Vivono ancora molti degli uomini ch'ebbero in quel tempo contatto con me; e possono dire se il mio linguaggio non era tale.

L'esperimento riuscì.—Il popolo confutò i mezzi ingegni.

I Comitati si costituirono rapidamente nelle principali città di Toscana. In Genova, i Ruffini, Campanella, Benza ed altri pochi che accettarono l'ufficio di diffondere l'associazione, erano pressochè ignoti, giovani assai e senza mezzi di fortuna od altro che potesse conquistare ad essi influenza. E nondimeno da studente a studente, da giovine a giovine, l'affratellamento si diffuse più assai rapidamente che non era da sperarsi. I primi nostri scritti supplirono all'influenza personale. Quanti potevano leggerli, s'affratellavano. Era la vittoria delle idee sostituita alla potenza dei nomi o al fascino del mistero. Le nostre trovavano un'eco, rispondevano visibilmente a una aspirazione fino allora inconscia e dormente nel core dei giovani. E bastava per rinfrancarci, e segnarci doveri che in verità noi tutti, piccola falange di precursori, per quanto concerne operosità instancabile e sagrificio, compiemmo. Dall'associazione dei San Simoniani in fuori, alla quale la semplice pretesa di religione inspirava appunto in quei tempi più assai potenza di sagrificio e d'amore che non n'ebbero tutte le società democratiche puramente politiche, io non vidi—e lo dico per debito ad uomini che morirono o vivono noncuranti di fama e pressochè ignoti—nucleo di giovani devoti con tanto affetto reciproco, con tanta verginità d'entusiasmo, con tanta prontezza a fatiche d'ogni giorno, d'ogni ora, come quello che s'adoprava allora con me. Eravamo, Lamberti, Usiglio, un Lustrini, G. B. Ruffini ed altri cinque o sei modenesi quasi tutti soli, senza ufficio, senza subalterni, immersi l'intero giorno e gran parte della notte nella bisogna, scrivendo articoli e lettere, interrogando viaggiatori, affratellando marinai, piegando fogli di stampa, legando involti, alternando tra occupazioni intellettuali e funzioni d'operai: La Cecilia, allora dirittamente buono, s'era fatto compositore di stampa: Lamberti, correttore; tal altro letteralmente facchino per economizzarci la spesa del trasporto dei fascicoli a casa. Vivevamo eguali e fratelli davvero, d'un solo pensiero, d'una sola speranza, d'un solo culto all'ideale dell'anima; amati, ammirati per tenacità di proposito e facoltà di lavoro continuo dai repubblicani stranieri: spesso—dacchè spendevamo, per ogni cosa, del nostro—fra le strette della miseria, ma giulivi a un modo e sorridenti d'un sorriso di fede nell'avvenire. Furono, dal 1831 al 1833, due anni di vita giovine, pura e lietamente devota, com'io la desidero alla generazione che sorge. Avevamo guerra accanita abbastanza e pericoli, com'ora dirò, ma da nemici dai quali l'aspettavamo. La misera tristissima guerra d'invidie, d'ingratitudini, di sospetti e calunnie da uomini di patria e spesso di parte nostra, l'abbandono immeritato d'antichi amici, la diserzione dalla bandiera, non per nuovo convincimento, ma per fiacchezza, vanità offesa e peggio, di quasi una intera generazione che giurava in quelli anni con noi, non aveva ancora non dirò sfrondato o disseccato l'anime nostre, amorevoli oggi e credenti siccome allora, ma insegnato a noi pochi

La violenta e disperata pace,

il lavoro senza conforto di speranza individuale, per sola riverenza al freddo, inesorabile, scarno dovere.—E Dio ne salvi quei che verranno.

Il contrabbando delle nostre stampe in Italia era faccenda vitale per l'Associazione e grave per noi. Un giovane Montanari che viaggiava sui vapori di Napoli rappresentandone la Società, e morì poi di colèra nel Mezzogiorno di Francia, altri, impiegati sui vapori francesi, ci giovavano mirabilmente. E finchè l'ira dei Governi non fu convertita in furore, affidavamo ad essi gli involti, contentandoci di scrivere sull'involto destinato per Genova, un indirizzo di casa commerciale non sospetta in Livorno, su quello che spettava a Livorno un indirizzo di Civitavecchia e via così: sottratto in questo modo l'involto alla giurisdizione doganale e poliziesca del primo punto toccato, l'involto serbavasi dall'affratellato sul battello, finchè i nostri, avvertiti, non si recavano a bordo dove si ripartivano le stampe celandole intorno alla persona. Ma quando, svegliata l'attenzione, crebbe la vigilanza e furono assegnate ricompense a chi sequestrasse, e pronunziato minacce tremendo agli introduttori—quando la guerra inferocì per modo che Carlo Alberto, con editti firmati dai ministri Caccia, Pensa, Barbaroux, Lascaréne, intimò a chi non denunzierebbe, due anni di prigione e una ammenda, promettendo al delatore metà della somma e il segreto—cominciò fra noi e i governucci d'Italia un duello che ci costava sudori e spese, ma che proseguimmo con buona ventura. Mandammo i fascicoli dentro barili di pietra pomice, poi nel centro di botti di pece intorno alle quali lavoravamo, in un magazzinuccio affittato, la notte: le botti, dieci o dodici, si spedivano numerate per mezzo d'agenti commerciali ignari a commissionarî egualmente ignari nei luoghi diversi, dove taluno dei nostri avvertito dell'arrivo, si presentava a mercanteggiare la botte che indicava col numero il contenuto. Cito un solo dei molti ripieghi che andavamo ideando.

Avevamo del resto ai contrabbandi l'ajuto di qualche repubblicano francese e segnatamente della marineria dei legni mercantili italiani, buona allora com'oggi, e verso la quale avevamo con attività grande diretto il nostro lavoro. Primi fra i migliori erano gli uomini di Lerici, e ricordo con affetto e ammirazione come ad esempio un tipo mirabile di popolano, Ambrogio Giacopello, che perdè nave e ogni cosa per averci contrabbandato sulle coste liguri duecento fucili, e mi rimase amico devoto. Credo ch'ei viva tuttavia in Marsiglia, e vorrei che potessero cadergli sott'occhio queste mie linee. So ch'egli sarebbe lieto del mio ricordo. Non ho mai trovato ingratitudine e oblio nei popolani d'Italia.

Incapace d'impedire la circolazione dei nostri scritti all'interno, i Governi d'Italia tentarono di soffocare la nostra voce in Marsiglia, e si rivolsero al Governo Francese. E il Governo Francese che, riconosciuto da tutti, non aveva più cagione d'impaurire il dispotismo Europeo, annuì alle richieste. Ma quella persecuzione non impedì menomamente il progresso del nostro lavoro. L'ordinamento si diffuse rapidamente da Genova alle Riviere, a parecchie località del Piemonte e a Milano, dalla Toscana alle Romagne. I Comitati si moltiplicarono. Le comunicazioni segrete si stabilirono regolari e possibilmente sicure fino alle frontiere napoletane. I viaggiatori da una provincia all'altra corsero frequenti a infervorare gli animi e trasmettere le nostre istruzioni. La sete di stampati fu tale che, non bastando i nostri, stamperie clandestine s'impiantarono su due o tre punti d'Italia: ristampavano cose nostre o diramavano brevi pubblicazioni inspirate dalle circostanze locali. La Giovine Italia, accettata con entusiasmo, diventava in meno d'un anno associazione dominatrice su tutte l'altre in Italia.

Era il trionfo dei principî. Il nudo fatto che in così breve tempo pochi giovani, ignoti, sprovveduti di mezzi, esciti dal popolo, avversi pubblicamente nelle dottrine e nelle opere a quanti avevano, per voto di popolo e influenza riconosciuta, capitanato fin allora il moto politico, si trovassero capi d'una associazione potente tanto da concitarsi contro la trepida persecuzione di sette Governi, bastava, parmi, a provare che la bandiera inalzata era la bandiera del vero—(1861).

Il decreto ministeriale che, per compiacere ai governi dispotici d'Italia, m'esiliava di Francia, mi colse nell'agosto del 1832. Importava continuare in Marsiglia, dov'erano ordinate le vie di comunicazione coll'Italia, la pubblicazione dei nostri scritti. Però determinai di non ubbidire e mi celai, lasciando credere ch'io partiva.

Gli esuli di tutte le Nazioni erano allora accantonati con un misero sussidio nei dipartimenti e sottomessi, in virtù di quel sussidio, a leggi speciali che ricordavano i sospetti dell'antica rivoluzione e somigliavano a quelle che poi costituirono la classe degli attendibili nel Mezzogiorno d'Italia. Io non riceveva sussidio governativo e mandai quindi alla Tribune, giornale repubblicano d'allora, la protesta seguente:

«Quando vige un sistema fondato sulle eccezioni, quando diritti di domicilio e di libertà individuale sono manomessi da una legge ingiusta anche più ingiustamente applicata, quando accusa, giudizio e condanna emanano da uno stesso potere, o senza possibilità di difesa, quando lo sguardo cacciato intorno non s'abbatte che in esempî di tirannide e di sommessione, è debito d'ogni uomo ch'abbia senso di dignità di protestare altamente.

