COMITATO NAZIONALE POLACCO

N.º 498, Parigi, via Taranne, 12.

Il dì 6 ottobre 1832[65].

Figli d'Italia!

Un Genio forte non si stanca mai, e nelle varie vicende sta sempre intento a risuscitare gli alti pensieri ed a fortificare i nobili sentimenti. Tale fu il Genio della vostra classica terra da tre secoli soggiogata. Un lungo infortunio ha creata l'esperienza della vostra nazione, la quale, principiando una nuova vita, non ha cessato mai di dare alla patria uomini dotti che preparando per voi un felice futuro, hanno mostrato al mondo i veri principî della libertà. Il popolo, dal cui seno uscirono cittadini predicanti siffatti principî, non è per certo destinato alla schiavitù. Ed oggi, figli d'Italia, Giovine Italia! la vostra gioventù fervida di speranza è una viva e brillante imagine del rinascimento vicino della vostra indipendenza e della vostra libertà.

Un popolo, che sa sentire, ascolta ed intende qualunque altro popolo è posto in simili circostanze. Per questo, i figli d'Italia accetteranno con gioja la parola dei figli della Polonia, i quali giunti in esilio insieme ad essi, si sono incontrati sull'amica terra di Francia. Qui uniti si ricordano insieme delle speranze svanite, quando i popoli d'Italia e di Polonia, riposando sull'eroe di Francia, incontrarono ogni sorte di sacrificî per rilevare la loro esistenza; e questa fraterna amicizia principiata allora fra i combattenti sotto gli stessi segni guerrieri, fa in oggi ricordare la rovina di tutti gli sforzi insieme ultimamente fatti per questo grande oggetto; fa intendere i suoi pensieri e indovinare l'avvicinato futuro.

Quei prossimi e preziosi istanti non lasciano assai tempo per risvegliare que' ricordi, per parlare di quelle strette relazioni che dai principî del cristianesimo avevano uniti i Polacchi e gli Ungheresi coi vicini Italiani. Il loro pensiero è tutto occupato di questo combattimento europeo coll'atroce dispotismo, tanto per la libertà ed il supremo potere dei popoli, quanto per la libertà e l'eguaglianza del diritto di ciascuno contro i privilegi e le usurpazioni di qualche eccezione: combattimento per l'indipendenza e per l'unione delle oltraggiate nazioni.

Figli della Penisola oltremontana! Non siete stranieri lontani, quando sul Continente si tratta una causa così importante. Simile è sempre ed in tutto la situazione dell'Ungheria, della Polonia e dell'Italia: la loro causa è la stessa; simili dunque e contemporanei devono per tutti essere i momenti d'operazione. Questa persuasione bolle nel sangue degli eroici guerrieri d'Italia e di Polonia, e il cuore dei cittadini delle due nazioni s'infiamma egualmente per la causa dell'Umanità. Nell'esilio, e nell'infortunio, le loro mani unite siano un segno dei loro desiderî, dei loro sacrificî e delle loro sempre concordi operazioni.

 Lelewel.
ValentinoZwierkowski.
AntonioHluszniewicz.
 Rykaczewski.
AntonioPrzeciszewski.
LeonardoChodzko.
V.Pietkiewicz.

GIOVINE ITALIA

Poloni!

La Giovine Italia accoglie con gioja la vostra parola. Voi siete prodi, o Poloni. Dal giorno in cui l'infamia dei re congregati smembrò la vostra contrada, voi non avete cessato mai dal combattere apertamente o celatamente contro i vostri oppressori. Voi avete più volte, col martirio, protestato solennemente in faccia all'Europa, che nessuna forza potrebbe spegnere il pensiero d'indipendenza che vi fremeva nel petto, come nessuna usurpazione poteva cancellare i vostri diritti di popolo e di nazione. La vostra bandiera, proscritta sul vostro terreno, pellegrinò, sublime di memorie, per tutta Europa, ma combattendo e vincendo per l'altrui salute, mescendovi con altri prodi, il vostro pensiero era sempre alla Vistola, e il voto che ispirava Dombrowski scaldava i vostri cuori sulla terra straniera. Avete dato al mondo un esempio unico di costanza e di fermo volere. E quando nel 1830, sorgeste a salvar la Francia e l'Europa superaste gli esempî dei padri. Sorgeste quando tutte le forze dell'Impero erano in marcia verso le vostre frontiere. Sorgeste soli: combatteste soli. Onta all'Europa che rimase inerte! Oppressi dal numero, fors'anche dal tradimento, cadeste; ma l'aquila bianca, non brillò mai d'una luce sì bella come a quell'eroico cadere, e v'è tal nazione, alla quale sarebbe più gloria l'esser caduta, come voi cadeste, che non il trascinare una vita incerta e grave del gemito e della maledizione dei popoli.

Però la vostra parola ci suona nell'esilio come una promessa d'avvenire, e stringendo la mano che voi ci porgete, noi pure ci sentiamo più forti.

Ma il diritto d'onore, che il vostro coraggio v'ha dato da molti secoli, s'è convertito, dal 1830, in diritto di fratellanza. Ampliando la sfera dei vostri sentimenti, e fecondando il pensiero patrio col pensiero europeo, mente dell'epoca in cui viviamo, voi avete imposto un debito di riconoscenza e di lega a chi non avea che un debito d'ammirazione.

«Se anche, voi diceste all'Europa, in questa lotta della quale noi non ci dissimuliamo i pericoli, dovessimo combattere soli pel vantaggio di tutti, pieni di fiducia nella santità della nostra causa, nel nostro valore e nell'assistenza dell'Eterno, noi combatteremo fino all'ultimo sospiro per la libertà! E se la Provvidenza ha condannata questa terra a un servaggio perpetuo, se in quest'ultima lotta la libertà della Polonia è destinata a soccombere sotto le rovine delle sue città e i cadaveri de' suoi difensori, il nostro nemico non regnerà che sovra deserti, e ogni buon Polono trarrà seco morendo questo conforto, che se il cielo non gli concedeva di salvare la patria egli almeno con questa guerra mortale ha salvato per un momento, le libertà minacciate d'Europa.»

Furono parole solenni, grandi come la vostra sciagura: e l'Europa dei popoli le ha raccolte. Dal giorno in cui lo proferiste, fu segnato il patto d'alleanza perpetuo tra voi, e gli uomini della libertà in tutte contrade. Dal 20 dicembre 1830 ha data il titolo della Polonia alla grande Federazione Europea.

E però noi ora non facciamo che ratificare nell'esilio quel tacito patto: patto santificato dalla sventura: patto che durerà, perchè sgorga dalla natura della guerra che sosteniamo, e dalla missione che i destini dell'Europa e dell'incivilimento progressivo ci affidano. Sacerdoti d'una religione ch'oggi ancora è proscritta, ma il cui trionfo è sicuro, devoti dalla coscienza e dallo spirito del secolo a una bandiera che ha scritto da un lato libertà ed eguaglianza, dall'altro Umanità, dovevamo forse incontrarci tutti in un esilio comune, perchè da questo convegno di proscritti escissero i germi del gran convegno dei popoli; perchè serrati a cerchio come i cospiratori del Grütli giurassimo la alleanza degli oppressi contro l'alleanza degli oppressori. Da qui noi ci riporremo in viaggio, nella direzione che la natura commette a ciascuno, voi, coll'Alemagna unitaria, e coll'Ungheria ricostituita, all'emancipazione del Nord, all'incivilimento delle razze Slave; noi, colla Francia e colla Spagna all'emancipazione del Mezzogiorno. Ma in qualunque luogo noi ci troviamo, ricorderemo le amicizie strette nei giorni della sciagura: a qualunque zona del cielo europeo si rivolgano i nostri sguardi, noi diremo: là abbiamo fratelli: là il sole della libertà scalda anime di generosi!

Fratelli di Polonia!—i nostri padri hanno, voi lo accennate, combattuto sotto gli stessi segni. Illusi dalle stesse speranze, diedero insieme il loro sangue per cimento ad un trono che potea diventare il trono della civiltà, e non fu che quello d'un uomo.

Fratelli di Polonia!—qualche cosa ci dice che nelle lotte parziali inevitabili a toccare l'intento comune, noi combatteremo anche una volta insieme. Ma quelle battaglie non c'inganneranno nei risultati, perchè saranno combattute per noi e da noi, perchè saranno le battaglie non d'un uomo ma d'un principio.

Per la Giovine Italia,
Mazzini.         


DELL'UNITÀ ITALIANA

1833.

L'Italie est une seule nation. L'unitè de mœurs, de langage, de litterature doit, dans un avenir plus ou moins éloigné, réunir enfin ses habitans dans un seul gouvernement.

Napoléon.

Italiam! Italiam!.....

Virgilio.

I.

