«Io scrivo senz'odio e senza amarezza.—Il primo mi fu sempre ignoto. Ma uno sdegno profondo mi solca l'anima, quand'io penso al come si giochi quaggiù sul tappeto d'una Cancelleria la libertà, la dignità, l'onore d'un popolo—quand'io vedo i delegati d'una repubblica ordinare, a benefizio delle polizie monarchiche, una tratta di bianchi—quando odo uomini che sono padri, fratelli, sposi, pronunziare spensieratamente, presso alla culla dei loro bambini, il nome d'America per altri uomini che hanno perduto ogni cosa e ai quali unico conforto è forse di poter guardare all'Alpi o al Reno, pensando che la loro patria è al di là. Son essi conscii di quel che fanno? Ricordano che noi pure, proscritti, abbiamo madri, vecchi padri e sorelle? Sanno le conseguenze che quella loro spensierata parola può trascinare per essi e per noi?

«Un giorno, nel 1834, un uomo mi venne innanzi richiedendomi d'ajuto fraterno. Era un proscritto, proscritto da vent'anni, e aveva bevuto a lenti sorsi tutto quanto il calice amaro che l'esilio versa sui poveri e soli. L'avevano sospinto da Berna a Ginevra, da Ginevra in Francia. La Francia lo aveva respinto, perch'ei mancava di carte regolari. Avea ricorso il paese a piedi e trovato un rifugio in Berna dove alcuni Italiani prendevano cura di lui. Fu riconsegnato ai gendarmi e respinto su Ginevra. Là, fu messo in prigione, per avere osato tornarvi, poi scacciato com'uomo senza domicilio legale.—Io lo vidi quand'ei compiva a quel modo il terzo viaggio. Le lagrime gli scendevano giù per le guancie, mentr'ei mi narrava i suoi casi. Commoveva profondamente. Gli intimarono, poco dopo, di partire per l'Inghilterra. E partì, attraversando Svizzera e Francia pedone.

«Quell'uomo era napoletano e si chiamava Carocci. Morì attraversando il mare.

«Sua madre e suo padre vivevano ancora. Aveva fratelli e sorelle. Dio perdoni ai repubblicani che avvelenarono di dolore i loro giorni.»

Nulla d'individuale, come dissi, inspirava le mie lagnanze. Non ho mai tentato, attraverso le persecuzioni alle quali soggiacqui, d'impietosire alcuno per me. Quando un conclusum della Dieta m'intimò l'esilio in perpetuità dalla Svizzera, mi strinsi nelle spalle e rimasi. Rimasi, cercato inutilmente per ogni dove, fino al dicembre di quell'anno, e sarei rimasto indefinitamente se il modo di vita, che ci era comandato dalle circostanze, non avesse seriamente minacciato la salute dei due amici che dividevano meco la persecuzione.

Nel gennajo del 1837, io giunsi in Londra con essi.


Ma in quelli ultimi mesi, io m'era agguerrito al dolore e fatto davvero tetragono, come dice Dante, ai colpi della fortuna che m'aspettavano. Non ho mai potuto, per non so quale capriccio della mia mente, ricordare le date di fatti anche gravi, spettanti alla mia vita individuale. Ma s'anch'io fossi condannato a vivere secoli, non dimenticherei mai il finir di quell'anno e la tempesta per entro i vortici della quale fu presso a sommergersi l'anima mia. E ne acenno qui riluttante, pensando ai molti che dovranno patire quel ch'io patii e ai quali la voce d'un fratello escito—battuto a sangue, ma ritemprato—dalla burrasca, può forse additare la via di salute.

Fu la tempesta del Dubbio: tempesta inevitabile credo, una volta almeno nella vita d'ognuno che, votandosi ad una grande impresa, serbi core e anima amante e palpiti d'uomo, nè s'intristisca a nuda e arida formola della mente, come Robespierre. Io aveva l'anima traboccante e assetata d'affetti e giovine e capace di gioja come ai giorni confortati dal sorriso materno e fervida di speranze se non per me, per altrui. Ma in quei mesi fatali mi s'addensarono intorno a turbine sciagure, delusioni, disinganni amarissimi, tanto ch'io intravidi in un subito nella scarna sua nudità la vecchiaja dell'anima solitaria e il mondo deserto d'ogni conforto nella battaglia per me. Non era solamente la rovina, per un tempo indefinito, d'ogni speranza italiana, la dispersione dei nostri migliori, la persecuzione che disfacendo il lavoro svizzero ci toglieva anche quel punto vicino all'Italia, l'esaurimento dei mezzi materiali, l'accumularsi d'ogni maniera di difficoltà pressochè insormontabili tra il lavoro iniziato e me; ma il disgregarsi di quell'edifizio morale d'amore e di fede nel quale soltanto io poteva attingere forze a combattere, lo scetticismo ch'io vedea sorgermi innanzi dovunque io guardassi, l'illanguidirsi delle credenze in quei che più s'erano affratellati con me sulla via che sapevamo tutti fin dai primi giorni gremita di triboli, e più ch'altro, la diffidenza ch'io vedeva crescermi intorno ne' miei più cari delle mie intenzioni, delle cagioni che mi sospingevano a una lotta apparentemente ineguale. Poco m'importava anche allora che l'opinione dei più mi corresse avversa. Ma il sentirmi sospettato d'ambizione o d'altro men che nobile impulso dai due o tre esseri sui quali io aveva concentrato tutta la mia potenza d'affetto, mi prostrava l'anima in un senso di profonda disperazione. Or questo mi fu rivelato in quei mesi appunto nei quali, assalito da tutte parti io sentiva più prepotente il bisogno di ricoverarmi nella comunione di poche anime sorelle che m'intendessero anche tacente; che indovinassero ciò ch'io, rinunziando deliberatamente a ogni gioja di vita, soffriva; e soffrissero, sorridendo, con me. Senza scendere a particolari, dico che quelle anime si ritrassero allora da me.

Quand'io mi sentii solo nel mondo—solo, fuorchè colla povera mia madre, lontana e infelice essa pure per me—m'arretrai atterrito davanti al vuoto. Allora, in quel deserto, mi s'affacciò il Dubbio. Forse io errava e il mondo aveva ragione. Forse l'idea ch'io seguiva era un sogno. E fors'io non seguiva una idea, ma la mia idea, l'orgoglio del mio concetto, il desiderio della vittoria, più che l'intento della vittoria l'egoismo della mente e i freddi calcoli d'un intelletto ambizioso, inaridendo il core e rinegando gli innocenti spontanei suoi moti che accennavano soltanto a una carità praticata modestamente in un piccolo cerchio, a una felicità versata su poche teste e divisa, a doveri immediati e di facile compimento. Il giorno in cui quei dubbi mi solcarono l'anima, io mi sentii non solamente supremamente e inesprimibilmente infelice, ma come un condannato conscio di colpa e incapace d'espiazione. I fucilati d'Alessandria, di Genova, di Chambery, mi sorsero innanzi come fantasmi di delitto e rimorso pur troppo sterile. Io non potea farli rivivere. Quante madri aveva già pianto per me! Quante piangerebbero ancora s'io m'ostinassi nel tentativo di risuscitare a forti fatti, al bisogno d'una Patria comune, la gioventù dell'Italia? E se questa Patria non fosse che una illusione? Se l'Italia esaurita da due Epoche di civiltà, fosse oggimai condannata dalla Provvidenza a giacere senza nome e missione propria aggiogata a nazioni più giovani e rigogliose di vita? D'onde traeva io il diritto di decidere sull'avvenire e trascinare centinaja, migliaja d'uomini al sagrifizio di sè e d'ogni cosa più cara?

Non m'allungherò gran fatto ad anatomizzare le conseguenze di questi dubbi su me: dirò soltanto ch'io patii tanto da toccare i confini della follìa. Io balzava la notte dai sonni e correva quasi deliro alla mia finestra chiamato, com'io credeva, dalla voce di Jacopo Ruffini. Talora, mi sentiva come sospinto da una forza arcana a visitare, tremante, la stanza vicina, nell'idea ch'io v'avrei trovato persona allora prigioniera o cento miglia lontana. Il menomo incidente, un suono, un accento, mi costringeva alle lagrime. La natura, coperta di neve com'era nei dintorni di Grenchen, mi pareva ravvolta in un lenzuolo di morte sotto il quale m'invitava a giacere. I volti della gente che mi toccava vedere mi sembravano atteggiarsi, mentre mi guardavano, a pietà, più spesso a rimprovero. Io sentiva disseccarsi entro me ogni sorgente di vita. L'anima incadaveriva. Per poco che quella condizione di mente si fosse protratta, io insaniva davvero o moriva travolto nell'egoismo del suicidio.

Mentr'io m'agitava e presso a soccombere sotto quella croce, un amico, a poco stanze da me, rispondeva a una fanciulla che, insospettita del mio stato, lo esortava a rompere la mia solitudine: lasciatelo, ei sta cospirando e in quel suo elemento è felice. Ah! come poco indovinano gli uomini le condizioni dell'anima altrui, se non la illuminano—ed è raro—coi getti d'un amore profondo!

Un giorno, io mi destai coll'animo tranquillo, coll'intelletto rasserenato, come chi si sente salvo da un pericolo estremo. Il primo destarmi fu sempre momento di cupa tristezza per me, come di chi sa di riaffacciarsi a una esistenza più di dolori che d'altro: e in quei mesi mi compendiava in un subito tutte le ormai insopportabili lotte che avrei dovuto affrontare nella giornata. Ma quel mattino, la natura pareva sorridermi consolatrice e la luce rinfrescarmi, quasi benedizione, la vita nelle stanche vene. E il primo pensiero che mi balenò innanzi alla mente fu: questa tua è una tentazione dell'egoismo: tu fraintendi la Vita.

