Quando dunque noi predichiamo quasi esclusivamente i principî che ci sembrano derivare dalla condizione attuale della conoscenza umana, intendiamo seguir la via che guida al futuro, tanto materiale quanto morale, delle nazioni. Quando insistiamo sulla necessità d'inalzare su quei principî un edifizio di credenze che sottentri alle credenze spente o vicine a spegnersi, intendiamo soddisfare a un voto dei popoli sovente male espresso, più sovente frainteso, ma che rivelato a ogni modo dalle manifestazioni più disgiunte e dissimili, è il segreto storico del XIX secolo. E quando diciamo: «inalzatevi alla sfera dei principî: guidate i popoli, oggi erranti nel vuoto, alla legge del Progresso, all'Umanità, a Dio: ridestate il senso morale, il sentimento del Dovere negli uomini ch'altri tenta convertire in macchine da calcolo: mostrate un grande intento ai giovani oggi sì facilmente assaliti dallo sconforto e dal dubbio: rifate coll'entusiasmo colla religione, coll'amore, una esistenza morale all'uomo, dacchè l'antica del privilegio e dell'ineguaglianza è cenere e polve:» lo diciamo convinti che ogni altro modo di trattare le cose politiche è illusione o menzogna; convinti che le forme politiche considerate isolatamente e per sè, sono, come l'antichità diceva delle leggi, ragnateli che imprigionano i piccoli insetti e son lacerati dai grandi; convinti che lo spirito solo dà importanza alle forme: che le istituzioni sono lettera morta, inefficace, impotente, ogni qual volta l'alito del progresso popolare della fratellanza, dell'associazione non le vivifichi: che tutte le dichiarazioni scritte sono un nulla dove tutti, abbandonati all'individualismo e ordinati sopra una base d'ineguaglianza, tendono naturalmente a eluderla cercandovi a un tempo uno stromento di difesa contr'altri: convinti che ogni altra via non può giovare alla causa dell'Umanità, ai grandi interessi del popolo, del lavoro, della nazionalità, del miglioramento morale, sole cose che meritino il nostro sagrificio e le nostre fatiche.

Riuscite a istillare nell'anima d'un popolo o nella mente, de' suoi educatori, de' suoi scrittori, un solo principio, e varrà più assai per quel popolo, per quel paese, che non tutto un corso d'interessi e diritti indirizzato a ciascun individuo, che non tutta una guerra mortale agli atti d'un Potere corrotto.

Quando avrete, a cagion d'esempio, radicato nel core della nazione quel principio dichiarato, non applicato, dalla Rivoluzione Francese: lo Stato deve l'esistenza o il lavoro per essa a ciascuno de' suoi membri, avrete, aggiungendovi una giusta definizione dell'esistenza, preparato il trionfo del diritto sul privilegio, il termine del monopolio d'una classe sull'altra e la fine della mendicità, per la quale non avete oggi che palliativi, carità cristiana o consigli freddamente atroci come quelli dati dagli economisti della Scuola Inglese.

Quando avrete educato gli animi alla fede nell'altro principio: la società è una associazione di lavori e potrete, mercè quella fede, desumerne logicamente e praticamente tutte le conseguenze, non avrete più caste nè aristocrazie nè guerre interne nè crisi: avrete un popolo.

E quando la parola: tutti gli uomini d'una nazione sono fratelli avrà fatto dell'anima un santuario di virtù e d'amore—quando il grande pensiero della Nazionalità non sarà più ringrettito a proporzioni meschine e non si limiterà più ad appoggiare il proprio diritto sopra un interesse materiale contrastato sempre da un altro, ma si verserà, puro e santo, dalla madre al fanciullo nella preghiera del mattino, in quella della sera, in quell'ore nelle quali la donna trasformata in angelo insegna le verità del cielo alla propria creatura, siccome assiomi e principî immutabili—avrete allora soltanto una Nazione quale non può esservi data dai sofisti che pretendono fondare nazionalità senza Dio; perocchè una Nazionalità è una credenza in una origine e in un fine comuni, e costituita oggi da un interesse può essere rovesciata domani da un interesse più audace e più potente.

E così via via. Per natura loro, i principî, che taluni relegano tra le cose astratte, sono sì poco separati dagli interessi materiali e da ciò che chiamano fatto economico, che ne trascinano il trionfo pratico siccome conseguenza inevitabile. La loro sfera li comprende, li abbraccia tutti. Ma ogni progresso materiale è risultato infallibile d'ogni progresso morale. Invece di logorare le forze in una guerra minuta, cercando conquistare gli interessi ad uno ad uno e sempre senza certezza di stabilità, noi tentiamo di risalire alla sorgente comune e stabilirci trionfatori nel centro della contesa. Gli effetti di questo lavoro possono parere più lenti; ma sono più certi e soli durevoli. L'opera di fede, l'opera morale, si compie, come il moto dell'ago sull'orologio, insensibilmente; ma spetta ad essa soltanto d'indicare le ore solenni delle Nazioni.

Un Giornale non è un lavoro di legislazione: non opera se non a gradi. Un Giornale non ricopre i poveri seminudi, non dà pane agli affamati: predica, insiste perchè si faccia. Or come operare sull'anima di chi legge? Come convincere non solamente dell'esistenza del male ma della necessità di porvi rimedio? Come comunicare al lettore lo spirito d'attività, la forza di sagrificio necessaria per superare gli ostacoli? Un Giornale è, generalmente parlando, scritto per le classi agiate; e queste classi, confortate di prosperità, non hanno l'esperienza dei patimenti, delle privazioni: esse vedono talora i mali del povero, ma s'avvezzano facilmente a considerarli come una triste necessità sociale, o lasciano la cura di rimediarvi alle generazioni future. L'indifferenza e l'obblìo sono sì dolci per chi siede nel sacrario della famiglia, circondato da volti sorridenti, mentre il vento d'inverno soffia al di fuori e la neve batte, minuta e rapida, l'invetriata d'una doppia finestra! Sperate voi di strappare quei felici del mondo all'inerzia colla semplice espressione del fatto economico e di ciò che dovrebbe sostituirglisi in una società ben ordinata? Sperate di scotere il loro riposo d'egoismo colla sola fredda analisi di ciò che accade in una sfera nella quale essi non penetrarono mai? Approveranno forse, come mera teorica, le vostre dottrine d'utilità; ma non chiedete loro d'operare a seconda. Perchè lo farebbero? voi parlate in nome degli interessi. Non è primo fra tutti il godere? or essi godono.

Tra l'approvazione e il sacrificio perciò che s'approva, giace un abisso che voi, col metodo vostro, non potete varcare. E nondimeno è quello il problema. L'uomo è pensiero e azione. Le vostre teoriche possono modificare il primo, non creare l'azione.

È dunque necessario modificare, riformare, trasformare l'uomo tutto quant'è nell'unità della vita. Bisogna insegnargli non il diritto, ma il dovere: ridestare al meglio l'indole imbastardita, l'anima semispenta, l'entusiasmo appassito: risollevare una potenza d'agire oggi schiacciata sotto l'indifferenza, colla coscienza della dignità umana e d'una missione da compirsi quaggiù. Ed è opera questa che spetta ai principî, alle credenze, al pensiero religioso, alla fede.

E fu l'opera di Gesù. Ei non cercò salvare coll'analisi il mondo morente. Non parlò d'interessi a uomini sui quali il culto degli interessi avea versato il veleno dell'egoismo. Affermò, nel nome santo di Dio, alcuni assiomi fino allora ignoti; e quei pochi assiomi che noi, dopo diciotto secoli, cerchiamo tradurre in fatti, mutarono aspetto al mondo. Una sola scintilla di fede compì quello che tutti i sofismi delle scuole filosofiche non avevano saputo intravvedere: un passo nell'Educazione del genere umano.

Il problema attuale—non ci stancheremo di ripeterlo mai—è, come ai tempi di Cristo, un problema d'educazione. Or cos'è mai una educazione che non posa su principî, che non è desunta da una fede comune, che non mira a conquistarle vittoria?


AGLI OPERAI ITALIANI.

DEL DOVERE D'ASSOCIARSI NAZIONALMENTE


1841.

Fra i molti operai italiani che viaggiano fuori d'Italia, parecchi si sono legati ad associazioni straniere, specialmente francesi. All'invito dei loro fratelli di patria, essi rispondono: «non sono tutti gli uomini nostri fratelli? noi abbiamo già dato il nostro nome ad associazioni d'uomini liberi, che vogliono quello che voi volete, che combattono per la stessa causa, l'emancipazione del popolo dai mali morali e fisici che lo opprimono. Non potete esigere più da noi.» E si rimangono appartati dal nostro lavoro.

Che cosa siano queste Associazioni, noi lo diremo tra non molto. Le più hanno scritto sulla loro bandiera comunione di beni, abolizione della proprietà; dottrine tiranniche, assurde, nemiche al progresso dell'Umanità, che noi dovremo confutare in alcuno de' numeri successivi dell'Apostolato: dottrine fortunatamente irrealizzabili, ma che producono in oggi il doppio male di raffreddare l'attività di molti tra i veri amici del popolo, e di consumare intorno a progetti impossibili l'energia di molti operai eccellenti per intenzioni, ma illusi.