La questione se l'Italia, emancipata dal barbaro, debba ordinarsi in lega di repubbliche confederate, o costituirsi repubblica una e indivisibile, vorrebbe forse più lungo discorso che non concedono i limiti d'un articolo di giornale. Non che per noi si credano egualmente convalidate di forti argomenti le due sentenze. L'opinione che predica il sistema federativo ci sembra generata da una strana confusione d'idee e di vocaboli, che forse non dura se non perchè pochi la discussero freddamente, e vergini di pregiudizî[66]; poi da quel senso di sfiduciamento che s'è coi secoli di servaggio inviscerato negli Italiani, e li indugia sui confini del nuovo stato in continue transazioni col vecchio che pur vorrebbero struggere. Ma è questione che vezzeggia e sollecita l'individualismo, potentissimo anch'oggi in Italia: questione che si nutre di tutte quelle gelosie, gare e vanità di città, di provincie, di municipî, passioncelle abbiette e meschine che brulicano nella Penisola, come vermi nel cadavere d'un generoso che cinquecento anni di debolezza e cinquanta di predicazione non hanno potuto spegnere, e che la grande esplosione rivoluzionaria potrà sola sperdere nella manifestazione solenne dell'unità nazionale. E a deciderla converrebbe scendere coi libri delle nostre storie alla mano in un campo d'ingratissima realtà a tesser gli annali delle mille ambizioni e influenze provinciali, aristocrazia di località più tremenda assai della aristocrazia dell'oro o del sangue, perchè dove queste si rivelano esose e assurde, quella assume aspetto di spirito generosamente patrio—risalire alla sorgente comune, la divisione dell'Italia in più Stati—poi seguirne lo sviluppo inseparabile dalle nostre sciagure—e mostrare come da più secoli la tendenza frazionaria e il decadimento italiano camminino su due parallele—e svolgere le conseguenze favorevoli al commercio, all'industria, all'arti e alle lettere che verrebbero dal concetto unitario—ed esporre intero il piano d'ordinamento sociale per cui la vita e l'impulso allo sviluppo progressivo e la direzione armonica dei lavori hanno a propagarsi dal contro alle menome parti, senza incepparne la libertà, senza violarne l'indipendenza, senza isterilirne le potenze speciali: tesi vasta ed organica che le angustie del tempo ci vietano e che noi non tratteremo che a cenni. Ma a qualunque intenda a fondare, la parte critica, comechè incresciosa e nelle apparenze sterile, riesce pure inevitabile a trascorrersi. Però a questa è volto il presente articolo. Purgato dagli inciampi il terreno e svincolata la questione dai pregiudizî e dalle paure ond'oggi è impedita, sarà facile cacciarvi le basi degli ordini futuri. Lo spirito umano anela libero l'orizzonte davanti a sè. Dove ostacoli frapposti tra il suo volo e la meta lo costringano a combattere e soffermarsi a ogni tanto, infiacchisce e si logora.

Quando nei primi anni della gioventù, irritati delle basse tirannidi che s'esercitavano nelle scuole di tutta Italia a mortificare gl'ingegni o a nudrirli di misantropia, frementi una patria che nessuna contrada Italiana ci offriva, ma senza pur sospettare che il fremito individuale potesse convenirsi in azione, ponemmo il pensiero all'Italia, fummo unitari. Vergini di studiata scienza, liberi d'ogni servitù di sistema, insofferenti delle lunghe disamine e delle applicazioni pazienti, il vero stava per noi nella prima idea che ci balzasse improvvisa davanti, grande, vasta, solenne, raggiante di poesia, di potenza e d'amore—e questa idea ci s'affacciava nell'Italia una, ricinta dall'alpi e dal mare; in una parola di volontà onnipotente uscente da Roma dalla Roma dei Cesari, e valicante l'alpi ed il mare; in una missione di civiltà universale assunta da noi sin dai giorni della potenza romana coll'armi, continuata cogli esempî di libertà dalla prima metà dell'evo medio, colle lettere diffuse all'Europa dalla seconda, e fremente dopo i miracoli dell'impero nell'Italia del XIX secolo. Ma questa idea ci sorrideva come una musica d'anime, come un raggio di sublime poesia che ci mandava il cielo d'Italia, perchè nel nostro cuore s'ergesse un altare al concetto puro, santo, incontaminato, senza meditarlo, senza verificarne la possibilità, senza rintracciarne la verità politica per entro ai costumi, alle abitudini, alle credenze dei nostri concittadini. Era il sogno di Dante, di Petrarca, di Machiavelli—e si venerava da noi, come l'idea della libertà greca e romana dai cospiratori Italiani del XV secolo, per istinto, per entusiasmo, per foga di slancio, non per convinzione ragionata e come frutto di studî severi.

Poi venne la fredda, la calcolatrice, la dotta politica: vennero voci d'uomini gravi, nei quali il dubbio perpetuo riveste aspetto di profonda e arcana dottrina; d'uomini che professando non sottomettersi che all'alta immutabile ragione dei fatti sorridono a quante ipotesi s'appoggiano direttamente su' principî generali, e ci dissero: «L'unità Italiana è brillante utopia, contrastata dai fatti che vi s'affacciano a ogni passo che voi moviate sulla Penisola. Eccovi storie e cronache e documenti dei vostri maggiori. Ognuna di quelle pagine gronda sangue fraterno. Ogni palmo del vostro terreno è infame per risse civili. Le nimicizie di molti secoli hanno lasciato a ognuna delle nostre città un legato d'odio e di vendetta che il servaggio comune cancella nelle apparenze, ma che il grido di libertà farà rivivere più tremendo. Vario il clima, varia la topografia dei luoghi varie le abitudini e le tendenze. Potrete spegnerle con una idea? Potrete confonderle con una formola di legge? Le leggi esprimono, non creano fatti. Le razze non si riconciliano colla violenza. E quando crederete averle fuse per via di decreti, quando v'illuderete ad avere statuita unità, troverete anarchia. Abbiamo elementi eterogenei: affrettiamoci a riconoscere i diritti e i bisogni diversi, perchè non irrompano a rivendicarli coll'armi e colla rivolta. I popoli non si governano a illusioni. Quando un fatto è, non giova il dissimularlo: giova ammetterlo anzi tratto, poi moderarne le conseguenze dannose, e trarre da quel fatto il miglior partito possibile. In Italia, il governo federativo è l'unico compatibile col fatto delle divisioni e delle differenze esistenti. Se vorrete il più, avrete il meno. Il concetto delle federazioni è concetto primitivo in Italia. Afferratelo. Con quella forma avrete libertà dentro, e forza al di fuori. Vedete la Svizzera, e le repubbliche americane. E le autorità d'uomini sommi, Montesquieu, Sismondi e altri, convalidano gli argomenti dei fatti. Poi col sistema unitario avrete presto tirannide, se d'una capitale, d'un consesso, d'un unico centro, o d'un re, poco monta. La centralizzazione uccide la libertà delle membra. Da ultimo, repubblica in una piccola estensione di terreno può stare; ma le vaste proporzioni la fanno impossibile.»

E quelle voci che ci parevano concordi ai fatti, ci stillavano lentamente il dubbio nell'animo. Il pensiero di Dante e di Machiavelli ci sfumava di mezzo a un caos di forme, di visioni, di sembianze individuali, diverse di costumanze, d'abitudini, di tendenze, e tutte ostili, rivali, nemiche, che le formole di quei politici evocavano davanti a noi. Il medio evo colle sue mille guerre, dall'urto scambievole delle razze nordiche sino alle fazioni lombarde, dalla battaglia di Monte-aperti fino a quella nella quale suonavano, come l'ultimo gemito dell'Italia, l'estreme parole di Francesco Ferrucci al calabrese: tu vieni ad uccidere un morto, sorgeva gigante a frammettersi tra noi e il concetto unitario, a protestare tremendamente contro quel sogno affacciatosi nello spazio di tre secoli a due grandi anime, che forse morendo, lo rinnegavano. E forse ciò che costituiva il genio, e lo differiva dalle razze umane, era il tormento d'una idea solitaria, inapplicabile, condannata a starsi in perpetuo nei dominî dell'astrazione. La mano scarna della dottrina ci sfrondava l'albero delle illusioni giovanili, e v'innestava sistemi architettati studiosamente e complicatamente sugli antichissimi esempli greci, e su' nuovissimi americani. E quelle difficoltà superate apparentemente, quella intricata discussione intorno al modo di stringere un vincolo d'unione fra più Stati liberi e indipendenti, ci sembrava argomento d'altissima scienza in chi l'assumeva. L'unità, semplicissima fra tutte le idee, s'affaccia istintivamente all'umano intelletto ne' suoi primi sviluppi, e filosoficamente negli ultimi; e v'è fra queste due un'epoca intermedia, comune agli individui e alle nazioni, nella quale l'intelletto, traviando nella folla di sistemi che gli si parano innanzi, si compiace nelle astruse combinazioni, e inorgoglisce nelle oscurità metafisiche. E l'epoca dei governi misti, delle teoriche costituzionali, delle due camere, della bilancia dei poteri, dell'ecclettismo, delle federazioni. Ma il vero è semplice per essenza. Il genio è unitario. Quando i tempi non erano maturi, cercava l'unità nel dispotismo, oggi la cerca nella libertà, e nella creazione di vaste e grandi repubbliche.

Quell'epoca d'incertezza pseudo-scientifica, d'errore rivestito del manto della sapienza, noi la subimmo—e la trapassammo. Fummo federalisti, e lo diciamo francamente, perchè crediamo che molti dei nostri concittadini abbiano corso quello stadio di gradazioni—perchè rivelando i dubbî che ci tennero incerti, intendiamo mostrare come il simbolo unitario, ch'or predichiamo e sosterremo energicamente, sia nostro non per ardore d'utopia giovanile, ma per lento e maturo convincimento—perchè vinto quel periodo di scetticismo, e superate le difficoltà che pareano attraversarsi, noi siam lieti della nostra credenza, e non corriamo oggimai pericolo di mutarla.