Riesaminai pacatamente, poi ch'io lo poteva, me stesso e le cose. Rifeci da capo l'intero edifizio della mia filosofia morale. Una definizione della Vita dominava infatti tutte le questioni che m'avevano suscitato dentro quell'uragano di dubbî e terrori, come una definizione della Vita è base prima, riconosciuta o no, d'ogni filosofia. L'antica religione dell'India aveva definito la Vita: contemplazione; e quindi l'inerzia, l'immobilità, il sommergersi in Dio delle famiglie Ariane. Il Cristianesimo l'avea definita espiazione: e quindi le sciagure terrestri considerate come prova da accettarsi rassegnatamente, lietamente, senza pur cercar di combatterle; la terra, guardata come soggiorno di pena; l'emancipazione dell'anima conquistata col disprezzo indifferente alle umane vicende. Il materialismo del XVIII secolo avea, retrocedendo di duemila anni, ripetuto la definizione pagana: la Vita è la ricerca del benessere; e quindi l'egoismo insinuatosi in noi tutti sotto le più pompose sembianze, l'esoso spettacolo d'intere classi che dopo aver dichiarato di voler combattere per il benessere di tutti, raggiunto il proprio, sostavano abbandonando i loro alleati, e l'incostanza nelle più generose passioni, i subiti mutamenti quando i danni della lotta pel bene superavano le speranze, i subiti sconforti nell'avversità, gli interessi materiali anteposti ai principî e altre molte tristissime conseguenze che durano tuttavia. M'avvidi che, comunque tutte le tendenze dell'anima mia si ribellassero a quella ignobile e funesta definizione, io non m'era tuttavia liberato radicalmente dalla sua influenza predominante sul secolo e nutrita tacitamente in me dai ricordi inconscî delle prime letture francesi, dall'ammirazione all'audacia emancipatrice dei predicatori di quella dottrina e da un naturale senso d'opposizione a caste e governi che negavano nelle moltitudini il diritto al benessere per mantenerle prostrate e schiave. Io avea combattuto il nemico in altrui, non abbastanza in me stesso. Quel falso concetto della Vita s'era spogliato, a sedurmi, d'ogni bassa impronta di desiderî materiali e s'era riconcentrato, come in santuario inviolabile, negli affetti. Io avrei dovuto guardare in essi come in benedizione di Dio accolta con riconoscenza qualunque volta scende a illuminare e incalorire la vita, non richiesta con esigenza a guisa di diritto o di premio; e aveva invece fatto d'essi una condizione al compimento dei miei doveri. Io non avea saputo raggiungere l'ideale dell'amore, l'amore senza speranza quaggiù. Io adorava dunque, non l'amore, ma le gioje dell'amore. Allo sparire di quelle gioje, io avea disperato d'ogni cosa, come se il piacere e il dolore côlti fra via mutassero il fine ch'io m'era proposto raggiungere, come se la pioggia o il sereno del cielo potessero mai mutare l'intento o la necessità del viaggio. Io rinegava la mia fede nell'immortalità della vita e nella serie delle esistenze che mutano i patimenti in disagi di chi sale un'erta faticosa in cima alla quale sta il bene, e sviluppano, inanellandosi, ciò che qui sulla terra non è se non germe e promessa: negava il Sole, perch'io non poteva, in questo breve stadio terrestre, accendere alle sue fiamme la mia povera lampada. Io era codardo senza avvedermene. Serviva all'egoismo pure illudendomi ad esserne immune, soltanto perch'io lo trasportava in una sfera meno volgare e levata più in alto che non quelle nelle quali lo adorano i più.

La Vita è Missione. Ogni altra definizione è falsa e travia chi l'accetta. Religione, Scienza, Filosofia, disgiunte ancora su molti punti, concordano oggimai in quest'uno: che ogni esistenza è un fine: dove no, a che il moto? a che il Progresso, nel quale cominciamo tutti, a credere come in Legge della Vita? E quel fine è uno: svolgere, porre in atto tutte quante le facoltà che costituiscono la natura umana, l'umanità, e dormono in essa, e far sì che convergano armonizzate verso la scoperta e l'applicazione pratica della Legge. Ma gli individui hanno, a seconda del tempo e dello spazio in cui vivono e della somma di facoltà date a ciascuno, fini secondarî diversi, tutti sulla direzione di quell'uno, tutti tendenti a svolgere e associare più sempre le facoltà collettive e le forze. Per l'uno è giovare al miglioramento morale e intellettuale dei pochi che gli vivono intorno; per un altro, dotato di facoltà più potenti o collocato in più favorevoli circostanze, è promovere la formazione d'una Nazionalità, la riforma delle condizioni sociali in un popolo, lo scioglimento d'una questione politica o religiosa. Il nostro Dante intendeva questo più di cinque secoli addietro, quand'ei parlava del gran Mare dell'Essere, sul quale tutte le esistenze erano portate dalla virtù divina a diversi porti. Noi siamo giovani ancora di scienza e virtù, e una incertezza tremenda pende tuttavia sulla determinazione dei fini singolari, verso i quali dobbiamo dirigerci. Basti nondimeno la certezza logica della loro esistenza; e basti il sapere che parte di ciascun di noi, perchè la vita sia tale e non pura esistenza vegetativa o animale, è il trasformare più o meno, o tentare di trasformare, negli anni che ci sono dati sulla terra, l'elemento, il mezzo, nel quale viviamo, verso quell'unico fine.

La Vita è Missione; e quindi il Dovere è la sua legge suprema. Nell'intendere quella missione e nel compiere quel dovere sta per noi il mezzo d'ogni progresso futuro, sta il segreto dello stadio di vita al quale, dopo questa umana, saremo iniziati. La Vita è immortale: ma il modo e il tempo delle evoluzioni attraverso le quali essa progredirà è in nostre mani. Ciascuno di noi deve purificare, come tempio, la propria anima d'ogni egoismo, collocarsi di fronte, con un senso religioso dell'importanza decisiva della ricerca, al problema della propria vita, studiare qual sia il più rilevante, il più urgente bisogno degli uomini che gli stanno intorno, poi interrogare le proprie facoltà e adoperarle risolutamente, incessantemente, col pensiero, coll'azione, per tutte le vie che gli sono possibili, al soddisfacimento di quel bisogno. E quell'esame non è da imprendersi coll'analisi che non può mai rivelar la vita ed è impotente a ogni cosa se non quando è ministra a una sintesi predominante, ma ascoltando le voci del proprio core, concentrando a getto sul punto dato tutte le facoltà della mente, coll'intuizione insomma dell'anima amante compresa della solennità della vita. Quando l'anima vostra, o giovani fratelli miei, ha intravveduto la propria missione, seguitela e nulla v'arresti: seguitela fin dove le vostre forze vi danno: seguitela accolti dai vostri contemporanei o fraintesi, benedetti d'amore o visitati dall'odio, forti d'associazione con altri o nella tristissima solitudine che si stende quasi sempre intorno ai Martiri del Pensiero. La via v'è dimostra: siete codardi e tradite il vostro futuro, se non sapete, per delusioni o sciagure, correrla intera.

Fortem posce animum, mortis terrore carentem,
Qui spatium vitæ extremum inter munera ponat
Naturæ, qui ferre queat quoscumque labores,
Nesciat irasci, cupiat nihil. . . . . . . . . . . . .

Son versi di Giovenale, che compendiano ciò che noi dovremmo invocare sempre da Dio, ciò che fece Roma signora e benefattrice del mondo. È più filosofia della vita in quei quattro versi d'un nostro antico che non in cinquanta volumi di quei sofisti che da mezzo secolo inorpellano, traviandoli, con formole d'analisi e nomenclature di facoltà la troppo arrendevole gioventù.

Ricordo un brano di Krasinski, potente scrittore polacco ignoto all'Italia, nel quale Dio dice al poeta: «Va e abbi fede nel nome mio. Non ti calga della tua gloria, ma del bene di quelli ch'io ti confido. Sii tranquillo davanti all'orgoglio, all'oppressione, e al disprezzo degli ingiusti. Essi passeranno, ma il mio pensiero e tu non passerete.... Va e ti sia vita l'azione! Quand'anche il core ti si disseccasse nel petto, quand'anche tu dovessi dubitare de' tuoi fratelli, quand'anche tu disperassi del mio soccorso, vivi nell'azione, nell'azione continua e senza riposo. E tu sopravviverai a tutti i nudriti di vanità, a tutti i felici, a tutti gli illustri; tu risusciterai non nelle sterili illusioni, ma nel lavoro dei secoli, e diventerai uno tra i liberi figli del cielo.»

È poesia bella e vera quant'altra mai. E nondimeno—forse perchè il poeta cattolico, non potè sprigionarsi dalle dottrine date dalla fede cattolica per intento alla vita—spira attraverso a quelle linee un senso di mal represso individualismo, una promessa di premio ch'io vorrei sbandita dall'anima sacra al Bene. Il premio verrà, assegnato da Dio: ma noi non dovremmo preoccuparcene. La religione del futuro dirà al credente: salva l'anima altrui e lascia cura a Dio della tua. La fede, che dovrebbe guidarci splende, parmi più pura, nelle poche parole di un altro polacco, Skarga, anche più ignoto di Krasinski, ch'io ho ripetuto sovente a me stesso: «Il ferro ci splende minaccioso sugli occhi: la miseria ci aspetta al di fuori; e nondimeno, il Signore ha detto: andate, andate senza riposo. Ma dove andremo noi, o Signore? Andate a morire voi che dovete morire: andate a soffrire voi che dovete soffrire!»

Com'io giungessi a farmi giaculatoria di quelle parole—per quali vie di lavoro intellettuale io riuscissi a riconfermarmi nella prima fede e deliberassi di lavorare sino all'ultimo della mia vita, quali pur fossero i patimenti e il biasimo che m'assalirebbero, al fine balenatomi innanzi nelle carceri di Savona, l'Unità Repubblicana della mia Patria—non posso or dirlo nè giova. Io vergai in quei giorni il racconto delle prove interne durate e dei pensieri che mi salvarono, in lunghi frammenti d'un libro foggiato, quanto alla forma, sull'Ortis, ch'io intendeva pubblicare anonimo sotto il titolo di Reliquie d'un Ignoto. Portai meco, ricopiato a caratteri minutissimi e in carta sottile, quello scritto a Roma e lo smarrii, non so come, attraversando la Francia al ritorno. Oggi, s'io tentassi riscrivere le mie impressioni d'allora, non riuscirei.