Bensì, non è di questo che intendiamo ora occuparci. Se a parecchi tra gli operai italiani sembra che le opinioni accennate possano contenere il rimedio che tutti cerchiamo ai mali presenti, è cosa da discutersi fraternamente tra noi, nè può formare soggetto di giusto rimprovero. Nessuno tradisce il proprio dovere quando cerca diffondere le idee che egli, sbagliando o no, crede vere. Ma tradisce, non esitiamo a dirlo, il proprio dovere e merita il rimprovero de' suoi fratelli qualunque, tra un'Associazione Nazionale operante per la buona causa e un'Associazione straniera, preferisce quest'ultima. Egli diserta il posto che gli è stato affidato da Dio per passare ad un altro.

Gli operai italiani, che a fronte d'un lavoro nazionale persistono a spendere la loro attività nelle associazioni straniere, hanno pensato mai, che al di là dell'Alpi o del mare stanno ventisei milioni di loro fratelli, parlanti colle solite varietà di dialetti una stessa lingua, distinti dagli altri popoli per un tipo speciale di fisonomia, dotati di costumi, d'attitudini, di tendenze uniformi? Hanno pensato che quei milioni sono schiavi, oppressi moralmente e materialmente, smembrati in sette stati, spolpati da sette corti, manomessi, dissanguati dallo straniero, mantenuti coll'astuzia e colla violenza nell'ignoranza, privi d'ogni diritto, e privi di tutti quei mezzi di progresso che appartengono più o meno a tutti i paesi ne' quali esistono le associazioni delle quali parliamo? Hanno pensato che la terra sulla quale gemono quei milioni è la terra dov'essi nacquero, dove vivono i loro padri e le loro madri, dove vivranno i loro figli? Hanno sentito, viaggiando e trovandosi a fronte d'uomini che ripetono con orgoglio: siamo Francesi, siamo Inglesi, la vergogna del non poter dire: siamo Italiani, senza correre il rischio d'udirsi replicare: mentite; non esiste un'Italia? E se pure hanno sentito talora questa vergogna, non hanno sentito nello stesso tempo un istinto, una voce interna, che dicea loro: bisognerebbe operare a cancellarla, a levarsi questa macchia di sulla fronte, a farsi cittadini d'una nazione, a conquistarsi una patria? E se udirono quella voce, perchè non hanno operato, perchè non operano oggi con noi a seconda? Perchè invece di tentare di crearsi una patria e un nome, lavorano a conquistare miglioramenti a popoli che hanno patria e nome e bandiera e unità nazionale? a popoli che non hanno bisogno di pochi individui stranieri per progredire quando che sia, mentre l'Italia, senza unità, senza stampa, senza rappresentanza, ha bisogno di tutti i suoi figli? Operai italiani! sta bene d'ajutare, occorrendo, il vicino; ma prima di dar opera a perfezionare la casa altrui, non dovreste voi lavorare a inalzarne una pei vostri figli e per voi?

La causa del Popolo è una. La santa parola Umanità sta scritta in cima al nostro foglio come nel nostro cuore. Ma v'è un'altra santa parola, la Patria, che noi non possiamo dimenticar senza colpa. La Patria è la nostra casa: la casa che Dio ci ha data, ponendovi dentro una numerosa famiglia, che ci ama e che noi amiamo naturalmente, colla quale noi possiamo intenderci meglio e più rapidamente che non con altri, e che per la concentrazione sopra un dato terreno e per la natura omogenea degli elementi ch'essa possiede è chiamata a un genere speciale d'azione. La Patria è la nostra lavoreria: i prodotti della nostra attività devono spandersi da quella a benefizio di tutta la terra; ma gli stromenti di lavoro, che noi possiamo meglio e più efficacemente trattare, stanno in quella; e noi non possiamo rinunziarvi senza tradire l'intenzione di Dio, e senza diminuire le nostre forze. Lavorando, secondo i veri principî, per la Patria, noi lavoriamo per l'Umanità: la Patria è il punto d'appoggio della leva che noi dobbiamo dirigere a vantaggio comune. Perdendo quel punto d'appoggio, noi corriamo rischio di riescire inutili alla Patria e all'Umanità.

Operai italiani! Prima d'associarci colle nazioni, bisogna esistere: non v'è associazione che tra gli eguali; e voi non avete esistenza riconosciuta, perchè non avete Patria, e non appartenete a una Nazione. Noi vi ripeteremo continuamente queste parole, perchè noi pure abbiamo viaggiato, e le abbiamo con amarezza udite dalla bocca degli stranieri. Quando nojati dell'udirci ripetere da gente che non ha fatto mai cosa alcuna per noi: noi vi daremo la libertà, parlammo qualche volta della possibilità che gl'Italiani la conquistassero colle proprie mani: ci udimmo rispondere che possibilità senza intenzione non v'era, e che l'intenzione esisteva sì poco che i nostri si cacciavano nelle Associazioni straniere, convinti che la libertà del loro paese non poteva escire se non dall'altrui potenza. Operai italiani, questa è parola amara: parola che, se avete anima d'uomini, dovete dar opera a non meritare. Lasciate il sentimento della loro debolezza a coloro che pretendono fondare le rivoluzioni sull'azione e sugli interessi d'una classe sola. Ma noi siamo popolo; siam milioni; abbiamo forza. Tutto sta nell'unirci e volere.

Uniamoci dunque. Cerchiamo insieme i mezzi di crearci una Patria. Fondiamo l'Italia del Popolo. Acquistiamoci diritti d'uomini e di cittadini. Torneremo poi, con più dignità, con maggior utile e con sicurezza di non essere dominati o traditi, all'abbraccio delle nazioni. L'Umanità è un grande esercito che move alla conquista di terre incognite, contro a nemici potenti e avveduti. I Popoli sono i diversi corpi di quell'esercito. Ciascuno ha un posto che gli è fidato: ciascuno ha una operazione particolare da eseguire; e la vittoria comune dipende dalla esattezza colla quale le diverse operazioni saranno compite. Non turbate l'ordine della battaglia. Non passate da un corpo in un altro. Non abbandonate la bandiera che Dio vi dava per quella che v'è offerta dal caso. Dovunque vi troviate, in seno a qualunque popolo le circostanze vi caccino, combattete per la libertà di quel popolo, se il momento lo esige. Ma combattete come Italiani, così che il sangue che verserete frutti onore ed amore, non a voi solamente, ma alla vostra Patria. E Italiano sia il pensiero continuo dell'anime vostre: Italiani siano gli atti della vostra vita: Italiani i segni sotto i quali v'ordinate a lavorare per l'Umanità. Avrete più caldo l'affetto de' vostri fratelli, e più sincera, credetelo a noi, la stima degli stranieri. La loro parola a voi, individui, può suonare in oggi fraterna e amorevole come a qualunque ingrossa i loro ranghi e rende omaggio alla loro Patria e alle opinioni ch'essi professano: ma siate certi che i più tra loro imparano da voi a disistimare il vostro paese, a riguardarne la causa come dipendente da quella del loro, a contemplarlo forse nell'avvenire siccome un dipartimento, o una colonia della loro Repubblica.


NECESSITÀ DELL'ORDINAMENTO SPECIALE

DEGLI OPERAI ITALIANI.

RISPOSTA AD UNA OBBIEZIONE[87].


1842.

Alcuni operai italiani dichiarando la loro approvazione al nostro concetto e alle basi fondamentali della nostra associazione, hanno mosso a chi dirige l'Apostolato il dubbio seguente:

«Perchè cercate riunire in un solo corpo gli operai italiani? Perchè li concentrate in una sezione dell'Associazione Nazionale? Voi così perpetuate la distinzione delle classi che annunziate voler distruggere. Voi date un fondamento alla ineguaglianza che pretendete combattere. Si tratta non di divisione, ma di fusione. Non esistono sotto la nostra bandiera che cittadini italiani. Qualunque altra denominazione racchiude un germe di quella aristocrazia che dobbiamo e vogliamo spegnere.»

Il rimprovero per sè, ci sia concesso il dirlo, è fondato sopra un errore tanto palpabile che non meriterebbe confutazione. Ma tradisce un senso di diffidenza giustificato in parte dal passato, e noi dobbiamo afferrare tutte occasioni di chiarirlo ingiusto e di logorarlo.

La Giovane Italia, come associazione, non ha bisogno di difendere le proprie intenzioni. La sua bandiera fu bandiera di popolo sin dal primo giorno in che fu levata. La sua credenza fu credenza esplicita, dichiarata animosamente, d'unità della razza umana, d'abborrimento dalle caste, d'eguaglianza tra le nazioni, d'eguaglianza fra i cittadini d'una nazione. Prima in Italia, predicò che la causa essenziale dell'impotenza dei tentativi rivoluzionarî passati stava nello scopo imperfetto, aristocratico, anti-nazionale che s'era dai capi prefisso a quei tentativi: disse che non si fondava nazione se non si fondava per tutti, se non si chiamavano tutti a fondarla, cioè a concorrere nei doveri e a partecipar nei diritti che sgorgano dal concetto nazionale: disse che le forze della nazione non erano scese mai sull'arena, perchè non s'erano chiamate mai, perchè le insurrezioni s'erano appoggiate or sulla milizia e sul patriziato, or sulle classi medie, non mai sulla universalità degli uomini, che costituiscono la nazione, perchè i capi avevano sempre parlato d'indipendenza dallo straniero, di libertà politica, di diritti politici, dimenticando che tutte rivoluzioni sono nella loro essenza sociali, che l'ordinamento politico è la forma e non altro dei mutamenti, e che non s'ha diritto di chiamare i milioni al sacrificio della quiete e della vita, se non proponendo loro uno scopo di perfezionamento collettivo, di miglioramento morale e materiale comune a tutti, di educazione fraterna senza eccezione. Nessun atto, nessun scritto dell'associazione smentì fino ad oggi siffatta credenza. Il dubbio adunque non mira a ferir le intenzioni, ma guarda alle tristi conseguenze che potrebbero escire da un errore in buona fede commesso.

