Ma davanti allo sgovernar sistematico d'una setta d'uomini che, increduli sino a ieri d'ogni possibile attuazione dell'Unità Nazionale, son oggi chiamati dalla monarchia a governarla; davanti alla inetta pertinacia colla quale quelli uomini tentano sostituire all'espressione invocata della vita Nazionale collettiva l'espressione data più che imperfettamente tredici anni addietro alla vita d'una piccola frazione d'Italia, il giudizio del paese può, non dirò retrocedere alla vecchia condizione di cose, ma vacillare pericolosamente sulla via che l'istinto della missione Italiana gli addita. La Nazione è un fatto nuovo che non può trovare la propria espressione se non in un Patto Nazionale dettato da una Costituente Italiana in Roma, in un ordinamento di armi cittadine da un punto all'altro del paese, in una politica italiana emancipata da tutte protezioni e ingerenze straniere, in una guerra arditamente impresa con un intento Europeo pel Veneto, e in un Governo, non di consorteria, ma di popolo, senza esclusione fuorchè degli avversi all'Unità della Patria. Se chi regge s'ostina a contenderci siffatte cose, avremo crisi e riazioni inevitabili di popolazioni deluse. Importa che in quelle crisi non corra rischio d'andar sommersa l'immensa conquista dell'Unità. Importa che l'idea s'addentri di tanto nel popolo da immedesimarsi colla sua vita ed escire più splendida di potenza e di fede da ogni rivolgimento d'eventi.
L'Unità era ed è nei fati d'Italia. Ad essa, come a intento supremo, accenna—fin da quando il germe della nazionalità Italiana fu cacciato dalle tribù Sabelliche nella regione Abruzzese tra le nevi del Majella, il Gran Sasso d'Italia, umbilicus Italiæ, e l'Aterno—il lento ma continuo e invincibile moto della nostra Civiltà: lento come quello che doveva tra via, prima di giungere a fondar la Nazione, conquistare due volte il Mondo; ma continuo d'epoca in epoca attraverso la lotta dell'elemento popolare contro tutte aristocrazie straniere e domestiche, e invincibile davvero dacchè nè le religioni mutate nè le invasioni di tutte le genti d'Europa nè lunghi periodi di barbarie e rovina valsero ad arrestarlo. La storia del nostro popolo contiene il segreto della storia d'Italia e del nostro avvenire e avrebbe rivelato ai nostri scrittori e agli uomini politici che in Europa s'affaccendarono intorno alle cose nostre il fine ineluttabile, verso il quale tutte le vicende spingevano la gente italica. Ma chi fra gli storici d'Italia tentò rintracciare e descrivere la vita del nostro popolo? Machiavelli stesso fallì, fra i nostri, all'impresa, nè ci verrebbe fatto desumere dalle sue pagine le condizioni relative del popolo ch'ei descrisse paragonate a quelle del periodo anteriore. A Sismondi, unico che meriti nome tra gli storici stranieri di cose nostre, non valsero le tendenze democratiche nè i lunghi pazienti studî: ei tessè più ch'altro la storia delle fazioni, delle ambizioni, delle virtù e dei vizî delle famiglie illustri d'Italia, senza indovinare il lavoro di fusione—intravveduto ma accennato appena a rapidi tocchi da Romagnosi—che si compiva tacito senza interruzione nelle viscere del paese. Però, l'animo profondamente italiano di Machiavelli proruppe in un grido d'Unità, ma senza speranza fuorchè dalla dittatura d'un principe; Sismondi, non italiano, si rassegnò disanimato a una impossibilità che non era se non apparente, e scritta l'ultima pagina della sua storia, dichiarò utopia l'Unità. «Come mai in una contrada dove ogni pubblica discussione è oggi vietata, dov'è chiusa la via a ogni pubblica celebrità, l'elezione popolare sceglierebbe gli uomini ai quali dovrebbe essere affidata la sovranità? Come sperare che i cittadini del più grande numero dei piccoli Stati italiani si rassegnino a sceglierli, se pur deve ottenersi una maggioranza reale, fra i cittadini d'altri piccoli Stati, dov'essi non vedono che stranieri e rivali? Come possono i fautori dell'Unità ideare che le gare e le diffidenze esistenti fra tanti Stati indipendenti siano dimenticate, non solamente da pochi pensatori dominati dall'entusiasmo, ma dalla moltitudine alla quale i proprî ricordi, gli affetti, i pregiudizî parlano più eloquenti che non i loro freddi ragionamenti? E come non prevedono che tutte le antipatie locali riarderebbero irresistibili appena una legislazione generale tenterebbe decidere intorno a questioni giudicate diversamente dalle varie popolazioni italiane?[79].» I plebisciti del 1860 e le elezioni che dall'estrema Sicilia rintracciarono, nell'anno in cui scrivo, parecchi tra i rappresentanti nell'estremo nord, hanno sciolto il nodo. Ma nè storici letterati, nè cospiratori da noi in fuori, nè i chiamati a dirigere le insurrezioni, nè i viaggiatori dilettanti scendenti in Italia a contemplarvi dipinti antichi e imbeversi di melodie, nè i poeti ai quali una scintilla di vita in Italia avrebbe rapito la bella imagine d'una Nazione scesa nel sepolcro per sempre, sospettavano trenta o quaranta anni addietro il fatto generatore d'ogni nostro progresso che il popolo d'Italia s'era a poco a poco sostituito a tutti elementi parziali, soggiogando, assorbendo ogni influenza di razza e di casta. Or dove il popolo d'una nazione siede elemento dominatore, l'Unità—purchè la Libertà abbia tempio inviolabile nel Comune—è certa, infallibile. Le aristocrazie sole mantengono lo smembramento, come quelle che più facilmente primeggiano in zone anguste, sulle quali la tradizione avita splende di luce potente e l'autorità dei possedimenti s'esercita diretta e sentita nei buoni siccome nei tristi effetti.
«Sismondi[80]—e ne parlo insistendo, perchè ei rappresenta tutto un ordine di scrittori che desunsero l'avvenire da un passato superficialmente inteso—uomo d'ingegno, di dottrina, e d'onesta fede, storico sincero sempre, talora profondo, più spesso scettico e incerto, tentennante fra dottrine diverse e governato dai fatti quali nelle apparenze si mostrano anzichè potente a interpretarli e ordinarli dall'alto della legge che li produce, non indovinò il fatto generatore al quale ho poc'anzi accennato. Le repubbliche italiane, delle quale ei ci narrò con amore la storia, lo incatenarono a sè. Cacciato dal suo soggetto a vivere lungamente tra le sempre rinascenti contese delle città italiane, tra le guerre che per seicento anni si mossero Guelfismo e Ghibellinismo, ei non seppe staccarsene, s'immedesimò con quei vecchi combattenti del medio evo e smarrì con essi la facoltà d'intendere il presente e presentire il futuro. Era mente analitica, incapace di sintesi: diseredato quindi d'una metà degli elementi intellettuali che fanno lo Storico, ei descrisse mirabilmente la parte esterna di quelle contese, ma senza intenderne il significato, senza intendere ciò che esse veramente rappresentavano o le loro inevitabili conseguenze. Non vide che il Papato e l'Impero erano solamente pretesto e simbolo visibile ad esse, ma che la loro vera cagione stava nella crisi segreta di fusione interna dalla quale l'Italia andava procacciandosi una eguaglianza d'elementi avversa al privilegio, alle caste, al federalismo. Una falsa dottrina filosofica spingeva fatalmente Sismondi verso il materialismo storico del secolo XVIII; e quando ei vide spegnersi tutto quel tumulto di fazioni e i due giganti della lotta, il Papa e l'Imperatore, inchinarsi siccome stanchi l'un verso l'altro e segnare sul cadavere di Firenze una pace della quale Cambrai avea stabilito i preliminari, ei mormorò mestamente a sè stesso: questa è la morte d'Italia.
«Era soltanto la morte dell'Italia dell'evo medio, delle sue ineguaglianze di razze e di civiltà, delle sue interne discordie, del suo dualismo; la morte d'un'Epoca che lasciava schiuso il varco ad un'altra; la cui grandezza dovea calcolarsi dalla sua lunga e faticosa iniziazione. Il fatto stesso di quell'alleanza tra due poteri fino a quel giorno irreconciliabili avrebbe dovuto insegnare allo storico lo sviluppo d'un terzo principio che li minacciava ambedue e ch'essi non si sentivano, separati, capaci di combattere e vincere.
«E seguendone la vita latente, egli avrebbe veduto quel terzo principio conquistarsi più sempre potenza in quel periodo che gli osservatori superficiali chiamano di degenerazione e d'inerzia. Perita la libertà delle città, il lavoro egualizzatore proseguì più che mai attivo e fecondo, latente perchè dalla superficie era trapassato al core della Nazione, ma rivelato, quasi per getti vulcanici, dai moti di Genova nel 1746, di Napoli nel 1647 e più dopo nel 1799, moti tutti di popolo. E nondimeno, tre secoli della nostra storia rimasero muti e privi di senso a Sismondi. L'assenza d'ogni manifestazione visibile di progresso gli parve a torto negazione di progresso. Colla caduta di Firenze ei vide conchiusa la storia d'Italia; e quando gli vagavano per la mente imagini d'una Italia vivente, ei le giudicava colle norme desunte dallo studio dei Guelfi e dei Ghibellini. Quindi i suoi terrori, simili a quelli coi quali dimenticando Sarpi, Venezia, Leopoldo, tutto il decimo ottavo secolo e il materialismo francese anche di soverchio invadente, ei travedeva ne' suoi ultimi anni, in virtù di ricordi e fatti isolati, onnipotente il Cattolicesimo.