Siamo unitarî—e staremo. Troppe cose si contengono in questo simbolo d'unità, troppi vincoli lo connettono alla libertà italiana, che noi cerchiamo, perchè da noi si possa scender più mai al pensiero gretto pauroso e funesto d'una federazione. Certo: noi non infameremo la contraria opinione, com'oggi—e forse a torto[67]—gli unitarî di Francia infamano gli uomini della Gironda. La libertà può fondarsi in una federazione come in uno Stato unitario: concepita anzi in siffatto modo, la questione è ridotta al nulla[68]. Nessun ostacolo vieta alla libertà stabilirsi in un aggregato d'un milione d'uomini, quando è possibile stabilirla in uno di venti. Ma stabilirsi e durare son due termini essenzialmente diversi, e per noi v'è impossibilità nelle presenti condizioni europee, perchè una libertà fondata sull'unione federativa di molti piccoli Stati duri intatta e secura: impossibilità generata da due vizî radicalmente inerenti ad ogni federazione, interno l'uno ed esterno l'altro. Però la questione è vitale per noi, e immedesimata, come la questione repubblicana, con quella della libertà. Tolleranti su tutte le mille questioni che non feriscono al cuore la libertà popolare, noi siamo quindi per questa. Siamo esclusivamente unitarî, perchè senza unità non intendiamo l'Italia, e dove si contende dell'esistenza, l'intolleranza è santa, la tolleranza è menzogna vuota di senso. Siamo esclusivamente unitarî, come siamo esclusivamente repubblicani, perchè dalle basi repubblicane infuori non veggiamo libertà vera possibile, dall'unità in fuori non veggiamo libertà forte e durevole.

Cos'è il governo federativo?—D'onde traggono origine le federazioni?—Qual è l'elemento principale che le costituisce?

Ogni federazione trae evidentemente origine dalla debolezza degli Stati che la compongono. La necessità d'una difesa che più Stati isolati non trovano nelle proprie forze, li determina a collegarsi per reggersi l'un l'altro contro ogni nemico che s'affacciasse.

L'essenza del governo federativo è riposta nel patto che stringe gli Stati confederati a proteggere e tutelare la indipendenza di ciascuno colle forze di tutti,—l'altre son condizioni accessorie, d'importanza secondaria, e sottomesse a modificazioni infinite.

Che cercano gli Stati confederandosi?

La forza?

Dove la cercano?

Nella unione.

E questa unione non la ristringono a ciò ch'è di pura necessità, ma l'ampliano d'ordinario a confini più larghi: non la fondano unicamente sul patto giurato della difesa, ma tentano cacciarne le basi sulla uniformità delle leggi interne, dei bisogni mutui, dell'utile commerciale: non s'acquetano a desumerla dall'istinto che guida gli Stati a crearsi per ogni dove sicurezze d'indipendenza, ma s'adoprano a darle sostegno la fratellanza. A quelle unioni che posano solamente sulla promessa di proteggersi scambievolmente, è serbato il nome di Leghe; ma le federazioni procedono innanzi. I più tra gli Stati cercano confederarsi con chi li somiglia. Son rare le confederazioni di repubbliche e monarchie. Un istinto politico insegna ai popoli che la conformità dei reggimenti interni fa le unioni durevoli. E le antiche e le nuove federazioni statuirono principî dichiarati e immutabili, dai quali non fosse concesso partirsi. Le repubbliche greche spinsero tant'oltre gli obblighi di leggi uniformi che correvano ai confederati, da mutare interamente la natura indipendente delle federazioni; e lo vedremo tra poco. Delle nuovissime, basti l'America. Tutte—tranne la Svizzera ch'oggi intende il suo vizio—hanno cercata l'unione federale durevole nel riavvicinamento graduato all'unità, delle leggi, degli istituti, de' principî fondamentali.

Da questi pensieri che s'affacciano spontanei al primo esame della questione, e sgorgano dalla definizione del sistema federativo, emerge un dubbio: perchè se a più Stati vicini con molti punti di contatto e collocati in simili circostanze, giova l'unirsi, cotesta unione non toccherebbe gli ultimi termini?—Perchè se il bisogno d'essere forti li stringe a confederarsi, la certezza dell'incremento di questa forza ch'essi tentano procacciarsi non li indurrebbe all'unità?—Perchè, se la uniformità di governo e di leggi fondamentali è bisogno sentito da quanti si stringono a federazione, non lo adeguerebbero essi creandosi un solo governo, una sola legislazione?

La questione specialmente in relazione all'Italia, si ridurrebbe dunque a questione di possibilità o d'impossibilità: teoricamente decisa a favore dell'unità scenderebbe ai dominî della pratica, che spesso dicono, cozza colla teorica, rifiutando inappellabilmente ciò che i principî vorrebbero.

Noi crediamo poco a questo dissenso fra la teorica e la pratica che pur s'allega così sovente nelle questioni politiche. Generalmente parlando, i principî stanno per noi sommi sovra tutte cose e le dominano. Teorica e pratica sono indissolubilmente congiunte. La prima è il pensiero, la legge, l'idea: la seconda è il segno che rappresenta il pensiero, la formola scritta attraverso la quale è rivelata la legge, la forma che l'idea assume trapassando nel mondo sensibile. Se un principio è vero, le applicazioni hanno a riescirne più che possibili, inevitabili, perchè nessun principio può rimanersi sterile a lungo e senza conseguenze. E dei dieci casi, nei quali sembra manifestarsi questo dissenso, tre forse spettano a una intelligenza parziale e frazionaria di quel principio che s'è tentato applicare senz'averlo scoperto tutto—sei a un'applicazione falsa, incompiuta, o paurosa—un solo a fatti reali che s'attraversavano, dissonanze cacciate dalla natura, opposizioni inerenti alle umane cose che l'intelletto è certo di vincere, non di vincere a un tratto. Ma la scienza politica che riassume i gradi di progresso e presenta, dopo le religioni e la filosofia, la formola più estesa delle nozioni acquistate dall'intelletto, esce da poco d'infanzia. Le dottrine gesuitiche dei settatori della tirannide assumono quei casi, li moltiplicano e ingigantiscono, e sviano gli animi dall'addentrarvisi: la presuntuosa ignoranza dei pedanti in politica che s'arrogano la dittatura perchè ha raccolto, senza discuterli, una collezione di fatti, avvalora l'arti della tirannide; e la inerzia dei più vi s'acqueta[69].

Pur, poi che quell'unico caso potrebbe verificarsi in Italia, giova accettar la questione tratta a quei termini. Bensì l'obbligo di provarlo esistente spetta a chi nega possibile l'Italiana unità.

Or lo provano? e come?

I più nol provano: non allegano argomenti diretti; ma si richiamano alla storia. Mostrano nelle sue pagine alcuni esempî di repubbliche confederate, salite a potenza, e prospere interiormente: di repubblica unitaria su vaste proporzioni, non uno—e ne inducono senz'altro esame la conseguenza che per noi si combatte. Mutano così la questione. Dimostrano non l'impossibilità di costituire quando che sia la repubblica unitaria in Italia, ma la possibilità di costituirla federativa. Pure stabiliscono a ogni modo una presunzione favorevole alla loro credenza, e giova distruggerla.—Ma prima è necessario per noi l'accennare il come vorremmo si procedesse in politica—e inalzarci apertamente contro l'abuso che si fa degli esempî, vera tirannide d'autorità, che ove prevalesse, distruggerebbe ogni indipendenza di raziocinio; vecchio sistema, che non accettiamo momentaneamente se non per combatterlo, ma che noi rifiutiamo, e al quale in tesi generale, non vogliamo sottometterci mai.

Un pregiudizio domina tuttavia la politica: il pregiudizio dell'esempio, l'imitazione servile.

A qualunque dallo spettacolo della patria guasta, corrotta, inceppata da pessime istituzioni, è suggerito il pensiero di porvi e proporvi rimedio, si affaccia innanzi a tutte una via: quella di torlo altrove. I più dagli ordini che reggono la contrada nativa ritraggono lo sguardo all'Europa, finchè trovino una terra dove un principio contrario o diverso domini le istituzioni; trovato, lo afferrano come àncora di salute: non guardano se quel principio spetti esclusivamente, per vigore di cagioni preesistenti, al paese ove ha vita, e se trapiantato possa fruttare conseguenze uniformi; non s'addentrano a vedere se quel principio sia destinato a lunga vita nel futuro o covi la morte; se veramente da quello o da altre ragioni derivino i vantaggi che l'una nazione ha sull'altra; lo adottano e lo scrivono sulla bandiera che inalzano—e la turba vi corre, perchè quando le moltitudini ineducate hanno sete di mutamento, s'affollano al primo stendardo che sventola, non curando se mutino in meglio o peggiorino. Poi, quando i danni d'un sistema accolto precipitosamente, incominciano a sperimentarsi, gl'ingegni più desti s'avvedono della illusione, ma tardi, quando la credenza in quel simbolo s'è radicata, quando il popolo anela riposo, quando quindici anni di delusioni e molte vittime bastano appena a risuscitarlo. La rivoluzione è compita, nè le rivoluzioni si maturano di giorno in giorno.