«E scopo della protesta non è un tentativo di difesa inutile e impotente, nè un desiderio di movere a simpatia quei che soffrono essi pure gli stessi mali, ma il bisogno d'infamare davanti agli uomini il Potere che abusa della propria forza, di rivelare al paese, nel quale l'ingiustizia è commessa, le turpitudini di chi governa, d'aggiungere un documento a quelli sui quali un popolo presto o tardi condanna quei che lo tradiscono e lo disonorano.

«Per queste ragioni io protesto.

«I Giornali parlarono dell'Ordine che m'è dato dal Ministero Francese e dei motivi sui quali è fondato.

«Io sono accusato di cospirare per l'emancipazione del mio paese, cercando di suscitarvi gli animi con lettere e stampati segretamente introdotti: sono accusato di mantenere corrispondenza con un Comitato repubblicano in Parigi, e d'avere avuto, io Italiano privo di relazioni e di mezzi e risiedente in Marsiglia, contatto pericoloso allo stato coi combattenti del chiostro di S. Mery.

«Non respingerò io di certo la responsabilità della prima accusa. Se cercare di diffondere utili verità, per via di stampa, nella propria patria ha nome di cospirazione, io cospiro. Se l'esortare i propri concittadini a non addormentarsi nella servitù, a durare combattendola, a vegliare e afferrare, appena s'affacci, il momento propizio per conquistarsi nome di patria e Governo Nazionale, è cospirazione, io cospiro. Ogni uomo ha debito di cospirare per l'onore e la salute de' suoi fratelli. E nessun Governo che s'intitoli libero ha diritto di trattare come colpevole l'uomo che compie quel sacro dovere. Soli gli uomini dello stato d'assedio possono rinnegare principî siffatti[13].

«Ma della seconda accusa ove stanno le prove?

«I dispacci ministeriali citano alcuni estratti di lettere che s'affermano scritti da me agli amici dell'interno, e, a quanto dicesi, sequestrate.

«Quelle lettere contengono, a detta del ministero, rivelazioni sulle giornate del 5 e del 6 di giugno. Esse dichiarano che i fatti di quei due giorni non hanno danneggiato in modo alcuno la parte repubblicana di Francia; che il tentativo fallì unicamente perchè i patrioti dei Dipartimenti, che dovevano trovarsi in Parigi, mancarono alla promessa; che nondimeno si sta maturando un altro non remoto disegno d'insurrezione; che il trono di Luigi Filippo è minato per ogni dove; e finalmente che il Comitato repubblicano di Parigi sta per mandare cinque o sei emissari in Italia per coordinarvi i lavori degli uomini della libertà.

«Ove sono quelle lettere? in Parigi? le sequestrava il Governo di Francia? furono esse comunicate all'accusato? Somministrano la mia condotta, i miei atti, le mie corrispondenze prove che convalidino l'affermazione dell'essere le lettere scritte da me? No. Le citazioni delle lettere spettano alla polizia Sarda; gli originali stanno, dicono, ne' suoi archivî; il ministro di Francia non le cita che a brani, sull'altrui fede. Soltanto, ei crede che le altrui relazioni meritino fede da lui. Perchè? Come? esiste un solo ragguaglio di polizia francese che mi dimostri cospiratore contro il Governo di Francia? Fui io mai colpevole di ribellione? o sorpreso nelle file della sommossa?

«In condizione siffatta di cose, che mai posso io fare?

«È possibile dimostrare le falsità d'un fatto speciale, definito; non è possibile dimostrar quella d'un fatto generale che può abbracciare gli atti e i pensieri di tutta una vita: non è possibile difendersi da una accusa che non s'appoggia su prova alcuna.

«Io chiesi che mi fossero comunicate le lettere ministeriali; ed ebbi rifiuto. Non mi rimaneva che la facoltà di negare il fatto siccome falso, e lo feci. Negai l'esistenza nelle mie lettere delle linee in corsivo che sole accennerebbero a un intendimento comune tra me e il partito repubblicano di Francia. Quelle linee sono una interpolazione. Altro non esprimono che osservazioni e giudizî intorno a fatti recenti, e non possono formare argomento d'accusa.

«Io dissi queste cose al Ministro in una mia lettera del 1.º agosto. Smentii quelle linee, sfidando la polizia francese e la sarda a provarne l'autenticità. Chiesi inchiesta, processo e giudizio. Il Ministro non condiscese a rispondermi.

«Il prefetto di Marsiglia, che m'aveva promesso d'aspettare la risposta del signor di Montalivet, m'intimò a un tratto un secondo ordine di partenza. E mi fu forza cedere.

«Son questi i fatti.

«Uomini del Potere, che cosa sperate? che la vostra vergognosa sommessione ai voleri della Santa Alleanza c'induca a tradire i nostri doveri verso la Patria? o che le vostre insistenti persecuzioni possano mai sconfortarci e stancarci di quella santa libertà che voi rinegaste saliti appena al potere? Pensate di riuscire con una serie di atti arbitrarî nella missione retrograda che v'assumeste di far germogliare la diffidenza dove il vincolo di fratellanza va più sempre stringendosi? o d'infondere un senso di riazione nei patrioti di tutte contrade contro quella Francia alla quale voi soli contendete fati e missione?

«O credete, uomini abbiettamente codardi, cancellarvi di sulla fronte il marchio meritato d'infamia, allontanando gli uomini che voi spingeste sull'orlo dell'abisso per abbandonarli al pericolo, gli uomini la cui presenza sul suolo francese è un sanguinoso rimprovero, un perenne rimorso per voi? Non lo sperate. Quella macchia è incancellabile; ogni giorno della vostra dominazione la fa più profonda; ogni giorno solleva una voce di proscritto per maledirvi e gridarvi:

«Seguite, seguite! Voi ci rapiste libertà, patria, esistenza: rapiteci or, se potete, anche la parola: rapiteci l'alito che ci reca un profumo della nostra terra: rapite al proscritto la sola gioja ch'ei serbi sul suolo straniero, quella d'affondare lontano sul mare lo sguardo dicendo a sè stesso: là è l'Italia! Seguite, seguite! D'una in altra umiliazione trascinatevi ai piedi dello Czar, del Papa o di Metternich; supplicate perchè vi si concedano ancora alcuni giorni d'esistenza, offrendo in ricambio oggi la libertà d'un patriota, domani la di lui testa. Seguite, seguite! Spingetevi più sempre innanzi sulla via che attraverso il disonore conduce a rovina. È necessario, perchè i popoli raggiungano salute, che voi possiate rivelarvi in tutta la nudità d'un sistema d'inganno e di bassezza nuovo in Europa. È necessario, perchè la santa causa trionfi, che si dimostri innegabilmente per voi l'impossibilità d'una alleanza tra la causa dei re e quella dei popoli.

«Ma quando la misura sarà colma, quando la campana a stormo dei popoli suonerà l'ora della libertà, e la Francia in armi vi chiederà: come usaste il potere ch'io v'affidai? guai a voi! popoli e re vi respingeranno ad un'ora. Voi consegnaste la patria senza difesa alle insidie dei despoti; cacciaste a piene mani il disonore sovr'essa; faceste quasi retrocedere d'un passo l'associazione universale; per voi la libertà delle nazioni fu data in pasto alla Santa Alleanza; per voi s'invelenirono l'anime, s'annebbiarono di diffidenza i generosi pensieri, s'interruppe il nobile moto di fratellanza che le giornate del Luglio avevano iniziato. Poi, quando le vittime della vostra diplomazia, dei vostri perfidi protocolli, vennero, siccome spettri, a chiedervi asilo, voi le respingeste, le abbeveraste d'oltraggi, e cancellaste dai vostri codici i diritti inviolabili della sciagura e il dovere ospitale.

«Quanto a noi, uomini d'azione, minorità sacra alla sventura, sentinelle perdute della rivoluzione, diemmo, il dì che giurammo alla causa degli oppressi, un addio solenne alla vita, alle sue gioje, a' suoi conforti. Non entri in noi ira ingiusta o diffidenza fatale. La fazione ch'oggi governa nulla ha di comune coi popoli che gemono conculcati come noi gemiamo. Serbiamoci uniti, e stringiamo le file. L'ora della giustizia verrà per noi tutti[14]

24 agosto 1832.Giuseppe Mazzini.