«Agli uomini i quali, come Sismondi, s'atterriscono del riapparire probabile delle razze diverse in Italia, io vorrei chiedere d'indicarmi su questa terra dove le razze non cessarono mai dal primo loro apparire di frammischiarsi, di confondersi e assimilarsi, una sola zona nella quale una sola d'esse in oggi predomini; vorrei m'additassero una sola diversità fra gli Italiani lombardi, romani, napoletani, che non possa additarsi in Francia, omogenea fra tutte le nazioni, fra gli uomini dei Pirinei, della Bretagna, della Normandia e della Provenza. Tra noi le rivalità cessarono colla guerra. Trecento anni di oppressione comune hanno dato a tutti noi condizioni identiche di vita e di morte. Esistono in Italia elementi pel Comune, associazione naturale, non per le aggregazioni artificiali di Stati e Provincie.
«Per una apparente contradizione perfettamente spiegata dalla vanità compagna inseparabile della mediocrità, la diffidenza e le gare rivali, alle quali accenna paurosamente Sismondi, s'agitano talora tuttavia irrequiete fra i semi-pensatori politici e letterarî ai quali l'Italia va debitrice d'influenze e di scuole straniere e che stendono sulla nazione uno strato superficiale oltre il quale pochi s'addentrano: in essi almeno vive una tendenza ad ammettere siccome reali e ingigantir quelle gare. Il popolo le ignora. I sistemi di governi corrotti fondati sul terrore e sullo spionaggio, l'irritazione generata dai lunghi patimenti, l'assenza d'educazione e d'interessi politici collettivi e gli stimoli d'una individualità più che altrove potente, hanno creato e mantengono nelle nostre moltitudini abitudini facilmente sospettose, pronte alle subite riazioni e a diffidenze pericolose. Ma s'altri travedesse nelle piaghe dell'individuo germi di federalismo, convertirebbe in provincie gli uomini. Quei vizî si sfogano tra gli abitanti, tra le classi, tra i quartieri di ciascuna città; di rado s'alimentano di città in città; riescono invisibili tra provincia e provincia. Il bisogno d'una attività indipendente e la sovrabbondanza di vita che caratterizzano in Italia l'individuo e la civica corporazione alla quale egli naturalmente appartiene, daranno al Genio legislatore lo stromento opportuno a proteggere la libertà contro le usurpazioni d'un soverchio concentramento amministrativo, ma non possono creare la necessità di larghe divisioni politiche, nè la crearono mai. Diresti i fautori del federalismo provinciale incapaci d'avvertire a due fatti elementari della nostra storia, che gli Stati nei quali visse per trecento e più anni divisa l'Italia non emersero spontanei da voto o tendenze speciali dei popoli, ma furono creati dalla diplomazia, dall'usurpazione straniera o dalla violenza dell'armi:—che non esce dalla nostra storia quasi mai prova di formale definito antagonismo tra provincie e provincie. Le spade cittadine non segnarono mai i loro confini. Le nostre guerre, quando non furono, come dice Dante,
Fra quei che un muro e una fossa serra
furono tra città e città; tra città d'una stessa provincia: tra Pavia, Como, Milano, tra Pisa, Siena, Arezzo, Firenze, tra Genova e Torino, e così nell'altre zone d'Italia, non tra Lombardia e Piemonte, tra Toscana e Romagna, fra le terre napoletane e quelle del Centro.—Or non composero quelle città tutte gare e discordie sotto reggimenti comuni? Non vissero in lunga pace tra loro sotto un solo padrone? Se le vecchie contese dovessero riardere al soffio della libertà, noi dovremmo tornare alle cento repubblichette dell'evo medio, non agli Stati e alle grandi Provincie. È tra noi un solo federalista che spinga la logica fino a quei termini?
«Non esiste fra noi dissenso tra zona e zona, tra provincia e provincia. Gli osservatori superficiali, gli stranieri segnatamente, udirono talora, negli ultimi cento anni, in Italia, lagni di servi che s'agitavano contro altri servi lenti a rispondere all'agitazione; o ricordi orgogliosamente invocati, quasi a inanimarsi, di glorie locali; o rimproveri avventati da una ad altra provincia, tristissimo sollievo di schiavi che tentano addormentare col malignarsi reciproco il dolore e la vergogna delle catene; e ne desunsero pericoli pel futuro, senza intendere che la libertà di tutte cancellerebbe in un subito le cagioni dell'aspreggiarsi e che la campana a stormo della Nazione imporrebbe silenzio, coll'annunzio d'un lieto collettivo avvenire per tutti, ad ogni garrito. Dimenticarono la singolare unità colla quale parecchi anni prima del 1789, furono predicate e tentate riforme simili ovunque, per tutte le parti della Penisola. Dimenticarono l'unità di governo, di legislazione, di commercio che strinse in uno, sul cominciare del secolo e senza che un solo germe d'interna discordia apparisse, quasi otto milioni d'italiani del Veneto, della Lombardia, delle provincie Romane. Dimenticarono l'entusiasmo col quale i popolani di Genova, nemici apparentemente irreconciliabili al Piemonte pochi dì prima, versavano fiori nel 1821 sui militi piemontesi che accennavano movere contro gli Austriaci—il grido potente d'Italia frainteso dieci anni dopo dai miseri Governi provvisori del Centro, ma unanime tra i popoli insorti—l'ardente apostolato Unitario delle nostre associazioni segrete negli anni che seguirono—il sangue versato da martiri di tutte provincie d'Italia in nome della Patria comune—e segnatamente il principio: che un Popolo non more nè s'arresta mai sulla via prima d'avere raggiunto l'intento storico supremo della propria vita, prima d'aver compita la propria missione. Or la Missione Nazionale d'Italia era additata dalla geografia, dalla lingua, dalle aspirazioni profetiche dei nostri Grandi d'intelletto e di core, e da tutta una splendida tradizione storica che potea facilmente disotterrarsi sol che dai fatti delle aristocrazie o dalle azioni degli individui si scendesse a studiare la vita del nostro popolo. La Nazione, dicevano, non ha esistito mai: non può dunque esistere. La Nazione, noi dicevamo dall'alto della sintesi dominatrice, non ha esistito finora, esisterà dunque nell'avvenire. Un popolo chiamato a compiere grandi cose a benefizio dell'umanità deve un dì o l'altro costituirsi in Unità di Nazione.»
E il nostro popolo s'avviò lentamente d'epoca in epoca verso quel fine. Soltanto, la storia del nostro popolo o della nostra Nazionalità ch'è una cosa con esso, non fu, come dissi, scritta finora. A me pesa più assai che non posso esprimere di dover portare inadempito alla sepoltura il desiderio lungamente accarezzato di tentarla a mio modo. Ma chi vorrà e saprà scriverla senza affogare i punti salienti del progresso italiano sotto la moltitudine dei minuti particolari, e sorvolando di periodo in periodo lo sviluppo collettivo dell'elemento italiano, darà base fermissima di tradizione all'Unità della Patria; e sarà la sua ricompensa. Dimostrata cogli antichi ricordi, coi vestigi delle religioni, e colle recenti ricerche etnografiche, l'indipendenza assoluta del nostro incivilimento primitivo dall'Ellènico posteriore d'assai, lo scrittore torrà le mosse, per additare i primordi della nostra Nazionalità, dalle tribù Sabelliche le quali collocate, come più sopra accennai, intorno all'antica Amiterno, assunsero prime, congiunte agli Osci, ai Siculi, agli Umbri, il sacro nome d'Italia, e iniziando la fusione degli elementi diversi sparsi sulla Penisola, mossero a configgere la loro lancia, simbolo d'autorità, nella valle del Tebro, nella Campania e più oltre. Fu la prima guerra d'indipendenza dell'elemento italiano contro l'elemento, d'origine probabilmente semitica, chiamato dagli antichi pelasgico. La seconda fu quella condotta dai Romani Italiani contro l'elemento celtico e Gallo: guerra divisa in due periodi che comunque sovente s'intreccino l'uno coll'altro potranno pur sempre e facilmente scernersi siccome distinti dallo scrittore. Il primo, nel quale diresti che l'Italia segnasse a Roma i termini della sua missione unificatrice dicendole: sarò tua a patto che la tua vita s'immedesimi colla mia, ha il proprio punto culminante nella guerra colla quale le città socie, risuscitato il vecchio nome d'Italia e battezzando di quel nome il centro della Lega, Corfinio, chiesero e ottennero la cittadinanza di Roma che poi s'estese a quanti vivevano tra l'Alpi e il Mare: il secondo, mira colle forze romane convertito in italiche, a promuovere il trionfo dell'elemento indigeno sugli elementi stranieri. Poi venne il grido-programma, che l'epoca successiva dovea raccogliere, di Spartaco. Poi la dittatura di Cesare che conchiuse la prima epoca della fusione italiana. Era fusione, più che sociale, politica; ma italiano a ogni modo era, nelle forme materiali, verso il conchiudersi di quell'epoca, l'incivilimento rappresentato da Roma; italiani di tutte provincie erano gli ingegni che in Roma si concentravano; italiana era la rete di vie che vi mettea capo: italiano il diritto civile: italiano il sistema municipale: italiana l'aspirazione dei popoli. E la seconda epoca che s'iniziò tra le incursioni barbariche incominciò e proseguì con pertinacia mallevadrice di vittoria il lavoro di fusione sociale, ch'oggi ci rende capaci di farci Nazione.