Quando affermiamo che questa gretta, esclusiva, superficiale, funestissima maniera di trattar le cose politiche ha esercitato dominio su tutti quasi i rivoluzionarî dell'epoche in oggi consunte, e lo esercita tuttavia, malgrado le molte esperienze, sugli scrittori politici, noi diciam cosa che a molti parrà frutto d'audacia giovanile, o d'un'ira mal concetta contro il passato; stolta accusa, che oggimai non è da respingersi se non col sorriso. Noi veneriamo il passato, quando è grande; ma nè il consenso de' secoli può ingigantirlo ai nostri occhi, quando l'intelletto ce lo affaccia meschino. Le nostre teoriche di progresso riabilitano il passato, anzichè gittargli l'anatema; ma noi sappiamo che la terra troppo calpestata diventa fango, e vogliamo prender le mosse del passato, non insister sovr'esso.

La scuola politica del secolo XVIII fu tutta inglese. Montesquieu e Voltaire, il primo, intelletto potente a evocare con venti parole l'imagine fedele d'un secolo di passato, ma cieco dell'avvenire; il secondo, ingegno vasto più che profondo, critico per eccellenza, e nella foga di distruggere, che l'invadea, avido più di trovare che non di creare un tipo a cui attenersi; l'uno e l'altro, tendenti all'aristocrazia, predicarono primi le istituzioni britanniche—e dietro a quei due la turba degli enciclopedisti, i filosofi, i mezzo-politici e gli imitatori servili. Il sistema che reggeva gl'Inglesi sgorgava dalla loro storia diversa affatto dalla francese. La loro aristocrazia era elemento della nazione traente origine dalla conquista. In Francia non v'era aristocrazia se non per abuso; ma un nuovo stato dovea sotterrarla inevitabilmente. Il popolo più che libertà anelava eguaglianza. Ma chi tra' francesi scrittori guardava alla Francia?—Il solo che si ribellasse al torrente fu Rousseau—e Rousseau fu greco: spartano: ideò repubbliche che avevano ad esser nuovissime, e fu trovato che i loro titoli stavano in un angolo dell'Europa, sotto la polvere d'uomini morti da venti secoli. La rivoluzione, convocando il popolo, elemento eterno, sulle rovine della Bastiglia, scrisse il decreto di morte ad ogni privilegio monarchico aristocratico. Ma non valse. Il sistema inglese che s'era fatto pigmeo in Mounier, Tollendal, Malouet, per insinuarsi non visto nell'assemblea nazionale, dileguatosi sotto la mano ferrea dell'uomo del blocco continentale, ricomparve audacissimo a tentare la seconda prova nella Staël, in Beniamin Constant, Royer-Collard, e gli altri, che assisero il fantasma monarchico sul trono di Bonaparte. Ed oggi poichè la seconda tornò in nulla per le tre giornate, ritenta la terza—e speriamo—l'ultima prova. La ritenta, mentre pur quell'unico esempio dell'Inghilterra è sfumato—mentre il sistema rovina nel luogo ov'ebbe la culla—a fronte del ruggito irlandese—a fronte del manifesto popolare lanciato in Lione, in Parigi, per ogni dove—quando i colori della repubblica si mostrano in Francoforte, secondo centro dell'aristocrazia europea—quando le dispute vertono oggimai sulla forma, non sul principio repubblicano. Ma che sperare da gente come quella ch'or regge in Francia, se non l'ultimo disinganno alle moltitudini?

Il sistema inglese agonizza. Il sistema americano sorge collo stendardo repubblicano. L'America fu l'arena che vide prima la lotta fra il principio monarchico-misto e il repubblicano. La repubblica v'ebbe la prima vittoria. Ciò basta alla politica imitatrice per dichiararsi americana esclusivamente. La scuola americana, duce Lafayette, uomo di rara virtù, d'intelletto mediocre, domina in oggi gran parte dei repubblicani: invoca in Francia, nelle colonne del National, le due camere, contradizione patente al principio della sovranità popolare; il senato, asilo aperto all'elemento aristocratico; il governo a buon mercato, senza avvertire che la economia nazionale non dipende dalla quantità del tributo, bensì dall'uso e dal riparto di questo: in Italia, invoca la federazione.—Perchè non invoca anche gli schiavi che nelle repubbliche americane costituiscono il settimo della popolazione?

È tempo che la politica s'emancipi da cotesta tirannide degli esempî. È tempo che il secolo XIX tragga dalle proprie viscere, dai proprî elementi, dai proprî bisogni la politica che deve guidarlo. L'Italia del XIX secolo racchiude nel proprio seno le condizioni della sua futura esistenza, e le forze per raggiungerle. Guardiamo dunque all'Italia, non all'America o a Sparta. Non abbiamo noi intelletto nostro e basi di giudizio e fatti presenti, perchè si debba da noi statuire a criterio, a principio politico un esempio straniero, o spettante al passato?—Un fatto è il prodotto delle mille cagioni, dei mille fenomeni che s'incontrarono in un dato periodo, in un dato paese; e quei fenomeni e quelle cagioni s'incontreranno identici sempre, perchè s'abbia a volerne la conseguenza che ne fu tratta altrove?—I principî prevalgono ai fatti, perchè non dipendono da circostanze fortuite o singolari, ma dalla eterna ragion delle cose. Ogni nazione cova un principio che domina la sua storia, e ch'essa è chiamata a sviluppare o perire. Il principio nazionale tra noi vive occulto, come vogliono i tempi, ma non tanto che l'indole del secolo, degli abitanti, delle passioni, dei fatti concatenati che costituiscono la nostra storia, delle rivelazioni ch'emergono dalle lettere, dai bisogni e dai tentativi operati non lo esprimano a chi vuol rintracciarlo. Dissotterrate quel principio. Poi se gli esempî stranieri verranno a convalidarlo, meglio.—Contemplateli; ma del guardo dell'aquila al sole, libero, indipendente, potente. Contemplateli; ma come termini d'una proporzione, il cui primo termine deve rappresentarvi. Non rifiutate un trovato straniero, se, applicato a voi, frutta incremento alla patria. Ma non lo accettate alla cieca, unicamente perchè già altrove accettato. Così facendo, sarete Italiani, e vi troverete per legge di cose, europei. In altro modo vi rimarrete servi, o meschinamente ribelli al vero.

Ed ora scendiamo agli esempî.

I primi ci s'affacciano nella Grecia.

Chi disse la varietà nell'unità essere il tipo del mondo greco, disse cosa più vera ch'altri non pensa. La Grecia splende nella storia europea d'una potente unità; ma d'una unità vivente nel genio greco più che negli ordini greci; d'una unità che vegliava nelle religioni, nelle abitudini, nella missione che i destini fidavano alla Grecia, nucleo primitivo del mondo europeo, nella opinione radicata, che tutti stranieri eran barbari, non nelle leggi e negli istituti politici interni. La missione greca di romper guerra in nome dell'Europa futura al genio orientale s'adempieva fatalmente, per legge di razze, senza che fosse necessaria una forte e preordinata unità. E d'onde sarebbe sorta cotesta necessità, quando la Grecia era sola in Europa?—Però nei tempi delle greche repubbliche le confederazioni valsero contro ai Persiani, come leghe formate a tempo, e volute dalla urgenza di combattere una guerra comune a tutela dell'elemento nazionale. Ma quando sorsero le ambizioni e le invidie domestiche, e le leggi varie partorirono le varie tendenze, le federazioni non valsero a quetare la discordia e le guerre intestine, nè a salvar la Grecia dalla dittatura d'un principe o d'una delle repubbliche, nè a proteggerla dall'invasione straniera: quando questa invasione venne d'Europa, la lotta fu varia, ostinata, perpetua. Durò continua fra Sparta e Atene, fra l'elemento dorico e l'elemento ionio. Nè la Lega anfizionica valse a indurre la pace. Fu simulacro, non esempio di lega. Fu, nei tempi più queti, guerra tacita e quasi legale, sostituita all'aperta. E la storia greca ai tempi anfizionici, è storia di contrasti e d'usurpazioni alterne, nella quale ora Sparta, or Tebe, or Atene furono dominatrici nel consiglio supremo. Poi venne la potenza macedone—e quando Filippo e Alessandro sorsero primi, fu lega di servaggio comune, non libera fratellanza di repubbliche confederate a serbare intatto il sacro deposito dell'uguaglianza[70]. E quando il popolo romano, il popolo Napoleone cacciò sull'arena il guanto della universale dominazione, la lega achea riuscì impotente a sottrarvisi. Le federazioni greche, come tutte federazîoni contro una potenza unitaria, si fransero contro la unità di Roma.

