vogliamo la libertà della patria; morremo, se farà d'uopo, per essa e guai ai traditori, e ai fautori aperti della tirannide! Chi porrà la sua vita nella bilancia, chi commetterà l'anima a Dio per la patria, avrà diritto di proferire queste parole; avrà diritto che il suo sagrificio non rimanga sterile, inefficace; avrà diritto che dal suo sangue germogli un fiore di libertà, che il sorriso schernitore de' tristi non passi sulle sue ossa, che la speranza d'una bandiera italiana piantata sulla sua zolla scenda sotterra con lui. I vili e gl'inerti vadano colla maledizione della loro viltà, non si commettano ai pericoli, che non sanno reggere: vivono di paura, e nella paura.—Noi non siamo feroci; ma dovremo sempre temere d'essere feriti da tergo? Dovremo sempre, per difetto d'energia e d'antiveggenza, dar lo spettacolo al mondo della nostra caduta? Ah! v'è un peso di delitti e d'infamie su questo suolo d'Italia, accumulato dalla tirannide e dalla viltà; v'è un tal suono di pianto dietro noi, un tal grido di vittime sotterrate per noi, che s'anche un pensiero di vendetta di sangue ci strisciasse sull'anima, amara per la perdita d'ogni cosa diletta, e per vedere il fiore de' giorni giovenili consunto nel tormento d'un'unica idea, o solcasse la fronte d'uomini, sulla cui testa canuta pesano undici anni d'esilio di patimenti non meritati, nessuno avrebbe diritto di rimproverarlo come delitto! Ma noi non siamo nè crudeli, nè tristi. Non cacceremo le nostre sciagure sulla bilancia: non sommoveremo alle proscrizioni le moltitudini: non abuseremo del diritto di reazione: sommetteremo i tradimenti ed i traditori alla giustizia della nazione, e ci getteremo tra il popolo e le vittime de' suoi sospetti. Non avremo forse per noi, per tutto il passato, per compenso alle persecuzioni e all'esilio, l'abbraccio delle nostre madri, la gioja sublime di contemplare sulle nostre torri la bandiera italiana, il momento, il momento divino di stringerci alla donna del nostro core, e dirle: ora tu sei libera, e d'un libero?—Abborriamo dal sangue fraterno; non vogliamo il terrore eretto a sistema: non vogliamo sovversioni di diritti legittimamente acquistati, non leggi agrarie, non violazioni inutili di facoltà individuali, non usurpazioni di proprietà. Vogliamo un nome, una esistenza riconosciuta, una via schiusa al progresso, una rappresentanza, e un miglioramento di condizione per un povero popolo, che geme da secoli nella miseria. Non cacceremo il guanto della guerra civile, noi primi: la sosterremo e la spegneremo virilmente, se una minorità, una frazione di venduti al potere o di fabbri di superstizioni, s'attenteranno di suscitarla colle insidie o colle congiure, perchè noi non vogliamo farci persecutori; ma nè essere delusi, trafficati, scherniti. Questo è il nostro simbolo—ed è strano dover dichiararlo, quando gridiamo: repubblica. Gli uomini, che meditano sulla politica, sanno che il terrore non è elemento inerente a governo alcuno; bensì rare volte necessità per ogni governo che vuol durare: per l'iniquo Miguele, per Francesco IV, come per la Convenzione di Francia. Sanno, che le cagioni del 93 nella Francia erano, più che nella volontà di pochi individui, negli infiniti elementi di discordia interna, nelle insurrezioni della Vandea e dei dipartimenti, nelle trame segrete degli alleati, nelle ostilità aperte del patriziato o del sacerdozio: e che queste ragioni non saranno, dalle trame straniere in fuori, nè potenti, nè attive in Italia. Sanno che il reggimento repubblicano è il solo inteso dal popolo, che le moltitudini furono e saranno incerte davanti ai termini di bilancia politica, equilibrio dei tre poteri, lotta ordinata d'elementi legali, reggimento misto parlamentare, ecc., che la forma monarchico-costituzionale è forma transitoria, consunta—e che la repubblica sola può esistere in Italia, e conciliarsi colla unità.»