Dopo la Protesta, rincrudirono, com'era da aspettarsi, le persecuzioni. Irritato della nostra ostinazione e sollecitato senza posa dagli agenti dei nostri Governi, il Ministro Francese tentò tutte le vie per sopprimere la Giovine Italia: intimò lo sfratto a parecchi tra i nostri operai compositori e a taluni fra quei ch'egli supponeva collaboratori: s'adoprò a impaurire il pubblicatore: minacciò di sequestri: moltiplicò le ricerche per avermi in mano. Noi sostenemmo virilmente la lotta: agli operai cacciati sostituimmo operai francesi: un cittadino di Marsiglia, Vittore Vian, si fece gerente: i nostri si dispersero nei piccoli paesi vicini al centro del nostro lavoro: provvedemmo a trafugare le copie degli scritti appena escite dal nostro torchio; e quanto a me, cominciai allora quel modo di vita che mi tenne ventidue anni su trenta prigioniero volontario, fra le quattro pareti d'una stanzuccia. Non mi rinvennero. Gli accorgimenti coi quali mi sottrassi—le doppie spie che servivano, a un tempo, per poco danaro, al prefetto e a me, inviandomi lo stesso giorno copia delle informazioni date sul mio conto alle Autorità—il comico modo col quale, scoperto un giorno il mio asilo, persuasi al Prefetto di lasciarmi partire, invigilato da' suoi agenti, senza scandali e chiassi, poi mandai in mia vece a Ginevra un amico che m'era somigliante della persona, mentr'io passava tra i birri in uniforme di guardia nazionale—non entrano in questo racconto che non mira a pascere la curiosità dei lettori sfaccendati, ma a giovare d'indicazioni storiche e d'esempî il paese. Basti ch'io rimasi per tutto un anno in Marsiglia, scrivendo, correggendo prove, corrispondendo, abboccandomi a mezzo la notte con uomini del Partito che venivano d'Italia e con taluni fra i capi repubblicani di Francia.

Ed ebbe allora cominciamento, da una atroce calunnia, quella turpe guerra sleale d'accuse non provate mai nè fondate, d'insinuazioni impossibili a confutarsi, di sospetti introdotti in una pubblicazione per giovarsene poi in un'altra, di congetture gesuitiche sulle intenzioni, di frasi strappate all'insieme d'uno scritto e mutilate e isolate e tormentate a farne escire un senso contrario alla mente dello scrittore, che la polizia francese dei tempi di Luigi Filippo insegnò alle polizie dei tirannucci italiani e che, continuata con insistenza sistematica da storici, uomini in ufficio, gazzettieri anonimi, scribacchiatori d'opuscoli e aspiranti a impieghi o sussidî, e spie e trafficatori di parte moderata per tutta Italia, ci seguì, come i corvi gli eserciti, per oltre a trent'anni di vita; m'assalì sui fianchi, alle spalle, raro o senza nome di fronte, latra anch'oggi e ringhia e urla contro ogni mio atto vero o inventato di pianta, e riuscì, colla plebe dei creduli e di quanti, irati nel segreto dell'anima alla propria impotenza, abborrono, come i gufi la luce, chi fa o tenta di fare, ad accumulare nella mia patria, e qui dov'io scrivo, le taccie di comunista, e socialista settario, d'uom di sangue e di terrorista, d'ambizioso intollerante esclusivo e di cospiratore codardo contro me che confutai stampando le sette socialistiche a una a una, chiamai il terrorismo francese delitto d'uomini tremanti per sè, sagrificai, non curando il biasimo de' miei più cari, la predicazione delle mie credenze a ogni probabilità che si facesse l'Italia per altra via, diedi lietamente l'opera mia nel silenzio anche a uomini di parte avversa purchè giovassero, strinsi, immemore di me stesso, la mano che avea scritto mortali e false accuse sul conto mio quando m'apparve liberatrice, e affrontai con indifferenza serena ogni sorta di pericoli, mentre gli accusatori non sognarono mai di pericolo nella vita fuorchè di spiacere ai padroni. Guerra di tristi bassamente e crudeli, perchè non paga di perseguitare colla forza chi dissente da essi, tenta d'uccidere l'anima e l'onore dell'avversario: guerra di vili, perchè combatte senza rischio e di sotto allo scudo del potente, sopprime le difese colla violenza e si giova financo del silenzio sdegnoso del calunniato a convalidar la calunnia: guerra fatale ai popoli che non le impongono fine, perchè mette nella loro vita il tarlo d'una immoralità che ne rode la fama al di fuori e la maschia energia dell'azione al di dentro. E per questo ne parlo e mi toccherà riparlarne.

L'accusa alla quale io alludo m'apponeva un assassinio e peggio, dacchè un decreto d'assassinio è colpa peggiore. Il Governo Francese, irritato del non potere trovarmi, pensò che infamandomi reo di delitto volgare, avrebbe allontanato da me la stima e l'affetto che mi procacciavano asilo. Però, raccolse dalle mani d'un agente di polizia un documento storico al quale l'impostore aveva apposto il mio nome, e lo inserì, pur sapendolo opera di falsario, nel Monitore.

Il 20 ottobre 1832 un Emiliani era stato assalito sulla strada e ferito non mortalmente in Rodez, dipartimento delle Aveyron, da parecchi esuli italiani. Il 31 maggio 1833, poco dopo pronunciata sentenza di cinque anni di prigione contro i feritori, l'Emiliani e un Lazzareschi di lui compagno, furono, in un caffè, mortalmente feriti da un giovine Gavioli, esule del 1831. Ambi erano, a quanto poi seppi, spie del duca di Modena e tenuti per tali dai loro compagni di proscrizione. Al tempo dei tristi fatti io non sapea che esistessero; e m'erano egualmente ignoti i loro aggressori.

Già pochi giorni dopo il primo ferimento, il Giornale dell'Aveyron avea preparato il terreno all'accusa, e m'avea suggerito la protesta seguente:

Al Direttore della Tribune.

«Signore,

«Il Giornale dell'Aveyron nel suo numero del 27 ottobre, parlando del triste fatto accaduto recentemente in Rodez e nel quale un Emiliani, antico stalliere del Duca di Modena, fu ferito, s'esprime così:

«Le informazioni raccolte dal Prefetto lo conducono a credere che gli assalitori italiani dello sventurato Emiliani non sono che strumenti dei quali si giovano i capi del Partito detto della Giovine Italia per liberarsi di quei fra i loro compatrioti che non vogliono sottomettersi ai loro Statuti.»

«Se il gazzettiere intende parlare degli uomini stretti a una fede politica ch'essi credono sola capace di rigenerare la loro patria e i principî della quale si svolgono nella pubblicazione mensile la Giovine Italia, io sono, come Direttore di quella pubblicazione, uno fra i capi di quel Partito. Credo quindi aver facoltà di rispondere per tutti all'accusa.

«Io do la più solenne mentita al gazzettiere e a quanti si compiacessero di ripeterne le affermazioni.

«Io sfido chicchessia a portare in campo la menoma prova di ciò che così avventatamente s'afferma a danno d'uomini onorevoli per lo meno quanto il gazzettiere dell'Aveyron, a danno d'uomini che la sventura non foss'altro dovrebbe proteggere contro la calunnia.

«Aggiungo che l'idea d'un partito il quale si proporrebbe di spegnere quanti non abbracciano i suoi Statuti è siffattamente assurda che solo forse in Francia il gazzettiere dell'Aveyron può profferirla.

«La Giovine Italia non ha stromenti: non accoglie se non uomini liberi che liberamente abbracciano i suoi principî e non giurano se non di sperdere, appena potranno, gli Austriaci.

«Ed è questa la mia risposta.

«Quanto a ciò che il gazzettiere si compiace d'aggiungere intorno a scene che i costumi francesi rispingono e che non potranno mai nazionalizzarsi in Francia, non monta occuparsene. Ogni Francese che pensa prima di scrivere sa che gli agguati non appartengono specialmente ad alcuna nazione e che si commettono in ogni luogo delitti respinti dai costumi dei popoli. Gli assassini di Ramus e Delpech valgono di certo quei che ferirono l'Emiliani.

«Credetemi, Signore, vostro

30 ottobre 1832[15]. «Mazzini.»

Ma nel giugno 1833 comparve, come dissi, nel Monitore una Sentenza pronunziata da un Tribunale Segreto che condannava Emiliani e Lazzareschi a morte, altri a diverse pene, col nome mio e quello di La Cecilia come Preside e Segretario del Tribunale. L'artificio era grossolano. Le date non corrispondevano alla possibile realtà. L'italiano era pieno zeppo di errori grammaticali[16] ch'io non era uso veramente a commettere. Protestai nuovamente, nei termini seguenti, nel National.

«Signore.

«Il Monitore del 7 giugno contiene, a proposito d'un assassinio commesso in Rodez, una pretesa esposizione dei fatti che precedettero e accompagnarono quel triste evento; s'afferma in quella che la morte d'Emiliani e di Lazzareschi è dovuta a una sentenza pronunziata contr'essi da un tribunale segreto siedente in Marsiglia e appartenente alla Giovine Italia. Il Monitore cita la sentenza in esteso e v'appone il mio nome colla qualità di Preside del Tribunale.

«Ch'io sia stato cacciato di Francia senza cagione, senza difesa, per solo arbitrio ministeriale e bench'io vivessi indipendente, fuori d'ogni deposito e di mezzi miei, non ha di che sorprendere alcuno come fatto d'un Governo corrotto e corrompitore, che fu successivamente spergiuro sui Pirenei, birro in Ancona, denunziatore in Frankfort, e persecutore, in nome e a pro della Santa Alleanza, dovunque spuntava un raggio d'indipendenza, dovunque s'incontrarono anime generosamente altere in preda a sciagure virilmente durate. È tra noi, patrioti, ed esso guerra mortale.

«Ma che dopo d'aver ferito s'infonda veleno nella piaga, dopo di aver vibrato contro un nemico ogni saetta di persecuzione si vibri anche quella della calunnia, dopo d'avergli tolto libertà, conforto, riposo, si tenti togliergli anche l'onore, è cosa sì bassa che non vorremmo trovarne colpevoli gli uomini stessi dello stato d'assedio.