Varchiamo d'un balzo tutto quel periodo nel quale la grande unità romana delineò coll'armi il programma dell'era moderna che la pace dei secoli liberi svolgerà nel futuro. Varchiamo tutto quel lungo periodo di guerre virilmente difese contro il colosso romano, ma inefficacemente ordinate e mal collegate che strappò di bocca a Tacito quella sentenza: che rara è la concordia di due o tre città nel combattere un comune pericolo[71]. Dalle leghe italiche in fuori, alle quali per domare la potenza romana non mancò che d'essere forti d'un vincolo unitario, nessuna lega apparisce, nessuna confederazione che meriti esser tolta a modello; leghe di schiavi, leghe di colonie e di municipii, che Roma struggeva d'un cenno. L'unico tentativo di lega che meriti l'attenzione dei posteri, è quello ch'escì dal concetto d'un gladiatore tracio: è il grido di Spartaco a' suoi fratelli di servitù. E il grido di Spartaco potente a far tremare la stessa Roma, fu grido d'unione concentrata e universale a quanti gemevano conculcati dalla romana aristocrazia; fu il programma dell'unità popolare, come Roma fu della unità nazionale italiana.

Il primo esempio di federazione che ci s'affaccia nel mondo europeo moderno, è la Svizzera: la Svizzera, federazione di fatto, di necessità, d'aggregazioni successive, che nessuno sceglierà mai a modello d'organizzazione politica; la Svizzera, terreno neutro, che la mutua gelosia delle grandi potenze salva dalle usurpazioni straniere ogniqualvolta l'equilibrio europeo turbato non trascini con sè la invasione: la Svizzera, associazione d'elementi eterogenei, composta di Cantoni d'indole, di religione, di politica, di credenze diverse, complesso di tutte le forme d'istituzioni aristocratiche, popolari, monarchiche[72]—che non ebbe se non un secolo bello di pace, il XIV—ch'oggi nel moto d'eventi che incalza l'Europa, sente evidentemente il bisogno di avvicinarsi all'unità, o la condanna a rodersi di anarchia. E so che taluni fra i politici—quelli appunto che gridano alto contro le utopie dei repubblicani unitarî—tennero e forse tengono tuttavia la Svizzera come un soggiorno di beati e pacifici abitatori, e predicano la innocenza e la purità del costume e le abitudini pastorali e patriarcali che regnano sulle balze elvetiche e le proteggono dalle ambizioni, dalle risse e dalle corruttele europee. Dov'essi travedano cotesta Svizzera non è facile risaperlo; forse negli idillî di Gessner. Pur se anche innocenza e semplicità prevalessero tra gli Svizzeri, non sarebbe frutto del reggersi a federazione, bensì di cagioni inerenti ai luoghi, all'educazione, alla povertà naturale. Ma io scorrendo la storia[73] veggo la Svizzera campo di guerre e stragi fraterne per intolleranza religiosa in un secolo, per pretese di aristocrazia in un altro, e sempre per raggiri dei gabinetti stranieri influenti nei consigli e nei varî governi. E guardando al suo patto, lo veggo ineguale ai bisogni, impotente a crear la concordia, e violato sempre all'estero ed all'interno—e mentre il patto conteneva solenne divieto ai cantoni di stringere alleanze straniere senza il consenso di tutti, veggo i cantoni ligi sempre delle potenze straniere collegarsi or coll'Austria, or colla Francia, or colla Spagna e or con Venezia senza pur chiedere il consenso voluto—e mentre ogni cantone cercava provvedere unicamente alla propria gloria e al proprio incremento a dispendio della intera confederazione, il timore solo dell'ambizione e della potenza dei principi tenerli uniti, e superato il pericolo, rotta immediatamente la unione—e la Svizzera forte a principio dell'altrui debolezza, la Svizzera repubblicana decadere rapidamente, quando tutte le monarchie ingigantirono nelle armi e nei mezzi—e odo la veneranda voce di Giovanni Muller dichiarare che la intenzione d'occuparsi in un trattato sul mantenimento della libertà nella Svizzera gli sarebbe tornata inutile, dacchè quanto aveva veduto gliene dimostrava l'impossibilità[74].—Però l'esercito repubblicano francese, malgrado alcuni fatti di resistenza ostinata, soggiogò in brev'ora la Svizzera. L'onnipotente unità ruppe la mal legata federazione. Poi se Napoleone riconobbe nell'atto di mediazione del 1803 l'indipendenza dei Cantoni, non fu perchè ei riconoscesse una suprema necessità o la eccellenza delle forme federative, ma perchè Napoleone voleva fondare il dominio universale francese sull'altrui debolezza; perchè le confederazioni ch'ei piantava all'intorno porgevano alla Francia occasione di protettorato, e, occorrendo, pur di dominio: perchè pronunciando a Sant'Elena che la Italia sarebbe, rifiutò pur di crearla, paventandola fatale alla Francia. Ma il trarre partito a favore del sistema federativo dal progresso che s'ebbe la Svizzera nei dieci anni durati sotto l'impero dell'atto di mediazione, varrebbe lo stesso che voler desumere un argomento a danno dell'unità dalla condizione infelicissima della Svizzera durante l'unità statuita dalla francese repubblica. L'unità elvetica statuita violentemente coll'armi, e armi straniere, durò brevissimo tempo: e quel tempo fu segnato di oltraggi, di angherie, di dilapidazioni, conseguenze inevitabili d'ogni intervento straniero; poi fu tempo di guerra continua, di guerra atroce che trasse sull'arena svizzera le forme russe e le teutone e le francesi. Ma i beneficî che vennero nei dieci anni alla Svizzera non furono conseguenza dell'atto di mediazione, non dell'indipendenza data ai Cantoni; bensì della libertà data al popolo, dell'emancipazione dei villici costituiti in eguaglianza di diritti coi cittadini, delle leggi proibitive soppresse. Escirono dalla libertà, non perchè libertà dei popoli confederati, ma malgrado gl'inciampi che la federazione frappone allo sviluppo della libertà. Il solo effetto che dalla federazione venne allora alla Svizzera fu la ineguaglianza di quello sviluppo d'incivilimento nei diversi Cantoni, ineguaglianza che perpetuò i semi della discordia, viva or più che mai in quella contrada. Venne infine il patto del 1815; e intorno a questo i fatti parlano in oggi abbastanza chiari, perché s'abbia a parlarne da noi.

Poi,—e questa è secondo noi differenza essenziale—le circostanze che formarono la confederazione Svizzera furono totalmente diverse da quelle che presiederanno alla nostra rigenerazione. Nella Svizzera l'associazione crebbe col tempo e colle cagioni che emersero a distanze considerevoli. Solamente dopo la giornata di Morgarten, trascorsi quindici anni dalla prima lega di Schwitz, Uri ed Unterwald, Lucerna si accostò ai tre cantoni: poi Zurigo, poi Glaris, poi Zug e Berna nel secolo XIV: poi Soletta e Friburgo; e nel XV Sciaffusa e Basilea; e nel XVI, duecento anni dopo quel primo nucleo, Appenzell. Noi sorgeremo, a un tempo, nella fratellanza dei pericoli e dell'intento, nell'entusiasmo comune, nella fusione d'una guerra molteplice, universale.—I fatti creavano la federazione svizzera: tra noi non sarebbe che arbitrio di volontà.

Nel 1579 la lega d'Utrecht cacciò il germe d'un'altra federazione in Europa. Un vincolo strinse l'Olanda, la Zelandia, la Frisia, Utrecht, la Gheldria e Over-Yssel. Groninga e le provincie unite crebbero e fiorirono prospere e potenti nel secolo XVII: nel secolo XVII, quando la politica europea era nell'infanzia, quando unità vera, libera, popolare non era da trovarsi in Europa e lo stringersi a federazione conteneva tanto omaggio al bisogno d'unione quanto oggi ne conterrebbe il concetto unitario: sofferta la dominazione di Carlo V e la tirannide di Filippo II, uomini di potere unico e concentrato all'estremo: dopo una lunga e sanguinosa rivoluzione che dovea per legge di tutte rivoluzioni fomentare l'istinto del popolo a crearsi uno stato contrario in tutto all'antico: in un paese che la configurazione geografica, l'isole, le lagune e le paludi disseminate nella Frisia, in Groninga, nell'Over-Yssel e nell'altre contrade invitavano all'ordinamento federativo: tra popoli che le abitudini frugali, economiche, operose e dedite esclusivamente al commercio, salvavano da molti dei pericoli che ci minacciano, e facevano idonei a qualunque forma di reggimento, tranne alla tirannide. E son ragioni da porsi a calcolo tutte. Pur, quando venne il momento di levarsi contro la Spagna e riconquistare l'Indipendenza, quelle provincie sentirono un bisogno d'unità e si annodarono attorno a un capo. Gli Orange costituivano nella realtà un vero centro. Ma da quello in fuori, l'ordine federativo era l'unico conveniente in allora alle provincie unite, l'unico che non contrastasse all'elemento in quelle predominante, e chi ricerca le cagioni che dan moto alle istituzioni, e ne trova di particolari, non dovrebbe affrettarsi a desumere assiomi o teorie generali politiche. L'aristocrazia era elemento prevalente in Olanda: l'aristocrazia che l'unità logora e annienta, la federazione rispetta e blandisce. Popolo, nel vero senso, non era. Le moltitudini avevano cercata libertà di credenza religiosa, economia nelle amministrazioni, protezione e sviluppo al commercio—e l'ebbero; ma da questo in fuori null'altro. Gli interessi comuni ai governati e ai governanti, procacciarono ai primi buoni magistrati, tribunali equi e incorrotti: vantaggi di fatto, non guarentigie di diritto: beneficî civili, non prerogative politiche. La costituzione, buona in quanto s'adattava a quelli elementi, pessima in sè, non contemplava la massa della nazione: riconosceva un'aristocrazia ereditaria, era essenzialmente oligarchica. Però l'istituzione federativa esciva spontanea dalla necessità di dare sfogo alle diverse aristocrazie, dal pericolo di ridarle alla ribellione volendo pur soffocarle tutte in un solo centro potente. Ma tra noi, l'elemento aristocratico è tale da determinare una forma di reggimento? Le condizioni sociali ammettono oligarchia? I ventisei milioni di cittadini sfumeranno davanti all'influenza ereditaria d'un picciol numero di famiglie? o faticheremo noi a fondare un'aristocrazia—dacchè in Italia aristocrazia, come elemento sociale, non esiste—unicamente per essere tratti da quella alla necessità d'un governo federativo?—Ipotesi assurde tutte, pure a chi volesse dall'esempio delle provincie unite trarre un argomento a favore d'una federazione italiana, sarebbe forza l'ammetterle. Noi vogliamo libertà, libertà di popolo, libertà durevole, libertà eguale per tutti, libertà di fatto e di diritto—e questa sola pretesa caccia l'immenso tra noi, tra l'Italia futura e l'Olanda del secolo XVII. La prosperità dell'Olanda, la potenza a cui salì, non vennero dalla federazione, ma dal commercio: dal commercio, nervo, forza, vita di tutte le Provincie collegate: dal commercio che anche i capi facevano, ed erano quindi costretti a promovere; dal commercio che fioriva e dava predominio europeo a quelle città anche anteriormente alla federazione[75]: dal commercio che cadde, viva la federazione, quando l'Inghilterra e la Francia accrebbero il loro, quando le guerre durate dalle sette provincie indussero aumento nelle tasse e nel debito pubblico, quando il monopolio prevalse nel commercio dell'Indie. Prosperità e rovina delle Provincie unite derivano da cagioni evidentemente indipendenti dal vincolo speciale che le stringeva. Dalla federazione scesero ben altri effetti che quelli dei quali or parlammo: scesero i germi della disunione, poc'anzi operata: scesero le debolezze dell'Olanda davanti alle potenze straniere: scese insomma, che l'indipendenza delle Provincie Unite, riconosciuta nel 1609, fosse pressochè nulla, e servile all'influenza francese poco più di mezzo secolo dopo, all'epoca della pace di Nimegue.

