Qua e là accadevano scene da rabbrividirne. I carnefici, certi del regio sorriso, superavano la crudeltà del loro padrone[30]. Il generale Morra in Chambery, Gaverga Governatore, in Cuneo, il Generale Governatore d'Alessandria Galateri, furono per ferocia, cospicui. Al più feroce Carlo Alberto diede l'ordine della Santa Annunziata che gli conferiva il diritto di salutare il re del nome di cugino. E lo meritava.

Ringrazio Iddio d'avermi inspirata una fede che non s'è mai contaminata in Italia di simili orrori. I repubblicani di Napoli, di Venezia e di Roma escirono dal Governo puri di sangue cittadino e di bassa vendetta.

Non dirò com'io mi fossi, a quell'accalcarsi di nuove funeste, nell'animo mio: scrivo appunti di fatti, non la storia delle mie sensazioni. Parve bensì a me e agli amici miei che durasse in ogni modo per noi la necessità di tentare un fatto. Era visibile, nelle incertezze dei cospiratori dell'interno, quello squilibrio tra il pensiero e l'azione che anch'oggi, in grado minore, inceppa l'andamento del nostro risorgere. I principî di rivoluzione che predicavamo erano accolti; la necessità d'operare a seconda non era abbastanza sentita. Bisognava moralizzare il Partito: provargli col fatto che quando uomini d'una fede, e che si stanno mallevadori della salute o della rovina altrui, hanno promesso di fare, devono fare e non lasciarsi sviare da nuovi ostacoli o da cagioni individuali, comunque nobili e generose. Noi pure, capi al di fuori, avevamo promesso, e toccava a noi, insegnatori, di mantener le promesse. Avevamo d'altra parte, se ci veniva fatto d'operare sollecitamente, probabilità di successo. I più tra i nostri elementi non erano stati scoperti: sgominati, incerti e senza unità di capi o disegno, duravano pure potenti di numero, e una ardita iniziativa da parte nostra li avrebbe senz'altro raggranellati all'azione. Il fremito suscitato dalle crudeltà delle quali accennai era universale, e trapiantando rapidamente l'iniziativa dall'interno in noi, eravamo quasi certi di dar moto a una riscossa in Italia. Le nostre speranze erano talmente fondate che—per accennar qui di volo un tentativo intorno al quale non occorre spendere lunghe parole—il solo annunzio della nostra decisione bastò a raccogliere gli elementi dispersi di Genova e risuscitare il disegno. Sul finire dell'anno, un moto era nuovamente preparato in quella città, e non fallì se non per l'inesperienza dei capi, buoni, ma giovanissimi e ignoti ai più. Giuseppe Garibaldi fu parte di quel secondo tentativo e si salvò colla fuga[31].

Deliberammo adunque di fare. Lasciai Marsiglia e mi recai in Ginevra.

Studiai il terreno dal quale dovevamo operare. Come ogni Governo, il Ginevrino doveva opporsi a ogni tentativo d'irruzione armata in un paese finitimo; ma venuto a contatto coi cittadini influenti, tra i quali era Fazy, allora amicissimo mio, poscia, fatto capo di Governo, nemico, m'avvidi che l'opposizione sarebbe stata fiacca e che avremmo avuto il favore del popolo. Strinsi lega con quanti avrebbero potuto all'uopo giovarci; ajutai l'impianto d'un giornale, l'Europe Centrale, destinato a diffondere l'idea dell'emancipazione della Savoja; trovai gli uomini capaci di mantenere sicure le corrispondenze segrete con quella Provincia: feci insomma quant'era in me per accertare che avremmo potuto, anche a dispetto del Governo, operare.

La Savoja era oppressa, malcontenta, disposta a insorgere. Ebbi abboccamenti con cittadini di Chambery, d'Annecy, di Thonon, di Bonneville, d'Evian, d'altri punti. Si concertarono le basi del moto. A chi mi chiedeva quali erano le sorti serbate, in caso di riuscita, al paese, io rispondeva: che sarebbe lasciato al voto della popolazione di serbarsi all'Italia o dichiararsi Francese o congiungersi alla Confederazione Svizzera; e che, quanto a me, avrei desiderato si scegliesse il terzo partito. Ed era in fatti ed è tuttavia mia opinione che nel riparto futuro d'Europa, la Federazione Svizzera, mutata in Federazione Alpina, e fatta barriera tra Francia, Italia e Germania, dovrebbe stendersi da un lato alla Savoja, dall'altro al Tirolo Tedesco, e più oltre. La Lega delle popolazioni Alpine è indicata dalle condizioni geografiche, dalle tendenze più o meno uniformi degli abitatori dei monti, e dalla missione speciale a pro della pace Europea che quella zona intermedia, fatta più forte ch'oggi non è, sarebbe chiamata a compire. E credo che, quando la Svizzera, smembrata fra la Germania, la Francia e noi, non sia cancellata dalla Carta d'Europa, sarà quello il futuro. Soltanto la politica funesta di Cavour ha seminato difficoltà tremende dove non erano, come ha cacciato, colla cessione di Nizza, il germe d'una guerra nell'avvenire tra due nazioni, chiamate ad amarsi e procedere unite.

Gli elementi non mancavano all'azione ideata. E avremmo potuto raccoglierli tutti fra li esuli italiani; se non che il chiamarli dai diversi luoghi di deposito in Francia avrebbe, oltre al suscitar l'attenzione, importato gravissima spesa. Altri elementi erano stati accumulati dalle circostanze in Isvizzera: esuli tedeschi in conseguenza del tentativo fatto in Hambach; esuli polacchi cacciati per insubordinazione ai regolamenti o per altro dalla Francia. Ed erano, agglomerati, i primi nei cantoni di Berna e Zurigo, i secondi in quei di Neuchâtel, Friburgo, Vaud e Ginevra. Noi potevamo dunque ordinarli e giovarne l'impresa senza rivelare, con subite traslocazioni, il disegno ai Governi. A me sorrideva l'idea d'inanellare colla causa di Italia quella d'altre nazioni oppresse, e d'impiantare sulle nostre Alpi una bandiera di fratellanza Europea. La Giovine Europa era nella mia mente uno sviluppo logico del pensiero che informava la Giovine Italia. E il ridestarsi d'Italia doveva essere a un tempo un atto di iniziativa, una consecrazione dell'alto ufficio che le spettò nel passato, e le spetterà, confido, nell'avvenire. La Federazione dei Popoli doveva trovare il suo germe nella nostra Legione.

Il pensiero comunicato da me ai migliori tra gli esuli delle due nazioni, fu accolto con entusiasmo. Si fondarono comitati: si lavorò all'ordinamento pratico militare dei diversi nuclei che dovevano essere chiamati all'azione. M'ajutavano in questo lavoro alcuni militari, tra i quali era primo Carlo Bianco che s'era con Gentilini, Scovazzi e altri collocato in Nyon. Intorno a me, nell'albergo della Navigazione, ai Pâquis, s'erano raccolti Giovanni e Agostino Ruffini di Genova, Giambattista Ruffini di Modena, oggi Maggiore, Celeste Menotti, Nicola Fabrizi, Angelo Usilio, Giuseppe Lamberti, Gustavo Modena, Paolo Pallia e altri parecchi. L'albergo era tutto nostro e fatto inaccessibile alla vigilanza delle polizie. Giacomo Ciani lavorava operoso a conquistare al disegno i facoltosi lombardi, sparsi qua e là per la Svizzera: operoso egli pure, un Gaspare Belcredi di Bergamo, valente medico, noncurante di fama o d'ogni altra cosa fuorchè del fine e ch'io cito perchè fra i pochissimi che non mutarono mai, e mi sono ancora, mentr'io scrivo, amicissimi. Raccogliemmo nuovi mezzi in danaro, segnatamente da Gaspare Rosales, gentiluomo lombardo, raro per unità di pensiero e d'azione, d'indole generosa, leale, cavalleresca. Provvedemmo da Saint-Etienne e dal Belgio armi in buon numero: preparammo cartucce e quanto occorreva. Lavoravamo tutti concordi e lietamente instancabili.

Tutto andava a seconda. Se non che, come dissi, importava agire rapidamente; e da una esigenza dei comitati dell'interno e degli uomini che ajutavano con danaro l'impresa, sorse un ostacolo che dovea condannarla a indugi indefiniti e a rovina. Chiedevano un nome. Volevano messo a capo dell'invasione un uomo militare, di grado superiore, e che alla capacità aggiungesse il fascino della rinomanza. E indicavano il Generale Ramorino.