Rinsavii da per me, senza ajuto altrui, mercè una idea religiosa ch'io verificai nella storia. Scesi dalla nozione di Dio a quella del Progresso; da quella del Progresso a un concetto della Vita, alla fede in una missione, alla conseguenza logica del dovere, norma suprema; e giunto a quel punto, giurai a me stesso che nessuna cosa al mondo avrebbe ormai potuto farmi dubitare e sviarmene. Fu, come dice Dante, un viaggio dal martirio alla pace[42]: pace violenta e disperata nol nego, perch'io m'affratellai col dolore e mi ravvolsi in esso, come pellegrino nel suo mantello; pur pace, dacchè imparai a soffrire senza ribellarmi e fui d'allora in poi in tranquilla concordia coll'anima mia. Diedi un lungo tristissimo addio a tutte le gioje, a tutte le speranze di vita individuale per me sulla terra. Scavai colle mie mani la fossa, non agli affetti—Dio m'è testimone ch'io li sento oggi canuto come nei primi giorni della mia giovinezza—ma ai desiderî, alle esigenze, ai conforti ineffabili degli affetti, e calcai la terra su quella fossa, sì ch'altri ignorasse l'io che vi stava sepolto. Per cagioni, parecchie visibili, altre ignote, la mia vita fu, è e durerebbe, s'anche non fosse presso a compirsi, infelice; ma non ho pensato mai, da quei giorni in poi, un istante che l'infelicità dovesse influir sulle azioni. Benedico riverente Dio padre per qualche consolazione d'affetti—non conosco consolazioni da quelle infuori—ch'egli ha voluto, sugli ultimi anni, mandarmi, e v'attingo forza a combattere il tedio dell'esistenza che talora mi si riaffaccia; ma s'anche quelle consolazioni non fossero, credo sarei quale io sono. Splenda il cielo serenamente azzurro come in un bel mattino d'Italia o si stenda uniformemente plumbeo e color di morte come tra le brume del settentrione, non vedo che il Dovere muti per noi. Dio è al disopra del cielo terrestre e le sante stelle della fede e dell'avvenire splendono nell'anima nostra, quand'anche la loro luce si consumi senza riflesso come lampada in sepoltura.—(1862).


I primi tempi del mio soggiorno in Londra non corsero propizî al lavoro politico. Alla crisi morale durata nella Svizzera sottentrò—conseguenza in parte d'obblighi da me contratti per le cose d'Italia e ai quali io dovea consecrare il denaro destinato alla vita, in parte di danaro speso per altri—una crisi d'assoluta miseria che si prolungò per tutto l'anno 1837 e metà del 1838. Avrei potuto vincerla svelando le mie condizioni: mia madre e mio padre avrebbero trovato lieve ogni sagrifizio per me; ma essi avevano sagrificato già troppo e mi parve debito tacere con essi. Lottai nel silenzio. Impegnai, senza possibilità di riscatto, quanti rari ricordi io aveva avuto da mia madre e da altri; poi gli oggetti minori, finchè un sabato io fui costretto a portare, per vivere la domenica, in una di quelle botteghe, nelle quali s'accalca la sera la gente povera e la perduta, un pajo di stivali e una vecchia giubba. Mi trascinai, mallevadori taluni fra' miei compatrioti, d'una in altra di quelle società d'imprestiti che rubano al bisognoso l'ultima goccia di sangue—e talora l'ultimo pudore dell'anima—sottraendogli il trenta o quaranta per cento su poche lire da restituirsi di settimana in settimana, a ore determinate, in uffici tenuti, fra malviventi e briachi, nei public houses o luoghi di vendita di birra e bevande spiritose. Attraversai a una a una tutte quelle prove che, dure in sè, lo diventano più sempre quando chi le incontra vive solitario, inavvertito, perduto in una immensa moltitudine d'uomini ignoti a lui e in una terra dove la miseria, segnatamente nello straniero, è argomento di diffidenze sovente ingiuste, talora atroci. Io non ne patii più che tanto nè mi sentii un solo istante avvilito o scaduto. Nè ricorderei quelle prove durate. Ma ad altri condannato a durarle e che si crede per esse da meno, può giovare l'esempio mio. Io vorrei che le madri pensassero come nessuno sia, nelle condizioni presenti d'Europa, arbitro della propria fortuna o di quella dei proprî cari, e si convincessero che, educando austeramente e in ogni modo di vita i figli, provvedono forse meglio al loro avvenire, alla loro felicità e all'anima loro che non colmandoli d'agi e conforti e snervandone l'indole che dovrebbe agguerrirsi fin dai primi anni contro le privazioni e gli stenti. Io vidi giovani italiani, chiamati dalla natura alla bella vita, travolgersi miseramente nel delitto o ricovrarsi sdegnosi nel suicidio per prove ch'io varcai sorridendo, e accusati mallevadrici le madri. La mia—benedetta sia la di lei memoria—m'aveva preparato, con quell'amore che pensa all'avvenire possibile, tetragono ad ogni sventura.

Uscito da quelle angustie, mi feci via colle lettere. Conobbi e fui noto. Ammesso a lavorare nelle Riviste—taluna delle quali mi retribuiva una lira sterlina per ogni pagina—scrissi quanto era necessario per equilibrare la modesta rendita colle spese maggiori in Inghilterra che non altrove. I più tra quei lavori di critica letteraria sono compresi in questa edizione, e i lettori possono giudicarne i demeriti o i meriti. A me, pei soggetti direttamente italiani o per le frequenti allusioni alle vere condizioni della nostra terra, furono scala a richiamare l'attenzione degli Inglesi sulla nostra questione nazionale interamente negletta, e preparare il terreno a quell'apostolato deliberatamente politico che avviai in Inghilterra dopo il 1845 e che vi fruttò, credo, gran parte delle attuali tendenze a pro della nostra unità.

In Inghilterra, paese dove la lunga libertà educatrice ha generato un'alta coscienza della dignità e del rispetto dell'individuo, le amicizie crescono difficili e lente, ma più che altrove sincere e tenaci. E più che altrove è visibile negli individui quella unità del pensiero e dell'azione ch'è pegno d'ogni vera grandezza. Non so quale tendenza esclusivamente analitica, ingenita nelle tribù anglo-sassoni e fortificata dal protestantismo, insospettisce gli animi d'ogni nuovo e fecondo principio sintetico e indugia la nazione sulle vie del progresso filosofico e sociale; ma in virtù di quella unità della vita alla quale accenno, ogni miglioramento, conquistato una volta che sia, è conquistato per sempre; ogni idea accettata dall'intelletto è certa di trapassare rapidamente nella sfera dei fatti: ogni concetto, anche non accettato è accolto con tolleranza rispettosa, purchè le azioni di chi lo professa ne attestino la sincerità. E le amicizie s'annodano profonde e devote a fatti più che a parole anche tra uomini che dissentono sovr'una o altra questione. Molte delle mie idee sembravano allora talune, sembrano tuttavia, inattendibili o pericolose agli Inglesi; ma la sincerità innegabile di convinzioni immedesimate con me e logicamente rappresentate dalla mia vita, bastò ad affratellarmi parecchie tra le migliori anime di quest'isola. Nè io mai le dimenticherò finch'io viva, nè mai proferirò senza un palpito di core riconoscente il nome di questa terra ov'io scrivo, che mi fu quasi seconda patria e nella quale trovai non fugace conforto d'affetti a una vita affaticata di delusioni e vuota di gioje. Appagherei l'animo mio citando molti nomi di donne e d'uomini, s'io scrivessi ricordi di vita individuale più che di cose connesse col nostro moto politico; ma non posso a meno di segnare in questa mia pagina il nome della famiglia Ashurst, cara, buona e santa famiglia, che mi circondò di cure amorevoli tanto da farmi talora dimenticare—se la memoria de' miei, morti senza avermi allato, lo consentisse—l'esilio.

Il consorzio d'uomini letterati e lo scrivere intorno al moto intellettuale d'Italia ridestarono in me, in quei primi tempi di soggiorno in Inghilterra, il desiderio lungamente nudrito di crescere più sempre fama ad uno scrittore, al quale più che ad ogni altro, se eccettui l'Alfieri, l'Italia deve quanto ha di virile la sua letteratura degli ultimi sessanta anni. Parlo d'Ugo Foscolo, negletto anch'oggi affettatamente dai professori di lettere, pur maestro di tutti noi, non nelle idee mutate dai tempi, ma nel sentire degnamente e altamente dell'arte, nell'indole ritemprata dello stile e nell'affetto a quel grande nome di patria dimenticato da quanti a' suoi tempi scrivevano—ed erano i più—in nome di principi, d'accademie o di mecenati. Io sapeva che dei molti lavori impresi da lui nell'esilio parecchi erano stati soltanto in parte compiti, altri erano, per la morte che lo colpì povero e abbandonato, andati dispersi. Mi diedi a rintracciar gli uni e gli altri. E dopo lunghe infruttuose ricerche, trovai, oltre diverse lettere a Edgar Taylor—oggi contenute pressochè tutte nell'edizione ch'io pure ajutai, di Lemonnier—quanto egli aveva compito del suo lavoro sul poema di Dante, e in foglietti di prove, due terzi a un dipresso della Lettera apologetica ignota allora intieramente all'Italia. Quest'ultima scoperta fu una vera gioia per me. Quelle pagine, senza titolo o nome dell'autore, stavano cacciate alla rinfusa con altri scritti laceri, e condannati visibilmente a perire, in un angolo d'una stanzuccia del librajo Pickering. Come nessuno fra i tanti Italiani stabiliti in Londra o viaggiatori a diporto andasse in cerca di quelle carte quando tutte potevano senza alcun dubbio ricuperarsi, e toccasse a un altro esule, fra le strette egli pure della miseria, la ventura di restituirne, undici anni dopo la morte di Foscolo, parte non foss'altro al paese, è memoria fra le tante di noncuranza e d'ingratitudine, vizî frequenti nei popoli inserviliti. Ma oggi che gli Italiani millantano d'essere liberi, perchè, a espiar quell'oblìo non sorge una voce che dica: «Invece di mandar doni a principesse che nulla fanno o faranno mai pel paese, e inalzar monumenti a ministri che nocquero ad esso, ponete, in nome della riconoscenza, una pietra che ricordi chi serbò inviolata l'anima propria e la dignità delle lettere italiane, quando tutti o quasi le prostituivano?» Se non che forse, meglio così. L'Italia d'oggi serva atterrita e ipocrita del Nipote, mal potrebbe consolare l'ombra dell'uomo che stette solo giudice inesorabile e incontaminato dell'ambiziosa tirannide dello Zio.