Scendiamo all'epoca nostra. Scendiamo—poichè i passati non giovano—agli esempî nuovi, o meglio all'unico esempio su cui s'appoggiano i federalisti. Certo: la Confederazione Germanica non ha di che indugiarci per via. Per quel cumulo inordinato di trentasei o più Stati, il vincolo federativo non è solamente un vincolo debole o difettoso; è un'illusione comprata a prezzo di sangue, e che sfumerà nel sangue; è un'opera di stolta perfidia eretta dalla Santa Alleanza a serbarvi, ov'arte umana potesse, il fantasma gotico dell'evo medio; è un regolamento militare, una istituzione di polizia ordinata a profitto di due sole potenze, che forse dovranno un dì o l'altro sbranarsi sul campo medesimo, ov'oggi dividono i frutti della tirannide. Dei governi e dei popoli che si dibattono sotto quel vincolo convertito in catena, i primi cozzano, poichè coll'armi non possono, colle dogane, colle leggi proibitive, cogli ostacoli alla navigazione su fiumi, colla diversità di moneta, di pesi e misure—i secondi s'affratellano tacitamente e cacciano i germi della futura unità in Hambach, e le prime linee del programma repubblicano in Francfort.

Chi desume dalle repubbliche confederate degli Stati Uniti un argomento generale a favore del sistema federativo, non pensa che dei due vizî inerenti, secondo noi, ad ogni federazione, debolezza al di fuori e aristocrazia inevitabile presto o tardi al di dentro, il primo è nullo in America, ricinta com'è dall'Oceano e secura a un dipresso dagli assalti stranieri—l'altro, se pur non comincia a esercitarsi, come noi crediamo, negli Stati Uniti, ha bisogno di tempo lungo per manifestarsi evidente e ostile alla libertà. L'aristocrazia di conquista si forma a un tratto nel riparto delle terre. Ma dove non esce da quella cagione, si forma lenta e a gradi sia coll'oro accumulato di padre in figlio, sia colla trasmissione del suolo entro dati confini e delle influenze locali che si concentrano a poco a poco nelle famiglie potenti. Due generazioni corsero dall'indipendenza dichiarata, e due generazioni non son troppe a fondare un'aristocrazia in un popolo giovine, non guasto da corruttele, lontano dai raggiri d'aristocrazie e tirannidi confinanti, e sorto di mezzo ad una lunga e popolare rivoluzione. Ma noi siamo guasti, invecchiati nelle abitudini del servaggio, circondati da nemici potenti d'odio e d'astuzie, e s'oggi aspiriamo—e riesciremo—a ringiovanirci, le abitudini della vecchiaia veglieranno gran tempo ancora a rinconquistarci, ove per noi si lasciasse un varco schiuso a quelle abitudini.—Così siam noi: così è tutta Europa; nè l'aristocrazia di finanza ha richiesto in Francia due generazioni per sottentrare a quella del sangue.

Ma chi tenta applicare l'esempio desunto dagli Stati Uniti più specialmente all'Italia, viola ogni legge d'analogia, travede condizioni uniformi dove non sono, dimentica storia e topografia. A non guardar che alla carta dei due paesi, a paragonare una superficie di 1,570,000 miglia quadrate ad una di 95,000 al più, sorge naturale l'inchiesta, qual relazione esista tra l'immensa estensione che comprende quasi un intero continente re dell'oceano, e la penisola mediterranea Italiana. Chi direbbe che i due terzi, o quasi, d'Europa potessero formare una sola repubblica?—o chi vorrebbe dalla impossibilità dell'ipotesi dedurre che la ventinovesima parte d'Europa nol può?—proposizione stranissima, e che lo diventa più sempre se il guardo, scorrendo le due superficie, trovi la prima seminata di laghi vastissimi e d'immensi deserti, l'altra di laghi incomparabilmente minori, e popolata non interrottamente di città. Certo; qualunque sia per essere nel futuro il destino delle attuali repubbliche, gli Stati Uniti han terreno per molte repubbliche unitarie equivalenti l'Italia. Ma le ventiquattro che oggi compongono la confederazione dell'America settentrionale sorsero a un tempo?—ebbero condizioni identiche, perchè dove la vastità delle terre non avesse posto un ostacolo, potessero confondersi in una?—In altri termini la scelta del reggimento federativo fu scelta libera, o voluta da prepotenze di cose? Noi vedemmo l'ordinamento federativo trascinato dall'impero dei fatti nella Svizzera e nell'Olanda. Noi vediamo lo stesso impero esercitarsi sulla confederazione degli Stati Uniti. Le colonie che li compongono, sorsero successivamente a tempi diversi, per emigrazioni determinate da varie cagioni. Differirono di credenze religiose. Differirono di governo. Rimasero per molto tempo inegualmente sottoposte all'influenza dell'Inghilterra. Alcune avevano governatore e consiglio da Londra: altre governatore soltanto: d'alcune, all'epoca della rivoluzione, non fu bisogno di mutare che un nome, tanta era la libertà che in virtù di Carte concesse dal governo godevano. Rhode-Island si regge tuttavia colla costituzione accordatale da Carlo II: Connecticut non la mutò che pochi anni addietro, nel 1818. Ma per l'altre fu questione di libertà interna ed esterna ad un tempo. Alle opposizioni derivate dai climi, dalle condizioni del suolo, dalle abitudini, si aggiunsero le importantissime delle origini e delle interne risorse. La popolazione degli Stati del Nord è somministrata nella più gran parte dall'Inghilterra; quella degli Stati meridionali dai nativi della contrada, discendenti dei primi coloni. Le piantagioni del Sud vivono dell'opera degli schiavi: le opinioni religiose tendono invece all'emancipazione nel Nord, e vietano gli schiavi alla Nuova-Inghilterra. E tutte queste differenze durarono nella loro azione anche dopo consumata in comune la grande opera dell'indipendenza—e fu forza piegare davanti alle rivalità degli Stati edificando per le sedute del congresso una città neutra—e durano tuttavia, non aspettando a insorgere pericolose che un'occasione. E udimmo non è molto nella Carolina suonare alto il principio: che la sovranità popolare genera in ogni Stato confederato il diritto di rinunciare ai beneficî ed ai carichi dell'associazione, e ritrarsene, quando il proprio vantaggio lo imponga: principio che basta l'aver gittato perchè fermenti, e si riproduca più tardi: principio che a noi sembra d'una verità incontrastabile, e racchiude perciò il più forte argomento possibile contro il vincolo federativo applicato a paesi che debbono e vorrebbero starsi uniti in perpetuo.

Ma tra noi—ripetiamolo anche una volta—dove sono le differenze che accennammo pur ora?—Travagliati dalla stessa vicenda, educati nei bei secoli a glorie comuni, a libertà uniformi, poi a comune servaggio, oppressi—nessuna provincia eccettuata—da una stessa tirannide, soggiacenti a bisogni eguali, quali tra le cagioni che vietarono all'America l'unità la vietano a noi?—È pur forza dirlo, o ritrarsi. È pur forza scendere, rinunciando alle fallacie degli esempî sul terreno italiano.