Mandato, dal Comitato degli amici della Polonia in Parigi, a Varsavia, durando l'insurrezione nazionale Polacca, Ramorino, legato colla frazione capitanata dal Principe Czartoriski e dall'aristocrazia del paese, s'era condotto, negli ultimi tempi della guerra, in modo giudicato severamente dai migliori patrioti. Ma, tornato in Francia, era stato salutato d'ovazioni da quanti nello straniero soldato volontario in Polonia vedevano rappresentato il principio della fratellanza dei popoli, e da quanti, dando plauso a ogni uomo che avesse combattuto in Polonia, intendevano onorare non tanto lui quanto le lotte d'una nazione oppressa dal numero ma destinata a rivivere. Il nome di Ramorino era inoltre popolare in Savoja dov'egli, credo, era nato, in Genova dove viveva la di lui madre, e generalmente in Italia dove l'orgoglio dei caduti in fondo era accarezzato dagli omaggi profusi a un Italiano. E nessuno badava più oltre. Ebbi intimazione solenne di dovermi porre in contatto con lui e offrirgli il comando della fazione.

Protestai quanto seppi.—Affratellato coi migliori tra gli esuli della Polonia io aveva, dalle loro conversazioni come dall'attento esame delle operazioni militari di Ramorino, ritratto giudicio diverso da quello dei Comitati. Ricordai loro che avevamo tutti predicato il principio: a cose nuove uomini nuovi; che nelle grandi rivoluzioni le imprese avevano creato i nomi, non i nomi, le imprese; che in ogni modo, nel duplice stadio dell'iniziativa e della guerra che terrebbe dietro, sarebbe stato più cauto lasciare il primo agli ordinatorî del moto, e affidare al Generale il secondo, quando i primi successi avrebbero già fatto securo il programma e vincolerebbero il Capo qualunque ei si fosse. Non valse, il prestigio d'un nome era pur troppo allora—ed è tuttavia—più assai potente che non il principio. Mi fu dichiarato che senza Ramorino non s'agirebbe. E m'avvidi che s'interpretava il dissenso mio come istinto di chi ambiva essere capo civile e militare ad un tempo. Vive tuttavia chi mi vide prorompere in lungo ed amaro pianto convulso al primo allacciarsi di quella accusa: io la meritava sì poco che non aveva mai sospettato potesse sorgere. E m'era tremenda rivelazione dell'avvenire di sospetti, di diffidenze e calunnie serbato agli uomini che con un'anima pura e piena di fiducia in altrui si consacrano a una grande impresa. Quella rivelazione s'adempì tristissima sulla mia vita.

Piegai, credo a torto, la testa e invitai Ramorino. Udito il disegno accettò. Statuimmo che l'invasione s'opererebbe da due colonne; che la prima moverebbe da Ginevra, e io ne assumeva l'ordinamento; la seconda da Lione dove Ramorino affermava d'aver influenza grandissima; e imprendeva egli a formarla. Ramorino mi chiese, per le spese necessarie all'ordinamento della colonna, 40,000 franchi; e li diedi. L'ottobre (1833) non doveva trascorrere senza vederci in azione. Ei partì sollecitamente. Io gli raccomandai come segretario un giovine modenese, fidatissimo nostro, che doveva invigilarlo e informarmi.

«Non molto prima della spedizione, sul finire del 1833[32], mi si presentò all'Albergo della Navigazione in Ginevra, una sera, un giovine ignoto. Era portatore d'un biglietto di L. A. Melegari, che mi raccomandava con parole più che calde l'amico suo, il quale era fermo di compiere un alto fatto e voleva intendersi meco. Il giovine era Antonio Gallenga. Veniva di Corsica. Era un affratellato della Giovine Italia.

«Mi disse che da quando erano cominciate le proscrizioni, egli aveva deciso di vendicare il sangue de' suoi fratelli e d'insegnare ai tiranni una volta per sempre che la colpa era seguita dall'espiazione: ch'ei si sentiva chiamato a spegnere in Carlo Alberto il traditore del 1821 e il carnefice de' suoi fratelli; ch'egli aveva nutrito l'idea nella solitudine della Corsica, finchè s'era fatta gigante e più forte di lui. E più altro.

«Obbiettai, come ho fatto sempre in simili casi: discussi, misi innanzi tutto ciò che poteva smuoverlo. Dissi ch'io stimava Carlo Alberto degno di morte, ma che la di lui morte non salverebbe l'Italia, che per assumersi un ministero di espiazione, bisognava sentirsi puro di ogni senso di povera vendetta e d'ogni altro che non fosse missione; che bisognava sentirsi capace di stringere, compito il fato, le mani al petto, e darsi vittima; che in ogni modo ei morrebbe nel tentativo, morrebbe infamato dagli uomini come assassino, e via così per un pezzo.

«Rispose a tutto; e gli occhi gli scintillavano mentr'ei parlava: non importargli la vita: non s'arretrerebbe d'un passo, compito l'atto: griderebbe viva l'Italia e aspetterebbe il suo fato: i tiranni osar troppo, perchè sicuri dell'altrui codardia, e bisognava rompere quel fascino: sentirsi destinato a quello. S'era tenuto in camera un ritratto di Carlo Alberto e il contemplarlo gli aveva fatto più sempre dominatrice l'idea. Finì per convincermi ch'egli era uno di quegli esseri le cui determinazioni stanno tra la coscienza e Dio e che la Provvidenza caccia da Armodio in poi di tempo in tempo sulla terra per insegnare ai despoti che sta in mano d'un uomo solo il termine della loro potenza. E gli chiesi che cosa volesse da me.

«Un passaporto e un po' di danaro.

«Gli diedi mille franchi e gli dissi che avrebbe un passaporto in Ticino.

«Fin là, ei non sapeva neanche che la madre di Jacopo Ruffini fosse in Ginevra e appunto nell'albergo ov'io era.

«Gallenga rimase la notte e parte del giorno dopo. Pranzò colla Ruffini e con me: non si disse verbo tra loro. Lasciai la Ruffini ignara delle intenzioni. Essa era generalmente ammutolita dal dolore e non mosse quasi parola.

«Nelle ore ch'ei passò meco, sospettai ch'ei fosse spronato più da una sfrenata ambizione di fama che non dal senso d'una missione espiatoria da compiersi. Mi ricordò sovente che da Lorenzino de' Medici in poi non s'era compiuto un simile fatto, e mi raccomandò ch'io scrivessi, dopo la sua morte alcune linee sui suoi motivi. Partì valicando il Gottardo, mi scrisse poche parole, piene d'entusiasmo: s'era prostrato sull'Alpi e avea nuovamente giurato all'Italia di compiere il fatto. Ebbe in Ticino un passaporto col nome di Mariotti.

«Giunto in Torino, s'abboccò con un membro del Comitato dell'Associazione del quale egli aveva avuto il nome da me. Fu accolta l'offerta. Furono presi concerti. Il fatto doveva compirsi in un lungo adito in Corte, pel quale il re passava ogni domenica recandosi alla cappella regia. S'ammettevano taluni a vedere il re con un biglietto privilegiato. Il comitato potè provvedersi d'uno. Gallenga andò con quello, senz'armi, a studiare il luogo. Vide il re e più fermo che mai: lo diceva almeno. Fu statuito che la domenica successiva sarebbe il giorno del fatto. Allora, impauriti del procacciarsi, in quei momenti di terrore organizzato, un'arme in Torino, mandarono un membro del Comitato, Sciandra, commerciante, oggi morto, per la via di Chambery a Ginevra, a chiedermi l'arme e avvertirmi del giorno.

«Un pugnaletto con manico di lapislazzuli che m'era dono carissimo, stava sul mio tavolino: accennai a quello, Sciandra lo prese e partì.

«Ma intanto, non considerando quel fatto come parte del lavoro d'insurrezione ch'io dirigeva, e non facendone calcolo, io mandava per cose nostre in Torino un Angelini nostro sotto altro nome. L'Angelini, ignaro del Gallenga e d'ogni cosa, prese alloggio appunto nella via dove stava in una cameretta quest'ultimo. Poi, commettendo imprudenze di condotta, fu preso a sospetto; tornando a casa, la vide invasa dai carabinieri: tirò di lungo e si pose in salvo.

