Calabresi!
Al grido de' vostri fatti, all'annunzio del giuramento che avete giurato, noi attraverso ostacoli e pericoli, dalla prossima terra d'esilio siam venuti a schierarci fra le vostre file, a combattere le vostre battaglie ed ammirare la bandiera dell'Italia repubblicana, che avete coraggiosamente sollevata.—Vinceremo o moriremo con voi, Calabresi, grideremo come voi avete gridato, che scopo comune è di costituire l'Italia e le sue isole in nazionalità libera, una, indipendente; con voi combatteremo quanti despoti ci combatteranno, quanti stranieri ci vorranno schiavi ed oppressi. Calabresi, non è epoca remota quella in cui avete distrutto sessantamila invasori condotti da un Italiano, il più grande dei capitani di Napoleone; armatevi della energia di allora, e preparatevi all'assalto degli Austriaci, che vi riguardano loro vassalli, vi sfidano, e vi chiamano briganti.
Continuate, o Calabresi, nella generosa via, che avete dimostrato voler unicamente percorrere, e l'Italia resa grande ed indipendente, chiamerà la vostra la benedetta delle sue terre, il nido della sua libertà, il primo campo delle sue vittorie.
In nome degli esuli italiani sbarcati:
Attilio Bandiera,
Nicola Ricciotti,
Emilio Bandiera.
Beatissimo padre.
Londra, 8 settembre 1847.
Concedete a un Italiano, che studia da alcuni mesi ogni vostro passo con un'immensa speranza, di indirizzarvi, in mezzo agli applausi spesso pur troppo servili e indegni di voi, che vi suonano intorno, una parola libera e profondamente sincera. Togliete, per leggerla, alcuni momenti alle cure infinite. Da un semplice individuo animato di sante intenzioni può escire talvolta un grande consiglio; ed io vi scrivo con tanto amore, con tanto commovimento di tutta l'anima mia, con tanta fede nei destini del paese che può per opera vostra risorgere, che i miei pensieri dovrebbero esser la verità.
E prima è necessario, beatissimo padre, ch'io vi dica qualche cosa sul conto mio. Il mio nome v'è probabilmente giunto all'orecchio; ma accompagnato di tutte le calunnie, di tutti gli errori, di tutte le stolide congetture che le polizie per sistema e molti uomini del mio partito per poca conoscenza e povertà d'intelletto v'hanno accumulato d'intorno. Io non son sovvertitore, nè comunista, nè uomo di sangue, nè odiatore, nè intollerante, nè adoratore esclusivo di un sistema o d'una forma imaginata dalla mente mia. Adoro Dio e una idea che mi par di Dio: l'Italia una, angelo d'unità morale e di civiltà progressiva alle nazioni d'Europa. Qui e dappertutto ho scritto come meglio ho saputo contro i vizî di materialismo, d'egoismo, di riazione, e contro le tendenze distruggitrici che contaminano molti del nostro partito. Se i popoli sorgessero in urto violento contro l'egoismo e il malgoverno dei loro dominatori, io pur, rendendo omaggio al diritto dei popoli, morrò probabilmente fra i primi per impedire gli eccessi e le vendette che la lunga servitù ha maturato. Credo profondamente in un principio religioso, supremo a tutti gli ordinamenti sociali in un ordine divino che noi dobbiamo cercare di realizzare qui sulla terra; in una legge, in un disegno provvidenziale che dobbiamo tutti, a seconda delle nostre forze, studiare e promovere. Credo nelle ispirazioni dell'anima mia immortale e nella tradizione dell'umanità. Ho studiato la tradizione italiana e v'ho trovato Roma due volte direttrice del mondo, prima per gli imperatori, più tardi pei papi. V'ho trovato che ogni manifestazione di vita italiana è stata manifestazione di vita europea; e che sempre, quando cadde, l'Italia, l'unità, morale europea cominciò a smembrarsi nell'analisi, nel dubbio, nell'anarchia. Credo in un'altra manifestazione del pensiero italiano; e credo che un altro mondo europeo debba svolgersi dall'alto della città eterna ch'ebbe il Campidoglio ed ha il Vaticano. E questa credenza non m'ha abbandonato mai, per anni, povertà, delusioni e dolori che Dio solo conosce. In queste poche parole sta tutto l'esser mio, tutto il segreto della mia vita. Posso errare per intelletto, ma il core è sempre rimasto puro. Non ho mentito mai per paura o speranze, e vi parlo come se parlassi a Dio al di là del sepolcro.
Io vi credo buono. Non v'è uomo, non dirò in Italia ma in Europa, che sia più potente di voi. Voi dunque avete, beatissimo padre, immensi doveri: Dio li misura a seconda dei mezzi ch'ei concede alle sue creature. L'Europa è in una crisi tremenda di dubbî e di desiderî. Per opera del tempo, affrettata dai vostri predecessori e dall'alta gerarchia della Chiesa, le credenze son morte; il cattolicismo s'è perduto nel dispotismo: il protestantismo si perde nell'anarchia. Guardatevi intorno: troverete superstiziosi o ipocriti; non credenti. L'intelletto cammina nel vuoto. I tristi adorano il calcolo, i beni materiali: i buoni invocano e sperano: nessuno crede. I re, i governi, le classi dominatrici combatton per un potere usurpato, illegittimo, dacchè non rappresenta culto di verità, nè disposizione a sagrificarsi pel bene di tutti: i popoli combattono perchè soffrono, perchè vorrebbero alla volta loro godere: nessuno combatte pel dovere; nessuno, perchè la guerra contro il male e la menzogna è una guerra santa, la crociata di Dio. Noi non abbiamo più cielo: quindi non abbiamo più società.
Non v'illudete, beatissimo padre: questo è lo stato d'Europa. Ma l'umanità non può vivere senza cielo. L'idea società non è che una conseguenza dell'idea religione. Avremo dunque, più o meno rapidamente, religione e cielo.
L'avremo, non dai re e dalle classi privilegiate: la loro condizione stessa esclude l'amore, anima di tutte le religioni: ma dal popolo. Lo spirito di Dio discende sui molti, radunati in suo nome. Il popolo ha patito per secoli sulla croce; e Dio lo benedirà d'una fede.
Voi potete, beatissimo padre, affrettar quel momento. Io non vi dirò le mie opinioni individuali sullo sviluppo religioso futuro: poco importano. Vi dirò che qualunque sia il destino delle attuali credenze, voi potete porvene a capo. Se Dio vuole che rivivano, voi potete far che rivivano. Se Dio vuole che si trasformino; che, movendo dappiè della croce, dogma e culto si purifichino inalzandosi d'un passo verso Dio padre ed educatore del mondo, voi potete mettervi fra le due epoche e guidare il mondo alla conquista e alla pratica della verità religiosa, spegnendo l'esoso materialismo e la sterile negazione.
Dio mi guardi dal tentarvi coll'ambizione: mi parrebbe di profanar voi e me. Io vi chiamo, in nome della potenza che Iddio v'ha concesso, e non vi ha concesso senza perchè a compire un'opera buona, rinnovatrice, europea.
Vi chiamo, dopo tanti secoli di dubbio e di corruttela, ad essere apostolo dell'eterno Vero. Vi chiamo a farvi servo di tutti; a sacrificarvi, occorrendo, perchè la volontà di Dio sia fatta così sulla terra com'è nel cielo; a tenervi pronto a glorificar Dio nella vittoria o a ripetere rassegnatamente, se mai soccombeste, le parole di Gregorio VII: Muojo nell'esilio, perchè ho amato la giustizia e odiato la iniquità.
Ma per questo, per compiere la missione che Dio v'affida, vi sono necessarie due cose: esser credente e unificare l'Italia. Senza la prima cadrete a mezzo la via, abbandonato da Dio e dagli uomini; senza la seconda, non avrete la leva colla quale soltanto potete operare grandi, sante e durevoli cose.