Quali sono in Italia gli ostacoli che si allegano insuperabili all'unità?

Tralasciamo l'affermazione gratuita di chi contende non essere possibile una repubblica in esteso terreno. È pregiudizio trapassato per autorità d'uno in altro, senza esame di prove. Come una repubblica non possa ordinarsi dove una monarchia costituzionale lo può—come, serbato il potere legislativo al concilio nazionale, l'autorità esecutiva trasportata da un capo ereditario a uno elettivo e a tempo, induca impossibilità d'esistenza, non è facile intenderlo. Se in oggi per noi si trattasse d'una repubblica foggiata all'antica dove il popolo tutto quanto fosse chiamato a discutere le proprie cose, forse i limiti prescritti da Rousseau ci parrebbero vasti troppo[76]; ma la repubblica moderna, la repubblica rappresentativa, la repubblica nella quale il popolo opera per mandatarî, non presenta difficoltà che non siano comuni alla monarchia temperata, e meritino di essere combattute.

Tralasciamo egualmente gli argomenti dedotti dal clima vario in alcuni punti. Oggi il termometro non è norma che valga alla scelta delle istituzioni. E so che a taluno—nel XIX secolo—è piaciuto scrivere: le assemblee deliberanti non convenire ai climi meridionali; ma chi badò a quell'uno? La libertà è cittadina di tutte le zone, nè lo sviluppo morale intellettuale dei popoli concede ormai più predominio alle cause fisiche. Le differenze di clima in Italia son poche: non maggiori di quelle che s'incontrano altrove in paesi retti da un potere centrale monarchico; e siffatte diversità, ove valessero, varrebbero contro ad ogni concentramento, se monarchico o repubblicano, non monta[77].

La divisione, lo spirito di discordia che si rivela per entro alla Storia come elemento contrario alla Italiana unità, forse affatica tuttavia, più che non vorrebbero i tempi, le menti italiane, è l'unico argomento potente che gli uomini del Federalismo invochino. Forse abbiam detto: perch'è pur necessario, a chi non vuol vivere di passato, intravvedere nel primo fatto italiano la fine di queste discordie. Fremevano fieramente un giorno in Italia attizzate dagli Imperatori e dai Papi, alimentate dalla potenza che fa gelosi e audaci. Garriscono in oggi triviali e impotenti nelle pretese di aristocrazie semispente e nelle invidiuzze d'accademie e pedanti, ai quali la propria città—se non la sala ove si radunano—è troppo vasto universo. Ma la prima voce di generoso che susciterà i fratelli all'opre del braccio—il primo battere di tamburo che chiamerà gl'Italiani all'insurrezione nazionale, sperderà quel garrito; nè la potenza rinata varrà a risuscitare gli sdegni; perchè sarà potenza conquistata col sangue di tutti nelle guerre di tutti, per l'emancipazione di tutti;—potenza non di una o più città; ma d'uomini di tutte terre italiane, armati contro un nemico comune, raccolti sotto una comune bandiera. Manca un vessillo alla divisione. Papi e Imperatori sono spenti. La tirannide lunga e i delitti hanno logorato quella potenza che li costituiva capi di parte, e traeva volontaria dietro alle loro insegne una metà d'Italia. Manca un vessillo alla divisione, e consunta l'efficacia di quei due simboli, chi sorgerà in loro vece?

Chiedetelo al voto che emerse spontaneo, e tu represso dalla sola codardia dei governi, nella insurrezione del 1821 dal moto delle moltitudini.

Chiedetelo al fremito della gioventù che indarno i tirannetti d'Italia tentano spegnere—della gioventù serrata, dall'Alpi al mare, a una lega, diciamolo pure altamente, invincibile—della gioventù che s'oggi ancora si svia talvolta dietro a nomi e simboli varî, non cede che al bisogno prepotente di moto che l'affatica, ma sorgerà forte di concordia e d'unità indissolubile, ove una bandiera Italiana s'inalzi di mezzo a' suoi ranghi.

Chiedetelo alla storia d'Italia, guardata filosoficamente, e dall'alto de' suoi destini.—

Da quel voto, da quel fremito giovanile, dalla storia d'Italia, esce una risposta assoluta:

Il popolo!

Il popolo: terzo principio che s'è lentamente inalzato sulle rovine di quei due, ghibellino e guelfo, nordico e meridionale, rappresentati dall'Imperatore e dal Papa, e condannati a rodersi l'un l'altro, finchè s'estinguessero in una comune maledizione—il popolo che non fu mai guelfo nè ghibellino, ma concedendo il braccio e il sangue ora all'una or all'altra bandiera, dovunque lo chiamava l'istinto che lo sprona allo sviluppo progressivo e all'Eguaglianza, imparava ad abborrir l'una e l'altra—il popolo che come il carroccio, simbolo santo della Patria Italiana, movea lento attraverso le rivoluzioni e le guerre, ma era sicuro di giungere alla vittoria—il popolo è d'ora innanzi solo dominatore in Italia e nella sua grande unità si spegneranno tutte le divisioni che mantennero le frazioni ostili per tanto corso di secoli.—

Certo: noi siamo divisi. Certo: il lievito antico della discordia non s'è consumato tutto coi padri. Ma è divisione che s'agita dentro il recinto d'ogni città; che s'esercita tra le classi, tra gli individui che la compongono, anzichè tra popolo e popolo. Le lunghe risse, le gelosie naturali a tutta l'aristocrazia, le disuguaglianze che vivono enormi tra gli ordini della società, e più di tutto l'arti molteplici e le insidie della tirannide, hanno perpetuata una diffidenza che si mostra ancora nei fatti, e inceppa i nostri progressi. Ma è diffidenza non regolata dalle istituzioni diverse, non determinata dalle delimitazioni dei territorî: diffidenza che cova in petto a ogni uomo, e genera l'isolamento: diffidenza che ajuta l'individualismo, primo come più volte dicemmo, dei nostri vizî. Or chi mai tentò spegnerla? Chi cercò struggerla alle radici?

L'aristocrazia mascherata in diverse guise prevalse sempre nei tentativi rivoluzionarî passati: l'aristocrazia, elemento perpetuo di gare e fazioni. Il popolo in cui solo cova l'elemento Italiano, il popolo che anela per propria natura l'Eguaglianza, e ha quindi solo virtù per fondar l'unità, non fu curato mai nè cercato. Però vedemmo in Bologna sorgere germi d'esclusiva supremazia, e suscitarsi quindi una diffidenza nelle altre città dell'Italia centrale; ma furono quelle pretese di popolo?—no: furono pretese di forensi, e di poca gente che sotto l'assisa della Libertà serbava vive le misere ambizioncelle del vecchio dominio. Il Popolo invocava armi e capi che lo guidassero a soccorrere i fratelli di sventura impotenti a levarsi da sè.—Vedemmo Piemonte e Genova ostili per memoria di antica nimicizia fremere l'un contro l'altra sicchè furono detti nemici irreconciliabili; ma quando?—quando da un lato stava una monarchia rapace e ingiusta, dall'altro una aristocrazia gelosa e tirannica, e il popolo era nullo nei due paesi. Ma quando un grido di libertà, comunque fiacco ed inerte, fu pronunciato in Torino e Genova, Genova e Torino s'affratellarono in un voto, in una speranza di Popolo, e a me che scrivo suona ancor dentro l'anima il plauso che giovanetto raccolsi dal popolo Genovese agli uomini del Piemonte che movevano verso Novara—e quel plauso del 1821 lo raccolsero i Piemontesi come pegno di fratellanza che un sol grido di popolo ridesterà—e a quel pegno l'ultimo gemito di Laneri e Garelli ne aggiunse un più santo e tremendo—e oggi checchè si tenti da un re spergiuro, Genova e Piemonte son uno. Così, fremente la guerra tra il Clero e l'Aristocrazia, tra questa e i popolani, le Città Lombarde si divorarono per due secoli le une coll'altre; ma quando il nome di Repubblica Italiana suonò per quelle contrade, l'incremento dato a Milano non accrebbe, scemò le gelosie locali delle altre città; e quando, sotto il regno d'Italia, confortò gli animi una illusione d'avvenire Italiano, il Veneto, il Romagnolo, il Lombardo, l'Anconitano, vissero nella stessa unità di politica, di leggi, di tributi, di capitale—un terzo d'Italia si confuse in una comune emancipazione, e le relazioni che apparivano prima diverse, emersero a un tratto, e senz'alcun danno, uniformi. Così la politica grida separati per sempre dalla tempra degli uomini, o dalla natura, Piemonte e Napoli—e si mostrarono infatti tiepidi all'unità, quando dodici anni addietro due Principi furono depositarî dei destini italiani; ma date in Napoli una voce di Libertà nazionale—sia voce di popolo, non menzogna di Principe—e udrete quale eco di unità, quai voti di fratellanza rimanderà il Sud agli Stati Sardi. Il popolo ha il segreto dell'unità. Il popolo non guarda a sistemi: non s'illude spontaneo dietro a norme di scuole americane o inglesi: segue il core; va per la via sulla quale lo sprona il soffio di Dio—e il soffio di Dio ha cacciato tale un raggio nella pupilla italiana, il suo dito ha scritto tale una sillaba di fratellanza in ogni fronte italiana, che nè tempi nè risse aizzate nè insidie di Principi stranieri o nostri potranno mai cancellare.—Guardatevi in volto, o Italiani!... Ivi troverete, voi soli, il decreto della futura unità.