«Ma il Comitato, udito che a due porte da quella del regicida erano scesi i carabinieri, e non sapendo cosa alcuna dell'Angelini, argomentò che il Governo avesse avuto avviso del progetto e fosse in cerca del Gallenga. Perciò lo fece uscir di città, lo avviò a una casa di campagna fuor di Torino, dicendogli che non si poteva tentare quella domenica, ma che se le cose si vedessero in quiete, lo richiamerebbero per un'altra delle successive.

«Una o due domeniche dopo, mandarono per lui: non lo trovarono più. Era partito ed io lo rividi in Isvizzera.

«Rimanemmo legati: ma si sviluppò in lui un'indole più che orgogliosa, vana, una tendenza d'egoismo, uno scetticismo insanabile, uno sprezzo d'ogni fede politica, fuorchè l'unica dell'Indipendenza Italiana. Lavorò meco, nondimeno: fu membro del nostro Comitato Centrale e firmò, come Segretario, un appello stampato agli Svizzeri contro la tratta de' soldati sgherri che facevano. Poi s'astenne e si diede a scrivere articoli di Riviste e libri. Disse e misdisse degli Italiani, degli amici, e di me. Prima del 1848 si riaccostò e fece parte d'un nucleo che s'ordinò sotto nome nostro. Venne il 1848. Io partiva; mi chiese di partire con me. In Milano si separò, dicendomi ch'egli era uomo di fatti, e voleva recarsi al campo. Invece d'andare al campo andò in Parma, dove congregato il popolo in piazza, cominciò a predicare quella malaugurata fusione che fu la rovina del moto. Diventò segretario d'una Società Federativa presieduta da Gioberti, del quale egli aveva scritto plagas nei suoi articoli inglesi sulle cose d'Italia; sottoscrisse circolari destinate a magnificare la monarchia piemontese; e fu scelto dal Governo a non so quale piccola ambasciata in Germania.

«Lo incontrai nuovamente dopo la caduta di Roma, in Ginevra. Mi parlò; e indifferente a biasimo o lode, gli parlai. Egli accusava i lombardi di non avere secondato il re; io gli narrai quelle storie di dolore ch'io avea veduto svolgersi, egli no: gli provai la falsità dell'accusa. Parve convinto e insistè perch'io scrivessi su quell'argomento. Dopo un certo tempo, tornato in Londra, trovai ch'egli, giuntovi appena, avea pubblicato un libello contro i milanesi dov'egli li chiamava persino codardi. Nauseato e dolendomi di vedere così calunniato da un Italiano, tra stranieri, un popolo di prodi traditi, deliberai di non più vederlo e non lo vidi mai più.»

Quando questa mia rivelazione fu letta in Torino, si levò tale una tempesta contro il Gallenga ch'ei s'avvilì. Scrisse lettere sommesse e pentimenti del trascorso giovanile: diede la sua dimissione di Deputato: rimandò non so qual croce che gli avevano appiccata al petto, sì come indegno di farne mostra, e dichiarò solennemente nel Risorgimento del novembre 1856 ch'ei rinunziava d'allora in poi ad ogni atto e scritto politico. Poi, mendicò di bel nuovo ad un collegio di ignari la Deputazione e si fece corrispondente pagato, per le cose d'Italia del Times, nelle cui colonne egli versa due volte la settimana oltraggio e calunnie sui volontari Garibaldini, sull'esercito meridionale, sugli artigiani associati, sul Partito d'Azione e su me. È decretato che ogni uomo il quale s'accosta alla setta dei moderati debba smarrire a un tratto senso morale e dignità di coscienza?

Sui primi d'ottobre, ogni cosa era pronta da parte mia: non così da parte del generale Ramorino, al quale io scriveva e riscriveva senza ottenere risposta: mi giungevano bensì dal giovane segretario ragguagli tristissimi che m'additavano Ramorino perduto nella passione del gioco, indebitato e vôlto a tutt'altro che ad ordinar la colonna. Passò l'ottobre. Gli mandai viaggiatori, tra i quali ricordo Celeste Menotti che dovè raggiungerlo in Parigi, dov'ei s'era, senza scopo apparente, ridotto. Spronato, rimproverato, ei chiese tempo, allegando ostacoli impreveduti al lavoro. Gli concedemmo, riluttanti, il novembre. E il novembre anch'esso passò. Sul cominciare di dicembre, ei finalmente mi dichiarò che gli riusciva impossibile d'ordinare anche cento sui mille uomini promessi; che la polizia parigina informata, l'aveva interrogato sul disegno; ch'ei s'era valentemente schermito, ma che invigilato, adocchiato in ogni suo passo, ei non poteva ormai più adempiere alle sue promesse—e mi rimandava 10,000 sui 40,000 franchi affidatigli. Più tardi seppi ch'egli, cedendo a minacce e promesse di pagamento dei debiti, s'era messo in accordo col Governo francese, vincolandosi, non a tradire sul campo, ma a impedire che v'entrassimo mai.

Intanto, l'opportunità della mossa andava sfumando. Il partito all'interno, decimato, impaurito, sviato, cadeva nell'anarchia e nella impotenza. Al di fuori, il segreto dell'impresa, fidato a centinaja di uomini italiani, polacchi, francesi, svizzeri, si svelava a tutte le polizie. I loro agenti convenuti da ogni lato di Ginevra, spiavano ogni nostro passo, accumulavano ostacoli, insistevano colle autorità Ginevrine perchè disperdessero gli esuli agglomerati nel Cantone. Li disseminammo come meglio si poteva, a sviar l'attenzione e i sospetti; ma rimossi dalla vigilanza del Centro, lasciati alle loro inspirazioni individuali, scorati, e diffidenti pei lunghi indugi e per le promesse ripetute e sempre fallite perdevano ogni senso di disciplina, partivano, tornavano, s'allontanavano senza dir dove, in cerca d'occupazione: altri molti, privi di mezzi, ricorrevano alla Cassa Centrale ed esaurivano i mezzi serbati all'azione. Deputazioni incessanti venivano dai più impazienti fra i proscritti stranieri a lagnarsi, a chiedere quando si farebbe, ed assegnare termini perentorî all'azione, minacciando taluni di sciogliersi, altri d'operare rovinosamente da sè. L'ambasciata Francese offriva ai polacchi cacciati poco innanzi da Besançon oblio, passaporti, danaro, ogni cosa purchè vi tornassero; e i comitati Svizzeri, informati di quelle offerte, ricusavano più oltre soccorrerli. Bisognava, a trattenerli, dar loro paga regolare. L'indugio era una vera rovina.

E nondimeno, io non poteva svelare il vero. La voce fatta correre all'interno che Ramorino capitanava l'impresa era diventata una condizione sine qua non. Il nostro dichiarare che s'agirebbe, ma senza di lui, avrebbe disanimato tutti i cospiratori della Savoja, e l'interpretazione più ovvia sarebbe stata ch'ei s'asteneva, giudicando l'impresa impossibile. Nè io, sospetto di volere allontanato un rivale, avrei ottenuto fede, se non con prove documentate, ch'io non aveva, della sua mala condotta.

E come se quel viluppo di difficoltà pressochè insormontabili non bastasse, s'aggiungeva l'opposizione segretamente dissolvitrice di Buonarroti. Buonarroti in lega con me fino allora s'era fatto subitamente avverso a ogni nostro tentativo d'azione: angusto di vedute e intollerante nel suo giudicare degli uomini, ei vedeva nel mio collegarmi con Giacomo Ciani, con Emilio Belgiojoso, ch'era venuto a offrirsi ajutante di Ramorino, e con altri patrizî o ricchi lombardi ch'ei chiamava sdegnosamente i banchieri, una deviazione dai principî della pura democrazia; ma sopratutto, egli, cospiratore per tutta la vita a Parigi, ignaro assolutamente d'ogni elemento Italiano e neppur sognando che l'iniziativa potesse e dovesse un giorno trapiantarsi di Francia in Italia o in altra Nazione, non ammetteva che potesse cominciarsi un moto fuorchè—non dirò in Francia, perch'egli avversava pure i disegni del Lionese—ma in Parigi. E fulminò scomunica contro di noi: scomunica abbastanza potente, perchè tutti gli elementi Svizzeri che m'erano indispensabili erano affratellati nella Carboneria, ed egli costituiva, con Testa, Voyer di Argenson ed altri l'Alta Vendita della Setta. Io mi trovava a un tratto minato nelle parti vitali del mio lavoro, e sentiva tutte le ruote del congegno arrestarsi, senza poterne indovinare il perchè.

