Intellettualmente, i Carbonari erano machiavellici e materialisti. Predicavano libertà politica, e dimenticando che l'uomo è uno, quei tra loro che si occupavano di letteratura, predicavano sotto il nome di classicismo la servitù letteraria. Si dicevano nel loro linguaggio simbolico Cristiani e intanto, confondendo superstizione e fede, papato e religione, disseccavano il vergine entusiasmo dei giovani con uno scetticismo rubato a Voltaire e negazioni rubate al secolo XVIII. Erano settarî, non apostoli di una religione nazionale. Ed erano tali nella sfera politica. Non avevano fede sincera nelle Costituzioni, ridevano fra di loro della monarchia; e l'acclamavano nondimeno, dapprima perchè s'illudevano a trovare in essa una forza della quale pensavano abbisognare; poi perchè la monarchia li liberava dall'obbligo di guidare le moltitudini ch'essi temevano e mal conoscevano; da ultimo perchè speravano che il battesimo regio dato alla insurrezione avrebbe ammansato l'Austria o conquistato l'ajuto di qualche grande potenza, Francia o Inghilterra. Avevano dunque cacciato lo sguardo su Carlo Alberto in Piemonte, sul principe Francesco in Napoli: d'indole naturalmente tirannica il primo, ambizioso, ma incapace di grandezza; ipocrita e traditore fin da' primi suoi passi il secondo; e avevano commesso all'uno ed all'altro i fati d'Italia, lasciando al futuro di porre in accordo le mire inconciliabili dei due pretendenti.
I fatti intanto avevano dimostrato quali siano le inevitabili conseguenze del difetto di principî negli uomini che si pongono a capo delle rivoluzioni, e come la forza spetti veramente non alla cifra, ma alla coesione degli elementi che si adoprano a raggiungere il fine. Le insurrezioni avevano avuto luogo senza ostacoli gravi; ma rapidamente seguite dalla interna discordia. Compita la loro promessa di rovesciare, gli affigliati dei Carbonari erano tornati ciascuno alle proprie tendenze, e s'erano divisi su ciò che importasse fondare. Gli uni avevano creduto di cospirare per una unica monarchia, altri pel federalismo; molti parteggiavano per la Costituzione francese, molti per la Spagnola: taluni per la repubblica o per non so quante repubbliche; e tutti lagnandosi d'essere stati ingannati. I Governi provvisorî s'erano trovati indeboliti in sul nascere dall'opposizione aperta degli uni e dalla inerzia calcolata degli altri. Quindi le diffidenze, l'incertezza di quei Governi e i pretesti al non fare, cercati in una opposizione che non potea vincersi se non facendo, e il popolo e i giovani volontarî lasciati senza sprone, senza ordinamento, senza intento determinato. Quindi l'assenza di libertà vera nella scelta dei mezzi, perchè la monarchia scelta a capitanare le insurrezioni traeva seco vincoli e tradizioni d'ogni genere ostili all'ardito sviluppo del principio insurrezionale. La logica vuole in ogni tempo il suo dritto. I capi del moto avevano dichiarato implicitamente incapace il popolo d'emanciparsi e governarsi da sè: bisognava dunque astenersi dall'armarlo, dal suscitarlo di soverchio a frammettersi nelle cose: bisognava sostituirgli una forza, cercarla al di fuori ai gabinetti stranieri, e ottenere promesse menzognere a patto di concessioni reali: bisognava lasciare ai principi la libera scelta dei loro ministri e dei condottieri degli eserciti, anche a rischio—avverato più dopo—di vederli scelti traditori o incapaci e di vedere i principi stessi sfuggire in un subito al campo nemico o andare a gittar l'anatema sull'insurrezione da Laybach.
La rivoluzione napoletana era caduta in Napoli dopo avere esaurito ad una ad una le conseguenze fatali di un primo errore; dopo aver negato sui primi giorni la tendenza nazionale col rifiuto di Pontecorvo e di Benevento, città appartenenti allora agli Stati Romani ma circondate dalle terre napoletane e che avevano, insorgendo esse pure, chiesto di confondersi coi popoli emancipati; dopo aver decretato che la guerra sarebbe puramente difensiva e che l'esercito austriaco spinto nel core non dovea considerarsi nemico se non quando traverserebbe la frontiera napoletana; dopo avere insomma spenta ogni fiamma d'insurrezione nell'Italia Centrale. E l'insurrezione piemontese, sorta quando già quelli errori erano stati commessi nel Sud e insegnavano il come evitarli; mentre la fremente Lombardia, sguernita di forze Austriache eguali all'incarico di reprimere, potea, con soli 25,000 uomini sommoversi da un capo all'altro, e quei 25,000 uomini potevano avviarsi una settimana dopo l'insurrezione, era caduta non tentando questo nè altro, inceppata dagli stessi vincoli, condannata dalla stessa influenza che avevano impedito il moto due mesi prima, quando il Sud era libero e poteva ordinarsi la difesa comune[7].
Nè mai—anche limitandosi a scorrere la Storia onesta ma imperfetta del moto scritta da Santarosa—erano state più visibili le tristissime conseguenze d'un tristo programma. Un proclama di Carlo Alberto, capo del Governo Rivoluzionario, aveva largito amnistia alle truppe che lo avevano fondato. La Giunta s'era avvilita in negoziati coll'ambasciatore russo, conte Mocenigo, che offriva sfrontatamente perdono ai cospiratori e qualche speranza d'una Carta Costituzionale. Erano uomini d'innegabile patriotismo e di core, e giurati tutti alla Carboneria; e nondimeno tremanti fra le esigenze della rivoluzione e le forme accettate della legalità monarchica, costretti a derivare ispirazioni da un uomo che in fondo del core sprezzavano e temevano li tradirebbe un dì o l'altro, consapevoli del diritto e non osando affermarlo, avevano preteso di mutare le istituzioni del paese senza mutare gl'impiegati della vecchia amministrazione o i capi dell'esercito stretti al giuramento di mantener la tirannide; avevano lasciato il Governo di Novara al conte di Latour e quello della Savoja al conte d'Andezene, ambi nemici aperti della causa rivoluzionaria; avevano preveduto e predetto la guerra e, per timore che il programma monarchico potesse essere presto o tardi violato, negate l'armi al popolo che le chiedeva, differito indefinitamente l'adunarsi delle assemblee elettorali, e negletto ogni atto capace d'affratellare alla rivoluzione le moltitudini, sino alla revoca del decreto col quale Genova insorta aveva ridotto il prezzo del sale a metà. Erano caduti, fuggiti, non davanti alla forza che poteva con onore combattersi, ma davanti a un sofisma innestato nel programma rivoluzionario.
Tale m'appariva la carboneria: vasto e potente corpo, ma senza capo: associazione alla quale non erano mancate generose intenzioni, ma idee, e priva non del sentimento nazionale, ma di scienza e logica per ridurlo in atto. Il cosmopolitismo che una osservazione superficiale d'alcune contrade straniere le avea suggerito, ne aveva ampliato la sfera, ma sottraendole il punto d'appoggio. L'eroica educatrice costanza degli affratellati e il martirio intrepidamente affrontato avevano grandemente promosso quel senso d'eguaglianza ch'è ingenito in noi, preparato le vie all'unione, iniziato a forti imprese con un solo battesimo uomini di tutte provincie e di tutte classi sociali, sacerdoti, scrittori, patrizî, soldati e figli del popolo[8]. Ma la mancanza d'un programma determinato le aveva tolto sempre la vittoria di pugno.
Queste riflessioni m'erano suggerite dall'esame dei tentativi e delle disfatte della Carboneria. E i fatti appena allora conchiusi dell'Italia Centrale mi confermavano in esse, additandomi a un tempo altri pericoli da combattersi: primi fra i quali erano quello di collocare le speranze della vittoria nell'appoggio di governi stranieri e quello di fidare lo sviluppo, il maneggio delle insurrezioni a uomini che non avevano saputo iniziarle.
Nei fatti del 1831, il progresso delle tendenze s'era rilevato innegabile. L'insurrezione non aveva invocato come necessità indeclinabile l'iniziativa dell'alte classi o della milizia: era sorta dalla gente senza nome, dalle viscere del paese. Dopo le tre giornate di Parigi, il popolo in Bologna s'affollava all'Ufficio Postale. I giovani salivano nei caffè sulle sedie e leggevano ad alta voce i giornali agli astanti. Si preparavano armi, s'ordinavano compagnie di volontarî, si sceglievano i capitani. I comandanti la truppa dichiaravano al prolegato che non assalirebbero i cittadini. Lo stesso aveva luogo nell'altre città. L'eco del cannone sparato, nella notte del 2 febbrajo in Modena, contro la casa di Ciro Menotti aveva dato il segnale. Bologna s'era levata il 4.—Il 5, il popolo di Modena, riavuto dallo stupore, aveva cacciato in fuga duchi e duchisti; Imola, Faenza, Forlì, Cesena, Ravenna s'erano emancipate. Il 7, Ferrara aveva seguito l'esempio: gli austriaci s'erano ritratti. Pesaro, Fossombrone, Fano ed Urbino s'erano, l'8, liberate dei loro Governatori. Il moto aveva trionfato il 13 in Parma: poi in Macerata, Camerino, Ascoli, Perugia, Terni, Narni ed in altre città. Ancona, dove il colonnello Sutterman s'era mostrato in sulle prime disposto a resistere, aveva ceduto davanti ad alcune compagnie di soldati e di guardie nazionali comandate da Sercognani. E tutto questo s'era operato per impulso di popolo, per entusiasmo collettivo che si stendeva alla donna e ai canuti; mentre le prime lavoravano coccarde e bandiere, parecchi tra i veterani del Grande Esercito mostravano ai giovani lievemente diffidenti le cicatrici delle antiche ferite, dicendo loro: noi le riportammo difendendo il nostro paese. Così il 25 febbrajo due milioni e mezzo quasi d'Italiani avevano abbracciata la Causa Nazionale, presti a difesa od offesa per l'emancipazione degli altri loro fratelli.