Comunque, rinvenni io quelle carte; e lo dico perchè altri, non so se a caso o a studio, ne tacque. Ma il librajo, ignaro in sulle prime di quel che valessero e sprezzante, poi fatto ingordo dalla mia premura, ricusava cederle s'io non comprava il lavoro sul testo dantesco—e ne chiedeva quattrocento lire sterline. Io era povero e non avrei potuto in quei giorni disporre di quattrocento soldi inglesi. Scrissi a Quirina Magiotti, rara donna e rarissima amica, perchè m'ajutasse a riscattar le reliquie dell'uomo ch'essa aveva amato e stimato più ch'altri nel mondo: e lo fece; ma il librajo insisteva per cedere indivisi i due lavori o nessuno, ed essa non poteva dar tutto. Com'io, dopo molte inutili prove, riuscissi a convincere Pietro Rolandi, librajo italiano in Londra e che m'era amorevole, d'assumersi il versamento di quella somma e per giunta le spese dell'edizione, davvero nol so. Fu miracolo d'una fermissima volontà di riuscire da parte mia sopra un uomo calcolatore, trepido per abitudine e necessità, ma tenero in fondo del core delle glorie del paese più che i librai generalmente non sono.

Altre pagine del prezioso libretto, connesse appunto colle racquistate da me, furono poco dopo trovate in un baule di carte foscoliane sottratto alla dispersione dal canonico Riego, unico che vegliasse, nell'ultima malattia, al letto dell'esule, acquistato poi da Enrico Mayer e altri amici in Livorno, ma non esaminato fino a quei tempi. La scoperta dei frammenti smarriti ridestò in essi tutti un ardore di ricerca che fruttò all'Italia dapprima il volume di scritti politici d'Ugo Foscolo ch'io pubblicai in Lugano, poi l'edizione fiorentina delle opere diretta con intelletto d'amore dall'Orlandini. Manca una vita ch'io m'era assunto di stendere e che pur troppo mi fu vietata dalle circostanze e da cure diverse. Unico avrebbe potuto—e dovuto—scriverla degnamente G. B. Niccolini; ed è morto, e aspetta tuttavia anch'egli la sua.

Ma, l'edizione del Dante Foscoliano mi costò ben altre fatiche. M'offersi, com'era debito mio verso il generoso editore, di dirigere tutto il lavoro e corregger le prove. Ora, strozzato dalla miseria e dalla malattia, Foscolo non aveva compito l'ufficio suo fuorchè per tutta la prima cantica. Il Purgatorio e il Paradiso non consistevano che delle pagine della volgata alle quali stavano appiccicate liste di carta preste a ricevere l'indicazione delle varianti, ma le varianti mancavano e mancava ogni indizio di scelta o di correzione del testo. Rimasi gran tempo in forse s'io non fossi in debito di dichiarare ogni cosa al Rolandi; ma Pickering era inesorabile a vendere tutto o nulla, e il librajo italiano non avrebbe probabilmente consentito a sborsare quella somma per sola una cantica. A me intanto sembrava obbligo sacro verso Foscolo e la letteratura dantesca di non lasciare che andasse perduta la parte di lavoro compita; e parevami di sentirmi capace di compirlo io stesso seguendo le norme additate da Foscolo nella correzione della prima cantica e immedesimandomi col suo metodo, l'unico, secondo me, che riscattando il poema dalla servitù alle influenze di municipio, toscane o friulane non monta, renda ad esso il suo carattere profondamente italiano. Tacqui dunque e impresi io stesso la difficile scelta delle varianti e la correzione ortografica del testo. Feci quel lavoro quanto più coscienziosamente mi fu possibile e tremante d'essere per desiderio di sollecitudine irriverente al genio di Dante e all'ingegno di Foscolo. Consultai religiosamente i due codici ignoti all'Italia di Mazzucchelli e di Roscoe. Per sei mesi il mio letto—dacchè io non aveva che una stanza—fu coperto dalle edizioni del poema attraverso le quali io rintracciava le varie lezioni che la mancanza d'un testo originale, l'ignoranza dei tardi copisti e le borie locali accumularono per secoli su quasi ogni verso. Oggi, credo mio debito dir tutto il vero e separare il mio lavoro da quello di Foscolo[43].—(1863).


Come le conseguenze logiche della nostra fede mi trascinassero a lavorare non solamente pel popolo, ma col popolo, non occorre ripeterlo. E i pochi popolani d'Italia coi quali, nei casi passati, io aveva avuto contatto mi s'erano mostrati tali e così vergini di calcolo e di basse passioni da confortarmi davvero al lavoro. Ma le opportunità per addentrarmi nello studio di quel prezioso elemento m'erano finora mancate. Londra m'offrì inaspettatamente la prima, e m'affrettai ad afferrarla.

Affiatandomi, sulle vie della vasta città, con taluni di quei giovani che vanno attorno coll'organino, imparai, con vero stupore e dolore profondo, le condizioni di quel traffico, condotto da pochi speculatori, ch'io non saprei additare con altro nome che con quello di tratta dei bianchi: vergogna d'Italia, di chi siede a governo e del clero che potrebbe, volendo, impedirlo. Cinque o sei uomini italiani stabiliti in Londra, rotti generalmente ad ogni mal fare e non curanti fuorchè di lucro, si recano di tempo in tempo in Italia. Là, percorrendo i distretti agricoli della Liguria e delle terre parmensi, s'introducono nelle famiglie dei montagnuoli, e dove trovano i giovani figli più numerosi, propongono i più seducenti patti possibili: vitto abbondante, vestire, alloggio salubre, cure paterne al giovine che s'affiderebbe ad essi: una certa somma, dopo trenta mesi, pel ritorno e per compenso dell'opera prestata. E steso un contratto; se non che i poveri montagnuoli non sanno che i contratti stesi sul continente non hanno, se non convalidati dai consoli inglesi, valore alcuno in Inghilterra. Intanto, i giovani raccolti a quel modo seguono lo speculatore a Londra: ivi giunti, si trovano schiavi. Alloggiati, quasi soldati, in una stanza comune, ricevono, i giovani un organino, i fanciulli uno scojattolo o un topo bianco, gli uni e gli altri ingiunzioni di portare, la sera, al padrone una somma determinata. La mattina, hanno, prima d'uscire, una tazza di the con un tozzo di pane; ma il pasto della sera dipende dall'adempimento della condizione: chi non raccoglie, non mangia; e i più giovani sono, per giunta, battuti. Io li vedeva, la sera in inverno, tremanti per freddo e digiuno, chiedenti, quando la giornata era stata—come in quella stagione è sovente—poco proficua, l'elemosina d'un soldo o di mezzo soldo agli affrettati pedoni, onde raggiungere la somma senza la quale non si attentano di tornare a casa. E non basta: l'avidità dei padroni arbitri onnipotenti trae partito dalle infermità, che commovono, quando sono visibili, le buone fantesche inglesi. Taluno di quelli infelici, sospinto sulla strada benchè consunto dal morbo e col pallore della morte sul volto, fu raccolto dagli uomini della polizia e portato allo spedale, dove morì senza proferire parola. A tal altro è ingiunto di fingersi mutolo, ferito in un piede o côlto da convulsioni epilettiche. Costretti da minacce tremende a mentire per conto dei loro tiranni, quei giovani, esciti buoni dalle loro montagne, imparano a mentire e architettare inganni anche per conto proprio, e tornano in patria profondamente corrotti. Spesso, sullo spirare dei trenta mesi, i padroni si giovano d'un pretesto qualunque, d'una lieve infrazione, facilmente provocata, ai patti, per cacciare sulla strada quelli infelici senza pagar loro la somma stipulata colla famiglia, e condannarli al bivio di perire di stenti o vivere d'elemosina e furti.

Una circolare diramata dal governo ai sindaci di comune e ai parrochi, perch'essi, influenti come sono nelle piccole località, illuminassero le famiglie sulle tristi condizioni alle quali, cedendo agli allettamenti de' speculatori, espongono i figli, basterebbe probabilmente a imporre fine al traffico o a moderarlo. La legalizzazione consolare inglese data in Italia ai contratti, e alcune istruzioni mandate agli agenti governativi italiani in Inghilterra perchè vegliassero a proteggere quei meschini, raddolcirebbero a ogni modo la loro sorte. Ma i governi monarchici s'occupano di ben altro. E quanto al clero italiano in Londra, i miei articoli sulla scuola gratuita mostrano abbastanza il come, diseredato omai non solamente di fede ma di carità, intenda la propria missione.