Com'io resistessi a ostacoli siffatti e rinascenti ogni giorno, non so. Era una lotta d'Antèo, cadente a ogni tanto e risorgente con nuova forza dalla terra toccata. Mi toccò riconquistare a uno a uno gli agenti Svizzeri e staccarli da Buonarroti. Raccolsi nuovo danaro. Trattenni i Polacchi. Mandai uomini nostri a formare rapidamente, perchè non fallisse una parte del disegno ch'era promessa e che era diversione importante, un nucleo di colonna in Lione, fidandone la direzione a Rosales, a Nicolò Arduino e all'Allemandi: in quel nucleo era il giovine Manfredo Fanti, più tardi Generale, Ministro, e nemico nostro.

Perchè non rinunziai all'impresa? Oltre le cagioni del persistere accennato più sopra, il dire a un tratto a tutti gli elementi dell'interno a tutti gli uomini nostri e stranieri che al difuori vivevano in quella fede, ai repubblicani francesi, a tutti coloro che avevano dato denaro pei quattro quinti già speso: non era che un sogno, era un decretare morte per sempre al Partito nella cui vita io vedeva gran parte della salute dell'Italia. Era meglio tentare e cadere in campo, lasciando non foss'altro un insegnamento morale a chi volesse raccoglierlo. Poi se taluno fra' miei lettori è stato mai a capo d'una impresa collettiva, egli almeno deve sapere come l'impresa giunta a un certo grado di sviluppo diventi padrona dell'uomo e non gli conceda più di ritrarsi.

Passava intanto in quei lavori, non solamente tutto il novembre, ma il dicembre; con tale rovina della fiducia di tutti, e con tale esaurimento di mezzi da comandarmi imperiosamente l'azione. La risolsi pel finir di gennajo (1834) e sollecitai perchè verso quel tempo s'operasse in Lione. L'eco dell'insurrezione Francese avrebbe largamente supplito a tutti quei gradi di potenza che s'erano irreparabilmente perduti in Italia.

Scrissi a Ramorino, dicendogli ch'io avrei iniziato a ogni modo; venisse ad assumere il comando della fazione, e se non prima, ricevuta appena la nuova del nostro ingresso. Il moto era fissato pel 20 gennajo.

E aspettando risposta, ordinai quant'era necessario alla mossa. Si determinarono i giorni, l'ora della partenza di nuclei collocati sui diversi punti, l'ordine delle giornate, le vie da tenersi, i viveri, i corrieri di punto in punto. Si fece deposito delle armi, per quei che venivano da lontano, in Nyon, sulla sponda del lago. S'apprestarono barche e zattere, tanto che invece di spingersi tutti in Ginevra dove eravamo già troppi, e dove il Governo avrebbe necessariamente tentato d'opporsi, tragittassero il lago e venissero a ricongiungersi con noi in Carouge, punto di convegno per tutti. In Carouge si trasportarono l'armi per quei che dovevano muovere da Ginevra e dintorni. Si compì l'ordinamento militare; si scelsero i capi; si prepararono i proclami.

Poco importa ora l'esporre minutamente il concetto di guerra che mi parve da scegliersi. Basti il dire che il punto centrale dell'operazione era Saint-Julien, sulla via d'Annecy. Non potendo nè volendo determinare l'ora dell'insurrezione delle provincie Savojarde, ordinai si raccogliessero in Saint-Julien, delegati di ciascuna, tanto che fatti certi del nostro arrivo, corressero a dare alle loro circoscrizioni il segnale del moto. La nostra forza era tale da rendere ogni valida resistenza in Saint Julien impossibile.

Io sperava che Ramorino s'attenesse al secondo partito insinuatogli e non venisse che dopo iniziata la mossa; ma fui deluso. Mi scrisse che sarebbe venuto a tempo. E questa sua promessa fu intanto cagione di nuovi indugi fatali allora più che mai. S'arrestò sulla via, mi mandò avvisi che mi trattennero di giorno, in giorno, e ci trascinarono fino al 31 gennajo, quand'ei giunse la sera, con due generali, polacco l'uno, spagnuolo l'altro, un ajutante, un medico.

Lo vidi. Stava sul suo volto il sospetto di chi sente d'essere sospettato e meritamente. Ei non levava, parlandomi gli occhi da terra. Io ignorava ancora gli accordi stretti col governo francese, ma presentii un tradimento possibile. Determinai stargli a fianco, e giunti che fossimo a Saint-Julien, negargli, occorrendo, il potere. L'insurrezione iniziata avrebbe probabilmente sentito la propria forza e concesso minor importanza al prestigio di un nome.

Non proferii parola sul passato. Gli diedi il quadro delle nostre forze. Gli comunicai il disegno di guerra. Gli proposi l'approvazione degli ufficiali. Accettò ogni cosa. Soltanto, allegando la responsabilità che pesava su lui, volle assumere sin d'allora il comando ch'io avrei voluto non cominciasse che a Saint-Julien: fu appoggiato da quanti fra i nostri vedevano nella supremazia militare la salute dell'impresa, e se ne giovò per istituire alcuni capi, quello fra gli altri che dovea guidare i polacchi destinati ad attraversare il lago da Nyon. Lo condussi, per vincolarlo più sempre, a un convegno segreto col generale Dufour. Là furono studiate nuovamente le basi del disegno.

Il 1.º febbrajo ci ponemmo in moto. In Ginevra il governo tentò d'impedire, anche più energicamente ch'io non avrei pensato, il concentramento. I battelli furono sequestrati. L'albergo ov'io era fu circondato dai gendarmi. S'arrestavano i nostri quando il menomo indizio, un'arme, un berretto, una coccarda li rivelava. Ma la popolazione preparata di lunga mano si levò tutta a proteggerci. Ufficiali e soldati guardavano con favore la nostra mossa e cedevano facilmente alle istanze semi-minacciose dei cittadini. Tutti i nostri si raccolsero al convegno e s'armarono. Rimasi l'ultimo in Ginevra per dirigere la mobilizzazione, poi, la sera, in un battello ch'era stato giudicato inservibile, traversai coi Ruffini e uno o due altri il lago e mi recai al campo dei nostri. Era tutto entusiasmo, lietezza, fiducia.

Ma ci aspettava d'altra parte una serie terribile di delusioni.

I giovani tedeschi che avevano avuto le mosse da Zurigo e Berna, spinti da un entusiasmo che esagerava la facilità dell'impresa e dimenticava l'inevitabile opposizione del governo Svizzero, s'avviarono collettivamente, a nuclei, quasi in ordine di battaglia, con coccarde repubblicane germaniche, foglie di quercia al berretto, e rivelando agli occhi di tutti il fine per cui movevano. La distanza dal punto di convegno era grande e concedeva tempo e mezzi di repressione alle autorità. Gli uni furono lungo la via circondati; altri dispersi; molti vinsero gli ostacoli e giunsero, ma per vie diverse dalle segnate e tardi: pochissimi tra quelli elementi ci raggiunsero in tempo. E fu perdita grave.

La colonna dei polacchi che dovevano attraversare il lago da Nyon, affidata da Ramorino a un Grabski, commise l'inescusabile errore di separare gli uomini dall'armi: barche svizzere con soldati del contingente passarono in mezzo, s'impossessarono della zattera sulla quale erano l'armi, e condussero gli inermi prigioni.

Questi e altri incidenti simili ci privarono a un tratto dei tre quarti almeno delle nostre forze, e quel ch'è peggio, diedero a Ramorino il pretesto che gli mancava.

Per qualunque avesse avuto scintilla di genio insurrezionale e sopratutto intenzione di riuscire, la posizione era chiara. Noi potevamo anche colle poche nostre forze, correre difilati su Saint-Julien e occuparlo. Non v'erano truppe. Certi di non poterlo difendere, i capi piemontesi, all'annunzio della nostra mossa, avevano abbandonato quel punto, e s'erano collocati a metà strada per coprire Annecy. Giunti a Saint-Julien e partiti a diffondere il segnale d'insurrezione i delegati che s'erano raccolti, poco importava la cifra delle nostre forze. E inoltre l'entusiasmo delle popolazioni svizzere, infervorato dal nostro primo successo, avrebbe costretto il governo a mettere in libertà le nostre colonne che ci avrebbero poco dopo raggiunti.