Perchè—parliamo a quei che non intendono diritti, ma fatti soltanto—a chi fidare, nella ipotesi monarchico-costituzionale, la somma dei destini italiani, lo scettro unico, il volume unico delle costituzioni italiane, però che italiane vogliono essere? Chi riunirà i voti di ventisei milioni d'uomini, divisi per secoli, per gare, per ambizioni, per corruttela di favella, per usi, per leggi, per re? Chi spegnerà il vecchio lievito di spirito provinciale, che un mezzo secolo di predicazione ha sopito e logorato, ma non tanto che non appaja talora, e che, risuscitato, non potesse farsi tremendo?—Un re tra gli attuali? Vergogna e scherno! Qual è fra i tirannetti italiani, che non abbia col sangue dei sudditi segnato il patto coll'Austria? Qual è quei, che il passato non separi violentemente e inesorabilmente dal suo popolo e dall'avvenire?—Un solo forse poteva assumer l'impresa. Era macchiato d'uno spergiuro; ma l'Italia s'offriva a dimenticarlo. Fu un punto solo. Nol volle; e fu meglio per noi! Ma chi è oggi fra i nostri principi che presuma stender la mano a quella corona, ch'egli non seppe raccogliere? Oh! la mano gli arderebbe, però che su quella mano, qualunque essa siasi, sta rappreso sangue d'Italia e di liberi! Chi è che dimostri, non dirò amore di patria o di libertà, ma ambizione deliberata nelle vie da scegliersi, ambizione d'uomo che sa—se tra lui e la cosa voluta sta la morte—affrontarla senza esitare? Ambizioni inette, meschine; uomini deboli per paura, e stolidamente feroci. Poi, la questione si riduce a due soli dei nostri principi, perchè, dove non sono eserciti, chi vorrebbe formare un pensiero di conquista italiana? Tra quei due, la questione è rapidamente decisa, o meglio, non v'è questione possibile. Nessuno dei due, al punto in cui siamo, riescirebbe a mettersi in capo la corona dell'altro, senza guerra lunga e decisa: nessuno dei due ha diritto d'affetti, di simpatia, di virtù, d'ingegno o di fama per contendere all'uno i sudditi dell'altro. Tra lo spergiuro del 1821, e l'assassino di De Marchi, chi vincerà la questione?—I due eserciti saranno fratelli, non cederanno all'armi reciproche mai. Accendete la guerra: ecco risse civili, e stragi, e per anni: odj, offese d'onore, invidie potenti rinate per secoli: e il pensiero di libertà e di patria sfumato nell'infame contesa. O sceglierete un re nuovo, e non di dinastia regnante in Italia?—Cittadino o straniero?—Di razza regale, o plebeo?—Sceglietelo cittadino. Dopo la difficoltà della scelta sottentra più forte l'altra della conquista, della occupazione di tutta Italia: avete guerra civile; e chi dovrebbe sostenerla, incomincerebbe privo anche dell'ajuto che il primo aspetto della questione somministrava: uno stato, e un esercito suo. Ma—giova ripeterlo mille volte—il napoletano non accorrà mai un re piemontese; e reciprocamente. L'ire di provincia e di municipio non piegheranno mai che davanti a un principio: riarderanno tremende ogni qual volta si moverà parola d'un uomo. Il principio è comune a tutti: il suo trionfo è trionfo di tutti, il consesso che lo rappresenta è consesso di tutti, nè può suscitar gelosie: ma l'uomo nasce d'una terra, rivendicato dalla vanità d'una terra, abborrito dall'orgoglio dell'altra. O saluterete l'eletto della vittoria? Inalzerete sullo scudo il soldato fortunato?