A questo è da rispondere.

La parola operajo non ha per noi alcuna indicazione di classe nel significato comunemente annesso al vocabolo: non rappresenta inferiorità o superiorità sulla scala sociale: esprime un ramo d'occupazione speciale, un genere di lavoro, un'applicazione determinata dell'attività umana, una certa funzione nella società: non altro. Diciamo operajo come diciamo avvocato, mercante, chirurgo, ingegnere. Tra codeste occupazioni non corre divario alcuno quanto ai diritti e ai doveri di cittadini. Ognuna d'esse dà soddisfacimento a un bisogno, tutte sono, più o meno, essenziali allo sviluppo comune. Le sole differenze che noi ammettiamo tra i membri d'uno Stato sono le differenze d'educazione morale. Un giorno, l'educazione generale uniforme ci darà una comune morale. Un giorno, saremo tutti operai, cioè vivremo tutti sulla retribuzione dell'opera nostra in qualunque direzione s'eserciti. L'esistenza rappresenterà un lavoro compito.

Ma codesto è l'avvenire: l'avvenire per cui lavoriamo. Il presente è diverso. E non movendo da esso, noi ci esporremmo a perpetuarlo, mentre intendiamo a mutarlo.

Il presente è diverso. Esistono in Italia, come dappertutto, due classi d'uomini: gli uni possessori esclusivamente degli elementi d'ogni lavoro, terre, credito, o capitali; gli altri, privi di tutto fuorchè delle loro braccia. Esiste in Italia come per ogni dove una educazione diversa per queste due classi, o meglio, esiste una educazione quale i mezzi individuali possono procacciarla, per la prima classe; non esiste educazione alcuna per la seconda. Sopra duecento allievi incirca segnati sui registri della Scuola italiana gratuita di Londra, centotrenta imparano a leggere.

Gli uomini della prima classe per conoscenza, gli uomini della seconda istintivamente desiderano egualmente l'Indipendenza e l'Unità Nazionale: in tutto il resto si separano.

Gli uomini della prima classe combattono per assicurare ed accrescere gli agi e le superfluità della vita; gli uomini della seconda combattono per assicurarsi la vita.

I primi vorrebbero conquistare maggior sviluppo e libertà d'applicazione al pensiero: i secondi, costretti a spendere dodici o quattordici ore della giornata in un lavoro quasi esclusivamente di braccia, vorrebbero conquistarsi possibilità di pensiero.

I primi, inceppati nell'esercizio delle loro facoltà, vilipesi dallo straniero, sottoposti all'arbitrio di principi stolti e malvagi, hanno principalmente bisogno d'una rivoluzione politica: i secondi affranti dalla miseria, tormentati dalla precarietà del lavoro e dall'insufficienza dei salarî, hanno principalmente bisogno d'un ordinamento sociale.

Le insurrezioni fino ad oggi tentate ebbero carattere esclusivamente politico: il lavoro attuale tende a far sì che la prima insurrezione porti carattere politico e sociale ad un tempo.

Ma per riescirvi sono necessarie due cose: l'una che i milioni i quali invocano un migliore ordinamento sociale esprimano i loro bisogni; l'altra che i migliori o i più tra gli uomini componenti la prima classe simpatizzino coll'espressione di quei bisogni e intendano la necessità di riunirsi a soddisfarli concordemente.

La prima è necessaria perchè le rivoluzioni non prevengono, non indovinano i bisogni dei popoli, ma li concretano, li traducono in fatti, li riducono a legge. La seconda è necessaria, perchè altrimenti le rivoluzioni si ridurrebbero a guerre civili nelle quali la decisione qualunque siasi, a qualunque parte spetti il trionfo, è pur sempre questione di forza e sostituisce una tirannide all'altra.

E l'unica via da seguirsi per ottenere queste due cose è l'ordinamento in associazione degli uomini che invocano il mutamento sociale.

La nazione intera ha bisogno di sapere ciò che gli operai, cioè i milioni d'uomini che vivono del proprio lavoro senza possedere gli elementi del lavoro, patiscono, accusano, invocano.

La nazione ha bisogno di sapere ciò che gli operai non vogliono: tanti strani sistemi, pericolosi, sovversivi, hanno occupato le menti a' dì nostri, che giova conoscere non solamente ciò che l'uomo crede, ma ciò in che non crede.

Gli operai hanno bisogno di consultarsi per conoscere e calcolare le proprie forze, per concordare intorno ai rimedî che possono porre un termine ai loro mali, per raccogliere i mezzi necessarî ad esprimerli colla stampa e a dare un principio almeno d'educazione a quei tra' loro fratelli che ne sono assolutamente mancanti.

Considerazioni siffatte hanno dato origine alla formazione d'una sezione composta esclusivamente d'operai nell'Associazione nazionale.

Quando l'Italia vedrà riuniti in un corpo, schierato sotto la bandiera nazionale e pronto a commettersi alle battaglie della patria, i suoi operai, e udrà da essi medesimi l'espressione riposata, pacifica de' loro bisogni, l'Italia non accuserà più di freddezza e d'inerzia le sue moltitudini e intenderà il perchè si rimasero, nei tentativi passati, anzi spettatrici che attive. Quando gli operai ordinati, forti di convinzioni uniformi, stretti in unità di volere, militeranno nell'Associazione nazionale, non solamente come cittadini, ma come operai, non dovranno più temere d'esser delusi nelle loro giuste speranze e di vedere le rivoluzioni consumarsi in questioni di forme meramente politiche a benefizio d'una sola classe.

Senza ciò non v'è da sperare. Le insurrezioni, ignare de' bisogni speciali e delle esigenze dei diversi elementi che compongono lo Stato, formeranno il loro programma dai voti comuni a tutti, promulgheranno diritti politici inefficaci e nulla più. La storia degli ultimi cinquant'anni parla evidente in proposito.

Braccia d'operai conquistarono la Bastiglia: che cosa ottennero dalla rivoluzione francese? Braccia d'operai rovesciarono il trono di Carlo X: cosa ottennero le moltitudini dall'insurrezione del 1830? Le associazioni, che prepararono in Italia il terreno ai movimenti del 1831, erano popolate d'operai: quali provvedimenti furono, non dirò presi, ma indicati da lungi alla speranza delle classi operose, perchè i padri si confortassero nell'idea che sorriderebbe ai figli un migliore avvenire? Gli operai delle città di provincia decisero in Inghilterra nel 1831 la questione della riforma: perchè i pochissimi miglioramenti che originarono dal bill conquistato non fruttarono che alle classi medie? Mancava agli operai un ordinamento speciale; mancava quindi l'espressione regolare, insistente, imponente de' loro bisogni. L'operajo si frammise a movimenti originati e diretti dalle classi medie, si confuse nelle vaste fila della Carboneria, scese in piazza a combattere, com'uomo, come cittadino, non come operajo. Venne in ajuto, come cifra numerica aggiunta alla lotta, non come elemento dello Stato, a classi che erano col fatto ordinate da secoli, e considerate da secoli come elementi della società. Accettò quindi necessariamente il loro programma, non diede il suo. S'anche, avvedendosi che i diritti politici senz'altro non gli fruttavano, egli avesse, il dì dopo aver combattuto, esposto i proprî bisogni, era tardi: voce non collettiva ma d'individui, il rumore che menavano le classi ordinate istigatrici del movimento doveva disperderla, e la disperse. Perchè accusarne unicamente gli uomini di quelle classi? Perchè pretendere dalla natura umana come anch'oggi è, che insoddisfatta del presente, ricerchi i bisogni non espressi dell'avvenire?

La questione dell'ordinamento speciale degli operai italiani si riduce a questa: hanno o non hanno gli operai bisogni speciali ch'esigono provvedimento?

Gli operai—giova ripetere codeste cose—lavorano troppe ore della giornata, perchè non ne patisca la loro salute e perchè non vi sia per essi impossibilità assoluta d'educare, come conviensi ad ogni umana creatura, l'intelletto e l'anima loro. Gli operai sono generalmente troppo mal retribuiti perch'essi possano schermirsi, coi risparmî, dalla miseria per sè e per le loro famiglie ne' tempi di crisi, e dall'ospedale o dal workhouse nella vecchiaja. Gli operai sono lasciati senza riparo, dacchè le coalizioni, anche negli Stati mezzo-liberi, sono punite, all'arbitrio di chi li impiega e alle diminuzioni dei salari, provocate dagli effetti della concorrenza crescente. Gli operai sono continuamente esposti alla mancanza assoluta di lavoro, cioè alla fame, per le frequenti crisi commerciali che l'assenza di direzione generale all'attività industriale fa inevitabili. Gli operai sono, dalla natura della loro mercede incapace d'aumento progressivo comunque il guadagno de' padroni proceda, ridotti alla condizione di macchine, condannati ad una ineguaglianza perpetua, avviliti in faccia a sè stessi e ai loro fratelli di patria. Gli operai sono, per tutte queste cagioni, sottoposti a tutti gli obblighi della società dove vivono, dal tributo che le imposte indirette prelevano sui sudori delle loro fronti fino al sagrificio della vita che le guerre della patria esigono, senza giovarsi d'un solo de' suoi benefizî.