E lo scrittore della Storia invocata mostrerà come, smembrata l'unità politica e spento apparentemente il moto nazionale condotto con rapidità prematura e per via di conquista da Roma, il lavoro di fusione si rifacesse per intima spontaneità e localmente dal popolo, e come le popolazioni, disgiunte com'erano, sembrassero obbedire a una forma identica per ogni dove, tanto le vie seguite da quel lavoro apparvero simili e generatrici di conseguenze uniformi. Due elementi prepararono, in quell'epoca d'apparente dissociazione che ha nome di medio evo, l'unità della Patria Italiana: l'elemento cristiano rappresentato sino al decimoterzo secolo dalla Roma papale, e custode dell'unità morale: e l'elemento municipale che sopravvivendo profondamente italiano alle invasioni, logorò appoggiandosi sul popolo, il predominio successivo delle razze straniere, e le ineguaglianze sociali che la conquista aveva impiantato o radicato in Italia. La storia del primo elemento fu dettata sempre da una cieca superstiziosa adorazione o dagli uomini puramente negativi del materialismo, ed è necessario rifarla. La storia del secondo fu trasandata e sommersa nella storia della individualità prominenti o dei fatti esterni: pochi, se pur taluno, scesero e a balzi, fino alle radici della vita italiana. Il moto fu tutto di popolo e contro le aristocrazie politiche, feudali, territoriali, che avrebbero, perpetuandosi, perpetuato lo smembramento. Al di sotto dei nobili, degli eredi dei conquistatori, sprezzatori, alteri, ignoranti e infangati di passioni sensuali, i lavoratori delle terre, gli uomini di commercio e d'industria, gente di razza nativa, si giovavano della noncuranza dei padroni per l'arti utili e produttive ad arricchirsi con esse: si giovavano financo della triste necessità che, rotte le comunicazioni tra l'Italia e l'altre parti d'Europa, imponeva agli abitatori delle nostre contrade di nutrirsi coi prodotti del suolo, a richiamare in vita l'agricoltura decaduta negli ultimi tempi dell'impero. La piccola coltura sottentrò all'inerzia degli spenti o scacciati proprietarî di latifondi. La vita localizzata, migliorando tacitamente e afforzandosi delle immortali tradizioni romano-italiche e riconquistando inavvertitamente terreno, preparò il moto splendido dei nostri Comuni, e una classe operosa, industriale, avversa a tutte distinzioni arbitrarie, a tutte ineguaglianze non fondate sul lavoro, a tutte supremazie traenti origine dalla conquista o da permanenti influenze straniere. Nella storia di quella classe è il vero criterio col quale devono giudicarsi le nostre vicende. In essa è la norma del progresso italiano e della nostra unificazione: in essa il segreto delle tendenze democratiche onnipotenti checchè si faccia sulla nostra vita e che condurranno quando che sia inevitabilmente l'Italia all'ideale repubblicano. La doppia protesta dell'elemento popolare Italiano contro l'elemento tedesco da un lato, contro l'elemento feudale dall'altro, emerse sempre, attraverso errori, illusioni e contradizioni momentanee inseparabili da ogni storia di popolo, dai tempi d'Ottone I sino a quelli di Carlo V. La guerra dell'elemento italiano contro il predominio straniero comincia visibile tra il X secolo e l'XI nel tentativo di Crescenzio, nell'elezione d'Arduino d'Ivrea, nelle risse continue di Pavia, di Ravenna, di Roma, fra Tedeschi e Italiani, nei moti di Milano contro vescovi e grandi fautori dell'elemento anti-italiano; cova nel gigantesco tentativo frainteso sinora dai nostri di Gregorio VII; scoppia tremendamente eloquente nella Lega Lombarda; s'ordina nei nostri Comuni; vive nei pensieri rimasti a mezzo d'Innocenzo III, e va oltre. La guerra dello stesso elemento contro le aristocrazie feudali e altre si manifesta verso lo stesso periodo di tempo nei tentativi del Mottese Lanzone, nelle ispirazioni della contessa Matilde, negli asili aperti dai Benedettini della valle del Po agli schiavi fuggiaschi, nel moto emancipatore dei servi convertiti in liberi contadini, e procede aperto, innegabile nelle nostre repubbliche. L'una e l'altra preparano la nostra Unità.
E il moto unitario procede anche dopo caduta l'ultima libertà italiana in Firenze e quando, muta ogni vita pubblica, tra dominazioni straniere e principati abbietti vassalli dello straniero, appare spenta per sempre ogni speranza di Patria. La vita locale, compressa dalla violenza, s'estende nella sua base. Poche tra le sue manifestazioni riescono in quel terzo periodo, visibili; ma quelle poche assumono carattere universale, italiano. Lo storico dovrà rintracciarne lo sviluppo negli studî dei nostri giurisprudenti, nell'iniziarsi d'una scuola economica accettata teoricamente, poi che la pratica era allora impossibile dagli ingegni d'ogni parte d'Italia, nel decadimento degli statuti locali, nella tendenza a basi di legislazione uniformi, nel nostro moto filosofico del secolo XVII, nella lenta rovina dell'ultime aristocrazie combattute per sete di potere dalle tirannidi o avvilite per la loro evidente impotenza dal disprezzo dei popoli, e nel tacito accrescersi di quella classe data all'industria, all'agricoltura, al commercio, al lavoro, sorta, come fin da principio accennai, dalle viscere della nazione e imbevuta di tendenze, abitudini, aspirazioni uniformi da un punto all'altro d'Italia. Tu senti, addentrandoti sotto lo strato di servaggio steso su tutto il paese in cerca della vita latente, che l'energia di quella vita potrà essere più o meno indugiata nelle sue rivelazioni, ma che le prime saranno di Nazione, non di Provincie o di Stati. E tali apparirono sul finire del secolo XVIII. D'allora in poi l'Italia, martire o combattente, non ebbe più che una sola bandiera.
Sì, l'Unità fu ed è nei fati d'Italia. Il primato civile Italico che s'esercitò coll'armi e colla parola dai Cesari e dai Pontefici è serbato una terza volta al Popolo d'Italia, alla Nazione. Quei che fin da quaranta anni addietro non vedevano la progressione segnata verso quel fine dai periodi successivi della vita italiana, non erano se non ciechi d'ogni lume di storia; ma quei che davanti alla potente manifestazione del nostro popolo s'attentassero oggi di ricondurci a disegni di confederazioni o d'indipendenti libertà provinciali, meriterebbero di essere infamati traditori della Patria loro. Il federalismo tra noi non solamente impicciolirebbe ad arbitrio la vasta associazione di forze, di lavori, di lumi che l'Unità deve ordinare a servizio di ciascun individuo—non solamente susciterebbe dalla inevitabile disuguaglianza degli Stati quel perenne squilibrio tra le forze e le pretese, che cova i semi dell'anarchia e del dispotismo ed è piaga mortale a tutte federazioni—non solamente ordinerebbe la debolezza del paese, abbandonandolo facile preda all'invidie, alle perfide suggestioni, alle invaditrici influenze di gelosi e potenti vicini—ma cancellerebbe a prò d'una non realtà, ma menzogna di libertà locale, la Missione dell'Italia nel mondo. E so che la Confederazione è disegno e consiglio insistente di tale che molti fra i nostri reputano tuttavia amico e protettore della Causa Italiana; ma so pure ch'egli è straniero, perfido e despota; e se gli Italiani gli prestassero orecchio sarebbero a un tempo colpevoli e stolti. Ch'ei cerchi costituirci deboli per dominarci, è facile intenderlo; ma il fatto stesso del suggerimento sceso da tale sorgente dovrebb'essere per noi uno de' più potenti argomenti a respingerlo. Dopo lungo e severo esame delle interne condizioni d'Italia, il Genio che fu capo alla stirpe proferiva dalla terra d'espiazione la seguente sentenza: L'Italia è circondata dall'Alpi e dal Mare. I suoi limiti naturali sono determinati con tanta esattezza che la diresti un'isola... L'Italia non ha che centocinquanta leghe di frontiera col continente Europeo e quelle centocinquanta leghe sono fortificate dalla più alta barriera che possa opporsi agli uomini... L'Italia isolata fra i suoi limiti naturali... è chiamata a formare una grande e potente nazione... L'Italia è una sola nazione; l'unità di costumi, di lingua, di letteratura deve in un avvenire più o meno lontano riunire i suoi abitanti sotto un solo governo... E Roma è, senz'alcun dubbio, la Capitale che gli Italiani sceglieranno alla patria loro[81]. Pongano i vostri Ministri, o Italiani, a capo dei loro dispacci al nipote le linee or citate, e gli dicano recisamente di non frapporsi fra l'Italia e la sua missione.
Missione ho detto; e in quella parola sta infatti la decisione suprema della quistione agitata.