—Fatelo: avrete così una rivoluzione sociale sfumata in un uomo: avrete un Bonaparte che vi prometterà libertà, poi avrà bisogno d'una Sant'Elena per riconoscerla valida e prepotente: avrete un'aristocrazia militare, una gloria forse a prezzo della prosperità e dei vostri diritti: una tirannide di pretoriani. Poi, i grandi geni militari non si manifestano onnipotenti a conciliare i partiti più discordi, in un'ora, s'allevano fra le battaglie: vincono nelle campagne gli sproni di cavaliere. Dall'assedio di Tolone all'impero trascorsero parecchi anni, due campagne in Italia, ed una in Egitto. E intanto? Vi rimarrete, attendendo il genio, e le circostanze che lo fecondino? A non cacciare nella nazione un principio che distrugga le vostre future speranze, soggiornerete sempre nel provvisorio?—Sceglietevi un principe straniero. Dalla Svezia alla Francia, dal Brasile all'Africa, i coronati che invocano uno stato sono tanti!—Oh! è essa sì bassa cosa questa corona d'Italia, che abbiate ad offrirla all'incanto ai raminghi stranieri, colla certezza di trarvi in patria gli eserciti e le battaglie, e, peggio, i protocolli dello straniero—dacchè la Italia non è stato tale, che un germe di casa regale possa esserne scelto a dominatore, senza concitare l'invidia e le paure e le gelosie delle corti d'Europa?—Ora, qual è il modo di conciliare codesti elementi? Di spegnere la tirannide, di non vendersi a un tiranno soldato, di non ricommovere gli animi alle stragi civili, di non crearvi nemici potenti in tutti i gabinetti stranieri? Io vi chiedo: datemi un re ma un re italiano, potente d'intelletto e di core, grande nell'arti della vittoria e della giustizia civile, che non mi ponga a fronte del mio fratello—avanza una federazione di re, e dei re viventi in Italia! avanza il Papa!!—avanza l'Austriaco!!!—[64].
Oggimai, a chi guarda all'Europa, i governi monarchico-costituzionali appajono forma spenta, senza vita, senza elementi di vita, senz'armonia coll'andamento della civiltà. Costituivano una forma di transizione tra il servaggio assoluto e la libertà, un genere di reggimento che somministrava, a tutti quanti gli elementi che s'agitano nelle società, un campo per esperimentare le loro forze, esercitarsi a fare, svilupparsi in una guerra ordinata, sotto tutti gli aspetti possibili, finchè s'intravedesse a qual d'essi spetta il dominio sugli altri. I governi misti valgono nella scala del progresso come una educazione politica, una prova all'intelletto d'un popolo, perch'ei salga maturamente e non di balzo all'ordinamento sociale, una transazione dell'elemento popolare debole ancora cogli elementi che lo circondano, ma provvisoria, a tempo, e non omogenea. L'Inghilterra pose in favore la teorica costituzionale; e ad essa ragioni di fatto e positive prescrissero quella forma di reggimento. L'aristocrazia signorile, risultato della conquista normanna, proprietaria delle terre, ed accetta alla nazione per la magna Carta strappata a Giovanni, era elemento predominante. Gran parte della lotta rivoluzionaria si consumava tra essa, e il potere del re; e poich'ebbe ottenuta vittoria, il patriziato rimase dominatore. Ma poichè due elementi non possono in un governo trovarsi a fronte soli senza che l'urto duri perenne, il re si rimase potere fra i due elementi aristocratico e popolare, termine intermedio, vincolo d'accordo se l'uno cozzasse coll'altro.