A condizioni siffatte i rimedî meramente politici non bastano: e nondimeno, le rivoluzioni saranno sempre meramente politiche finchè saranno fidate all'impulso unico delle altre classi. Le loro condizioni sono radicalmente diverse: perchè faticherebbero a provvedere a bisogni ch'essi non provano e che non hanno espressione collettiva da chi li prova? E chi mai se non chi li prova può esprimerli efficacemente? Quando in Francia una legge sugli zuccheri ferisce gli interessi commerciali, a chi se non alle Camere di commercio spetta ammonire e protestare contr'essa? Chi sogna separazione di classi e aristocrazia mercantile, perchè le Camere di commercio ammoniscono e protestano?

Operai italiani, arrossite del vostro nome? arrossite dell'ufficio al quale adempite nella società? I padri vostri non ne arrossivano. Quando Firenze era libera, repubblica nota e rispettata in Europa, i vostri padri si ordinavano per arti e mestieri, si chiamavano alteramente lanajuoli, setajuoli, conciatori di pelli, si raccoglievano sotto i loro gonfaloni ad esprimere i loro bisogni e la loro volontà. Diffidereste in oggi degli uomini che vi chiamano ad ordinarvi per raggiungere quella eguaglianza che non esiste finora per voi, e che nessuno finora ha tentato darvi, solo perchè l'ordinarvi a un lavoro speciale implica che voi non l'avete raggiunta? Se voi preferite il nome alla cosa—se vi pare che il confondervi in un lavoro esclusivamente politico coi vostri concittadini, sulla terra straniera, senza indizio delle vostre condizioni presenti, sia da preferirsi al tentare un riordinamento sociale che vi darà, quando che sia, nella vostra patria, non diritti nominali, ma esercizio reale di diritti e doveri cittadineschi,—rimanetevi separati da noi. Dove no, fate senno. Fate senno degli esempî patrî; fate senno, poichè pur troppo voi guardate anch'oggi con più attenzione alle cose altrui che non alle vostre, degli esempî stranieri. A che son dovuti i progressi che la questione sociale ha fatto da dieci anni in Francia ed in Inghilterra, se non alle associazioni degli operai? Da che deriva la tendenza abituale in oggi negli organi della classe media a discutere i punti, negletti dieci anni sono, del miglioramento delle classi povere e dell'ordinamento del lavoro, se non dai giornali che in Francia ed in Inghilterra gli operai stessi dirigono?[88] Sarete illusi sempre e sempre traditi, operai italiani, finchè non seguirete siffatti esempî, finchè non intenderete che prima di partecipare nei cangiamenti politici cogli altri elementi, l'elemento del lavoro ha da ottenersi cittadinanza nello Stato, ch'oggi non l'ha, e che a conquistarla è indispensabile l'associazione.

Operai italiani, che avete mosso il dubbio intorno al quale abbiamo tenuto discorso, le vostre intenzioni sono pure; il vostro sospetto è sospetto d'uomini che sentono l'importanza del principio d'eguaglianza sul quale deve indispensabilmente fondarsi l'edifizio futuro e tremano di vederlo guasto o falsato. Ma badate ch'altri, più diffidente della natura umana che noi non siamo, non lo interpreti diversamente, e non v'accusi d'una vanità meschinissima, ostile al principio che predicate: badate a non screditare per voi stessi l'ufficio ch'esercitate nella società, lasciando pensare che voi ne arrossite: badate a non fare che i vostri nemici possano dire: vedete? essi si dichiarano apostoli d'una società fondata sul lavoro, e vergognano di vivere sul lavoro delle loro braccia. Voi siete il nucleo della nazione futura. Non la tradite, rinegandone il principio fondamentale. Andate nobilmente alteri del vostro nome: verrà tempo che tutta quanta la nazione lo adotterà. Scrivete sulla vostra bandiera lavoro, e rannodatevi intorno ad essa per riscattarla dal dispregio in che secoli l'hanno tenuta. In faccia alla Democrazia, quella parola, base d'ogni società popolarmente ordinata, racchiude la più alta malleveria dell'eguaglianza che voi cercate: in faccia a quella parte della nazione che non è conquistata ancora alle credenze democratiche, voi nuocereste deliberatamente alla nostra causa se lasciaste mai sospettare che il nome Operajo, segno del vostro ufficio nella società, cova, anche nell'animo vostro, un germe d'ineguaglianza che v'induce a sopprimerlo. Quando, a mezzo il secolo XVI, un satellite di Filippo II re di Spagna chiamò, deridendo, gl'insorti dei Paesi Bassi una mano di spiantati (les gueux), gl'insorti accettarono quel nome, lo scrissero sulle loro ciarpe, sulle loro bandiere, lo fecero suonar alto per ogni dove, e tredici anni dopo, la fondazione delle Sette Provincie Unite cangiava lo scherno in rispetto e timore. Il vostro nome, operai, racchiude ben altro che non il nome applicato per disprezzo dal satellite di Filippo II agli insorti de' Paesi Bassi; tanto più vi mostrerete inferiori al concetto dell'epoca e, concedeteci il franco linguaggio, spregevoli, se invece d'inorgoglirvene, pensaste a dissimularlo.

E ascoltate un'altra parola. Siete deboli finora e pochi e dispersi. La vostra voce fu muta nei tentativi passati. I vostri bisogni non furono neppure avvertiti. In faccia alla nazione, in faccia all'estero, siete ignoti finora. Non inceppate con sospetti, con dubbî, con divisioni inopportune, l'Associazione che riconosce prima i vostri diritti, che prima s'assume di far intendere la vostra voce, di predicare i vostri bisogni; non ne rallentate l'azione con discussioni intorno a nomi e minuzie che mal si concederebbero a chi avesse già corso mezzo il cammino. Siate forti prima; discuterete più dopo. Concentratevi nell'Associazione; quanto più numerosi sarete, tanto più avrete modo di perfezionarla e di cancellarne gli errori che accompagnano ogni opera umana. Dall'esame dei fatti e degli scritti dell'Associazione, dall'esame della vita degli uomini che la dirigono, accertatevi dei principî della prima, delle intenzioni dei secondi: questo è non solamente diritto, ma debito vostro; dove bensì troviate giusti i principî, pure le intenzioni, non siate, in oggi, troppo esigenti. Ricordatevi che le obbiezioni sono facili, ma il fondare è difficile. Ricordatevi che spesso la vanità impotente a fare, s'appaga, senza riflettere alle conseguenze, in disfare. Non vi lasciate svolgere, per vani e ingiusti sospetti, da ciò che più importa, costituirvi, ordinarvi, conquistar forza. Dite a quei che tentassero sviarvi dall'Associazione: «cos'è che ponete in sua vece?» Tutti i consigli ch'essi possono darvi furono già praticati e non vi condussero a miglioramento alcuno. Ma noi non possiamo, anche volendo, tradirvi. Riuniti in un corpo; chi può tradirvi? Avete combattuto finora pel programma dell'altre classi: date oggi il vostro e annunziate collettivamente che non combatterete se non per quello. Siete cittadini italiani, e come tali volete l'unità, l'indipendenza, la libertà della patria e i diritti politici che spettano a tutti i vostri fratelli, qualunque sia il modo della loro attività nel lavoro comune: appartenete dunque all'Associazione nazionale. Siete operai italiani, e come tali avete bisogni speciali ed esigete rimedî speciali senza i quali i diritti politici tornerebbero per voi un'amara ironia: ordinatevi dunque tra voi perchè l'espressione di quei bisogni e l'indicazione di quei rimedî sian note all'Associazione e per mezzo dell'Associazione alla nazione italiana. Credete a noi. Chi vi tiene linguaggio diverso, o s'inganna o v'inganna.


RICORDI

DEI

FRATELLI BANDIERA

E DEI LORO COMPAGNI DI MARTIRIO IN COSENZA

il 25 luglio 1844

DOCUMENTATI COLLA LORO CORRISPONDENZA.

Et si religio jusserit, signemus fidem sanguine.
(Santa Caterina.)


A

JACOPO RUFFINI

MORTO MARTIRE DELLA FEDE ITALIANA, NEL 1833.

A te, fratello mio d'amore, io dedico, venerando, queste poche pagine scritte col nome tuo sulle labbra, colla santa tua imagine davanti agli occhi dell'anima. Io non trovo qui sulla terra, fra quei che hanno concetto di fede e costanza di sacrificio, creatura che ti somigli.

M'ami tu sempre come, vivendo della vita terrestre m'amavi? Io non mi sento ora, poi che tu se' fatto angiolo, degno di te; ma due o tre volte nella mia vita dacchè il martirio ti trasformava, quando tra le sciagure della mia patria e le delusioni dell'individuo, io sentiva il dubbio infernale sfiorare, senza vincerla, l'anima mia, ho pensato che la tua preghiera intercedeva per me, e che la potenza di fede indomita, eterna, d'onde io traeva subitamente forze a combattere, era un bacio delle tue sante labbra sulla fronte del tuo povero amico.