La nuova dell'allontanamento delle truppe da Saint-Julien era stata comunicata a Ramorino. Credendo nell'esecuzione della promessa e non volendo dar pretesti al sospetto di dualismo e d'ambizione nascente, presi una carabina e mi confusi nelle file dei militi.

Il documento collettivo ch'or qui si ripubblica lascia intendere abbastanza come Ramorino si facesse un'arme dell'imprigionamento dei polacchi del lago e della speranza di riaverli per mutare subitamente il disegno, sviarsi dal punto obbiettivo, costeggiare per quasi ventiquattro ore il lago, stancare, sconfortare, rendere incapaci di disciplina i nostri elementi. Ond'io m'asterrò dal ripetere, e dirò solamente in poche linee ciò che mi concerne personalmente.

Io aveva presunto troppo delle mie forze fisiche. L'immenso lavoro ch'io m'era da mesi addossato le avea prostrate. Per tutta l'ultima settimana io non aveva toccato il letto; avea dormito appoggiandomi al dosso della mia sedia a mezz'ore, a quarti d'ora interrotti. Poi, la ansietà, le diffidenze, i presentimenti di tradimento, le delusioni imprevedute, la necessità d'animare altrui col sorriso d'una fiducia che non era in me, il senso d'una più che grave responsabilità, avevano esaurito facoltà e vigorìa. Quando mi misi tra le file, una febbre ardente mi divorava. Più volte accennai cadere e fui sorretto da chi m'era a fianco. La notte era freddissima e io aveva lasciato spensieratamente non so dove il mantello. Camminava trasognato, battendo i denti. Quando sentii qualcuno—era il povero Scipione Pistrucci—a mettermi sulle spalle un mantello, non ebbi forza per volgermi a ringraziarlo. Di tempo in tempo, poi che m'avvidi che non s'andava su San Giuliano, io richiamava con uno sforzo supremo le facoltà minacciate per correr in cerca di Ramorino e pregarlo, scongiurarlo perchè ripigliasse il cammino sul quale eravamo intesi. Ed ei m'andava, con un guardo mefistofelico, rassicurando, promettendo, affermando che i polacchi del lago s'aspettavano di minuto in minuto.

Ricordo che a mezzo dell'ultimo abboccamento, mentr'ei più deliberatamente mi resisteva, un fuoco di moschetteria partito dal piccolo nostro antiguardo mi fece correre al fascio delle carabine, con un senso di profonda riconoscenza a Dio che ci mandava finalmente, qualunque si fosse, la decisione. Poi, non vidi più cosa alcuna. Gli occhi mi s'appannarono; caddi, e in preda al delirio.

Fra un accesso e l'altro, in quel barlume di coscienza che si racquista a balzi per ricadere subito dopo nelle tenebre, io sentiva la voce di Giuseppe Lamberti a gridarmi: che cosa hai preso? Egli e pochi altri amici sapevano ch'io temendo d'esser fatto prigione e tormentato per rivelazioni, aveva preso con me un veleno potente. E affaticato pur sempre dal pensiero delle diffidenze che s'erano, o mi pareva, suscitate in taluni, io interpretava quelle parole come s'ei mi chiedesse quale somma io avessi preso dai nemici per tradire i fratelli. E ricadeva, smaniando, nelle convulsioni. Tutti quei che fecero parte della spedizione e sopravvivono, sanno il vero delle cose ch'io dico. Quella notte fu la più tremenda della mia vita. Dio perdoni agli uomini che, spronati da cieca ira di parte, seppero trovarvi argomento di tristi epigrammi.

Appena Ramorino seppe di me, sentì sparito l'ostacolo: salì a cavallo, lesse un ordine del giorno che scioglieva la colonna dichiarando l'impresa impossibile, e l'abbandonò. Supplicarono Carlo Bianco perchè li guidasse: egli s'arretrò davanti alla nuova responsabilità e al disfacimento visibile tra gli elementi. La colonna si sciolse.

Quando mi destai, mi vidi in una caserma, ricinto di soldati stranieri. Vicino a me stava l'amico mio Angelo Usiglio. Gli chiesi ove fossimo. Mi disse con volto di profondo dolore: In Isvizzera. E la colonna? in Isvizzera (1861).


Il primo periodo della Giovine Italia era conchiuso e conchiuso con una disfatta. Doveva io ritirarmi dall'arena e rinunziando a ogni vita politica, aspettando paziente che il tempo o altri più capace o più avventuroso di me maturasse i fati italiani, seguire nel silenzio una via di sviluppo individuale e riconcentrarmi negli studî che più sorridevano all'anima mia?

Molti mi diedero quel consiglio: gli uni convinti che l'Italia, guasta fino al midollo dal lungo servaggio e dall'educazione gesuitica, non avrebbe mai potuto far suo il nostro ideale e conquistarne colle proprie forze il trionfo; gli altri già stanchi sul cominciar della lotta, bramosi di vivere della vita dell'individuo e impauriti dalla tempesta di persecuzioni che s'addensava visibilmente sulle nostre teste. E i fatti che seguirono l'infausta spedizione convalidavano i loro argomenti. Un immenso clamore di biasimo s'era levato, da quanti in tutti i tempi non adorano che la vittoria, contro di noi. L'onda, rotta agli scogli, retrocedeva. Dall'Italia non venivano che voci di sconforto, nuove di fughe, diserzioni, imprigionamenti e dissolvimento. Intorno a noi, nella Svizzera, il favore col quale erano stati accolti i nostri disegni si convertiva rapidamente in irritazione. Ginevra era tormentata di note diplomatiche, richieste imperiose di liberarsi di noi e minaccie; e i più cominciavano a imprecare a noi caduti come a stranieri che mettevano a pericolo la pace del paese e rompevano la buona armonia della Svizzera coi governi europei. L'autorità federale mandava commissarî, iniziava inquisizioni e processi. Il nostro materiale di guerra era sequestrato: i nostri mezzi finanziarî erano quasi esauriti di fronte alla tristissima condizione degli esuli, sprovveduti i più d'ogni cosa. E anche tra i nostri la miseria e l'amarezza della delusione seminavano recriminazioni e dissidî. Tutto era bujo all'intorno. Ben promettevano dalla Francia battaglia imminente e vittoria in nome della repubblica; ma io credeva spenta per allora l'iniziativa francese, e quelle uniche promesse di meglio mi trovavano incredulo. E più potente d'ogni consiglio e d'ogni minaccia mi suonava all'orecchio il grido di dolore e di suprema inquietudine della povera mia madre. Avrei ceduto a quello se avessi potuto.

Ma era tal cosa in me che le circostanze esterne non valevano a domare. La mia natura era profondamente subbiettiva e signora de' proprî moti. L'io era fin d'allora per me una attività chiamata a modificare il mezzo in cui vive, non a soggiacergli passivo. La vita raggiava dal centro alla circonferenza, non dalla circonferenza al centro.

La nostra non era impresa di semplice riazione, moto d'infermo che muta lato ad alleviare il dolore. Noi non tendevamo alla libertà come a fine, ma come a mezzo per potere raggiungere un fine più positivo e più alto. Avevamo scritto Unità repubblicana sulla nostra bandiera. Volevamo fondare una Nazione, creare un Popolo. Cos'era, per uomini che s'erano proposto intento sì vasto una disfatta? Non era appunto parte dell'opera educatrice quella d'insegnare ai nostri l'imperturbabilità negli avversi eventi? Potevamo insegnarla senza darne l'esempio noi? E non avrebbe la nostra abdicazione somministrato un argomento a quanti ritenevano impossibile l'Unità? Il guasto radicale in Italia, ciò che la condannava all'impotenza, era visibilmente non una mancanza di desiderio, ma una diffidenza delle proprie forze, una tendenza ai facili sconforti, un difetto di quella costanza, senza la quale nessuna virtù può fruttare, uno squilibrio fatale tra il pensiero e l'azione. L'insegnamento morale che dovea porre rimedio a quel guasto non era possibile in Italia, sotto il flagello persecutore delle polizie, per via di scritti o discorsi, su larga scala, in proporzioni eguali al bisogno. Era necessario un apostolato vivente: un nucleo d'uomini italiani forti di costanza, inaccessibili allo sconforto, i quali si mostrassero, in nome d'una Idea, capaci di affrontare col sorriso della fede persecuzioni e sconfitte, cadenti un giorno, risorgenti il dì dopo, e presti sempre a combattere e credenti sempre, senza calcolo di tempo o di circostanze, nella vittoria finale. La nostra era, non setta, ma religione di patria. E le sette possono morire sotto la violenza: le religioni non mai.