Non la realtà degli ostacoli, la sola paura, deità onnipotente ai più tra i politici, crea le difficoltà di ridursi a reggimento unitario.

Pochi anni addietro la repubblica era sogno di pochi che la veneravano nel segreto, e s'ottenevano il nome di utopisti dai molti che la confessavano l'ottima fra le istituzioni a patto di sbandirla dal positivo. Oggi, gli utopisti son gli uomini che s'ostinano a trovare un monarca dove non è materia di monarchia, e rinegano li infiniti elementi repubblicani che vivono potenti in Italia—e se quei pochi non s'arrestassero tremanti davanti a un nome, se il loro voto si aggiungesse al predominante della moltitudine, la repubblica parrebbe transizione naturale agli eredi degli uomini del XII e del XIII secolo, anzichè crisi violenta e pericolosa. L'Italiana Unità apparirebbe opera non solo santa, ma facile, se pel corso di pochi mesi ai vocaboli diversi nelle pagine degli scrittori e nei discorsi dei dotti sottentrasse quell'uno.

Perchè, quali forti cagioni avvalorano in oggi le divisioni tra noi? D'onde deriva la condanna di eterna lite alla quale, secondo i Federalisti, soggiace l'Italia?

Alcuni invocano le razze.

Or le razze tra noi dove sono?—Dove si mostrano predominanti?—In qual punto hanno serbato le loro conquiste?—Su quale palmo di terreno italiano può additarsi oggi ancora il trionfo di una razza straniera?—E per qual via dalle razze potrà dedursi una divisione federativa? La mano di Dio le ha disseminate e confuse in ogni provincia italiana; e dov'è l'uomo che presuma risuscitarle, separarle, e dire ad esse: quella frazione di terreno spetta alla razza Germanica, quell'altra alla Illirica?

Noi concediamo molto alle razze: aggregati di milioni che dispersi serbano quasi un segno, una parola segreta per riconoscersi, che hanno l'impronta d'una missione misteriosa e solenne, e lottano ostinatamente colle influenze straniere di luoghi e d'uomini sino al compimento di quella. Ma quando la missione appare evidentemente consumata, perchè ostinarsi a perpetuarla? Quando l'ire sono spente da secoli, perchè volerle rieccitare dalla polvere del sepolcro comune? Quando la traccia distinta delle razze è perduta, perchè logorare le forze a rintracciarla sotto lo strato uniforme che la ricopre?—In Italia fu il convegno di tutte le razze. Qui sulle nostre terre si raccolsero tutte quasi a congresso, come se nella Penisola dovesse cacciarsi il compendio del mondo; come se l'Italia futura avesse a riunire la vivezza e la spontaneità meridionale colla gravità e la profonda costanza delle razze settentrionali. Vennero mute, ignote, senza nome, senza bandiera, fuorchè quella della distruzione; senza missione, fuorchè quella di ritemprare la razza antica ammollita e di portar seco i semi d'incivilimento caduti quasi a caso dall'albero, ch'esse tutte scesero a scuotere senza poterne svellere le radici. Si confusero tutte dopo un urto potente, si cancellarono insensibilmente senza che alcuna valesse a rimanersi dominatrice; senza che alcuna valesse a resistere all'azione dell'elemento italiano primitivo. Noi le vincemmo tutte. Quando anche gl'Italiani parevano materialmente soggiogati, il principio sopravviveva e conquistava tutti gli elementi che l'opprimevano. Eterno come il diritto romano che si mantenne frammezzo al rovesciarsi dei barbari, il principio italiano logorò poco a poco le razze Greche, Germaniche, Illiriche, Saracene. Uno spazio minore di un secolo ci valse ad assorbire la razza Gota: duecento anni a sottomettere i Longobardi. Vinti e vincitori si fusero in un solo popolo. Le risse si quetarono nella tomba. Nella grande unità romana si operò la fusione delle razze greco-latine: nella grande unità del Cattolicesimo, durante il dramma dell'Impero, quella delle razze settentrionali.—Oggi la missione individuale delle razze in Italia è compiuta. Da tre secoli in quella polvere ov'esse giacciono s'elabora la fusione ultima, decisiva, irrevocabile. Una grande pace si stende su quelle reliquie. Non la turbiamo. Possiamo noi dissotterrare l'ossa dei milioni, e dire a qual razza appartengano?

E di questa lenta, ma sicura fusione, di questo segreto lavoro unitario, le tracce appajono più o meno evidenti nella nostra storia, dal secolo IX in cui incominciarono a sorgere i primi germi delle libertà cittadine sino al XII e XIII, nei quali quasi tutte le terre italiane si ressero spontaneamente e senza accordo fra loro a Comune, e da quei secoli in poi nel fermento intellettuale, che si manifestò quasi a un tempo per tutta la penisola, nel riavvicinamento progressivo dei costumi e delle abitudini, ch'oggi non sono più dissimili tra un Marchigiano e un Toscano di quello siano tra le famiglie Basche, Bretone, Normanne di Francia, e in quella continua lotta che fu combattuta ora aperta or celata fra il Papa e l'Impero, lotta il cui segreto è tutto nella ricerca dell'unità, intorno alla quale gli Italiani sentivano il bisogno di concentrarsi, e la travedevano or nell'uno or nell'altro vessillo.

Noi qui non possiamo diffonderci nell'esame delle epoche storiche che additano questo vero. A siffatta indagine manca il tempo e mancano i libri. Scrivo errante di casa in casa, fuggendo la persecuzione della polizia francese federata colle italiane. Ma da qualunque s'addentri con occhio di filosofo nella nostra storia, verrà scoperta una idea generatrice, anima, vita delle nostre vicende, una tendenza continua all'unità, troppo poco osservata finora.

E s'anche alcune reliquie delle antiche divisioni rimasero nell'Italia del XIX secolo, perchè, pur confessando che il tempo le va struggendo, ostinarsi a farne elemento degli ordini futuri italiani? Perchè, quando tutti deplorano funestissime quelle divisioni, sancirle, riconsecrarle con una legge, anzichè spegnerle a un tratto col decreto energico d'Unità? Il vizio d'accettare ogni fatto, qualunque ne sia l'efficacia, e dargli diritto di cittadinanza contemplandolo come legittimo nella costituzione dello stato, è vizio comune pur troppo a molte legislazioni politiche; non però meno fatale, perchè imprimendo un carattere pressochè incancellabile a quei fatti, tende a perpetuarli, e chiude le vie del progresso. Le leggi di Manou hanno trattenuto e trattengono l'India nella disuguaglianza delle caste, nella schiavitù delle femmine, e nella inerzia; perchè, trovati quei fatti, ne introdussero gli elementi, come immutabili, nell'organizzazione dello stato. Or, vorremo noi, figli del mondo progressivo europeo, introdurre nella politica l'immobilità dell'Oriente?—Le buone leggi guardano all'avvenire. I legislatori non registrano i fatti; ma, dove riescono dannosi, tentano modificarli o distruggerli. Il Potere che regge la somma delle cose in una nazione, non deve trascinarsi stentatamente dietro allo spirito d'incivilimento che la governa; bensì deve promoverlo primo, e antiveggendo il pensiero sociale, inalzarne in alto la bandiera, perchè tutti v'accorrano e lo sviluppino rapidamente. Il pensiero sociale in Italia è l'Unità. Le opposizioni son deboli; e non pertanto anche senza oprare tirannicamente, violentandole, v'è mezzo di soddisfare, quanto esigono, ad esse colla libertà di comune e di municipio. Ma se i futuri Legislatori d'Italia confessassero mai invincibile, ordinando le Federazioni, il fatto—se pur è fatto—delle divisioni, avranno preparato nuove risse e sangue e pianto e un secondo medio evo all'Italia, se non prima un nuovo servaggio comune.

II[78].

Lo scritto che precede non fu compito, nè oggi, s'io guardassi unicamente al presente, importerebbe compirlo. Il fatto m'ha dato ragione e ha confutato in modo da non ammettere discussione i dubbî dei federalisti. La potente unanime voce del popolo d'Italia ha dichiarato ai letterati teorizzatori che la nostra utopia di trenta anni addietro era intuizione profetica de' suoi bisogni, delle sue aspirazioni, della sua vita segreta, del suo avvenire. Libero una volta del proprio voto, il popolo ha sciolto il problema e s'è chiarito unitario a ogni patto: s'è chiarito tale nelle circostanze più sfavorevoli, sagrificando all'intento l'esercizio d'ogni altro suo dritto, vincendo con insistenza mirabile davvero le paure e i tentennamenti della monarchia, resistendo alle seduzioni colle quali l'alleato straniero e gli atterriti o compri sostenitori d'ogni suo consiglio tentarono travolgerlo in disegni di confederazione che lo condannerebbero a debolezza perpetua. Il giudizio del paese dovrebbe dunque esimermi dall'aggiungere oggi pagine a pagine.