Ed era infatti la Causa Nazionale che gli istinti avevano in quei moti universalmente additato alle moltitudini. Italiana era la coccarda adottata per ogni dove in onta alle preghiere d'Orioli ed altri appartenenti più tardi al Governo. Dai primi giorni la gioventù Bolognese aveva tentato d'invadere la Toscana; quella di Modena e Reggio d'inoltrare su Massa. Più dopo, le Guardie Nazionali chiedevano d'esser condotte per la via del Furlo sul Regno.
Di quel moto tutto Italiano nell'origine e nell'intento, i Capi intanto avevano fatto un moto puramente provinciale. Sua legge naturale era stendersi, allargare la propria base, quanto era possibile; essi l'avevano limitata nei più angusti confini; avevano proscritto ogni tentativo di propaganda: avevano accumulato ostacoli alla rivoluzione invece di lavorare a spianarli. La nazionalità era l'anima dell'impresa; ed essi avevano cercato sostegni alla rivoluzione fuori d'Italia. La guerra coll'Austria era inevitabile; bisognava dunque preparare la vittoria; ed essi avevano dichiarato che il trionfo della rivoluzione consisteva nel conservarsi pacifici; che la pace non era solamente possibile, ma probabile e quasi certa; e che in conseguenza era necessario astenersi da ogni dimostrazione tendente a turbarla. La rivoluzione s'incamminava necessariamente, per natura d'elementi e per condizioni speciali delle terre insorte, a repubblica: i Governi non potevano esserle favorevoli: urgeva cercarle alleati in elementi omogenei, nei popoli; ora, solo pegno d'alleanza tra i popoli sono le dichiarazioni di principî, ed essi non ne avevano fatta alcuna; avevano calcolato sull'ajuto dei re, e prostrato un moto di popolo appiedi della Diplomazia. Bisognava suscitare l'azione coll'azione, l'energia coll'energia, la fede colla fede; ed essi, deboli, tentennanti, avevano in ogni loro atto rivelato il terrore dell'anima. Quindi la diffidenza cresciuta in seno ai paesi insorti, lo sconforto nell'altre provincie d'Italia, le delusioni diplomatiche e la ineluttabile rovina del moto. Appoggiato unicamente sul principio del non intervento, era caduto con esso.
Il principio del non-intervento era stato, a dir vero, proclamato esplicitamente, solennemente, dal Governo di Francia. Già prima del moto una memoria stesa da parecchi Italiani influenti aveva chiesto all'ambasciatore francese in Napoli, Latour Maubourg, quale sarebbe stata la condotta della Francia se una rivoluzione in Italia provocasse l'intervento armato dell'Austria; e l'ambasciatore aveva scritto in calce di proprio pugno che «La Francia avrebbe difeso la rivoluzione purchè il nuovo Governo non assumesse forme anarchiche e riconoscesse i principî d'ordine generalmente adottati in Europa.»
Latour Maubourg negò nel seguito quella nota; ma, consegnata nei primi giorni del moto al Governo Provvisorio, fu veduta e attestata da un de' suoi membri, Francesco Orioli, nel suo libro stampato nel 1834-35 in Parigi sulla Révolution d'Italie. Poi Lafitte, presidente della Camera dei Deputati, aveva il 1º dicembre 1830, proferito le seguenti parole: «La Francia non permetterà violazione alcuna del principio del non-intervento.... La Santa Alleanza aveva per base di soffocare collettivamente la libertà dei popoli dovunque ne fosse sollevato lo stendardo; il nuovo principio proclamato dalla Francia è quello di concedere incontrastato sviluppo alla libertà ovunque essa sorga spontanea.» Il 15 gennajo, Guizot aveva detto: «Il principio del non-intervento è identico col principio della libertà dei popoli.» Il 22 dello stesso mese, il Ministro degli Esteri aveva dichiarato: «La Santa Alleanza era fondata sul principio d'intervento sovvertitore dell'indipendenza di tutti gli Stati secondarj: il principio opposto che noi abbiamo consecrato e che faremo rispettare, assicura a tutti libertà e indipendenza.» Il 28, le stesse cose erano state ripetute dal Duca di Dalmazia: il 29 da Sebastiani.
Ma se i Capi del moto avevano diritto di credere che non sarebbero stati traditi, avevano pure debito di considerare che nel 1831 una guerra tra l'Austria e la Francia doveva risolversi in guerra generale Europea tra i due principî dell'immobilità e del progresso per mezzo della sovranità nazionale. E in guerra siffatta, se la Francia non aveva che trionfi da mietere, Luigi Filippo correva rischio di perdere ogni cosa, affogato nel moto. L'impulso rivoluzionario dato alla Francia avrebbe travolto la monarchia nel vortice d'una guerra alla quale la natura degli elementi chiamati in azione avrebbe impartito rapidamente il carattere d'una crociata repubblicana; e la monarchia d'allora era debole e senza radici di simpatia popolare in paese. La pace era dunque pegno d'esistenza alla dinastia. Non v'era dunque che un mezzo per costringerlo ad attener le promesse: preparare la resistenza tanto da prolungare una lotta quanto bastasse a sommovere in Francia l'opinione; e adoprarsi a estendere il moto per ogni dove e segnatamente in Piemonte dove l'intervento dell'Austria è inconciliabile, come quello della Prussia nel Belgio, colla tradizione politica della Francia. Pretender di vincere la ripugnanza di Luigi Filippo mostrandosi deboli, era follia; e follia illudersi a credere che il principio del non-intervento avrebbe impedito l'innoltrarsi all'Austria. Anche a rischio di guerra, l'Austria non poteva tollerare che di fronte a' suoi possedimenti Lombardo-Veneti si stabilisse un Governo di libertà. Il Governo dell'insurrezione non preparando la guerra, dava tempo all'Austria per distruggere rapidamente la cagione di lite colla Francia e lo toglieva all'agitazione francese. L'importanza del tempo era stata intesa così bene da Luigi Filippo che sperando repressa l'insurrezione prima che gli si chiedesse conto delle promesse, ei nascose per cinque giorni al Presidente del Consiglio, Lafitte, inetto ma onesto, il dispaccio col quale l'ambasciatore francese in Vienna annunziava l'invasione dell'Austria nell'Italia Centrale.
E nondimeno, i Governi Provvisorî delle provincie insorte avevano adottato l'ipotesi che l'Austria non invaderebbe, ch'essa concederebbe alla rivoluzione d'impiantarsi stabilmente nel core d'Italia; e che tutta la politica della rivoluzione dovea consistere nel non somministrare motivo legittimo all'invasione. Non un atto quindi aveva proclamato la sovranità nazionale, non uno aveva chiamato il popolo all'armi: non uno aveva ordinato il principio d'elezione: non uno aveva confortato ad agire l'altre provincie italiane. La paura trapelava in ogni loro decreto. La rivoluzione v'appariva accettata anzichè proclamata. I Governi Provvisorî di Parma e di Modena avevano dichiarato che avendo i principi abbandonato i loro Stati senza lasciare governo ordinato, il popolo s'era veduto nella necessità di fondarne uno nuovo. Quel di Bologna affermava d'essersi costituito perchè la dichiarazione di Monsignor Clarelli, prolegato, annunziando la di lui intenzione di abbandonare interamente l'amministrazione politica della provincia, era urgente d'evitar l'anarchia. E anche quando la rivoluzione trionfante, secura all'interno, avea suggerito stile più ardito, quel Governo che concentrò in sè a poco a poco la direzione generale del moto, non aveva osato richiamarsi al diritto che vive eterno in ogni popolo, ma s'era affaccendato a desumere la libertà di Bologna dalla tradizione locale, dalla convenzione stretta nel 1447 tra Bologna e il Papa Nicolò V; e un lungo, pedantesco e poco degno scritto del Presidente Vicini, in data del 25 febbrajo[9] commentava da legulejo la tradizione. In Parma, a un Fedeli che, scelto a capo della Guardia Nazionale, ricusava, a meno d'un permesso della Duchessa, il Governo aveva concesso lo richiedesse e n'era stato rimeritato da lui poco dopo con una congiura retrograda: poi, nello stremo delle finanze, ordinava si continuassero gli stipendî agli impiegati della Corte scacciata.
Mentre il sorgere dell'Italia Centrale aveva messo in fermento gli spiriti in Napoli, nel Piemonte e per ogni dove tutti aspettavano con ansia che dal centro iniziatore dell'impresa giungesse l'ispirazione del da farsi, il decreto dell'11 febbrajo aveva freddamente annunziato che «Bologna non avrebbe interrotte le antiche relazioni d'amicizia coll'altre contrade, nè concederebbe la menoma violazione dei loro territorî, sperando che in ricambio nessun intervento avrebbe luogo a suo danno: il solo obbligo della difesa potrebbe trascinarla all'azione.» Il Centro aveva con quell'atto rinunziato ad ogni iniziativa, e separato la propria causa da quella d'Italia. E gli uomini di pura ribellione, troppo numerosi tra noi, avevano, sdegnati, abbandonato ogni pensiero d'azione altrove: la gente diplomatizzante anche sull'orlo della sepoltura e cospiratrice all'antica aveva in quel codardo abbandono intraveduto un grande mistero di politica calcolatrice e aveva susurrato per ogni dove: «rimanetevi inerti; perchè, se quei Governi non fossero certi dell'ajuto francese, non agirebbero come fanno.»