Tentai dunque d'alleviare in altro modo quei mali e istituii a un tempo un'associazione per proteggere quei giovani abbandonati, e una scuola gratuita per illuminarli sui loro doveri e sui loro diritti, onde ripatriando inspirassero migliori consigli ai loro compaesani. Più volte trassi i padroni, rei di violenza, davanti alle corti di giustizia. E il sapersi adocchiati li persuase a meno crudele e meno arbitraria condotta. Ma la scuola ebbe guerra accanita da essi, dai preti della Cappella sarda e dagli agenti politici dei governi d'Italia. Prosperò nondimeno. Fondata il 10 novembre 1841, durò sino al 1848, quando la mia lunga assenza e l'idea che il moto italiano, consolidandosi, aprirebbe tutte le vie all'insegnamento popolare in Italia, determinò quei che meco la dirigevano a chiuderla. In quei sette anni, la scuola diede insegnamento intellettuale e morale a parecchie centinaja di fanciulli e di giovani semibarbari che s'affacciavano sulle prime sospinti da curiosità e quasi paurosi alle modeste stanze del numero 5, Hatton Garden, poi s'addomesticavano a poco a poco conquistati dall'amorevolezza de' maestri, finivano per affratellarsi lietamente e con certo orgoglio di dignità acquistata all'idea di rimpatriare educati, e accorrevano, ponendo giù l'organino, ad assidersi per una mezz'ora, tra le nove e le dieci della sera, sui nostri banchi. Insegnavamo ogni sera leggere, scrivere, aritmetica, un po' di geografia, disegno elementare e d'ornato. La domenica, raccoglievamo gli allievi a un discorso d'un'ora sulla storia patria, sulle vite de' nostri grandi, sulle più importanti nozioni di fisica, sopra ogni cosa che paresse giovevole a secondare e inalzare quelle rozze menti intorpidite dalla miseria e dalla abbietta soggezione ad altri uomini. Quasi ogni domenica per due anni parlai di storia italiana o di astronomia elementare, studio altamente religioso e purificatore dell'anima che, tradotto popolarmente ne' suoi risultati generali, dovrebbe essere tra i primi nell'insegnamento. E da forse cento discorsi sui doveri degli uomini e su punti morali furono recitati da Filippo Pistrucci, improvvisatore noto un tempo all'Italia, e che, creato da me direttore della scuola, s'immedesimò con zelo senza pari colla propria missione.

E fu un secondo periodo d'operosità fraterna e d'amore che rinverdì a forti e costanti propositi l'animo mio e quello di altri esuli tormentati. Era davvero una santa opera santamente compita. Tutto era gratuito nella scuola. Direttore, vice-direttore—ed era un Luigi Bucalossi toscano, infaticabilmente devoto—maestri, quanti s'adopravano intorno all'istruzione degli allievi, s'adopravano non retribuiti. Ed erano tutti uomini che avevano famiglia e la sostentavano col lavoro. Insegnavano il disegno Scipione Pistrucci, figlio del direttore, e un Celestino Vai, vecchio bresciano, al quale era affidata la custodia della scuola, impiegato oggi in Milano nell'ufficio dell'Unità e del quale non vidi mai uomo più amorevole agli allievi, più convinto del dovere di tutti noi verso i poveri ineducati. Insegnavano a leggere e a scrivere operai che dopo aver faticato tutta la giornata al lavoro, rinunziavano alle sole ore che avessero libere per accorrere a compiere l'ufficio assuntosi, ed erano a un tempo sottoscrittori. Il 10 novembre d'ogni anno, anniversario della fondazione, noi raccoglievamo da circa duecento allievi, prima a una distribuzione di piccoli premî ai migliori, poi a una modesta cena, nella quale noi tutti facevamo da scalchi, distributori e domestici, e ch'era rallegrata da canti patriottici e da improvvisazioni del direttore. Una di quelle sere era eguale, nelle conseguenze morali, a un anno d'insegnamento. Quei miseri, che i padroni trattavano siccome schiavi, si sentivano uomini, eguali e animati. Amiche e amici inglesi intervenivano a quelle cene di popolani e ne uscivano commossi, migliori anch'essi. Ricordo la povera Margherita Fuller venuta dagli Stati Uniti con non so quali diffidenze di noi. Condotta in mezzo a una di quelle riunioni ci era, dopo un'ora, sorella. L'anima sua candida, e aperta a tutti i nobili affetti, aveva indovinato il tesoro d'amore che la religione del fine aveva suscitato fra noi.

L'esempio fruttò, prima in Londra, dove i preti della Cappella sarda, poi che videro inutili i loro sforzi per far cadere la nostra scuola, si ridussero a impiantarne un'altra nella stessa strada: poi in America, dov'io aveva in quel torno impiantato relazioni fraterne. Scuole simili alla nostra furono istituite nel 1842, per cura di Felice Foresti e di Giuseppe Avezzana, in Nuova York, per cura del professore Bachi in Boston, e per cura di G. B. Cuneo in Montevideo.

Intanto la scuola mi fu, come dissi, occasione di contatto frequente cogli operai italiani in Londra. M'occupai, scelti i migliori, d'un lavoro più direttamente nazionale con essi. Fondai una sezione di popolani nell'associazione e l'Apostolato popolare col motto: Lavoro e frutto proporzionato.

E ristrinsi pure in quelli anni i vincoli di fratellanza che, annodati nella Svizzera tra noi e i Polacchi, erano stati rallentati dai casi. Nè importa oggi ricordare i particolari di quel nuovo lavoro internazionale.

Solamente a mostrare come fin d'allora l'Associazione oltrepassasse nel suo concetto la sfera d'un moto nazionale polacco per allargarsi a quella che comprende tutte le tribù slave, inserisco le linee seguenti colle quali ci riunimmo a chi celebrava in Londra, il 25 luglio 1845, il diciannovesimo anniversario della morte dei martiri russi—(1863).


Credendo che superiore a tutte le patrie esiste una patria comune nella quale gli uomini son fatti cittadini dall'amore del bene, fratelli dal culto della stessa idea, santi dal martirio e che Pestel, Mouravief, Bestugef, Ryleief, Kochowski, morti per la redenzione delle famiglie slave, sono concittadini e fratelli a quanti combattono sulla terra per la causa del giusto e del vero.

Credendo che le famiglie slave sono chiamate a una grande missione d'ordinamento interno e d'incivilimento da diffondersi altrove, che non potranno compire se non con una serie di lavori fraterni, e che la Russia e la Polonia devono, per ragioni storiche e geografiche, essere a capo di quei lavori.

Credendo che la lega dei governi assoluti non può essere vinta se non dalla santa alleanza dei popoli.

Credendo inoltre che le famiglie slave dovranno un giorno affratellarsi specialmente all'Italia in una guerra al nemico comune, l'Austria.

Il comitato centrale della Giovine Italia, associazione nazionale, unita in anima e cuore ai voti, alle speranze, alle aspirazioni dei patrioti polacchi, dà nome e adesione alla commemorazione dei cinque martiri russi.


Nel 1844 ebbe luogo la spedizione dei fratelli Bandiera. I Ricordi ripubblicati in questo volume contengono quanto importa all'Italia, nè intendo riparlarne. Ma l'incidente della violazione delle mie lettere merita ch'io vi spenda alcune parole. È un episodio d'immoralità ministeriale monarchica da porsi allato a quello della spia Conseil riferito in questo volume; e quella immoralità dura tuttavia eretta a sistema da pressochè tutti i governi d'Europa.

A mezzo quell'anno, or non rammento più se in giugno o sul cominciare del luglio, m'avvidi che le lettere dei miei corrispondenti in Londra—ed erano tra quelli i banchieri per mezzo dei quali mi giungeva la corrispondenza straniera—mi venivano tarde di due ore almeno. Concentrandosi dai diversi punti all'uffizio postale generale, le lettere vi ricevono un timbro che accerta l'ora del loro arrivo: la distribuzione a domicilio ha luogo nelle due ore che seguono. Esaminai accuratamente quei timbri e trovai ch'erano generalmente doppî: al primo era sovrapposto un secondo timbro, di due ore più tardo e collocato in modo da celare il primo, e allontanare il sospetto. Bastava per me, non per altri increduli d'ogni violazione di ciò che chiamano lealtà britannica e che accoglievano con sorriso ironico i miei sospetti. I timbri così sovrapposti lasciavano mal discernere le due ore diverse e serbavano apparenza di lavoro affrettato e data illeggibile. Ideai d'impostare io stesso all'uffizio centrale lettera diretta a me, calcolando l'ora tanto che il primo timbro dovesse portare la cifra 10. Or dopo avere ricevuto quel timbro, le lettere a me dirette erano, per ordine superiore, raccolte e mandate a un uffizio segreto dov'erano aperte, lette, risuggellate, poi rinviate al postiere incaricato della distribuzione nella strada ov'io allora viveva, ch'era Devonshir Street, Queen square. Quel nefando lavoro consumava due ore a un dipresso; e il timbro da sovrapporsi alla cifra 10 dovea quindi portare il 12 che, per quanto facessero lasciava visibile parte dello zero del 10. Chiarito quel punto, raccolsi altre prove. Feci impostare, in presenza di due testimonî inglesi e ripetutamente, alla stessa ora e allo stesso ufficio postale, due lettere, una delle quali era diretta al mio nome, l'altra a un nome fittizio, ma alla stessa casa: i testimonî venivano ad aspettare con me la distribuzione; e accertavano con dichiarazione scritta come la lettera che portava il mio nome giungesse invariabilmente due ore più tardi dell'altra. In altre lettere a me dirette racchiusi granellini di sabbia o semi di papavero; e li trovammo, aprendo con cura, smarriti. Istituimmo una serie d'esperimenti intorno ai suggelli, scegliendo i più semplici e segnati di sole linee, poi collocandoli sì che le linee cadessero sulla lettera ad angolo retto; e ci tornarono identici di forma, ma colle linee piegate lievemente ad angolo acuto. Inserii un capello sotto la ceralacca, e non era più da trovarsi: risuggellando, lo consumavano. E via così, finchè raccolto un cumulo di prove innegabili, misi ogni cosa in mano a un membro del parlamento, Tommaso Duncombe, e inoltrai petizione alla Camera perchè accertasse e provvedesse.