Dammi, oh dammi ch'io non disperi! Dalla sfera ove oggi tu vivi d'una vita più potente d'intelletto e d'amore che non è la terrena, e dove i nuovi martiri della fede italiana salivano poc'anzi a incontrarti, tu preghi con essi a Dio padre ed educatore, perchè s'affrettino a compiersi i fati ch'Ei prefiggeva all'Italia. Ma se mai la luce dubbia, ch'io saluto talora indizio dell'alba, non fosse che luce di stella cadente;—se lunghi anni di tenebre e di sconforto devono ancor passar sull'Italia prima che si rivelino ad essa le vie del Signore:—per l'amore ch'io t'ho portato e ti porterò, fa che il tuo povero amico pensi ed operi, viva e muoja incontaminato; fa ch'egli non tradisca mai, per intolleranza di patimenti o per amarezza di delusioni, il culto all'eterna idea, Dio e l'Umanità interprete progressiva della sua legge; e fa ch'egli possa, nella serie delle vite assegnate alla creatura, incontrarti senza che tu debba velarti, arrossendo, dell'ali, e pentirti dell'affetto che in lui, sulla terra, ponesti.

Londra, ottobre 1844.


«Ma se nella tempesta, ch'io sto combattendo, soccombo, onde non lasciare a' miei cari vergogna dall'avermi amato, non negate di dare alla mia memoria un fiore che la depuri dall'infamia che i nostri tiranni non mancheranno certamente d'applicarle.»

(Attilio Bandiera, Lett. del 14 nov. 1843.)

«Addio; addio. Poveri di tutto, eleggiamo voi nostro esecutore testamentario per non perire nella memoria dei nostri concittadini.»

(Emilio Bandiera, Lett. del 10 marzo 1844.)

Io scrivo queste pagine per obbedire all'ultimo voto dei fratelli Bandiera, e perchè gli Italiani sappiano quali uomini fossero quei che morirono per la libertà della patria, il 20 luglio 1844, in Cosenza. E le scrivo ora, mentre io avrei per più ragioni desiderato adempiere all'obbligo mio alcuni anni più tardi, perchè le gazzette austriache e le polizie italiane hanno diffuso e diffonderanno intorno a quei nomi asserzioni riecheggiate dai molti vili e dai moltissimi stolti, che tendono a calunniare, non dirò i vivi—che importa a noi di siffatte accuse?—ma la fama di martiri che gl'Italiani non dovrebbero nominare, se non prostrati, adorando. Fu detto che mal si tenta con venti uomini la libertà dell'Italia, e che l'entusiasmo, quando non è regolato da' freddi calcoli della ragione, tocca i confini della follìa e nuoce alla causa che vorrebbe promuoversi. Fu detto che i Bandiera entrati nella cospirazione Italiana per impulso altrui, furono sedotti, spronati all'impresa di Calabria come a iniziativa d'insurrezione architettata da esuli agitatori, anzi segnatamente da me che scrivo e da un amico mio intimo risiedente a Malta, Nicola Fabrizi. E dietro a quelle asserzioni deliberatamente bugiarde, vengono le conseguenze affrettate che dichiarano l'Italia impotente a fare da per sè, disastroso ogni tentativo, reo d'imprudenza o peggio qualunque predichi o promuova azione: vergogna de' tempi e d'uomini che non sapendo esser forti e pur non volendo apparire codardi, seminano sistematicamente sconforto per timore d'essere chiamati all'opre dai loro fratelli. Intanto l'anime giovani si sfrondano più sempre d'affetti generosi e di riverenza ai pochi devoti; le menti, invece d'affratellarsi operose in un concetto di tremenda unità, s'arretrano, sviandosi in un'anarchia che conduce all'inerzia, davanti al sospetto di tutto e di tutti; e i nostri padroni sogghignano, e sprezzano.

I pochissimi de' quali avrei caro il suffragio, sanno che io non ordinerei mai spedizioni armate senza dividerne in un modo o in un altro i pericoli: degli altri i dieci anni or decorsi m'hanno insegnato a non curar più che tanto. Ho troppi dolori sull'anima, perchè le scalfitture della calunnia vi possano; e per morire senza rimorsi, parmi che basti trovarsi in pace colla propria coscienza e con Dio. A me dunque poco importa di quelle accuse; nè, se importasse, vorrei scendere, profanando, a lunghe difese e recriminazioni in queste pagine sacre alla memoria d'uomini superiori a tutti noi quanti siamo. Ma importa a noi tutti che la fama dei Bandiera e dei loro compagni scenda pura, incontaminata d'errori, a quei che verranno: importa che i nostri giovani possano venerare in essi i martiri non i settari: importa che tutti, amici o nemici, sappiano, a conforto o terrore, come l'idea nazionale italiana frema oggimai spontanea ingenita, senza bisogno d'impulso estranio, anche nel petto degli uomini che, vincolati all'insegna straniera, hanno contro, oltre i più gravi pericoli, le abitudini della disciplina militare, l'influenza d'esempî domestici, l'isolamento, e il sospetto de' loro concittadini. E a questo, spero, provvederanno i pochi frammenti[89] di lettere ch'io pubblico in questo scritto. Gli autografi stanno presso di me, e li serbo religiosamente come reliquia dell'anime più candide, più nobilmente temprate, e sante di umore e di sagrificio, che a me fosse dato d'incontrare, da dieci anni e più sulla terra.

Attilio ed Emilio Bandiera, nati Veneti, figli del barone Bandiera, contr'ammiraglio delle forze navali austriache, e noto all'Italia per la cattura sul mare, nel 1831, degli uomini che, imbarcatisi sotto l'egida della capitolazione d'Ancona, veleggiavano verso la Francia, avevano, fin da' primi tempi spesi nelle cure della milizia, afferrato e venerato il concetto nazionale italiano, e s'adoperavano, più anni innanzi al primo loro contatto con esuli o congiurati dell'interno d'Italia, a prepararsi le vie di tradurre il concetto in azione. Nella seconda metà del 1842, mi giunse da Smirne una lettera con data del 15 agosto, firmata di nome evidentemente non vero, che diceva:

«Signore,—È da diversi anni che ho preso a stimarvi e ad amarvi, perchè intesi esser voi da riguardarsi qual capo dei generosi che nella presente generazione rappresentano la nazionale opposizione alla tirannide e agli altri conseguenti vituperî che spietatamente contaminano l'Italia. So che siete il creatore d'una patriotica società che chiamaste della Giovane Italia; so che scriveste sotto lo stesso titolo un giornale diretto a propagarne le massime, ma nè d'esso nè d'alcun'altra vostra opera mi venne mai fatto di procurarmi, ad onta dell'ardente mio desiderio, una copia; soltanto, son pochi giorni, pervenni ad avere i numeri primo e secondo del vostro Apostolato Popolare, e mi riescivano tanto preziosi in quanto che alla dolce soddisfazione di vedere da un uomo come voi pubblicati gli stessi miei principî politici, si aggiunge l'altro non meno cospicuo vantaggio di un modo, comunque indiretto, per farvi giungere questa mia. Il vostro indirizzo io cercava trovarlo da più d'un anno, non pretermettendo per ciò alcun tentativo; e tra questi non sarà forse inutile di citarvi l'aver io incaricato un mio amico, che pel corrente agosto o prossimo settembre doveva per qualche giorno approdare in Inghilterra, di fare il possibile onde recarsi a Londra per colà scoprire il vostro alloggio, abboccarsi con voi, darvi contezza di me, e annunciarvi che con vostro permesso, dietro le sue informazioni, io presto intraprenderei un carteggio nello scopo di utilmente servire la nostra patria. Prima però d'entrare in sì delicato argomento, so che mi corre l'obbligo di darvi qualche nozione personale di me, perchè voi poi in seguito non abbiate a lagnarvi d'esservi troppo avventatamente confidato con un ignoto. Se l'amico di cui scrissi qui sopra avrà eseguito la mia commissione, voi avrete da lui a quest'ora rilevato il vero mio nome. Ma il di lui soggiorno in Inghilterra deve essere così breve e assediato di tanti incarichi, che pur troppo temo fortemente ch'egli non avrà potuto soddisfare all'impegno assuntosi. E in quel caso, io mi riserbo di palesarvelo colla prima sicura opportunità che potrà presentarsi.

«Sono Italiano, uomo di guerra, e non proscritto. Ho quasi trentatré anni. Sono di fisico piuttosto debole; fervido nel cuore, spessissimo freddo nelle apparenze. Studiomi quanto più posso di seguitar le massime stoiche. Credo in un Dio, in una vita futura, e nell'umano progresso: accostumo ne' miei pensieri di progressivamente riguardare all'umanità, alla patria, alla famiglia ed all'individuo; fermamente ritengo che la giustizia è la base d'ogni diritto; e quindi conchiusi, è già da gran tempo, che la causa italiana non è che una dipendenza della umanitaria, e prestando omaggio a questa inconcussa verità, mi conforto intanto delle tristizie e difficoltà dei tempi colla riflessione che giovare all'Italia è giovare all'Umanità intera. Sortito avendo un temperamento ardito egualmente nel pensare come pronto all'eseguire, dal convincermi della rettitudine degli accennati principï, al risolvere di dedicar tutto me stesso al loro sviluppo pratico, non fu quindi che un breve passo. Ripensando alle patrie nostre condizioni, facilmente mi persuasi che la via più probabile per riescire ad emancipar l'Italia del presente suo obbrobrio, consisteva forzatamente nel tenebroso maneggio delle cospirazioni. Con quale altro mezzo infatti che con quello del segreto può l'oppresso accingersi a tentar la sua lotta di liberazione? . . . . . . . . . . . . . .