Questa illimitata fiducia, in quanto ha sembianza di calcolo o tattica, e la diffidenza perenne dell'entusiasmo, dell'azione e della simultaneità dell'opere, tre cose che racchiudono in sè tutta quanta la scienza della rivoluzione, furono e sono tuttavia piaga mortale alla Italia. Noi seguiamo, aspettiamo, studiamo gli eventi, non ci adopriamo a crearli e padroneggiarli. Onoriamo del nome di prudenza ciò che in sostanza non è se non mediocrità insopportabile di concetto. Lo sconforto che i deputati lombardi avevano, nel 1821, trovato a Torino, li aveva indotti a rinunciare all'azione: operando, avrebbero distrutto quello sconforto.
Il Governo di Bologna, fidando unicamente nelle promesse dell'estero, aveva rinunziato, non all'offesa soltanto, ma alla difesa. La proposta d'ordinare una milizia era stata rigettata. Le fortificazioni d'Ancona non erano state riattate. Il progetto di Zucchi che, giunto a Bologna, aveva ordinato la formazione di sei reggimenti di fanteria e di due di cavalleria era stato attraversato. L'idea, proposta più volte da Sercognani, d'una decisiva impresa su Roma, dove il 12 febbrajo s'erano mostrati sintomi d'insurrezione, era sempre stata respinta. Nè il ministro Armandi[10] nè altri aveva saputo intendere l'importanza d'una bandiera di Patria sventolante dal Campidoglio. Il mormorare de' giovani era stato acquetato da promesse continue, non attese mai: il linguaggio severo della stampa, represso da un editto del 12 febbrajo «minacciante condanna finanziaria o di prigione ai venditori di scritti capaci di nuocere alle relazioni di pace e amicizia esistenti coi Governi stranieri.»
E, conseguenza inevitabile del codardo operare, il meschino Governo era stato abbandonato, tradito da tutti. Al conte Bianchetti, mandato a Firenze a interrogare gli ambasciatori di Francia e d'Austria, il Governo Francese non aveva pur degnato rispondere, e corrispondeva amichevolmente col Papa. Il conte di Saint'Aulaire, inviato di Francia a Roma nel marzo, aveva evitato la via di Bologna sfuggendo ad ogni contatto col Governo Provvisorio. L'Austria aveva, aggiungendo l'ironia all'oltraggio, dichiarato che avrebbe invaso Modena e Parma, ma soltanto in virtù di non so qual patto di riversione, e Bologna, purchè si mantenesse saggia, sarebbe stata rispettata. La invasione di Parma, Modena e Reggio aveva avuto luogo: e il 6 marzo il Governo Provvisorio aveva detto: «le cose dei Modenesi non sono le nostre; il non intervento è legge per noi come pei nostri vicini; e nessuno di noi dove immischiarsi nella contesa degli Stati finitimi;» aveva decretato che «quanti stranieri si fossero presentati alle frontiere, si disarmassero e s'internassero;» e i 700 stranieri modenesi, guidati dal Zucchi, avevano dovuto traversare Bologna in sembianza di prigionieri. L'occupazione di Ferrara aveva tenuto dietro a quella di Modena e Parma: Ferrara era parte delle Provincie Unite e aveva sette deputati in Bologna, e nondimeno il governo aveva annunciato, l'8 marzo, il fatto senza commento; il Precursore, organo governativo, aveva il 12 sostenuto la tesi che il principio del non-intervento non era violato, dacchè i trattati di Vienna concedevano all'Austria diritto di guarnigione in Ferrara: due inviati del Governo, Conti e Brunetti, avevano riportato da Ferrara assicurazione verbale di Bentheim che gli Austriaci non si sarebbero inoltrati. Una reggenza pontificia s'era istituita intanto in Ferrara; e il Governo Bolognese aveva sostenuto che tra le operazioni papali e le austriache non era vincolo necessario. Gli Austriaci s'erano presentati alle porte di Bologna il 20; il Governo aveva intimato stessero tutti quieti, la Guardia Nazionale mantenesse l'ordine, solo suo intento; e s'era ritirato in Ancona, dove il 25 marzo, due soli giorni dopo eletto un triumvirato e abdicato quindi ogni potere, aveva capitolato col cardinale Benvenuti, chiedendo amnistia: firmati tutti, fuorchè Carlo Pepoli ch'era assente[11]. I patti della Capitolazione erano stati, come di ragione, violati, annullati il 5 aprile dal Papa. Gli editti del 14 e del 30 condannavano capi, complici, sostenitori. E dacchè i Governi insultano sempre ai caduti, il 23 giugno Luigi Filippo annunziava nel suo discorso alle Camere ch'egli aveva ottenuto dal Papa piena amnistia per gli insorti. E il 9 luglio una circolare fatta pubblica dalla Francia, dalla Prussia, dal Piemonte e dall'Inghilterra, chiamava altamente colpevoli gli insorti e il loro Governo. Intanto i padroni legittimi degli Italiani violavano la libertà dei mari, catturando la nave che portava in esilio Zucchi e da circa settanta insorti e conducevali nelle prigioni di Venezia; e pubblicavano decreti come il seguente: «qualunque volta, in virtù di denunzie o testimonianze segrete (gli autori delle quali non verranno mai compromessi da confronti o altrimenti) noi otterremo certezza morale di un delitto commesso, noi, invece d'esporre l'individuo rivelatore, ci contenteremo di condannare, per misura di polizia, il colpevole a un castigo straordinario, più mite dell'ordinario, ma al quale sarà sempre aggiunta la pena dell'esilio.» Editto del duca di Modena dell'8 aprile 1832.»
Così gl'infausti moti del 1820, del 1821, del 1831, m'insegnavano gli errori che bisognava a ogni patto evitare. I più, confondendo individui e cose, traevano, dal mal esito, cagione di profondo sconforto. Per me, non ne esciva se non il convincimento che il successo era un problema di direzione e non altro. Il biasimo meritato dagli uomini che avevano diretto ricadeva, dicevano, sul paese: il solo fatto dell'essere essi e non altri saliti al potere, rappresentava per tutti quasi un vizio inerente alle condizioni d'Italia: la media, per così dire, della potenza rivoluzionaria italiana. Io non vedeva in quella scelta se non un errore di logica capace di rimedio. Ed era quello, prevalente anche oggi pur troppo, di fidare la scelta dei capi delle insurrezioni a quei che non le hanno operate. In virtù d'un senso di legalità buono in sè, ma spinto oltre i termini del dovere; per un timore, onorevole nell'origine ma esagerato e improvvido, di soggiacere all'accusa di anarchia o d'ambizione; per un'abitudine tradizionale di fiducia, giusta solamente in condizioni normali, negli uomini provetti d'anni e di nome più o meno illustre nelle loro località; finalmente per una assoluta inesperienza della natura e dello sviluppo dei grandi fatti rivoluzionarî, il popolo e la gioventù avevano ceduto sempre il diritto di dirigere ai primi che, con un'apparenza di legalità, si erano presentati ad esercitarlo. La cospirazione e la rivoluzione erano state sempre rappresentate da due ordini diversi d'uomini: gli uni messi da banda dopo d'avere rovesciato gli ostacoli, gli altri sottentrati il dì dopo a dirigere lo sviluppo d'una idea che non era la loro, d'un disegno che non avevano maturato, d'un'impresa della quale non avevano studiato mai le difficoltà o gli elementi e colla quale non si erano, nè per sacrificio nè per entusiasmo, immedesimati. Quindi l'andamento del moto trasformato in un subito. Così, nel 1821, in Piemonte, lo sviluppo del concetto rivoluzionario era stato affidato ad uomini i quali, come Dal Pozzo[12], Villamarina, Gubernatis, erano rimasti stranieri alla cospirazione. Così in Bologna s'erano accettati a membri del governo provvisorio uomini approvati dal governo stesso che si rovesciava: il loro titolo era un editto di monsignore Paracciani Clarelli. Così generalmente, i consigli d'amministrazione comunale, assunto il nome di consessi civici, s'erano dichiarati rappresentanti legali del popolo e avevano eletto, senza dritto alcuno, le autorità provvisorie. Ora predominavano in questi Consigli gli uomini di età canuta, nudriti di vecchie idee, sospettosi della gioventù e atterriti ancora degli eccessi della Rivoluzione Francese; il loro liberalismo era quello ch'oggi chiamano moderato, fiacco, pauroso, capace d'una timida, legale opposizione su particolari, non risalente mai a principî. E sceglievano naturalmente uomini di tendenze affini, discendenti di vecchie famiglie, professori, avvocati di molti clienti, diseredati dell'intelletto, dell'entusiasmo, dell'energia che compiono le rivoluzioni. I giovani, fidenti, inesperti, cedevano: dimenticavano l'immensa diversità che corre tra i bisogni d'un popolo servo e d'un popolo libero e che difficilmente gli uomini, i quali rappresentarono gli interessi individuali o municipali del primo sono atti a rappresentare gli interessi politici o nazionali dell'ultimo.
Per riflessioni siffatte, deliberai finalmente di seguire l'istinto mio e fondai la Giovine Italia, dandole per base il seguente Statuto
| LIBERTÀ. | EGUAGLIANZA. | UMANITÀ. |
INDIPENDENZA.UNITÀ.