«Io non ispenderò tempo a notare tutte le contradizioni che abbondano in quella esposizione, lavoro perfido e assurdo, nel quale ogni cosa è falsa dalla data della mia proscrizione ch'ebbe luogo nell'agosto, e non dopo il novembre 1832, fino a quella della pretesa sentenza attribuita a Marsiglia, mentre è citata nell'atto stesso una lettera indirizzata da Marsiglia a non so qual punto: dall'asserzione che pone a risultato dei procedimenti, iniziati in ottobre contro i supposti autori delle prime ferite inflitte a Emiliani cinque anni di reclusione, mentre quei procedimenti furono conchiusi da una assoluzione senza restrizioni fino alla comunicazione della sentenza che il Ministero dichiara fattagli nel gennajo 1833, mentre l'istruzione cominciata in ottobre, e proseguita oltre il gennaio, non ne fa cenno.

«L'accusa parte da troppo basse sfere perch'io m'avvilisca a difendermi. Ma davanti ai tribunali io chiederò conto al Monitore dell'audacia colla quale ei s'attentava di sottoscrivere quel documento col nome d'un onesto, straniero financo a un pensiero di colpa. Chiederò come, senz'altro indizio che una semplice copia della quale non fu provata l'autenticità, s'osi chiamarmi assassino.

«Intanto i molti, che s'assunsero spontanei la mia difesa, hanno diritto di esigere che io smentisca l'accusa.

«Però, la smentisco.

«Smentisco formalmente esposizione, sentenza, ogni cosa.

«Smentisco Monitore, gazzette semi-officiali e Governo.

«E sfido il Governo, gli agenti suoi, e le polizie straniere che architettarono la calunnia, a provare una sola delle cose affermate a mio danno; a mostrare l'originale della sentenza e la firma mia, a scoprire una sola linea proveniente da me che possa far credere alla possibilità d'un tale atto da parte mia.

«Vogliate, Signore, inserire ecc.

«Giuseppe Mazzini.»

Il Monitore tacque. L'originale non fu mostrato. Io non poteva allora, celato in Marsiglia com'io era e non potendo quindi nè presentarmi nè dar mandato legale a chi facesse le parti mie, iniziare il processo di diffamazione. Se non che l'Autorità giuridica sciolse senz'altro il problema. La Corte Suprema dell'Aveyron[17] decise che il delitto, conseguenza di rissa, s'era commesso senza premeditazione. Più dopo, credo nel 1840, Gisquet, Prefetto di Polizia nel 1833, scrivendo le sue Memorie e speculando, per far denaro, sugli aneddoti melodrammatici, riprodusse l'accusa: poi, chiamato in giudizio da me, dichiarò stimarmi onesto e incapace di misfatti e il tribunale pronunziò sentenza in quel senso[18]. Più dopo ancora, nel 1845, un Ministro Inglese, Sir James Graham, che aveva osato far rivivere la calunnia, fu costretto, da informazioni attinte presso i Magistrati dell'Aveyron, a chiedermi scusa in pubblica seduta di Parlamento. E nondimeno, da quella prima calunnia ripetuta per più anni da gazzette e da libelli anonimi a uomini che non avevano letto e non potevano, sotto la tirannide, leggere i documenti officiali che la distruggevano, scese e si radicò lentamente nell'animo di molti l'opinione ch'io mi fossi uomo di vendette tenebrose e di sangue e che la Giovine Italia avesse Statuti tremendi ai violatori del giuramento e a quanti dissentissero dalle sue dottrine.

Io abborro—e quanti mi conoscono dappresso lo sanno—dal sangue e da ogni terrore eretto in sistema, come da rimedî feroci, ingiusti ed inefficaci contro mali che vogliono essere curati dalla diffusione libera delle idee: credo la vendetta, l'espiazione e altri simili concetti, posti finora a base del diritto penale, tristissimi e sterili, sia che l'applicazione mova dalla Società o dall'individuo; e non accetto guerra, lamentandone la necessità, contro la forza materiale violatrice del dovere e del diritto umano, se non aperta e leale, fuorchè in un caso—e avrò campo di dire qual sia. Ma la Giovine Italia che, separandosi dalle formole e dalle abitudini vendicatrici dell'antica Carboneria, aveva abolito fin la minaccia di morte contro il traditore spergiuro, non ebbe mai, dal Centro che la dirigeva, se non uno Statuto, ed è quello che i lettori possono vedere in questo volume. Soltanto, gli furono, appunto nel tempo al quale si riferisce questo volume, aggiunte alcune dilucidazioni morali che inserisco qui appresso. Nè mai ci dipartimmo da quelle norme. A chi ci proponeva di spegnere traditori o spie, rispondevamo: additate i Giuda a tutti e basti per essi l'infamia. Quanto fu affermato o citato sul conto nostro da scrittori infermi d'insania come d'Arlincourt e Cretineau Joly, o da libellatori venduti come Bréval e Lahodde, è falso e apocrifo. Ben possono a insaputa nostra essersi improvvisate modificazioni locali al nostro Statuto da frazioni menome dell'Associazione; ma chi tra gli onesti vorrebbe giudicare il Cattolicesimo sui giuramenti orribili del Sanfedismo? È possibile che uno o altro nucleo dell'Associazione abbia, nelle Romagne segnatamente, decretato il pugnale contro disertori o denunziatori; ma chi tra gli onesti vorrebbe apporre all'istituzione monarchica l'assassinio di Prina?

Le dilucidazioni date nel 1833 al nostro Statuto erano le seguenti:

«

«La Giovine Italia ha per doppio scopo di riunire la gioventù nella quale sta il nervo delle forze italiane sotto l'influenza d'uomini veramente rivoluzionari, onde, allo scoppiare del moto, non ricada sotto i primi che si presentano a impadronirsene, e di riunire in accordo per capi o rappresentanti tutte le diverse società che in Italia s'adoprano, sotto forme diverse, a ottenere Unità, Indipendenza, Libertà vera alla Patria.

«Il primo intento è affidato, proporzionatamente ai loro gradi e alla loro situazione, a tutti i membri della Giovine Italia. Il secondo è serbato alla Centrale, e alle Congreghe Provinciali, sotto la direzione della Centrale.

«Principii politici e morali dell'Associazione:

«Una Legge morale governa il mondo: è la Legge del Progresso.

«L'uomo è creato a grandi destini. Il fine pel quale è creato è lo sviluppo pieno, ordinato e libero di tutte le sue facoltà.

«Il mezzo per cui l'uomo può giungere a questo intento è l'Associazione co' suoi simili.

«I popoli non toccheranno il più alto punto di sviluppo sociale al quale possono mirare, se non quando saranno legati in un vincolo unico sotto una direzione uniforme regolata dagli stessi principî.

«La Giovine Italia riconosce in conseguenza l'Associazione universale dei Popoli come l'ultimo fine dei lavori degli uomini liberi. Essa riconosce e inculca con ogni mezzo la Fratellanza dei Popoli.

«Bensì, perchè i popoli possano procedere uniti sulla via del perfezionamento comune, è necessario ch'essi camminino sulle basi dell'Eguaglianza. Per essere membri della grande Associazione conviene esistere, avere nome, e potenza propria.

«Ogni popolo, in conseguenza, deve, prima d'occuparsi dell'Umanità, costituirsi in Nazione.

«Non esiste veramente Nazione senza Unità.

«Non esiste Unità stabile senza Indipendenza: i despoti, a diminuire la forza dei popoli, tendono sempre a smembrarli.

«Non esiste Indipendenza possibile senza Libertà. Per provvedere alla propria indipendenza è d'uopo che i popoli siano liberi, perchè essi soli possono conoscere i mezzi per serbarsi indipendenti, essi soli hanno a sagrificarsi per esserlo, e senza libertà non esistono interessi che spingano i popoli al sagrifizio.

«La Giovine Italia tende in conseguenza a conquistare all'Italia l'Unità, l'Indipendenza, la Libertà.

«Quando il potere è ereditario e nelle mani d'un solo, non v'è libertà durevole mai.

«Il potere tende sempre ad aumentare e concentrarsi.

«Quando il potere è ereditario, gli acquisti del primo fruttano al secondo. L'eredità del potere toglie a chi ne è rivestito la coscienza della sua origine popolare. Sottentrano per conseguenza nei Capi ereditarî interessi particolari a quelli della Nazione; e inducono una lotta che, presto o tardi, trascina la necessità d'una Rivoluzione. Ora quando una nazione compie una Rivoluzione, essa deve cercare d'imporle fine il più presto possibile, e non ha altro mezzo per questo che troncare radicalmente ogni via per la quale si possa ricadere nella lotta.