Intanto, fu sempre, da quando mi dedicai a tentare il bene della patria, mia idea fondamentale che tutti quelli che vanno in cerca dello stesso fine, dovessero per assoluta necessità, prima di nulla intraprendere allo scoperto, studiarsi d'entrare in relazione onde conoscersi a vicenda, unire le proprie forze, e formolare i singoli pensieri a quella formola d'unità senza la quale presto o tardi la dissensione succede e rovina ogni meglio fondata speranza. Ed è perciò che tanto anelo di farvi giungere un mio scritto, e la recente lettura del vostro Apostolato mi confermò vieppiù in questa determinazione. Io vengo a ripetervi le vostre stesse parole: Consigliamoci, discutiamo, operiamo fraternamente. Non isdegnate la mia proposta. Forse, troverete in me quel braccio che primo nella pugna che s'appresta osi rialzare il rovesciato stendardo della nostra indipendenza e della nostra rigenerazione. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . »

Questa lettera era del maggiore de' due fratelli, Attilio. L'amico ch'egli aveva incaricato d'una comunicazione verbale, fece quanto gli era commesso, ed era Domenico Moro, nato egli pure Veneto, luogotenente sull'Adria, e caduto martire in Cosenza co' suoi fratelli di armi e di fede.

Il 28 marzo 1844, in una lettera scritta dopo la fuga, Emilio Bandiera compiva l'esposizione delle credenze politiche nazionali che dirigevano Attilio e lui. «Mio fratello ed io—diceva—convinti del dovere che ogni Italiano ha di prestar tutto sè stesso a un miglioramento di destini dello sventurato nostro paese, cercammo ogni via per unirci a quella Giovine Italia che sapevamo formata ad organizzare l'insurrezione patria. Per tre anni i nostri sforzi riuscirono inutili; i vostri scritti non circolavano più in Italia; i governi vi dicevano separati e fiaccati dal mal esito della spedizione di Savoja... Senza conoscere i vostri principî, concordavamo con essi. Noi volevamo una patria libera, unita, repubblicana: ci proponevamo fidare nei soli mezzi nazionali: sprezzare qualunque sussidio straniero e gittare il guanto quando ci fossimo creduti abbastanza forti, senza aspettare ingannevoli rumori in Europa. . . . . . . . . . . . . . »

E a queste idee intorno ai modi di redimere la Nazione, i due fratelli accoppiavano una serie di previsioni concernenti il futuro ordinamento europeo, ch'essi stringevano per me nei pochi rapidi cenni ch'io qui trascrivo:

«Noi consideriamo l'Europa come riordinata in grandi masse popolari che avranno inghiottito molte delle odierne così spesso irragionevoli suddivisioni politiche. Così noi antiveggiamo il popolo Spagnuolo ed il Portoghese fusi in una sola nazione: la Francia appoggiante del tutto i suoi confini orientali al Reno e quindi assorbendo il Belgio: la Germania costituita in una sola nazione e ingrandita coll'Olanda e colla Danimarca continentale: la Svezia aumentata essa pure delle vicine isole Danesi e della Finlandia; la Polonia risorta e forte come ai tempi del generoso Sobieski: la Russia possibilmente divisa in due: la Valacchia, la Servia, la Bulgaria, la Croazia, l'Erzegovina, il Montenero e la Dalmazia riunite in una nazionalità Illirica o Serba: l'Ungheria colle presenti sue dipendenze, più la Moldavia e la Bessarabia: la Grecia aumentata della Tessaglia, della Macedonia, dell'Epiro, dell'Albania, della Romelia, di Candia e più tardi dell'Ionio.

«Da questo quadro, tralasciando l'Occidente, ove pure si avrebbero tanti aderenti, e mirando soltanto alla parte di Levante, presto si deduce che Polonia, Ungheria, Grecia, Serbia ed Italia hanno interessi comuni contro la Russia, l'Austria e la Turchia: non si collegheranno mai dunque abbastanza quei popoli contro i loro governi, e se una volta avvertiti di questa verità, cominciassero ad agire conseguentemente, la lotta cesserebbe tosto d'essere così ineguale come sembra a prima vista. Ogni Polacco, Ungherese, Serbo, Greco, Italiano, che ama il bene della propria patria e per essa quello dell'Umanità intera, lavori dunque indefessamente a sempre più propagare questa plausibile politica. Le suddette nazionalità confederate son tutte ancora nella mente degli ideologi, e tra esse la Grecia può dirsi la più inoltrata: conviene dunque insinuarle di non arrestarsi sulla via gloriosa e profittevole che le s'apre dinanzi, ma fidare nelle proprie forze, nelle simpatie che la circondano, nella giustizia della sua causa, e non soddisfatta delle ristrette concessioni d'un governo imperfettamente rappresentativo, spingersi avanti animosa, spiegare di nuovo la bandiera dell'unione e dell'indipendenza, e liberare dal mal fermo giogo del tiranno del Bosforo le popolazioni che devono appartenerle. Allora comincierà l'omai resa inevitabile guerra dei popoli contro i re; e per essa la vecchia Europa sarà interamente rifusa. Allora gli assassinî di Rigas e d'Ypsilanti verranno dagli Italiani vendicati; e forse gli Ungheresi, oggi nostri oppressori, nostri fratelli allora, laveranno l'onta del presente ajutando a vendicare quei di Menotti e Ruffini. Allora la Polonia e l'Italia, sorelle da tanto tempo per la somiglianza delle patrie sventure, non combatteranno più inutilmente sotto le insegne d'un apostata, ma riunite ne' loro sforzi pugneranno per Dio, per la giustizia, per l'umanità, e per la patria.»

Non tutte forse le idee sul rimaneggiamento europeo contenute in questo frammento son vere; ma tutte rivelano un giusto concetto delle tendenze che domineranno il futuro, e spirano un alito di quella fede che sola può santificare le rivoluzioni e liberarle dai pericoli dell'anarchia e delle delusioni amarissime che comprano a prezzo di sangue mutazioni di nomi alle cose e non altro. Dio, la Patria, l'Umanità: su questi tre termini i Bandiera edificavano tutta la loro credenza politica. Dalla nozione di Dio desumevan l'unità e la vita collettiva della razza umana, la legge di sviluppo progressivo ed armonico imposta al Creato e la santa teorica del Dovere fidata come regolatrice de' suoi atti alla creatura. Dalla nozione dell'Umanità interprete e applicatrice progressiva di quella legge, traevano i caratteri della missione assegnata alla Nazione, alla Patria; dal concetto della Patria i caratteri della missione assegnata all'individuo. E a queste idee che il secolo ha conquistato penosamente per mezzo a lunghi errori e sacrificî di sangue, e che in essi, isolati per forza di circostanze dal moto intellettuale europeo, erano visioni dell'anima vergine, potente d'entusiasmo d'amore, i Bandiera accoppiavano un culto religioso d'azione incessante rinfiammato dal pensiero che lo stendardo sventolante ad essi sul capo, e del quale le apparenze li accusavano difensori, era l'Austriaco: pareva ad essi che spettasse ad uomini del Lombardo-Veneto iniziare l'impresa italiana e ferire il nemico nel core. Questa speranza era l'anima della loro vita. Amavano ambi con tenerezza la madre; ma di quell'amore che leva all'angiolo, non respinge fra i bruti, di quell'amore che confessa suo primo debito far del core un tempio a' più alti e nobili affetti, purificandolo d'ogni egoismo e consacrandolo al Giusto, al Bello, e all'eterno Vero. Attilio era marito e padre; ma la missione da Dio commessagli d'educare un'anima al bene gli era di sprone, anzichè di ritegno, all'impresa; e la donna del suo core, oggi morta, come dirò, di dolore, era degna di lui e partecipe, quanto conveniva, de' suoi segreti.

Dalla corrispondenza dei due fratelli con me da quel primo giorno sino alla loro fuga d'Italia, e dei disegni ch'essi maturavano a prò del paese io non posso, per ragioni che tutti intendono, dar conto alcuno. Ma dall'unico frammento, spettante alla fine del 1843, che mi sia dato, senza pericoli d'altri, inserire, apparirà come più potente di tutti meditati disegni fremesse fin d'allora nell'anima loro la febbre d'azione, d'azione personale, immediata, che decretava non molto dopo la loro morte in Calabria. «Il fermento insurrezionale in Italia—mi scriveva Attilio—dura, se debbo credere alle voci che corrono, tuttavia; e pensando che potrebbe ben essere l'aurora del gran giorno di nostra liberazione, mi pare che ad ogni buon patriota corra l'obbligo di cooperarvi per quanto gli è possibile. Sto dunque studiando il modo di potermi recare io stesso sulla scena d'azione. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . e, se non vi riescirò, non sarà certamente mia colpa. Sarebbe mio pensiero di costituirmi, giunto su' luoghi, condottiero d'una banda politica, cacciarmi ne' monti, e là combattere per la nostra causa sino alla morte. L'importanza materiale sarebbe, ben lo veggio, per questo fatto assai debole, ma molto più importante sarebbe l'influenza morale, perch'io porterei il sospetto nel cuore del più potente nostro oppressore, darei un eloquente esempio ad ogni altro che come me fosse legato da giuramenti assurdi ed inammissibili, e fortificherei quindi la fiducia dei nostri, deboli più che per altro, per mancanza di fede ne' proprî mezzi e per l'esagerata idea delle forze nemiche. . . . . . . . »