—Seguì la Francia; ma gli uomini nel secolo XVIII quando posero mano alla grand'opera della rigenerazione sociale, si diedero, noi lo dicemmo, a distruggere quanto pareva avverso all'intento. Era la loro missione, ed era così gigantesca, il terreno era così ingombro di pregiudizî, di superstizioni, di codici barbari, e d'altro, che una generazione bastava appena a purgarlo. Ridussero il loro simbolo alla negazione, e trasandarono la parte organica positiva. E non pertanto urgeva affacciare qualche forma che potesse sostituirsi alle vecchie: urgeva, più ch'altro, vincere il presente; e poichè i popoli procedono più facilmente per termini di comparazione ed opposizione, fu forza trascegliere. I filosofi, non avendo il tempo di creare un sistema governativo, ne andarono in traccia nella vecchia Europa, e stimarono averlo trovato nell'Inghilterra. L'Inghilterra, nella quale l'elemento popolare non s'era peranco sviluppato, presentava un'apparenza di riposo, di tranquillità, d'equilibrio che innamorò la scuola filosofica. Il suo governo fu scelto a modello, in opposizione alla Francia di Luigi XIV e XV. Montesquieu, così mal giudicato finora, Montesquieu che i molti s'ostinano a intendere legislatore, mentr'egli non fu che narratore filosofo di ciò ch'ei vedeva, e degli elementi che gli era dato scoprire nell'antichità e nei tempi moderni, incominciò ad accreditar quella forma. Pure, egli tradiva tutto il segreto dell'esistenza di quel governo, quando deduceva che monarchia non poteva concepirsi senza le classi privilegiate. Voltaire, genio d'azione, di distruzione, creato per la guerra, non per l'ordinamento che segue la vittoria, estremamente superficiale nel contemplare le cose, ma facile ad appassionarsi, e ingegnoso abbastanza per puntellare ogni suo paradosso, si diede non a studiare quella forma, ma a predicarla per ispirito di contrasto, parendogli singolare di combattere il sistema francese con armi d'un vecchio nemico; e ingigantì la perfezione di quell'edificio sociale, come a combattere la religione di Cristo, afferrò Confucio, e intese a far dei Cinesi un popolo di filosofi. Pure le massime di Voltaire trascinavano all'eguaglianza.—L'autorità di quei nomi prevalse intanto e prevale tuttavia in molti a farsi ammiratori fanatici d'un governo, che il tarlo popolare ha minato per ogni dove.
In oggi, la prova è fatta. La lotta s'è guerreggiata in tutte le guise possibili. L'Europa ha tentato le forme, quante erano, della monarchia, senza potersi riposare in alcuna: monarchia assoluta, per diritto divino, monarchia per diritto di forza, monarchia per diritto, come dicono, di popolo. Luigi XVI ha conchiusa la prima, e Carlo X, che volle risuscitare il cadavere, non ebbe la testa mozza sul palco, perchè i costumi erano fatti più miti e la nazione più sicura della propria potenza. Napoleone chiuse la seconda, e certo dopo lui, nessun mortale oserà ritentarla. La terza sta ora chiudendosi e rapidamente. E se l'ultima prova, e il risultato morale riescì fatale alla forma monarchico-costituzionale, impotente a inoltrare o retrocedere in Francia, essa è assalita al core nell'Inghilterra, dacchè l'elemento popolare s'è mostrato nel dramma politico.
Napoleone ha riassunto l'epoca, allorquando pronunciò: che l'Europa nello spazio di quaranta anni sarebbe stata cosacca o repubblicana.
L'Europa sarà repubblicana—Napoleone era la forza, nè poteva rinunciare a porre un certo equilibrio tra quella e il diritto. Il mondo per lui era un oggetto di guerra e di conquista per due genî di natura opposti, come i due principî persiani. Ma ciò ch'egli vide fu l'impossibilità d'un sistema permanente di transizione, fu che la guerra tra due principî incominciava disperata, decisiva, finale! O innanzi—o addietro: la umanità era impaziente d'affacciarsi a un'epoca positiva ed organica. Questo egli vide, e gli anni avverano la predizione.