Siate credente. Abborrite dall'essere re, politico, uomo di Stato. Non transigete coll'errore: non vi contaminate di diplomazia: non venite a patti colla paura, cogli espedienti, colle false dottrine d'una legalità che non è se non menzogna inventata quando la fede mancò. Non abbiate consiglio se non da Dio, dalle ispirazioni del vostro core e dall'imperiosa necessità di riedificare un tempio alla verità, alla giustizia, alla fede. Chiedete a Dio, raccolto in entusiasmo d'amore per l'umanità e fuor d'ogni altro riguardo, ch'ei v'insegni la via: poi ponetevi per quella colla fiducia del trionfatore sulla fronte, coll'irrevocabile decisione del martire. Non guardate a diritta o a sinistra, ma davanti a voi ed al cielo. Ad ogni cosa che incontrate fra via, domandate a voi stesso: è questo giusto o ingiusto? vero o menzogna? legge d'uomini o legge di Dio? Bandite altamente il risultato del vostro esame e operate a seconda. Non dite a voi s'io parlo ed opero nel tal modo, i principi della terra dissentiranno: gli ambasciatori daranno note e proteste. Che sono le querele d'egoismo dei principi e le loro note davanti a una sillaba dell'Evangelo eterno di Dio? Hanno avuto finora importanza perchè, fantasmi, non avevano contro se non fantasmi. Opponete ad essi la realtà d'un uomo che vede l'aspetto divino, ignoto ad essi, delle cose umane: d'un'anima immortale che sente la coscienza d'un'alta missione; e spariranno davanti a voi come i vapori accumulati nelle tenebre davanti al sole che si inalza sull'orizzonte. Non vi lasciate atterrire da insidie: la creatura che compie un dovere non è cosa degli uomini, ma di Dio. Dio vi proteggerà: Dio vi stenderà intorno una tale corona d'amore che nè perfidia d'uomini irreparabilmente perduti, nè suggestioni d'inferno potranno mai rompere. Date uno spettacolo nuovo, unico al mondo: avrete risultati nuovi, imprevedibili da qualunque calcolo umano. Annunciate un'êra; dichiarate che l'umanità è sacra e figlia di Dio: che quanti violano i suoi diritti al progresso, all'associazione, sono sulla via dell'errore: che in Dio sta la sorgente d'ogni governo: che i migliori per intelletto e per core, per genio e virtù hanno ad essere i guidatori del popolo. Benedite a chi soffre e combatte: biasimate, rimproverate chi fa soffrire, senza badare al nome ch'ei porta, alla qualità ch'ei riveste. I popoli adoreranno in voi il miglior interprete dei disegni divini; e la vostra coscienza vi darà prodigi di forza e di conforto ineffabile.
Unificate l'Italia, la patria vostra. E per questo non avete bisogno d'oprare, ma di benedire chi oprerà per voi e nel vostro nome. Raccogliete intorno a voi quelli che rappresentano meglio il partito nazionale. Non mendicate alleanze di principi. Seguite a conquistare l'alleanza del nostro popolo. Diteci: L'unità d'Italia deve essere un fatto del XIX secolo; e basterà: opereremo per voi. Lasciateci libera la penna, libera la circolazione delle idee per quanto riguarda questo punto, vitale per noi, dell'unità nazionale. Trattate il governo austriaco, anche dove non minacci più il vostro territorio, col contegno di chi lo sa governo d'usurpazione in Italia e altrove. Combattetelo colla parola del giusto, dovunque ei macchina oppressioni e violazioni del diritto altrui fuori d'Italia. Invitate, in nome del Dio di pace, i gesuiti, alleati dell'Austria in Isvizzera, a ritirarsi da un paese dove la loro presenza prepara inevitabile e prossimo spargimento di sangue cittadino. Dite una parola di simpatia che riesca pubblica al primo polacco di Galizia che vi verrà innanzi. Mostrateci insomma con un fatto qualunque che voi non tendete solamente a migliorare la condizione fisica dei pochi sudditi vostri, ma che abbracciate nel vostro amore i milioni d'Italiani fratelli vostri; che li credete chiamati da Dio a congiungersi in unità di famiglia sotto un unico patto; che benedireste la bandiera nazionale dove si levasse sorretta da mani pure, incontaminate; e lasciate il resto a noi. Noi vi faremo sorger intorno una nazione, al cui sviluppo libero voi, vivendo, presiederete. Noi fonderemo un governo unico in Europa, che distruggerà l'assurdo divorzio fra il potere spirituale ed il temporale; e nel quale voi sarete scelto a rappresentare il principio del quale gli uomini scelti a rappresentar la nazione faranno le applicazioni. Noi sapremo tradurre in un fatto potente l'istinto che freme da un capo all'altro della terra italiana: noi vi susciteremo attivi sostenitori nei popoli d'Europa: noi vi troveremo amici nelle file stesse dell'Austria: noi soli, perchè noi soli abbiamo unità di disegno e crediamo nella verità del nostro principio, e non l'abbiamo tradito mai. Non temete d'eccessi da parte del popolo gittato una volta su quella via: il popolo non commette eccessi se non quando è lasciato agli impulsi proprî senza una guida ch'ei veneri. Non v'arretrate davanti all'idea d'essere cagione di guerra. La guerra esiste dappertutto: aperta o latente, ma vicina a prorompere e inevitabile.
Nè, beatissimo padre, io v'indirizzo queste parole, perch'io dubiti menomamente dei nostri destini, perchè io vi creda mezzo unico, indispensabile all'impresa. L'unità italiana è cosa di Dio: parte di disegno provvidenziale e voto di tutti, anche di quei che vi si mostrano più soddisfatti dei miglioramenti locali e che, meno sinceri di me, disegnano farne mezzo di raggiunger l'intento. Si compierà con voi o senza di voi. Ma ve lo indirizzo perchè vi credo degno d'essere iniziatore del vostro concetto; perchè il vostro porvi a capo dell'impresa abbrevierebbe di molto le vie, e diminuirebbe i pericoli, i danni, il sangue che si verserà nella lotta; perchè con voi questa lotta assumerebbe aspetto religioso e ci libererebbe da molti rischi di reazioni e colpe civili; perchè s'otterrebbe a un tempo, sotto la vostra bandiera, un risultato politico e un risultato immenso morale; perchè il rinascimento d'Italia, sotto l'egida d'una idea religiosa, d'uno stendardo non di diritti ma di doveri, lascierebbe addietro tutte le rivoluzioni de' paesi stranieri e porrebbe immediatamente l'Italia a capo del progresso europeo; perchè sta nelle mani vostre il poter fare che questi due termini Dio e il Popolo, troppo spesso e fatalmente disgiunti, sorgano a un tratto in bella e santa armonia, a dirigere le sorti delle nazioni.
S'io potessi esservi vicino, invocherei da Dio potenza, per convincervi col gesto, coll'accento, col pianto: così, non posso che affidar freddamente alla carta il cadavere, per così dire, del mio pensiero; nè mi riuscirà pure d'aver la certezza che avete letto e meditato un momento quello ch'io scrivo. Ma io sento un bisogno imperioso di adempiere a questo dovere verso l'Italia e voi; e qualunque sia per essere il pensier vostro, mi parrà di trovarmi più in pace colla mia coscienza.
Credete, beatissimo padre, ai sensi di venerazione e d'alta speranza che vi professa il vostro devotissimo
Giuseppe Mazzini.
1848.
La stampa periodica politica ha oggi un'alta missione; è necessario per essa sollevarsi a quell'altezza o perir moralmente, consumando le forze, senza potenza d'iniziativa, per entro un misero cerchio di fatti transitori e di polemiche inutili o pericolose.
Tutto è transitorio oggi in Italia. Abbiamo innanzi agli occhi, nella penisola, il sublime ma disordinato fermento d'un'opera di creazione, e intorno, per tutta Europa, i sintomi innegabili d'un'opera di trasformazione. Troni edificati con cure ed arti ridotte per diciassette anni a sistema e forti d'armi, d'ingegno pervertito e di corruttela, rovesciati in un subito: principi nati e cresciuti tiranni frementi un tempo alla sola idea di progresso, conceditori a un tratto di libertà e vogliosi d'affratellamento cogli uomini devoti pochi anni prima al palco o all'esilio: un papa, successore a Gregorio XVI, acclamato dai popoli banditore d'emancipazione, apostolo della democrazia del Vangelo: il diritto che dal trattato di Vestfalia in poi regolava la vita internazionale dei popoli lacerato a brani, in una terra e provvidenzialmente, dagli oppressori, in un'altra dagli oppressi; e nazioni nuove accennanti sorgere, razze mute finora nella storia ch'oggi si raccolgono e si apprestano a proferire la loro parola, classi intere, e le più numerose, trattate finora con disprezzo o terrore, chiamate, dall'arcana potenza educatrice dell'umanità, ad atti meravigliosi di potenza e virtù, a coscienza imprevista di missione comune, di fratellanza d'eguali coll'altre classi; questo per l'Europa;—e qui in Italia, un popolo che si leva gigante da un sonno di secoli; un forte esercito straniero accampato da lunghi anni nelle nostre città, nelle nostre fortezze, nelle posizioni più difficili a vincersi, côlto di terrore dal suono a stormo delle nostre campane, fuggente davanti al berretto di giovani volontari, ricacciato in sulle prime fin quasi all'Alpi da insurrezione di cittadini; un grido unanime d'Italia e di libertà, là dove la statua d'Italia era velata e non poteva insegnarsi libertà che dai pochi e a prezzo di sangue; un anelito al confondersi in uno, al riviver fratelli, là dove l'ultima parola libera era stata parola di guerra, e il mondo diceva: non rivivranno più mai perchè non sanno amarsi l'un l'altro. È spettacolo grande e degno di Dio; spettacolo profetico della sua vita, che sommove in oggi le moltitudini, come l'alito dell'alba sommove l'addormentata campagna e le inonderà tra non molto d'una nuova immensa potenza e d'un nuovo amore, come il sole inonda, abbraccia la natura, ridesta di luce e calore. A nessuno, qualunque sia l'ostacolo ch'egli incontra, è lecito sconfortarsi senza ateismo. A nessuno, qualunque sia l'apparenza delle cose che gli suggerisce un'opinione o giudizio, è lecito far altro che presentir l'avvenire e dirlo fraternamente. Soccorrimi, o Dio, mormora l'abitatore delle spiaggie della Brettagna: Il mare è sì vasto e la mia nave è sì piccola! E noi siam tutti simili all'abitatore della Brettagna. Vasto è il mare d'un popolo che si ricrea a nuova vita: infiniti, incerti sono gli orizzonti che si rivelano successivi a chi rivive con esso, e l'intelletto, alimentato, spronato, determinato ne' suoi giudizî dai fatti dell'oggi, è sì piccola cosa!