La Giovine Italia è la fratellanza degli Italiani credenti in una legge di Progresso e di Dovere; i quali, convinti che l'Italia è chiamata ad esser Nazione—che può con forze proprie crearsi tale—che il mal esito dei tentativi passati spetta, non alla debolezza, ma alla pessima direzione degli elementi rivoluzionarî—che il segreto della potenza è nella costanza e nell'unità degli sforzi—consacrano, uniti in associazione, il pensiero e l'azione al grande intento di restituire l'Italia in Nazione di liberi ed eguali, Una, Indipendente, Sovrana.
L'Italia comprende: 1.º L'Italia continentale e peninsulare fra il mare al sud, il cerchio superiore dell'Alpi al nord, le bocche del Varo all'ovest, e Trieste all'est; 2.º le isole dichiarate italiane dalla favella degli abitanti nativi e destinate ad entrare, con un'organizzazione amministrativa speciale, nell'unità politica italiana.
La Nazione è l'universalità degli Italiani affratellati in un patto e viventi sotto una legge comune.
Basi dell'Associazione.
Quanto più l'intento d'un'associazione è determinato, chiaro, preciso, tanto più i suoi lavori procederanno spediti, securi, efficaci.—La forza d'una associazione è riposta, non nella cifra numerica degli elementi che la compongono, ma nella omogeneità di questi elementi, nella perfetta concordia dei membri circa la via da seguirsi, nella certezza che il dì dell'azione li troverà compatti e serrati in falange, forti di fiducia reciproca, stretti in unità di volere intorno alla bandiera comune. Le associazioni che accolgono elementi eterogenei e mancano di programma possono durare apparentemente concordi per l'opera di distruzione, ma devono infallibilmente trovarsi il dì dopo impotenti a dirigere il movimento, e minate dalla discordia tanto più pericolosa, quanto più i tempi richiedono allora unità di scopo e di azione.
Un principio implica un metodo; in altri termini: quale il fine, tali i mezzi. Finchè il vero e pratico scopo d'una rivoluzione si rimarrà segreto ed incerto, incerta pure rimarrà la scelta dei mezzi atti a promoverla e consolidarla. La rivoluzione procederà oscillante nel suo cammino, quindi debole e senza fede. La storia del passato lo insegna.
Qualunque, individuo o associazione, si colloca iniziatore d'un mutamento nella nazione, deve sapere a che tende il mutamento ch'ei provoca. Qualunque presume chiamare il popolo all'armi, deve potergli dire il perchè. Qualunque imprende un'opera rigeneratrice, deve avere una credenza: s'ei non l'ha, è fautore di torbidi e nulla più: promotore d'un'anarchia alla quale ei non ha modo d'imporre rimedî e termine. Nè il popolo si leva mai per combattere quand'egli ignora il premio della vittoria.
Per queste ragioni, la Giovine Italia dichiara senza reticenza ai suoi fratelli di patria il programma in nome del quale essa intende combattere. Associazione tendente anzi tutto a uno scopo d'insurrezione, ma essenzialmente educatrice fino a quel giorno e dopo quel giorno, essa espone i principî pe' quali l'educazione nazionale deve avverarsi, e dai quali soltanto l'Italia può sperare salute e rigenerazione. Predicando esclusivamente ciò ch'essa crede verità, l'associazione compie un'opera di dovere e non d'usurpazione. Preponendo al fatto la via ch'essa crede doversi tenere dagli Italiani per raggiunger lo scopo; inalzando davanti all'Italia una bandiera e chiamando ad organizzarsi tutti coloro che la stimano sola rigeneratrice, essa non sostituisce questa bandiera a quella della Nazione futura. La Nazione libera e nel pieno esercizio della sovranità, che spetta a lei sola, darà giudizio inappellabile e venerato intorno al principio, alla bandiera e alla legge fondamentale della propria esistenza.
La Giovine Italia è repubblicana e unitaria.
Repubblicana:—perchè, teoricamente, tutti gli uomini d'una Nazione sono chiamati, per la legge di Dio e dell'umanità, ad esser liberi, eguali, e fratelli; e l'istituzione repubblicana è la sola che assicuri questo avvenire,—perchè la sovranità risiede essenzialmente nella nazione, sola interprete progressiva e continua della legge morale suprema,—perchè, dovunque il privilegio è costituito a sommo dell'edificio sociale, vizia l'eguaglianza dei cittadini, tende a diramarsi per le membra, e minaccia la libertà del paese,—perchè dovunque la sovranità è riconosciuta esistente in più poteri distinti, è aperta una via alle usurpazioni, la lotta riesce inevitabile tra questi poteri, e all'armonia, ch'è legge di vita alla società, sottentra necessariamente la diffidenza e l'ostilità organizzata—perchè l'elemento monarchico, non potendo mantenersi a fronte dell'elemento popolare, trascina la necessità d'un elemento intermediario d'aristocrazia, sorgente d'ineguaglianza e di corruzione all'intera nazione—perchè, dalla natura delle cose e dalla storia è provato, che la monarchia elettiva tende a generar l'anarchia, la monarchia ereditaria a generare il dispotismo—perchè, dove la monarchia non s'appoggia, come nel medio-evo, sulla credenza, oggi distrutta, del diritto divino, riesce vincolo mal fermo d'unità e d'autorità nello Stato—perchè la serie progressiva dei mutamenti europei guida inevitabilmente le società allo stabilimento del principio repubblicano, e l'inaugurazione del principio monarchico in Italia trascinerebbe la necessità d'un'altra rivoluzione tra non molti anni.
Repubblicana—perchè, praticamente, l'Italia non ha elementi di monarchia: non aristocrazia venerata e potente che possa piantarsi fra il trono e la nazione: non dinastia di principi italiani che comandi per lunghe glorie e importanti servizî resi allo sviluppo della nazione, gli affetti o le simpatie di tutti gli Stati che la compongono—perchè la tradizione italiana è tutta repubblicana: repubblicane le grandi memorie: repubblicano il progresso della nazione e la monarchia s'introdusse quando cominciava la nostra rovina e la consumò: fu serva continuamente dello straniero, nemica al popolo, e all'unità nazionale—perchè le popolazioni dei diversi Stati italiani, che si unirebbero, senza offesa alle ambizioni locali, in un principio, non si sottometterebbero facilmente ad un Uomo, escito dall'un degli Stati, e le molte pretese trascinerebbero il Federalismo—perchè il principio monarchico messo a scopo dell'insurrezione italiana trascinando con sè per forza di logica tutte le necessità del sistema monarchico, concessioni alle corti straniere, rispetto alla diplomazia e fiducia in essa, e repressione dell'elemento popolare, unico potente a salvarci, e autorità fidata ad uomini regî interessati a tradirci, rovinerebbe infallibilmente l'insurrezione—perchè il carattere assunto successivamente dai moti tentati in Italia insegna l'attuale tendenza repubblicana—perchè a sommovere un intero popolo è necessario uno scopo che gli parli direttamente, e intelligibilmente, di diritti e vantaggi suoi—perchè, destinati ad avere i governi contrarî tutti per sistema e terrore all'opera della nostra rigenerazione, ci è forza, per non rimanere soli nell'arena, di chiamarvi con noi i popoli levando in alto una bandiera di popolo e invocandoli a nome di quel principio che domina in oggi tutte le manifestazioni rivoluzionarie d'Europa.
La Giovine Italia è Unitaria—perchè senza Unità non v'è veramente Nazione—perchè senza Unità non v'è forza, e l'Italia, circondata da nazioni unitarie, potenti e gelose, ha bisogno anzi tutto d'essere forte—perchè il Federalismo, condannandola all'impotenza della Svizzera, la porrebbe sotto l'influenza necessaria d'una o d'altra delle nazioni vicine—perchè il Federalismo ridando vita alle rivalità locali, oggimai spente, spingerebbe l'Italia a retrocedere verso il medio-evo—perchè il Federalismo, smembrando in molte piccole sfere la grande sfera nazionale, cederebbe il campo alle piccole ambizioni e diverrebbe sorgente d'aristocrazia—perchè, distruggendo l'unità della grande famiglia italiana, il Federalismo distruggerebbe dalle radici la missione che l'Italia è destinata a compiere nell'Umanità—perchè la serie progressiva dei mutamenti europei guida inevitabilmente le società europee a costituirsi in vaste masse unitarie—perchè tutto quanto il lavoro interno dell'incivilimento italiano tende da secoli, per chi sa studiarlo, alla formazione dell'Unità—perchè tutte le objezioni fatte al sistema unitario si riducono ad objezioni contro un sistema di concentrazione e di dispotismo amministrativo che nulla ha di comune coll'Unità.—La Giovine Italia non intende che l'Unità nazionale implichi dispotismo, ma concordia e associazione di tutti.—La vita inerente alle località dev'esser libera e sacra. L'organizzazione amministrativa dev'esser fatta su larghe basi, e rispettare religiosamente le libertà di comune; ma l'organizzazione politica destinata a rappresentar la Nazione in Europa dev'essere una e centrale. Senza unità di credenza e di patto sociale, senza unità di legislazione politica, civile e penale, senza unità di educazione e di rappresentanza, non v'è Nazione.
Su queste basi e sulle loro conseguenze dirette esposte negli scritti dall'associazione, la Giovine Italia è credente, e non accoglie ne' suoi ranghi se non chi le accetta. Sulle applicazioni minori, e nelle molte questioni secondarie di organizzazione politica da proporsi, essa lavora e lavorerà: ammette ed esamina le divergenze, e invita i membri dell'associazione a occuparsene. L'associazione pubblicherà via via scritti appositi su ciascuna delle basi accennate e sulle principali questioni che ne derivano, esaminate dall'alto della legge di Progresso che regola la vita dell'Umanità e della Tradizione Nazionale Italiana.