È tempo che la scienza politica rompa in Italia il cerchio d'opportunità menzognere, di concessioni codarde agli interessi d'un giorno, e di sommessioni abbiette a calcoli di gente non nostra, che l'iniziativa monarchica imperiale ha segnato d'intorno a noi, e si sollevi all'altezza dei sommi principî morali, senza i quali non è virtù rigeneratrice nè vita gloriosa e durevole di nazione. Io venero quant'altri l'alto intelletto di Machiavelli e più ch'altri forse l'immenso amore all'Italia che solo scaldava di vita quella grande anima stanca, addolorata di sè stessa e d'altrui; ma voler cercare nelle pagine ch'egli dettò sulla bara dove padroni stranieri e papi fornicanti con essi e principi vassalli bastardi di papi o di re avevano inchiodato l'Italia, la legge di vita d'un popolo che sorge è mal vezzo di scimmie e di meschini copisti per impotenza propria, del quale i nostri giovani dovrebbero oggimai vergognare. Noi da Machiavelli possiamo imparare a conoscere i tristi, e quali siano le loro arti e come si sventino e per quali vie, corrotti e inserviliti, muojano i popoli; non come si ribattezzino a nuova vita. E si ribattezzano, calcando risolutamente una via contraria a quella sulla quale s'innestarono ad essi i germi di morte, con un culto severo della Morale, coll'adorazione a una grande Idea, coll'affermazione potente del Diritto e del Vero, col disprezzo degli espedienti, coll'intelletto del vincolo che annoda in un moto religioso, sociale, politico, con un senso profondo del Dovere e d'una alta missione da compiersi: missione che esiste veramente dovunque un popolo è chiamato ad essere Nazione, e l'oblìo della quale trascina inevitabilmente, quasi espiazione dell'egoismo e della sterile vita, decadimento, invasioni e dominazione straniera. Oggi i poveri ingegni che s'intitolano Governo, e non governano nè amministrano, intendono a far l'Italia Nazione chiamandola a risalire la via per la quale lungo tre secoli discese verso l'abisso e vi periva, se non erano i fati e gli istinti generosi dell'inconscio suo popolo.
Ha l'Italia o non ha una missione in Europa? Rappresenta il paese che ha nome Italia un certo numero d'uomini, poco importa se migliaja o milioni, indipendenti naturalmente gli uni dagli altri e soltanto aggruppati a nuclei in virtù di certi interessi materiali comuni il cui soddisfacimento è reso più facile e più securo da un certo grado d'associazione? O rappresenta un elemento di progresso nel consorzio Europeo, una somma di facoltà e tendenze speciali, un pensiero, una aspirazione, un germe di fede comune, una tradizione distinta da quella dell'altre Nazioni e costituente una unità storica tra le generazioni passate, presenti e future della nostra terra?
A ciascuno di questi due termini del problema corrisponde una scuola politica.
Corrisponde al primo, la scuola che si fonda sul diritto individuale: corrisponde al secondo quella che ha per base il dovere sociale.
La scuola del diritto individuale è, illogicamente, federalista. Io dico illogicamente, perchè, per essere logica, essa dovrebbe andare sino all'autonomia d'ogni Comune. Lo Stato non dovrebb'essere per essa che un aggregato, una federazione di molte migliaja di Comuni; la Nazione una forza destinata a proteggere nell'esercizio de' suoi diritti ciascuno di quei Comuni—e non altro. E fu tale infatti la definizione dello Stato data dal federalista Brizzot, ricopiata più dopo da Beniamin Constant e da tutti i politici della Monarchia ristorata Francese e sviluppata recentemente sino nell'ultime deduzioni dal francese Proudhon.
La scuola del dovere sociale è essenzialmente e logicamente Unitaria. La vita non è per essa che un ufficio, una missione. La norma, la definizione di quella missione non può trovarsi che nel termine collettivo superiore a tutte le individualità del paese: nel popolo, nella Nazione. Se esiste una missione collettiva, una comunione di dovere, una solidarietà fra tutti i cittadini d'uno Stato, essa non può essere rappresentata fuorchè dall'Unità Nazionale.
La prima, scuola d'analisi e di materialismo, ci venne dallo straniero. La seconda, scuola di sintesi e d'idealismo, è profondamente italiana. Fummo grandi e potenti, ogni qualvolta credemmo nella nostra missione; soggiacemmo, decaduti, a forze straniere ogniqualvolta ci sviammo da quella fede.
Tra queste due scuole gli Italiani hanno oggimai inappellabilmente deciso. Poco importa che, sul terreno filosofico, l'ingegno intorpidito dal lungo servaggio e l'imitazione tuttavia prevalente delle dottrine negative straniere indugino ancora le menti nell'ipotesi materialista: i nostri martiri affermavano, per mezzo secolo, il Dovere Nazionale, quando morivano nel nome d'Italia, non di Toscana o Romagna; e lo affermava il popolo quando, dimenticando ricordi locali, lunghe e meritate diffidenze e orgoglio di metropoli e ogni cosa fuorchè la Madre comune, gridò unanime alla Monarchia promettitrice: Teco nell'Unità. Poco importa, se oggi forse riesca tuttora difficile accertare quale sia la missione—ch'io credo altamente religiosa—d'Italia nel mondo: la tradizione di due Vite iniziatrici e la coscienza del popolo Italiano stanno testimonî d'una missione; e dov'anche la doppia Unità data al mondo non c'insegnasse la nostra, l'istinto d'una missione nazionale da compiersi, d'un concetto collettivo da dissotterrarsi e da svolgersi, additerebbe la necessità d'una sola Patria per tutti ed una forma che la rappresenti. Quella forma è l'Unità. Il federalismo implica molteplicità di fini da raggiungersi e si traduce presto o tardi inevitabilmente in un sistema di caste o aristocrazie. L'Unità è sola mallevadrice d'eguaglianza e, più o meno rapidamente, di vita di Popolo.
L'Italia sarà dunque Una. Condizioni geografiche, tradizione, favella, letteratura, necessità di forza e di difesa politica, voto di popolazioni, istinti democratici innati negli italiani, presentimento d'un Progresso al quale occorrono tutte le facoltà del paese, coscienza d'iniziativa in Europa e di grandi cose da compiersi dall'Italia a prò del mondo si concentrano a questo fine. Nessun ostacolo s'affaccia che non sia superabile; nessuna obbiezione che non possa storicamente o filosoficamente distruggersi. Rimane una sola difficoltà: il come debba ordinarsi.
Non credo occorra spendere tempo a sperdere il pregiudizio volgare che in un ampio Stato l'Unità non possa fondarsi senza inceppare la libertà dovuta alle singole parti. Quel pregiudizio sceso dalle affermazioni di scrittori che non guardavano se non al governo esercitato direttamente dal popolo nelle antiche repubbliche e furono ricopiati alla cieca dalla turba degli impazienti o incapaci di esame, è confutato egualmente dal ragionamento e dai fatti. La maggiore o minore estensione del terreno non entra come elemento nella soluzione del problema: se v'entrasse, la deciderebbe a pro nostro. La tendenza usurpatrice del Governo si manifesta più agevolmente e più duramente in una sfera ristretta che non nella vasta. La vita del potere centrale illanguidisce naturalmente in proporzione inversa delle distanze: la vita locale ha mille vie per sottrarre i proprî moti a una autorità lontana, la cui vigilanza s'esercita da individui poco informati d'uomini e cose. Nessuna tirannide fu più tormentosa di minuzie e insistenza di quella che nel medio evo tenne parecchie delle nostre città: nessuna più di quella che funestò in tempi più vicini a noi il piccolo Ducato di Modena. La libertà può ordinarsi in uno Stato piccolo o vasto: le violazioni della libertà sono innegabilmente più facili nel piccolo. Parlo d'usurpazione cittadina: quella che s'esercita sopra una razza da una razza straniera conquistatrice degenera quasi sempre in tirannide, eguale ovunque, di soldatesca.
Ma la questione, semplice se come ogni altra si richiami ai principî dominatori, fu resa complessa, intricata e ingombra d'apparenti difficoltà da quei che s'adoprarono a scioglierla senza definire prima a sè stessi la missione dello stato e il campo nel quale vive e deve esercitarsi la Libertà. Gli uni, guardando al primo come al Podestà senza ufficio da quello infuori di proteggere i diritti di ciascuno e impedire che il loro esercizio prorompa in guerra reciproca, ridussero la funzione dello Stato a quella di gendarme e fecero della Libertà mezzo e fine ad un tempo: gli altri, guardando sdegnosi alla Libertà come a facoltà sterile e tendente per sè all'anarchia, la sagrificarono all'elemento collettivo e ordinarono lo Stato a una tirannide di concentramento diretta a bene, pur sempre tirannide. Taluno, confondendo appunto concentramento amministrativo e Unità, accusò la Costituente di Francia d'avere colla divisione dipartimentale inaugurato il dispotismo del Centro sulle membra, errore che la semplice lettura della Costituzione sancita da quell'Assemblea avrebbe bastato a correggere. Altri, togliendo norme all'ordinamento d'un periodo anormale, fu sedotto dalle vittorie nazionali della Convenzione a predicarne l'assoluta onnipotenza, come se la Dittatura potesse essere mai modello di regolare legislazione. Poi vennero gli uomini che cercarono sicurezza alla Libertà smembrando in minute frazioni il Potere, senza avvedersi che quanto più moltiplicavano i nuclei d'autorità, tanto più li indebolivano e li facevano impotenti a vivere di vita propria. E tutti intolleranti, senza ideale, piaggiatori servili d'una o d'altra Costituzione del passato e ostinati a cercare la soluzione del problema nel trionfo d'un solo dei termini che lo costituiscono.