L'intelletto suscitato dalle speranze e dai timori dell'oggi, è in una fase transitoria come il mondo che gli s'agita intorno e su cui si esercita: e vorremmo ricordarlo a quanti nostri fratelli parlano o scrivono intorno a' destini politici del paese. Noi non siamo in tempi normali. Ogni giorno rivela un nuovo elemento d'azione, una facoltà, una tendenza che ci era ignota. Ogni giorno sospinge innanzi d'un passo il nostro popolo; e i passi d'un popolo sono i passi del Nettuno omerico. In tempi siffatti, sopra un terreno vulcanico, davanti a un popolo inteso in sobbollimento d'affetti, di voti, d'aspirazioni, d'istinti, l'assoluto nelle opinioni è gravissimo errore, l'intolleranza una colpa, colpa, diciamo, non verso gl'individui, che poco importa, ma verso l'avvenire, verso i fati non decisi della nazione. Il pensiero è sacro. Forse nell'idea, ch'oggi vi sembra falsa e nocevole, cova il futuro sviluppo della patria comune. Noi tutti tendiamo verso lo stesso fine, adoriamo lo stesso ideale: differiamo sui mezzi. Noi crediamo che l'Italia una non potrà sorgere che all'ombra della bandiera repubblicana ondeggiante dall'alto della città ch'ebbe il Campidoglio ed ha il Vaticano; altri crede che a raggiungersi l'unità debbano costituirsi prima cinque Italie, poi quattro, poi tre, sino a fusione assoluta; altri che il sistema federativo sia preferibile all'unità. Discutiamo: illuminiamoci: fermi ed aperti intorno a pochi principî conquistati dal lavoro dei secoli e impiantati nella coscienza dell'umanità; tolleranti e modesti quanto ai disegni architettati su quello che noi chiamiamo fatti e non è forse che apparenza di fatti: tolleranti e modesti ogni qual volta noi non abbiamo fondamento ai disegni convinzioni perenni, ma solamente calcoli di opportunità e concessioni a necessità transitorie che il domani forse cancellerà. Le nazioni si fondano sull'eterno, pe' principî, pel vero. Ai credenti nell'eterno, nei principî, nel vero, spetta, nei grandi periodi di trasformazione, più assai parte d'iniziativa che non agli uomini del reale, del possibile, dei fatti, come oggi sono. Ricordatevi che Cesare Balbo aspettava l'emancipazione italiana dallo smembramento dell'impero turco:—che Massimo d'Azeglio dichiarava impossibile a un papa l'esser buono efficacemente;—ch'altri predicava il progresso italiano non potere che scendere dall'alto, e l'insurrezione, l'iniziativa sgorganti dalle viscere del popolo, esser cosa funestissima, rovinosa. E Dio e il popolo creavano Pio IX; e l'insurrezione di Sicilia conquistava libertà di Statuti a tutta l'Italia: e le barricate di Milano scioglievano, senza il beneplacito dell'Oriente, la questione d'indipendenza. Ah! ben altri segreti di forza e d'azione fremono nel core di questo popolo che non i calcolati dagli uomini del possibile e delle cinque Italie!
Ma intanto, e mentre noi tutti discuteremo fraternamente sui mezzi, sulle vie da scegliersi, esiste una sfera superiore alla quale è necessario che la stampa periodica s'inalzi, o, ripetiamo, rinneghi ogni potenza d'iniziativa. Il problema che s'agita è problema d'educazione; gli scrittori politici hanno ad essere educatori, e un giornale deve essere un atto di sacerdozio, un'opera d'apostolato. Noi non combattiamo solamente per l'impianto d'un sistema o d'un altro: combattiamo perchè gli uomini, e gl'Italiani, segnatamente, migliorino, perchè imparino più sempre ad amarsi, perchè vie meglio corrispondano, facendo sempre più potente e diffondendo al maggior numero possibile l'associazione, il patto fra gli eguali, al disegno della provvidenza; perchè crescano in intelletto, in attività progressiva verso il fine che Dio prefisse all'umanità. Le istituzioni che noi cerchiamo son mezzi d'educazione, non altro. E questa educazione morale che le istituzioni, quando che sia, compieranno, noi possiamo e dobbiamo iniziarla fin d'ora. Noi dobbiamo rannodare cielo e terra; religione e politica. Dalla sfera secondaria nella quale le ricerche e le discussioni sfumano pur troppo sovente in querele di partiti avidi del trionfo d'un giorno, dobbiamo salire, quante più volte possiamo e perch'altri vi salga con noi, alla più sublime, dove vivono e s'inculcano la fede in Dio, nell'umanità e nella patria; la soggezione alla legge morale che guida i fati del mondo; la riverenza al popolo, non perchè forte di cifra potente inevitabile, ma perchè riassumendo in sè tutte quante le facoltà di religione, di politica, d'industria e di arte largite all'umana natura ma disperse sugli individui, e solo interprete progressivo di questa legge: alla sfera insomma dei principî, comunque immediata o remota possa esserne l'applicazione. Dobbiamo fondar la politica sulla definizione della vita sulla missione della creatura quaggiù, sulla credenza di dovere e di sacrificio che solo fa santa la politica, sola può avviare a un'armonia permanente d'affetti e d'azioni le moltitudini. Dobbiamo ritemprare, riconsecrare a grandi pensieri, a forti fatti, l'uomo ineducato per ineguaglianza di sorti, corrotto dall'arti della tirannide, avvezzo alla diffidenza, alle cieche subite reazioni. Dobbiamo insegnargli l'umanità ch'egli ignora, per la quale egli sta, ne' suoi atti, mallevadore, lavoratore nell'opificio speciale che Dio gli assegnava, la patria. E per questo dobbiamo mostrargli in noi gli uomini: gli uomini ch'egli cerca e, trovati, venera, lontani dalle esagerazioni, dai tristi sospetti e dalle stolide adorazioni, cercatori unicamente del vero e devoti a rappresentarne il culto negli atti pratici della vita. Gli uomini sono i libri del popolo; la parola vivente ch'ei cerca e segue. Un uomo uno nell'idea e nell'azione, del quale nessuno possa dire: l'opere vostre non consuonano co' vostri detti, è più potente di mille volumi sopra una nazione che si rigenera.
E base, principio sommo di questa opera educatrice a cui noi invitiamo i nostri fratelli della stampa politica, è la santità, l'inviolabilità del pensiero. È il nostro palladio; e noi ne siamo custodi. Ognuno di noi qualunque sia l'opinione particolare alla quale appartiene, dovrebbe farsi mallevadore per tutti della libertà del pensiero. Ognuno di noi, repubblicano, monarchico, unitario o federalista, dovrebbe stringersi agli altri come a fratelli su questo terreno comune.
Noi facciamo a' nostri colleghi proposta formale in nome della inviolabilità del pensiero, d'un'associazione diretta a tutelarne, qualunque sia l'avvenire, la libertà: d'un'associazione che s'opponga, in ogni caso d'arbitrio e di tirannia, colla voce di tutti, coi mezzi di tutti, a qualunque violazione, a qualunque ingiusta limitazione ne fosse in avvenire tentata. Se la proposta verrà accettata, noi ne sminuzzeremo le condizioni, e un'assemblea, composta d'un delegato per ogni giornale, le giudicherà.
Il primo atto collettivo del giornalismo ne fonderà a un tempo la moralità e la potenza. In noi sta oggi l'espressione molteplice della coscienza italiana. È deposito sacro; e dovremmo vegliarvi sopra, come i Leviti vegliavano sull'Arca del Patto.
La linea retta è la più breve
fra due punti dati.—
Euclide.
Sono nella vita dei popoli, come in quella degli individui, momenti solenni, supremi, nei quali si decidono le sorti di un lungo avvenire, quando tra due vie schiuse al moto, fra due insegnamenti, tra due principî diversi, la nazione oscilla incerta nella scelta e cerca una norma alla propria azione. Allora ogni uomo ha diritto di chiedere all'altro: in che credi? E a ogni uomo corre debito di rispondere: questa è la mia fede; su questa giudicherete l'opera mia. Allora, i pessimi sono i tiepidi: gli uomini che per povertà di core e grettezza di mente tentennano fra le due vie, rifuggono codardamente dall'armonizzare gli atti alla fede e s'illudono o cercano illudere le moltitudini a un concetto d'accordo impossibile fra i due principî. I tristi si giovano di costoro per pascere di speranze protratte i desiderosi di cose nuove: i buoni si ritraggono irritati e disperano: e l'occasione, come il ciuffo della fortuna, sparisce per non tornare se non dopo un lungo volger di ruota, dopo lunghi anni di nuovi dolori, di nuove delusioni e sciagure.