Il Popolo! Il Popolo!—Torniamo al nostro grido. È il grido del secolo: il grido dei milioni, che fremono moto: il grido d'un'epoca che s'inoltra veloce. Salutate la bandiera del popolo, però ch'egli è l'eletto di Dio a compiere la sua legge: legge d'amore, d'associazione, d'eguaglianza, d'emancipazione universale. Spianate il sentiero al popolo, però che, dove voi nol facciate, egli lo farà, e volontariamente. Annunciate a tutti la sua manifestazione, i suoi bisogni, e i suoi diritti, perchè, dove un tale elemento s'è rivelato, fu tolta all'individuo, qualunque pur siasi, la potenza di fare contr'esso o senz'esso.
O Italiani, giovani miei fratelli! Se volete imprendere imprese generose, se avete in anima tentare il risorgimento davvero: associatevi le moltitudini. Non v'illudete. Siete pochi, e morrete. È bello il morire per la propria contrada, ma la vostra contrada vi grida: morite lasciandomi libera, perch'io possa onorare almeno i vostri cadaveri. Non v'illudete: santificatevi nell'entusiasmo e nella fede d'una missione, ma badate a non isolarvi nell'entusiasmo: badate a non pensare che tutto è fatto, quando i giovani, che si sono ispirati alle sciagure della patria, si sono stretti la mano, dicendo l'uno all'altro: a domani il banchetto di Leonida.—Siete pochi all'impresa: tanti da ergere un mucchio di spenti su cui si levi visibile all'Europa la vostra bandiera dell'Italia ringiovanita; ma chi la sosterrà quella bandiera, perchè sventoli per sempre sui vostri sepolcri?—Associatevi le moltitudini. Non temete il loro silenzio: quel riposo apparente cova un vulcano, che divorerà colla sua lava il barbaro e i fautori del barbaro. Ma stringetele colla famigliarità: destate in esse la fiducia: amatele, e mostratelo. Il tempo stringe—ed io guardo, e non veggo, che voi operiate abbastanza a meritarvi l'aiuto delle moltitudini nell'ora della lotta.—Perchè giacete? Io v'ho detta tanta parola di lode e di conforto, che posso mormorarvi un rimprovero, senza che voi m'incolpiate di poco amore. Perchè scrivete inezie e canzoni d'amore invece di rivolgere la letteratura al popolo, all'utile suo? Perchè non promovete con sacrificî d'ogni genere l'istruzione elementare, la diffusione dell'insegnamento popolare? Perchè non vi fate voi nelle vostre campagne maestri di lettura ad alcuni degli uomini di montagna? Perchè non rappresentate al popolo i suoi fatti antichi nei quadri, nei libercoletti, negli almanacchi, in tutti i modi che possono illudere la tirannide? Perchè non viaggiate a portare di paese in paese e di villaggio in villaggio la croce di foco?—V'arde il furore di patria che vi ha consecrati a una idea? I vostri passi siano tra le moltitudini. Salite i monti: assidetevi alla mensa del coltivatore: visitate l'officine, e quegli artigiani che voi non curate. Parlate ad essi delle loro franchigie, delle loro antiche memorie, della gloria, del commercio passato: narrate le mille oppressioni ch'essi ignorano, perchè nessuno s'assume di rivelarle. Quei volti che la fame e l'avvilimento hanno sformati, lampeggeranno d'un lampo italiano: quelle mani negre, abbronzite, incallite all'aratro e alla vanga, tremeranno forse brancolando quasi in cerca d'un fucile, d'un'arme—allora dite, o Italiani, avete voi armi?—Per voi, e per essi?—
Moltitudini, ed armi—Eccovi il segreto delle rivoluzioni future.—1832.
Peuples, formons une sainte-alliance,
Et donnons nous la main.
Béranger.