L'accusa produsse vera tempesta. Alle interpellanze che da ogni lato furono mosse ai ministri, questi diedero per alcuni giorni risposte evasive; poi, meglio informati sul conto mio e convinti ch'io non mi sarei avventurato senza certezza di prove, confessarono, schermendosi in parte con certo vecchio editto che risaliva alla regina Anna e a circostanze eccezionali, in parte con insinuazioni a mio danno e come s'io avessi macchinato pericoli all'Inghilterra. Confutai queste ultime in modo da ridurre il ministro accusatore—ed era sir James Graham—a farmi ammenda pubblica in parlamento. E quanto all'altra difesa, afferrai la via che m'apriva per disvelare all'Inghilterra tutta la piaga. Non era da credersi che gli stessi ministri e gli altri che li avevano preceduti avessero resistito sempre, fuorchè in quell'unico caso, alla tentazione di valersi, pei loro fini, di quell'editto antiquato. Feci quindi chiedere e ottenni che s'istituissero due commissioni d'investigazione nelle due Camere. E le relazioni che fecero, comunque tendenti a palliare le colpe più che non a produrle brutte com'erano, provarono che dal 1806 fino al 1844, da lord Spencer a lord Aberdeen, tutti i ministri, compresi Palmerston, Russell e Normanby, s'erano successivamente contaminati di quell'arbitrio—che non solamente le mie e quelle d'altri esuli, ma le lettere di molti inglesi, di membri del parlamento, di Duncombe medesimo, erano state violate a quel modo—che si erano inevitabilmente praticati, a celare la colpa, artifizî contemplati dalle leggi penali, falsificazione di suggelli, imitazione di timbri e altri—che le mie erano state aperte per quattro mesi.

E provarono cosa più grave: che l'arti nefande di Talleyrand e Fouchè s'erano praticate dai ministri d'Inghilterra, non per indizî ch'io cospirassi contro lo Stato o m'immischiassi pericolosamente di faccende inglesi, ma per compiacere servilmente a governi stranieri e dispotici, e che ad essi—a Napoli e all'Austria—si trasmettevano regolarmente le cose che parevano più importanti nelle lettere a me dirette. Molte di quelle cose riguardavano appunto il disegno, da me combattuto, dei due Bandiera, e rivelate suggerirono al governo di Napoli l'atroce pensiero di provocarli, di sedurli, per liberarsene, all'esecuzione. I ministri inglesi s'erano fatti complici di quell'assassinio; e lo sentivano e ne arrossivano. Lord Aberdeen, il gentiluomo più onorato in Inghilterra per fama d'impeccabile schiettezza e la cui parola era considerata da tutti come sillaba di Vangelo, fu trascinato a mentire sfrontatamente alla Camera. Fatto interrogare da me se si fosse data comunicazione dei segreti contenuti nella mia corrispondenza a governi stranieri, il nobile lord aveva, plaudente la Camera—a quale affermazione di ministri non plaudono le Camere escite dalla legge del privilegio?—risposto: nè una sillaba di quella corrispondenza fu mai sottomessa ad agenti di potenze straniere. Poche settimane dopo, la relazione delle due commissioni investigatrici gli gettava in viso: le informazioni raccolte dalla corrispondenza erano comunicate a un governo straniero. Io scrissi il dì dopo su' giornali, alludendo alle calunnie insinuate contro me da sir James Graham, che quando uomini di Stato scendevano alla parte di falsificatori e bugiardi, non era da stupirsi che fossero anche calunniatori.

Nè giova stupirne. Ogni governo fondato sull'assurdo privilegio dell'eredità del potere e che si regge su vuote formole come quelle che il capo dello Stato regna ma non governa; che tre poteri serbandosi in equilibrio perenne creano il progresso, e siffatte delle monarchie costituzionali, è trascinato inevitabilmente presto o tardi all'immoralità. Vive di menzogne, di norme ideate, di tradizioni diplomatiche vigenti in una piccola frazione di società privilegiata, in guerra quindi più o meno dichiarata coll'altra, non delle inspirazioni che salgono dalla coscienza collettiva a quella dell'individuo. E ogni vita artificiale e profondamente immorale esce dal vero e dalla comunione colla umanità, ch'è la via per raggiungerlo. In quelli uomini di governo naturalmente buoni e leali, ma veneratori di formole artificiali architettate a sorreggere un concetto artificiale anch'esso e non desunto dalla natura intima delle cose, s'era fatalmente smarrito quel senso diritto e morale che insegna l'unità della vita, e si commettevano, come uomini di Stato, ad atti davanti ai quali si sarebbero ritratti impauriti com'uomini e nulla più. Intanto la loro politica immoralità insegnava immoralità agli inferiori guidandoli a dirsi: se per utile dello Stato è lecito dissuggellare, violare gli ultimi segreti, sottrarre e trasmettere l'altrui proprietà, perchè nol potremmo noi per l'utile delle nostre famiglie? Non v'è forse paese in Europa dove le lettere siano così frequentemente violate come in Inghilterra; e parlando delle lettere contenenti danaro, il direttore delle poste in quel tempo, lord Maberly, diceva che tanto valeva cacciarle sulla pubblica via quanto affidarle alla posta. Ma se i più tra gli uomini d'oggi non fossero schiavi d'anima ed educati dalla monarchia a guardare, più che l'uomo, la veste dell'uomo—se rifiutando l'immorale distinzione tra l'uomo politico e il privato e intendendo che al primo, come a quello che si assume una parte educatrice nella nazione corre anzi debito maggiore di scrupolosa onestà, visitassero severamente la colpa—se il dì dopo la menzogna, le sale dei convegni amichevoli si fossero tutte chiuse, come a uomo disonorato, a lord Aberdeen—la lezione sarebbe stata proficua non foss'altro a' suoi successori. Prevalse alla nozione morale il prestigio dell'aristocrazia e dell'alto ufficio; e mentre il paese pur dichiaravasi avverso all'abuso, lasciò che i colpevoli durassero amministratori. Però il segreto delle corrispondenze è oggi come allora, comunque più raramente, violato.

A me intanto quella violazione additò il momento proprio per trattare davanti l'Inghilterra la causa, fin allora negletta, della mia patria e con uno scritto diretto a sir James Graham cominciai quell'apostolato a pro dell'Italia che diede più tardi origine ad associazioni, riunioni pubbliche e interpellanze parlamentari. Lo intitolai: l'Italia, l'Austria e il Papa, e lo pubblicai in inglese. Fu poi tradotto nella Revue indépendante di Parigi.

Le prove accumulate in quel libretto a far conoscere lo sgoverno finanziario e amministrativo che pesava sulle provincie italiane soggette all'Austria e al papato sono oggi inutili[44].


I documenti contenuti in questo volume riguardano un periodo solenne per gloria e sventura, per errori, per insegnamenti e per delusioni. Queste ultime mi riuscirono inaspettate e dolorosissime. Immemori della lunga nostra predicazione e del culto da essi medesimi giurato ai principî come a quelli che soli potevano dar salute all'Italia, i migliori tra i nostri—e parecchi m'erano individualmente amicissimi—al primo apparire d'una forza, o d'un fantasma di forza, disertarono la bandiera e si fecero adoratori ciechi del fatto. Da pochissimi infuori, temprati non solamente a combattere, ma, avversi i fati, a vivere solitarî nel mondo delle credenze e delle aspirazioni al futuro, il partito si sviò tutto quanto a transizioni, fazioni e concetti di leghe ipocrite e inefficaci tra rappresentanti d'opposti principî che tendevano scambievolmente a deludersi. L'Italia abbandonò allora le tradizioni generose della propria vita per rincatenarsi a quelle che nei secoli XVI e XVII ci vennero dalla incontrastata dominazione straniera e dalla inenarrabile corruttela d'una Chiesa non italiana nè alloramai più cristiana. Machiavelli prevalse a Dante. E i danni e la vergogna di quelle trasformazioni durano tuttavia.

Io potrei—e molti forse lo aspettano da me—scrivere un capitolo di storia che consegnerebbe al giudizio severo dei posteri molte debolezze oggi ignote che diedero cominciamento a quella crisi di dissolvimento morale; molte violazioni di solenni promesse rimaste arcane; molte ingratitudini d'uomini debitori a noi di fama e d'altro e che ci si fecero avversi appena videro schiudersi un'altra via per salire. Ma nol farò. Per cagioni d'affetto patrio, io non potrei dir tutto e di tutti, e anche il vero tornerebbe in certo modo ingiusto ai trascelti. Tacerò dunque; e mi limiterò ad accennare rapidamente la serie dei fatti tanto da porne alcuni, negletti finora o fraintesi, in luce migliore che giovi alla storia del principio nazionale, unico fine del mio lavoro.

Poi, a che pro? Perchè m'occuperei d'individui? Le loro colpe, i loro errori, le loro fiacchezze risalgono a cagioni morali e si ripetono oggi e si ripeteranno in altri negli anni futuri, finchè durano quelle cagioni, sole che importi distruggere. Le generazioni rappresentano, a seconda dalla loro educazione morale, idee o interessi: noi possiamo, quand'esse vivono governate dalle prime, antivederne gli atti e calcolarne logicamente, a pro dei nostri disegni, la capacità e la costanza; quand'esse traviano dietro ai secondi, mutabili per circostanze fuggevoli d'ora in ora, ogni logica è muta. La generazione vivente nel 1848 non aveva filosofia, nella sua generalità, se non quella degli interessi; interessi personali nei più guasti: interessi di vittoria, di partito, d'odio al nemico, nei migliori. La fede senza calcolo di frutto immediato nell'ideale e nell'avvenire, non era in essa. Noi avevamo sperato sostituirle in un subito l'entusiasmo pel bello e pel grande. E ci eravamo ingannati. La fede è dovere: il dovere esige una sorgente, una nozione superiore all'umanità, Dio. E Dio non era e non è pur troppo nella mente del secolo.