Quando Attilio mi scriveva (il 14 novembre) quelle parole e vagheggiava il partito estremo d'abbandonare elementi che potevano riuscire un giorno decisamente importanti all'insurrezione italiana, per cacciarsi disperatamente con pochi individui sull'Apennino, egli aveva già, quanto agli uomini d'oggi, il tarlo dello sconforto nell'anima. I lettori ricordano come dall'agosto al novembre del 1843 un fermento insolito, prodotto in parte da promesse inadempite da cospiratori, ma più assai dal mal governo e dalla naturale impazienza di un popolo tormentato, agitasse l'Italia centrale. E da quel fermento che poteva, tanto era energico e unanime, esser cominciamento dell'impresa italiana, e che, per errori e colpe da non discutersi qui, non fruttò se non morti, prigioni ed esiglio ai migliori, i Bandiera avevano tratto speranze e ardire come di chi sente vicini i tempi. Tra gl'indizî, emergenti dalla banda dei Muratori, d'un miglioramento nell'opinione circa i modi da tenersi nella guerra d'insurrezione, la risse continue fra popolani e pontificî nelle città di Romagna, e i rumori insistenti di moto imminente nell'Italia meridionale, essi, scesi a contatto con taluni fra gl'influenti, alle proposte d'azione, alcune importanti davvero e facilmente verificabili con pochi mezzi, ebbero risposta funesta di promesse per un tempo vicino, poi di dilazioni e illusioni senza fine fondate su piani vasti e ineseguibili: i pochi, meschinissimi ajuti in danaro negati. Cercavano l'entusiasmo che, raccolti una volta gli elementi a fare, è il più alto calcolo delle insurrezioni, e trovavano diplomazia: cercavano la lava ardente d'anime vulcanizzate e trovavano rigagnoletti d'acque tiepide volgenti a palude: il Fiat onnipotente di fede e di volontà, e udivano vocine di eunuchi susurranti computi d'aritmetica e di paura. Cominciava per essi quella trista esperienza che travolge tante nobili anime allo scetticismo, e che essi troncarono in un subito col martirio.

Di queste delusioni, sia per altezza d'animo, sia perch'ei temesse di ferire uomini che potevano essermi amici, Attilio tacque sempre con me. Ma in una lettera scritta dopo la fuga, il 28 marzo 1844, Emilio più giovane d'anni, e di natura, non dirò più candida, ma più aperta agli impulsi, si sfogava dicendomi: «Nell'autunno del 1843, la sollevazione dell'Italia centrale minacciava di farsi nazionale dove fosse stata soccorsa, e noi domandavamo un ajuto di 10,000 franchi, e in ricambio avremmo. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .—Non so di chi sia stata la colpa, ma noi non fummo soccorsi. Si sprezzò quasi una dimostrazione che avrebbe forse assicurato la vittoria, se non altro per l'esempio contagioso che la nostra diserzione avrebbe messo dinanzi a 40,000 Italiani che amanti del loro paese stanno contro lui vincolati da un vano giuramento. Intanto, noi ci eravamo esposti; non temevamo violenze, perchè un ordine imprudente di arresto (fosse stato pronunciato!) ne avrebbe suscitato difensori più del bisogno. Tutto finì: i Bolognesi fugati, gli arresti moltiplicati; e quasi per derisione, a noi frementi, a noi già troppo scoperti, si manda a dire, come se fossimo vegetabili, aspettate la primavera. Noi però non ci scoraggiamo. . . . . Io domandava per questo poche migliaia di franchi; mio fratello mi rispose che ognuno li negava! Intanto, il governo impaurito sospettava noi rivoltosi, e non osando farci arrestare con la forza, impiegava l'artifizio e richiamava in Italia mio fratello, facendolo in pari tempo osservare da spie e da' suoi tedeschi. Egli chiese anche una volta danaro, promettendo a fronte di tutti gli ostacoli tentare la sorte: non fu ascoltato; e alla vigilia della sua partenza per Venezia, fuggì, mentre io contemporaneamente lo facea da Trieste. . . . . . Ricadano i danni sui neghittosi che ci sprezzarono, sugli uomini che avvertiti da *** che in un mese noi saremmo perduti se prima del mese non ci si davano i mezzi d'operare, in capo al mese rispondevano freddamente: Non parliamo più de' tuoi amici. . . . . che a quanto mi scrivi devono a quest'ora esser perduti. Perdonate se io mi lascio andare a parlare altamente il linguaggio dell'abbandonato; lo fo perchè so che voi siete innocente degli indugi che ci hanno sacrificati: ma dite a coloro che ne furono consiglieri che quando la patria sarà liberata, io li accuserò al suo tribunale come cospiratori che cospirarono a prolungarne la schiavitù e il disonore.»

Ho trascritto deliberatamente, e checchè altri possa dirne o pensarne, queste parole, perchè toccano una piaga ch'io reputo mortale all'Italia, se la crescente generazione non fa di liberarsene ad ogni patto. È sorta negli ultimi otto o nove anni, fra coloro che si professano amatori della patria loro, una setta d'uomini che diresti avessero tolto ad impegno d'infamare gl'Italiani davanti a sè stessi ed ai popoli, non solamente come codardi, ma come codardi e millantatori. Influenti, taluni per condizione sociale o ricchezza, tutti per opinione di liberalismo forse sentito, ma di certo tiepidamente sentito—non privi d'ingegno, ma senza scintilla di genio e guasti dalle abitudini d'un'analisi gretta, sterile, cadaverica, tolta in prestito al secolo decimottavo—fermi irrevocabilmente nell'animo, tra per difetto di vera scienza rivoluzionaria, tra per paura, di non mai fare, ma pur vogliosi, per certo—essendo l'obbligo che corre a ogni uomo in Italia, d'essere e più di parere agitatori animosi—stanno fatalmente capi ed oracoli della gioventù buona della Penisola, e s'inframmettono inevitabilmente moderatori in ogni moto di malcontento popolare che minacci di tradursi in azione, in ogni ardito disegno degli uomini che amano davvero la patria e con animo deliberato di sacrificare ogni cosa più cara a farla libera e grande. Costoro, con tre o quattro adagi rubati all'aggrinzita, decrepita, diplomatica politica conservatrice e con certi ragionari ad arzigogolo ch'essi intitolano machiavellici e sono un insulto all'ingegno di Machiavelli, fanno l'uffizio della torpedine sull'anime più avide di vita e di moto. Quando il fremito non prorompe in segni manifesti e le proposte d'azione non partono se non dai pochi valenti a indovinare, anche latente, quel fremito, essi—ed è il meglio—armeggiano a viso aperto contro ogni possibilità d'insurrezione italiana se prima tutti i re non siano in guerra accanita fra loro e tutta Europa in fiamme da un capo all'altro: gemono la gioventù corrotta, il popolo ignorante, il clero onnipotente ed avverso: evocano, computando e ricomputando, sì che appajono tre volte tanti, gli 80,000 Austriaci che stanziano in Lombardia, più gli 80,000 che verranno dalla Boemia e dall'Ungheria, più gli 80,000 che verranno non si sa di dove. Ma quando il grido di sommossa è, come nell'anno or decorso quanto a una parte d'Italia, grido di popolo anzichè di pochi cospiratori ed essi temono ch'altri prenda il campo senza di loro, accettano—ed è il peggio—volonterosi in sembianza, in idea di fare, non serbandosi che il diritto di discutere il quando e il come. E allora sorgono—se l'agitazione è in autunno—le teoriche della primavera, quando i fiori sbucciano e i salassi giovano agli uomini, o—se l'agitazione è in primavera—le teoriche dell'autunno quando le piogge rigonfiano i torrentelli e le vigne fronzute proteggono le imboscate: allora s'affacciano da sostituirsi ai disegni semplici e logicamente rivoluzionarî degli uomini d'azione, disegni vasti, imponenti, magnifici, a' quali non manca—e lo sanno—se non di esser fattibili; disegni di metropoli sostituite a provincie, di fusioni d'elementi eterogenei, sostituite all'azione sicura e spedita di elementi omogenei, d'insurrezioni architettate a scocco d'oriuolo oggi in un punto, domani in un altro, il dì dopo in un terzo, ma in nessuno se non irrompe, per ostacoli impensati, in quel primo. Quindi, le dilazioni di quindicina in quindicina, di mese in mese. Intanto, il fermento che non può regolarsi a oriuolo si sfoga in ciarle, risse e sommosse microscopiche inutili, anzi dannose, all'intento, poi gradatamente s'acqueta; i molti giovani disposti all'opre, ma facili allo sconforto, cominciano a diffidare, a calcolare i pericoli ed a sviarsi; i pochi nati al martirio si cacciano disperatamente nella voragine delle imprese avventate, sperando di rompere coll'esempio gli indugi; e intanto i governi che vegliano col sospetto di chi ha il mane, thecel, phares di Dio davanti agli occhi dell'anima, imprigionano cautamente, tacitamente, or in una or in altra città, oggi uno, domani un altro degli uomini ch'essi temono, raccolgono le loro forze, raddoppian le spie, seminano terrori di scoperte, di tradimenti, d'interventi immediati d'eserciti forastieri:—finchè il tentativo, reso davvero impossibile, sfuma tra i lontani orizzonti d'un incerto futuro, i buoni si coprono, per rossore, la faccia, i tristi sogghignano, i deboli e quei che non sanno dichiarano utopia la risurrezione d'Italia, le madri piangono i morti sul palco, le iene delle polizie s'affrettano a sbranarne i cadaveri profanandone—se potessero—ai posteri la memoria, gli stranieri dicono: vorrebbero ma non s'attentano, i governi ciarlano per due mesi di concessioni probabili; e gli uomini della primavera, dopo avere, a scolparsi, scelto dentro o fuori—meglio se fuori e tra gli esuli—un irco emissario de' loro peccati e apposto impudentemente ordini, contrordini, imprudenze ed errori a chi probabilmente gridava tutto quel tempo alla gioventù: voi non farete mai nulla se prima non vi sgombrate ne' vostri consigli di siffatta genìa, ricominciano pacificamente i loro computi e ricomputi sugli 80,000 uomini austriaci moltiplicati per tre. Io a queste mie parole potrei fare un commento storico, e lo farò, ma non qui.