I principî generali della Giovine Italia comuni agli uomini di tutte le nazioni, e gli accennati fin qui sulla nazione italiana in particolare, verranno predicati, svolti, e tradotti popolarmente dagli iniziatori agli iniziati, e dagli iniziati, quanto più possono, all'universalità degli Italiani.
Iniziati e iniziatori non dimenticheranno mai che le applicazioni morali di principî siffatti sono le prime e le più essenziali—che senza moralità non v'è cittadino—che il principio d'una santa impresa è la santificazione dell'anima colla virtù—che dove la condotta pratica degli individui non è in perfetta armonia co' principî, la predicazione de' principî è una profanazione infame e una ipocrisia—che solamente colla virtù i fratelli nella Giovine Italia potranno conquistare le moltitudini alla loro fede—che se noi non siamo migliori d'assai di quanti negano i nostri principî, non siamo che meschini settarî—che la Giovine Italia è non setta, o partito, ma credenza ed apostolato. Precursori della rigenerazione italiana, noi dobbiamo posare la prima pietra della sua religione.
I mezzi de' quali la Giovine Italia intende valersi per raggiunger lo scopo sono l'Educazione e l'Insurrezione. Questi due mezzi devono usarsi concordemente ed armonizzarsi. L'Educazione, cogli scritti, coll'esempio, colla parola, deve conchiudere sempre alla necessità e alla predicazione dell'insurrezione; l'insurrezione, quando potrà realizzarsi, dovrà farsi in modo che ne risulti un principio d'educazione nazionale. L'educazione, necessariamente segreta in Italia, è pubblica fuori d'Italia.—I membri della Giovine Italia devono contribuire a raccogliere ed alimentare un fondo per le spese di stampa e di diffusione.—La missione degli esuli Italiani è quella di costituire l'apostolato. L'intelligenza indispensabile ai preparativi dell'insurrezione è, dentro e fuori, segreta.
L'insurrezione dovrà presentare ne' suoi caratteri il programma in germe della Nazionalità italiana futura. Dovunque l'iniziativa dell'insurrezione avrà luogo, avrà bandiera italiana, scopo italiano, linguaggio italiano.—Destinata a formare un Popolo, essa agirà in nome del Popolo e si appoggerà sul Popolo, negletto finora.—Destinata a conquistare l'Italia intera, essa dirigerà le sue mosse dietro un principio d'invasione, d'espansione, il più possibilmente vasto ed attivo.—Destinata a ricollocare l'Italia nell'influenza tra' popoli e nel loro amore, essa dirigerà i suoi atti a provare loro l'identità della causa.
Convinti che l'Italia può emanciparsi colle proprie forze—che a fondare una Nazionalità è necessaria la coscienza di questa nazionalità, e che questa coscienza non può aversi, ogni qual volta l'insurrezione si compia o trionfi per mani straniere—convinta d'altra parte che qualunque insurrezione s'appoggi sull'estero dipende dai casi dell'estero e non ha mai certezza di vincere—la Giovine Italia è decisa a giovarsi degli eventi stranieri, ma non a farne dipendere l'ora e il carattere dell'insurrezione. La Giovine Italia sa che l'Europa aspetta un segnale e che, come ogni altra nazione, l'Italia può darlo. Essa sa che il terreno è vergine ancora per l'esperimento da tentarsi—che le insurrezioni passate non s'appoggiarono che sulle forze di una classe sola, non mai sulle forze dell'intera nazione—che ai venti milioni d'Italiani manca non potenza per emanciparsi, ma la fede sola. Essa ispirerà questa fede, prima colla predicazione, poi coi caratteri e coll'energia dell'iniziativa.
La Giovine Italia distingue lo stadio dell'insurrezione dalla rivoluzione. La rivoluzione incomincerà quando l'insurrezione avrà vinto. Lo stadio dell'insurrezione, cioè tutto il periodo che si stenderà dall'iniziativa alla liberazione di tutto il territorio italiano continentale, dev'esser governato da un'autorità provvisoria, dittatoriale, concentrata in un piccol numero d'uomini. Libero il territorio, tutti i poteri devono sparire davanti al Concilio Nazionale, unica sorgente di autorità nello Stato.
La guerra d'insurrezione per bande è la guerra di tutte le Nazioni che s'emancipano da un conquistatore straniero. Essa supplisce alla mancanza, inevitabile sui principî delle insurrezioni, degli eserciti regolari—chiama il maggior numero d'elementi sull'arena—si nutre del minor numero possibile d'elementi—educa militarmente tutto quanto il popolo—consacra colla memoria de' fatti ogni tratto del terreno patrio—apre un campo d'attività a tutte le capacità locali—costringe il nemico a una guerra insolita—evita le conseguenze d'una disfatta—sottrae la guerra nazionale ai casi d'un tradimento—non la confina a una base determinata d'operazioni—è invincibile, indestruttibile. La Giovine Italia prepara dunque gli elementi a una guerra per bande, e la provocherà, appena scoppiata l'insurrezione. L'esercito regolare, raccolto e ordinato con sollecitudine, compirà l'opera preparata dalla guerra d'insurrezione.
Tutti i membri della Giovine Italia lavoreranno a diffondere questi principî d'insurrezione. L'associazione li svolgerà cogli scritti, ed esporrà, a tempo, le idee e i provvedimenti che devono governare lo stadio dell'insurrezione.
Tutti i fratelli della Giovine Italia verseranno nella cassa sociale una contribuzione mensile di 50 centesimi. Quei tra loro che potranno, s'astringeranno nel momento della loro iniziazione all'offerta mensile d'una somma maggiore, corrispondente alle loro facoltà.
I colori della Giovine Italia sono: il bianco, il rosso, il verde.
La bandiera della Giovine Italia porta su quei colori, scritte da un lato le parole: Libertà, Uguaglianza, Umanità; dall'altro: Unità, Indipendenza.
Ogni iniziato nella Giovine Italia pronunzierà davanti all'Iniziatore la formula di promessa seguente:
Nel nome di Dio e dell'Italia,
Nel nome di tutti i martiri della santa causa italiana, caduti sotto i colpi della tirannide, straniera o domestica,
Pei doveri che mi legano alla terra ove Dio m'ha posto, e ai fratelli che Dio m'ha dati—per l'amore, innato in ogni uomo, ai luoghi dove nacque mia madre e dove vivranno i miei figli—per l'odio, innato in ogni uomo, al male, all'ingiustizia, all'usurpazione, all'arbitrio—pel rossore ch'io sento in faccia ai cittadini dell'altre nazioni, del non avere nome nè diritti di cittadino, nè bandiera di nazione, nè patria—pel fremito dell'anima mia creata alla libertà, impotente ad esercitarla, creata all'attività nel bene e impotente a farlo nel silenzio e nell'isolamento della servitù—per la memoria dell'antica potenza—per la coscienza della presente abjezione—per le lagrime delle madri italiane pei figli morti sul palco, nelle prigioni, in esilio—per la miseria dei milioni:
Io N. N.
Credente nella missione commessa da Dio all'Italia, e nel dovere che ogni uomo nato Italiano ha di contribuire al suo adempimento;
Convinto che dove Dio ha voluto fosse Nazione, esistono le forze necessarie a crearla—che il Popolo è depositario di quelle forze—che nel dirigerle pel Popolo e col Popolo sta il segreto della vittoria;
Convinto che la Virtù sta nell'azione e nel sagrificio—che la potenza sta nell'unione e nella costanza della volontà;
Do il mio nome alla Giovine Italia, associazione d'uomini credenti nella stessa fede, e giuro:
Di consecrarmi tutto e per sempre a costituire con essi l'Italia in Nazione Una, Indipendente, Libera, Repubblicana;
Di promovere con tutti i mezzi, di parola, di scritto, d'azione, l'educazione de' miei fratelli italiani all'intento della Giovine Italia, all'associazione che sola può conquistarlo, alla virtù che sola può rendere la conquista durevole;
Di non appartenere, da questo giorno in poi, ad altre associazioni;
Di uniformarmi alle istruzioni che mi verranno trasmesse, nello spirito della Giovine Italia, da chi rappresenta con me l'unione de' miei fratelli, e di conservarne, anche a prezzo della vita, inviolati i segreti;
Di soccorrere coll'opera e col consiglio a' miei fratelli nell'associazione,
Ora e sempre.
Così giuro, invocando sulla mia testa l'ira di Dio, l'abominio degli uomini e l'infamia dello spergiuro, s'io tradissi in tutto o in parte il mio giuramento.
Io giurai, primo, quello Statuto. Molti lo giurarono con me allora e poi, i quali sono oggi cortigiani, faccendieri di consorterie moderate, servi tremanti della politica di Bonaparte e calunniatori e persecutori dei loro antichi fratelli. Io li disprezzo. Essi possono aborrirmi, come chi ricorda loro la fede giurata e tradita; ma non possono citare un sol fatto a provare ch'io abbia mai falsato quel giuramento. Oggi come allora io credo nella santità e nell'avvenire di quei principî: vissi, vivo e morrò repubblicano, testimoniando sino all'ultimo per la mia fede. S'essi mai volessero dirmi, quasi a discolpa, ch'io pure mi adoprai negli ultimi due anni e tuttavia m'adopro per l'Unità sotto una bandiera monarchica, io additerei loro le linee dello Statuto che dicono: l'Associazione non sostituisce la sua bandiera a quella della Nazione futura: la Nazione libera. . . . . . darà giudizio. . . . . venerato.—Il popolo d'Italia è oggi travolto da una illusione, che lo trascina a sostituire l'Unità materiale all'Unità morale e alla propria rigenerazione: non io. Io piego la testa, dolente, alla Sovranità nazionale, ma la monarchia non m'avrà impiegato nè servo; e se la mia fede poggiasse sul Vero, dirà il futuro.