L'Italia era ed è tuttavia—e se s'eccettuino i buoni istinti che incominciano, segnatamente nelle classi operaje delle città, a rivelarsi—appestata di materialismo: materialismo che dalla filosofia meramente analitica e negativa del secolo passato s'infiltrò nella vita pratica, nelle abitudini, nel modo di considerare le cose umane. Le ardite negazioni del secolo XVIII assalivano un dogma inefficace oggimai perchè inferiore all'intelletto dell'umanità; erravano perchè confondevano uno stadio consunto di religione colla vita religiosa del mondo, una forma collo spirito che la riveste a tempo, un periodo di rivelazione coll'eterna rivelazione progressiva di Dio tra gli uomini; ma combattevano non foss'altro nella sfera del pensiero e la vita ritraeva ancora un non so che dell'antica unità. Oggi noi soggiaciamo non ai principî, ma alle conseguenze di quel periodo: traduciamo la dottrina negli atti, senza il vigore di battaglia ch'era nella dottrina medesima. Un alito di fervore religioso fremeva tuttora per entro a quella irreligiosa ribellione: gli uomini che abbiuravano il Dio del mondo cristiano inneggiavano con lunghe apostrofi alla Dea Natura, sollevavano sugli altari la Dea Ragione. Tra noi pochi—se pur taluno—s'attenterebbero, richiesti, di rispondere che Dio non è, ma i più non sanno e non curano di sapere ciò che importi Dio nella vita e come tutta una serie di solenni e inevitabili conseguenze derivi da quella prima nozione: facili a oziosamente accettarla a patto d'esiliarla inerte, infeconda, in non so quale angolo del regno delle astrazioni. La legge morale, conseguenza di Dio—la sanzione della legge nella vita futura dell'individuo—il dovere che ne discende a ciascun di noi—il vincolo fra terra e cielo, tra gli atti e la fede—sono cose indifferenti agli uomini d'oggi. L'unità della vita è così smembrata per essi; il nesso tra l'ideale definito dalla religione e il mondo visibile, che deve esserne interprete e rappresentarlo nei diversi rami dell'umana attività, è posto siffattamente in obblio che fu salutata a' dì nostri siccome formola d'alto senno civile la vuota frase libera Chiesa in libero Stato. Quella formola vale legge atea e religione falsa o vera, buona o trista non monta; vale progresso nella pratica e immobilità nella teorica, anarchia perenne tra il pensiero e l'azione, intelletto liberamente educato e coscienza serva. Diresti che nessuno intravveda l'unica ragionevole soluzione al problema, la trasformazione della Chiesa sì che armonizzi collo Stato e lo diriga, senza tirannide e progressivamente, sulle vie del bene.

Senza cielo, senza concetto religioso, senza norma che prescriva il dovere e la virtù, prima fra tutte, dal sagrificio, la vita, sfrondata d'ogni eterna speranza per l'individuo e d'ogni fede inconcussa nell'avvenire dell'umanità, rimane in balìa degli istinti, delle passioni, degli interessi, agitata, ondeggiante fra gli uni e gli altri a seconda degli anni e dei casi. I generosi impulsi e la poesia d'un entusiasmo naturalmente fervido quando l'anima vive più spontanea e meno signoreggiata dal mondo esterno, suscitano i giovani a contrasto colla tirannide e li avviano inconsci sulle vie dell'azione. Poi, quando le aspirazioni, le rapide speranze e le illusioni dorate sugli uomini e sulle cose si rompono alla fredda prosaica realtà del presente e le inevitabili delusioni, le persecuzioni, le disfatte aspreggiano a ogni tanto la via, sorge il dubbio, sorge quel senso di stanchezza che persuade l'impossibilità della lotta e dietro a quello s'insinua l'egoismo che tende a godere—dacchè l'immortalità è ignota—quaggiù. E allora, la prima proposta d'un disegno che non rinnega ma dimezza e pospone il programma, è ascoltata; il primo affacciarsi d'una forza appartenente ad altro campo, ma che pur promette adoprarsi contro il nemico, è salutato come un modo d'accostarsi con rischi e sagrificî minori all'intento. L'anima senza una fede sulla quale possa riposare secura e sentirsi potente a procreare fatti quando che sia, si ribellerebbe forse a una diserzione, ma s'arrende agevolmente a transazioni che pur vi conducono. Entrata su quella via di machiavellismo e d'ipocrite concessioni, s'avvela; smarrisce a poco a poco la luce del vero, s'avvezza ad affratellarsi col calcolo e muta più o meno lentamente ma inevitabilmente natura, finchè avvedendosi, tardi e quando è fatta incapace della virtù santa del pentimento s'irrita intollerante del biasimo altrui e s'ostina, per orgoglio e per utile ad un tempo, nel traviamento accettato.

Tale è la storia della generazione che, tra il 1847 e l'anno in cui scrivo, mutò lato e bandiera. E si rifarà fino a che gli uomini si rimarranno diseredati di Dio e d'una fede che insegni il Dovere. Io lo ripeto sovente, perchè so che in questo è la radice d'ogni nostro male. Il popolo d'Italia potrà essere fantasma di nazione, ma non nazione vera, grande, potente a fare, conscia della propria missione e ferma di compierla, se non rieducandosi a religione: religione intendo quale i progressi intellettualmente compiti e le tradizioni, studiate a dovere, del pensiero italiano l'additano.

Su questa condizione morale, o piuttosto immorale, di cose s'innestò la parte così detta de' moderati, composta d'uomini che avevano, come Farini, cospirato con noi e s'erano stancati d'una via sulla quale incontravano a ogni passo pericoli e persecuzioni; d'altri ai quali, come ad Azeglio, era ingenita una avversione aristocratica al popolo e alla democrazia e finalmente d'alcuni timidi angusti intelletti immiseriti fra le tradizioni del piccolo Piemonte e incapaci d'afferrare ogni concetto che non avesse perno in un re, in una corte, in un esercito regolare.

La tradizione della parte alla quale accenno non era splendida. Moderati si dicevano gli uomini che nel 1814 avevano, in Lombardia, applaudito al ritorno degli eserciti austriaci: moderati quei che avevano nel 1821 legato i fati dell'insurrezione piemontese a un principe disertore: moderati quei che avevano nel 1831 tradito il moto degli Stati romani prima colla teorica anti-nazionale del non-intervento da una provincia nostra ad un'altra; poi colla codarda capitolazione di Ancona. Ma erano individui, come ne trovi in ogni crisi, vuoti d'intelletto rivoluzionario, non partito costituito, ordinato. Ben di fronte alla Giovine Italia s'era formata, sotto nome di Veri Italiani, una società di fautori monarchici che si raccolsero intorno a un patrizio lombardo, Arconati, in Brusselle e di là s'adoprarono a diffondere le prime aspirazioni verso la dinastia savojarda: ma respinta dai buoni istinti del nostro popolo, abbandonata a poco a poco, mercè il nostro apostolato, da' suoi migliori, s'era trascinata nell'ombra seminando di soppiatto accuse ai repubblicani e germi di divisione, senza copia di seguaci, senz'eco. La parte moderata non pensò a costituirsi davvero e a sostituire alla nostra la propria influenza prima del 1843 e poco dopo la sventurata impresa dei fratelli Bandiera. Quell'impresa, attribuita inonestamente da essi a noi e segnatamente a me, aveva innegabilmente versato sconforto e diffidenza nelle nostre fila. Le circostanze a ogni modo non correvano propizie a disegni di moti e mi pareva che si dovesse lasciar tempo alle idee perchè trapassassero a poco a poco dalla gioventù degli ordini medî al popolo non foss'altro delle città. I vincoli dell'associazione s'erano quindi allentati e io mi limitava a mantener contatto qua e là, in Lombardia più che altrove, con nuclei di giovani uniti senza forma definita e liberamente a un intento d'apostolato e a invigilare se mai sorgesse il momento opportuno a far meglio. Di quell'intervallo di stanchezza e d'inazione forzata da parte nostra si giovarono i moderati.

La prima loro manifestazione fu nel 1845 in Rimini. E quasi a dichiarare l'assoluta assenza d'idee politiche, inalzarono bandiera bianca. Bensì, dovendo pur dire al popolo agitato, perchè movessero, diffusero un manifesto steso dal Farini ch'era pallida copia del memorandum dato inefficacemente dalle potenze al papa nel 1831. Quel manifesto sostituiva al moto nazionale i moti locali; alle grandi vitali quistioni dell'indipendenza, dell'unità, della libertà i miglioramenti amministrativi economici.

Io so che i più tra i capi dei moderati avevano essi pure nell'animo—non dirò la libertà, della quale non curano o poco—ma l'indipendenza d'Italia, la questione nazionale, la cacciata dello straniero. Dico che il metodo loro insegnava a disperarne per un lungo indefinito periodo di tempo e sviava dal segno, che noi gli avevamo additato, l'educazione del popolo. Dico che moltissimi fra quelli uomini non volevano l'unità, nessuno la credeva possibile. E dico che se i principi più avveduti, meno tristi e meno spronati dalla fatalità che li sospinge, per somma ventura e legge dei tempi, a rovina, avessero tanto quanto soddisfatto a quel monco programma, noi non avremmo oggi ventidue milioni d'Italiani stretti a unità di nazione, ma il vecchio mosaico di grandi e piccole monarchie e leghe più o meno ipocrite e traditrici. Quelle leghe furono l'ideale dei pensatori del partito: da Balbo fino a Cavour. Giacomo Durando predicava le tre o cinque Italie a beneplacito dei principi volonterosi. Mamiani era centro in Genova d'apostolato federativo. Gioberti proponeva in una lettera del 16 marzo 1847 a Pietro Santarosa che «s'ottenesse dall'Austria con rimostranze un mutamento di politica in Lombardia tanto che pacificata colla dolcezza e colle riforme, potesse poi, con agio e tempo, ricevere d'accordo coi potentati un assetto definitivo.» Cavour proponeva, non molto prima che Garibaldi scendesse nel regno, patti e alleanza al Borbone. L'assenza d'ogni fede unitaria nei moderati è fatto documentato che la storia dei tempi, quando sarà imparzialmente scritta, registrerà; nè le millanterie machiavelliche dei giorni posteriori all'unità conquistata dal popolo varranno a cancellarlo.