L'Italia è oggi in uno di questi momenti.
Il fermento è universale in Italia; ma senza intento determinato, senza unità di credenza intorno alla via da tenersi, prorompe in sommosse senza nome e senza frutto, non promove di un passo la causa della nazione. L'accordo tra governi e governati è cessato; ma il principio intorno a cui i governati devono raccogliersi non è francamente, apertamente bandito. Il popolo, ove durasse anche per poco in sì fatto stato, cadrebbe rapidamente dall'anarchia morale in una diffidenza profonda di cose e d'uomini, e da quella nel sonno d'inerzia onde esciva poc'anzi. E quel sonno, per un popolo che viaggia in cerca di nuovi destini, è la morte: il sonno del viandante tra le nevi dell'Alpi, al quale è mal fido amico chi non lo scuote e non gli grida all'orecchio: Cammina innanzi o perisci.
Cammina innanzi o perisci! È tempo di dire al popolo, a una gioventù buona ma traviata pur troppo dai faccendieri politici, tutta e nuda la verità. Da due anni s'è speso in Italia oro, entusiasmo, sangue, tanto quanto basterebbe a crear due nazioni, non una; e ci troviamo a un dipresso là d'onde partimmo. Il grido di patria, libertà, indipendenza, suonò da un capo all'altro della terra italiana: grido, ruggito di moltitudini potenti, volenti, non di pochi devoti al martirio. In Sicilia, in Bologna, nelle città lombarde, in Venezia, il popolo imparò subitamente, sotto l'impulso d'una grande idea, a combattere, a vincere, a disfare eserciti. Bandita dal popolo la guerra all'Austria, cinque giorni videro ridotti in tre fortezze i dominî dello straniero; videro nostro il Lombardo-Veneto; videro la bandiera tricolore italiana sventolare, acclamata, fin nel Tirolo. Settanta mila soldati agguerriti, se non per battaglie, per lunga disciplina, tennero il campo contro l'austriaco; e intorno ad essi era il fiore della gioventù italiana, era il fremito delle popolazioni ebbre di vittoria e di belle speranze. E tutto questo è sparito; l'Austriaco insolentisce per le vie di Milano: migliaja d'esuli lombardo-veneti ramingano su terre straniere: l'Europa che plaudiva, pochi mesi or sono, attonita al nostro risorgere, ricomincia a schernirci queruli, codardi, impotenti. Come avvenne? Come tornarono a un tratto in nulla le quasi adempite speranze? Gli uni accusano le colpe o gli errori militari dei capi; gli altri i dissidî, le diffidenze, l'ignavia di chi seguiva—i repubblicani, che dopo aver dato il segno delle barricate cittadine, tacquero e si confusero nei ranghi de' combattenti—la forza prepotente d'un esercito che la campana a stormo avea dato alla fuga—i gesuiti, cadavere galvanizzato d'una sêtta che, perduto genio, appoggio di credenza e tesori, affogherebbe sotto il disprezzo se gli uomini d'oggi sapessero disprezzare. E molte di queste cagioni e più altre sono vere; ma tutte secondarie, occasionali, insufficienti a generare la rovina d'un popolo insorto. Superiore a tutte, e sorgente prima di tutte, sta quest'una che molti hanno in core e nessuno s'attenta dir chiaramente: che le Nazioni non si rigenerano colla menzogna; che un popolo schiavo da secoli di poteri guasti, corruttori per indole e necessità, ligi dello straniero, avversi a tutte sublimi credenze, sospettosi d'ogni sviluppo d'intelletto libero, incerti del presente e tremanti dell'avvenire, non sorge a nazione, se non rovesciando quei poteri-fantasmi, traendo dall'ime viscere il segreto della propria vita, levandosi nell'orgoglio delle sue tradizioni e nella potenza d'una grande idea, e dichiarando non volere riconoscere che un solo padrone nel cielo, Dio padre ed educatore, una sola norma d'attività sulla terra, la verità ch'è l'ombra di Dio.
Voi avete, o Italiani, tradito quest'unica norma e sagrificato—poco monta se a tempo o per sempre—la vostra coscienza a una illusione di forza. Ogni linea della vostra storia v'additava, da quando cessaste di reggervi a popolo, una colpa o una imbecillità di regnanti; ogni sillaba de' vostri grandi v'insegnava, santificata dal martirio, una fede che fa interprete il popolo del pensiero di Dio; ogni esperimento vostro ed altrui negli ultimi sessant'anni v'era documento splendido, irrecusabile, che ogni libertà d'individuo o nazione si conquista per virtù propria, non per artificio di diplomazia e concessioni di principi; e nondimeno, non sì tosto il terrore della rivelata vostra potenza ebbe condotto i vostri padroni a balbettare pochi accenti di libertà menzognere e d'ipocrite leghe, voi cancellaste, miseramente affascinati dalla speranza di menomarvi i pericoli della via, ricordi storici, ispirazioni di grandi, giuramenti, e riverenza a chi pativa e moriva per voi: piegaste il ginocchio davanti a tutti poteri, e diceste: non da Dio, ma da voi. E non eravate credenti. Il vostro labbro accattava a lodarli pompa di frasi ne' retori delle età corrotte; la vostra mano scriveva oltraggi e condanna a quei tra vostri concittadini che serbavano intatta la santità del loro proposito e la dignità severa del nome italiano; e nell'anima vostra vigilavano il disprezzo e la diffidenza degli uomini salutati rigeneratori; e mormoravate sommessamente—ma non tanto che essi, quegli uomini, non v'udissero—poi che ci saremo giovati d'essi e dei loro battaglioni e della loro influenza, noi li infrangeremo, come gli Israeliti facevano dei loro idoli: essi hanno infranto voi, e meritamente. Così, rimpicciolita, ringrettita la divina verità per entro le vie tortuose di quella che oggi chiamano politica e non è che parodia di politica, ideaste di cogliere il più alto premio che Dio conceda ad un popolo, l'unità nazionale, senza meritarlo colla dignità dell'animo, colla rettitudine del pensiero, colla serena franchezza degli atti e della parola. Dovevate procedere colla spada in una mano e col vangelo nell'altra, in nome dei vostri diritti e della vostra missione, in nome del lungo vostro martirio e della potenza di vita che freme più che altrove in questa sacra terra d'Italia; e procedeste invece col Machiavelli nella destra, cogli statuti bastardi di re perpetuamente spergiuri nella sinistra. Quelli statuti che voi disegnavate di romper più tardi vi condannavano intanto a subire i raggiri di corti e diplomazie, a servire capi sprezzati e perfidi o inetti, a frenare l'impeto, sospetto ai principi, delle moltitudini, a violare l'indivisibilità della bandiera italiana e inalzare un lembo all'adorazione, a velare in nome dell'indipendenza la statua della libertà ch'è il Labaro della vittoria. E voi subiste ad una ad una, fremendo impotenti, combattendo senza pro, tremanti sempre d'insidie che potevate, e non v'attentavate, vincere con una parola, tutte quelle fatalità, travolgendovi d'errore in errore, di menzogna in menzogna, dietro a faccendieri politici che vi sviavano con una larva di forza ordinata dall'unica vera invincibile forza: l'insurrezione. Però cadeste; e s'anche ora ricomincierete la guerra regia—ricordatevi ciò ch'io, palpitando per ira e dolore, vi dico—cadrete.