I due termini che lo costituiscono sono Associazione e Libertà: ambi sacri, inseparabili dall'umana natura; e possono e devono armonizzarsi, non cancellarsi l'un l'altro.
In un buon ordinamento di Stato, la Nazione rappresenta l'associazione; il Comune la libertà.
Nazione e Comune: sono i soli due elementi naturali in un popolo: le sole due manifestazioni della vita generale e locale che abbiano radice nell'essenza delle cose. Gli altri elementi sono, con qualunque norma si chiamino, artificiali, e aventi ad unico ufficio di rendere più agevoli e più giovevoli le relazioni tra la Nazione e il Comune e di proteggere il secondo dall'usurpazione della prima quando è tentata.
E questo ch'è vero generalmente in principio e vero più che altrove nel fatto in Italia. L'esistenza prolungata d'una potente e compatta aristocrazia feudale generò in alcune nazioni un elemento di tradizione storica provinciale destinato a perire, ma lentamente. Tra noi quell'elemento mancò. L'Italia ebbe patrizî, non Patriziato: individui e famiglie signorili potenti, non un Ordine d'uomini rappresentanti per secoli, come in Inghilterra, una comunione d'idee, di politica, di direzione. La nostra storia è storia di comuni e d'una tendenza a formare la Nazione.
E la Nazione è chiamata a rappresentare la Tradizione Italiana che essa sola può conservare e continuare, e il Progresso Italiano ch'essa sola è potente a tradurre in atto. Lo Stato, il Popolo collettivo dall'Alpi al Mare non è, come la scuola materialista vorrebbe, la forza di tutti in appoggio del diritto di ciascuno: è il pensiero d'Italia, il Dovere sociale, come in una epoca determinata gli Italiani lo intendono, dato a norma, a punto di mossa a ciascun individuo. La sua missione è missione educatrice anzi tutto; missione d'incivilimento interno ed esterno, supremo su tutte frazioni.
Ma il compimento della missione, del Dovere Nazionale spetta, non a schiavi, bensì a uomini liberi. È necessario che ciascuno abbia coscienza del Dovere indicatogli; ed è necessario, perchè il grado di Progresso compito in un'epoca e definito dalla Nazione non chiuda, tiranneggiando, il varco ai progressi futuri, che a ciascuno non solamente sia concesso, ma s'agevoli il diritto d'iniziativa nelle idee che possono migliorare l'incivilimento della Nazione e ampliare il concetto del dovere da essa raggiunto. Dalla prima necessità esce la condanna del concentramento amministrativo che torrebbe, costringendo, coscienza, merito e demerito dei loro atti ai cittadini; dalla seconda esce, insieme alle libertà, dovute a tutti, di religione, di stampa, d'associazione, d'insegnamento, l'ordinamento del Comune, mallevadore dell'individuo che vive in esso, ad autonomia di vita spontanea e indipendente sin dove comincia la violazione del Dovere Sociale prescritto dalla Nazione. Oltre quel punto, la libertà degenera in anarchia. La libertà, fraintesa dai materialisti in diritto di fare o non fare tutto ciò che non nuoce direttamente ad altrui, è per noi la facoltà di scegliere, tra i mezzi coi quali si compie il Dovere, quei che più convengono colle nostre tendenze, e di promovere lo sviluppo progressivo del concetto di quel Dovere.
In altri termini, la Nazione raccoglie gli elementi dell'incivilimento già conquistato, ne trae la formola di Dovere ch'è il fine comune, dirige verso quello la vita del paese nelle sue grandi manifestazioni collettive e lo rappresenta fra i Popoli. Il Comune provvede all'applicazione pratica di quella formola, coordina a quel fine gli interessi locali ed educa colla coscienza della libertà il cittadino a cacciare i germi del progresso futuro. L'autorità morale risiede nella Nazione: l'applicazione dei principî alla vita, specialmente economica, spetta al Comune. L'Iniziativa è dovere e diritto dell'una e dell'altro. Il Comune forma cittadini alla Patria: la Patria un Popolo all'Umanità. Come il sangue sospinto al core, è respinto, purificato, alle vene, la Metropoli raccoglie in sè gli indizî e i germi di progresso che le affluiscono dal paese, e v'attempra, dando ad essi sviluppo e definizione, il concetto collettivo che rimanda autorevolmente al paese. Essa non vive per sè, ma per l'intera contrada.
Chi dovrà occuparsi praticamente della questione troverà, s'ei torrà le mosse da questi principî, semplice più che a prima vista non sembri il problema. La missione dell'uno e dell'altro elemento additerà facilmente i limiti della doppia circoscrizione che assegna doveri e diritti alla Nazione e al Comune. Quanto rappresenta l'unità della coscienza Italiana, l'autorità morale della Patria su tutti i suoi figli, la Tradizione Nazionale da conservarsi come deposito sacro, il Progresso da attuarsi per tutti e la vita internazionale, spetta alla Podestà Centrale, allo Stato: quando rappresenta l'applicazione pratica delle norme generali, gli interessi economici locali, la libertà nella scelta dei modi per compire il Dovere Sociale, il diritto d'iniziativa da serbarsi intatto per tutti, spetta, sotto l'invigilamento della Nazione, alle unità secondarie e segnatamente al Comune, nucleo primitivo di quelle unità.
Allo Stato, per mezzo d'una Costituente Italiana raccolta a suffragio universale, il Patto Nazionale, la Dichiarazione dei Principî[82] nei quali il Popolo d'Italia oggi crede, la definizione del fine comune, del Dovere sociale, che ne derivano e formano un vincolo di pensieri e d'opere comune a quanti vivono fra l'Alpi e il Mare—e l'ordinamento delle autorità opportune a serbarlo intatto e dominatore, finchè un nuovo grado di Progresso non sia salito dalla Nazione: ai Comuni il diritto d'accettare con una potente maggioranza di voti il quando sia raggiunto quel grado e importi introdurre mutamenti nel Patto.
Allo Stato le norme per rendere universale, obbligatoria, e uniforme nella direzione generale l'Educazione Nazionale[83], senza l'unità della quale non esiste Nazione: ai Comuni l'applicazione pratica delle norme, la scelta degli uomini da prefiggersi all'istruzione elementare, il maneggio economico delle scuole, la tutela del diritto che ogni individuo ha d'aprire altri istituti d'insegnamento:
Allo Stato, dacchè tutti i cittadini hanno debito di difendere l'indipendenza del paese e proteggerne la missione, l'unità del sistema militare, l'ordinamento della Nazione armata: ai militi d'ogni Comune, trasformati in legione, il diritto di proporre, dal grado inferiore al superiore progressivamente e sotto certe norme nazionalmente prestabilite, le liste per la scelta degli uffiziali:
Allo Stato, dacchè la Giustizia non può essere se non una per tutti i cittadini, l'unità dell'ordinamento giudiziario, i codici, la scelta dei Giudici Supremi e dei magistrati preposti a dirigere l'amministrazione della Giustizia: ai Comuni l'elezione dei giurati locali e dei membri di tribunali di conciliazione e commercio:
Allo Stato la determinazione dell'ammontare del tributo nazionale e il suo riparto sulle varie zone del territorio: ai Comuni, invigilati dallo Stato, i tributi meramente locali, e il modo di soddisfare alla parte di tributo nazionale assegnato[84]:
Allo Stato la formazione d'un Capitale Nazionale composto delle proprietà pubbliche, dei beni del clero, delle miniere, delle vie ferrate, d'alcune grandi imprese industriali, destinato in parte ai bisogni straordinarî della Nazione e all'allievamento del tributo, in parte a un Credito aperto alle associazioni volontarie, manifatturiere e agricole, d'operai; ai Comuni, sotto norme generali uniformi e invigilante il Governo Centrale, l'amministrazione di quel Capitale:
Allo Stato, la Sicurezza Pubblica per ciò che concerne i pericoli interni di tutto il paese, le norme generali per le carceri, la direzione d'alcuni stabilimenti Penitenziarî Centrali: ai Comuni la tutela dell'ordine nella loro sfera, l'ordinamento della forza necessaria a ufficio siffatto, l'amministrazione pratica delle prigioni collocate nella loro circoscrizione:
Allo Stato, la direzione dei lavori pubblici rivolti all'utile e all'onore di tutta la Nazione, al mantenimento e al progresso della tradizione nazionale dell'Arte: ai Comuni le cure intorno all'illuminazione, al selciato, all'acque, ai ponti, alle strade delle loro località:
Allo Stato, quanto riguarda le relazioni esterne, guerre, paci, alleanze, trattati: ai Comuni il diritto d'invigilare a che la politica internazionale non si disvii, nel segreto, dalla missione e dal fine della Nazione.
E via così: Dov'è, con riparto siffatto di doveri e diritti, il pericolo d'anarchia o di tirannide? Dove il vizio d'una Nazione impotente a calcare, per gelosia di località quasi sovrane e slegate, una via di progresso e d'onore, o quello d'un Comune servo, come il francese, astretto a ricevere capi e ufficiali d'ogni sorta dal Governo Centrale e a soggiacere al suo intervento in ogni menoma operazione?