E un altro fatto, conseguenza di questo primo e troppo trascurato finora, verrà registrato dalla storia, base e scorta all'intelletto degli eventi di tutto il periodo; ed è il dualismo perenne tra l'azione, generatrice d'ogni mutamento importante, dell'elemento popolare nostro e l'influenza, potente unicamente a menomare, a sviare dal segno quei mutamenti, esercitata dai moderati. Oggi, a udirli, diresti avessero fatto l'Italia e promosso col loro metodo quanto ebbe luogo negli ultimi quindici anni. Ma quando il tempo e l'Italia rinsavita avranno imposto silenzio al cicalìo di gazzette vendute e alle calunnie e alle lodi sfacciate, i fatti e le inesorabili date diranno che dall'amnistia papale infuori, ogni concessione di principi, ogni passo mosso innanzi dal paese originò dall'azione, avversata dai moderati, del popolo, dai moti di piazza com'essi sprezzando dicevano.—Da sommosse in Livorno, nelle Romagne, in Roma, l'accresciuta libertà di stampa e l'istituzione delle guardie nazionali—dalle petizioni firmate a tumulto su per le vie e dagli assalti ai conventi, la cacciata de' Gesuiti—dall'insurrezione siciliana del 1848 gli Statuti regi—dalle cinque giornate di Milano la guerra, miseramente tradita, d'indipendenza—come nella recente seconda fase del periodo, dalle resistenze del popolo ai disegni federalisti del Bonaparte, dalle nostre minacciate spedizioni su Roma, dal moto di Sicilia, dalle imprese di Garibaldi, originarono le annessioni del Centro, l'invasione delle Marche, l'emancipazione del Mezzogiorno. Il nostro metodo sopravviveva, negli istinti del popolo, a noi. Soltanto i moderati, fatti per lungo artificio e pompose ripetute promesse e profezie misteriose e prontezza ad attribuire a sè stessi ogni successo ottenuto e a prudenza di tattica il biasimo dato invariabilmente ai tentativi, soli e visibili padroni del campo, raccoglievano, accettando i fatti compiuti, i frutti di quelli istinti.

Miravano non a conquistare un governo all'Italia, ma a conquistarsi i governi italiani: non s'indirizzavano al popolo, ma ai principi: non provocavano insurrezioni, ma un lento e temperato progresso dall'alto al basso: rinnegavano le associazioni segrete e la stampa clandestina e tentavano ottenere alcune dosi omiopatiche di libertà dalle carezze, dalle lusinghe, dalle adulazioni servili profuse ai governi. E quanto al Lombardo-Veneto e all'Austria, non avevano concetto di sorta; e i filosofi politici della setta si limitavano a vaticinare possibilità di risolvere la questione quando suonasse, per virtù d'atomi confederati e arcadiche conversioni di monarchi al progresso e al bene dei popoli, l'ora dello smembramento dell'impero turco in Europa. Ma quando la febbre popolare irrompeva—quando il sangue dei nostri martiri ribolliva nelle viscere del suolo d'Italia e a guisa d'agente vulcanico lo sollevava—si rassegnavano volonterosi e lasciavano intendere col loro sorriso ch'essi avevano antiveduto e aspettato quei moti anormali come conseguenza del loro operare sagace. Al popolo, politicamente ineducato e ignaro del come importi allo sviluppo dei fatti la coscienza delle vere loro cagioni, poco caleva di chi li rivendicasse: accettava chi più s'acclamava suo capo: confondeva causa ed effetti; e quando gli ripetevano che i suoi trionfi erano dovuti all'avere i moderati conquistato un papa che lo benediceva e un re che aspettava l'astro e teneva allato la spada d'Italia, plaudiva, colla gaja noncuranza del fanciullo, non—di tanto gli giovavano gli istinti e gli insegnamenti raccolti—al papato o alla monarchia, ma a Pio IX e a Carlo Alberto. Intanto i moderati s'insignorivano del potere e si collocavano a capo dell'alte sfere sociali.

Se non che non si viola impunemente la logica; ogni errore porge origine a una serie d'inevitabili conseguenze. Ogni menzogna proferita e accettata genera un grado d'immoralità che logora a un tempo vigore e virtù nel core della nazione. E temo che la conseguenza più grave della supremazia assunta dai moderati sarà pur troppo uno strato di nuova immoralità sovrapposto ai molti che la tirannide e la paura e il gesuitismo e il materialismo congiunti hanno steso d'antico intorno al core d'Italia.

Una profonda immoralità è infatti radice a tutte le teoriche e al metodo dei moderati. L'eterno vero è da essi perennemente sagrificato alla misera realtà d'un breve periodo; l'avvenire al presente; il culto dei principî all'utile presunto della giornata; Dio all'idolo subitamente inalzato dalla forza, dall'egoismo o dalla paura. Le forti credenze, i forti affetti, i forti sdegni non allignano in quelle anime fiacche, arrendevoli, tentennanti fra Machiavelli e Lojola, mute a ogni vasto concetto, vuote d'ogni profonda dottrina, abborrenti dalla via diritta, impastate di ripieghi, di transazioni, di finzioni, d'ipocrisia. Noi li udimmo, i capi della fazione, a dirci, colle stesse labbra che paragonavano nei loro congressi a Giove Olimpico il re di Napoli e dichiaravano miracolo il re di Piemonte e redentore novello Pio IX: è necessità dei tempi, ma in sostanza lavoriamo per voi. Li vedemmo insolenti col debole, striscianti in terrore davanti al potente; stringere or col popolo ora collo straniero, a propiziarsi l'uno e l'altro, patti che intendevano di non mantenere; dichiararsi riverenti al papa pur cercando modo di scavargli la fossa; professarsi alleati devoti del Bonaparte che abborrono come abborre chi soggiace e per sentita viltà; cospirare a un tempo, per prepararsi la via a due ipotesi, con Garibaldi e contro Garibaldi. Nè dico che a tutti fosse o sia sprone su queste vie tortuose e indegne degli educatori d'un popolo il basso desiderio di meritarsi una nomina di senatore o di consigliere di Stato. Parecchi tra loro vissero o vivono indipendenti. Ma la mancanza d'un concetto religioso e quindi l'intormentimento del senso morale, il torpore delle facoltà lasciate alla sola sterile analisi e l'interna anarchia delle idee senza base determinata, senza fede d'intento, hanno pervertito in essi intelletto e cuore e li commettono agli impulsi sconnessi che vengono ad essi di giorno in giorno dai casi, dai menomi fatti o dalle apparenze di fatti. Quando Salvagnoli diceva a Brofferio: bisogna tirare innanzi come si può e del resto colla verità non si governa, ei sommava in sè la teorica di tutto il partito. Quando i moderati acclamavano a Gioberti come al primo pensatore e al più potente filosofo che avesse l'Italia, preparavano ai posteri la giusta misura della loro mente e dell'ideale filosofico che veneravano.

No; Gioberti, il gran sacerdote della setta, non era filosofo; e l'essere egli stato generalmente riconosciuto siccome tale dimostrerà a quali poveri termini fossero ridotti in Italia gli studî filosofici. La filosofia è una affermazione dell'individualità fra una sintesi religiosa che cade e un'altra che sorge: è una coscienza del mondo presente illuminata dai raggi d'un mondo futuro: è un criterio determinato di vero fondato sulla universale tradizione del passato e tendente con un metodo egualmente determinato a indagar l'avvenire. Gioberti non ebbe vero intelletto di tradizione nè intuizione—oggi nessuno vorrà negarlo—dell'epoca che va maturandosi. L'uomo che esordì dalle dottrine di Giordano Bruno per sommergersi in un concetto neo-guelfo di primato italiano per mezzo del papato—che salutò d'entusiasmo la formola Dio e Popolo per rinnegarla poi a profitto d'un cattolicesimo rintonacato—che dopo d'avere fulminato dall'altezza d'una coscienza filosofica gli artifici del gesuitismo, li adottò cardine de' suoi disegni, appena entrato sull'arena della politica pratica—che viaggiò di città in città, pellegrino crociato d'una monarchia da lui sprezzata, adulando a ciascuna da Pontremoli a Milano come a prima città d'Italia—che diceva a me nel 1847 in Parigi: io so che differiamo in fatto di religione; ma Dio buono! il mio cattolicesimo è tanto elastico che potete inserirvi ciò che volete—non fu nè filosofo nè credente. Ingegno facile, rapido, trasmutabile, fornito d'una erudizione copiosa ma di seconda mano e non derivata dalle sorgenti, capace d'eloquenza, ma di parole più che di cose, fervido d'imaginazione più che di core, non ambizioso nè cupido di potere o d'agi ma vano e irritabile e intollerante d'ogni opposizione, Gioberti soggiacque per impazienza di successo e per indole naturalmente obbiettiva agli impulsi esterni, agli avvenimenti che si sottentravano e v'accomodò, scendendo dalle serene-immutate regioni della filosofia, le sue facoltà. Non diresse, riflesse. E dacchè il periodo era, come io dissi, guasto d'immoralità, non cercò di vincerla, vi s'adattò. Ei fu, inconsciamente, con Balbo e Azeglio, tra i primi corruttori della giovine generazione: mentre Balbo insegnò la rassegnazione della scuola cattolica e seminò lo sconforto nelle forze collettive del paese—mentre Azeglio pose in core alle classi medie della nazione il materialismo veneratore servile dei fatti e i germi d'un militarismo pericoloso—Gioberti rivestì di sembianze filosofiche l'immorale dottrina dell'opportunità e mascherò da idea l'irriverenza alle idee. E fu primo—biasimo assai più grave—che introducesse nel campo della libertà l'arme atroce della calunnia politica e l'insana accusa di settatori dell'Austria contro repubblicani e dissenzienti dal concetto del regno del nord, dalle fusioni imposte, dalle guerre che rispettavano il Trentino e Trieste e da ogni idea che non fosse sua.