Le Nazioni non si rigenerano colla menzogna. Machiavelli, che i falsi profeti di libertà imitano da lungi e profanandone la sapienza, veniva a tempi nei quali Chiesa, principato e stranieri avevano spento un'epoca di vita italiana, e dopo aver tentato gli estremi pericoli per la patria e subìto prigione e tormenti per vedere se pur fosse modo di trarne scintilla d'azione, procedeva, Dio solo sa con quali fraintesi inconfortati dolori, all'autopsia del cadavere, a segnarne le piaghe, a numerare i vermi principeschi, cortigianeschi, preteschi che vi si agitavano dentro, e offeriva quello spettacolo ai posteri migliori ch'ei presentiva, come i padri spartani conducevano i giovanetti davanti all'iloto briaco perchè imparassero a fuggire la vergogna dell'intemperanza. E noi siamo all'alba d'un'epoca, commossi dall'alito della vita novella; e che mai potremo attingere dalle pagine di Machiavelli se non la conoscenza delle tattiche de' malvagi a sfuggirle e deluderle? Io dico che i popoli si ritemprano colla virtù, si rigenerano coll'amore, si fanno grandi e potenti colla religione del vero, quando essi possono guardar securi dentro l'occhio delle nazioni e della propria coscienza e dire: la nostra vita è una santa battaglia, la nostra morte è quella dei martiri; dico che la mortalità è l'anima delle grandi imprese, che l'inganno efficace a corrompere, a smembrare, a inceppare, e buono ai padroni, è impotente a muovere, a produrre, a creare, e riesce fatale ai servi che intendono emanciparsi e rifarsi uomini; dico che per quanto s'esamini studiosamente la tradizione storica della umanità, nè un popolo ha conquistato indipendenza e unità di nazione, nè una grande idea s'è incarnata, trionfando, nei fatti, nè un incremento reale di potenza e di libera vita s'è aggiunto allo sviluppo di una razza mortale per artificî machiavellici o reticenze gesuitiche. E dico che per averlo tentato noi abbiamo sparso inutilmente lagrime e sangue; e che fra tutte le pesti della misera Italia la più funesta e la più vergognosa è questa degli intelletti dalle vie oblique, dei machiavellucci d'anticamera e di consulte, degli uomini di Stato in trentaduesimo ai quali, negli ultimi due anni, è toccato in sorte di reggere la più bella, la più santa, la più grande impresa che fosse dato tentare ad uomini, la liberazione d'un popolo schiavo da secoli, la creazione d'una Italia, cioè d'una nazione che non può sorgere senza che la carta d'Europa si muti, senza che l'umanità s'indirizzi per nuove vie. Taluni fra coloro ai quali la linea retta non par la più breve e che preferiscono il sistema monarchico misto al repubblicano, per questo appunto che l'ultimo s'impianta sul principio semplice e chiaro della sovranità popolare e il primo sulla conciliazione dei tre inconciliabili elementi spettanti a tre epoche diverse, monarchico, aristocratico e democratico, sorrideranno. E sorridano, purch'io li disprezzi. Io so che la potenza di tutta quanta la loro dottrina politica si libra fra un armistizio Salasco e il dissolvimento d'un ministero Pinelli. La questione italiana soggiorna in ben altra sfera: nella sfera de' principî eterni, incancellabili, che assegnano a venticinque milioni d'uomini affratellati da Dio nella gloria, nel dolore, nella speranza, nelle tendenze, nella lingua, nella carezza dei canti materni, nell'alito che vien dal cielo, nell'aspirazione che s'inalza da una terra conterminata dall'Alpi e dal mare, una parte, una missione speciale nel moto progressivo della umanità: nella coscienza d'individui seguaci, a prezzo di vivo sangue del core, della verità e impavidi a sostenerla avvenga che può: negli istinti del popolo che non legge Machiavelli nè sa di ponderazione di poteri e di siffatte dottissime cose, ma procede, come il genio, per intuizione, sotto gli impulsi rapidi, concitati, impreveduti d'una vita collettiva concentrata ad azione, virtuoso sempre quando opera spontaneo e soddisfatto a scegliere tra il giusto e l'ingiusto, fra la religione del vero e l'ateismo di una falsa scienza inorpellatrice. Se la patria non è per noi una religione, io non intendo che sia.
E il popolo italiano, più grande e più logico dei suoi dottori, ha sempre, lode a Dio, seguito la religione della patria e de' principî, non l'idolatria dell'opportunità o delle finzioni legali. Il nostro popolo cacciava il guanto di sfida all'Austria celebrando co' fuochi delle montagne l'insurrezione genovese del 1746, quando gli omiopatici della politica contendevano doversi vincere l'Austria colle vie ferrate e coi congressi scientifici: cacciava il guanto di sfida ai proprî governi colle sommosse, le manifestazioni di piazza, e le irruzioni nei conventi gesuitici, quando il conte Balbo e compagni insegnavano, nei dovuti limiti, il diritto delle supplici petizioni. Il nostro popolo trapiantava la questione, insorgendo in Sicilia, dall'arena delle riforme amministrative per concessione principesca a quella degli statuti politici, ossia dei patti fra cittadini e monarchi, quando i letterati che s'erano posti a capo dell'impresa italiana rabbrividivano alla sola idea d'una collisione violenta fra governanti e governati. Il nostro popolo inalzava feroce il grido di guerra all'Austriaco di sulle barricate lombarde e dalle lagune del Veneto, mentre gli uomini delle riforme, fatti per forza di cose cospiratori, diplomatizzavano per una iniziativa impossibile con re Carlo Alberto. E il nostro popolo griderà di bel nuovo la santa guerra, quando i cospiratori, rifatti diplomatici per cautela, andranno oltre sofisticando, come i Greci del basso-impero, sui termini della mediazione, su leghe ideali di principi che tremano l'uno dell'altro e tutti dei loro popoli, e sulle intenzioni probabili o possibili d'un governo che maneggia per agenti a Vienna, a Parigi, a Milano, la pace coll'Austria all'Adige e peggio: stolti che ignorano non esservi pace possibile tra l'Italia e l'Austria, dopo una insurrezione come quella del marzo, fuorchè segnata al di là dell'Alpi, nè speranza di conquistarla fuorchè colla guerra, abborrita dall'antiveggenza dei principi, che farà del paese un vulcano, del popolo intero un esercito, della nazione affratellata una coscienza di diritti inviolabili e di potenza.
L'Italia sembra in oggi ingombra di sêtte e di opinioni diverse, repubblicane, monarchiche, unitarie, federalistiche, ed altre; spettacolo doloroso, non insolito o fatale com'altri vorrebbe. A un popolo che versa in uno di quei momenti supremi che accennai cominciando, le forme del vero appajono sempre molte e distorte. Fra una tomba e una culla sta l'infinito. E noi balziamo a un tratto, come ogni popolo chiamato da Dio a grandi cose, dalla sepoltura d'un'epoca spenta al limitare d'un'altra nascente appena, che aspetta forse la prima parola da noi. Ma a chi ben guarda entro a questo caos foriero di una creazione, due soli partiti esistono: il partito che crede nel moto dall'alto al basso, e quello che intende la vita italiana non poter salire oggi mai che dalle viscere del paese alle sue sommità, dalla base della piramide al vertice: il principesco e il popolare: il partito moderato e il nazionale.
La fazione protea che s'andò intitolando, a seconda dei casi, dei moderati, dei riformisti, dei pratici, degli uomini dell'opportunità, e che io chiamerei fazione delle torpedini, dopo avere iniziato la propria carriera ajutando, fra il 1814 e il 1815, l'Austria a impadronirsi della Lombardia, e strisciato di tempo in tempo, ad ogni sciagura che feriva il principio d'azione, tra le nostre cospirazioni, sorse, quando appunto morivano i Bandiera per la fede repubblicana dell'unità nazionale, e dichiarò che bisognava conquistare non il governo, ma i governi d'Italia. Era il vecchio programma di federalismo monarchico del 1820 e 21, accresciuto da un ingegno, potente ma traviato, di una formola di filosofia religioso-politica, e peggiorato di tanto quanto il vecchio consecrava implicito nel fatto dell'insurrezione il diritto di sovranità popolare, e la nuova edizione, richiamandosi unicamente alle concessioni dei principi, lo cancellava. Pur nondimeno, dacchè trovò fautori quanti, per fiacchezza d'animo o di principî, disperavano di salvare il paese per altre vie—quanti per mediocrità d'intelletto, si cacciano corrivi dietro ad ogni sistema che trovi un ingegno facile a svilupparlo in molti e grossi volumi—quanti affascinati dalle guerre parlamentarie di quel periodo francese che fu chiamato meritamente la commedia dei quindici anni, erano presti a creder parte d'ingegno raffinato e sottile l'immoralità politica—quanti vagheggiavano opportunità di parere agitatori patrioti senza gravi pericoli—e quanti, per concetto falsato o calcoli d'egoismo o terrore delle stranezze che allignano, come in ogni parte, anche nella democratica, abborrono dal simbolo popolare—crebbe rapidamente in vigore, e, come avviene d'ogni sêtta potente per numero, giovò a suscitare le menti che intorpidivano nel silenzio, e schiuse, con un mezzo gergo di libertà, l'arena alle discussioni politiche confinate fino allora nel cerchio delle associazioni segrete o della stampa clandestina e vietata. Sorse, per disegno di provvidenza non avvertito finora e sul quale or non importa fermarsi, un papa di buone tendenze, di non forte intelletto, tentennante per natura, ma tenero di plauso popolare e voglioso di essere amato anzichè temuto dai sudditi: e i moderati, taluni, ch'io stimo ed amo, stanchi del vuoto e lieti del subito apparente