Scossi da me ogni dubbiezza, e deliberai proseguir sulla via.

In Italia, il lavoro doveva inevitabilmente rallentarsi. Bisognava dar tempo agli animi di riaversi, ai padroni di credersi vincitori e riaddormentarsi. Ma potevamo rifarci all'estero delle perdite dell'interno e lavorare a risorgere un giorno e gittare una seconda chiamata all'Italia, forti d'elementi stranieri alleati e dell'opinione europea. Potevamo, nel disfacimento, ch'io vedeva lentamente compirsi, d'ogni principio rigeneratore, d'ogni iniziativa di moto europeo, preparare il terreno alla sola idea che mi pareva chiamata a rifare la vita dei popoli, quella della Nazionalità, e una influenza iniziatrice, in quel moto futuro all'Italia. Nazionalità e possibilità d'iniziativa italiana: fu questo il programma, questa la doppia idea dominatrice d'ogni mio lavoro dal 1834 al 1837.

La nostra stampa aveva attirato su noi l'attenzione degli stranieri. L'ardito tentativo sulla Savoja aveva raccolto intorno al nostro comitato una moltitudine d'esuli di tutte contrade. Erano, i più, Tedeschi e Polacchi; ma parecchi venivano di Spagna, di Francia e d'altrove—e citerò ad esempio Harro Haring, scrittore di merito e vero pellegrino della Libertà, dacch'egli avea combattuto e lavorato per essa in Polonia, in Grecia, in Germania. Era nato sulle sponde del Mar Glaciale e portava con sè l'aspirazione ignota allora a tutti fuorchè a lui e a me, ma pur destinata a tradursi in fatto un dì o l'altro, all'Unità della Scandinavia. Fra tutti quegli uomini, e prima che la persecuzione ci balestrasse a diverse foci, intesi a cacciare i germi della doppia idea e d'una alleanza universalmente invocata, non tentata ordinatamente da alcuno.

La Carboneria diretta in Francia da Buonarroti, Teste e, credo, Voyer d'Argenson, tentava naturalmente di stendere i suoi lavori in tutte le contrade: e accoglieva nelle sue file uomini d'ogni terra. Ma era Associazione cosmopolita nel senso filosofico della parola: non vedeva sulla terra che il genere umano e l'individuo; e individui, non altro, erano per essa i suoi membri. La Patria non aveva altare o bandiera nelle Vendite: il Polacco, il Tedesco, il Russo non erano, dopo iniziati, se non Carbonari. Figli idolatri della Rivoluzione Francese, quelli uomini non oltrepassavano le sue dottrine. Cercavano per l'uomo, per ogni uomo la conquista di ciò ch'essi chiamavano suoi diritti: diritti di libertà e d'eguaglianza, non altro. Ogni idea collettiva, e quindi l'idea-Nazione, era per essi inutile o—quando la giudicavano dal passato—pericolosa. Teoricamente, ignoravano che non esistono diritti per l'individuo se non in conseguenza di doveri compiti: dimenticavano che la legge di vita dell'individuo non può desumersi se non dalla specie; e rinegavano il sentimento della vita collettiva e il concetto dell'opera trasformatrice che ogni individuo deve tentare di compiere sulla terra a pro dell'umanità. Praticamente, essi s'assumevano d'agire con una leva alla quale sottraevano il punto d'appoggio, e si condannavano all'impotenza.

«Se per cosmopolitismo[33] intendiamo fratellanza di tutti, amore per tutti, abbassamento delle ostili barriere che creano ai popoli, separandoli, interessi contrarî, siamo noi tutti cosmopoliti. Ma l'affermare quelle verità non basta: la vera questione sta per noi nel come ottenerne praticamente il trionfo contro la lega dei Governi fondati sul privilegio. Or quel come implica un ordinamento. E ogni ordinamento richiede un punto determinato d'onde si mova, un fine determinato al quale si miri. Perchè una leva operi, bisogna darle un punto d'appoggio e un punto sul quale s'eserciti la sua potenza. Per noi, quel primo punto è la Patria, il secondo è l'Umanità collettiva. Per gli uomini che s'intitolano cosmopoliti, il fine può essere l'Umanità: ma il punto d'appoggio è l'uomo-individuo.

«La differenza è vitale; è la stessa a un dipresso che separa, in altri problemi, i fautori dell'Associazione da quei che non riconoscono come strumento d'azione se non la libertà sola e senza limitazione.

«Solo, in mezzo dell'immenso cerchio che si stende dinanzi a lui e i cui confini gli sfuggono, senz'arme fuorchè la coscienza de' suoi diritti fraintesi e le sue facoltà individuali, potenti forse, pur nondimeno incapaci di spander la loro vita in tutta quanta la sfera d'applicazione ch'è il fine, il cosmopolita non ha se non due vie tra le quali gli è forza scegliere: l'inerzia o il dispotismo.

«Poniamolo dotato d'ingegno logico. Non potendo da per sè solo emancipare il mondo, ei s'avvezza facilmente a credere che il lavoro emancipatore non è suo debito: non potendo, col solo esercizio dei suoi diritti individuali, raggiungere il fine, ei prende rifugio nella dottrina che fa dei diritti mezzo e fine ad un tempo. Dov'ei non trova modo di liberamente esercitarli, ei non combatte, non muore per essi; si rassegna e s'allontana. Ei fa suo l'assioma dell'egoista: ubi bene, ibi patria; impara ad aspettare il bene dal corso naturale delle cose, dalle circostanze, e convertito a poco a poco in paziente ottimista limita la propria azione alla pratica della carità. Ora, qualunque, nei tempi nostri, non esercita che la carità, merita taccia d'inerte e tradisce il dovere. La carità è virtù d'un'epoca oggimai consunta e inferiore moralmente alla nostra.

«Poniamolo illogico e facile a contradire a sè stesso. Volendo a ogni patto tradurre in fatti l'idea, e sentendo il bisogno d'un punto d'appoggio, ei lo cerca ove può, o tenta supplire con una forza artificiale, usurpata, alla forza reale e legittima che gli manca. Quindi le teoriche d'ineguaglianza, le gerarchie arbitrariamente ordinate dall'alto al basso, nelle quali noi vediamo rovinar fatalmente i più tra i riformatori sistematici de' nostri giorni. Quindi—e in ambo i casi—il materialismo, inevitabile presto o tardi in ogni dottrina che noi, s'appoggia se non sul concetto dell'individuo.

«Io non dico che tutti i cosmopoliti accettino conseguenze siffatte: dico che dovrebbero, logicamente, accettarle. Seguono, se afferrano una terza via, gli impulsi del core, non l'intelletto: son nostri, incapricciati, per lunga abitudine o noncuranza del retto significato delle parole, a serbarsi quel nome.

«La prima specie di cosmopoliti occorre pur troppo frequente per ogni dove, e fu spesso rappresentata in teatro: la seconda esiste fra gli scrittori, segnatamente Francesi. Tutti quei pretesi cosmopoliti che negano la missione delle razze e guardano disdegnosi al concetto o all'amore della Nazionalità, collocano—appena si tratti di fare, e quindi della necessità d'un ordinamento—il centro del moto nella propria Patria, nella propria città. Non distruggono le Nazionalità; le confiscano a prò d'una sola. Un popolo eletto, un popolo-Napoleone è l'ultima parola dei loro sistemi; e tutte le loro negazioni covano un nazionalismo invadente, se non coll'armi—ciò che è difficile in oggi—con una iniziativa, morale e intellettuale, permanente, esclusiva, che racchiuderebbe, pei popoli abbastanza deboli per accettarla, gli stessi pericoli[34].

«Gli avversi all'idea nazionale servono, inconscî, a un pregiudizio ch'io intendo senza dividerlo. Essi derivano la definizione della parola nazionalità dalla storia del passato. Quindi le obbiezioni e i sospetti.