Lo Statuto risponde a ogni modo alle cento accuse che furono avventate più tardi contro noi da libelli di spie come il De la Hodde, o di frenetici come D'Arlincourt, e citate spesso con amore da scrittori di parte moderata che le sapevano false. Sopprimendo la condanna di morte, minacciata da tutte le Società segrete anteriori, ai traditori dei loro fratelli; sostituendo fin d'allora alla erronea straniera dottrina dei diritti la teorica del Dovere come fondamento dell'opere nostre; prefiggendo ai buoni un programma definito, norma suprema sulla quale ogni affratellato potea giudicare delle istruzioni trasmesse; negando risolutamente la necessità dell'iniziativa straniera; dichiarando che l'Associazione, serbando segreto il lavoro tendente all'insurrezione, svilupperebbe colla stampa i proprî principî e le proprie idee, io separava interamente la nuova fratellanza dalle vecchie Società segrete, dal dispotismo di capi invisibili, dalla indegna cieca obbedienza, dal vuoto simbolismo, dalla molteplice gerarchia e da ogni spirito di vendetta. La Giovine Italia chiudeva il periodo delle sette e iniziava quello dell'Associazione educatrice.
Più dopo, consunto il primo periodo della nostra attività, sorsero nelle Calabrie e in qualch'altro punto organizzazioni indipendenti dal Centro che, assumendo il nome fatto popolare della Giovine Italia, coniarono, a seconda delle abitudini del paese o delle inspirazioni personali dei fondatori, Statuti in parte diversi dal nostro. Ma o le circostanze vietarono ogni contatto fra noi, o insistemmo perchè accettassero le nostre norme fondamentali. Quei che ci apponessero deviazioni siffatte farebbero come quei che apponessero al principio repubblicano il terrore del 1793, o al monarchico gli assassinii del 1815 nel mezzogiorno di Francia. Ogni Partito, ogni moto nazionale ha sobbollimenti, pei quali, presso gli onesti ragionatori, il Partito e il moto non sono mallevadori.
Mi posi a capo della impresa perchè il concetto era mio ed era naturale ch'io lo svolgessi, e perch'io sentiva in me potenza d'attività infaticabile e pertinacia di volontà capaci di svolgerlo; e l'unità della direzione mi pareva essenziale. Ma il programma era pubblico e destinato ad essere l'anima dell'Associazione. Io non poteva deviarne menomamente senza che gli affratellati sorgessero a rinfacciarmelo. Poi, io ero circondato d'uomini i quali m'erano amici, e usavano liberamente dei diritti dell'amicizia, e accessibile a tutti e in tutte le ore. Era in sostanza un lavoro collettivo fraterno nel quale chi dirigeva s'assumeva più ch'altro il privilegio d'incorrere il biasimo, le opposizioni e la persecuzione per tutti.
Fermo nell'idea d'iniziare la doppia nostra missione segreta e pubblica, insurrezionale ed educatrice, mentr'io dava opera assidua, come dirò poi, all'impianto dei Comitati dell'Associazione in Italia, m'affrettai a stampare il manifesto della Giovine Italia, raccolta di scritti intorno alla condizione politica, morale e letteraria dell'Italia, tendente alla sua rigenerazione. Noi non avevamo mezzi pecuniarî. Io andava economizzando quanto più poteva sul trimestre che mi veniva dalla famiglia: i miei amici erano tutti esuli e dissestati in finanza. Ma ci avventurammo, fidando nell'avvenire e nelle sottoscrizioni volontarie che dovevano venirci se i nostri principî tornavano accetti. Il Manifesto escì sul finire, a quanto ricordo, del 1831. Gli tenne dietro di poco, nel 1832, il primo fascicolo.
Se un Giornale a noi Italiani esuli raminghi, e sbattuti dalla fortuna fra gente straniera, senza conforto fuorchè di speranza, senza pascolo all'anima fuorchè d'ira e dolore, non dovesse riuscire che sfogo sterile, noi taceremmo. Fra noi, finora, s'è speso anche troppo tempo in parole: poco in opere; e se non guardassimo che a' suggerimenti dell'indole propria, il silenzio ci parrebbe degna risposta alle accuse non meditate, e alla prepotenza de' nostri destini; il silenzio che freme e sollecita l'ora della giustificazione solenne; ma guardando alle condizioni presenti, e al voto, che i nostri fratelli ci manifestano, noi sentiamo la necessità di rinnegare ogni tendenza individuale a fronte del vantaggio comune: noi sentiamo urgente il bisogno di alzare una voce libera, franca e severa che parli la parola della verità ai nostri concittadini, e ai popoli che contemplano la nostra sventura.
Le grandi rivoluzioni si compiono più coi principî, che colle bajonette: dapprima nell'ordine morale, poi nel materiale. Le bajonette non valgono se non quando rivendicano, o tutelano un diritto: e diritti e doveri nella società emergono tutti da una coscienza profonda, radicata nei più: la cieca forza può generare vittime e martiri e trionfatori; ma il trionfo, collochi la sua corona sulla testa d'un re o d'un tribuno, quand'osta al volere dei più, rovina pur sempre in tirannide.
I soli principî, diffusi e propagati per via di sviluppo intellettuale nell'anime, manifestano nei popoli il diritto alla libertà, e creandone il bisogno, danno vigore e giustizia di legge alla forza. Quindi l'urgenza dell'istruzione.
La verità è una sola. I principî che la compongono sono pochi: enunciati per la più parte. Bensì le applicazioni, le deduzioni, le conseguenze de' principî sono molteplici; nè intelletto umano può afferrarle tutte ad un tratto, nè afferrate, comprenderle intelligibili e coordinate, in un quadro limitato e assoluto. I potenti d'ingegno e di core cacciano i semi d'un grado di progresso nel mondo; ma non fruttano che per lavoro di molti uomini ed anni. La umanità non si educa a slanci; ma per via d'applicazioni lunghe e minute, scendendo a particolari e paragonando fatti e cagioni, impara le sue credenze. Un Giornale, opera successiva, progressiva e vasta di proporzioni, opera di molti che convengono a un fine determinato, opera, che non rifiuta alcun fatto, bensì li segue nell'ordine del tempo e li afferra, e ne trae, svolgendoli per ogni lato, l'azione de' principî immutabili delle cose, sembra il genere più efficace e più popolare d'insegnamento, che convenga alla moltiplicità degli eventi, e alla impazienza dei nostri tempi.
In Italia come in ogni paese che aspira a ricrearsi v'è un urto di elementi diversi, di passioni che assumono forme varie, d'affetti tendenti in sostanza a uno stesso fine, ma con modificazioni presso che all'infinito. Molti, anime alteramente sdegnose, abborrono lo straniero, e gridano libertà soltanto perchè lo straniero la vieta. Ad altri la idea della riunione d'Italia sorride unica, nè ad essi increscerebbe il concentrarne le membra sotto l'impero d'una volontà forte, foss'anche di tiranno cittadino, o straniero. Alcuni paurosi delle grandi scosse, e diffidando di potere senza lunghi travagli soffocare ad un tratto tutti quanti gl'interessi privati e le gare di provincia a provincia, si arretrano davanti al grido d'unione assoluta, e accetterebbero una divisione che minorasse non foss'altro il numero delle parti. Pochi intendono, o pajono intendere la necessità prepotente, che contende il progresso vero all'Italia, se i tentativi non s'avviino sulle tre basi inseparabili dell'Indipendenza, della Unità, della Libertà. Pur questi pochi aumentano ogni dì più, e assorbiranno rapidamente tutte l'altre opinioni. L'abborrimento al Tedesco, la smania di scuotere il giogo, e il furore di Patria sono passioni universalmente diffuse, e le transazioni, che la paura, e i falsi calcoli diplomatici vorrebbero persuaderci, sfumeranno davanti alla maestà del voto nazionale. Però la questione sotto questo aspetto vive e s'agita fra l'ardire generoso che tenta il moto, e la tirannide che fa l'ultime prove e le più tremende.