Bensì—e qui sta una seconda questione importante alla quale io posso appena accennare—se il Comune deve essere capace di proteggere nei giusti suoi limiti la libertà delle membra dalle usurpazioni dell'Autorità che rappresenta l'Associazione—se in esso deve colla elezione e coll'esercizio frequente, e accessibile ai più, degli uffici, compiersi l'educazione politica del paese—se l'attribuirsi al Comune dei diritti indicati fin qui, deve riuscire verità pratica, non illusione—è necessario che l'Assemblea Nazionale sancisca un nuovo riparto territoriale. Base alla servitù dei Comuni è la loro piccola estensione. Il Comune è una associazione destinata a rappresentare, quasi in miniatura, lo Stato; ed è necessario dargli le forze necessarie a raggiungere il fine. L'impotenza dei piccoli Comuni a raggiungerlo e provvedere coi proprî mezzi al soddisfacimento dei proprî bisogni materiali e morali, li piega a invocare l'intervento governativo e sagrificargli la coscienza e l'abitudine della libera vita locale. Ed è il vizio dal quale origina la tendenza al concentramento amministrativo in Francia, dove su 37,000[85] Comuni 30,000 almeno sono, per l'esiguità delle proporzioni, incapaci d'ordinare rimedî alla locale mendicità. La prova del come un Governo di tendenze dispotiche intenda che il segreto della propria potenza sta nella debolezza dei Comuni è da cercarsi nella Costituzione dell'anno VIII. Quella Costituzione, le cui principali disposizioni hanno tuttavia vigore in Francia e incatenano servilmente i Comuni al Potere Centrale, ebbe il favore di Thiers e di tutta la schiera dottrinaria che predominò sul lungo periodo della così detta Ristorazione monarchica.
E se l'ordinamento amministrativo dello Stato deve corrispondere al bisogno principale di progresso sentito oggi in Italia, è necessario che il Comune ampliato affratelli nella stessa circoscrizione la città e parte delle popolazioni rurali. Duolmi di dover dissentire da taluni fra gli uomini di nostra fede ch'esplorarono quel problema; ma, lasciando anche da banda il vantaggio d'associare nella stessa circoscrizione interessi strettamente connessi come sono gli industriali e gli agricoli e riunire in una tutte le manifestazioni di vita che fanno convivenza sociale, se v'è piaga che in Italia minacci l'armonia dello sviluppo collettivo, è senz'altro lo squilibrio di civiltà esistente fra le città e le campagne: foco di vita progressiva e d'associazioni nazionali le prime, campo le seconde, mercè l'assoluta ignoranza, di tutte le influenze che resistono al moto. E solo rimedio ch'io vegga potente a combattere e struggere a poco a poco quella funesta disuguaglianza è il congiungerle possibilmente sì che la luce delle città si diffonda a raggi sulle terre che le ricingono. Serbarle separate com'oggi sono è un mantenerne perenne l'antagonismo: antagonismo di tendenze che il mutuo contatto logorerebbe, e d'interessi che soltanto il reciproco ajutarsi può vincere. Nè v'è pericolo che l'elemento progressivo delle città soggiaccia all'elemento conservatore o retrogrado delle campagne: i fati dell'Epoca, e la potenza di vita e di bene ch'esiste nel primo elemento, assegnano influenza dominatrice, dovunque s'ordini il contatto fra quello e l'altro, al progresso.
Oggi, tra per le origini derivate dai tempi feudali, tra per la soverchia influenza d'uno spirito d'analisi che guarda con favore allo smembramento, è nella vita dello Stato troppo sminuzzamento. E comechè taluni vi travedano un pegno di libertà, solo a giovarsene è appunto quel Potere Centrale ch'essi paventano usurpatore e che, incontrando debolezza per ogni dove e aristocrazie patrizie o borghesi dominatrici su piccole sfere, spezza agevolmente le resistenze o, accarezzandole, le addormenta. Non è vero che ovunque un certo numero d'uomini s'aggruppa intorno a certi interessi materiali pigmei, ivi viva una individualità politica. L'individualità politica non vive dove non ha battesimo di missione speciale da compiere, e dovizia di facoltà e di stromenti per compierla. Io vorrei che, trasformate in sezioni e semplici circoscrizioni territoriali le tante artificiali divisioni esistenti in oggi, non rimanessero che sole tre unità politico-amministrative: il Comune, unità primordiale, la Nazione, fine e missione di quante generazioni vissero, vivono e vivranno tra i confini assegnati visibilmente da Dio a un Popolo, e la Regione, zona intermedia indispensabile tra la Nazione e il Comune, additata dai caratteri territoriali secondarî, dai dialetti, e dal predominio delle attitudini agricole, industriali o marittime. L'Italia sarebbe capace di dodici Regioni incirca, suddivise in Distretti. Ogni Regione conterrebbe cento Comuni a un dipresso, ciascuno dei quali non avrebbe meno di ventimila abitanti. Le suddivisioni parrocchiali o altre da costituirsi in ogni Comune non sarebbero, come dissi, che semplici circoscrizioni territoriali il cui lavoro s'accentrerebbe al capoluogo del Comune; e questa divisione potrebbe forse, come nelle townships del nord degli Stati Uniti Americani, armonizzarsi col riparto delle scuole presso le quali potrebbero accentrarsi i registri civici. Le Autorità Regionali e quelle del Comune escirebbero dall'elezione. Un Commissario del Governo risiederebbe nel Capoluogo della Regione. I Comuni accentrati alla Regione, non ne avrebbero bisogno: i loro magistrati supremi rappresenterebbe a un tempo la missione locale e quella della Nazione. Soltanto il Governo manderebbe di tempo in tempo, a guisa di missi dominici, Ispettori straordinarî a verificare se l'armonia fra i due elementi della vita Nazionale si mantenga o si rompa. Ordinamento siffatto spegnerebbe, parmi, il localismo gretto, darebbe all'unità secondarie forze sufficienti per tradurre in atto ogni progresso possibile nella loro sfera e farebbe più semplice e spedito d'assai l'andamento, oggi intricatissimo e lento della cosa pubblica. La piccola provincia, nella quale soltanto la libertà può essere praticamente esercitata e sentita, sottentrerebbe alla grande e artificiale Provincia nella quale possono più facilmente educarsi germi di federalismo e d'aristocrazie smembratrici. Nè per questo scadrebbero le città che hanno ereditato dal passato una vita di metropoli secondaria. Lasciando che la divisione in Regioni darebbe ad esse importanza di Capoluoghi, io non vedo perchè le varie manifestazioni della vita Nazionale, oggi accentrate tutte in una sola Metropoli, non si ripartirebbero, con ufficio simile a quello dei ganglî nel corpo umano, tra quelle diverse città. Non vedo perchè non si collocherebbe in una la sede della Magistratura Suprema, in un'altra l'Università Nazionale in una terza l'Ammiragliato e il centro del naviglio Italiano, in una quarta l'Istituto Centrale di Scienze e d'Arti, e via così. Il telegrafo elettrico sarebbe, in tempi normali, vincolo d'unità sufficiente; e in tempi di guerra o pericoli gravi sarebbe facile l'accentramento. A Roma basterebbero la Rappresentanza Nazionale, il sacro nome, e lo svolgersi provvidenziale dall'alto de' suoi colli della sintesi dell'Unità morale Europea.
Qualunque sia, del resto, per essere il successo del mio o d'altro sistema, questo è certo, che se il paese vorrà avere libertà e vita di Nazione ad un tempo, dovrà da un lato ordinare lo Stato a Potestà Educatrice, e ampliare dall'altro il Comune—se vorrà avere progresso d'incivilimento uniforme, dovrà possibilmente affratellare l'elemento rurale e quello della città—se vorrà educare i suoi figli a dignità e coscienza di cittadini, dovrà nell'ordinamento interno de' suoi comuni, moltiplicare gli uffici, far successivamente partecipi dell'autorità i più fra i suoi membri, chiamar sovente il popolo al pubblico sindacato degli uomini e delle cose, diffondere quanto più può l'Associazione industriale e agricola, e far d'ogni uomo un milite della patria. Sperda Iddio la meschina setta ch'oggi pesa com'incubo sul core d'Italia, e possano gli Italiani, ridesti al senso della loro missione nel mondo, scrivere in tempi non tardi sul Panteon dei nostri Martiri in Roma le due parole simbolo dell'avvenire: Dio e il Popolo: Unità e Libertà.
6 gennajo, 1836.
V'ha un rimprovero troppo spesso diretto a coloro che, come noi si arrestano volontieri sulle generalità politiche e insistono lungamente sui principî; ed è la poca cura per gli interessi materiali: la tendenza a sacrificare o trascurare il reale per ciò che si è convenuto di chiamare teorie astratte.