«Le Rivoluzioni si fanno col Popolo pel Popolo. Per produrre vivissimo nel Popolo il desiderio della Rivoluzione conviene infondergli la certezza che la Rivoluzione si tenta per esso. Per infondergli questa certezza, è necessario convincerlo de' suoi diritti, e proporgli la Rivoluzione come il mezzo d'ottenerne il libero esercizio. È necessario per conseguenza proporre come scopo alla Rivoluzione un sistema popolare, un sistema che enunzi nel suo programma il miglioramento delle classi più numerose e più povere, un sistema che chiami tutti i cittadini all'esercizio delle loro facoltà e perciò al maneggio delle cose loro, un sistema che s'appoggi sull'eguaglianza, un sistema che impianti il Governo sul principio dell'elezione largamente inteso e applicato, ordinato nel modo meno dispendioso e più semplice.

«Questo sistema è il Repubblicano.

«La Giovine Italia è repubblicana unitaria.

«Essa tende, in religione, a stabilire un buon sistema parrocchiale, sopprimendo l'alta aristocrazia del clero.

«Essa tende, in generale, all'abolizione di tutti i privilegi che non derivino dalla legge eterna della capacità applicata al bene; a diminuire gradatamente la classe degli uomini che si vendono e di quelli che si comprano; in altri termini a ravvicinare le classi, costituire il Popolo, ottenere lo sviluppo maggiore possibile delle facoltà individuali; a ottenere un sistema di legislazione accomodata ai bisogni; a promovere illimitatamente l'educazione nazionale.

«Bensì, finchè il primo perno della Rivoluzione, ossia l'Indipendenza, non sia ottenuto, essa riconosce che tutto deve essere rivolto a quello scopo. Finchè quindi il territorio Italiano non sia sgombro dal nemico, essa non riconosce che armi e guerra con tutti i mezzi. Una dichiarazione di doveri, una di diritti, ma l'effetto sospeso fino all'emancipazione del territorio: un Potere dittatoriale, fortemente accentrato, composto d'un individuo deputato per ciascuna provincia[19], riunito a consesso permanente, responsabile allo spirar del mandato, vegliato nell'esercizio del suo potere dall'opinione pubblica e dalla Giovine Italia convertita in Associazione Nazionale: primi provvedimenti intorno alla stampa, intorno ai giudizî criminali, intorno alle annone, intorno all'amministrazione, e null'altro: creato intanto Commissioni che maturino progetti di legislazione politica e civile da presentarsi al Congresso Nazionale raccolto, libero il territorio, in Roma: vietati gli accordi col nemico sul territorio: i cittadini armati chiamati a guardar la città, a mobilizzarsi all'uopo e recarsi in bande a infestare il nemico e servire d'ausiliarie all'esercito Nazionale. Prima armi e vittoria, poi leggi e Costituzione.

«La Giovine Italia predica questi principî. I mezzi coi quali essa si propone d'ottenere l'intento sono l'armi e l'incivilimento morale.

«Pel primo, essa congiura, pel secondo, essa diffonde gli scritti liberi, pubblica giornali, ecc.

«Congiurando e scrivendo, essa sa che la rigenerazione Italiana non può compirsi che per mezzo d'una Rivoluzione Italiana davvero. Essa biasima in conseguenza i movimenti parziali: essi non possono che aggravare la nostra condizione. L'insurrezione d'un Popolo deve compiersi con forze proprie. Dallo straniero non scendè mai libertà vera o durevole. La Giovine Italia s'ajuterà degli eventi stranieri, ma non fonderà su quelli le proprie speranze.

«Tutti i suoi membri sono incaricati di diffondere queste norme generali.

«Ordinamento dell'Associazione:

«Una Congrega Centrale:

«Una Congrega Provinciale per ogni Provincia Italiana composta di tre membri:

«Un Ordinatore per ogni città:

«Federati propagatori:

«Federati semplici.

«La Congrega Centrale elegge le Congreghe Provinciali, trasmette le istruzioni Generali, crea e mantiene l'accordo fra le Congreghe Provinciali, comunica i segnali di riconoscimento necessarî alle Congreghe, provvede alla stampa e alla sua diffusione, forma un disegno generale d'operazioni, riassume i lavori dell'Associazione, accentra, non tiranneggia.

«Ogni Congrega Provinciale tiene la somma delle cose della Provincia che le è affidata e dirige il lavoro: crea i segnali per gli affratellati della Provincia, trasmette le istruzioni della Centrale, inviando ad essa di mese in mese relazione dei progressi dell'Associazione nella Provincia, dei mezzi materiali raccolti, delle condizioni dell'opinione nelle diverse località: osserva i bisogni e ne trasmette l'espressione alla Centrale.

«L'ordinatore in ogni città, scelto dalla Congrega Provinciale, riassume i lavori della città e ne trasmette il quadro di mese in mese alla Congrega Provinciale. Gli elementi della sua corrispondenza con quella sono a un dipresso gli stessi dei quali si compone la corrispondenza della Congrega Provinciale colla Centrale.

«I Propagatori vengono eletti dall'Ordinatore e dalla Provinciale tra gli uomini che hanno core e mente: iniziano i semplici affratellati e li dirigono secondo le loro istruzioni. Corrispondono ciascuno coll'Ordinatore della loro città, e gli elementi della loro corrispondenza sono a un dipresso gli stessi che formano la corrispondenza dell'Ordinatore colla Provinciale. Trasmettono di mese in mese all'Ordinatore il quadro del loro lavoro, e comunicano ai loro subalterni le istruzioni che da lui ricevono.

«I semplici affratellati scelti dai Propagatori tra gli uomini che hanno core, ma non mente bastevole a scegliere gli individui idonei, dipendono dal loro Propagatore, a lui comunicano informazioni, osservazioni, conoscenze, diffondono i principî della Giovine Italia, e aspettano la chiamata.

«Ogni affratellato ha un nome di guerra.

«L'Associazione deve diffondersi, per ciò segnatamente che riguarda le classi popolari[20], nella gioventù, negli uomini che hanno succhiato le aspirazioni del secolo.

«Gli affratellati devono, possibilmente, provvedersi d'un fucile e di cinquanta cartucce. A quei che non possono, provvederanno le Congreghe Provinciali.

«Gli affratellati versano all'atto dell'iniziazione una contribuzione che continuerà mensilmente, quando nol vieti la loro condizione. L'ammontare delle contribuzioni, trasmesso di mano in mano sino alla Congrega Provinciale, sarà consacrato ai bisogni dell'Associazione, nella Provincia, salva una quota serbata alla Centrale per viaggiatori, stampe, compra d'armi, ecc.

«Determinazione di contribuzione e di riparto, esenzioni, forme di iniziazione, e tutte le disposizioni d'ordine secondario, si lasciano alle Congreghe Provinciali. La Centrale abborre da ogni tendenza soverchiamente dominatrice e non impone se non quel tanto ch'è strettamente necessario all'unità del moto e all'accordo comune.

«L'Associazione ha due ordini di segnali: gli uni, che non giovano se non alle Congreghe Provinciali e ai viaggiatori che vanno dall'una all'altra e da esse alla Centrale, e reciprocamente—e sono ideati e trasmessi dalla Centrale: gli altri, che servono per gli affratellati delle Provincie, sono scelti da ciascuna Congrega Provinciale, comunicati alla Centrale, e variati ad ogni tre mesi, più frequentemente se il bisogno lo esiga. S'anche quindi i segni d'una Provincia fossero scoperti dalle polizie, l'altre provincie, avendoli diversi, rimarrebbero fuor d'ogni rischio.»

Il nostro lavoro era coronato di successo. L'istinto Nazionale s'era ridesto. La formola Unità Repubblicana s'accettava con entusiasmo dalla gioventù in tutte le provincie d'Italia. Gli uomini della tirannide, il principe di Canosa, Samminiatelli, gli editori della Voce della Verità scrivevano contro noi, ma con sì pazza ferocia ch'ogni loro assalto ci fruttava amici. Metternich presentiva l'importanza del nostro lavoro e scriveva al Menz in Milano: J'ai besoin de deux éxemplaires complets de la Giovine Italia, dont cinq volumes ont paru jusq'ici. J'attends aussi toujours les deux exemplaires de la Guerra per Bande[21]. La Società degli Apofasiméni coi suoi affiliati delle Romagne, diretta da Carlo Bianco si versava nelle nostre file; Carlo Bianco entrava membro del nostro Comitato. La Società dei Veri Italiani, che non s'era ancora, in quell'epoca, fatta regia, stringeva alleanza con noi. E le reliquie della Carboneria che s'agitavano tuttavia, membra disjecta, in alcune provincie Italiane, accettavano la nostra fede, e la nostra direzione. In Francia, capo supremo di quanti avevano, anteriormente a Luigi Filippo, dato il nome alla Carboneria, e corrispondente venerato delle fratellanze segrete in Germania e altrove, era il Buonarroti; e si poneva con me in contatto regolare e fraterno. E in contatto con me stavano gl'influenti delle nuove Associazioni repubblicane francesi, Goffredo Cavaignac, Armand Marrast e gli arditi uomini della Tribune, Armand Carrel e i tattici del National. Parole d'incoraggiamento ci venivano da Lafayette. Con noi erano i capi dell'emigrazione Polacca. L'elemento Italiano cominciava, mercè nostra, ad essere riconosciuto da quanti uomini di progresso lavoravano uniti o indipendenti in Europa elemento importante dell'avvenire. E in Italia erano uomini avversi, per istinto o paura, a ogni cosa che fosse moto: non moderati. Gioberti, padre e pontefice anni dopo della malaugurata consorteria e insultatore sistematico di me e di tutti noi, accettava in Torino gli ordini del nostro lavoro e ci scriveva inneggiando: Io vi saluto, precursori della nuova Legge politica, primi apostoli del rinovato Evangelo:... io vi prenunzio un buon successo nella vostra impresa, poichè la vostra causa è giusta e pietosa, essendo quella del popolo, la vostra causa è santa, essendo quella di Dio... Ella è eterna e però più duratura della forma antica di quello, il quale diceva: Dio e il prossimo; ma ora dice per vostra bocca e del secolo: Dio e il Popolo... Noi ci stringeremo alla vostra bandiera e grideremo Dio e il Popolo, e studieremo di propagar questo grido... Combatteremo eziandio certi falsi amatori di libertà, che vogliono questa senza il popolo o contro il popolo, malaccorti od ingiusti; certi odiatori delle antiche aristocrazie... che, facendo rivoluzioni, intendono a traslocare il potere in sè stessi divisi dal popolo, anzi che farsi popolo e restituirgli i diritti rapiti: certi che vilipendono e bistrattano il popolo con nomi spregevoli ed abborriti, con angherie, con soprusi, ed aggravano il suo giogo colla stessa mano, con cui tentano schermirsi da quello dei nobili e dei tiranni... Io vi prometto francamente una costante disposizione e un vivo desiderio di morire con voi, se v'è d'uopo, per la comune patria[22].