Quando Iddio cacciò la terra nello spazio infinito, mandò una voce all'Uomo che l'animava: va! tu sei chiamato ad alti destini: io t'ho creato a mia imagine; ma tu non mi contemplerai faccia a faccia, se non quando potrai posarti davanti a me nella pienezza delle tue facoltà, nell'esercizio libero delle tue potenze ordinate a un intento sublime. Va! io t'ho steso dinanzi una vasta carriera di progresso; ma tu non puoi correrla solo: affratellati in un gran pensiero di sviluppo morale con tutti gli esseri, nei quali troverai riprodotta la imagine mia. La via t'è seminata d'ostacoli; ma va! la vittoria è con te, perch'io t'ho dato la potenza d'associazione.—
Nessuno sa i secoli che passarono sulla terra; le pagine del mondo fisico ne rivelano una lunga serie senza determinarli: ma l'eco di quella voce non è perduto, e sospinge tuttavia le generazioni sopra una via, alla quale l'occhio non vede orizzonte determinato, ma che ogni passo rivela più ampia e più bella.
L'umanità stette come inerte, concentrata, raggruppata in sè, quasi intenta a studiarsi, a raccogliere le sue forze, a calcolare il punto d'onde movere con più vantaggio, nel mondo orientale. Fu gigantesca come le Piramidi: ma come le statue egiziache, aveva i piedi giunti, e la immobilità per carattere. Poi, si slanciò a rintracciare una terra che somministrasse materiali più vasti al pensiero, attitudini maggiori al moto.
Questa terra è l'Europa. L'Europa è la leva del mondo. L'Europa è la terra della libertà. Ad essa spettano i fati dell'universo, e la missione di sviluppo progressivo ch'è legge all'umanità.
Quattromila anni scorsero, dacchè il primo raggio di civiltà spuntò nella Grecia dalle rupi del Caucaso. Era un raggio fioco, incerto, e tremolava nel bujo. La scintilla involata da Prometeo era così debole che parea destinata a morire con esso. Ma la razza de' titani, che pugnarono contro il destino asiatico, si perpetuò. Il germe europeo educato dagli Elléni si sviluppò ingigantendo. Oggi ricopre l'Europa: quel raggio è fatto sole d'incivilimento; nè v'è Giosuè che possa arrestarlo.—Dacchè la umanità fece atto d'attività in un angolo della Grecia, ogni periodo storico, ogni secolo rivelò l'azione dei due principî sui quali s'appoggia la nostra religione.
L'umanità camminò sulla via del Progresso.
Ogni grado di progresso fu conquistato coll'associazione; e, reciprocamente, nessun grado di progresso fu conquistato che non aprisse una via, o un vantaggio all'associazione dei popoli.
Oggi le teoriche del progresso indefinito e dell'associazione Europea, un tempo retaggio dei pochi che il volgo dei dotti battezzava utopisti, son fatte credenze pressochè popolari in Francia, dove le delusioni e le colpe non sono tante ancora da toglierle l'iniziativa dell'incivilimento Europeo. Dacchè Cristo cacciò una base d'associazione, bandendo agli uomini il principio dell'eguaglianza, senza la quale non v'è associazione possibile; dacchè la stampa creò un vincolo universale e concesse a quanti sentivano dentro la consecrazione a una missione di sviluppo sociale, di coordinare i loro sforzi individuali, di stampare una grande unità morale in tutti gli elementi materiali che avevano alle mani, la tendenza all'associazione, l'anelito alla fratellanza Europea crebbe evidentemente, e senz'arrestarsi. La rivoluzione francese l'eresse in legge, in principio politico. Napoleone l'ajutò, forse senza volerlo, colla conquista, e sacrando col battesimo di sangue tutte le genti, sulle quali passeggiò colla spada nella destra, e un codice—qualunque pur fosse—nella sinistra. I popoli s'affratellarono prima nell'odio, poi nell'amore; e mentre i principi, piegando davanti alla previsione