affratellamento della religione colla politica, i più non credenti e ipocriti di cattolicismo com'erano di monarchismo, s'affrettarono a farne lor pro; inalzarono al valore di programma politico e nazionale un atto di clemenza locale reso inevitabile dalla condizione degli Stati romani, praticato quasi ad ogni mutamento di principe e dettato in termini poco onorevoli a chi largiva e a chi riceveva; idearono intenzioni recondite, crearono aneddoti, magnificarono, illusero, e trascinarono, tra il voglioso e l'attonito, il pontefice accarezzato, adulato, assordato d'evviva, sino allo schiudersi d'una via ch'ei non voleva, nè sapeva, nè poteva correre intera. Risorgeva dall'altro lato, forse per sospetto o gelosia di quell'uno, ad apparenze di liberalismo, un principe roso dall'ambizione, da terrori di gesuiti e di uomini liberi, da ricordi di sangue e da concetti perpetuamente intravveduti e smarriti, ed essi, a prepararsi un appoggio sul principio ghibellino dove il guelfo mancasse, lo ricinsero alla sua volta di lodi non sentite, di promesse, di seduzioni; lo bandirono iniziatore d'un'êra d'incivilimento italiano, e convertirono sfrontatamente ogni riformuccia strappata non dalle loro adulazioni, ma dal fremito popolare, in un passo gigantesco verso l'adempimento d'una idea ch'egli per debito e pietà di sè stesso avrebbe dovuto incarnare tre lustri innanzi, che gli era stata affacciata e ch'egli aveva ricacciato lungi da sè con dispetto e paura. Altri piaggiava al gran duca; altri—Dio perdoni i codardi—al Borbone di Napoli: taluni insinuavano che un po' di opposizione legale e pacifica avrebbe ridotto il padrone a sensi di padre nel Lombardo-Veneto, e che l'Austria avrebbe reso comportabile il dominio usurpato, fino al giorno, vaticinato dal conte Balbo, in cui la cessione di qualche terra ottomana avrebbe quetamente emancipato l'Italia dal teutono. Vergogna eterna d'uomini profanatori del concetto italiano, ed anche di voi, o giovani, che vi lasciaste allettare da quelle vocine d'eunuchi: se non che voi lavaste la colpa nelle battaglie del marzo e laverete, ho fede, i più recenti errori con altre battaglie: essi durarono e durarono incorreggibili. Io non credo s'udisse mai linguaggio stampato di tanta bassezza, di tanta stolida adulazione in bocca di gente che dicevasi libera e pretendeva far libero altrui[99]. Bastava esser principe per essere battezzato rigeneratore: cinger corona perchè fosse in serbo nel capo che la portava una parte d'iniziativa nei fati dell'Italia redenta; e tutte quelle corone, abbominate pochi dì prima e grondanti ancora di pianto di madri e sangue di martiri, dovevano congiungersi, ordinarsi a piramide sotto il triregno, splendide di novello incivilimento all'Europa; e leghe, diete anfizioniche, primati intellettuali e civili scaturivano, ogni giorno, come sogni d'infermo, dalle penne dei novellatori della fazione. I buoni si coprivano per rossore la faccia e ringraziavano Iddio perchè la lingua italiana, scaduta colla monarchia, sia in oggi men nota che non nel passato alle nazioni straniere. I tristi, che facean coda al partito e invadevano il giornalismo, incensavano i capi, sistematizzavano in menzogna periodica ciò che in parecchi de' primi non era se non tranquilla utopia, insolentivano con quei che sprezzavan tacendo, e rinegando ogni pudore di cittadini, chiedevano arrogantemente agli uomini che avevano, nelle associazioni segrete, serbata intatta la tradizione del pensiero italiano: che avete voi fatto?
Che avete voi fatto?—Ah! se da una di quelle sepolture che gli Italiani cospargevano pochi anni innanzi, benedicendo e sperando, di fiori, avesse potuto sorgere Menotti, Attilio Bandiera, Anacarsi Nardi, un di quei tanti che posero rassegnatamente la vita sotto la mannaja del carnefice per la salute d'Italia, egli avrebbe risposto per tutti: «Ingrati! noi abbiamo, colle fatiche e col sangue, educato la bella pianta intorno alla quale voi strisciate in oggi, come il verme intorno alla rosa. Abbiamo, dopo il 1814 quando voi, moderati, tradivate le speranze dell'esercito italiano fremente di dover cacciar nel fango a' piedi dell'Austria le memorie di venti battaglie, preparato, noi, uomini del partito nazionale nelle nostre vendite e sotto leggi di morte, la protesta solenne del 1820 e 21, che prima rivelò all'Europa il voto italiano e avrebbe più fatto se inframmettendovi nelle nostre file voi non aveste sottoposto l'esito dell'impresa alla diserzione d'un principe. Abbiamo, nel 1831, provato all'Italia e all'Europa che una bandiera nazionale spiegata al vento in Bologna si trascinava dietro colla rapidità dell'annunzio trasmesso a tutte quante le popolazioni del centro della penisola, senza che in una terra, solcata con lungo studio di corruttele sacerdotali e di masnadieri assoldati, una sola voce s'alzasse in favore dell'autorità minacciata del vecchio papa. E quando voi, saliti per bontà inesperta de' giovani, al governo dell'insurrezione, la perdeste codardamente, dichiarando che non si doveva nè si poteva combattere se non coll'armi straniere, noi raccogliemmo devoti nelle nostre congreghe il pensiero abbandonato in Ancona, vincemmo, insistenti, lo sconforto che s'era insignorito degli animi, e lo riconvertimmo operosi in fremito di minaccia. Così, noi col morire e i nostri fratelli per lunga vita affannata di persecuzioni, delusioni e calunnie, pur devota a un'unica o santa idea, conservammo ai giovani, suprema fra tutte virtù, la costanza, facemmo caro e onorato il nome d'Italia, tra gli stranieri, traemmo dai moti locali, legando in uno uomini di tutte le parti del bel paese, l'aspirazione all'unità, il culto della patria comune; confortammo di principî inconcussi gli istinti generosi che affaticavano le moltitudini, sollevando, noi primi, quella bandiera di pubblicità che rivendicate, predicando a tutti che dovessero essere a un tempo cospiratori ed apostoli. Senza noi, senza le nostre agitazioni del 1843, senza il nostro martirio, voi non avreste avuto un papa che intese, comunque per brevi giorni, unica speranza di vita riposata, per lui essere oggimai il dare o promettere soddisfazione a' bisogni dei sudditi. Senza noi, senza la continua nostra minaccia di peggio ai governi, voi non avreste oggi la libertà omiopatica che vi concede insultarci e che non è, voi lo sapete, se non concessione. Voi tacevate quando i nostri morivano. Sorgeste, come pianta parassitica all'albero della libertà, sull'opera nostra. La nostra lotta ha data dal 1814, dal giorno in che l'Austria rimise piede su terra lombarda; e voi v'ordinaste a partito tre anni sono quando appunto il nostro lavoro e i tentativi provocati da noi vi dimostrarono che l'opinione nazionale era, in Italia, giunta sino ad esser potenza e v'illusero a credere che quella opinione potesse—voi direste salire,—io dirò scendere sino al core d'un re.»
Queste cose e ben altre noi avremmo potuto rispondere agli accusatori imprudenti: noi potevamo provare ch'essi, non tutti ma pressochè tutti, mentivano egualmente ai principi e ai popoli. Ma che importava a noi della nostra e della loro meschina persona? Profondamente convinti che senza moralità politica non si rigenera un popolo, potevamo forse ingannarci nell'altra nostra credenza che nè papa nè re potesse oggimai dar salute all'Italia; e tanto bastava perchè tacessimo. Tacemmo dunque. Il tempo maturava ben altra risposta che quella che avremmo potuto dar noi.
Ogni giorno dava una mentita all'utopia monarchico-costituzionale dei moderati. La repubblica, non desiderata, impossibile, dicevano, nelle presenti condizioni d'Europa, sorgeva in Francia e vinceva. I principi che dovevano, in Italia, rifarci l'età dell'oro, indietreggiavano. Le leghe annunziate come imminenti dai politici d'anticamera non si stringevano. Il papa rigeneratore del mondo non s'attentava di rigenerare la curia di Roma, s'irritava delle esigenze modestissime de' suoi lodatori, dichiarava di non voler detrarre un menomo che dall'autorità irresponsabile degli antecessori, lasciava che corresse nella Svizzera sangue di cittadini per mano di cittadini anzichè proferire il richiamo de' gesuiti. La questione di libertà si scioglieva in Sicilia coll'armi; e poi che rappresentanza italiana non esisteva nè poteva esistere dove i monarchi erano dichiarati tutti intangibili, l'isola si separava dal regno. La Toscana e il Piemonte inoltravano sulla via; ma a balzi, per virtù di sommosse, per moto popolare dal basso all'alto. E la questione lombarda sorgeva ogni giorno più minacciosa, più urgente a chiedere soluzione non di parole, ma d'armi. Armi regie o di popolo? I moderati, da pochi in fuori che antivedevano e predicavano—anche coll'Austria!—l'opposizione legale, sentirono che a salvare la causa del progresso regio in Italia, era indispensabile che la monarchia si facesse iniziatrice d'emancipazione nazionale, e decretarono Carlo Alberto spada d'Italia e liberatore magnanimo del Lombardo-Veneto. I capi dell'aristocrazia lombarda vecchia e nuova s'unirono co' faccendieri di Piemonte, perchè s'avverasse il decreto, da un lato a impedire che il fremito della gente lombarda non prorompesse in azione, dall'altro a spingere con messi, segretari intimi, offerte e promesse, il re all'invasione. A vederli, a udirli in que' tempi e pensare che agenti e raggiri siffatti provvedevano, nella mente dei più, a fare che una Italia libera fosse, correva il pensiero a uno sciame d'insetti brulicanti fra' velli della criniera del leone.