Non così sui mezzi, pei quali può conseguirsi l'intento, e tramutarsi la insurrezione in vittoria stabile ed efficace. Una classe di uomini influenti per autorità e per ingegno civile contende doversi procedere nella rivoluzione colle cautele diplomatiche, anzichè colla energia della fede, e d'una irrevocabile determinazione. Ammettono i principî, rifiutano le conseguenze; deplorano i mali estremi, e proscrivono gli estremi rimedî: vorrebbero condurre i popoli alla libertà coll'arti, non colla ferocia della tirannide. Nati, cresciuti, educati a' tempi, nei quali la coscienza degli uomini liberi era in Italia privilegio di pochi, diffidano della potenza d'un popolo che sorge a rivendicare gloria, diritti, esistenza; diffidano dell'entusiasmo, diffidano d'ogni cosa, fuorchè dei calcoli de' gabinetti che ci hanno mille volte venduti, e dell'armi straniere che ci hanno mille volte traditi. Non sanno che gli elementi d'una rigenerazione fermentano in Italia da mezzo secolo, e ch'oggi il desiderio del meglio è fremito di moltitudini. Non sanno che un popolo schiavo da molti secoli non si rigenera se non colla virtù, o colla morte. Non sanno che ventisei milioni d'uomini, forti di giustizia, e di una volontà ferma, sono invincibili. Diffidano della possibilità di riunirli tutti ad un solo voto; ma essi, tentarono forse l'impresa? Si mostrarono decisi a sotterrarsi per essa? Bandirono la crociata italiana? Insegnarono al popolo che non v'era se non una via di salute; che il moto operato per esso dovea sostenersi da esso; che la guerra era inevitabile, disperata, senza tregua fuorchè nel sepolcro, o nella vittoria? No: ristettero quasi attoniti della grandezza dell'opera, o camminarono tentennando, come se la via gloriosa che essi calcavano fosse via d'illegalità, o di delitto. Illusero il popolo a sperare nell'osservanza di principî ch'essi traevano dagli archivi de' congressi o da' gabinetti: addormentarono l'anime bollenti, che anelavano il sacrificio fecondo, nella fede degli ajuti stranieri: consumarono nella inerzia, o in discussioni di leggi che non sapevano come difendere, un tempo che doveva consecrarsi tutto a fatti magnanimi, e all'armi. Poi, quando delusi nei loro calcoli, traditi dalla diplomazia, col nemico alle porte, colla paura nel core, non videro che una via d'ammenda generosa all'errore, la morte su' loro scanni, rinnegarono anche quella, e fuggirono. Ora negano la fede nella nazione, mentr'essi non tentarono mai suscitarla coll'esempio: deridono l'entusiasmo, ch'essi hanno spento coll'incertezza e colla codardia. Sia pace ad essi però che non traviarono per tristo animo; ma dovevano essi assumere il freno d'una intrapresa, che non s'attentavano neppure di concepire nella sua vasta unità?
Ma nelle rivoluzioni ogni errore è gradino alla verità. Gli ultimi fatti hanno ammaestrato la crescente generazione più che non farebbero volumi di teoriche, e noi lo affermiamo, coi moti Italiani del 1831, s'è consumato il divorzio tra la Giovine Italia e gli uomini del passato.
Forse a convincere gl'Italiani, che Dio e la fortuna stanno coi forti e che la vittoria sta sulla punta della spada, non nelle astuzie de' protocolli, si volea quest'ultimo esempio, dove la fede giurata sui cadaveri di sette mila cittadini fu convertita in patto d'infamia e di delusione. Forse a insegnare che un popolo non deve aspettare libertà da gente straniera, non bastava la vicenda di dieci secoli, nè il grido dei padri caduti maledicendo: e si voleva lo spergiuro d'uomini liberi insorti sei mesi prima contro ad uno spergiuro, poi l'esilio, le persecuzioni, e lo scherno. Ora, l'Italia del XIX secolo sa che la unità dell'impresa è condizione senza la quale non è via di salute: che una rivoluzione è una dichiarazione di guerra a morte fra due principî: che i destini dell'Italia hanno a decidersi sulle pianure Lombarde, e la pace a fermarsi oltre l'Alpi: che non si combatte, nè si vince senza le moltitudini, e che il segreto per concitarle sta nelle mani degli uomini che sanno combattere e vincere alla loro testa: che a cose nuove si richiedono uomini nuovi, non sottomessi all'impero di vecchie abitudini o di antichi sistemi, vergini d'anima e d'interessi, potenti d'ira e d'amore, e immedesimati in una idea: che il segreto della potenza sta nella fede, la virtù vera nel sagrificio, la politica nell'essere e mostrarsi forti.
Questo sa la Giovine Italia, e intende l'altezza della sua missione, e l'adempirà, noi lo giuriamo per le mille vittime, che si succedono instancabili da dieci anni a provare, che colle persecuzioni non si spengono, bensì si ritemprano le opinioni: lo giuriamo per lo spirito che insegna il progresso, pei giovani combattenti di Rimini, pel sangue de' martiri Modenesi. V'è tutta una religione in quel sangue: nessuna forza può soffocare la semenza di libertà, però ch'essa ha germogliato nel sangue dei forti. Oggi ancora la nostra è la religione del martirio: domani sarà la religione della vittoria.
E a noi giovani, e credenti nell'istessa fede, corre debito di soccorrere alla santa causa in tutti i modi possibili. Poichè i tempi ci vietano l'opre del braccio, noi scriveremo. La Giovine Italia ha bisogno d'ordinare a sistema le idee che fremono sconnesse e isolate nelle sue file: ha bisogno di purificare d'ogni abitudine di servaggio, d'ogni affetto men che grande, questo elemento nuovo e potente di vita che la spinge a rigenerarsi: e noi, fidando nell'ajuto Italiano, tenteremo di farlo: tenteremo di farci interpreti di quanti bisogni, di quante sciagure, di quante speranze costituiscono la Italia del secolo XIX.
Noi intendiamo di pubblicare, con forme e patti determinati, una serie di scritti tendenti a cotesto scopo, e a norma de' principî che abbiamo accennati.
Noi non rifiuteremo gli argomenti filosofici, e letterarî: l'unità è prima legge dell'intelletto. La riforma d'un popolo non ha basi stabili se non posa sull'accordo nelle credenze, sul complesso armonico delle facoltà umane; e le lettere, contemplate come un sacerdozio morale, sono espressione della verità dei principî, mezzo potente di incivilimento.
Rivolti principalmente all'Italia, noi non ci allargheremo nella politica forestiera e negli eventi europei, se non quanto giovi a promuovere la educazione e l'esperienza italiana, se non quanto giovi ad accrescere infamia agli oppressori del mondo, o a stringer più fermo il vincolo di simpatia che deve raccogliere in una fratellanza di voti e d'opere gli uomini liberi di tutte le contrade.
Una voce ci grida: la religione della umanità è l'Amore. Dove due cori battono sotto lo stesso impulso, dove due anime s'intendono nella virtù, ivi è patria. E noi non rinnegheremo il più bel voto dell'epoca, il voto dell'associazione universale tra' buoni; ma un sangue gronda dalle piaghe, aperte dalla fede nello straniero, che noi non possiamo dimenticare ad un tratto. L'ultima voce dei traditi si frappone tra noi e le nazioni che ci hanno finora venduti, negletti, o sprezzati. Il perdono è la virtù della vittoria. L'amore vuole equilibrio di potenza e di stima. Però, noi, rifiutando pur sempre l'ajuto e la compassione dello straniero, gioveremo allo sviluppo del sentimento europeo col mostrarci, non foss'altro, quali noi siamo, nè ciechi nè vili, ma sfortunati; e cacciando sulla mutua stima le basi della futura amicizia. L'Italia non è conosciuta. La vanità, la leggerezza, la necessità di crear discolpe ai delitti han fatto a gara per travisare fatti, passioni, costumanze e abitudini. Noi snuderemo le nostre ferite: mostreremo allo straniero di qual sangue grondi quella pace alla quale ci sacrificarono le codardie diplomatiche: diremo gli obblighi che correvano a' popoli verso di noi, e gl'inganni che ci han posto in fondo: trarremo dalle carceri e dalle tenebre del dispotismo i documenti della nostra condizione, delle nostre passioni, e delle nostre virtù: scenderemo nelle fosse riempiute dell'ossa de' nostri martiri, e scompiglieremo quell'ossa, ed evocheremo que' grandi sconosciuti, ponendoli davanti alle nazioni, come testimonî muti dei nostri infortunî, della nostra costanza, e della loro colpevole indifferenza. Un gemito tremendo di dolore, e d'illusioni tradite sorge da quella rovina, che l'Europa contempla fredda, e dimentica che da quella rovina si diffondeva ad essa due volte il raggio dell'incivilimento, e della libertà. E noi lo raccorremo quel gemito, e lo ripeteremo alla Europa, ond'essa v'impari tutta l'ampiezza del suo misfatto, e diremo a' popoli: queste son l'anime che voi avete trafficate sinora: questa è la terra che avete condannata alla solitudine e all'eternità del servaggio! (1831).
Le obbiezioni a noi più frequenti movevano, singolare a dirsi, dalla credenza radicata nei più tra gli uomini delle insurrezioni passate e nei mezzi ingegni della Penisola, che l'Unità fosse utopia ineseguibile e avversa alle tendenze storiche degli Italiani. Tra gli oppositori e me il fatto ha deciso. Ma allora, quando il dissenso era nelle classi dette educate, pressochè universale—quando i Governi di tutta Europa mantenevano la teoria di Metternich che facea dell'Italia una espressione puramente geografica, e gli uomini più noti in Francia ed altrove per tendenze repubblicane ostili ai Trattati e invocanti rivoluzione parteggiavano pel federalismo come solo possibile tra noi—le cagioni di dubbio erano molte davvero. Armand Carrel e gli uomini del National insinuavano i vantaggi delle confederazioni in Italia, nella Spagna, in Germania. Buonarroti e gli uomini che cospiravano intorno a lui erano teoricamente favorevoli alle Unità Nazionali; ma la loro decisione irrevocabile, intollerante, che nessun popolo dovesse mai movere se non dopo la Francia, rendeva illusoria l'idea e minacciava spegnerla in germe. Il vero è che mancava a tutti in quel periodo di concitamento europeo l'intuizione dell'avvenire. Il moto era, più che d'altro, di libertà. Pochi intendevano che libertà vera e durevole non può conquistarsi all'Europa se non da popoli compatti, forti, equilibrati di potenza e non ridotti dal terrore d'una invasione a mendicare con turpi concessioni un'alleanza proteggitrice o sviati da speranze d'ajuti per lo scioglimento d'una od altra questione territoriale a imparentare la libertà propria coll'altrui dispotismo: pochissimi intendevano che l'invocata associazione dei popoli pel progresso ordinato e pacifico dell'Umanità tutta quanta esigeva prima condizione che i popoli fossero. E popoli non sono dove pel congiungimento forzato di razze o famiglie diverse manca l'unità della fede e dell'intento morale che soli costituiscono le nazioni. Il riparto d'Europa, come i Trattati del 1815 l'avevano sancito, frapponeva, colla eccessiva potenza degli uni e la debolezza degli altri, colla necessità d'appoggiarsi a ogni patto su qualunque grande Potenza s'offrisse creata ai piccoli Popoli e col germe delle divisioni interne lasciato vivo in seno a quasi ciascuna Nazione, un ostacolo insormontabile a ogni sviluppo normale e securo di libertà. Rifare la Carta d'Europa e riordinare i popoli a seconda della missione speciale assegnata a ognun d'essi dalle condizioni geografiche, etnografiche, storiche, era dunque il primo passo essenziale per tutti. A me la questione delle Nazionalità pareva chiamata a dare il suo nome al secolo e restituire all'Europa una potenza d'iniziativa pel bene che non esisteva più da quando Napoleone aveva, cadendo, conchiuso un'epoca intera. Ma quei presentimenti non erano se non di pochissimi. Quindi la questione d'Unità che stava in cima de' miei pensieri non era guardata siccome importante, e gli ostacoli apparenti inducevano facilmente i nostri a sagrificarla. In Francia l'istinto, inconsciamente dominatore non delle moltitudini, ma degli ingegni, accarezzava allora, come sempre, teorie e disegni che miravano a ordinare intorno alla Francia Una e forte, libere, ma deboli confederazioni.