L'ordinamento dell'Associazione era, a mezzo il 1833, potente davvero e segnatamente in Lombardia, nel Genovesato, in Toscana, negli Stati Pontificî. L'anima dell'Associazione Toscana era in Livorno, dove Guerrazzi, Bini ed Enrico Mayer eran operosissimi e inspiravano Pisa, Siena, Lucca, Firenze. Pietro Bastogi, oggi Ministro, era Cassiere del Comitato. Enrico Mayer viaggiava a Roma, dov'ei fu per sospetti imprigionato, poi, tornato in libertà, a Marsiglia per intendersi meco: egli era uno dei migliori, più sinceri e devoti uomini, che mi sia stato dato conoscere. Il Professore Paolo Corsini, Montanelli, Francesco Franchini, Enrico Montucci, Carlo Matteucci, oggi Senatore del Regno, un Cempini, figlio del Ministro, oggi, a quanto odo, calunniatore nostro nella Nazione, insieme a Carlo Fenzi, cospiratore egli pure con me, un Maffei ora avversissimo, e altri molti ch'or non importa nominare, secondavano nelle varie città toscane l'inspirazione livornese. Nell'Umbria, Guardabassi era capo del Comitato. Nelle Romagne, pressochè tutti gli uomini che oggi, insigniti d'onori, impieghi e pensioni, ci gridano la croce addosso, si agitavano irrequieti nelle nostre file; e vivono ancora i popolani Bolognesi, che ricordano il Farini, vociferatore di stragi nei loro convegni, e uso ad alzare la manica dell'abito sino al gomito e dire: ragazzi, bisognerà tuffare il braccio nel sangue. In Roma, avevamo un Comitato. In Napoli, Carlo Poerio, Bellelli, Leopardi e gli amici loro facevano, quanto ai metodi, parte da sè, ma si dichiaravano ai nostri viaggiatori, che tuttavia vivono, capi d'un ordinamento potente, alleati, presti a fare collo stesso nostro programma, e corrispondevano stenograficamente con me. In Genova, non solamente i giovani della classe commerciale e gli influenti fra i popolani, ma s'accostavano a noi, convinti della nostra potenza, gli uomini del patriziato; i fratelli Mari, il Marchese Rovereto, i due Cambiasi e Lorenzo Pareto, che fu poi Ministro, fra gli altri. In Piemonte il lavoro procedeva più lento: nondimeno le nostre fila toccavano tutti i punti importanti e si stendevano fino alle terre, popolate d'arditi uomini, del Canavese: l'avvocato Azario, Allegra esule ripatriato del 1821, Sciandra commerciante, Romualdo Cantara, Ranco, Moia, Barberis, Vochieri, Parola, Maotino Massimo, Depretis, un ex militare Panietti d'Ivrea, un Re di Voghera, Stara e altri parecchi s'adopravano alacremente. E uomini collocati più in alto, e ch'or non giova additare, non s'affratellavano regolarmente all'Associazione, ma lasciavano sapere che dove l'impresa s'iniziasse potente, l'ajuterebbero. Con copia d'elementi siffatti e coi pericoli che la duplice parte, di congiura e d'apostolato, alla quale si era astretta l'Associazione, trascinava con sè, bisognava giovarsi dell'entusiasmo crescente prima che le persecuzioni venissero ad ammazzarlo, e pensare seriamente all'azione.

Così facemmo.

Base dell'azione dovevano essere le provincie Sarde. Forti di mezzi, d'armi ordinate, d'influenza morale e d'abitudini di disciplina che avrebbero fruttato a qualunque riuscisse a impadronirsene, gli Stati Sardi avevano due punti strategici d'alta importanza, Alessandria e Genova; ed erano appunto quelli pei quali eravamo più potenti d'affiliazioni. Un moto nel Centro, più agevole forse, non offriva appoggio di forze reali e non avrebbe suscitato l'entusiasmo di tutta l'Italia. D'altra parte, io era certo che al primo annunzio del moto, l'Austria avrebbe occupato, coll'assenso di Carlo Alberto, il Piemonte e resa quindi impossibile ogni azione diretta o rapida sulla Lombardia, nella quale io aveva fin d'allora fede grandissima. D'un moto in Napoli e delle norme colle quali procederebbe non potevamo, mercè la semi-indipendenza nella quale si stavano gli elementi coi quali eravamo in contatto, non potevamo starci mallevadori. E inoltre, il convertire ciò che deve essere riserva in centro del moto, non mi sembrava, checchè dicessero i militari, buona strategìa di rivoluzione. Movendo in Napoli, noi non eravamo certi che per invasione degli insorti o per altra via, il moto si sarebbe diffuso rapidamente all'altre parti d'Italia; e io temeva la tendenza pur troppo naturale in tutti i paesi ad aspettare lo sviluppo d'ogni moto che s'operi dietro ad essi, e sognare disegni dottamente complessi d'insurrezione quando il nemico assalitore e respinto può collocarsi tra due forze ostili e vedersi staccato dalla sua base. Di pretesti siffatti all'inerzia, suggeriti ed accettati con arte profonda e sempre fatale alle insurrezioni, erano frequenti nel passato gli esempî. Una insurrezione nel Mezzogiorno non scemava un solo dei pericoli che le insurrezioni del Centro e del Settentrione avrebbero dovuto affrontare; un moto in Piemonte salvava invece dal primo urto dell'armi straniere Mezzogiorno e Centro ad un tempo. Battuti in Piemonte potevamo appoggiarci su quel terreno come su potente riserva. Poi—e questa è ragione ch'io riteneva importante, comechè poco intelligibile a quanti non vedono in una rivoluzione che un problema di strategia regolare—ogni rivoluzione operata in un popolo addormentato da secoli sviluppa vulcanicamente tremende le forze latenti ch'essa possiede se provocata e sollecitata da pericoli che possono riescirle mortali, intorpidisce e si consuma nel sonno e nelle illusioni se abbandonata a sè stessa e secura. Il nostro nemico era l'Austria. Bisognava cacciarle il guanto dai primi giorni, fidare nella Lombardia e assalirla invece di aspettarne gli assalti. L'entusiasmo della guerra allo straniero, abborrito da tutti com'era, avrebbe sopito ogni interno dissidio e fondato l'Unità nell'azione comune.

Per queste e altre ragioni determinai che l'iniziativa dell'insurrezione Nazionale si tenterebbe nelle terre Sarde, perni Genova e Alessandria; noi esuli invaderemmo, appena dato il segnale dall'interno, la Savoja, non solamente per dividere le forze ostili e per aprire un varco sino al centro del moto agli uomini che l'esperienza acquistata al di fuori chiamava a capitanarla civilmente e militarmente, ma per cacciare un anello tra i nostri e i repubblicani di Francia, che allora accennavano a diventare potenti e preparavano, tra gli operai, elementi numerosi di riscossa in Lione.

Tentammo l'esercito. Trovammo gli alti ufficiali renitenti, i bassi vogliosi di mutamento e arrendevoli al concetto dell'Italia Una e Repubblicana. Riuscimmo a impiantare relazioni con quasi tutti i reggimenti: nuclei d'attivi in alcuni e fila più numerose nell'artiglieria in Genova e in Alessandria, dove stava a guardia degli arsenali. Affratellammo caporali, sergenti e capitani; a contatto continuo coi loro soldati son essi più influenti dei capi; e ricordavamo i Cavalleggeri che disubbedienti, nel 1821, alla chiamata del loro colonnello Sammarzano, s'erano poco dopo lasciati trascinare all'insurrezione da un semplice capitano, l'adesione della legione procacciata dal sergente Gismondi e altri fatti consimili. Taluno fra i generali, presti sempre a seguire chi vince—Giflenga tra gli altri—promise cooperazione a patto che ci mostreremmo forti. Acquistammo in sostanza convincimento che l'esercito osteggerebbe o no a seconda del carattere che la prima mossa assumerebbe; e sarebbe in ogni modo tiepido nel resistere.