Il leone, il popolo, si scosse e ruggì. Ruggì spontaneo, fidando nella propria potenza. E il ruggito fu tale che gli Austriaci impauriti, tremanti, s'appiattarono nelle fortezze. La vittoria era consumata, quando Carlo Alberto, per non balzare dal trono, varcò il Ticino. E dietro a lui, per non perdere l'utopia, lo sciame dei moderati.
Ricordo il dolore ch'io m'ebbi quando, palpitante ancora per entusiasmo e per gioja sui fatti lombardi, lessi in un giornale il proclama all'esercito del re Carlo Alberto. E quel dolore non era, io lo giuro sull'anima mia, dolore di repubblicano tenace o d'uomo che non dimentica: io non pensava in quei giorni che alla questione vitale dell'indipendenza e avrei abbracciato il mio più mortale nemico purchè avesse ajutato l'Italia a ricacciar l'Austriaco oltre l'Alpi: era dolore d'uomo educato dalla sventura che presentiva la delusione, la guerra regia sostituita alla guerra del popolo, l'ambizione irrequieta, impotente d'un individuo all'impeto di sagrificio dei millioni, l'inettezza d'una decrepita aristocrazia ai nobili fecondi impulsi dei giovani popolani, la diffidenza, la briga—tutto, fuorchè il tradimento—alla fratellanza santissima nell'intento, alla semplice diritta logica dell'insurrezione. E quel fiero presentimento non mi lasciò mai; onde io m'ebbi a provare l'estremo e il più forte fra tutti i dolori, quello di sentirmi, dopo diciassette anni d'esilio, esule sulla terra materna. E nondimeno io giurai allora tacermi e mantenermi, finchè vivesse speranza di buona fede, neutro fra la parte regia e quella dei miei fratelli repubblicani, per non meritarmi rimprovero,—non dagli uomini che non curo—ma dalla coscienza, d'aver nociuto per credenze e antiveggenze mie individuali alla concordia e alla patria. Io attenni il mio giuramento, e mi seguirono—forse fu danno—su quella via i più fra i repubblicani.
Oh se Carlo Alberto avesse avuto, se non virtù, l'ingegno almeno dell'ambizione! Se gli inetti che lo seguirono o lo precedevano avessero potuto intendere che la miglior via per ottenere una corona era quella—non di carpirla—ma di vincere e meritarla! Se i moderati chiamati a reggere in Milano le sorti dell'insurrezione avessero amato, se non la libertà, merce arcana per l'anime loro, l'indipendenza almeno e la gloria delle terre lombarde, e inteso che la riconoscenza dei generosi si conquista mostrando e ispirando fiducia, e cercato il trionfo del loro signore per le sole vie dell'onore! Mantenendo inviolato sino al finir della guerra quel programma di neutralità politica ch'essi avevano più volte solennemente giurato—stringendosi intorno con vera sentita fede gli uomini di parte diversa—suscitando più sempre, in appoggio e d'ogni intorno all'esercito sardo, la guerra del popolo—trattando il re come alleato e non come arbitro supremo della rivoluzione lombarda—sollecitando l'ajuto, non dei principi, ma dei popoli di tutta Italia—promovendo con tutti i mezzi la formazione di legioni di volontarî scelti—accogliendo, invitando, ad emulazione e pegno di fratellanza, volontarî pur dalla Svizzera, dalla Francia, da tutte parti—chiamando con rapidi messi, e collocando giusta il merito quei molti fra gli esuli nostri che avevano militato con onore del nome italiano nella Spagna, in Grecia, in America—spingendo, sollecitamente armata e guidata da essi, la gioventù fin oltre il Tirolo italiano, a rompere in urto le stolte pretese della Confederazione Germanica, e creare la necessità della presto o tardi inevitabile guerra europea, procacciandosi gli ajuti fraterni di Francia, non al di qua dell'Alpi, ma al di là del Reno—essi avrebbero salvato il paese dagli orrori e dalla vergogna d'una seconda invasione, meritato, quand'anche per le intenzioni non la meritassero, fama tra i posteri d'uomini liberi, e fondato sulla cieca immemore riconoscenza del popolo—non dirò la dinastia, perchè a nessuna forza è dato oggimai fondar dinastie,—ma il trono del vagheggiato loro padrone. A noi, se fosse spiaciuto il vivere sotto un governo ineguale ai fati italiani, non sarebbe incresciuto il ripigliar la via dell'esilio, ma non com'ora, col dolore di non aver potuto, nè parlando, nè tacendo, giovare alla causa della nazione.
Non eran da tanto; e forse meglio così: il popolo d'Italia dovrà quando che sia la propria salute a sè stesso. Erette ancora le barricate del marzo, davanti al fremito di tutta Italia, davanti al plauso e all'incitamento di tutta Europa, i moderati inventarono... il regno italico settentrionale e la fusione per via di muti registri!
Il dire come, conseguenza di quel meschino raggiro sostituito al grande, splendido concetto italiano che viveva nell'anima dei giovani in Lombardia, per inettezza dapprima, per tradimento dettato dalla paura dappoi, rovinassero le cose lombardo-venete, non è qui mio istituto. Dirò bensì che per oscena sfrontatezza di piccole mene adoperate a carpire i voti per la fusione, per accanimento di calunnie e vilissime personalità seminate, parlate, stampate pei muri contro chi anche tacendo non assentiva, per incapacità portentosa, per imprevidenza da un lato e raggiro astuto dall'altro, io non so di partito che siasi sceso mai così in fondo. A ritrarne le fattezze in quel breve periodo del maggio, converrebbe allo storico intinger la penna nel fango; se non che la storia tacerà di quelli uomiciattoli. I buoni erano; ma i più sprovveduti di forti credenze e d'energia per combattere: taluni dispettosi per altezza d'animo e spronati dalla natura a ravvolgersi, come Peto Trasea, quando uscì dal corrotto senato colla testa nel manto, anzichè contendere di palmo in palmo il terreno. I repubblicani, anche quei tra loro che s'erano subito dopo l'insurrezione costituiti in associazione, fino al 12 maggio tacevano. Il 13 protestarono dignitosi dichiarando a ogni modo non volersi fare promotori di risse civili; poi disperando per allora d'ogni rimedio e convinti che bisognava lasciare si consumasse l'esperimento, si contentavano di registrare nell'Italia del Popolo le promesse tradite e i vaticinî dell'imminente futuro di linea in linea avverati. La è storia questa che nè calunnia di giornalisti, nè altro, potrà cancellare.
E la Lombardia era nuovamente serva. Gli Austriaci passeggiavano le vie di Milano. Il re di Napoli s'era rifatto tiranno; Pio IX, papa non dell'avvenire, ma del passato. Carlo Alberto mendicava alla Francia ajuti che non potevano ottenere, all'Austria armistizî disonorevoli e peggio. Il sogno dei moderati sfumava: il regno dell'alta Italia moriva nella nullità dei portafogli della consulta. Scusate le ciarle.
Il concettuccio dell'Italia del nord, anti-italiano perchè violando l'indivisibilità della sacra bandiera italiana, e sopprimendo l'ipotesi dell'unità, pregiudicava coi voti d'una frazione questioni che spettano all'intera nazione:—meschino perchè a fronte d'un fermento provvidenzialmente universale dall'Alpi al mar di Sicilia, non mirava che a ordinare una parte e all'impianto d'una specie di Prussia italiana:—impolitico perchè creava sospetti e ripugnanze insormontabili nella Francia senza creare tanta forza che bastasse a non darsene cura:—illiberale perchè fidava lo sviluppo della giovine vita lombarda e d'una civiltà stampata di democrazia all'aristocrazia torinese:—stolto, perchè, mentre si voleva contro l'Austria una guerra di principî, esigeva che tutti ajutassero l'ingrandimento d'un solo e spargessero sangue e tesori per inalzare un trono destinato, come gli uomini del partito dicevano, a dominarli e rovinarli tutti un dì o l'altro!—riescì funestissimo in questo, che suscitando da un lato l'orgogliuzzo della conquista, costringendo dall'altro i raggiratori politici a giovarsi, per carpire l'intento, d'arti inoneste e di promesse deluse, ha generato ciò che prima non esisteva, un lievito di discordia e di gelosia tra piemontesi e lombardi. Quella tristissima conseguenza della precipitata fusione noi l'avevamo predetta; poi a sovrapporre gare alle gare, venne il tradimento compito in Milano; e fremono tuttavia, nè altro oggimai potrà spegnerle che il fatto d'una insurrezione nazionale davvero, e la grande voce del popolo di tutta Italia. Le unioni non si fanno a quel modo. Escono spontanee da una fratellanza di popoli che hanno insieme patito e vinto, inviolabili per solenne e liberamente discussa espressione di rappresentanze legali; mal si fondano su calcoli di paure, mal si chiedono come prezzo d'ajuto, mal si votano sotto la spada di Damocle della minaccia d'un abbandono sì che somigli il fatto nefando di quel chirurgo che sospendeva, a mezzo l'operazione, il coltello per pattuire coll'infermo doppia mercede. Bensì a chi allora affacciava siffatte considerazioni e scongiurava in nome d'Italia che si vincesse prima, poi si lasciasse libero il corso alle intenzioni dei popoli, i maneggiatori rispondevano chiamandolo assoldato dell'Austria.