Bensì, a me per verificare le probabilità del mio concetto importava, più assai che non il voto dei mezzi ingegni stranieri e nostri, l'istinto delle moltitudini e dei giovani ignoti a contatto con esse in Italia. Mi diedi dunque, tra un articolo e l'altro, a impiantare l'Associazione segreta. Mandai Statuti, Istruzioni, avvertenze d'ogni genere ai giovani amici lasciati in Genova e in Livorno. Là, mercè i Ruffini in Genova, Bini e Guerrazzi in Livorno, s'impiantarono le prime Congreghe. Così chiamavamo con nome desunto dai ricordi di Pontida i nostri nuclei di direzione.
L'ordinamento era, quanto più si poteva, semplice e schietto di simbolismo. Respinta l'interminabile gerarchia del Carbonarismo, l'associazione non avea che due gradi: Iniziatori e Iniziati: erano iniziatori quanti, oltre la devozione ai principî, avevano intelletto abbastanza prudente per scegliere nuovi membri da affratellarsi; iniziati semplici gli uomini ai quali era sottratta la facoltà di affigliare. Un Comitato Centrale all'estero, destinato a tenere sollevata in alto la bandiera dell'Associazione, a stringere quanti più vincoli fosse possibile tra l'Italia e gli elementi democratici stranieri, e a dirigere generalmente l'impresa:—Comitati interni, dirigenti la cospirazione pratica nei particolari, impiantati nei capoluoghi delle provincie importanti:—un Ordinatore in ogni città posto a centro degli Iniziatori:—poi gli affratellati divisi in drappelli ineguali di numero capitanati dagli Iniziatori;—era questa l'ossatura della Giovine Italia. La corrispondenza correva quindi dagli Iniziati agli Iniziatori, da questi, separatamente per ciascuno, all'Ordinatore; dagli Ordinatori alla Congrega della loro circoscrizione, dalle Congreghe al Comitato Centrale. Eliminati come soverchiamente pericolosi i segni di conoscimento tra gli affratellati, una parola convenuta, una carta tagliuzzata, un tocco speciale di mano accreditavano i viaggiatori dal Comitato Centrale ai Comitati provinciali e da questi a quello: mutabili per trimestre. Le contribuzioni mensili, alle quali ogni affratellato s'astringeva a seconda dei mezzi, rimanevano pei due terzi nelle Casse dell'interno: un terzo rifluiva, o più esattamente dovea rifluire nella Cassa Centrale per supplire alle spese d'ordine generale. La stampa doveva alimentarsi da sè colla vendita degli scritti. Un ramoscello di cipresso era, in memoria dei Martiri, il simbolo dell'Associazione. Il motto generale ora e sempre accennava alla costanza necessaria all'impresa. La bandiera della Giovine Italia portava da un lato, scritte sui tre colori italiani, le parole: Libertà, Eguaglianza, Umanità e dall'altro: Unità e Indipendenza: indicatrici le prime della missione internazionale Italiana, le seconde della nazionale. Dio e l'Umanità fu fin dai primi giorni dell'Associazione la formola da essa adottata in tutte le sue relazioni esterne: Dio e il Popolo la formola per tutti i lavori risguardanti la Patria. Da questi due principî, applicazioni a due sfere diverse d'un solo, l'Associazione deduceva tutte le sue credenze religiose, sociali, politiche, individuali. Prima fra tutte le Associazioni politiche di quel tempo, la Giovine Italia mirava a comprendere in un solo concetto tutte le manifestazioni della vita Nazionale e a dirigerle tutte, dall'alto d'un principio religioso: la missione fidata alla creatura, verso un unico fine, l'emancipazione della Patria, e il suo affratellamento coi Popoli liberi.
Le istruzioni che io in quel primo periodo dell'Associazione andava inculcando ai Comitati, agli Ordinatori e a quanti giovani venivano a contatto con me, erano in parte morali, in parte politiche.
Le morali sommavano, mutate le parole, a questo: «Noi siamo non solamente cospiratori, ma credenti: aspiriamo ad essere, non solamente rivoluzionarii ma per quanto è in noi rigeneratori. Il nostro è problema d'educazione nazionale anzi tutto: l'armi e l'insurrezione non sono se non mezzi senza i quali, mercè le nostre condizioni, è impossibile scioglierlo: ma noi non invochiamo le bajonette se non a patto ch'esse portino sulla punta un'idea. Poco ci importerebbe distruggere, se non avessimo speranza di fondare il meglio: poco di scrivere doveri e diritti sopra un brano di carta se non avessimo intento e fiducia di stamparli nell'anime. Questo neglessero i nostri padri; questo dobbiam noi aver sempre davanti la mente. Determinare i diversi Stati d'Italia a insorgere, non basta; si tratta di crear la Nazione. Noi crediamo religiosamente che l'Italia non ha esaurito la propria vita nel mondo, essa è chiamata a introdurre ancora nuovi elementi nello sviluppo progressivo dell'Umanità e a vivere d'una terza vita; noi dobbiamo mirare a iniziarla. Il materialismo non può generare in politica se non la dottrina dell'individuo, buona forse ad assicurare—e appoggiandosi sulla forza—l'esercizio di alcuni diritti personali, ma impotente a fondare la nazionalità e l'associazione, ch'esigono fede in una unità d'origine, di legge, di fine: lo respingiamo. Noi dobbiamo tendere a rannodare la tradizione filosofica italiana dei secoli XVI e XVII, tradizione di sintesi e spiritualismo; a ravvivare le forti credenze, e risuscitare nel core degli italiani la coscienza dei fatti della nazione; a dar loro con quella coscienza coraggio, potenza di sagrificio, costanza, concordia d'opera.»
E le Istruzioni politiche ripetevano:
«Il partito più forte è il partito più logico. Non vi contentate d'un semplice senso di ribellione nei vostri; o d'incerte, indefinite dichiarazioni di liberalismo: chiedete a ciascuno la sua credenza e non accettate se non gli uomini la credenza dei quali è concorde colla vostra. Non fate assegnamento sul numero, ma sull'unità delle forze. Il nostro è un esperimento sul nostro popolo: ci rassegniamo alla possibilità di trovarci delusi nelle nostre speranze, ma non al pericolo di vedere sorgere tra noi la discordia il dì dopo l'azione. La vostra è bandiera nuova: cercatele sostenitori fra' giovani: è in essi entusiasmo, capacità di sagrificio, energia. Dire loro tutta quanta la verità, tutto ciò che vogliamo. Saremo certi d'essi s'accettano. Supremo errore del passato fu quello di fidare le sorti del paese agli individui più che ai principî: combattetelo: predicate fede, non nei nomi ma nelle moltitudini, nel diritto, in Dio. Insegnate a scegliere i capi tra quei che avranno attinto le inspirazioni nella rivoluzione, non nella condizione di cose anteriori. Ponete a nudo gli errori del 1831: non tacete alcuna delle colpe dei capi. Ripetete sempre che la salute d'Italia sta nel suo popolo. E la leva del popolo sta nell'azione, nell'azione continua, rinnovata sempre senza sconfortarsi o atterrirsi delle prime disfatte. Fuggite le transazioni: sono quasi sempre immorali e per giunta inutili. Non v'illudete a poter evitare guerra, guerra inesorabile, feroce, dall'Austria: fate invece, quando vi sentirete forti, di provocarla: l'offensiva è la guerra delle rivoluzioni; assalendo, inspirerete paura al nemico, fiducia e ardore agli amici. Non abbiate speranza nei Governi stranieri: se potrete mai averne un ajuto non sarà se non a patto di convincerli prima che siete forti e capaci di vincer senza essi. Non fidate nella diplomazia; sviatela lottando, e pubblicando ogni cosa. Non insorgete mai se non in nome d'Italia e per l'Italia tutta quanta è. Se vincerete la prima battaglia in nome d'un principio e con forze vostre, sarete iniziatori tra i popoli e li avrete compagni nella seconda. E se cadrete avrete almeno promosso l'educazione del paese: lascerete sulla vostra tomba un programma per la generazione che terrà dietro alla vostra.»