d'una lega degli uomini liberi, strinsero un patto d'infamia a contrastarne i tentativi, i popoli anch'essi strinsero la loro. La parola d'ordine fu Libertà; e quando Parigi scrisse quelle parole sulla sua bandiera, levandola in alto sicchè tutta Europa la vedesse, tutta Europa sentì la necessità di concentrarvisi; tutta Europa fermentò d'una nuova potenza, e gli uomini liberi intesero a strignersi la mano, per essere più forti. Le nazioni Europee entrano ad una ad una nel convegno, come viaggiatori che si raccolgano ad iscrivere il loro nome. L'Inghilterra, ultima terra del feudalismo, della ineguaglianza, quindi della tendenza all'individualismo, si commove tutta a nome di riforma cacciato alle moltitudini; e il primo modo d'espressione che gl'Inglesi scelsero, fu quello d'inviare con Bowring il saluto di fratellanza agli insorti di luglio, quasi un atto d'adesione ai principî, che hanno a reggere dominatori pacifici dell'universo. Il trono Francia fu sull'orlo della rovina per la caduta di Varsavia. Dall'Ungheria venne una voce di conforto ai prodi, che Lelewel aveva inspirati, e che si battevano sotto Ramorino. Il pellegrinaggio dei bravi Polacchi infiammò gli animi nella Germania; ed oggi gli uomini di Fichte, gli uomini d'Arndt, di Jahn, di Körner, ritolgono la pensione al dottor Wirth, per aver confuso la Francia cogli uomini che governano. Fin le gare e gli odî tra Portoghesi e Spagnuoli si logorano in faccia a un avvenimento che può diventare Europeo; e se suonasse la campana a stormo dei popoli, se una guerra di principî, sola possibile in Europa, inalzasse le due bandiere al vento, quanti segreti di simpatia noi non vedremmo manifestarsi, quante moltitudini, ch'ora giacciono mute ed inerti, covanti il fermento Europeo, non si slancerebbero risorte a intrecciare le destre, a stendere le picche del cittadino, sull'altare dell'umanità!
Un giorno, quando noi avremo nome, e patria, e libertà, noi spiegheremo dinanzi ai nostri fratelli il quadro gigantesco e sublime del progresso dello spirito d'associazione, e le vicende per le quali attraverso rovine d'imperi e nazioni, attraverso i mille ostacoli che le tirannidi e l'individualismo suscitavano ad ogni tentativo, giovandosi ora delle conquiste, ora delle emigrazioni, ora del commercio, fuggendo un popolo per trionfare in un altro, svanendo in un secolo per ricomparire poi più potente, aspirando in un'epoca all'unità colla spada di Roma, tentandola in un'altra col pastorale, tramutando insensibilmente lo schiavo in servo, in vassallo, in borghese, in uomo libero; trasformando la proprietà; combattendo il feudalismo colla monarchia, il dispotismo coll'aristocrazia del sangue, colla potenza dell'oro, e l'insolenza dell'oro colla influenza della capacità; sviluppando più sempre la natura morale dell'uomo, e diminuendo il dominio della natura fisica: vincendo le abitudini del clima colle frequenti comunicazioni, colle vie moltiplicate, coi telegrafi, la Civiltà progressiva n'è inoltrata a un punto, dal quale nessuna forza oggimai può farla retrocedere—e la umanità emerge raggiante, sempre potente di nuovi ajuti, sempre raccogliendo qualche popolo nel suo cammino, sempre acquistando terreno in Europa, e incominciando ad invadere l'Asia. Sarà bello, finita la gran giornata, gittare uno sguardo, come il pellegrino, sulla via trascorsa. Oggi, noi stiamo sulla breccia, siamo stretti dalle urgenze dei tempi e degli avvenimenti; abbiamo la lancia in pugno. Si tratta di combattere, si tratta di vincere, si tratta di decidere se la civiltà debba arrestarsi in faccia a pochi uomini—se la fratellanza dei popoli sia una illusione o l'unico mezzo di trionfo per noi.—1832.