E questo malumore creato tra due popolazioni italiane nate ad amarsi e ajutarsi è l'unico risultato pratico ch'io mi sappia delle trienni agitazioni di quel partito: partito senza radice, senza tradizione, senza genio, senza possibilità di vita nell'avvenire. I partiti moderati s'intendono ne' paesi già fatti nazione e retti da lunghi anni o secoli a sistema costituzionale, dove, illusi spesso ma razionali a ogni modo, s'oppongono a chi tenta rifar di pianta la società, ordinandola al trionfo d'un nuovo elemento non contemplato fino a quel giorno nelle istituzioni, e contendono dovere il meglio escire dallo sviluppo progressivo delle libertà già esistenti; ma in Italia? Dove nazione non è e si tratta di conquistarla? Dove istituzioni libere non sono o furono ottenute per via di sommosse o popolari minacce e sono tuttavia combattute dalle fazioni retrograde sedenti a governo? Dove non si tratta di miglioramenti amministrativi o di riforme parlamentarie, ma di essere o non essere? Copiatori meschini d'un passato che non è nostro, cinguettano d'autonomia e di libero genio italiano per poi dirci—che? La teorica d'equilibrio dei tre poteri, l'istituzione, provata menzognera e fatta cadavere dall'esperienza d'ormai trent'anni, monarchico-costituzionale! Dimentichi che ci accusavano un anno addietro di esortare a repubblica mentre la Francia reggevasi a monarchia, accusano noi, noi che predicammo repubblica or sono diciassette anni, e cominciammo dopo il febbrajo a invocare unicamente la sovranità del paese, d'imitare servilmente la Francia: imitare la Francia qui dove la monarchia straniera, o entrata collo straniero, non ha per sè vestigio di tradizione nazionale, nè gloria d'utili imprese, nè puntello d'elementi inviscerati nella società, nè amore da' sudditi, nè credenza sincera da que' medesimi che ne sostengon la causa! qui dove ogni grande memoria, ogni gloria, ogni ricordo di potenza è di popolo! qui d'onde insegnammo la vita democratica di comune e la repubblica senza schiavi all'Europa! e l'accusa move da uomini che ricopiano fin nei vocaboli (democrazia regia, monarchie citoyenne) la Francia di Luigi Filippo; da uomini che nel generale maraviglioso commovimento dei popoli volgenti a democrazia non sanno trovare altra missione all'Italia ridesta che quella di cibarsi degli ultimi rifiuti e ricominciare la prova che l'Europa sta concludendo. E riescissero! Ma come? Non proclamano essi da ormai tre anni federazione di principi che non vogliono collegarsi? Non annunziano ai popoli una dieta, mentre dei tre governi che dovrebbero attuarla un si tace, l'altro avversa, il terzo promove invece la costituente? Non evangelizzano ogni settimana la guerra con un ministero che intima pace? Non hanno essi scritto libri di 500 pagine fondati sull'ipotesi d'una lega liberalissima tra Napoli e Piemonte, e non ha egli il re di Napoli risposto abbandonando il campo italiano e trasmutando i soldati in carnefici de' loro fratelli? I mezzi per verificare anche quel meschino concetto di federalismo monarchico non sono nelle loro mani. Noi possiamo con lunghe fatiche educare il popolo, essi non possono educare, non che cinque, un sol re. Le loro teoriche, le loro speranze posano tutte sopra un forse, sopra un se: dietro un se in forma di papa o di principe essi hanno trascinato per tre anni la povera Italia d'illusione in illusione, d'utopia in utopia, alla condizione di prima: e quando si rassegneranno un giorno a rinsavire e morire, il fatto da loro potrà rappresentarsi mirabilmente da quei due versi che un principe di Toscana rispondeva ai sudditi petizionanti:
Talor, qualor, quinci, sovente e guari:
Rifate il ponte co' vostri danari
Al popolo toccherà di rifare il ponte co' proprî danari e col proprio sangue. Agli uomini del partito nazionale tocca fin d'ora insistere col popolo perchè impari questa verità troppo spesso dimenticata: che una nazione non si rigenera se non con forze proprie, col sudore della propria fronte, con lunghi sacrificî e coscienza profonda del proprio diritto e del proprio dovere.
Io chiamo uomini del partito nazionale tutti coloro i quali non avendo, per fini privati, venduto l'ingegno e l'anima a un ministero, a una sêtta, a un principe o a una casa regnante—non presumendo che sotto il loro piccolo cranio covi più senno o alberghino più diritti che non nei venticinque milioni d'uomini nati a progredire, ad amare, a sperare, a combattere in questa terra italiana—credono religiosamente anzi tutto nella nazione e nella sua sovranità, e ordinano i loro pensieri, i loro atti, il loro apostolato a far sì che il paese, libero tutto e sottratto ad ogni influenza frazionaria, viziosa, immorale, decida in modo legale e con esame maturo delle proprie sorti. E a questo partito appartengono—m'incresce non aver trovato prima occasione di dirlo—molte anime pure e caldissime d'amor di patria che appartennero ai moderati, sia perchè stimavano necessario al nostro popolo un certo periodo d'educazione politica che lo destasse dal sonno in che si giaceva, sia perchè, soverchiamente tementi del nemico straniero e dei vecchi nostri dissidî, intravedevano in Carlo Alberto l'unificatore di tutta Italia. I primi sentono ora che il popolo è desto ma corre rischio d'esser travolto dall'educazione gesuitica di quel partito in un sonno peggiore del primo; i secondi hanno con amarezza scoperto che la voce unione in bocca a' loro colleghi suonava tutt'altro che avviamento a unità e che ad ogni modo il loro idolo non era da tanto.
Dico che il paese è oggi desto e fuor di tutela; e che, se ciascuno di noi ha non solamente diritto, ma debito di proporgli scrivendo e parlando l'adozione del principio ch'ei crede vero, nessuno ha diritto d'imporgli o di sedurlo con mezzi artificiosi di promesse o terrori ad adottare senza esame deliberato una forma di governo, un sistema, un'idea preconcetta. Quando tutta Italia era schiava, e la libera parola era vietata e il pensiero, che Dio ha messo nelle viscere di questa terra e che un giorno la farà grande, si giaceva per mancanza assoluta di comunione, ignoto al suo popolo, gli uomini che soli nel silenzio comune osavano dire all'Italia: Sorgi e sii grande! avevano diritto di farsene interpreti, di trarre dallo studio della tradizione nazionale e dalla propria coscienza la definizione di quel pensiero e scriverlo risolutamente sulla loro bandiera e dire al popolo: In questo segno tu vincerai—salvo al popolo di consecrarlo o mutarlo, vinto il nemico: oggi no. Il pericolo più grave d'una insurrezione che non poteva iniziarsi se non da pochi era allora quello di non aver bandiera alcuna e di travolgere un popolo, suscitato a un tratto da un sonno di morte alla più alta intensità di vita possibile, in una anarchia senza nome impotente a vincere lo straniero. Oggi il popolo è da qualche anno svegliato: ha potuto guardarsi attorno e scendere a interrogare la propria coscienza: vive in più parti d'Italia di una vita ben più potente di quella che s'elabora nell'aule o nell'anticamere dei potenti: ha conquistato nella Lombardia, in Venezia, in Sicilia, in Bologna, in Livorno, in Genova e altrove, tra le barricate o in quelle manifestazioni che i liberali patrizî chiamano sdegnosamente di piazza e alle quali devono quel tanto di libertà ch'esiste fra noi, il battesimo di sovranità; e saprebbe, cogli istinti suoi logici, col senso diritto che distingue le moltitudini e colla scorta delle sue tradizioni, trovarsi facilmente la buona via, purchè i suoi dottori e gl'inventori delle alte e delle basse Italie volessero lasciarlo in pace. Ei sarebbe forse a quest'ora libero d'ogni peste croata, se i facitori di piani e le strategiche regie non gli avessero fatto tacere la campana a stormo e guasto la sua guerra d'insurrezione.
Gli esuli repubblicani—ed è un altro fatto che la calunnia non potrà cancellare—intesero primi e soli questo diritto inviolabile di sovranità nazionale. Dissero che al paese, ridesto una volta ed in moto, spettava l'iniziativa, a noi tutti studiarne, ajutarne e migliorarne le ispirazioni. La Giovine Italia fu sciolta. L'Associazione nazionale fondata. E dal programma dell'Associazione sino al proclama di Val d'Intelvio il solo grido ch'essi abbiano messo fu: guerra e sovranità del paese.