Ci vien detto: Voi siete sognatori: a che montano per noi tutte le vostre discussioni di principî, che non possono se non maturare lentamente e che non potete rivolgere se non ad una piccola minoranza d'intelletti? A noi bisognano fatti, e fatti soltanto, in questo momento. Scendete dall'alta sfera nella quale non siamo disposti a seguirvi, e venite sul terreno delle applicazioni; lasciate le generalità; venite ai particolari. Parlate di ciò che si vede, che colpisce i sensi; affrontate la questione degli interessi materiali: pretendereste forse di far progredire le moltitudini con mere astrazioni? Vi è là una gente che muore per mancanza di alimenti; uomini che hanno fame e sete; uomini che non hanno di che coprirsi nell'inverno. Tutte le vostre teorie di politica sociale, di Umanità, di credenza unitaria e religiosa, non li rifocilleranno, non daranno loro di che coprirsi. Palesate apertamente quei bisogni; insegnate al proletario quali sieno i suoi diritti; svelate una ad una le colpe, le ingiustizie, le turpitudini di coloro che li governano; condannate ogni atto del Potere che nuoca ad un qualche interesse, che leda un solo diritto. Lottate, lottate: gridate libertà nell'orecchio del Popolo. La reazione è l'elemento del secolo. Dirigetela. Nel mezzo l'atmosfera tempestosa che ne avvolge, nel mezzo alla procella politica che c'incalza e preme da ogni lato, non v'illudete a credere che la vostra parola di pace, la vostra debole voce d'uomini religiosi e compresi d'amore, possa essere intesa. Lasciate stare l'avvenire e la sua fede: il presente richiede ogni nostro pensiero. Consecratevi ad esso, e non venite a tediarci col vostro misticismo e colle vostre credenze spiritualiste.
Quelli che così parlano sono convinti di annientare colle loro apostrofi i sognatori.
E, nondimeno, quegli stessi uomini sono in preda allo sconforto; tacciono o maledicono. Cento volte hanno creduto adempiere il compito loro; e cento volte hanno dovuto rifarsi da capo. Tutto ciò ch'essi dicono, è stato detto: tutto ciò che fanno, è stato fatto; ma sempre inutilmente. Tutta la guerra d'analisi, tutta l'opposizione di dettaglio e d'applicazioni, che oggi ci viene consigliata, ha raggiunto in Francia il suo più alto grado di possibile svolgimento. E a qual punto si trova ora la Francia? È stata travolta di rovina in rovina; dalla Rivoluzione all'Impero; dall'Impero alla monarchia dei Borboni; da Carlo X a Luigi Filippo. Quale profitto seppe trarre da quei cambiamenti? Quale differenza vedete voi fra la censura della prima Restaurazione e le Leggi del settembre che riguardano la stampa?—Le sanguinose piaghe del proletariato sono state snudate. Mille volte si sono contate le vittime della profonda ineguaglianza sociale che è un insulto alla Croce di Cristo. Si sa oggimai quanto sudore e quante lagrime costi al povero il pane del ricco. Il povero stesso, l'operajo è venuto a perorare la propria causa davanti al tribunale dell'Europa atterrita, col suo Atto d'accusa in mano, compendiato in due parole, terribili nella loro energia: Morte o Lavoro. Un popolo di operai ha protestato contro l'attuale ripartizione del lavoro; contro l'avidità delle classi privilegiate. Che n'è venuto? Che cosa è stato fatto? Quali rimedî furono tentati? Quali grandi miglioramenti ottenuti?—Al grido di Morte o Lavoro del produttore, la classe speculatrice e improduttiva ha risposto: Morte. Il cannone ha tuonato. Tutta quanta l'opposizione, così intrepida, così instancabile nelle meschine guerricciuole d'interessi e di diritti, ha assistito immobile, coll'arme al braccio, alla carnificina. La Francia intera non ha proferito un solo grido che rispondesse al grido d'angoscia degli operai Lionesi.—D'onde ciò?
Grazie agli scrittori di tutto un secolo—grazie ai martiri di più secoli—la Libertà e l'Eguaglianza, come principî, sono ammesse oggi nella serie degli assiomi sociali. L'Indipendenza è universalmente riconosciuta come la più bella gemma della corona d'un Popolo. Il diritto di non essere oppresso, stremato, torturato dalla tirannide dei pochi o dall'invasione straniera è, nel cuore di tutti, un diritto sacro, imprescrittibile. Progrediamo noi per questo?—In Italia, in Polonia, in Germania, per tutto, gl'interessi materiali sono evidentemente lesi e non pertanto la coscienza del proprio diritto è in tutte le anime. Interrogate uno ad uno gli abitanti di quelle infelici contrade: incontrerete per ogni dove l'odio verso il Russo e verso l'Austriaco, e il desiderio manifesto d'emancipazione; la coscienza del diritto che sancirebbe l'insurrezione; il convincimento dei vantaggi reali che ne risulterebbero per le generazioni future. E nondimeno soffrono in silenzio; si curvano al giogo; non si adoperano a spezzarlo.—D'onde ciò?
Perchè, fra la tirannide e l'insurrezione, è forza passare a traverso gendarmi, prigioni e patiboli. Perchè, per affrontare tutto ciò, non basta la conoscenza del fatto; è d'uopo sentire che è dovere il distruggerlo. Perchè il mero convincimento non basta a iniziare la lotta: conviene che questa sorga come manifestazione d'una fede.
Vi furono uomini che predicarono la reazione a quei Popoli; che hanno detto loro: Voi avete interessi materiali; questi interessi sono calpestati; spetta a voi il provvedere al rimedio. Voi avete diritti: que' diritti sono violati: spetta a voi il rivendicarne il libero esercizio.—A tale intento si è cospirato. Ma la tirannide vegliava; ha fatto scorrere sangue in mezzo alla cospirazione; rotolar qualche testa ai piedi dei cospiratori. Si è quindi indietreggiato; una sola probabilità di morte ha avuto maggior peso che non mille probabilità di successo. S'è detto: I nostri diritti sono una buona cosa, e ci sarebbe caro il conseguirli: ma il primo di tutti è il diritto di vivere. L'interesse della vita è superiore a tutti gli altri interessi materiali possibili; li racchiude tutti; li vince tutti. Senza vita, non possono esservi nè diritti, nè benessere, nè ricchezza, nè miglioramento materiale. Perchè dovremmo arrischiare la vita per cosa incerta? Dove ne sarebbe il compenso?—Questo fu detto; e non volendo uscire dalla cerchia del calcolo materiale, noi diciamo che ciò è logico. Due terzi almeno delle rivoluzioni dei Popoli riescono a vantaggio della generazione che deve succedere a quella che le compie. Quest'ultima è quasi sempre condannata a segnare alla seguente coi suoi cadaveri la via del progresso. Essa stessa non può goderne.—Ora, per quale teoria d'interessi materiali, per quale dimostrazione di diritti individuali, potremmo noi dedurre una legge di sacrificio, una legge di martirio, se il martirio è la meta che ci attende?—Analizzate confrontate frase per frase tutte le dottrine degli utilitarî; non riuscirete mai a fare armonizzare con esse il sacrificio che uccide. Per qualunque Popolo, che non abbia altro stimolo che quello degl'interessi materiali, il martirio è atto di follia; Cristo non ha più alcun significato nella vita dell'intelletto.
In quanto a noi, affermiamo non esservi stata una sola grande Rivoluzione che non abbia avuto ben altra sorgente da quella degl'interessi materiali; sappiamo di sommosse, di insurrezioni popolari, ma non d'alcuna fra queste che sia stata coronata dal successo, non d'una che si sia mutata in Rivoluzione.
Ogni Rivoluzione è l'opera d'un principio accettato come argomento di fede. Invochi essa la Nazionalità, la Libertà, l'Eguaglianza, la Religione, essa si compie pur sempre in nome d'un Principio, cioè d'una grande verità che, riconosciuta, approvata dalla maggioranza degli abitanti d'un paese, costituisce credenza comune e affaccia un nuovo fine alle moltitudini quando il Potere non lo rappresenta o lo nega. Una Rivoluzione, violenta o pacifica, racchiude una negazione e una affermazione: negazione d'un ordine di cose esistente, affermazione d'un nuovo ordine da sostituirsi. Una Rivoluzione dichiara che lo Stato è guasto, che il suo meccanismo non è più in relazione coi bisogni del massimo numero dei cittadini, che le sue istituzioni sono impotenti a dirigere il moto generale, che il pensiero sociale, popolare, ha oltrepassato il principio vitale di quelle istituzioni, che il nuovo grado di sviluppo delle facoltà nazionali non trova espressione e rappresentanza nella costituzione officiale del paese, e che gli è forza crearsela. La Rivoluzione la crea. Dacchè essa imprende ad accrescere non a diminuire il patrimonio della nazione, essa non viola le verità conquistate nè i diritti dichiarati sacri dalla maggioranza; ma riordina ogni cosa sulla nuova base: ricolloca in armonia intorno al nuovo principio tutti gli elementi, tutte le forze del paese; e comunica una direzione unitaria verso il nuovo fine a tutte le tendenze che si sfogavano prima in cerca di fini diversi. Allora, la Rivoluzione è compita.
Noi non intendiamo le Rivoluzioni altrimenti. Se non si trattasse in una Rivoluzione d'un riordinamento generale in virtù d'un principio sociale, d'una dissonanza da cancellarsi, negli elementi dello Stato, d'una armonia da ristabilirsi, d'una unità morale da conquistarsi, noi, lungi dal dichiararci rivoluzionarî, crederemmo debito nostro d'opporci con ogni sforzo al moto rivoluzionario.