«Or noi, credenti nella vita collettiva dell'Umanità, respingiamo il passato. Parlando di nazionalità, parliamo di quella che soli i popoli liberi, fratelli, associati, definiranno. La Nazionalità dei Popoli non ha finora esistenza: spetta al futuro. Nel passato, noi non troviamo nazionalità fuorchè definita dai re e da trattati tra famiglie privilegiate. Quei re non guardavano che ai loro interessi personali; quei trattati furono stesi da individui senza missione, nel segreto delle Cancellerie, senza il menomo intervento popolare, senza la menoma inspirazione d'Umanità. Che poteva escirne di santo?

«Patria dei re era la loro famiglia, la loro razza, la dinastia. Il loro fine era il proprio ingrandimento a spese d'altrui, l'usurpazione sugli altrui diritti. Tutta la loro dottrina si compendiava in una proposizione: indebolimento di tutti per securità o giovamento dei proprî interessi. I loro Trattati non erano se non transazioni concesse alla necessità: le loro paci erano semplici tregue: il loro equilibrio era un tentativo diretto unicamente dall'antiveggenza di combattimenti possibili, da una diffidenza ostile e perenne. Quella diffidenza trapela attraverso tutte le mene diplomatiche di quel tempo, determina le alleanze, regna sovrana in quel Trattato di Vestfalia, ch'è parte anche oggi del diritto pubblico Europeo e il cui pensiero fondamentale è la legittimità delle razze regali dichiarata e tutelata. Come mai l'Europa dei re avrebbe potuto concepire e verificare un pensiero d'associazione e un ordinamento pacifico delle Nazioni? Essa non riconosceva principio superiore agli interessi secondarî e parziali nè credenza comune che potesse essere base e pegno di stabilità a' suoi atti. La dottrina delle razze regali legittime consacrava solo arbitro del futuro il diritto degli individui. E ne usciva un misero nazionalismo, che non è se non parodìa di ciò che il santo nome di Nazionalità suona oggi per noi.

«E allora, conseguenza dello spirito del Cristianesimo che non voleva sulla terra nemici, conseguenza pure della legge del Progresso che preparava le vie all'associazione, cominciò una grande inevitabile opposizione all'idea travisata della Nazione. La filosofia e l'economia politica introdussero il cosmopolitismo tra noi. Il cosmopolitismo predicò l'eguaglianza dei diritti per ogni uomo, qualunque ne fosse la patria: predicò la libertà del commercio: ebbe interpreti politici in Anacarsi Clootz e altri oratori nella Convenzione: creò una Letteratura col romanticismo; e fece in ogni cosa ciò che fanno generalmente le opposizioni: esagerò le conseguenze d'un principio giusto in sè, e non vedendosi intorno che nazionalità regie e patrie senza popoli, negò Patria e Nazione: non ammise che la terra e l'uomo.

«D'allora in poi, il popolo entrò sull'arena.

«Oggi, di fronte a quel nuovo elemento di vita, tutto è mutato. Il romanticismo, il mercantilismo, il cosmopolitismo, sono passati, come ogni cosa che ha compito la propria missione. La nazionalità dei re non ha più sostegno che nella cieca forza e rovinerà inevitabilmente un dì o l'altro. Il nazionalismo dei popoli va rapidamente spegnendosi condannato dall'esperienza e dalle severe lezioni che i tentativi di rigenerazione, impresi isolatamente e governati dall'egoismo locale, fruttarono. Il primo popolo che si leverà, in nome della nuova vita, non ammetterà conquista fuorchè dell'esempio e dell'apostolato del vero. Il periodo del cosmopolitismo è ovunque compito: comincia il periodo dell'Umanità.

«Or l'Umanità è l'associazione delle Patrie: l'Umanità è l'alleanza delle Nazioni per compire, in pace e amore, la loro missione sulla terra: l'ordinamento dei Popoli, liberi ed uguali, per movere senza inciampi, porgendosi ajuto reciproco e giovandosi ciascuno del lavoro degli altri, allo sviluppo progressivo di quella linea del pensiero di Dio ch'egli scrisse sulla loro culla, nel loro passato, nei loro idiomi nazionali e sul loro volto. E in questo progresso, in questo pellegrinaggio che Dio governa, non avrà luogo nimicizia o conquista, perchè non esisterà uomo-re o popolo-re, ma solamente una associazione di popoli fratelli con fini e interessi omogenei. La legge del Dovere accettata e confessata sottentrerà a quella tendenza usurpatrice dell'altrui diritto che signoreggiò finora le relazioni fra popolo e popolo e non è se non l'antiveggenza della paura. Il principio dominatore del diritto pubblico non sarà più indebolimento d'altrui, ma miglioramento di tutti per opera di tutti, progresso di ciascuno a pro' d'altri. È questo il futuro probabile e a questo devono ormai tendere tutti i nostri lavori.

«Ma pretendere di cancellare il sentimento della Patria nel core dei popoli—di sopprimere in un subito le nazionalità—di confondere le missioni speciali assegnate da Dio alle diverse tribù dell'umana famiglia—di curvare sotto il livello di non so quale cosmopolitismo le varie associazioni schierate a gerarchia nel disegno provvidenziale, e romper la scala per la quale l'Umanità va salendo all'Ideale—è un pretendere l'impossibile. I lavori diretti a quel fine sarebbero lavori perduti; non riuscirebbero a falsare il carattere dell'Epoca che ha per missione d'armonizzare la Patria coll'Umanità, ma ritarderebbero la vittoria. Il patto dell'Umanità non può essere segnato da individui, ma da popoli liberi, eguali, con nome, coscienza di vita propria e bandiera. Parlate loro di Patria, se volete ch'essi diventino tali, e stampate a caratteri splendidi sulla loro fronte il segno della loro esistenza, il battesimo della Nazione. I popoli non entrano sull'arena dell'iniziativa se non con una parte definita, assegnata a ciascun d'essi. Voi non potete compire il lavoro e rompere lo stromento: non potete usare con efficacia la leva sottraendole il punto d'appoggio. Le nazioni non muojono prima d'aver compita la loro missione. Voi non le uccidete negandola, ma ne ritardate l'ordinamento e l'attività.»

Erano queste le idee che dovevano, a quanto parevami, dirigere il nostro lavoro. E il mio modo d'intender la Storia le convalidava. Io vedeva la serie delle Epoche, attraverso le quali si compie lentamente il progresso dell'Umanità, quasi equazione a più incognite, e ogni Epoca svincolarne, come dicono gli algebristi, una, per aggiungerla alle quantità cognite collocate nell'altro membro dell'equazione. L'incognita dell'Epoca Cristiana conchiusa dalla Rivoluzione Francese era per me l'individuo; l'incognita dell'Epoca nuova era l'Umanità collettiva; e quindi l'associazione. La leva era l'Europa. L'ordinamento politico Europeo doveva necessariamente precedere ogni altro lavoro. E quell'ordinamento non poteva farsi che per popoli: per popoli che liberamente affratellati in una fede, credenti tutti in un fine comune, avessero ciascuno una parte definita, una missione speciale nell'impresa. Perchè l'Europa potesse inoltrare davvero, raggiungere una nuova sintesi e consecrare a svolgerla tutte le forze ch'oggi si consumano in lotte interne, bisognava rifarne la Carta. La questione delle Nazionalità era ed è per me, e dovrebb'essere per tutti noi, ben altra cosa che non un tributo pagato al diritto o all'orgoglio locale: dovrebbe essere la divisione del lavoro Europeo.

In ogni modo, la questione delle Nazionalità era per me la questione che avrebbe dato il suo nome al Secolo. L'Italia, com'io l'intravvedeva e amava, poteva esserne iniziatrice, e lo sarà, se liberandosi dalla turba codarda e immorale ch'oggi la domina, intenderà un giorno il proprio dovere e la propria potenza.

Pensai che il lavoro doveva stendersi tra i popoli che non erano ancora e tendevano ad esser Nazioni. La Francia era Nazione: avea conquistata prima d'ogni altro popolo la propria Unità: e i problemi che s'agitavano in essa erano d'altra natura.

Sono in Europa tre famiglie di popoli, l'Elléno-Latina, la Germanica, la Slava. L'Italia, la Germania, la Polonia le rappresentavano. La Grecia, santa di ricordi e speranze, e chiamata a grandi fati nell'Oriente Europeo, è or troppo piccola per essere iniziatrice. La Russia dormiva allora un sonno di morte: mancava d'un centro visibile in cui la vita potesse assumere potenza praticamente direttiva, nè a me pareva ch'essa potesse sorgere così presto a coscienza di sè[35]. Il nostro patto d'alleanza doveva dunque stringersi dapprima fra i tre popoli iniziatori. La Grecia, la Svizzera, la Romania, i paesi Slavi del Mezzogiorno Europeo, la Spagna si sarebbero a poco a poco raggruppati ciascuno intorno al popolo più affine ad essi fra i tre.