Proposi il moto e chiesi ajuti pecuniari alle Congreghe. La proposta fu accolta. Gli ajuti furono dati, benchè al solito inferiori al bisogno e al dovere. Strana cosa, ma vera: gli uomini della libertà danno, occorrendo, il sangue, restii a dare il danaro che potrebbe risparmiarlo sovente.

Comunicato il disegno generale del moto ai nostri di Genova, di Alessandria, di Vercelli, di Torino, della Lomellina, io mi preparai a trasferirmi da Marsiglia a Ginevra, da dove io dovea preparar gli elementi per l'insurrezione nella Savoja. Ma prima, volli intendermi coi repubblicani di Francia.

Cavaignac e gli uomini della Tribune non avevano bisogno d'eccitamenti; fremevano azione. Non così gli uomini del National, diffidenti dell'elemento operajo sul quale i primi appoggiavano tutte le loro speranze in Lione. Pregai Carrel di recarsi in Marsiglia e venne. Cavaignac si recava intanto a Lione.

Armand Carrel, ch'io vidi in casa di Demostene Ollivier, membro nel 1848 dell'Assemblea, era uomo signorile nei modi, freddo in apparenza, ma capace d'energia quando lo esigessero le circostanze, chiaramente onesto e tale da provocar fede assoluta nelle sue promesse, più amico della repubblica che non dei repubblicani, e poco disposto a fiducia negli operai dai quali lo tenevano discosto le abitudini della vita e certe tendenze militari rimastegli dal primo periodo della gioventù e accarezzate da lui. Intelletto acuto, non vasto, analitico più ch'altro, educato a scuole di materialismo e veneratore del secolo XVIII, credente nella teorica dei diritti e presto a dare fatiche e vita al suo trionfo più per senso d'onore e generosità d'indole che non per dovere religiosamente supremo, intendeva molte delle aspirazioni del secolo, ma non sentiva profondamente che quelle di libertà. E il suo ideale era la repubblica come s'intende in America, dove l'individuo è sovrano, la missione sociale di chi regge fraintesa e il diritto personale ogni cosa. Più in là non andava o a disagio, e le questioni sociali lo impaurivano. Logico per natura, si sentiva tratto a desumere le ultime conseguenze della dottrina che ha per base l'individuo e tra queste il federalismo; insinuava infatti a ogni tanto il federalismo per l'Italia, per la Spagna, per la Germania, unitario per la Francia, tra perchè l'Unità era fatto compiuto, tra perchè l'istinto dominatore francese potentissimo in lui gli mostrava perpetua la supremazia della sua Nazione nella debolezza delle confederazioni all'intorno. Le sue idee andavano nondimeno migliorando e allargandosi a più vasto orizzonte, quand'egli morì; e ne fanno fede i suoi ultimi articoli. Morì sulla breccia, repubblicano com'era vissuto, puro d'ogni basso affetto, d'ogni immoralità, d'ogni servile tendenza alla ricchezza o al potere, amato da chi lo conobbe dappresso, rispettato da' suoi nemici.

Fermammo accordo tra noi che se l'Italia avesse iniziato il moto repubblicano, ei si sarebbe unito a Cavaignac per affrettare l'insurrezione Lionese e l'avrebbe secondata in Parigi.

Intanto, un incidente, irrilevante per sè, sperdeva tutto il disegno.

La diffusione non foss'altro dei nostri scritti, malgrado lo zelo posto dalla Polizia a impedirla, avvertiva il Governo che un lavoro segreto, potente esisteva nelle Provincie Sarde; e da più mesi era posta in opera ogni arte per discoprirne le fila e il centro, ma senza successo. Cercavano quel centro dove non era, nell'alte sfere sociali e tra gli antichi cospiratori del 1821; non ideavano neppure che una Associazione, visibilmente numerosa e capace d'eludere le instancabili inquisizioni della polizia mettesse capo a pochi giovani di nome ignoto e ricchi non d'altro che d'energia di volere e d'attività senza pari.

Però temendo di porre sull'avviso, col vibrar colpi in fallo, i veri cospiratori, spiavano gli indizî senza procedere. E l'insurrezione avrebbe potuto coglierli all'impensata.

Ma or non so bene se sul finire del marzo o sul cominciar dell'aprile 1833, due artiglieri, uno dei quali apparteneva all'Associazione e aveva fatto proposte all'altro, venuti a subita lite per una donna, dalle parole proruppero ai fatti. Impediti dai carabinieri regî, l'un d'essi, quegli appunto che avea avuto invito dall'altro ad affratellarsi, lasciò sfuggire parole di minaccia come s'egli potesse, volendo, essergli causa di male. Quelle parole furono raccolte e additarono al Governo il momento per tentare di risalire da uomo a uomo al segreto della congiura. Ricordo ch'io fatto partecipe dell'incidente, presentii le conseguenze fatali e scrissi: agite, se potete, o siete perduti. Il consiglio non giunse o non valse.

Il Governo si mise all'opera coll'energia di chi è minacciato da un supremo pericolo. Una rigorosa perquisizione nelle mucciglie e nella caserma degli artiglieri condusse alla scoperta d'alcuni stampati della Giovine Italia. I possessori furono imprigionati, e poco dopo i loro più intimi amici; gli uni e gli altri isolati da ogni contatto. Studiati i volti, i moti, l'inquietudine, il pallore, la mestizia insolita diventarono argomenti di carcere. E ciò che si fece in Genova fu fatto altrove; le prigioni di Torino, d'Alessandria, di Chambery s'aprirono a una moltitudine d'uomini che parevano sospetti, e si frapposero indugi tra l'uno e l'altro imprigionamento, tanto che gli ultimi imprigionati potessero credere a denunzie dei primi. E denunzie furono: vere in parte, in parte menzognere e suggerite da chi diceva: denunziate o perite: i codardi furono tre militari e un borghese, altri si avvilirono senza tradire i compagni, ma si confessarono, implorando, colpevoli e bastava: si catturarono gli amici loro. Dalle primarie si passò alle città secondarie, Nizza, Cuneo, Vercelli, Mondovì. Ebbero così tra le mani senza pur saperlo, parecchi degli uomini che dovevano dare il segnale del moto, e da carte sequestrate, da imprudenti parole o da altri indizî di nome. Intanto il terrore entrava negli animi; molti dei nostri si celarono; parecchi fuggirono. Sul cominciare della persecuzione i capi esitarono, in parte avvedendosi che il Governo poco sapeva e credendo che la tempesta trapasserebbe rapida com'era venuta, in parte,—e parlo d'Jacopo e Giovanni Ruffini segnatamente—perchè d'animo generoso, paventavano che dove il tentativo in quei frangenti fallisse a buon porto, s'apponesse ad essi l'aver dato improvvidamente il segnale a salvar sè stessi: dopo pochi giorni, l'insorgere s'era fatto impossibile. «Le caserme erano chiuse ai borghesi, custodite e vegliate[23]. E a render vano ogni tentativo d'accordo tra i cittadini e l'esercito, la Gazzetta Ufficiale stampava che le carte sequestrate provavano come i cospiratori professassero l'ateismo; come per distruggere il trono e l'altare intendessero giovarsi d'ogni mezzo il più orrendo dal pugnale all'incendio; come veleno in copia fosse stato trovato nelle stanze di due ufficiali; come in Chambery fossero preparate le mine a fare esplodere la polveriera situata a ridosso delle caserme, e la città di Torino fosse devota alle fiamme e decretata in Genova guerra di vespri contro i soldati piemontesi: arte nefanda di Governi immorali ch'io vidi ripetersi in Genova nel 1857, quando ci preparavamo ad ajutare l'ardita impresa di Carlo Pisacane sulle terre meridionali. Poi, se un fatto isolato di vendetta o d'irrefrenabile ira ha luogo nelle nostre file, gli uomini servi di Governi siffatti si fanno vermigli in volto e accusano noi tutti di teoriche del pugnale, come se il pugnale della calunnia che mira a spegnere l'onore e l'anima fosse da meno di quello che ferisce il corpo. E lo sciagurato che, falsando il nostro principio, vibra il coltello contro il nemico, è non foss'altro solo e senza mezzi per proteggersi da lui o punirlo altrimenti: i Governi che avventano sistematicamente l'arme certa della calunnia contro i perseguitati e pongono, come gli Irochesi, l'insultatore accanto al carnefice, hanno a difendersi, potenza di ricchezza, di prigioni e d'eserciti.

«Allontanato a quel modo e col terrore ogni pericolo d'insurrezione il Governo poteva allentare la propria ferocia e tornare, per punire, alle norme d'una leale giustizia. Ma infierì più che mai, fatto doppiamente crudele dal pericolo corso e dalla coscienza d'averlo temuto. La pagina di storia che si scrisse dalla Monarchia Sabauda in quell'anno fu tale che vorrebbe la penna d'un Tacito e intinta nel sangue; ed è di quelle che gli uomini dovrebbero rileggere ogni qualvolta sentono a infiacchirsi nell'animo loro l'abborrimento della tirannide, e le madri ripetere ai figli perchè v'imparino quali possano essere le sorti d'una terra non libera. Mentre al difuori delle prigioni era detto ai parenti e agli amici degli imprigionati che posassero tranquilli, e li rivedrebbero dopo indugio non lungo, dentro cominciavano scene terribili per indurre i sospetti a dichiararsi colpevoli.