Senza l'intento accennato possono aversi sommosse, e talvolta insurrezioni vittoriose; non Rivoluzioni. Avrete mutamenti d'uomini, rinnovamenti d'amministrazione, una casta sottentrata a un'altra, un ramo di dinastia salito al potere invece d'un altro. È quindi necessità fatale di retrocedere, di rifare lentamente il passato distrutto in un subito dall'insurrezione, di stabilire a poco a poco sotto altri nomi le vecchie cose che il popolo s'era levato a distruggere: le società hanno siffattamente bisogno d'unità che tornano addietro, se non la trovano nell'insurrezione, fino alle Restaurazioni. E quindi pure, un nuovo disagio, una nuova lotta, una nuova esplosione. La Francia lo ha provato a dovizia. Essa fece nel 1830 miracoli d'audacia e valore per una negazione: si levò per distruggere senza credenze positive, senza disegno organico determinato; e stimò aver compito l'opera sua cancellando il vecchio principio della legittimità. Essa scese in quel vuoto che l'insurrezione sola non basta a colmare. E perchè non riconobbe la necessità d'un principio riordinatore, essa si trova in oggi, sei anni dopo il luglio, cinque dopo le giornate del novembre, due dopo quelle dell'aprile, avviata verso una assoluta Restaurazione.
Noi citiamo l'esempio della Francia, perchè ad essa si chiedono generalmente insegnamenti, speranze e simpatie politiche; poi perchè la Francia essendo quello tra i paesi moderni nel quale più campeggiano le teoriche di pura riazione fondate sulla diffidenza, sul diritto individuale, sulla libertà sola, le conseguenze pratiche de' suoi errori riescono più convincenti. Ma venti altri esempi sarebbero presti. Da ormai cinquanta anni, tutti i moti che, l'un dopo l'altro, vinsero come insurrezioni e come rivoluzioni soggiacquero, provarono come ogni cosa dipenda dall'intervento o dal difetto d'un principio riordinatore.
Dove infatti i diritti individuali non s'esercitano sotto l'influenza d'un grande pensiero comune a tutti, dove gli interessi individuali non si affratellano nell'armonia d'un ordinamento diretto da un principio positivo dominatore e dalla coscienza d'un unico fine, esiste inevitabile una tendenza usurpatrice dell'uno sull'altro. In una società come la nostra, nella quale la divisione per classi, con qualunque nome si chiamino, vive tuttora potente, ogni diritto è certo d'incontrarsi in un altro ostile, invido, diffidente, ogni interesse è naturalmente combattuto da un interesse contrario, quello del proprietario da quello del proletario, quello del manifatturiere o del capitalista da quello dell'operajo. Per ogni dove in Europa, dacchè l'eguaglianza accettata in diritto è smentita dal fatto e l'insieme delle ricchezze sociali s'accumula nelle mani d'un piccolo numero d'uomini, mentre la moltitudine non ha da un assiduo lavoro se non la pura esistenza, impiantar libertà, libertà sola, dicendo agli uomini: eccovi emancipati; voi avete diritti; usatene, torna davvero in sanguinosa ironia e perpetua l'ineguaglianza.
È indispensabile un centro alla sfera sociale, un centro a tutte le individualità che s'agitano in essa, un centro a tutti i raggi diffusi in direzioni contrarie e dai quali non escono quindi luce e calore che bastino. Or la teoria, che colloca l'edifizio sociale sulla base degli interessi individuali, non può darlo. Assenza di centro o scelta, fra i diversi interessi, di quello che vive di vita più vigorosa—anarchia o privilegio—lotta senza risultati o germe d'aristocrazia di qualunque nome s'ammanti: è questo un bivio dal quale non s'esce.
Vogliam noi questo?
Vogliamo noi condannarci da per noi a travolgerci continuamente nel vortice che aggira da mezzo secolo in poi la Francia e l'Europa? Vogliamo ostinarci a fare, disfare, rifare, e sempre in una condizione provvisoria di cose, sempre incerti del dì che segue? Vogliamo lotta o pace e armonia? Tutta la questione è qua dentro.
Per noi non v'è dubbio. Per trovare un centro agli interessi molteplici, è necessario innalzarsi a una regione suprema su tutti, indipendente da tutti. Per metter fine alla condizione provvisoria e ordinare un avvenire pacifico, è necessario riannettere quel centro a tal cosa che sia eterna come il Vero e progressiva come il suo svolgersi nella sfera dei fatti. Per impedire l'urtarsi della individualità è necessario scoprire un fine comune a tutte e dirigerle verso quello. Per accrescere a pro' di ciascuna le probabilità di raggiungerlo, è necessario accomunare gli sforzi di tutte, associarle. Che altro è l'associazione se non un concetto unitario? E come intendere un concetto unitario senza un principio intorno al quale si svolga?
Noi siamo dunque trascinati forzatamente sul terreno dei principî. Dobbiamo ravvivare la credenza in essi: compire un'opera di credenza, di fede. Lo esige la logica delle cose.
I principî soli fondano. Le idee non si traducono in fatti senza forti credenze universalmente riconosciute. Non si compiono grandi cose se non rinegando l'individualismo e con un sacrificio costante al progresso generale. Ora, il sacrificio è il sentimento del Dovere in azione. E il sentimento del Dovere non può scendere dagli interessi individuali, ma esige la conoscenza d'una legge superiore inviolabile. Ogni legge posa sopra un principio; dove no, è arbitraria ed è permesso violarla. È necessario che quel principio sia liberamente accettato da tutti; dove no, la legge è dispotica ed è dovere violarla. L'applicazione del principio sta in una vita conforme alla legge. Scoprire, studiare, predicare il principio che deve esser base alla legge sociale del paese e del tempo in cui si vive: è questo lo scopo d'ogni uomo che volga il pensiero a un ordinamento politico. La fede in quel principio genera le opere efficaci e durevoli. La sola e sterile conoscenza degli interessi individuali non può generare che la sola e sterile conoscenza del diritto individuale. E la conoscenza del diritto individuale può generare alla volta sua, quando quel diritto è negato, disagio, opposizione, lotta, insurrezione talora, ma insurrezione che, come quella di Lione, non frutta se non rinacerbimento d'ostilità tra le classi che compongono la società. È necessario dunque tornare pur sempre, quando si vuol compire un di quei grandi fatti che si chiamano Rivoluzioni, alla conoscenza, alla predicazione dei principî. Il vero stromento del progresso dei popoli sta nel fatto morale.
Trascuriamo noi, perchè diciamo queste cose, il fatto economico, gli interessi materiali, l'importanza delle conquiste operate nella sfera industriale e dei lavori che le operarono? Predichiamo i principî pei principî, la fede per la fede, come la scuola letteraria romantica predica in oggi l'arte per l'arte?
A Dio non piaccia. Noi non sopprimiamo il fatto economico: lo crediamo al contrario destinato a ricevere, nella società futura, un allargamento più e più sempre considerevole del principio d'eguaglianza, e ad ammettere in sè il principio fecondatore dell'Associazione. Ma lo sommettiamo al fatto morale, perchè sottratto alla sua influenza direttrice, disgiunto dai principî e abbandonato alle teoriche d'individualismo che lo governano in oggi, sommerebbe a un egoismo brutale, a una guerra permanente fra uomini chiamati ad esser fratelli, all'espressione degli appetiti della specie umana, quando invece esso dovrebbe rappresentare, sulla curva ascendente del progresso, la traduzione materiale della sua attività, l'espressione della sua missione industriale.
Non trascuriamo gli interessi materiali: respingiamo al contrario come imperfetta e inconciliabile coi bisogni dell'epoca ogni dottrina che non li comprendesse in sè o li riguardasse come meno importanti di quel che veramente sono: crediamo che ad ogni grado di progresso debba corrispondere un miglioramento positivo nelle condizioni materiali del popolo; e questo successivo miglioramento è in certo modo per noi una verificazione del progresso operato. Ma non ammettiamo che gli interessi materiali possano svilupparsi soli e indipendenti dai principî, quasi fine della società; perchè sappiamo che teorica siffatta cancella la dignità umana: perchè ricordiamo che quando in Roma il fatto materiale cominciò ad essere predominante e il dovere verso il popolo si ridusse a dargli pane e spettacoli, Roma e il popolo correvano a rovina, perchè vediamo oggi in Francia, nella Spagna, per ogni dove, la libertà conculcata o ingannata in nome appunto degli interessi di bottega, in nome della dottrina servile che separa il benessere materiale dai principî.
Non dimentichiamo i servigi resi alla causa del progresso dalla scuola politica dei diritti, nè l'importanza dei lavori economici che assalirono, sul finire del XVIII secolo, l'assurdo e immorale sistema restrittivo col quale i Governi commettevano a' doganieri lo sviluppo industriale della Nazione come ne commettevano lo sviluppo morale a censori e birri: in un'epoca nella quale i diritti degli individui erano sistematicamente violati, quei lavori erano indispensabili, e senz'essi noi non saremmo ove siamo. Ma quei lavori sono oggi oltrepassati: non possiamo durare inerti per entro i limiti ch'essi segnarono, senza rinegare le nuove tendenze che mirano a riedificare. I popoli fecero plauso all'opera distruggitrice dello scorso secolo, perchè speravano sottentrasse un nuovo ordinamento all'antico; ripetutamente delusi, non moveranno se non suscitati da un nuovo programma organico. L'individuo è sacro: i suoi interessi, i suoi diritti sono inviolabili; ma porli come unico fondamento all'edifizio politico, e dire agli individui: conquisti ciascuno, e colle sole forze che ha, il proprio avvenire, è un dare la società e il progresso agli arbitrî del caso e alle alternative d'una lotta perenne; è un trascurare il fatto principale dell'umana natura, la socialità; è un impiantar l'egoismo nell'anima e ordinare per ultimo il dominio dei forti sui deboli, di quei che possedono mezzi su quei che ne sono privi. I molti inefficaci tentativi degli ultimi quarant'anni lo provano.