Da questi pensieri nacque l'Associazione che chiamammo Giovine Europa.

Ma intanto, la persecuzione infieriva. Moltissimi fra i nostri erano condotti, a guisa di malfattori, alla frontiera, e spinti in Inghilterra o in America: altri si disperdevano collocandosi ad uno ad uno, sotto nomi mentiti, qua e là ne' paesetti dei Cantoni di Vaud, Zurigo, Berna, Basilea, Campagna. Cercati più ch'altri, riescimmo, noi Italiani a sottrarci. Lasciai, insieme ai due Ruffini e a Melegari, Ginevra. Rimanemmo celati per un po' di tempo in Losanna; poi prendemmo, tollerati, soggiorno in Berna.

«Non erano»—io diceva in alcune pagine pubblicate in Losanna col titolo Sono partiti! parlando della persecuzione ai proscritti—«non erano che duecento; e nondimeno, al solo vederli, la vecchia Europa aveva, côlta d'odio e terrore, indossato l'antica armatura di note e protocolli per dar loro battaglia mortale e avea posto in moto contr'essi tutta quanta la turba de' suoi diplomatici, birri, sgherri d'aristocrazia, prefetti, uomini d'armi e spie sotto ogni guisa di travestimento. Da un punto all'altro d'Europa, tutta quella ciurma bifronte, diseredata di cose, che Dio tollera quaggiù come prova ai buoni, s'era raccolta alle porte delle ambasciate a riceverne gli ordini, poi s'era diffusa per ogni angolo della Svizzera, denunziando, calunniando, frugando. Era cominciata la caccia ai proscritti.

«Per quattro mesi, le note piovvero, come grandine, come locuste, come mosche sopra un cadavere, sulla povera Svizzera. Vennero da Napoli, dalla Russia, dai quattro punti cardinali; e intimavano tutte, con linguaggio più o meno acerbo d'ira e minaccia: scacciate i proscritti.

«Pur fingevano talora di disprezzarli. Erano, scrivevano i loro giornali, giovanetti inesperti, esciti di fresco dalla scuola, cospiratori in aborto. S'erano inebbriati di sogni e cercavano l'impossibile. Era giusto s'educassero, espiando le stolte illusioni; ma in verità non erano da temersi.

«Sì; erano, i più, giovanetti, benchè solcata prematuramente la candida aperta fronte dall'orme di mesti e solenni pensieri; benchè deserti d'ogni carezza di madre, d'ogni gioja d'affetti domestici: fanciulli d'un nuovo mondo, figli d'una nuova fede; e l'Angelo dell'esilio mormorava ad essi, sui primi passi del loro pellegrinaggio, non so quale dolce e santa parola d'amore, di fratellanza universale, di religione dell'anima, che li aveva inalzati al di sopra degli uomini del loro secolo, perchè li aveva trovati puri d'egoismo come la gioventù, presti al sacrificio come l'entusiasmo. Al tocco dell'ala dell'Angelo, il loro occhio aveva intravveduto cose ignote alla tarda età; un nuovo verbo fremente sotto le rovine della vecchia feudale Europa; un nuovo mondo ansioso di vederlo emergere dalle rovine alla luce della vittoria; e nazioni ringiovanite; e razze, per lungo tempo divise, moventi, come sorelle, alla danza, nella gioja della fiducia; e le bianche ali degli angeli della libertà, dell'eguaglianza, dell'Umanità ad agitarsi sulle loro teste. E innamorati dello spettacolo, avevano richiesto il loro Angelo che mai dovessero fare; e l'Angelo avea risposto: seguitemi; io vi guiderò attraverso i popoli addormentati e voi predicherete coll'esempio la mia parola e conforterete a levarsi quanti giacciono e gemono. Nessuno conforterà voi; e sarete respinti dall'indifferenza e perseguitati dalla calunnia: ma io vi serberò una ricompensa al di là del sepolcro. Ed essi s'erano posti in viaggio tra i popoli e predicavano per ogni dove la santa parola; e ovunque un fremito di popolo oppresso e prode giungeva al loro orecchio, accorrevano, ovunque udivano un lamento di popolo oppresso e avvilito, s'affrettavano e dicevano a quel popolo: levati, e impara la forza ch'è in te. E spesso, com'era stato loro predetto, incontravano sulla via la calunnia e l'ingratitudine: ma un'orma del loro pellegrinaggio rimaneva pur sempre e i popoli stessi che li avevano respinti sentivano con maraviglia non so quale mutamento in sè stessi che li migliorava.

«E queste cose erano state intravvedute anche dai re, perchè anche lo Spirito del Male intravvede il futuro; soltanto è condannato a combatterlo. Tutti gli oppressori odiavano i proscritti perchè li temevano. L'Italia si cingeva di patiboli per respingerli dalla frontiera; la Germania guardava con terrore a vedere se taluno di quei giovani erranti non si celasse nel folto della Foresta Nera; la Francia, la Francia, dei dottrinari e degli elettori privilegiati, consentiva loro la via attraverso le proprie terre, ma faceva di quella via un ponte dei sospiri pel quale andavano a morire di stenti e miseria in altre terre lontane e diffalcava dai soccorsi di via ch'essa loro accordava il soldo dei gendarmi che li trascinavano alla coda dei loro cavalli, e il valore della catena ch'essa poneva talora al collo di quei nobili perseguitati.

«E ora, essi sono partiti. Gli ultimi, giovani Tedeschi, colpevoli d'aver pubblicato alcune pagine energiche indirizzate ai loro compatrioti, furono, or son pochi giorni, consegnati dai gendarmi di Berna ai gendarmi Francesi a Béfort, per essere avviati a Calais. Sono partiti, salutando d'un lungo sguardo di dolore e rimprovero questa terra Elvetica che aveva dato ai proscritti d'Europa solenne promessa d'asilo e per paura la rompe, questi monti che Dio inalzava perchè fossero la casa della Libertà e che il materialismo dei diplomatici converte in uno sgabello della tirannide straniera, questi uomini che li avevano circondati d'affetto e di plausi nei giorni della speranza e ch'oggi ritirano la loro mano dalla mano dei vinti. Essi avevano inteso a combattere per la Libertà non solamente del loro paese, ma di tutti, per la Libertà come Dio la stampava nel core dei buoni, pei diritti di tutti, per la luce su tutti; e uomini che s'intitolano repubblicani li rinegano nella sventura e non una voce ha osato qui, tra l'Alpi, levarsi e rispondere agli scribacchiatori di Note: no; noi non violeremo la religione della sventura; non cacceremo questi esuli; e se mai vorrete strapparli da noi colla forza, Dio, le nostre Alpi e le nostre armi ci difenderanno da voi.

«E l'ardita parola avrebbe fatto retrocedere i persecutori. L'Europa diplomatica, turbata, sommossa per quattro mesi dai duecento giovani proscritti, non avrebbe osato affrontare il grido di resistenza d'un popolo che ricorda Sempach e Morgarten.

«Perchè—non lo dimenticate, uomini deboli ch'esciste dalla rivoluzione e la rinegate—non s'arretrarono essi, quei re stranieri ch'oggi minacciano perchè vi vedono tremanti, davanti alla guerra nel 1831? Non videro, impotenti ed immobili, l'elemento democratico, il principio popolare, a invadere ad una ad una le costituzioni dei vostri Cantoni? Allora, eravate fermi e guardavate con fiducia al popolo: allora i vostri contingenti federali s'incamminavano lietamente alla frontiera minacciata dall'Austria; e voci energiche gridavano ad essi: voi difenderete contro qualunque l'assalga la terra dei vostri padri. E s'arretrarono quei re terribili. Siate oggi quali foste allora: come allora s'arretreranno. Fra il primo colpo di cannone dei re e l'ultimo d'un popolo che combatte una guerra d'indipendenza, sanno essi quanti troni possano rovinare, quanti popoli insorgere? Voi tenete in mano le due estremità della leva rivoluzionaria, la Germania e l'Italia.