«Ogni cosa, che l'odio ajutato dalla più profonda scienza del male può suggerire, era posta in opera per ottenerne confessioni: cogli uni la corruttela, cogli altri la menzogna sfrontata o il machiavellismo degli interrogatorî: con tutti, prima o dopo il terrore. A quei che si indovinavano meno fermi era detto: noi vi sappiamo colpevoli: morrete di fucilazione tra ventiquattro ore, ma svelando i complici vostri, potete salvarvi. Con quelli dei quali era nota la robusta tempra o la virtù, s'usava linguaggio diverso: erraste; ma per illusione di bene, lo sappiamo e vi compiangiamo; voi pensavate adoperarvi in un'opera di devozione e fidaste in traditori indegni del vostro sagrificio; il vostro silenzio non salva amici fidati e costanti, ma perde voi stessi e le vostre famiglie per codardi che vi denunciano; eccovi le loro testimonianze a vostro danno. Or volete, confermandole, versare anche una volta la gioja sul capo dei vostri cari ricongiungendovi ad essi o, persistendo a tacere, perire miseramente? E testimonianze con firme falsificate si ponevano un istante, in quell'ora di turbamento supremo, sotto gli occhi loro[24]. Per altri dai quali non volevano se non una confessione della loro partecipazione individuale all'impresa, ricorrevano allo spionaggio delle prigioni. S'introducevano vicino ad essi falsi cospiratori i quali agguatavano ogni momento d'abbandono o di disperazione per estorcere le informazioni volute[25]. Per ogni individuo si creavano nuove torture; tutte egualmente ignobili, codarde, feroci. Sotto la prigione dell'uno, una voce di pubblico gridatore annunziava fucilazione e imminenza d'altre. Di fronte alla prigione d'un altro, nello stesso corridojo, si poneva un amico dell'imprigionato: a quest'ultimo si parlava dei pericoli che minacciavano l'altro, il quale mutato subitamente e con ostentazione di straordinario calpestìo di soldati, di stanza, lasciava il prigioniero in balìa delle più tristi congetture possibili; e allora una scarica di moschetteria, indizio certo della sorte dell'amico, veniva a ferirgli l'orecchio[26].

«Altrove i prigionieri erano assordati da un frastuono continuo: si impedivano loro i sonni: poi dopo quattro o cinque notti agitate, erano assaliti dagli interrogatorî architettati a tale una tortura morale che non può calcolarsi se non da chi l'ha patita. Allora quando vedevano l'energia morale del prigioniero esaurita, gli affacciavano un'offerta di perdono o profanavano la santità degli affetti domestici trascinando nella prigione un vecchio padre, o una madre a supplicarlo ch'ei rivelasse[27]. Parecchi piegarono. Altri si mantennero fermi e perirono. Uno solo l'autore dello scritto sul Giuramento Militare citato più sopra, dotato d'anima pura e potente, che le seduzioni e le minaccie di tutti i re della terra non avrebbero mai potuto appannare o atterrire, sottrasse lo spirito ai corruttori e il corpo al carnefice. La notte, con un chiodo strappato all'uscio della prigione, ei s'aprì una vena del collo e si rifugiò, protestando contro la tirannide, nel seno di Dio. Ed ei lo poteva, perch'era incontaminato. Era il più dolce giovane, il più delicato e costante negli affetti ch'io m'abbia veduto. Amava la patria, della quale intendeva l'ampia missione, la madre, modello d'ogni virtù i fratelli e me[28]. Aveva vasto e pronto intelletto, ed era capace delle più grandi idee, però che le più grandi idee vengono dal core. Quei che conobbero intimamente Jacopo Ruffini venerano anch'oggi la sua memoria come quella d'un santo.»

Narra Brofferio nella sua Storia del Piemonte come Carlo Alberto, fatto per paura feroce, anelasse sangue, e a tal punto che dolendosi con Villamarina dell'umile condizione delle prime vittime, gli dicesse: non è bastevole esempio il sangue dei soldati: pensate a qualche ufficiale. Non ho modo d'appurare il fatto: ma di certo Villamarina, tenuto fino allora per uomo di spiriti liberali, e Giudici e Governatori, si condussero in guisa da far credere che sapessero di potere, incrudelendo, mercarsi favore dal Sire. Morto ogni senso di giustizia e sprezzate le stesse apparenze, si decretò fossero commessi i giudizî a tribunali di guerra tanto per incolpati civili quanto pei militari. Protestarono i primi, ma indarno. Protestarono pure con nobile ardire, il 17 luglio, cinque avvocati genovesi estranei ai procedimenti, ed ebbero risposta negativa il 25. Fu chiesto che ai civili si concedesse almeno il diritto di scegliersi difensori, e s'ebbe rifiuto. I denunziatori, ai quali era promessa la vita, mal s'accordavano tra di loro: due furono messi, il dodici maggio, nella stessa prigione; tre il 23, quattro il 30, e si concertarono. S'intese allora il sergente Turff a dichiarare, in appoggio alla testimonianza d'un Piacenza, soldato, d'avere somministrato egli stesso all'Associazione minuti ragguagli intorno all'Artiglieria; e nondimeno, in sette esami anteriori, ei non avea fatto cenno di questa gravissima circostanza. Rimanevano, a ogni modo, incancellabili, le contradizioni dei primi esami, contradizioni spinte al punto di dirsi taluni affigliati alla Giovine Italia dal 1830, quando l'Associazione non esisteva. Su rivelazione d'uomini siffatti si pronunziarono le sentenze: sentenze di morte anche contro prigionieri provati innocenti d'ogni attiva complicità, ma rei d'avere saputo e non denunciato[29]. Le difese furono una ironìa. I documenti si davano ai difensori mutilati, imperfetti, e per tempo sì breve da non lasciar campo a maturo esame. E i difensori appartenenti tutti all'esercito, furono non molto dopo, generalmente, puniti: forse avevano tradito nella voce o nella espressione del volto il commovimento dell'animo. Tra una sentenza e l'altra escivano decreti che il Governo non si sarebbe attentato di pubblicare in tempi normali, che minacciavano di galera e talora di morte qualunque darebbe circolazione in Piemonte a scritti avversi ai principî della monarchia: decreti infami in ogni tempo, che attribuivano ricompensa di cento scudi a chi si farebbe denunziatore.

Quei che perirono furono Giuseppe Tamburelli, caporale nella brigata Pinerolo, il 22 maggio 1833, in Chambery: Antonio Gavotti di Genova, maestro di scherma, il 15 giugno, in Genova: Giuseppe Biglia di Mondovì, sergente nei granatieri guardie, lo stesso giorno in Genova: Domenico Ferrari di Taggia, sergente nella brigata Cuneo il 14 giugno, in Alessandria; Giuseppe Menardi, Giuseppe Rigasso Amando Costa, Giovanni Marini, sergenti nella brigata Cuneo, lo stesso giorno, in Alessandria; Effisio Tola, di Sassari, luogotenente nella brigata Pinerolo, l'11 giugno, in Chambery; Alessandro de Gubernatis, di Gorbio, sergente nella brigata Pinerolo, il 14 giugno, in Chambery: Andrea Vochieri, d'Alessandria, legale, il 22 giugno, in Alessandria.

Condannati a morte, ma fuggiti in tempo, furono l'avvocato Scovazzi; Ardoino, luogotenente nella brigata Pinerolo; Vacarezza, sottotenente nella stessa brigata; i sergenti Vernetta, Enrici, Giordano, Crina; il chirurgo Scotti; Gentilini, proprietario; il marchese Carlo Cattaneo; Giovanni Ruffini; l'avvocato Berghini; l'ufficiale divisionario Barberis; il marchese Rovereto ed altri. Io pure allora fui condannato nel capo. Thappaz, luogotenente nel regio corpo degli ingegneri, fu condannato a venti anni di prigionia; il generale fuori di servizio Giuseppe Guillet a dieci; il medico Orsini a venti; Noli, mercante, e Moja, a prigione perpetua; Lupo, gioielliere, a venti anni; altri molti a cinque, a tre, a due; parecchi ufficiali imprigionati ad arbitrio; Spinola, Durazzo, Cambiaso e altri del patriziato furono, come puniti abbastanza dal carcere sofferto, restituiti alla libertà.

Tutto questo fu fatto affrettatamente, senza riguardo a legalità, senza alcuna di quelle apparenze solenni che danno indizio, non foss'altro, d'un atto di giustizia da compiersi. Era un furore, un terrorismo rivoluzionario senza grandezza di fine, senza scusa di prepotente necessità. Parea temessero di vedersi strappate le vittime. Carlo Alberto avea chiesto sangue, e davano sangue. Lo spargevano allo spuntare del giorno, fra le tenebre e l'alba. Le tinte del delitto incoloravano quelle opere di vendetta. Le mani della giustizia somigliavano quelle dell'assassino.