Le insurrezioni non si faranno ora nè mai in Italia per fusione, come dicono, d'elementi eterogenei tendenti ognuno a diverso fine ma uniti per rovesciare, quando per forza immutabile di logica a ognuno di questi fini corrisponde un metodo diverso d'azione;—nè per viluppo di vasti disegni lungamente premeditati a far sollevazioni simultanee in più parti e in un'ora prestabilita, perchè i governi ne avranno infallibilmente sentore e potranno sempre impedire;—nè, se non difficilissimamente, per iniziativa di metropoli dove il governo tiene naturalmente accentrati più mezzi di resistenza, di spionaggio e di corruttela, e dove un tentativo fallito riesce decisivo e dà legge d'inerzia a tutto il paese; nè finalmente per altezza di virtù cittadine o d'istruzione popolare impossibili dove non è patria, nè popolo, nè mezzo alcuno d'educazione se non gesuitica, o austriaca, o neo-cattolica—torna tutt'uno—e dove appunto si cerca l'insurrezione per far che nascano le virtù. Un popolo che fosse virtuoso davvero non avrebbe mai bisogno d'insurrezioni, perchè non sarebbe mai schiavo; ma i Francesi del 1789, gli Spagnuoli del 1808, i Greci del 1821 non erano meno corrotti di quel ch'oggi non siamo, e nondimeno fecero prodigi di valore e di sacrificio. L'insurrezione in Italia, s'avrà quando gli uomini vogliosi d'agire, credenti in un patto, intesi sui modi e sul fine, serrati a unità di falange, si prevarranno d'un fermento, nato spontaneo o creato, ma diffuso più o meno generalmente nella Penisola, per operare improvvisi, in nome di tutta Italia, a bandiere spiegate e cacciando via la guaina del ferro, sul punto dove la vittoria sarà meno contrastata e men dubbia. Dato un primo successo, dalla scelta dei cinque, dei tre, dell'uno chiamati a diriger la mossa, dipenderà lo spandersi e il vincere dell'insurrezione. Tutta la questione sta nel decidere se, per malcontento, per istinto di patria, per universalità d'opinione, il popolo d'Italia è maturo pel tentativo o non è. I Bandiera—ed io consentiva con essi—ritenevano che fosse maturo; però anelavano azione, e se gli uomini della primavera non erano, avrebbero agito.

Intanto erano sospetti e vegliati. E agli indizî che il governo austriaco andava colle sue spie raccogliendo s'aggiunsero, se credo ai Bandiera, l'arti d'un traditore. «Gravi avvenimenti per me—mi scriveva Attilio da Sira il 19 marzo—non meno che per la causa comune accaddero qui in Levante dalla seconda metà del gennajo in poi. Un certo T. V. Micciarelli, che voi già forse di fama conoscerete, denunziò ogni mia trama. . . . . . . Mi convenne obbedire, e infatti il 3 corrente partir doveva il bastimento che mi trasportava dove non è che luca; ma io per queste ed altre prove antecedenti istruito dell'animo perfido del Micciarelli, temendo che al primo suo colpo avesse a succederne un secondo men difendibile, aveva clandestinamente preparato la fuga, e al 29 del trascorso la cominciai, e dopo accidentata peregrinazione qui in questi ultimi giorni la compiei. A mio fratello ch'era anch'egli dal traditore conosciuto e che in Venezia trovavasi, ho per tempo dato cenno della mia determinazione, perchè la sua parte agisse conformemente, ma non ebbi per anco di lui nuova alcuna. Come sosterranno questa rovina mia madre e mia moglie, creature delicate, incapaci forse di resistere a grandi dolori? Ah! servire umanità e patria fu e sarà sempre, io spero, il primo mio desiderio, ma confessar devo che molto mi costa...» Quand'egli mi scriveva queste parole, la moglie era morta. Avvertita da Emilio del progetto di fuga, aveva, finchè l'esito rimanevasi dubbio, mantenuto il segreto e la forza d'animo necessaria a non tradire le inquietudini mortali che l'opprimevano; poi, saputo in salvo il marito, aveva ceduto al dolore: donna rara, al dir di chi la conobbe, per core, per intelletto e per bellezza di forme, vittima anch'essa, come Teresa Confalonieri, Enrichetta Castiglioni, e tante altre ignote a tutti fuorchè ai pochissimi che rimangono a piangerle, della fatale condizione de' tempi che non concede in Italia esercizio di virtù cittadine senza il doppio martirio di sè stessi e di chi più s'ama.

Emilio s'era, fuggendo, ridotto a Corfù, dove l'aspettava la più terribile fra le prove. Il governo austriaco, impaurito del fermento che la partenza dei due Bandiera avea desto nella sua flotta, temendo la virtù dell'esempio e più d'ogni altra cosa la fiducia che la rivelazione d'un elemento nazionale, fin allora non sospettato in mezzo alle forze nemiche, darebbe ai rivoluzionarî Italiani, cercava modo perchè il fatto apparisse piuttosto avventatezza di giovani traviati che proposito d'anime deliberate, e tentava le vie pacifiche. «L'arciduca Rainieri—mi scriveva Emilio il 22 aprile da Corfù—vicerè del Lombardo-Veneto, mandò uno de' suoi a mia madre, a dirle che ov'essa potesse da Corfù ricondurmi a Venezia coll'autorità che una genitrice deve saper conservare sopra un figlio, egli impegnerebbe la sacra sua parola che io sarei non solo assolto, ma tornato al mio grado, alla mia nobiltà, a' miei onori. Aggiungeva poter subito farsi mallevadore della mia impunità, come di giovane che gli empî perturbatori avevano traviato approfittando dell'inesperienza di venticinque anni, e che la medesima circostanza non potendo militare per mio fratello, la cosa sarebbe più difficile, però non dubbia, in riguardo alla clemenza di Ferdinando magnanimo suo nipote. Mia madre crede, spera, parte all'istante, e giunge qui dove vi lascio considerare quali assalti, quali scene debba io sostenere. Invano, io le dico che il dovere mi comanda di restar qui, che la patria mi è desideratissima, ma che allorquando mi moverò per rivederla non sarà per andarmene a vivere d'ignominiosa vita, ma a morire di gloriosa morte; che il salvacondotto mio in Italia sta ormai sulla punta della mia spada, che nessuna affezione mi potrà strappare dall'insegna che ho abbracciato, e che l'insegna d'un re si deve abbandonare, quella della patria non mai. Mia madre agitata, acciecata dalla passione, non m'intende, mi chiama un empio, uno snaturato, un assassino, e le sue lagrime mi straziano il cuore, i suoi rimproveri, quantunque non meritati, mi sono come punte di pugnale; ma la desolazione non mi toglie il senno; io so che quelle lacrime e quello sdegno spettano ai tiranni, e però, se prima non era animato che dal solo amore di patria, ora potente quant'esso è l'odio che provo contro i despoti usurpatori che per infame ambizione di regnare sull'altrui, condannano le famiglie a siffatti orrori. . . . . . Rispondetemi una parola di conforto: il vostro applauso mi varrà per mille ingiurie che a gara mi mandano i vili, gli stolti, gli egoisti, gli illusi.»

Tra i fatti—e non ne eccettuo il morire—che onoreranno il nome dei fratelli Bandiera tra i posteri, parmi che questo del rifiuto di sottomettersi, a fronte anche delle supplicazioni materne, sarà tenuto il più degno. E so di molti pur troppo che dissentiranno da me e avrebbero non solamente ceduto, ma adonestato il loro cedere di belle parole sugli obblighi del sangue, sulla onnipotenza dei moti del cuore e sugli affetti di famiglia anteriori e superiori ad ogni altro: frasi tutte che suonano commoventissime a chi non s'addentra, ma che a me pajono veramente significare: noi siamo egoisti che tentiamo inalzare l'egoismo a virtù. Oggi, generalmente parlando, non s'ama. L'amore, la più santa cosa che Dio abbia dato all'uomo come promessa di sviluppo di vita, s'è fatto, sotto l'ugne d'arpia del secolo profanatore, una lordura di sensi, un bisogno febbrile, un istinto di bruti: la famiglia, simbolo del modo con che si compie nell'universo l'incessante operazione di Dio e germe della società s'è convertita in una negazione d'ogni vocazione, d'ogni dovere sociale: il maschio e la femmina hanno cancellato l'Uomo e la Donna. Le povere madri in Italia, schiave anch'esse d'una tristissima educazione e nulle nell'ordinamento sociale, predicano trepidanti ai figli la sommessione al potente qualunque ei sia; i padri che sanno come al limitare d'ogni famiglia veglia una spia, li ammaestrano alla diffidenza e all'isolamento, e le fanciulle innamorate balzano di gioja quando alle loro istanze s'odono rispondere dall'amato: io vivrò per te sola; poi d'amanti beate di frenesie senza nome riescono per lo più infelicissime mogli, perch'io ho sempre veduto mariti pessimi e tiepidi amici i pessimi tra' cittadini.